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La patria della post-verità

Quanti sono i musulmani residenti in Italia?» Il venti per cento degli abitanti, è la risposta media degli italiani. Ma il dato reale è 3,7%, sei volte meno. «E su cento ospiti delle prigioni italiane, quanti sono gli stranieri?». Quarantotto, siamo soliti credere. Cioè ben quattordici persone in più rispetto alla realtà. Si tratta di due fra le tante percezioni alterate della società in cui viviamo tipiche degli italiani, come rileva il titanico studio – durato 5 anni e condotto in 13 Paesi – firmato dal direttore della sezione inglese dell’istituto Ipsos, Bobby Duffy.

Un’indagine dal titolo The perils of perception, “Il pericolo della percezione”, che ci incorona (purtroppo) vincitori nella gara tra chi ha una percezione dell’ambiente in cui vive più distante dalla realtà – e non solo su immigrazione e criminalità ma anche su cibo, salute, ecc. -, eleggendo il nostro Paese “patria della post-verità”.

Il termine “post-verità”, parola dell’anno per l’Oxford dictionary nel 2016, ha riempito le colonne di quotidiani e periodici per mesi a ridosso dell’elezione di Trump negli Usa e del voto a favore della Brexit. Ora, a distanza di anni, i social media studies cominciano a illuminare i meandri più profondi di questo concetto. Le semplici menzogne, con la post-verità, non c’entrano nulla. Il neologismo si riferisce ad una circostanza in cui l’oggettività dei fatti diventa secondaria fino a scomparire. Essa è determinata da un linguaggio finalizzato a manipolare l’opinione pubblica, attraverso appelli che, sempre più spesso, quando vengono lanciati da politici, si basano su un’analisi avanzata e certosina delle convinzioni e delle credenze diffuse nel pubblico che si intende raggiungere.

Proprio di questo si occupa, quotidianamente…

L’inchiesta di Leonardo Filippi prosegue su Left in edicola dal 14 settembre 2018


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«Non siamo agenti di polizia». Gli assistenti sociali contro gli sgomberi di Salvini

L'ex fabbrica della Penicillina, nella lista dei 15 sgomberi individuati come più urgenti, ora occupata da extracomunitari, Roma, 7 settembre 2018. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

«Nonostante gli sforzi profusi da tutte le componenti del sistema, alla luce delle evidenze emerse in questo primo periodo di applicazione del decreto legge n.14/2017, la gestione del tema dell’occupazione arbitraria degli immobili non ha compiuto significativi passi avanti, se non rispetto alle misure di natura preventiva rivolte a evitare nuove occupazioni. (…) Tale risultato deve indurre a tenere sempre alto il livello di attenzione e a promuovere ogni utile iniziativa, anche sul piano info-investigativo, che consente di prevenire possibili invasioni di edifici o di altri immobili». Stando a questo, cioè a quanto si legge nella seconda pagina dell’ultima fatica (in materia di sgomberi) del ministero dell’Interno, la circolare numero 11.001, recante a oggetto “Occupazione arbitraria di immobili. Indirizzi” e diffusa il primo settembre scorso, la prevenzione volta a scoraggiare ogni forma di “indebita intrusione” negli edifici avrebbe funzionato. Quello che resta da fare, dunque, e con la «massima tempestività» è fornire «precisazioni ai fini dell’esecuzione degli sgomberi» delle occupazioni antecedenti. Per contravvenire alle «procedure sovente farraginose, non compatibili con l’esigenza di impedire il perpetuarsi» del fenomeno e per intervenire a ripristinare la sicurezza e la legalità indispensabili per l’ordine pubblico.

Al prefetto, l’onere di individuare una scala di priorità che tenga conto della tutela delle famiglie in situazioni di disagio economico e sociale. Detta (letta) così sembrerebbe un accorgimento meritevole se non fosse che per stilarla si rende necessaria «l’acquisizione di notizie riguardanti le persone presenti all’interno dello stabile». E l’unica soluzione percorribile è «ogni possibile censimento degli occupanti, verificandone la situazione reddituale e la condizione di regolarità di accesso e permanenza sul territorio nazionale, che deve essere condotto anche in forma speditiva, sotto la regìa dei Servizi sociali dei Comuni».

I quali esprimono sconcerto e perplessità (anche per il merito e il metodo con cui è stata resa nota la circolare): «La più evidente fra tutte le criticità – sostiene il presidente del Consiglio nazionale degli assistenti sociali, Gian Mario Gazzi – è quella che, di fatto, assegna ai Servizi sociali dei Comuni e quindi alla figura professionale dell’assistente sociale, un ruolo che molto si avvicina a quello dell’agente di pubblica sicurezza, elemento, questo, del tutto incompatibile con i principi della professione disegnati dalla legge che la regola oltre che dal discendente codice deontologico».

Fermo restando che «non si comprende – prosegue – quali siano le risorse messe a disposizione delle comunità locali per rispondere alle esigenze delle persone vulnerabili e dei minorenni coinvolti in queste situazioni». In effetti, nella circolare si fa riferimento all’attivazione di «specifici interventi (…) o all’assunzione di forme più generali di assistenza» e, nella fase successiva allo sgombero a «complessive strategie di intervento condivise con le Regioni» per sostenere percorsi di inclusione sociale.

Ma se le premesse per la presa in carico dei soggetti fragili sono che: il diritto di proprietà «precede limitatamente ed esclusivamente a fronte di quelle situazioni che possono pregiudicare l’esercizio da parte degli occupanti degli impellenti e irrinunciabili bisogni primari per la loro esistenza», e la tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica hanno un profilo di rilievo determinante tale da rinviare alla fase successiva (agli sgomberi) ogni valutazione in merito alla tutela delle altre istanze, va da sé che l’epilogo a cui portano le suddette indicazioni non possa che essere di stampo meramente securitario.

«Ribadiamo, infine, che la soluzione del problema – che va contemplato, da un lato, con il dovere di pensare interventi pubblici a favore dei soggetti più fragili e in condizioni di disagio e, dall’altro, con il rispetto del principio del diritto di proprietà – non può passare tramite la sola e mera stesura di una circolare che, a nostro avviso, sposta solo il problema. Non si affronterà nulla senza un piano credibile e forme di sviluppo di politiche abitative e di contrasto dell’esclusione sociale dei soggetti fragili», chiosa Gazzi. E nemmeno con riferimenti che non sono puramente casuali.

Sono i padroni “della domenica”, il problema

Primo giorno di saldi invernali al centro commerciale Porta di Roma, 5 gennaio 2016. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Si è aperto un interessante dibattito sul lavoro domenicale, domenica sì e domenica no, conservatori che ripropongono le domeniche che passavano da bambini come se non fossero passati gli ultimi quarant’anni con tutti i quarant’anni di trasformazioni economiche e sociali, liberisti sfrenati che si inalberano ogni volta che si mette in discussione la politica del lasciare andare, lasciare decidere al mercato come se la politica debba essere solo la cameriera dell’economia e quelli che fanno parecchia confusione prendendo la propria vita come paradigma totale: se fanno la spesa la domenica pretendono di trovare tutto aperto, nessuna discussione, se hanno un figlio o una madre che invece vorrebbero a casa con loro allora augurano fallimento a tutti gli esercizi commerciali domenicali. E così il dibattito, al solito, diventa scontro. Qualcuno sommessamente prova a fare notare che il problema non è la domenica ma le regole e la dignità, inascoltato.

Se c’è comunque un lavoro della domenica da cancellare comincerei con il convocare al ministero Alessandra De Sole. Alessandra ha 43 anni e per 45 giorni ha lavorato in un residence a Grosseto. Facciamo una settimana di prova, massimo dieci giorni, le avevano assicurato, e invece come spesso succede alla fine i giorni sono stati 45, come al solito stirati dalla promessa ripetuta e addirittura dal simulato interesse di chiederle i documenti utili per l’assunzione. Quando ha capito che di lavoro non ce n’era ma si trattava del solito lavoretto sottopagato, al limite dello sfruttamento, che di questi tempi alcuni addirittura vorrebbero fare apparire come un privilegio, alla fine ha deciso di andarsene chiedendo ovviamente il suo compenso: 450 euro. Per 45 giorni. 10 euro al giorno. Ovviamente in nero. Il nero di cui avere paura e occuparsi davvero.

«Con me, in nero, c’erano altri dipendenti – spiega intervistata da Il Tirreno -. Una ragazza moldava che lavorava come cameriera ed era pagata appena 250 euro ma non diceva niente perché aveva paura di perdere il posto. Poi un pizzaiolo e una ragazza che aiutava le camere. Tutti irregolari». Decide di denunciare. Con lei denuncia anche una lavoratrice rumena. Tutto il personale era irregolare, clandestino (forse così lo capite meglio). Una donna delle pulizie era stata nascosta dentro un armadio, per dire.

Ecco, forse al ministero qualcuno potrebbe spiegare a Alessandra che il problema del lavoro, qui dalle nostre parti, è che continua ad essere un privilegio che viene concesso in cambio del proprio sfruttamento e i padroni vorrebbero anche della gratitudine indietro. O forse potrebbe spiegarlo Alessandra, proprio lei, meglio di molti altri. E sarebbe utile per riportare nei giusti binari il chiasso di questi giorni: che poi i binari sono i diritti. Sempre quelli. Sempre loro.

Buon giovedì.

«Con Allende la democrazia era malata». Lo schiaffo presidenziale al Cile a 45 anni dal golpe di Pinochet

epa07012973 Dozens of people march in homage to the late President Salvador Allende (1970-1973), around the Palace of La Moneda, Santiago, Chile, 11 September 2018. On 11 September 1973, Chilean socialist president Salvador Allende was overthrown by the armed forces and police. EPA/Alberto Valdés

«Con Allende la democrazia era malata». Quarantacinque anni dopo il golpe, parole scioccanti del presidente cileno Sebastián Piñera contro Salvador Allende che, giusto l’11 settembre del 1973, fu ucciso nel golpe militare pilotato dagli Usa per distruggere il governo di Unidad popular. In occasione della ricorrenza il presidente cileno, un milionario della destra “per bene”, ha voluto rivolgere un appello ad «evitare le divisioni» che questa data è solita provocare fra i cileni, chiedendo unione e riflessione per ricordare le lezioni che hanno dato l’intervento militare di quell’epoca. In un articolo a sua firma pubblicato dal quotidiano El Mercurio, Piñera ha sostenuto che «è bene e necessario ricordare che la nostra democrazia non è finita all’improvviso l’11 settembre 1973. Essa era gravemente malata da molto prima e per diverse ragioni».

Al riguardo il capo dello Stato si è riferito al governo di Allende come un percorso a cui era contraria la maggioranza dei cileni dell’epoca e che portò ad una crisi politica e sociale. D’altro canto Piñera ha nuovamente condannato le violazioni dei diritti umani commesse negli anni della dittatura ed ha assicurato che sia la sinistra sia la destra hanno appreso la lezione offerta da quella tragica vicenda. «La prima – ha spiegato – ha appreso a condannare ogni violenza politica ed a rispettare la democrazia», mentre la seconda «ha appreso a condannare qualsiasi attentato ai diritti umani e a rispettare anch’essa la nostra democrazia». Allontanandosi dalla tradizione del precedente governo di celebrare la data con un atto politico, Piñera ha tenuto solo una cerimonia ecumenica nel cortile Las Camelias del palazzo della Moneda, a cui non sono state invitate né le forze politiche, né la famiglia Allende.

Fonti del governo in carica hanno reso noto che a questa decisione il capo dello Stato è giunto dopo che il presidente del Senato, il socialista Carlos Montes, ha annunciato di voler realizzare una commemorazione, come negli anni scorsi, della figura di Allende. Un gesto che la coalizione governativa di centro-destra Chile Vamos ha stigmatizzato come «atto politico e partitista». I partiti della coalizione di opposizione di centro-sinistra Nueva mayora insieme alla Fondazione Salvador Allende, si sono recati prima davanti all’ingresso della Moneda per depositare fiori, ripetendo il gesto anche presso la statua dell’ex capo dello Stato suicidatosi negli sviluppi del golpe orchestrato dal generale Augusto Pinochet. Da lì si recheranno in corteo fino alla sede dell’ex-Congresso, che ospitò fino al 1973 Camera e Senato.

Due giorni prima, molte migliaia di persone hanno partecipato a Santiago a una marcia in memoria delle vittime sfilando dietro gli striscioni portati dai familiari dei desaparecidos con la foto in bianco e nero, sul petto, e la scritta: «Dove sono?». Con tamburi e slogan, hanno protestato per l’alleggerimento delle pene concesso dalla Corte Suprema ai condannati per crimini contro l’umanità. Di fronte ad un pubblico superiore a quello che aveva sfilato lo scorso anno, e con qualche incidente di minore importanza a margine della marcia, la presidentessa della Associazione dei famigliari dei giustiziati politici, Alicia Lira, ha detto che «abbiamo fatto un lungo cammino alla ricerca della verità e della giustizia», criticando Piñera per avere guidato una «campagna di impunità riunendosi la scorsa settimana con alcuni giudici della Corte Suprema» che poi hanno accolto le richieste di sgravi delle pene delle persone condannate per reati contro l’umanità.

Piñera, figlio di un diplomatico, dottorato in economia ad Harvard, è considerato un carismatico oratore ed è uno degli uomini più ricchi del Paese, patrimonio stimato in più di due miliardi di euro. Propone un classico programma di centrodestra, che parte dalla promessa di ridurre le tasse e ripristinare lo splendore del cosiddetto “modello cileno” che, appunto, è il neoliberismo senza freni che fu impresso all’economia del Paese dalla giunta Pinochet (al potere fino al ’90) con la supervisione di Milton Friedman (anche se a parole dichiarò la sua distanza dalla dittatura), capo dei Chicago boys, ispiratore di altre macellerie sociali come quelle di Thatcher e Reagan. Molto vicino a Friedman fu José Piñera, economista liberista suo allievo a Chicago, poi ministro di Pinochet fino all’81 e autore della riforma delle pensioni in Cile. È il fratello dell’attuale presidente Sebastián Piñera.

Presidente, su columna es indecente!, il suo editoriale è indecente, twitta Camila Vallejo, giovanissima deputata comunista, già leader del movimento studentesco (il sistema di istruzione è più o meno lo stesso di Pinochet): «Continua a relativizzare e giustificare l’orrore della dittatura civica militare (non il governo militare) e la sua pratica di sterminio – prosegue Vallejo -. Continua a tentare di pareggiare i conti e dimostra che non hai imparato nulla da quando hai celebrato il golpe 45 anni fa».

Oggi il Cile è un Paese dalla disuguaglianza rinnovata, dalla modernità esclusiva con il potere economico allergico a riforme progressiste. Proprio il 31 agosto, senza toccare più di tanto gli eredi del dittatore, si è chiuso il caso Riggs, il processo durato 14 anni contro l’appropriazione indebita di fondi pubblici da parte di Pinochet, assassino e pure ladro, per oltre un decennio. La Corte Suprema ha condannato tre ufficiali in pensione e il ministero del Tesoro ha ordinato il ritorno di un totale di 1,6 milioni “di beni di proprietà di Augusto José Ramón Pinochet Ugarte o una delle loro aziende”. L’inchiesta ha rivelato che l’ex dittatore aveva mantenuto dal 1994 più di cento conti nella statunitense Riggs Bank per un importo superiore a 21 milioni di dollari.

Da settimane, le confessioni di un ex carabiniere hanno fatto venire alla luce lo scandalo di alcuni ufficiali che, «per non aver complicazioni e non darne alle istituzioni» hanno coperto nel 2009 la notizia del ritrovamento in un tunnel minerario di alcuni resti di desaparecidos del ’73 durante le indagini su un altro caso di cronaca nera, quello dello “psicopatico di Alto Hospicio”, località nella quale furono assassinate quattordici donne povere tra il ’98 e il 2001. L’uomo condannato per quei femminicidi si è sempre dichiarato innocente. Ad agosto sono stati rimessi in libertà sette ex ufficiali che stavano scontando una pena per crimini contro l’umanità, il rapimento, omicidio e occultamento del cadavere di oppositori politici. I magistrati della Corte Suprema hanno giustificato la loro decisione sostenendo che le convenzioni sottoscritte dal Cile in materia di diritti umani non rappresentano un impedimento per il reinserimento sociale di coloro che sono condannati. Se i legali degli ex militari parlano di sentenza «storica», «questa decisione mette la Corte Suprema allo stesso livello degli anni della dittatura civile-militare», ha detto Lorenza Pizarro, presidente dell’Associazione dei parenti dei detenuti e scomparsi (Afdd) che sta valutando il ricorso a istanze internazionali. Fino a metà del 2017, c’erano in totale 1.328 casi penali per crimini contro i diritti umani pendenti nei tribunali cileni.

Durante lo scorso anno, almeno 31 ex militari hanno cercato di ricorrere per invertire le accuse, ottenere la libertà provvisoria o reclamare l’incostituzionalità, secondo il Rapporto sui diritti umani dell’Università di Diego Portales.

Dalla ripresa della democrazia nel 1990, lo Stato cileno ha istituito quattro commissioni per riconoscere le vittime di crimini contro l’umanità e garantire loro riparazioni. In quegli anni, la Commissione Valech, dedicata a chiarire l’identità delle persone che hanno sofferto privazione della libertà e della tortura per ragioni politiche nel regime di Pinochet, ha dichiarato che il numero delle vittime della dittatura supera le 40mila, di cui 3.065 sono state uccise o sparite tra settembre 1973 e marzo 1990.

«I riferimenti su Allende de Piñera sono stati deplorevoli. Ha detto, cosa senza precedenti, che il presidente Allende aveva usato metodi non democratici e che aveva promosso la violenza. Parole ingiuste che non corrispondono alla realtà», ha scritto anche Roberto Pizarro, in un lungo editoriale su Mundiario, rilanciato dall’edizione spagnola di Other news, sito di una Ong formata da persone «preoccupate dal declino dei mezzi di informazione». Pizarro, economista e figlio a sua volta di uno dei fondatori, nel 1933, del partito socialista cileno, ha ripercorso i tratti salienti del governo di Unidad popular. «Il contatto più diretto che ho avuto con Allende è stato nell’ottobre 1971, quando era già presidente. Il Centro per gli studi socioeconomici dell’Università del Cile, che ho diretto, aveva invitato un gruppo di intellettuali di spicco a un seminario sulla transizione al socialismo e all’esperienza cilena. C’erano Paul Sweezy, economista nordamericano, editore della Monthly Review, l’intellettuale italiana Rossana Rosana, antifascista resistente e fondatore della rivista Il Manifesto e Lelio Basso, leader eccezionale del socialismo italiano», ricorda Pizarro. «Non bisogna mai dimenticare che la nostra proposta politica, la via cilena al socialismo – gli disse Allende – è caratterizzata dalla libertà più illimitata della stampa e che il nostro Paese dovrebbe essere un esempio del pieno funzionamento della democrazia».

Allende e il governo di Unidad popular hanno promosso un programma di trasformazioni «profondamente rivoluzionario. La nazionalizzazione del rame rese possibile recuperare i miliardi di dollari che le multinazionali stavano sottraendo; l’approfondimento della riforma agraria, che consentiva ai contadini e ai Mapuche di beneficiare delle terre che lavoravano; controllo pubblico delle società bancarie e monopolistiche per porre fine al consumo di credito e ai prezzi non equi per i consumatori; istruzione pubblica e gratuita, che è stata garantita a tutti i giovani; una partecipazione popolare senza precedenti nelle decisioni politiche del Paese. Ma, allo stesso tempo, queste trasformazioni, che miravano a sostituire il capitalismo, furono promosse senza violenza, attraverso il pieno esercizio delle libertà democratiche e il rispetto dei diritti umani».

«Allende – si legge ancora – ha insistito sull’uso di istituzioni democratiche per promuovere le trasformazioni. Ha riconosciuto in Fidel Castro un esempio di lotta, ma non ha assunto i suoi metodi». Infine: «Le trasformazioni a favore delle maggioranze e l’esondazione della felicità popolare che caratterizzò il governo di Allende terminarono bruscamente e iniziò la restaurazione conservatrice. Il sistema politico esclusivo e il modello economico delle disuguaglianze, istituito da Pinochet, hanno spinto indietro di decenni il nostro Paese. Al momento, ci sono alcuni gruppi economici che monopolizzano la ricchezza prodotta da tutti i cileni e il loro immenso potere ha permesso loro di mettere una grande parte della classe politica al loro servizio (…) Sfortunatamente, gran parte della generazione politica che ha accompagnato Salvador Allende nella sua lotta per la trasformazione, ha finito per amministrare il regime politico di ingiustizie e il modello economico di disuguaglianza che il dittatore Pinochet ha instaurato. Le ampie strade non sono ancora state aperte per il popolo cileno».

“Sulla mia pelle” censurato su Fb. La denuncia di Ilaria Cucchi: Cancellati gli eventi che annunciano la proiezione gratuita

«Sulla mia pelle aveva invaso il web. Una valanga di eventi organizzati in tutta Italia per la proiezione. La cosa mi ha fatto un enorme piacere e mi ha scaldato il cuore vedere ancora una volta quanto interesse e quanto calore ci sia intorno a Stefano e a questo bellissimo film su di lui. Devo pertanto confessare tutto il mio dispiacere e la mia amarezza per il fatto che tutto questo sia stato cancellato in un batter d’occhio da Facebook. Scomparso». Lo denuncia Ilaria Cucchi sullo stesso Facebook, parlando del film di Alessio Cremonini che alla Mostra di Venezia ha aperto la sezione Orizzonti. «Noi non abbiamo voce in capitolo, possiamo forse comprenderne le ragioni ma mi dispiace e non poco». Secondo Acad, l’associazione contro gli abusi in divisa, e il sito Milano in Movimento, Fb ha cancellato gli eventi che annunciano la proiezione gratuita del film a causa del copyright. Il film, presentato in anteprima a Venezia, uscirà, infatti, al cinema e su Netflix oggi 12 settembre. «Netflix, Facebook e i multisala vogliono impedire la proiezione del film – scrivono gli attivisti – pretendendo di avere l’esclusiva facendo appello al “diritto d’autore” e affermando che il film non può essere visto fuori dal nucleo domestico e di conseguenza in collettività, in un luogo pubblico e gratuitamente». A Milano l’appuntamento per chi pensa che «questo sia un film da vedere in compagnia e in un luogo pubblico per condividere ogni singola emozione» è il 13 settembre alle 21 in piazza Oberdan, organizzato dal collettivo LuMe.
«Quando venne assassinato noi avevamo più o meno l’età di Stefano, ci ritrovavamo in un locale di San Lorenzo a Roma tutte le sere. Seguimmo con apprensione quella tragica vicenda sin dalle prime ore, decidemmo che era doveroso raccontarla – scrive TerraNullius, collettivo di autori attivo dal 2003 – tutti per un momento avevamo pensato: “poteva capitare anche noi, a chiunque, tutti devono sapere”». Nacque così Non mi uccise la morte (Castelvecchi), uno dei primi esperimenti di instant graphic journalism italiani, per la sceneggiatura di Luca Moretti e le matite di Toni Bruno.
Da subito la famiglia di Stefano, Ilaria, Giovanni e Rita, consegnarono ai due autori di TerraNullius tutti i documenti in loro possesso, tutte le cartelle cliniche, gli atti. Ci fu solo un patto che TerraNullius strinse da subito con l’editore: «Quell’opera, quella storia, sarebbe stata pubblicata con licenza creative commons e messa a disposizione gratuitamente in forma digitale sul nostro portale. Non mi uccise la morte in questi anni è stato scaricato gratuitamente in decine di migliaia di copie digitali, nonostante questo l’editore ha ristampato più volte il libro che circola ancora nelle librerie italiane e sugli store online». Dal libro negli anni sono state derivate piece teatrali, canzoni, cortometraggi «quella che candidamente chiamiamo “libera circolazione delle storie” ci è sembrata un atto naturale prima che doveroso», spiega il collettivo.
Da alcuni anni Luca Moretti e Toni Bruno hanno ceduto tutti i diritti del libro ad Acad (Associazione Contro gli Abusi in Divisa), l’associazione nata proprio per fare in modo che le vicende come quella di Stefano non si ripetano più. «Quando abbiamo saputo da Ilaria che Netflix stava preparando un film che raccontava, a distanza di anni, gli ultimi tragici giorni di Stefano, siamo stati contenti che quella storia, grazie alla perseveranza, alla forza e all’abnegazione della famiglia Cucchi, continuava a circolare, a riprodursi, a raccontare, a prevenire, a combattere. In questi giorni apprendiamo che la produzione del film ha bloccato una serie di proiezioni collettive che definisce “illegali” e ha dato mandato a Facebook perché ne oscurasse i relativi eventi a favore di quelli che definisce ufficiali e della programmazione sulla piattaforma Netflix».
A TerraNullius, che pubblica la lista delle iniziative, sono certi: «Tutte quelle persone incontrate in questi anni non si faranno irretire dalle leggi del mercato e che quelle proiezioni “illegali” si faranno, nonostante tutto. Abbiamo pensato ancora una volta che al posto di Stefano potevamo essere noi, e che anche a lui sarebbe piaciuto sapere che la sua storia non si arrende alle regole della “legalità” costituita dalle carte. Una legalità non dissimile da quella che lo ha ucciso».

E noi non riusciamo a tornare a quella miracolosa sintonia

Io non so se sia capitato a voi ma ve lo racconto lo stesso, anche se è fuori dai canoni del giornalismo, non è nemmeno letteratura, e figurati che schifo buttare in rete una cosa così oscenamente personale. Ma la scrivo perché ci farebbe bene a tutti di questi tempi cadere in burroni di umanità. Almeno per guardarci negli occhi, senza veli, indipendentemente dalle fazioni, come in quei giorni in cui hai perso male male, che ti dici allo specchio cazzo che botta che ho preso o quelli in cui ti è capitato di sbucciarti il gomito su una stella e ti vengono le vertigini mentre ti congratuli con te stesso.

Qualche mese fa è stato male mio padre. È naturale, se ci penso a mente fredda: i figli hanno l’onere di vedere i padri mentre si consumano, con le nocche che si fanno nodose come radici e la faccia che gli tira sempre all’in giù. È stato talmente male che i medici mi facevano capire che sarebbe finita. È naturale anche questo. A raccontarlo sembra così banale eppure è così straziante che quando capita ti dici fanculo che sia normalerivendico il diritto e il dovere di affondare.

Pensavo, ci pensavo stamattina, che in quei giorni, forse sono state ore, a me sono sembrati secoli, ho avuto la sensazione che mi si fossero allargati i pori, si fosse aperta un’altra arteria del cuore, che avessi guadagnato una decina di diottrie, che io abbia avuto un coraggio che non si è più ripetuto, che tutti gli altri mi sembrassero magnificamente (ma anche terribilmente) bisognosi di essere capiti. Nella sala d’aspetto ho scambiato parole con famiglie di cui mi appariva tutto il mappamondo di dolori e di relazioni, ho scoperto una gentilezza che credevo annichilita dagli inciampi della vita, da questa cretina predisposizione a voler diventare impermeabili per difendersi e invece ne usciamo tutti solo imbruttiti.

In quei giorni ho pronunciato con mia madre parole che oggi non riuscirei nemmeno a balbettare. Sono quei momenti in cui ci prendiamo la briga di diventare flusso senza questa assurda paura di sembrare nudi. Ogni tanto penso che non ci ameremo mai più, noi della nostra famiglia, come ci siamo amati in quei momenti lì.

E invece penso che noi avremmo bisogno di questo coraggio. Basterebbe avere una classe dirigente (nel senso largo, quello dove anche un fratello maggiore è classe dirigente) capace di prendersi il rischio dell’empatia e della sincerità, anche quando rischia di apparire patetica, per rendere migliore questa parte di mondo. Qualcuno così eroico da avere l’ardire di chiedere scusa, qualcuno che ci spieghi perché la pensa così senza usare le formulette studiate dai suoi aridi e goffi esperti di comunicazione. È la mancanza di autenticità che li fotte tutti, questi miserabili piazzisti da due soldi.

E mi dico per fortuna faccio lo scrittore. Per fortuna non mi prenderei mai il rischio di scrivere un editoriale così. E invece stamattina l’ho scritto. E mio padre sta meglio. E noi non riusciamo a tornare a quella miracolosa sintonia.

Buon mercoledì.

Onu, nessuno, centomila

Demostrator holds a banner with a Salvini phot and write Not in my name" during the demonstration "Apriamo i porti. Garantiamo il soccorso in mare" (Let's the harbour open. We guarantee rescue at sea) against migrants policy of the Government, in Milan, Italy, 12 June 2018. After the demonstration of solidarity with the migrants that took place yesterday at Palermo harbour to reiterate that the ports must be open to relief, today demonstrations were held in many other cities. ANSA / MATTEO BAZZI

C’è questa favola molto conosciuta di Esopo (ma davvero lo spero che sia conosciuta, almeno Esopo) che racconta di uno scorpione che chiede a una rana di poterle salire sulla schiena per attraversare il fiume. La rana inizialmente rifiuta temendo di essere punta, e quindi uccisa, durante il tragitto. Lo scorpione la tranquillizza dicendo che non sapendo nuotare se l’avesse punta sarebbe morto anche lui, sicuramente annegato, e alla fine la convince. La rana si carica lo scorpione sulla schiena e a metà tragitto quello la punge. Lei prima di morire lo guarda e gli chiede perché quel gesto folle e suicida e lo scorpione risponde: «È la mia natura!». E muoiono entrambi.

La natura degli uomini si mostra quando hanno l’occasione di prendere delle decisioni. Qualcuno dice che si veda soprattutto nei momenti di enorme potenza o profonda disperazione. C’è chi, per natura e per calcolo politico, ha bisogno di sempre nuovi nemici per tenere alta l’adrenalina e per quella sua fottuta paura di scomparire: qualcuno in questo governo continua imperterrito ad attaccare presunti poteri più o meno forti per aspirare al brivido dell’altezza, secondo quel vecchio adagio che insegna che ci sono due tipi di persone: chi cerca di costruire il grattacielo più alto lavorando giorno per giorno a posare i mattoni e chi invece butta giù i grattacieli degli altri.

L’ultimo nemico in ordine di tempo è l’Onu, colpevole di voler monitorare l’incremento di episodi razzisti nel nostro Paese (ma va?): dice il ministro dell’inferno che l’Onu dovrebbe preoccuparsi dei diritti negati negli altri Stati membri. Non risponde nel merito, butta la palla in tribuna, spalma un po’ di benaltrismo (una forma evoluta di e allora il Pd?) e gongola nell’avere un nuovo nemico. Anche oggi ha dato da mangiare alla stampa per non esserne mangiato. Ma arriverà il fiume. Arriverà il momento dell’azione. Agli imprenditori veneti interessa poco di qualche decina di migranti espulsi. Al ministro del fare verrà chiesto di fare. E lì uscirà la sua vera natura.

Intanto da ieri siamo un Paese più sicuro: a Rimini un barbone è stato finalmente beccato con le mani nel sacco. Rovistava nella spazzatura per cibarsi di avanzi ed è stato denunciato. Combattere i poveri fingendo di combattere la povertà del resto, da sempre, è la loro natura.

Buon martedì.

Mutualismo, l’alternativa è «far da sé pensando»

Riacquistare credibilità politica, a sinistra, rovistando nella cassetta degli attrezzi tardo ottocentesca del mutualismo. Rispolverare gli strumenti dell’autogoverno, del «fare da sé», della condivisione, con lo scopo di trasformare la società e non per rifugiarsi in «isole felici». Recuperare il concetto di solidarietà – a lungo ridotto e svilito da chi vorrebbe farlo coincidere con la carità cristiana -, da non intendersi come semplice «tendere la mano», bensì come ideologia che «implica una nuova rappresentazione del legame tra sociale e politico, che porta a una profonda trasformazione dei modi di gestione del sociale e delle forme di intervento pubblico». La definizione in questione, avanzata dal giurista Stefano Rodotà, rappresenta uno dei fondamenti della proposta politica che Salvatore Cannavò, ex deputato di Rifondazione e direttore centrale news de Il Fatto quotidiano racchiude in Mutualismo. Ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018).

Una proposta che – in tempi in cui la «solidarietà» viene trasformata in reato, da usare come clava contro chi salva i migranti dalla morte in mare – suona subito come degna di nota. E che, secondo l’autore, si è fatta sempre più indispensabile se si vuole oltrepassare la crisi della sinistra e del movimento operaio. Una crisi che Cannavò fa risalire al 1976, data simbolo, l’anno del «compromesso storico» e della «politica dei sacrifici» inaugurata dalla Cgil di Luciano Lama. E che è legata a doppio filo al declino di quel “modello tedesco”, divenuto egemone a inizio Novecento, che ha individuato nei partiti e nei sindacati tradizionali gli strumenti base dell’intervento politico nella società. Strumenti che, oggi, perdono colpi e girano a vuoto.

«Se vogliamo trovare una soluzione, dobbiamo andare a ritroso, per recuperare ciò che chiamo “codice sorgente” del movimento operaio. Bisogna ritornare lì dove tutto è cominciato», spiega Cannavò a Left. Una riscoperta delle origini che porta a dismettere – quantomeno parzialmente – la forma partito, e valutare con attenzione la storia delle società di mutuo soccorso e delle cooperative della seconda metà dell’800 (che con l’odierna Legacoop hanno davvero poco con cui spartire). Dalle società operaie italiane, fino alle esperienze oltre confine. Nella Casa del popolo di Bruxelles nel 1905 – solo per fare un esempio – si «producevano dieci milioni di chili di pane all’anno», con cui sfamare i lavoratori e sostenere gli scioperi. Nelle realtà come queste, la «fraternità» era la miccia per attività di sostegno economico per l’istruzione dei figli, la malattia, l’accesso al credito, ma anche fulcro di relazioni umane, di vita vissuta insieme dopo il lavoro, di spensierato tempo libero e di confronto intorno alle comuni condizioni di sfruttamento. Una esperienza che, in Italia, si è sviluppata a cavallo tra filantropia mazziniana e socialismo marxista.

E che, negli ultimi anni, è tornata vitale grazie alla fioritura, solo per fare qualche esempio, di movimenti contadini, cooperative di distribuzione, collettivi di migranti, sindacati di base, cliniche legali, occupazioni abitative, cucine popolari. Strutture che, in tempi di atomizzazione delle esperienze di lavoro, rendono meno utopica l’ipotesi di una ricomposizione di classe.

Trenta di loro, dalla Lombardia alla Sicilia, si sono da poco riunite allo spazio sociale Scup di Roma, per fare rete e darsi una strategia comune. Perché numerosi rischi, per il raggruppamento che si muove sotto la bandiera del mutualismo, sono dietro l’angolo. Il timore più sentito, è quello di scivolare nelle secche dell’assistenzialismo, del volontarismo, del pauperismo, della sussidiarietà. «La nostra pratica non deve diventare il “pannicello caldo” della carità cristiana – chiarisce Cannavò -. E per evitare questa deriva bisogna innanzitutto saperla riconoscere, essere consapevoli che c’è una ideologia del mutualismo che non fa altro che privatizzare i servizi. Poi c’è un altro aspetto, ossia che questa attività deve restare legata ad una prospettiva politica in termini di progetto di società». Non può ridursi, insomma, a gruppi di acquisto solidali che ripuliscono la coscienza di chi può permettersi di fare la spesa spendendo un po’ di più.

«Mi sono permesso di definire la nostra alternativa come “mutualismo politico”, “conflittuale”. Del resto è quello di cui parlava anche Marx, nei suoi saluti alla Prima internazionale: quando fondi una cooperativa devi sempre legarla ad un progetto di rivolgimento della società». Il suggerimento del filosofo di Treviri costituisce un antidoto anche per l’altro grande rischio di queste esperienze, ossia quello di chiudersi – pian piano – ognuna nella propria nicchia. «C’è chi dice “fate attenzione” – prosegue Cannavò – perché così non fate altro che mettervi dentro ad un’“isola felice”, a gestire il vostro progetto, senza tenere in conto che i diritti bisogna conquistarli per tutti ed allargarli per tutti. Ecco, io credo che il mutualismo conflittuale sia una pratica del tutto diversa. Nel momento in cui si occupa una fabbrica, nel momento in cui si realizza un servizio autogestito, immediatamente ne deve venir fatta una battaglia politica, perché quel servizio, quello spazio, quel diritto, venga garantito, venga allargato, venga sancito».

In che modo mettere in rete le realtà mutualistiche, incrociare in modo proficuo le lotte, è – al tempo stesso – il punto debole e la sfida più appassionante di tale prospettiva. L’interrogativo che sprona a compiere uno sforzo creativo ancora tutto da elaborare.  «Senza pensiero, cultura, intelligenza politica – si legge nel pamphlet – il mutualismo e la resistenza ripiegano sull’esistente e si accartocciano come fiori spenti». Per questo motivo, «far da sé pensando», sono le parole d’ordine individuate per rispondere in un solo colpo alla crisi dello Stato, alla crisi del welfare e a quella del socialismo reale, e approdare a quella che viene presentata come «democrazia dell’autogoverno».

Qualche esempio di chi ha intrapreso questa strada (niente affatto in discesa)? «Penso al movimento dei Sem terra in Brasile – prosegue l’autore – un’esperienza tra le più organizzate e strutturate. Parliamo di 10 milioni di iscritti, di una realtà che ha permesso l’organizzazione dei senza terra attraverso lo strumento semplice dell’occupare i terreni, in un Paese a grande latifondo, dove gli spazi coltivabili sono sterminati, e ha fatto diventare l’occupazione un elemento di soggettivazione politica. Intorno a questo atto è stato costruito il cosiddetto “mutualismo pensante”, perché i Sem terra sono l’organizzazione che più di tutti ha costruito scuole popolari, ha investito nella formazione…». Ma, oltre ai Sem terra brasiliani e al Soc (Sindacato operaio agricolo, ndr) andaluso, Cannavò cita anche realtà di successo che crescono nel territorio italiano.

«Fino ad un paio di anni fa, di esperimenti di tal genere non se ne parlava minimamente. Oggi invece, alla Rimaflow (ex fabbrica di componentistica per auto, occupata e recuperata a Trezzano sul Naviglio, ndr) lavorano 85 persone, quando pochi anni fa c’erano i capannoni deserti. A SfruttaZero (progetto mutualistico legato alla filiera del pomodoro in Puglia, ndr) collaborano una dozzina di persone, a Sos Rosarno (omologo calabrese, legato alla lotta al caporalato nel settore agrumicolo, ndr) lavorano 10 persone. È molto difficile, certo, ma si vedono molti passi in avanti».

L’intervista di Leonardo Filippi a Salvatore Cannavò è tratta da Left n. 18 del 4 maggio 2018


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Lo scrittore curdo Bachtyar Ali: «Erdogan? È una copia di Saddam Hussein»

«Tutti gli Stati del Medio Oriente sono multietnici, composti da diversi popoli e culture», ci ricorda l’autore de L’ultimo melograno (Chiarelettere) che oggi vive a Colonia in Germania. «Tuttavia le etnie dominanti tentano da sempre di costringere le altre a rinnegare una parte della loro identità culturale. I governi di Iraq, Iran e Turchia hanno sempre cercato di creare (senza successo) Stati centralizzati con un’identità unitaria».

In questo quadro «i curdi sono sempre stati identificati come un fattore di instabilità perché hanno sempre difeso la propria lingua e la propria cultura. Qualsiasi processo di assimilazione era destinato a fallire. Gli Stati nazionali del Medio Oriente mirano a una sovranità assoluta: costruite su principi razzisti, queste società dell’odio hanno bisogno di nemici per sopravvivere e hanno eletto i curdi a nemici per garantire la propria unità».

Le radici di tutto questo sono indirettamente evocate ed indagate nel nuovo libro di Bachtyar Ali, L’ultimo melograno: un viaggio fiabesco nella storia del Kurdistan iracheno, composto come un’epica partigiana, all’epoca della feroce repressione compiuta da Saddam Hussein, di cui i curdi furono le prime vittime. «Milioni di esseri umani sono stati assassinati sotto il suo regime» ricorda Bachtyar Ali. «Saddam Hussein ha imposto al suo popolo una guerra dopo l’altra. Violento e sanguinario ha creato un nazionalismo basato sull’odio verso curdi ed ebrei. Ciò nonostante – sottolinea lo scrittore curdo iracheno – non è mai riuscito a controllare completamente il Kurdistan». E questa era una cosa insopportabile per lui. «Puntava a un dominio incontrastato, ma a dispetto della lucida e sistematica brutalità con cui mise in atto il proprio progetto, il suo potere rimase traballante, fragile».

Anche per questo è stato così spietato nei confronti dei curdi? «Ci ha considerati, senza eccezione alcuna, dei traditori. Chiunque non gli dimostrasse lealtà assoluta, veniva eliminato».

Drammaticamente oggi il passato ritorna. Dopo aver combattuto l’Isis ed essere stati celebrati come eroi, ora i curdi sono di nuovo oggetto di un micidiale attacco a freddo che mira ad eliminarli. Questa volta da parte della Turchia che l’Europa continua a foraggiare perché blocchi il flusso dei profughi siriani. Mentre scriviamo, Recep Tayyip Erdogan bombarda le zone a sud di Afrin, minaccia villaggi curdi iracheni e annuncia operazioni militari contro i combattenti del Pkk in Iraq, e dichiara di aver già ucciso più di tremila curdi dall’inizio dell’operazione “Ramo d’ulivo”. «Erdogan è un fascista», denuncia Ali. Ma il fatto ancor più tragico è che «in Medio Oriente il fascismo appartiene ormai al quotidiano. Da quasi un secolo siamo alle prese con dittature, società militarizzate, piani di sterminio, pulizia etnica e discriminazioni sistematiche». Erdogan, spiega Bachtyar Ali, purtroppo non è un fenomeno anomalo. «Nei fatti è una copia, una versione turca di Saddam Hussein: ossessionato dal potere, ha creato a sua volta uno stretto legame tra religione e nazionalismo. Usa slogan populisti per soggiogare la popolazione. Ad Afrin ha fatto uccidere centinaia di innocenti». Con la complicità diretta o indiretta di Assad, Putin, Trump, aggiungiamo noi. Protetto dal silenzio dell’Europa e delle Nazioni Unite. «Qui in Europa in molti sono a conoscenza delle azioni intraprese da Erdogan in Kurdistan», rimarca Ali. «D’altronde, molti sanno anche del reclutamento da parte del governo turco di centinaia di jihadisti dell’Isis per combattere i curdi, eppure continua ad avere il completo supporto dei Paesi europei».

In questo silenzio assordante risuonano potenti le pagine de L’ultimo melograno, romanzo dal sapore epico, che racconta la storia locale trasformandola in una storia universale. Nazionalismo e religione al contrario ci rendono ciechi e sordi verso ciò che ci unisce?

«Ovunque nel mondo gli esseri umani si trovano ad affrontare gli stessi problemi, condividono gli stessi sentimenti, e anche i diversi concetti di morale non sono del tutto estranei l’uno all’altro. Cercare l’universale – avverte Ali – non significa negare la diversificazione e l’alterità. Gli aspetti universali trovano una loro funzione solo se collegati alla dimensione locale, ed è attraverso narrazioni locali che i valori universali hanno modo di emergere. Religione e nazionalismo ci fanno più piccoli: non solo rendono ciechi, ma ci trasformano in mostri».

In questo libro il protagonista, Muzafari, riesce a sopravvivere a 21 anni di prigionia anche grazie a un messaggio scritto che riceve, una volta all’anno, da un compagno lontano. La scrittura può essere anche uno strumento di resistenza? «Se non la concepissi come tale mi sarebbe difficile continuare a scrivere», risponde Bachtyar Ali. «Il Medio Oriente è dominato da forze oppressive e distruttive, la scrittura diventa necessariamente un atto di resistenza. Laddove manca la libertà di pensiero, allora la scrittura non può che essere sentita come un atto di resistenza. In una società schiacciata dalla paura, la scrittura mi ha dato il coraggio di continuare a combattere il razzismo e il fanatismo religioso. È solo attraverso la scrittura che posso continuare a vivere».

Fin dal medioevo le valli del Kurdistan risuonano di canti e poesia. L’antica tradizione dei dengbêj, cantastorie simili agli antichi aedi sembra risuonare nella prosa poetica di Bachtyar Ali, nella sua narrazione onirica fra buie prigioni, inaspettati boschi, castelli, piogge rigeneranti.

«La letteratura curda ha radici molto antiche» racconta Ali. «Fino all’inizio del XX secolo la produzione scritta comprendeva soprattutto poesia e componimenti in versi. Alcuni poeti curdi come Nali, Mahwie, Goran und Sherko Bekashanno mi hanno molto influenzato». Ma non sono stati i soli. «A casa ho avuto una grandiosa narratrice, mia nonna: è lei che mi ha insegnato come si raccontano le storie».

*

L’appuntamento Lunedì 10 settembre alle 19, la libreria GRIOT di Roma presenta “L’ultimo melograno” del romanziere curdo-iracheno Bachtyar Ali (2018, Chiarelettere). Insieme all’autore partecipanno Simona Maggiorelli, direttrice della rivista Left, Chiara Comito di Editoriaraba, Soran Ahmad dell’Istituto Internazionale di Cultura Kurda e il professore Adriano Rossi, presidente dell’Ismeo. Info: www.facebook.com/events/255909885263179/

Bannon arruola Salvini con l’obiettivo di distruggere l’Unione europea

Il ministro dell'Interno Matteo Salvini ha incontrato stamani a Roma l'ex stratega del presidente Usa Donald Trump, Steve Bannon, e un altro dei fondatori di The Movement, il movimento per sostenere i populisti anti-Ue per le elezioni europee di maggio 2019, il belga Mischael Modrikamen. Lo rivela lo stesso Modrikamen con un tweet in cui pubblica la foto di una sua stretta di mano con Salvini, sotto lo sguardo di Bannon, e commenta: "E' dei nostri!". TWITTER MISCHAEL MODRIKAMEN +++ ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA +++ ++ HO - NO SALES - EDITORIAL USE ONLY ++

L’internazionale nera che verrà: Matteo Salvini ha aderito a The Movement la fondazione dell’ex chief strategist di Donald Trump, Steve Bannon. «È dei nostri!», ha esclamato su twitter Mischael Modrikamen, avvocato editore e leader del Parti Populaire belga, che ha postato una foto al termine dell’incontro avuto a Roma con Bannon e Salvini, scrivendo: «Meeting ce matin avec Steve Bannon et Matteo Salvini. The Movement: il est des notres!». Il giorno appresso, il New York Times titolerà: «Vittoria per Steve Bannon» nel raccontare come Matteo Salvini, definito «la figura più potente nel nuovo governo populista italiano», sia sia unito al progetto di conquistare l’intera Europa. «Per Bannon – si legge ancora – è il primo grande acquisto in grado di legittimare il suo progetto e di attirare altri leader euroscettici e populisti». Proprio oggi, 10 settembre, un importante quotidiano romano, Il Messaggero, fa parlare proprio l’ex stratega di Trump: «Salvini è un leader globale, oggi l’Italia è il centro politico perché è un laboratorio». «La nostra – dice a propostito del Movement – è una libera associazione, un club. Spingeremo per formare un gruppo unico populista al Parlamento europeo. Ma conta di più che i leader populisti, indipendentemente dai partiti, si incontrino prima dei Vertici europei per prendere posizioni comuni». I populisti-sovranisti sono già al potere anche in Finlandia, Danimarca, Austria, nei 4 di Visegrad. Il progetto di Bannon è «portare tutti i populisti sotto lo stesso tetto: dall’Europa agli Stati Uniti al Sud America, Israele, India, Pakistan, Giappone, per rappresentare la gente comune ovunque sia guardata dall’alto in basso e abbandonata dalle élites. Il primo obiettivo, la pietra miliare, è acquisire una leva alle Europee».

«In Italia – ripete Bannon – due partiti guidati da due giovani con grandi idee, Salvini e Di Maio, usano le tecnologie moderne in modo dinamico e hanno rottamato i vecchi politici di nord, sud, destra e sinistra, avendo tutti contro. Nessuno sa dove va questo esperimento, però mi impressiona il coraggio politico. Per stare insieme hanno rinunciato alle proposte più glamour». E profetizza: è «un momento della Storia di cui si parlerà per cent’anni». E Salvini, parlando da Cernobbio, ha rilanciato quella “Lega delle Leghe” battezzata dal palco del tradizionale raduno di Pontida lo scorso luglio. Sempre a margine del forum Ambrosetti, anche il leader del Partito per la Libertà olandese, Geert Wilders ha confermato l’apertura del cantiere: «È troppo presto per dirlo ma spero che molti partiti si uniscano – ha detto in una pausa dei lavori del workshop – stiamo lavorando insieme nel gruppo al Parlamento europeo: il mio partito, la Lega, il Partito della Libertà austriaco e il Raggruppamento nazionale francese. Sarebbe positivo se più partiti condividessero le forze alle prossime elezioni».
Due giorni prima di Salvini, Bannon aveva incontrato anche Giorgia Meloni, leader indiscussa di Fratelli d’Italia. Una notizia riportata solo da Libero e subito ripresa da Fascinazione, sito di riferimento per le “fascisterie”.

«Non era la prima volta che i due si incontravano. E infatti anche in quest’occasione il vertice si è svolto in un clima molto cordiale. Un colloquio durato più di un’ora nel corso del quale i due hanno parlato non solo di politica internazionale, ma anche dei problemi riguardanti l’Italia. Prima di concentrare la loro attenzione sulle elezioni europee del prossimo maggio che potrebbero rappresentare un vero e proprio punto di svolta per il futuro di Bruxelles». Nelle stesse ore la stessa Meloni liquidava l’appello del presidente della Liguria, Toti, per una lista comune alle europee tra forzisti e postfascisti di Fdi. «Non c’è alcuna possibilità di una fusione tra Fratelli d’Italia e Forza Italia. Su troppi temi, dalla sovranità nazionale al rapporto con l’Europa, le nostre posizioni sono spesso non convergenti, e l’esperienza di una fusione a freddo tra partiti diversi è fallita anni fa e non avrebbe senso riproporla», ha detto Giorgia Meloni, interpellata dall’Ansa.
«Noi – spiega la presidente di Fdi – per rifondare il centrodestra, lavoriamo a una crescita di Fratelli d’Italia, anche aprendolo a nuove sensibilità, per renderlo un partito sempre più forte, che insieme alla Lega porti il nuovo centrodestra a vincere e governare senza bisogno dei Cinquestelle o del Pd».
E prima di questo benservito, Meloni s’era esibita in un tremendo «Bene l’annuncio di Salvini di voler abolire la sedicente protezione umanitaria» a ricordare che comunque non ha nulla da invidiare al senso del vicepremier per la dignità della vita e della dignità delle persone.

Non possiamo sapere se l’Internazionale sovranista e xenofoba – una sorta di ossimoro politico – sia una possibilità reale ma non c’è dubbio che la ripresa di fine estate registra una sovraesposizione di questa opzione con il vertice di Salvini con Orban e con la calata di Bannon in occasione della Mostra del cinema di Venezia. Se entrambi gli statisti italiani sono attratti nell’orbita di Bannon, allo stesso tenpo sono competitor nel medesimo spazio elettorale. Inoltre, il partito di Orban, Fidesz, fa parte del Ppe, e i Popolari non sono un gruppo politico di estrema destra, ma di centrodestra, con un accento sul centro. Sarebbe molto problematico per Orban mettere in piedi un movimento di estrema destra e nel contempo far parte del Ppe dove, tuttavia, esiste una tensione con settori di destra-destra, come la Csu bavarese, che scalpitano per un’egemonia e il polo di Bannon potrebbe ritrovarsi contenuto lì dentro.

Dunque Bannon, ex banchiere, poi giornalista, politico, regista e produttore, fiero promotore del populismo, era al Lido dove, fuori concorso, si presentava American Dharma di Errol Morris, suo ex compagno di università. «Senza cambiamenti profondi nella società ci sarà una rivoluzione che spazzerà via tutto… e non sarebbe un male un pò di pulizia». È il punto su cui torna più volte l’ex capo stratega di Trump. La giornata si è colorata anche di un giallo intorno alla sua presenza al Lido, dove sarebbe arrivato per suo conto per assistere alla proiezione. C’è chi giuria di averlo visto entrare in Sala Grande, ma il dubbio rimane perché alla fine della proiezione, quando in sala si sono riaccese le luci, di lui non c’era traccia. «Quando ho incontrato Bannon mi ha chiesto perché volessi fare un film su di lui e gli ho risposto che era perché non capivo nè lui nè quello che stava facendo. Pensavo che farci un film sarebbe stata la migliore maniera per comprenderlo», raccontava intanto il regista. Anni in Marina, master all’Harvard Business School, conoscitore di Hollywood, nel documentario Bannon si mostra acuto, abile conversatore, pronto all’ascolto ma con idee ferme come macigni. «Essere populista per me vuol dire restituire il governo al popolo che ora non decide nulla, sono le elite a farlo, lo so perché le ho frequentate – spiega- dovendo scegliere se farmi governare da 100 persone con il cappellino rosso in testa prese a un comizio di Trump o 100 che vanno al Forum mondiale economico di Davos, sceglierei le prime, so che farebbero un lavoro migliore». Quella di Trump «non è l’America profonda, nascosta, ma l’America che hai davanti ai tuoi occhi». Morris, tra filmati e domande, ripercorre la parabola ascendente e discendente dell’uomo, dai fasti di Breitbart, all’entrata nella campagna elettorale di Trump, al quale, colpo su colpo (di cui molti bassi) riesce a far recuperare i 16 punti di distacco da Hillary Clinton, fino alla vittoria.

«L’80/90% delle persone sputa per terra quando entro in una stanza ma indicandomi dicono “è quello che ha portato Trump alla presidenza”», aggiunge lui. Considerato un simpatizzante delle frange più estreme dell’ultradestra, le definisce invece «senza alcuna importanza nell’alt-right, sono i cattivi e non contano nulla». Nonostante sia stato licenziato da Trump dopo i fatti di Charlottesville (dove un militante neonazista ha travolto con l’auto alcuni manifestanti, uccidendone una), dice, paragonando Trump a Enrico V e se stesso a Falstaff, attraverso le immagini del film di Orson Welles, di non sentirsi tradito dal presidente, che starebbe semplicemente seguendo «il suo destino». Ora la missione che si è posta Bannon, oltre a riformare il Partito repubblicano, è unire i populisti d’Europa. E i toni sembrano famigliari quando gli sentiamo dire in un filmato: «vi chiameranno razzisti e xenofobi, considerate quei termini come medaglie».
Il Movimento sarà il suo veicolo per sostenere i partiti popolari nazionali magari in un “supergruppo” euroscettico. «Un cavallo di Troia per disintegrare l’Unione: questa è la fantasia di Bannon», hanno scritto Pablo De Llano e Bernardo De Miguel su El Pais. «Quello che sta arrivando è il populismo di destra. Questo governerà», ha detto a The Daily Beast lo stesso 64enne che immagina un ritorno all’Europa divisa degli Stati nazionali «con le loro identità e i loro confini».

I suoi critici screditano i suoi piani. Kurt Bardella, un ex stretto collaboratore di Bannon, convertitosi al Partito democratico, ritiene che la missione in Europa dell’ex consigliere di corte di Trump sia solo un modo per alimentare il suo personaggio: «Di per sé non è nulla. Non è un leader. È un organismo che ha bisogno di un altro per vivere, come un parassita». Secondo l’esperto olandese sull’estremismo, Cas Mudde, «è così ridicolo quello che proclama così come i media che lo ripetono in modo acritico». Nulla avrebbe di un “Rasputin” ma solo la capacità di «vendersi come operatore politico di successo agli investitori e ai giornalisti».
Prima dell’adesione di Salvini, ministro di polizia e vicepremier italiano, Bannon aveva raccolto l’adesione solo di due partitini marginali, lo spagnolo Vox, e i popolari belgi (di estrema destra). La simpatia di Marine Le Pen non impedisce a quel partito di escludere qualsiasi livello “sovranazionale”. Né i neonazi tedeschi di Afd avrebbero voglia di collaborare al suo disegno. Gli va meglio in Gran Bretagna dove però i suoi amici, l’eurofobico Farage (quello che ha costituito il gruppo a Bruxelles assieme ai grillini) e Boris Johnson, ex premier del Tory che aspira a succedere a Theresa May, non prenderanno parte alle elezioni causa Brexit. A Londra c’è anche il suo partner Raheem Kassam, 32 anni, un dandy anti-islamico di origine musulmana.

Il modello di successo in Europa, per Bannon, è il governo giallonero italiano: «L’Italia è il cuore pulsante della politica moderna», ha detto a The Daily beast prima della sua gita in Italia. I liberali di Bruxelles lo prendono sul serio: «Bannon ha il piano e il denaro per influenzare le prossime elezioni europee. Vuole unire gli Orbans, i Pens, i Wilder e altri estremisti con lo scopo di mettere fine ai valori europei», accusano i Liberali, quarto gruppo parlamentare con 68 dei 751 seggi. Yascha Mounk, autrice di The People Against Democracy (che sarà pubblicata a giorni), avverte che i partiti populisti europei hanno dimostrato negli ultimi anni «di poter imparare gli uni dagli altri ad un livello sorprendente». Se Bannon appare solo con piani incerti, nelle capitali europee si diffonde l’irrequietezza non tanto per la forza del propagandista quanto per la fragilità dell’Ue, che secondo le fonti diplomatiche è in uno dei momenti più delicati della sua storia. Sarebbe un’ironia oscura che la partecipazione alle elezioni sia aumentata per la prima volta grazie a Bannon e che sia servito solo a provare a demolire l’Ue.

E, se Venezia lo ha accolto senza battere ciglio, Steve Bannon non sarà al New Yorker Festival, in calendario dal 5 al 7 ottobre prossimi. Il magazine che ne cancellato la partecipazione dopo le violente critiche e la decisione di molti altri partecipanti all’incontro di rinunciare in protesta contro la presenza di Bannon. Quando il New Yorker ha annunciato il programma con la presenza di Bannon in soli 30 minuti hanno annunciato la loro rinuncia a essere parte degli incontri una serie di vip, fra i quali John Mulaney, Judd Apatow, Jack Antonoff e Jim Carrey. «Se Steve Bannon è al festival del New Yorker io ne sono fuori. Non sarò parte di un evento che normalizza l’odio», ha twittato Judd Apatow. Un effetto domino che ha spinto il direttore del New Yorker, David Remnick, a cancellare l’invito per Bannon. Immediata la reazione dell’ex stratega della Casa Bianca: «Il motivo per cui avevo accettato era semplice: mi sarei trovato di fronte uno dei giornalisti più coraggiosi della sua generazione – ha detto Bannon – in quello che avrei definito un momento decisivo, David Remnick ha mostrato di essere un debole quando è stato confrontato dalle urla della folla online».