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Sicurezza del patrimonio d’arte, i proclami non bastano

ROME, ITALY - AUGUST 31: Firefighters bring to safety a painting after the collapse of the roof on the San Giuseppe dei Falegnami Church at the Roman forum on August 31, 2018 in Rome, Italy. A total of 200 works have been saved inside the church. (Photo by Stefano Montesi - Corbis/Getty Images)

«La nascita dell’unità per la sicurezza del patrimonio culturale va nella direzione di quella semplificazione non solo burocratica e amministrativa, ma anche e soprattutto operativa. Tutte le strutture che collaborano alla sicurezza, dalla protezione civile ai vigili del fuoco, alle strutture territoriali, ora sanno a chi rivolgersi per tutte le questioni legate alla sicurezza». Il ministro Bonisoli ha deciso. Diventa operativa l’unità istituita nel 2017, ma mai entrata in funzione.
In precedenza aveva dichiarato: «Siamo un Paese fantastico, con un patrimonio unico, ma ci sono luoghi, strutture, infrastrutture di proprietà statale o di altri dove entra il pubblico che vanno mappati, protetti e messi in sicurezza». Il crollo, alla fine di agosto, del tetto della Chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, alle pendici del Campidoglio, ha innescato una serie di reazioni a catena. Il velo alzato, quasi d’incanto. Come se la perdita del cassettonato cinquecentesco della chiesa fosse un caso isolato. Come se il pericolo scampato avesse suggerito l’importanza il tema della sicurezza. Per la prima volta.
I ministri si succedono. Ognuno con le sue idee. Ciascuno con una formazione,che inevitabilmente indirizza le misure e, prima ancora, i settori sui quali porre una attenzione particolare. Ognuno pronto a rivendicare le differenze con il passato. Ma anche ognuno politicamente ostaggio del raggruppamento politico che lo ha scelto. Il problema è che il patrimonio storico-artistico-archeologico è un puzzle, che continua a perdere tessere. Da un ministro all’altro. Da Franceschini a Bonisoli. Da un crollo all’altro – tra una tutela sempre più sfumata e una valorizzazione che si è mutata in merchandising – la storia sostanzialmente non cambia. Responsabilità condivise, anche se non uguali, contribuiscono a dissipare un patrimonio unico, ma non eterno. Ma concorrono anche a…

L’inchiesta di Manlio Lilli prosegue su Left in edicola dal 14 settembre 2018


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«Liberate Chamseddine», è un eroe non un criminale

ZARZIS, TUNISIA - MARCH 12: A fisherman works on his fishing boat in Zarzis Port on March 12, 2011 in Zarzis, Tunisia. The beaches and port in Zarzis are well know as the departure point for illegal immigrants crossings to the island of Lampedusa in Italy. Tens of thousands of guest workers from Egypt, Tunisia, Bangladesh, Sudan and other countries are fleeing to the Tunisian border to escape the fighting in and around the Libyan capital of Tripoli. Men, women and children have descended on Tunisia, creating a humanitarian crisis in the country which itself has only recently toppled its president in an uprising. In Libya Muammar Gaddafi has vowed to fight to the end. (Photo by Dan Kitwood/Getty Images)

A Zarzis c’è un sit-in permanente. Pescatori, comuni cittadini, e tanti bambini, ogni giorno di fronte alla municipalità della città costiera, a sud della Tunisia, al confine con la Libia. Sono i figli e le figlie, i parenti e gli amici, ma anche molti semplici conoscenti dei sei pescatori tunisini arrestati in Sicilia il 30 agosto scorso. Al sit-in chiedono a gran voce: «Liberateli». Il capitano dell’imbarcazione sotto sequestro in Sicilia è Chamseddine Bourassine, ora nella casa circondariale “Petrusa” di Agrigento insieme agli uomini del suo equipaggio: Lofti Lahiba, Farhat Tarhouni, Salem Belhiba, Bechir Edhiba, Ammar Zemzi. La figlia di Chamseddine, Malak, 12 anni, dalla Tunisia manda un messaggio: «Liberate i nostri papà, ci mancano. Sono fiera del fatto che salvano delle vite in mare, fateli tornare a casa». L’arresto è stato convalidato con l’accusa di «procurare illegalmente, al fine di trarre profitto», l’ingresso nel territorio italiano di quattordici cittadini tunisini. L’arresto sarebbe stato supportato dai video dell’agenzia europea per il controllo delle frontiere Frontex che per diverse ora avrebbe filmato l’imbarcazione più grande trainare quella più piccola. Ma chi ha guidato l’operazione non sapeva che stava arrestando gli eroi invisibili di Zarzis. Quei pescatori che da anni, nelle uscite di pesca in alto mare, hanno portato in salvo centinaia di esseri umani. Così come ne hanno riportato i corpi ormai spenti, diventati bianchi dai giorni in mare, per dar loro degna sepoltura in terra tunisina.
Chamseddine Bourassine ha 45 anni, è sposato ed ha tre figli. Ha fondato insieme ad altri dodici pescatori, tuttora membri attivi nell’amministrazione, l’associazione “Le pêcheur” dei pescatori per lo sviluppo e l’ambiente di Zarzis. Chamseddine è il presidente locale, ma è anche a capo dell’associazione della pesca nazionale. «L’associazione è nata nel 2013, allora il nostro scopo principale nel fondarla era…

L’articolo di Marta Bellingreri prosegue su Left in edicola dal 14 settembre 2018


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Corbynomics, nazionalizzare per far crescere il Paese

FALKIRK, SCOTLAND - AUGUST 20: Labour leader Jeremy Corbyn and Scottish Labour Leader Richard Leonard (not seen) campaign on Labour's 'Build it in Britain' policy at Alexander Dennis bus manufacturers on August 20, 2018 in Falkirk,Scotland. The Labour leader will spend the next four days in Scotland in an attempt to revitalize the party in Scotland. (Photo by Jeff J Mitchell/Getty Images)

La tragedia di Genova ha, drammaticamente, riaperto in Italia il dibattito su nazionalizzazioni e privatizzazioni. Un dibattito che è stato banalizzato dalla pochezza delle posizioni degli attori politici del nostro Paese, con il governo gialloverde che proponeva una assurda (in quanto intempestiva) nazionalizzazione di Autostrade per l’Italia e l’opposizione che si preoccupava per il destino delle azioni in borsa della società che gestisce le autostrade.
In maniera meno drammatica il dibattito sulle privatizzazioni si è riaperto negli ultimi anni anche in Gran Bretagna, la patria delle privatizzazioni e spesso rappresentata come modello virtuoso.
La realtà ci mostra invece che l’insoddisfazione dei cittadini britannici nei confronti delle privatizzazioni è in continuo aumento. E non vi è da stupirsi, visti i continui disservizi denunciati, associati a un costante aumento delle tariffe, in praticamente tutti i settori in cui il controllo è passato, negli anni della furia neoliberista, dal pubblico ad aziende private in concessione. Gli unici che ci hanno guadagnato sono sempre gli stessi, grandi speculatori finanziari che hanno assunto il controllo di sempre più grandi fette dell’economia britannica.
Ferrovie, acqua, energia elettrica, gas, poste, gestione degli ospedali, gestione dei carceri, energie elettrica, gestione della sicurezza di grandi eventi come le Olimpiadi del 2012. Ovunque vengono alla luce in continuazione piccoli o grandi scandali circa la mancanza di fornitura di servizi, quasi sempre associata a tariffe che negli anni aumentano a dismisura, con imprese private che finiscono solitamente per dover essere “salvate” dallo Stato attraverso l’iniezione di aiuti o fondi pubblici, non prima – ovviamente – di aver pagato giganteschi dividendi agli investitori finanziari.
L’ultimo grande scandalo, soprattutto in termini di grandezza, è stato quello…

L’articolo di Domenico Cerabona prosegue su Left in edicola dal 14 settembre 2018


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La lotta comune europea in risposta all’attacco contro le donne in Italia

Sono fermamente convinta che il pensiero politico femminista, le pratiche politiche delle donne siano oggi indispensabili per scrivere una nuova storia nello spazio politico europeo. Non solo per rompere logiche della Unione neoliberista e della fortezza Europa, ma anche per superare i bivi di una sinistra europea che sembra non riuscire a produrre alternative fra il progressismo europeista (ma come si può pensare oggi di fare fronte con quei Socialisti europei che hanno costruito l’Europa del Fiscal compact e dei respingimenti? e il neopatriottismo sovranista (ma da quando la difesa dei confini è “qualcosa di sinistra”?). Autodeterminazione, sorellanza, cooperazione, internazionalismo, solidarietà, accoglienza: la politica delle donne, che si basa su questi concetti e queste pratiche, è essenziale oggi più che mai per rifondare l’Europa, per ricostruire dalle fondamenta una nuova casa comune europea. E per questa casa comune dell’autodeterminazione dei popoli europei le Case delle donne e gli spazi femministi sono fondamentali. È anche a partire da questa convinzione che ho richiesto che la Commissione Femm (Commissione per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere) audisse una delegazione rappresentativa degli spazi di libertà e autodeterminazione delle donne che in questo momento sono sotto attacco nella città di Roma e in tutta Italia: la Casa internazionale delle donne, la Casa delle donne Lucha y Siesta, il Centro antiviolenza Donna L.i.s.a..
L’audizione, avvenuta lo scorso 3 settembre, è stata…

La riflessione di Eleonora Forenza prosegue su Left in edicola dal 14 settembre 2018


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Benoît Hamon: «Ecologia e giustizia sociale per l’Europa»

Benoit Hamon (L), leader of the left-wing political movement Generations (formerly First of July Movement - M1717) takes a selfie photo after the movement's founding congress in Le Mans, western France, on December 2, 2017. / AFP PHOTO / JEAN-FRANCOIS MONIER (Photo credit should read JEAN-FRANCOIS MONIER/AFP/Getty Images)

«La crisi si verifica quando il vecchio è morto e il nuovo sta per nascere», dice Benoît Hamon, citando Antonio Gramsci. La sinistra si trova in questa condizione: sappiamo cosa è morto, quello che non potrà più funzionare, ma non sappiamo ancora come sarà il nuovo. Benoît Hamon, ex ministro di Hollande, diede le dimissioni in opposizione alle politiche del suo proprio governo. Nel 2017 vinse le primarie della sinistra, e divenne candidato per le presidenziali francesi, presentandosi agli elettori con un programma fortemente orientato a sinistra. In vista della prossima campagna elettorale per le europee, gli abbiamo rivolto alcune domande.
C’è una divisione, specialmente nella sinistra, sulla questione europea. Pensa che sia possibile riformare l’Europa?
È necessario riformare l’Europa. L’ideale europeo oggi è distorto dai liberisti. La decostruzione dell’Europa con la crescita dei nazionalismi e dei fascismi è pericolosa. E penso che sia importante che la sinistra non abbandoni il principio secondo cui la cooperazione fra Paesi è preferibile alla concorrenza e alla rivalità.
Quali sono gli ostacoli alla riforma dell’Unione europea?
Gli ostacoli sono di due tipi. Il primo è politico, cioè caratterizzato dalle maggioranze conservatrici o liberali che promuovono principalmente l’espansione del mercato e perdono interesse per la questione ecologica, per la questione sociale, e anche per la questione democratica. Il secondo ostacolo è quello dei trattati europei, che rendono difficile promuovere politiche progressiste ed ecologiste. Dovremo concentrarci sulla trasformazione dell’Europa in due tempi. A lungo termine, dobbiamo modificare i trattati in modo da consentire l’esercizio della democrazia e l’attuazione di politiche progressiste. Nell’immediato, dobbiamo…

L’intervista di Florence Poulain a Benoît Hamon prosegue su Left in edicola dal 14 settembre 2018


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Per non dimenticare Sabra e Chatila

Il 17 settembre 1982 è una data tristemente nota per il popolo palestinese, quella di uno dei tanti massacri di cui è stato vittima, il massacro di Sabra e Chatila che da allora ancora non ha avuto giustizia. Ricordiamo brevemente cosa accadde: 36 anni fa le milizie falangiste libanesi, sotto il controllo diretto dell’esercito israeliano capeggiato dal ministro della difesa dell’epoca, Ariel Sharon, entrarono nei due campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila saccheggiando, distruggendo e massacrando gli abitanti, senza fare distinzione fra vecchi, donne e bambini e perfino animali. Entravano nelle case alla ricerca di qualsiasi essere vivente per ammazzarlo e massacrarlo, cercavano dappertutto, negli armadi, sotto i letti … facendo ovunque terra bruciata … Infatti si salvarono solo quelli che miracolosamente riuscirono a scappare o si nascosero ed ebbero la fortuna di non essere scoperti o perché feriti si finsero morti sotto altri cadaveri.

Purtroppo scene di queste tipo, queste immagini di massacri, morte, distruzione e sistematica repressione, non appartengono solo al passato ma sono storia di tutti i giorni per i palestinesi dei Territori Occupati di Gaza e della Cisgiordania, vittime quotidiane dell’occupazione israeliana.

Solo Gaza negli ultimi 10 anni è stata vittima di ripetute invasioni e guerre, chiamate con nomi altisonanti. L’ultima in ordine di tempo, l’“Operazione Margine di protezione” risale appena a 4 anni fa, all’8 luglio 2014, e queste ripetute guerre ed invasioni hanno provocato la morte di migliaia di palestinesi, decine di migliaia sono i feriti e centinaia di migliaia gli sfollati per la terza, quarta volta…

Queste scene di morte, distruzione e sistematica repressione si ripetono anche in Cisgiordania sebbene prendano forme diverse. Dall’assassinio di massa si passa all’assassinio dell’individuo, alle limitazioni alla libertà di movimento, ai muri e alle strade circolari che chiudono in ghetti i centri palestinesi, agli espropri di terre, alle distruzioni di case per arrivare alla appropriazione delle risorse idriche, allo sradicamento di alberi e alla costruzione di nuovi insediamenti. Infatti il numero degli insediamenti è aumentato a dismisura e in questi giorni è in atto il tentativo di demolire il villaggio di Kham Al Amar,  uno dei 45 villaggi palestinesi minacciati di demolizione, a favore di un progetto di insediamento, E1. Il progetto mira a creare un collegamento fisico tra la colonia di Ma’ale Adumim e Gerusalemme creando così una specie di mezzaluna di colonie attorno a Gerusalemme Est, dividendola dal resto della Cisgiordania e sottrarla completamente ai palestinesi. La costruzione degli insediamenti nel 2017 è stata più di quattro volte superiore a quella del 2016 a causa del massiccio sostegno ricevuto dal governo israeliano e dagli Stati Uniti nonostante la risoluzione del Consiglio di Sicurezza del 23 dicembre 2016 li avesse considerati una evidente violazione del diritto internazionale .

Forme diverse di repressione, dunque, che causano uno stillicidio continuo di vittime palestinesi, soprattutto tra i giovani. Infatti, altissimo è il numero dei giovani palestinesi assassinati soprattutto ai check point con la scusa di non aver risposto ad un alt o per aver cercato di accoltellare soldati armati fino ai denti o per aver lanciato pietre … giovani vite palestinese ammazzate quotidianamente anche sotto gli occhi dell’Autorità nazionale palestinese, tutto ciò con l’applauso dell’amministrazione americana di Trump. Infatti, Israele e l’amministrazione Trump si dividono il compito. I nordamericani hanno assunto il compito di eliminare la causa palestinese dallo scenario internazionale, mettendo una pietra sopra una volta per sempre, svuotando la causa palestinese dei suoi elementi di forza, togliendo dal tavolo delle trattative tre argomenti importanti, tre diritti inalienabili del e per popolo Palestinese, quello di Gerusalemme come capitale della Palestina, quello del ritorno dei profughi e quello del diritto internazionale e delle sue organizzazioni, UNRWA, Consiglio dei diritti umani dell’Onu, il Tribunale Penale Internazionale …..

Infatti, il 14 maggio 2018 è stata spostata l’ambasciata americana a Gerusalemme riconosciuta di fatto come capitale di Israele. L’idea di Trump di tagliare i finanziamento alla UNRWA ( United Nations Relief Works Agency, Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione), che negli ultimi 70 anni ha fornito un aiuto indispensabile a più di cinque milioni di rifugiati palestinesi nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania, in Libano, in Siria e in Giordania , significa non solo non riconoscere più mezzi di sopravvivenza ai profughi palestinesi ma significa anche politicamente non riconoscere più il loro di diritto di ritorno. Il ritiro americano dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu è stato motivato ipocritamente dall’ambasciatrice Nikki Haley per il “continuo pregiudizio” contro Israele che solo nella repressione delle marce del ritorno che dal 30 marzo ogni venerdì si organizzano lungo i confini della Striscia di Gaza ha assassinato 170 palestinesi, fra questi bambini, personale sanitario, giornalisti… e ne ha ferito più 16.000.

Questa politica americana non è altro che l’applicazione delle parole di Trump quando dice “abbiamo due principi, il primo principio i nostri soldi , il secondo lo stato d’Israele e il resto può andare a quel paese”. Di conseguenza possiamo dire che questa amministrazione Nordamericana è la più accanita sostenitrice dell’occupazione della Palestina aiutata dalla situazione internazionale e regionale e da tutto ciò che si verifica nel mondo arabo, dalla politica dell’Arabia Saudita e dei Paesi del Golfo e dalle loro situazioni interne. Perciò gli Usa sono determinati e stanno portando avanti il cosiddetto progetto del secolo (per quanto riguarda la parte palestinese eliminando di fatto lo stato della Palestina cancellando l’ipotesi dei due Stati).

La repressione israeliana prende anche le forme dell’arresto indiscriminato che colpisce perfino i bambini, infatti la media degli arresti quotidiani è di 30/40 persone in tutta la Cisgiordania. Per questo motivo, e non solo per le limitazioni alla libertà di movimento, si dice che la Palestina è oramai un carcere a cielo aperto e che un palestinese su tre è stato in carcere. Infatti, più di 800.000 palestinesi in Cisgiordania sono stati in carcere, la maggioranza per arresto amministrativo, cioè un arresto senza una precisa accusa fino a 6 mesi, rinnovabili alla scadenza senza limite di volte. Per questo la detenzione amministrativa è una pratica detentiva illegale contraria alle norme internazionali che nonostante ciò Israele continua imperterrita ad applicare.

L’arresto amministrativo è una forma punitiva tra le più odiate dai palestinesi perché senza una precisa accusa impedisce, o meglio nega loro il diritto alla difesa e ad un giusto processo e per questo tanti prigionieri palestinesi si sono e si stanno ribellando attuando ogni forma di protesta in particolare scioperi della fame mettendo a rischio le loro vite, alcuni infatti sono arrivati a scioperare fino a 3 mesi come Mohammad El Kiki, altri per oltre due mesi come Bilal Kayed e El Isawi e numerosi anche gli scioperi di fame collettivi come lo sciopero della dignità che ha coinvolto tra aprile e maggio nel 2017 quasi 2000 prigionieri per 45 giorni. Anche in questi giorni continuano gli sciopero della fame individuali e di gruppo.

Per questo il modo migliore per non dimenticare Sabra e Chatila non è limitarsi a delle semplici commemorazioni ma adoperarsi per fermare le continue aggressioni al popolo palestinese e i suoi continui massacri, di vite umane e dei suoi diritti.

Quei giochi di guerra in Centrafrica tra Russia, Cina e Francia (con Trump alla finestra) – seconda parte

Segue dalla Prima parte

Orkhan Dzhemal, Alexander Rastorguyev e Kirill Radchenko, i tre giornalisti russi uccisi in Repubblica Centrafricana a fine luglio, stavano dunque indagando su molte cose che riguardavano in generale la presenza del loro paese nell’area. Ma si può ben dire che, tra tutte queste cose, c’è come un filo conduttore che le ricollega in prima battuta al gruppo armato Wagner, in seconda al magnate oligarca Yevgeny Prigozhin, vicinissimo a Putin, forse attualmente il più vicino a Putin di tutti gli oligarchi del Cremlino. Ma chi è esattamente Prigozhin, e cos’è esattamente il gruppo Wagner?

Prigozhin è un uomo dal passato con molte ombre. È stato detenuto in carcere, dove ha scontato una condanna per appropriazione indebita e per sfruttamento della prostituzione. Doveva quindi vantare discrete aderenze nell’ambito criminale già prima della sua condanna, ma pare che grazie alle conoscenze fatte in carcere sia letteralmente decollata la sua carriera imprenditoriale, tanto che, una volta fuori, comincia subito la sua attività nel settore della ristorazione, alla ricerca degli appalti più ricchi per servizi di catering.

Anche se ormai ha clamorosamente differenziato la sua rete di affari, Prigozhin è rimasto legatissimo al suo primo ramo di impresa: recentemente la sua Concord si è aggiudicata l’appalto per la fornitura di tutti i servizi mensa dell’esercito russo, un affare del valore di 1,6 miliardi di dollari.

Col tempo Prigozhin è entrato anche nel settore della comunicazione e dell’informazione. È proprietario di canali televisivi, e recentemente, con l’inclusione del suo nome in testa alla lista dei tredici cittadini russi indagati per il Russiagate, è venuto fuori il suo ruolo di eminenza grigia della propaganda, della manipolazione della pubblica opinione e del consenso, di quella che, in altri tempi, i russi avrebbero chiamato con fastidio “disinformazione”, attribuendola all’occidente – e che, naturalmente, l’occidente avrebbe con altrettanta facilità attribuito alla Russia -. A Prighozin fa capo l’Internet Research Agency, e faceva capo la Factory troll utilizzata per influenzare le ultime elezioni presidenziali nordamericane, e per inondare il web di commenti favorevoli a Putin.

Opo esser diventato lo stratega della comunicazione del Cremlino i suoi interessi si sono ulteriormente allargati al settore minerario, e, in stretta connessione, alla politica estera di Mosca. E se si hanno interessi nello sfruttamento di risorse, soprattutto all’estero, ed in Paesi assai instabili politicamente, si è inevitabilmente interessati ad avere un braccio armato che li difende.

Qui è verosimilmente intervenuto il gruppo Wagner, conosciuto a partire dalla crisi in Ucraina del 2014. Il gruppo è stato formato da Dmitry Utkin, un ufficiale dell’esercito russo, che fino al 2013 faceva parte dell’agenzia militare per l’intelligence estera, il GRU, in pratica il controspionaggio russo. Si compone soprattutto di veterani ultranazionalisti dell’esercito russo, oltre che di mercenari reclutati in tutto il mondo. Il nome Wagner sembra sia proprio ispirato dal compositore Richard Wagner, preso quale emblema dell’adesione a idee nazionaliste.

l Russian business outlet 2017, una sorta di annuario di tutti gli imprenditori e uomini d’affari russi, registra Utkin come direttore generale della Concord. Utkin è stato fotografato più volte mentre entrava al Cremlino, ed ha ricevuto un premio al valor militare nel 2016, sebbene la versione ufficiale di Putin sulla Wagner sia che essa non esista.

Nell’ottobre 2015 si è avuta per la prima volta notizia di cittadini russi morti combattendo in Siria, a fianco delle forze governative. Inizialmente la Wagner – che vanterebbe circa 3.000 effettivi in Siria – sembrava coinvolta solo nel controllo e nella sicurezza di installazioni russe, ma poi ha avuto un ruolo determinante nella riconquista di Palmira. Più oltre si è saputo che la compagnia petrolifera di stato siriana ha offerto ai combattenti della Wagner una percentuale sui profitti delle raffinerie liberate dall’Isis. Recentemente addirittura l’ambasciatore siriano a Mosca ha ammesso che è stato stipulato con Euro Polis un contratto che prevede la concessione del 25% dei profitti. A chi fa capo Euro Polis? A Yevgeny Prigozhin, manco a dirlo.

È in questo contesto, dunque, che il 7 febbraio di quest’anno si è verificato un episodio molto grave a Deir al Zour, in Siria, dove l’esercito Usa, affiancato da milizie curdo-arabe, e l’esercito siriano, affiancato dall’esercito regolare russo e dagli irregolari della Wagner, stanno conducendo operazioni separate contro l’Isis. Uomini della Wagner hanno improvvisamente attaccato la Conoco, un impianto di estrazione di gas americano in zona. I soldati Usa hanno richiesto la copertura dell’aviazione, e i miliziani della Wagner – che sembra fossero assolutamente fuori dal controllo dell’esercito russo -, nel corso di una battaglia durata più di quattro ore, sono stati letteralmente decimati. Si parla di circa duecento morti, approssimati probabilmente per difetto, non si sa quanti siriani e quanti russi. È stato senz’altro il più grave episodio che abbia coinvolto russi e americani dai tempi della guerra fredda.

Yuri Barmin, uno studioso militare americano di politica estera russa ha suggerito l’idea che anche i miliziani russi possano aver richiesto copertura aerea a Deir al Zour, e che questa sia stata negata per un preciso calcolo politico contro Prigozhin del ministro della difesa Sergej Shoigu. Ora, è senz’altro possibile in uno scenario siffatto che, dietro l’apparenza monolitica del sistema di potere di Putin, covino chissà quali rancori e gelosie tra oligarchi, ma è francamente difficile immaginare che Putin avrebbe mai potuto permettere ad un incidente già increscioso di diventare qualcosa di gigantesco e incontrollabile.

Ci sono già state armate di “contractors” salite agli onori della cronaca in Russia, per il loro coinvolgimento nei teatri di guerra, come il Moran Security Group o come gli Slavonic Corps. Ma molti componenti degli Slavonic Corps sono stati arrestati al loro rientro in patria, per esempio. Il fatto è che, a tutt’oggi, simili compagnie di ventura sono illegali per la legge russa in primis. Al contempo però simili eserciti irregolari offrono il vantaggio di poter negare qualsiasi coinvolgimento, nel caso di fatti imbarazzanti come quelli di Deir al Zour, e di evitare il danno di immagine che ha l’esercito ogni qual volta deve pagare un prezzo troppo alto in vite umane. Questo può spiegare l’atteggiamento di Putin nei confronti del gruppo Wagner.

Dzhemal, Rastorguyev e Radchenko non sono stati i soli giornalisti che si erano occupati della Wagner, a morire in circostanze sospette. Ad aprile 2018, a Yekaterinberg, è morto, apparentemente suicida dal suo appartamento al quinto piano, Taksim Borodin, un giornalista che aveva scritto sui fatti di Deir al Zour, era stato ad Asbest, città da cui proveniva la maggior parte delle vittime, a seguire i funerali dei miliziani, si era occupato del gruppo Wagner per tutto febbraio e marzo.

Pare che, attorno e dentro al palazzo in cui viveva, si siano svolte, per le ventiquattro ore precedenti la morte, inusuali esercitazioni militari, e che il giornalista avesse telefonato ad amici, dicendosi spaventato. Ma la porta del suo appartamento è stata trovata chiusa dall’interno, e questo ha chiuso l’indagine. Suicidio.

Per quello che riguarda la Repubblica Centrafricana invece, probabilmente qualcuno si sta preoccupando che Prigozhin – e dietro di lui il gruppo Wagner, suo braccio armato – possa aver concluso con il governo africano un affare altrettanto vantaggioso che quello in Siria. In ogni caso ciò che appare veramente emblematico di tutta questa faccenda, e del coinvolgimento di una figura come quella di Prigozhin, per come si è venuta sin qui delineando, è la privatizzazione di funzioni che una volta erano rigorosamente prerogativa di uno stato centrale. Prigozhin gestisce in pratica la politica estera, o almeno una parte considerevole di essa, i dispositivi di sicurezza militare che ruotano attorno alcuni interessi strategici per la politica estera russa, gestisce praticamente in toto la propaganda del Cremlino. È come se, oltre a tutti quelli sin qui elencati, si fosse aggiudicato l’appalto per una gran fetta dei servizi d’intelligence. E non è detto che qualcuno non possa pensare che il modello debba essere esportato anche in occidente.

Prosegue nella Terza parte

Il viaggio di Scatola magica Lab dal Novecento a oggi

Dammi del tu, il Novecento è alle porte è il nuovo lavoro di Scatola Magica lab in scena il 15 settembre al Nuovo teatro di San Paolo a Roma. Lo spettacolo nasce dal laboratorio teatrale per non professionisti. «Tengo questo laboratorio da circa 8 anni e effettivamente a questo punto ha raggiunto un livello molto alto in cui la qualità artistica è, secondo me, interessante», racconta l’attrice e regista Valetina Gristina che ne è l’ideatrice e curatrice.
«I saggi finali di questo lavoro laboratoriale sono frutto dell’alchimia di varie professionalità. In questo caso il testo è stato scritto da Giacomo Sette, un autore molto bravo e dalla sensibilità speciale, sulla base di un percorso di ricerca, di improvvisazione e anche in un certo senso autoriale, fatto dagli attori stessi in sala durante tutto l’anno», approfondisce la regista. Questo lavoro è confluito in uno spettacolo diviso in due capitoli con un forte sfondo storico-sociale. C’è una riflessione sulla rivoluzione francese ispirata a Le nozze di Figaro di Beaumarchais. E poi l’avvento del Novecento con attenzione al fenomeno migratorio da sud a nord e alle battaglie per i diritti delle donne. Il secondo capitolo è ispirato liberamente alla novella “Primavera” di Verga.  A fare da filo rosso «è la condizione umana di speranza e aspettative per un futuro ancora sconosciuto nel momento in cui si chiude un’epoca e comincia una nuova fase. E al centro di tutto l’essere umano e i rapporti fra gli esseri umani come unica certezza per un futuro possibile» sottolinea Valentina Gristina, che ha svolto il lavoro insieme Marcela Szurkalo insegnante per il tango e a Rita Abela per il canto.
«La cosa che mi appassiona del lavoro che facciamo alla Scatola Magica – dice Gristina – è che è diventata una piccola officina artistica, in cui collaborano professionisti e allievi che negli anni sono cresciuti insieme. Con gli allievi si porta avanti uno studio che non mira all’intrattenimento di persone che lo fanno per hobby, ma a una ricerca vera e propria di un linguaggio teatrale non convenzionale. Una ricerca sulla parola e, tanto, sul corpo e sul rapporto con la musica. E questa ricerca genera magicamente un grande entusiasmo e una grande passione che secondo me coniuga l’aspetto formativo con la funzione sociale che un’attività di questo genere può avere. In un’epoca in cui il teatro sta attraversando una grossissima crisi, i teatri soffrono di una grave emorragia di pubblico e l’educazione scolastica al teatro è pressocchè nulla, secondo me è sempre più importante fare conoscere e appassionare chi non l’ha scelto per professione. Si crea un circolo virtuoso di educazione al teatro, a farlo ma anche a vederlo e a scoprirne la bellezza e la necessità come forma d’arte di condivisione e riflessione sull’essere umano e sulle sue dinamiche».
D’altro lato chiarisce la regista «mentre gli attori professionisti ormai sempre più sfiancati da condizioni di lavoro inaccettabili, cedono sempre più spesso a frustrazione e demotivazione, la passione e l’entusiasmo di chi si avvicina in questo modo rende ancora vivo e pieno di vitalità lo straordinario contenitore di emozioni che è il teatro».
Accanto a al laboratorio adulti la Scatola Magica Lab, che da poco ha una sua sede, lancerà una serie di laboratori di teatro, circo e discipline artistiche rivolte ai bambini con l’obiettivo, utopistico ma al tempo stesso molto concreto e molto molto appassionato, di promuovere nel nostro piccolo l’educazione alla creatività e all’espressione artistica fin dall’infanzia.

L’appuntamento è per il 15 settembre alle  alle 21,15 e domenica 16 alle 17,30. Per prenotazioni : [email protected]

Pericolo fascismo di ritorno? Decidete voi

Il 22 giugno del 1995 Umberto Eco scrive un articolo per la “New York Review of Books”. Nel suo saggio spiega che il fascismo (che lui chiama Ur-Fascismo) non è morto nel ‘45 ma al contrario, la sua visione del mondo (e la sua psicologia, come pensava Adorno) precedono la forma storica assunta nel ventennio e sono (malauguratamente) più longeve della dittatura mussoliniana. Quell’articolo diventa un libro edito nel 1997, ripubblicato qualche mese fa da La Nave di Teseo con il titolo “Il Fascismo Eterno”.
Secondo Eco esistono segnali inequivocabili che dimostrerebbero la persistenza (la persistenza mica il ritorno) dell’ideologia fascista. Vale la pena rileggerli, con calma e con fermezza.
C’è il culto della tradizione. La convinzione che la verità sia una rivelazione ricevuta all’alba della storia umana. E quando qualcuno fa notare che quei messaggi siano incompatibili tra loro rispondono che è solo perché tutti alludono, allegoricamente, a qualche verità primitiva. Come conseguenza, per i nuovi fascisti non ci può essere avanzamento del sapere. L’illuminismo, l’eta’ della Ragione vengono visti come l’inizio della depravazione moderna.
C’è il culto per l’azione. Che oggi chiameremmo il mito del fare. L’azione è bella di per sé, e dunque deve essere attuata prima di e senza una qualunque riflessione. Pensare è una forma di evirazione. Spiega Eco che il sospetto verso il mondo intellettuale è sempre stato un sintomo di Ur-Fascismo. Gli intellettuali fascisti ufficiali erano principalmente impegnati nell’accusare la cultura moderna e l’intellighenzia liberale di aver abbandonato i valori tradizionali.
L’odio per la critica e la diversità. Nella cultura moderna, la comunità scientifica intende il disaccordo come strumento di avanzamento delle conoscenze. Per l’Ur-Fascismo, il disaccordo è tradimento. L’Ur-Fascismo cresce e cerca il consenso sfruttando ed esacerbando la naturale paura della differenza. Il primo appello di un movimento fascista o prematuramente fascista è contro gli intrusi. L’Ur-Fascismo è dunque razzista per definizione.
L’utilizzo della frustrazione individuale e sociale. Una delle caratteristiche tipiche dei fascismi storicità, spiega Eco, è stato l’appello alle classi medie frustrate, a disagio per qualche crisi economica o umiliazione politica, spaventate dalla pressione dei gruppi sociali subalterni. Nel nostro tempo, diceva Eco nel 1995, in cui i vecchi “proletari” stanno diventando piccola borghesia, il fascismo troverà in questa nuova maggioranza il suo uditorio.
Il nazionalismo come privilegio e i complotti internazionali. A coloro che sono privi di una qualunque identità sociale, l’Ur-Fascismo dice che il loro unico privilegio è il più comune di tutti, quello di essere nati nello stesso Paese. gli unici che possono fornire una identità alla nazione sono i nemici. Così, alla radice della psicologia Ur-Fascista vi è l’ossessione del complotto, possibilmente internazionale. I seguaci debbono sentirsi assediati. Il modo più facile per far emergere un complotto è quello di fare appello alla xenofobia.
La lotta ai deboli. Ogni cittadino appartiene al popolo migliore del mondo, i membri del partito sono i cittadini migliori, ogni cittadino può (o dovrebbe) diventare un membro del partito. Ma non possono esserci patrizi senza plebei. Il leader, che sa bene come il suo potere non sia stato ottenuto per delega, ma conquistato con la forza, sa anche che la sua forza si basa sulla debolezza delle masse, così deboli da aver bisogno e da meritare un “dominatore”.
Il populismo. Per l’Ur-Fascismo gli individui in quanto individui non hanno diritti, e il “popolo” è concepito come una qualità, un’entità monolitica che esprime la “volontà comune”. Dal momento che nessuna quantità di esseri umani può possedere una volontà comune, il leader pretende di essere il loro interprete.
Ognuno tragga le sue conclusioni.

Buon venerdì.

La Bestia di Salvini

Che sia stato lui o che sia merito del suo social manager Luca Morisi poco importa: il ministro dell’inferno Matteo Salvini ci ha messo poco a capire che la democrazia italiana si basa sulla popolarità come unico metro di giudizio e ha messo in campo tutte le armi che servono per raggiungerla il prima possibile.

Il meccanismo a ben vedere non è nemmeno così complesso: si sale alla ribalta nazionale con qualche filotto di sparate che ti rendano riconoscibile (non dimentichiamolo, Salvini divenne famoso a livello nazionale per avere proposto da consigliere comunale a Milano di istituire delle carrozze della metropolitana riservate agli extracomunitari, fu quello il momento in cui l’Italia scoprì Salvini), si sgomita nel proprio partito invocando il cambiamento (o la rottamazione, eh sì), si individua un nemico facile facile da offrire in pasto alla propria comunità per potersi cementare (prima erano i terroni, oggi sono gli extracomunitari, domani sarà l’Europa ma il giochetto è sempre lo stesso), si dipinge la propria crescita elettorale come inarrestabile e tendente alla maggioranza assoluta (anche questa l’avete già sentita, lo so, lo so), si detta l’agenda dei media trovando almeno una provocazione al giorno, si racconta di avere tutti i poteri forti contro risultando un salvatore e infine ci si preoccupa di governare la percezione fingendo di governare il Paese.

Dalla sua Salvini ha una caratteristica in più: ha capito che i social, usati con furbizia, diventano notizia, ancora di più in un Paese in cui i giornali troppo spesso si limitano a essere il megafono di tutto ciò che si è già letto in rete nel giorno prima.

Sulla gestione dei social ha raccontato benissimo la strategia salviniana Alessandro Orlowski, uno dei più influenti hacker italiani che da anni studia campagne virali in rete: «La Lega ha lavorato molto bene – dice in una sua intervista a Rolling stone – durante l’ultima campagna elettorale. Ha creato un sistema che controlla le reti social di Salvini e analizza quali sono i post e i tweet che ottengono i migliori risultati, e che tipo di persone hanno interagito. In questo modo possono modificare la loro strategia attraverso la propaganda. Un esempio: pubblicano un post su Facebook in cui si parla di immigrazione, e il maggior numero di commenti è “i migranti ci tolgono il lavoro”? Il successivo post rafforzerà questa paura. I dirigenti leghisti hanno chiamato questo software La Bestia».

In realtà non c’è nessuna comunicazione: si tratta di cogliere i sentimenti degli elettori (più facilmente i più feroci, i peggiori e meno controllabili) e solleticarli allo sfinimento per spremere voti. Niente di nuovo, verrebbe da dire, se non fosse che ciò che prima era affidato al fiuto dei consulenti oggi può essere perfettamente quantificato da una serie di algoritmi. Così oggi Salvini può prevedere esattamente quale sarà la reazione alla sua prossima dichiarazione semplicemente perché se l’è fatta scrivere direttamente dai suoi seguaci. Se un giorno si spanderà un’incontrollabile paura per i ragni probabilmente vedremo il ministro dell’Interno impugnare una scopa di saggina per spiaccicarne qualcuno sul muro.

Ma c’è un aspetto che forse sfugge: governare sulla popolarità significa avere fondamenta cedevolissime pronte a sbriciolarsi alla prossima percezione più potente o alla prima paura ritenuta vicina al potente di turno. È successo così con Berlusconi prima e con Renzi poi: basta raccontarli vicini (che sia vero o no poco importa) ai prossimi presunti invasori per spostarli dal cassetto degli eroi a quello dei servi.

La picchiata solitamente è veloce e inarrestabile.

L’editoriale di Giulio Cavalli è tratto da Left in edicola dal 14 settembre 2018


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