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I cani da guardia del neoliberismo

Sul tavolo del ministro del lavoro Di Maio ci sono dossier che parlano di 144 aziende in crisi, a rischio chiusura. Davanti ai nostri occhi si para il dramma dei lavoratori dell’Ilva, specchio della storia e della attuale situazione italiana.

I dati Istat, riportati dal giornale della confindustria, Il Sole 24 Ore dicono che «gli occupati sono diminuiti dello 0,1% (-28mila unità) rispetto a giugno, mese in cui si era già registrato un calo di 41mila unità». Precisando, come se fosse una rassicurazione, «che il calo riguarda solamente le donne e si concentra tra le persone di 15-49 anni». In flessione i dipendenti con contratto stabile (-44mila), mentre crescono lavoratori a termine e indipendenti (entrambi +8 mila). Aumentano al contempo gli inattivi (+89mila in un mese).

Qui ci fermiamo con le cifre che fotografano il drammatico status quo, a cui dedica un puntuale e analitico approfondimento Checchino Antonini in un articolo su questo numero di Left in cui anticipa alcuni contenuti della nota di aggiornamento del Def, il Documento di economia e finanza, che il governo giallonero deve completare entro il 27 settembre. Ma non c’è solo questo. Nei prossimi mesi ciò che ci aspetta è una manovra lacrime e sangue, stridente rispetto alle tante promesse fatte fin qui dall’esecutivo: dal reddito di cittadinanza all’abolizione della riforma Fornero sulle pensioni.

Nei fatti, da marzo a oggi, abbiamo visto le urgenze del Paese – disoccupazione, emigrazione degli italiani, povertà crescente ecc.- essere lasciate al palo, senza alcuna risposta mentre il governo a trazione leghista si accaniva contro l’emergenza immigrati (che non c’è), fino a prendersela con i 177 profughi a bordo della Diciotti (che oltretutto batte bandiera italiana), violando i principi della Costituzione e la Convenzione di Ginevra.

Fino a prendersela, come ha fatto il ministro Salvini pochi giorni fa con chi non ha un tetto. Lo ha fatto con una circolare ai prefetti che annuncia la stretta sulle occupazioni, al grido «la proprietà privata è sacra». La vita umana non conta niente?

Il presidente della Repubblica ancora tace. L’Italia intanto precipita, nel silenzio totale, mentre l’opposizione non sa o non vuole reagire. Anche la piccola crescita che sembrerebbe riguardare i Paesi europei non lambisce l’Italia: l’unico Paese del G7 che nel secondo trimestre dell’anno ha registrato un rallentamento della crescita (fonte Ocse). Ma nessuno si interroga seriamente sul perché. O almeno non si interrogano i partiti di governo, fautori di un neoliberismo di marca leghista e grillina interclassista, demagogico, che fa credere ai più poveri, ai disoccupati che aspirano a un reddito di cittadinanza, di avere gli stessi interessi degli imprenditori della Padania, per i quali il governo è pronto a varare la flat tax che mette tutti sullo stesso piano iniquamente. Non si interroga seriamente nemmeno il Pd che del neo liberismo ha fatto una religione tradendo le speranze e le aspirazioni di quella che un tempo era la sua ampia base. Il neoliberismo che predica l’austerity e il neoliberismo xenofobo e nazionalista si tendono la mano.

Per questo non ci pare utile tentare di resuscitare quel Pd che è nato su una aperta negazione dell’antifascismo, partito in caduta libera a cui Renzi ha inferto il colpo finale. Accanirsi in quella impresa significa negare la possibilità di far nascere una sinistra dalle lotte di donne e uomini dell’antifascismo, una sinistra senza dogmi, progressista, per la quale parole come libertà e uguaglianza hanno un senso pieno e profondo. In questo numero di Left abbiamo provato a tracciare una panoramica dei problemi più urgenti: disoccupazione, precarizzazione, caporalato.

Siamo tornati a raccontare la realtà italiana nella sua dimensione più dolorosa, realtà che tutti conosciamo ma che proviamo a leggere più in profondità. Rifiutando il mantra di chi ci dice che questa realtà ingiusta sia immodificabile. Pensando che una nuova sinistra sia ancora possibile, uscendo da vecchi schemi, guardando all’identità umana più profonda che ci parla di valori umani universali, a prescindere dal colore degli occhi e della pelle. Marx necessario ma non sufficiente. Di questo torneremo a parlare anche l’8 settembre a Firenze.

Risuonano le parole dell’ex presidente uruguaiano Pepe Mujica. «Noi pensavamo di cambiare il mondo cambiando solo il sistema di produzione. Ma poi abbiamo capito che se non cambi la testa e la cultura, il sistema non cambia».

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 7 settembre 2018


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Ilva, storia di un tradimento a 5Stelle

LUIGI DI MAIO, M5S CON IL CASCHETTO DELL'ILVA

Mirko Maiorino è un operaio dell’Ilva. Sono anni che lotta insieme al comitato spontaneo Cittadini e lavoratori liberi e pensanti. Vive al quartiere Tamburi, quello più vicino all’Ilva di Taranto. Qualche giorno fa ha ricevuto la telefonata di un amico in lacrime. «Ho bisogno di una mano – gli dice -. A mio figlio è stato diagnosticato un tumore al cervello. Bisogna andare a Firenze, ma non ho i soldi per andare». Il piccolo non ha nemmeno un anno. «Capisci cosa vuol dire vivere qui? Capisci perché quando in tv sentiamo numeri su lavoro e acciaio, qui a Taranto ci sentiamo offesi?».

Parla digrignando i denti, Mirko. Per la rabbia e la delusione a causa delle ennesime promesse andate in fumo. «Chiuderemo l’Ilva e bonificheremo», aveva promesso Luigi Di Maio. Ancora più espliciti erano stati gli allora candidati pentastellati: «La posizione del M5s su Ilva è chiara – dicevano a febbraio in un comunicato -: la riconversione economica passa ovviamente dalla chiusura delle fonti inquinanti, senza le quali le bonifiche sarebbero inutili. La linea del movimento per il futuro dell’Ilva di Taranto prevede una riconversione economica dell’area. La chiusura delle fonti inquinanti è la logica conseguenza». Stop. Non si menzionavano altre eventualità. Non c’era margine per strade diverse. Non si parlava di «delitto perfetto», come ha detto invece il ministro Di Maio per giustificare il passaggio della fabbrica ad Arcelor Mittal.

Eppure il M5s a Taranto ha avuto un plebiscito alle elezioni politiche del 4 marzo, raccogliendo oltre il 47% dei voti. Basta questo per capire che, anche se alla fine il governo dovesse strappare condizioni favorevoli, non saranno mai sufficienti per un popolo intero che si è sentito per l’ennesima volta preso in giro. Il ragionamento di Mirko è eloquente: «Se Di Maio dovesse ottenere 500 posti di lavoro in più da Mittal, per 56 milioni di italiani sarà una grandissima vittoria del movimento. Per 200mila italiani, i tarantini, sarà l’ennesima sconfitta. Avremo barattato la salute di centinaia di bambini per 500 posti di lavoro». E se ci fossero migliori…

Il reportage di Carmine Gazzanni prosegue su Left in edicola dal 7 settembre 2018


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Quei giochi di guerra in Centrafrica tra Russia, Cina e Francia (con Trump alla finestra)

La Repubblica Centrafricana è ufficialmente, con la pubblicazione delle ultime graduatorie dell’Onu degli indici di sviluppo, il Paese più povero del mondo. Ed è un Paese cronicamente in guerra, guerra tribale che diventa guerra di religione, che ha reso praticamente impossibile garantire la sicurezza di chi ci vive. Uno scontro di civiltà che vede coinvolti, a fianco delle fazioni in campo, potenze mondiali come Francia – il Paese è tradizionalmente parte dell’Africa centrale francese -, Russia, Cina.

Perché, somma contraddizione, la Rep. Centrafricana – come del resto molte altre nazioni del Contintente e di quello che ancora si può definire Terzo mondo – è poverissima sì, ma ricca di risorse. Nella Repubblica Centrafricana si trova, sia pure su scala minore, tutto quello che si trova nel vicino Congo, la cui storia di conflitti è molto più nota, ma che del resto, quanto ad indici di sviluppo socio-economico, non se l’è mai passata un granché meglio: uranio, petrolio, oro, diamanti e quasi tutti i metalli pregiati, coltan.

Quanto detto sin qui, unito alle fosche brume dei mattini equatoriali, basterebbe per dire che la definizione di porto delle nebbie può attagliarsi a pennello alla Repubblica Centrafricana. Bene, in questo scenario da porto delle nebbie si è recentemente consumata la tragedia dei tre giornalisti russi Orkhan Dzhemal, Alexander Rastorguyev e Kirill Radchenko, uccisi nella notte tra il 30 e il 31 luglio da un commando di uomini armati, a 23 Km da Sibut, un centro che si trova circa 200 km a nord est della capitale Bangui, sulla strada per Bambari, altri 100 km circa di distanza, e per alcuni centri minerari controllati dalla milizia musulmana di opposizione Séléka.

I tre lavoravano ad un documentario per conto dell’Investigation Management Centre (Icm), un centro di documentazione per il giornalismo d’inchiesta legato all’opposizione interna al presidente russo Putin, presieduto da Andrey Koniachin e finanziato da Michail Khodorkovsky, il più famoso dei dissidenti russi. Si sa che stavano indagando su un presunto legame tra le recenti concessioni minerarie alla Russia e la presenza sul territorio del gruppo Wagner, un’armata di mercenari venuta agli onori della ribalta per il suo ruolo in discussi episodi nelle guerre nel Donbass e, soprattutto, in Siria. Secondo Khodorkovsky inoltre, i tre avrebbero dovuto incontrare, il 2 o il 3 Agosto, un rappresentante della MINUSCA, la missione dei caschi blu dell’Onu per la stabilizzazione del Centrafrica.

Le autorità locali indagano per rapina, i tre giornalisti sarebbero stati fermati ad un posto di blocco da una decina di uomini armati col turbante, che parlavano arabo- che l’autista locale dei tre non comprendeva, mentre Dzhemal e Rastorguyev sì-, avrebbero fatto resistenza ad un tentativo di rapina e sarebbero stati uccisi.

Ma Dzhemal e Rastorguyev erano veterani di teatri di guerra come l’Afghanistan e l’Iraq, Dzhemal era celebre in patria per il reportage sulla guerra in Georgia del 2008, era stato ferito in Libia, dove aveva rischiato di perdere una gamba, e persino sequestrato in Somalia. Insomma, come hanno prontamente rilevato i colleghi, mai e poi mai avrebbero rischiato la vita per resistere ad un tentativo di rapina. Come ha fatto notare Tatiana Denisova, esperta di Africa tropicale per l’Accademia delle Scienze di Mosca, le milizie locali hanno tutto l’interesse a sequestrare gli occidentali a scopo di riscatto, non certo a massacrare la gallina dalle uova d’oro per relativamente pochi spiccioli.

Da più parti inoltre, si mette in dubbio la credibilità dell’autista, che sarebbe stranamente stato lasciato vivo dal commando. Konyachin ha dichiarato di non capire perché i tre avessero deviato di una ventina di chilometri verso nord, dalla strada che collega Sibut a Bambari. A questo proposito, mentre tutti si sono concentrati sulla possibilità che i tre avessero scoperto qualcosa di compromettente sulla gestione dei centri minerari da parte di miliziani della Wagner, Novaya Gazeta, il giornale russo di opposizione per cui lavorava Ana Politkovskaya, la giornalista esperta di Cecenia uccisa nel 2006, ha scritto che forse i giornalisti avevano deviato verso Nord per seguire le carovane del traffico di migranti centrafricani, che sarebbero gestite anche dalla Wagner, e attraverso le quali la milizia organizzerebbe un traffico di foreign fighters reclutati in loco. Ipotesi.

Sull’inaffidabilità dell’autista è intervenuto lo stesso Khodorkovsky, che ha amaramente ammesso come il fatto sia sintomatico della cattiva organizzazione della trasferta, e delle misure di sicurezza che avrebbero dovuto tutelare i tre giornalisti. Khodorkovsky ha detto questo anche dopo aver constatato che le conversazioni sui cellulari dei tre erano in possesso di un canale televisivo di proprietà di Yevgeny Prigozhin, uno degli oligarchi russi più potenti oggi, e da tempo sospettato di essere il principale finanziatore, nonché l’uomo che controlla in realtà il gruppo Wagner. Khodorkovsky ha annunciato che smetterà di finanziare l’Icm, che sta già finanziando un nuovo team investigativo che si occupi di fare luce sul caso, e che si sente, come finanziatore del progetto, responsabile verso le famiglie dei tre, che si preoccuperà di sostenere. Da italiani, verrebbe da dire, un comportamento ben diverso da quello tenuto dall’Università di Cambridge nei confronti del povero Giulio Regeni.

Questa la scena del crimine che si è consumato nel porto delle nebbie centrafricano. Nel quale c’è perennemente la guerra tra poveri, sponsorizzata dai ricchi, in cui sembra ora essersi inserita un’armata di mercenari che fa il bello e il cattivo tempo. Diamo qualche dettaglio in più sul contesto in generale.

La guerra innanzitutto. Il territorio della Repubblica Centrafricana è diviso, a grandi linee, tra i popoli del nord, detti Peule, sudanesi, presenti a macchia d’olio tra i paesi del Sahara centro meridionale e convertiti all’Islam, e i popoli del sud, animisti evangelizzati dalla penetrazione cristiana, durante la fase coloniale. Tra i due gruppi esistono rivalità e conflittualità storiche, che con la sovrapposizione del Cristianesimo e dell’Islam sono fatalmente diventate scontro di civiltà e guerra di religione. Il gruppo dirigente al potere appartiene tradizionalmente ai cristiani, e tale è il presidente attuale Faustin Archange

Touadéra, come pure i suoi predecessori Catherine Samba Panza e Francois Bozizé. Nel 2012-2013 c’era stato un colpo di stato, con cui Michel Djotodia, un politico centrafricano di formazione non a caso russa, alla testa dei ribelli Peule Seleka, aveva spodestato Bozizé. Poi la situazione è rimasta instabile, la parte cristiana, appoggiata dalla Francia e dall’Onu, ha riconquistato almeno il controllo della capitale- fino ad un certo punto, Bangui è spesso percorsa da violenti disordini – con la presidenza della Samba Panza, nel 2014, ma il Paese è rimasto sostanzialmente fuori controllo, in preda ad una moltitudine di gruppi armati e tribali.

Si è detto e scritto in passato che il colpo di stato Seleka fosse orchestrato dal Sudan, per interessi cinesi. I cinesi erano presenti in Repubblica Centrafricana dal 2007, quando una loro azienda cominciò a trivellare una concessione petrolifera. Il progetto si è interrotto nel 2017, nonostante la Cina abbia condonato miliardi di debiti alla Repubblica Centrafricana, e abbia anche avviato programmi di scambio per formare la classe dirigente del martoriato Paese. La Cina però non è mai riuscita ad ottenere qualcosa che invece la Russia ha ottenuto dall’Onu, all’inizio di quest’anno: la possibilità di “aggirare” l’embargo sulla vendita di armi al Paese africano. All’inizio del 2018, infatti, la Russia è stata autorizzata dall’Onu a fornire armi leggere, 5 addestratori militari e 170 formatori civili per le forze di sicurezza. A fine maggio c’è stato un incontro a S.Pietroburgo tra Putin e Touadéra. Più o meno in quei giorni il sito Africa Intelligence ha scritto che la miniera d’oro di Ndassim, che si trova nei pressi di Bambari, meta dei tre giornalisti uccisi, è stata data in concessione alla Lobaye Invest e alla Sewa Security Service di Yevgeny Prigozhin. Di nuovo lui. Attualmente la miniera è controllata da Seleka, che riesce a ricavarne, con metodi estremamente artigianali, non più di 350.000 dollari al mese.

Secondo un altro giornale, The Insider, un Cessna 182, noleggiato proprio dalla Lobaye Invest, è stato visto ripetutamente volare e atterrare, con a bordo sempre “formatori civili per forze di sicurezza”, in località minerarie del paese, come Alindao, Birao, Borar, Bria e Cabo. C’è chi insinua che anche all’Onu devono aver cominciato a fischiare le orecchie a qualcuno, quando si è cominciato a capire chiaramente l’interesse minerario di Mosca dietro la fornitura di armi, e che i 170 formatori civili potevano essere in realtà uomini della Wagner. Così la Russia sarebbe riuscita in un’impresa che non è riuscita alla Cina: ma la Russia, ricordiamolo, in questa fase appoggia quello che, secondo l’Onu, è il legittimo governo centrafricano, lo stesso che la Francia ha sempre appoggiato.

A ottobre e novembre 2017 ci sono stati due incontri politici importanti: il primo a Sochi, tra il ministro degli Esteri russo Lavrov e Touadéra, il secondo tra il ministro della Difesa russo Sergej Shoigu e il presidente sudanese Omar al Bashir. In entrambi gli incontri si sarebbe parlato di forniture e assistenza militare in cambio di concessioni minerarie. Nel primo incontro sarebbero state decise le concessioni alla Lobaye e alla Sewa di Prigozhin, nel secondo sarebbe stato concesso alla M Invest dello stesso lo sfruttamento di miniere d’oro in Sudan, anche qui in cambio di competenze militari, per l’addestramento delle divisioni che si muovono proprio lungo il confine con la Repubblica Centrafricana. Shoigu avrebbe ottenuto in cambio da al Bashir la concessione di una base militare sul Mar Rosso, posizione strategica indubbiamente notevole, che dovrebbe difendere il Sudan da eventuali attacchi Usa.

In effetti in questi incontri si è parlato anche di installazioni militari, di forniture di macchine agricole e, per quanto riguarda il Centrafrica, anche di legname pregiato.

Mosca gioca su due tavoli, ma questo, in simili faccende, non deve sorprendere, quando si tratta di finanziare guerre civili per il controllo di risorse è sempre prudente, se si può, che una mano non sappia cosa fa l’altra. Il tutto inoltre, non è in contraddizione con quanto Putin ha sempre detto riguardo alle forniture militari di Mosca: si riforniscono in maniera equilibrata tutte le parti in causa, in modo da facilitare il raggiungimento di una posizione di stallo, che porti ad un compromesso.

D’altronde gli Stati Uniti di Trump, noto estimatore di Putin, hanno recentemente sdoganato il Sudan di al Bashir, togliendolo dalla lista degli Stati canaglia. Per dire che forse si sta determinando un equilibrio di cose che va bene a molti, se non a tutti.

Mosca poi, e la Cina con lei, sembrano aver rispolverato la strategia della guerra fredda, quando si parla di formare le classi dirigenti dei paesi amici. In Repubblica Centrafricana i cinesi, osteggiati dall’Onu e dalla Francia, sembrano aver fallito nell’intento, laddove sembrano ora poter riuscire i russi. Secondo il giornale Kommersant – citato da Micol Flamini del Foglio -, Prigozhin, che si occupa praticamente di tutto, avrebbe addirittura in mente di selezionare politologi africani, mandarli a studiare a Mosca, e farli rientrare in patria prima delle elezioni. Prigozhin, evidentemente, non è solo avido di ricchezze o potere, ma ha anche una fine e lucidissima mente politica. Vale la pena ricordare che è il primo dei tredici cittadini russi sotto inchiesta per il Russiagate. A lui fanno capo l’Internet Research Agency e la factory troll – così si chiamano le basi di falsi account internet che manipolano la pubblica opinione sul web – accusata di aver influenzato le ultime presidenziali americane.

Maria Zakharova, portavoce di Lavrov, ha dichiarato, a margine della vicenda dei tre giornalisti uccisi, che gli interessi russi e la presenza di istruttori militari nella regione non erano certo un segreto. Forse però, il fatto che tali istruttori siano arrivati con la copertura di un’autorizzazione dell’Onu, che ci sia un legame tra la loro presenza e lo sfruttamento di concessioni minerarie, e che facciano parte di una milizia privata controllata da un oligarca, può essere un fatto alquanto imbarazzante per tutti, Onu e Russia insieme.

Per dovere di cronaca, in questo porto delle nebbie e terra di nessuno che è la Repubblica Centrafricana, il primo maggio 2018 c’è stato un gravissimo attentato in una chiesa cattolica di Bangui, dove sono stati usati lanciagranate contro la folla riunita. Ci sono stati 30 morti e più di 100 feriti. Gli autori dell’attentato sarebbero miliziani islamici di un quartiere della capitale, il cosiddetto PK5, che il governo non controlla. «C’è una manipolazione in corso? Un’agenda nascosta? Il tentativo di far mettere il Paese sotto protettorato?» si è chiesto il cardinale Dieudonné Nzapalainga, arcivescovo di Bangui. Le risposte probabilmente sono scritte nelle foschie dei mattini equatoriali.

L’articolo prosegue nella Seconda e nella Terza parte

Salvini voleva scatenare la tempesta perfetta. Ma ha perso

Salvini ha perso. Bisogna dirlo con chiarezza, anche se la percezione popolare in queste ore sembra un’altra. Aveva promesso che l’Italia non avrebbe fatto sbarcare i 177 della Diciotti, aveva annunciato il rimpatrio immediato in Libia, aveva dichiarato guerra alle più alte cariche dello Stato, sbeffeggiando Fico e preavvisando Mattarella. Tutte chiacchiere e distintivo. Oggi si trova con una indagine a carico molto pesante e con il rilascio degli ostaggi, sequestrati con grande sconcerto dell’opinione pubblica internazionale per una settimana a Catania. I migranti li ha presi in consegna la Cei, ma saranno collocati sul suolo italiano, saranno curati da medici italiani, dormiranno, mangeranno, pregheranno nelle città italiane. Eppure grida vittoria, apre lo scontro forse definitivo con l’Europa, sfida la magistratura, ospita nella prefettura di Milano l’autocrate ungherese Orban. Non c’è dubbio che l’attuale ministro degli Interni sia un abile giocatore di poker, che con appena una coppia di assi tra le mani è abituato ad alzare sempre la posta per nascondere il bluff. Salvini sapeva che dalla nave Diciotti sarebbero dovuti scendere, anche perché la Guardia Costiera non poteva essere trattata, oltre un certo limite temporale, alla stregua di una qualsiasi “terribile” Ong. Persino la polemica preventiva con la Francia e la Germania si è rivelata subito prevedibile e scontata perché già ampiamente consumata negli ultimi due mesi con risultati abbastanza deludenti, compresa la capitolazione sul trattato di Dublino del premier Conte, l’avvocato del popolo di cui il popolo non ha ancora trovato le tracce. Insomma, Salvini aveva studiato tutte le mosse per scatenare la tempesta perfetta. Far girare a mille la macchina di propaganda, pur sapendo che la soluzione alla fine si sarebbe trovata in Italia. Ha tirato al massimo il rapporto con i Cinque Stelle, pesando la lealtà di Di Maio – in evidente debito di ossigeno – e facendo finalmente uscire allo scoperto il dissenso all’interno dell’azionista di maggioranza parlamentare dell’esecutivo. Da oggi il rapporto tra Lega e grillini sembra completamente riequilibrato a favore dei primi, come se le elezioni non ci fossero state. Non si è mai visto che il secondo partito della coalizione che governa il Paese abbia un tale potere di interdizione e di ricatto, dettando tempi e modi dell’agenda parlamentare. Questo sarà ancora più evidente quando a settembre – prima della legge di stabilità – arriveranno due mine sul cammino della maggioranza e che avranno entrambi il timbro del Carroccio nazionale. La richiesta al Senato di autorizzazione a procedere per Salvini dopo l’apertura dell’indagine per sequestro di persona, arresto illegale e abuso di ufficio e il decreto sicurezza, più volte annunciato, ma i cui contorni sono ancora nebulosi. L’inquilino del Viminale sembra non volere alcuno scudo anche per alzare la temperatura nei confronti del potere giudiziario, spettacolarizzando un duello annunciato dopo la sentenza sui 49 milioni di euro scomparsi del finanziamento pubblico. Sarà comunque difficile per i grillini affrontare una sfida all’ok corral con la procura di Agrigento con la destra che andrà sicuramente in soccorso. D’altra parte Meloni e Berlusconi non aspettano altro per rientrare in partita. Lo stesso accadrà sul decreto sicurezza, dove ai grillini verrà riconosciuta una sovranità limitata su norme che riducono il diritto di asilo, allargano a dismisura i centri di detenzione negli spazi e nei tempi, cancellano qualsiasi traccia di politica di accoglienza e integrazione, riducono il peso degli Sprar, trasformano le politiche migratorie in una questione di mero ordine pubblico inaugurando vere e proprie ronde di Stato. Cosa che non è accaduta per il decreto dignità dove invece la Lega ha inciso tantissimo nell’attutire le norme sul precariato e nella reintroduzione dei voucher. Anche lì la destra proverà a giocare una partita, mandando ulteriormente in difficoltà il blocco dei Cinque Stelle, provando a scatenare il dissenso interno guidato dal presidente Fico. Sarà davvero dunque un autunno caldissimo, ma non avrà il timbro dello “statista” di Pomigliano d’Arco. Infine, c’è la dimensione delle alleanze internazionali, dove Salvini sta giocando la partita più importante in termini strategici. La strada è abbastanza chiara: se Putin e Trump definiscono l’Ue come il nemico numero uno, lui prova ad applicare quella linea chiamando a raccolta tutte le forze, a partire dai Paesi aderenti al patto di Visegrad, interessate a far saltare il banco. Anche qui i grillini entrano in crisi: non hanno una dimensione europea di appartenenza (non possono andare con i liberali di Macron, con i socialisti, verdi e sinistra radicale meno che mai, i popolari sono nei fatti la Merkel e l’Ukip non sarà più presente in Parlamento dopo la Brexit ), nel rapporto preferenziale con Orban e Le Pen stanno stretti e la minaccia di ritirare il contributo italiano al bilancio Ue rientrerà nel novero delle sparate estive della politica politicante italiana. Finiranno inevitabilmente sotto pressione: si erano presentati alle cancellerie europee come i garanti di Salvini, quelli che ne avrebbero moderato le spinte eversive. Invece oggi si trovano costretti a inseguirlo, rischiando di perdere quote ingenti di elettorato affascinate dal vitalismo antiestablishment del leader leghista così lontano dalle grisaglie ministeriali e le mediazioni parlamentari. Il disegno è abbastanza chiaro: mentre Di Maio ha solo un Piano A – far durare questo governo -, Salvini ha moltissimi margini di manovra, su più tavoli e con alleanze variabili. Eppure, nonostante questa forza oggettiva, ha perso la mano sulla Diciotti. Gioca a fare il martire, aumenta il potere di ricatto, ironizza sui social media chiamando a raccolta i fan, eppure non l’ha spuntata. Perché? Ci sono tre cose che Salvini non potrà mai avere e che sono quelle che oggi garantiscono al nostro Paese ancora un equilibrio istituzionale e politico, per quanto fragilissimo. Innanzitutto, la nostra democrazia resta ancorata a una cultura costituzionale dei contrappesi. Un ministro non è legibus solutus, non può fare tutto quello che vuole. La magistratura è autonoma e indipendente, il potere legislativo delle camere può limitare l’invadenza del potere esecutivo, il presidente della Repubblica non sarà mai un passacarte. In secondo luogo, la presenza di un radicamento del cattolicesimo sociale diffuso pesa ancora: mi ha colpito la presenza di tanti giovani scout al presidio di sabato scorso al porto di Catania a poche ore dallo sbarco. Persino i vescovi siciliani hanno minacciato iniziative clamorose come lo sciopero della fame per sbloccare l’impasse. Immaginare che la disumanità esibita come cifra politica non mobiliti questo pezzo di società è una dimostrazione di dilettantismo e di scarsa conoscenza delle nostre radici. Infine, un senso comune che non ama le esagerazioni spinte oltre un certo limite. Nella storia italiana ci sono stati passaggi drammatici che hanno unito tragedia e farsa, autoritarismo e teatro, carisma e comicità. Non è mai andata a finire bene. Salvini può mettere sotto stress il popolo italiano quanto vuole, ma a un certo punto il principio di realtà sulle favole populiste prenderà il sopravvento. E la ricerca del nemico permanente si scontrerà con una condotta cialtrona che ha già mandato in soffitta promesse mirabolanti. Se annunci urbi et orbi che abolisci la Fornero nel primo Consiglio dei Ministri e poi non lo fai nemmeno al decimo, qualcuno in tempi brevi verrà a ricordartelo. Per questo Salvini ha perso oggi e può perdere domani. Perché lo scarto tra gli annunci e i fatti concreti comincia ad essere già troppo ampio dopo due mesi di governo. Il punto è quando. Oggi ci appare inevitabile prediligere la fase della resistenza a quella del progetto. Ma questa gerarchia appartiene più alla sfera dei sentimenti che a quella della politica. Perché i bluff possono persino durare anni se non si costruisce rapidamente un’alternativa. La democrazia italiana ha retto questo turning point della Diciotti perché i tentativi di smontarne le fondamenta, anche per vie referendarie, non sono passati. Tuttavia, non basta. Perché il nucleo di verità presente anche nel messaggio dei populisti si è radicato nella testa delle persone e va guardato con attenzione, senza snobismi e semplificazioni. La crisi dell’europeismo democratico non scende dal cielo per colpa della destra. Diventa maggioranza nella parte più debole della società perché il lavoro in questi anni ha contato troppo poco e perché lo Stato sociale si è ritirato. Ed è accaduto anche sotto governi di ispirazione progressista. Le prossime settimane moltiplicheranno le occasioni di dibattito a sinistra (feste, kermesse, assemblee, costituenti, congressi) ed è un bene. Andranno sciolte finalmente alcune questioni senza tabù e pregiudizi: ricostruzione dello Stato, protezione del lavoro, investimenti pubblici. Una piattaforma di politica economica, non un elenco della spesa. Se questa alternativa decide di presentarsi invece come una sterile rivendicazione del recente passato non si va lontano. Si va solo a sbattere.

Agus Morales: «Quante frontiere per chi non trova rifugio»

Barcelona 14 06-2017 -Entrevista con Agus Morales autor del libro No somos refugiados Foto Carlos Montanes

Se avete soltanto intenzione di informarvi, non comprate questo libro. Perché Non siamo rifugiati. Viaggio in un mondo di esodi, di Agus Morales (Einaudi, traduz. di Sara Cavarero), con le foto di Anna Surinyach e da una prefazione di Martín Caparrós, è un libro per capire, per guardare dentro. Leggetelo subito se invece avete inseguito i temi cari ad Alessandro Leogrande e i suoi modi profondi, il suo non svicolare mai dall’analisi, dall’andare a cercare sul campo la realtà. Sarà il miglior modo di riannodare il filo della sua voce. Osservo Agus Morales per giorni, in attesa del suo arrivo a Festivaletteratura, mentre a sua volta osserva le operazioni di salvataggio lungo la “vecchia nuova rotta” del Mediterraneo; ne scriverà su 5W, il progetto nato da un collettivo di «giornalisti ambulanti con voglia di pensare».

Iniziamo dal lessico, che è il fil rouge del suo libro. Il lessico geografico, che riguarda da vicino l’Italia, perché sta sulla “Frontiera Nord”, come lei la chiama. Ma soprattutto il lessico migratorio, perché definiamo profughi o rifugiati persone che non lo sono, o che non vorrebbero esserlo.
L’ultima crónica che ho scritto (la crónica non è semplice cronaca, e nemmeno reportage; narra il come, ricreando l’atmosfera in cui quel come si svolge, ndr) per Revista 5W, riguarda l’arrivo di persone via mare sulle coste spagnole. Quelle coste, in Spagna, vengono chiamate Frontiera Sud. Ho capovolto la definizione e ho titolato il pezzo “Frontiera Nord”, perché per chi arriva questa è la Frontiera Nord. Credo che cambiare prospettiva sia un esercizio sano. In quanto al lessico migratorio, non abbiamo un nome per definire uno dei grandi protagonisti di questo secolo: il cosiddetto – erroneamente – rifugiato.

O rifugiata, perché la metà di quelle persone sono donne. Volevo scrivere un libro sulle persone rifugiate, e mentre lo scrivevo mi sono reso conto che non lo erano. Innanzitutto perché non diamo loro rifugio, né asilo. In secondo luogo perché molte delle persone che scappano dalla violenza nemmeno escono dai confini del loro Paese, e quindi non possono essere considerate rifugiate. E, infine, perché loro stessi non si riconoscono in quell’etichetta. Non so se il nostro lessico ha bisogno di una revisione; di una riflessione critica senz’altro sì.

In Italia e in altre parti del resto d’Europa, un salvataggio non è più un atto umanitario ma un negoziato politico durante il quale la società si spacca.
Negli ultimi tre anni il numero di persone arrivate in Europa via mare è…

L’intervista di Monica R. Bedana ad Agus Morales prosegue su Left n. 35 in edicola dal 31 agosto


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Se vengono e se vanno, l’importante è tatuarli con lo sputo

Migrants waiting to be disembarked from the Italian Coast Guard ship "Diciotti" in the port of Catania, Italy, 25 August 2018. ANSA/ORIETTA SCARDINO

Questa mattina fate un esercizio di ecologia intellettuale, come l’innaffiare i fiori sul balcone o concedersi una meditazione prima di buttarsi nel traffico cittadino: se vi capita tra le mani un giornale o un sito o un tweet o un urlatore al bar o un livoroso cronico che ha come priorità quotidiana quella di strapparsi i capelli per qualche decina di migranti che sarebbero scappati secondo l’inquinamento morale e lessicale sappiate fin da subito che è un sabotatore morale a cui bisognerebbe dare il poco peso che merita, il poco peso che merita anche la notizia in sé che non è una notizia e non è nemmeno una novità se non fosse che hanno bisogno di parlarvi di questo perché non sanno che altro dire, come quelle stanche conversazioni che virano sul meteo.

Non temetelo, però, no. Spiegategli, con calma, che i migranti migrano, tutti in tutto il mondo, e pochissimi vogliono fermarsi in Italia, quasi nessuno. Ditegli, se riuscite a farvi ascoltare, che da anni ormai approdano in Italia per posizione geografica solo per transitare verso nord, dove molti hanno parenti e amici che normalmente lavorano e si sono integrati. Dovrebbe rilassarsi nel sapere che il flusso (che a molti interessa fingere di non vedere) spiega come dei 35 euro o del wi-fi o del cibo marcio dei nostri centri di accoglienza a questi interessino meno di un tweet di Salvini. I teorici dell’invasione ci rimarranno malissimo nello scoprire che la pacchia italiana non è considerato un approdo. No. E chissà come gli ribolle il sangue, ai teorici del niente, nel sapere che gli eritrei come quelli della Diciotti hanno diritto di ottenere asilo politico quasi in ogni Paese europeo e chiedetegli perché dovrebbero farlo qui, dove sono diventati carne da macello per il dibattito pubblico di qualche affamato feroce cialtrone.

Ditegli, mentre vi spiega che sono scappati, che si scappa da un posto in cui si è costretti a stare e invece questi, come tutte le persone del mondo, si spostano. Se vi parla della scabbia spiegategli che no, gli è andata male, ma quelli sono ancora in cura. E poi che volete che sia la scabbia per gente che ha visto la guerra, che ha dovuto sotterrare i propri figli frutti degli stupri. Ma secondo voi, davvero, possono avere paura di questo patetico baccano italiano?

Se vi dicono che sono scomparsi senza documenti rispondete con calma che la legge prevede di prendere le loro impronte digitali e inserirle nella banca dati Eurodac e che di sicuro il ministro addetto alla sicurezza nazionale avrà avuto la premura di farlo. Non ci crederà ma voi provateci. Se vi dice che muore di paura nel non sapere dove sia qualche decina di ragazzotti spiegategli la differenza tra i latitanti e coloro che potenzialmente potrebbero delinquere, ovvero tutti, italiani tedeschi bianchi o neri, o peggio ancora dei delinquenti che qui da noi diventano addirittura classe dirigente.

Se vi dice che è colpa della sinistra ditegli che governano gli altri. Se vi dice che questo dimostra che l’indagine contro Salvini è una burla spiegategli che è proprio il contrario: le persone sono libere di spostarsi, per quello il ministro dell’inferno è indagato. Se vi dicono che li rimanderanno in Italia perché gli altri li rispediranno indietro ricordategli delle 22 riunioni in Europa che servivano proprio per questo e a cui Salvini non ha mai partecipato, raccontategli del trattato di Dublino.

Se insiste, insistete. Se resiste, resistete. E poi parlate ad altro, dedicatevi ad altro, pretendete che ci si dedichi alle priorità urgenti davvero perché il nostro Paese si rialzi. Non cadete nella tentazione di introiettare le false paure degli altri, non desistete. E chiedetegli, prima di salutarlo, com’è questa storia che sia se vengono e sia se vanno ciò che conta, per questi, è sempre e solo sputargli addosso.

Buon giovedì.

Bruxelles sostiene la lotta dei centri antiviolenza e delle Case delle donne sotto attacco in Italia

Inascoltate in Italia, le donne delle Case delle donne e dei Centri antiviolenza di Roma, Pisa, Arezzo e Viareggio non si sono scoraggiate ma hanno guardato oltreconfine chiedendo aiuto al Parlamento europeo dove hanno trovato il pieno sostegno dell’europarlamentare Eleonora Forenza e di Malin Bjork, capogruppo del Gue/Ngl, che hanno portato il “caso Italia” in audizione plenaria della Commissione Femm (Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere) .


Una immagine dell’audizione alla Commissione Femm

«Ho portato argomentazioni convincenti in sede di segretariato della Commissione e della conferenza dei capigruppo, in particolare la denuncia dell’attacco in corso in questo momento in Italia ai luoghi di libertà delle donne» ha spiegato Forenza. Per la prima volta, nell’emiciclo delle audizioni del Parlamento europeo, è risuonata alta la denuncia delle donne italiane attraverso la voce di Francesca Koch, presidente della Casa internazionale delle donne di Roma, seduta a fianco della presidente della Commissione, Villja Blinkeviciute, di Simona Ammarata della Casa della donna Lucha y Siesta e di Daniela Volpe del Centro antiviolenza Donna L.I.S.A. Tre voci che hanno presentato le attività che i luoghi svolgono e denunciato l’attacco del Comune di Roma rispettivamente per la revoca della convenzione, la minaccia di sgombero e la minaccia di sfratto.

Un attacco, hanno spiegato, che coinvolge tante altre Case della donna e centri antiviolenza d’Italia dove le istituzioni locali vogliono «annullare l’autonomia politica delle donne e svuotare le pratiche di autodeterminazione e democrazia dal basso» nonostante che tutti i documenti e le Risoluzioni del Parlamento europeo insistano sull’importanza di propri luoghi per garantire empowerment e autonomia delle donne. «Molte amministrazioni – ha insistito Koch – stanno mettendo in atto politiche sessiste e reazionarie, si pensi ad esempio al caso di Pisa dove è stato nominato assessore alla Cultura Andrea Buscemi nonostante sia colpevole di stalking, una nomina indecente e oltraggiosa contro la quale le donne di Pisa e di tutta Italia si sono mobilitate». Alla denuncia, forte e appassionata, che è stata trasmessa in streaming e tradotta in tutte le 24 lingue ufficiali dell’Ue, è seguita una richiesta precisa al Parlamento europeo. Quella di sostenere le donne italiane nella loro lotta di resistenza per il riconoscimento politico dell’autodeterminazione e dell’autorevolezza dei luoghi che costruiscono relazioni di pace e combattono la violenza maschile sulle donne proprio secondo i principi statutari dell’Unione europea e della Convenzione di Istanbul ratificata dall’Italia. Perché #La Casa siamo tutte.

Un grande successo. La testimonianza delle donne italiane ha colpito le deputate presenti che si sono schierate al loro fianco confessando di essere all’oscuro dell’allarmante situazione italiana dove vengono violati i principi fondativi di quella Unione Europea di cui anche l’Italia è Stato membro. Concorde la presidente della Commissione che ha preso ufficialmente due impegni. Quello di sollevare la questione nel prossimo incontro dei capigruppo per valutare come proseguire nel sostegno alla lotta delle Case delle donne in Italia anche, eventualmente, attraverso una Risoluzione del Parlamento europeo e quello di portare la delegazione di eurodeputati che andrà a Roma in dicembre a visitare i tre centri presentati in audizione.

Intanto, Forenza si è fatta promotrice, a livello parlamentare, di una lettera ufficiale di supporto agli spazi di libertà delle donne che sarà inviata al presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ed alla sindaca di Roma, Virginia Raggi, per denunciare che l’attacco alle Case delle donne è un attacco agli stessi principi dell’Unione europea e per chiedere che «sia riconosciuto un valore sociale e politico all’esistenza di questi spazi» ed al ruolo che svolgono «nella prevenzione alla violenza di genere e nella garanzia dell’uguaglianza di genere, autodeterminazione delle donne e dialogo interculturale».

Sulla vicenda Buscemi vedi qui e qui

Io, Lise Meitner: fisica, ebrea e sfuggita ai lager nazisti

Chemist Lise Meitner with students (Sue Jones Swisher, Rosalie Hoyt and Danna Pearson McDonough) on the steps of the chemistry building at Bryn Mawr College. Courtesy of Bryn Mawr College. (April 1959)

È solo il 9 maggio 1938 che Lise Meitner si rende conto che, anche per lei, tutto è cambiato. Definitivamente. Meno di due mesi prima, il 12 marzo 1938, c’è stata l’Anschluss: la sua Austria è stata annessa da Adolf Hitler. E lei è diventata a tutti gli effetti cittadina tedesca. E, quindi, senza più diritti. Perché lei, anche se di religione cristiana protestante, è ebrea.
Lise è una signora di 60 anni che vive e lavora a Berlino. E da quando Marie Curie è morta, quattro anni prima, è la donna che meglio conosce, in tutto il mondo, la fisica nucleare. Sta appena approntando un esperimento decisivo per capire davvero cosa succede nel nucleo di uranio quando lo bombardi con neutroni lenti.
Ma la storia incombe e non c’è più tempo. I nazisti stanno diventando sempre più feroci ed è ora di lasciare la Germania. «Posso venire?», chiede al nipote Otto Frisch che lavora con il grande fisico e grande amico Niels Bohr a Copenaghen, in Danimarca. Ma certo che puoi, risponde il nipote. Ma, si sa, spesso gli scienziati vivono sulle nuvole. E quei tre non si sono accorti che i paesi liberi e democratici di tutto il mondo stanno elevando barriere insuperabili per gli ebrei che vogliono fuggire dalla Germania. Lise e il nipote camminano, appunto, sulle nuvole. Così lei, spensierata, l’indomani si reca all’ambasciata danese a Berlino e chiede, come ha sempre fatto, un visto per andare a Copenaghen.
Ci dispiace, le dicono, gelandola: il suo vecchio passaporto, quello austriaco, non è più valido. Ma io non ho un altro passaporto. Allora ci dispiace, lei non può ottenere il visto per la Danimarca.
Gelata, esce dall’ambasciata. Poi decide: chiedo un nuovo passaporto, tedesco. In fondo sono una scienziata e devo rispondere a numerosi inviti che mi vengono continuamente dall’estero. Si reca così nella sua città natale, Vienna, dove conosco quel tale funzionario … Niente da fare. Anche a Vienna una doccia gelata: occorre aspettare, vedere, verificare. Sai, tu sei ebrea di nascita e non puoi ottenere il passaporto. Però magari se le autorità, lì a Berlino.
Lise mette in campo tutte le sue conoscenze di grande e riconosciuta scienziata. Ma niente da fare: anche se arriva indirettamente a Wilhelm Frick, il ministro degli Interni del Reich, non ottiene risposta. Intanto i giorni passano. E lei e i suoi amici sono sempre più preoccupati. Presto sarà troppo tardi.
Magari sarà più facile uscire se dimostri di avere un lavoro in un paese straniero. Chiediamo a Bohr. Risposta: mi dispiace, cara Lise, ma la Danimarca non può offrirti nessuna posizione E senza un lavoro anche se esci dalla Germania sarai respinta alla frontiera. È quanto potrebbe accadere anche alla frontiera Svizzera. Troppo pericoloso. E con l’Olanda? I suoi colleghi olandesi interpellano le autorità. Ci dispiace, senza un posto di lavoro non accettiamo nessuno, neppure gli ebrei che hanno bisogno di lasciare la Germania. Alcuni amici olandesi cercano di racimolare 20.000 fiorini per darle una posizione di almeno cinque anni in un qualche centro privato. Niente da fare: ne raccolgono appena 4.000.
Infine anche Wilhelm Frick, il ministro degli Interni nazista, risponde alle sollecitazioni degli amici tedeschi di Lise. La signora è ebrea e non può avere il passaporto. Tanto più che il Reich ha varato una norma specifica, che vieta agli scienziati “non ariani” di lasciare il Paese.
Lise è intrappola. Non c’è via d’uscita. Il suo caso sta per passare nelle competenze di Heinrich Himmler, il capo delle SS.
Finalmente la buona notizia. Manne Siegbahn le offre una posizione in Svezia, presso l’istituto che sta creando a Stoccolma. Poi, l’11 luglio, finalmente la seconda e decisiva buona notizia: le autorità olandesi chiuderanno un occhio e non la rimanderanno indietro alla frontiera, se lei in Olanda metterà piede solo per un transito veloce verso la Svezia.
Bene, nel muro dei paesi liberi e democratici si è aperta una breccia. Ma ora si tratta di attraversare la frontiera. Come impedire che la polizia tedesca la controlli alla dogana? La soluzione è, per così dire, all’italiana. Lei tenterà di attraversare la frontiera in un luogo poco frequentato. E i doganieri olandesi parleranno con i colleghi tedeschi, con cui hanno familiarità, perché quel giorno non ci siano controlli.
Il rischio è altissimo. Ma è l’unica opzione possibile. Il 13 luglio Lise parte con un amico olandese da Berlino e, dopo sette ore in treno, con il cuore a mille raggiunge la frontiera. Il treno rallenta. Si ferma. I tedeschi non controllano. Si riparte. È in Olanda. La migrante clandestina Lise Meitner ce l’ha fatta.
È stata fortunata.
Molti altri ebrei, in quei mesi, in quei giorni, non ce la fanno. Nei Paesi liberi e democratici sanno bene i pericoli che corrono. Si organizza persino una conferenza internazionale per discutere che fare con gli ebrei in fuga dalla Germania. In tutto, gli ebrei in Germania, sono mezzo milione. Il mondo è grande e potrebbe certo accoglierli.
La conferenza internazionale per assumere una decisione si chiude a Evian-les-Bains, in Francia, il 15 luglio: due giorni dopo la fortunata fuga di Lise. I cuori sono duri. E la decisione è raggelante. Nessun Paese, tranne la Repubblica domenicana e la Bolivia, è disposto a rivedere i propri limiti sulle politiche di immigrazione. Chi non rientra nelle regole – pericolo o non pericolo – è rispedito indietro. In Germania.
Non sono solo proclami. Succede alle frontiere di molti Paesi. Non solo europei. Pochi mesi la fortunata fuga di Lise, il 13 maggio 1939, salpa da Amburgo un transatlantico, il St. Louis che ha a bordo 937 profughi, quasi tutti ebrei, e un comandante eroico, un tedesco, Gustav Schröder, che li vuole salvare. La nave attraversa l’Atlantico e arriva a Cuba. Respinti. Solo in 22 riescono a scendere.
Si fa rotta verso gli Stati Uniti. Respinti.
Si fa rotta verso il Canada. Respinti.
Sono clandestini, non hanno diritti.
Si ritorna in Europa. Il Belgio concede l’attracco nel porto di Anversa. A patto che ci sia un’equa ripartizione dei profughi. Il 17 giugno 1939, un mese e quattro giorni dopo la partenza, i “clandestini” possono sbarcare. L’Inghilterra ne accoglie 288, la Francia 224, l’Olanda 181 e il Belgio stesso 214. Di questi sopravvivono alla guerra solo in 365. Il resto muore. Molti nei campi nei campi di concentramento di Auschwitz e a Sobibor.
Questa e altre macchie pesano ancora sulla coscienza dei Paesi liberi e democratici.
Quanto a Lise la sua rocambolesca vicenda si chiude come in una grande tragedia greca. È appena sbarcata in Svezia, che, nei giorni di Natale del 1938, le giunge notizia che il suo collega, un chimico, Otto Hahn ha portato a termine l’esperimento che lei aveva progettato. Ha bombardato il nucleo di uranio con neutroni lenti e ha ottenuto strani risultati. Tra i prodotti di reazione c’è il bario, un elemento molto più leggero dell’uranio. Hahn non sa darsi una spiegazione. E, via lettera, chiede lumi a Lise.
L’austriaca, insieme al nipote Otto Frisch che l’ha raggiunta, la spiegazione la trova. Hai ottenuto la fissione dell’atomo: hai spaccato il nucleo di uranio. E hai liberato una quantità enorme di energia.
In capo a pochi giorni i fisici nucleari dei paesi liberi e democratici, che si trovano per caso tutti a New York, comprendono che è possibile applicare quella scoperta per ottenere un’arma di distruzione di massa di inusitata potenza.
Verrà realizzata, quella bomba. Ma Lise, interpellata, si rifiuta di partecipare alla sua costruzione. Fosse anche vero che è un deterrente verso i nazisti, che l’hanno perseguitata e a cui è sfuggita per un pelo, lei non può piegare la fisica alla logica militare. Non può contribuire alla creazione di un’arma di distruzione di massa.
Nel 1945 a Otto Hahn verrà conferito il premio Nobel per la scoperta della fissione dell’atomo. Alla clandestina che è riuscita a trovare un buco nel muro con cui i Paesi liberi e democratici hanno risposto alla domanda disperata dei profughi ebrei non va alcun riconoscimento.

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Articolo pubblicato su Left del 13 luglio 2018. Pietro Greco è autore del libro Lisa Meitner, L’Asino d’oro edizioni

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 A San Rossore il 5 settembre, 80 anni dopo le leggi razziali in Italia

Negli stessi giorni in cui Lise Metner riesce a mettersi in salvo, in Italia arrivano le leggi razziali. E oggi, 5 settembre, nel luogo dove vennero firmate dal re Vittorio Emanuele III, la tenuta di San Rossore (Pisa), si tiene una iniziativa che coinvolge Comune, le università toscane, le scuole e la Regione. Non sarà solo ricordo e commemorazione ma anche impegno per un futuro senza discriminazioni. La Regione, assieme ai giovani della comunità ebraica, si confronteranno su diritti e integrazione con le seconde generazioni di immigrati che vivono oggi in Toscana.

«Il ricordo – si legge nella presentazione dell’evento – la memoria vigile che deve tenere insieme “l’impronta del passato (parole di Italo Calvino) e il progetto del futuro”, l’approfondimento accademico, l’incontro con chi da lontano è venuto a vivere in Toscana. Gli ingredienti della giornata del 5 settembre sono vari e cosa c’entrino i migranti che sono venuti a cercare in Italia la speranza di un domani migliore con la persecuzione degli ebrei e dei così etichettati ‘diversi’ ce lo insegna Evian. Siamo sempre nel 1938, a ridosso delle Alpi sul lago di Ginevra. Stati Uniti e Società delle Nazioni organizzarono nella cittadina termale francese una conferenza per decidere sulla sorte di decine di migliaia di profughi tedeschi e austriaci, per lo più ebrei ma non solo. Parteciparono trentadue diversi Paesi (nove dall’Europa) e nacque lì il diritto dei rifugiati, ma la conferenza si chiuse con un nulla di fatto. Non fu trovato infatti alcun accordo sulle quote di accoglienza e gli ebrei, gli oppositori politici e le persone che il terzo Reich considerava non omologabili e che già dopo l’Anschluss erano in fuga dalla Germania furono costrette a tornarsene a casa, rimpatriati. Come quella nave, tedesca, carica di profughi che arrivò fin nei Caraibi ma dovette tornarsene in Europa. Solo Santa Domingo dichiarò di essere pronta ad ospitare fino a 10 mila ebrei, mentre la Bolivia, fino al 1941, ne accolse ventimila».

San Rossore è il luogo dove nel 1938 sono state firmate le leggi razziali italiane. Ma è anche la tenuta dove dieci anni fa, nel meeting estivo internazionale organizzato per diversi anni dalla Regione Toscana, altri scienziati – Rita Levi Montalcini, Enrico Alleva e molti altri – hanno firmato nel 2008 il Manifesto degli scienziati antirazzisti: dieci punti del tutto opposti, a partire dall’affermazione che le razze non esistono. Ora sarà rilanciato il manifesto delle nuove generazioni italiane, scritto nel 2016 e che sogna una scuola capace di gestire la multiculturalità, di valorizzare la conservazione della cultura del paese di origine ma anche di rafforzare il legame con la cultura italiana e il sostegno di pari diritti civili e politici per tutti.

Il programma 
Il programma del 5 settembre 2018 prevede la mattina, assieme al Comune di Pisa, la deposizione di due corone di alloro prima al cimitero monumentale ebraico e poi alla tenuta di San Rossore, davanti alla lapide che ricorda la firma delle legge razziali e la persecuzione degli ebrei.

Alle 12 nella sala Gronchi delle Cascine Vecchie della Tenuta di San Rossore è prevista una conferenza stampa in cui saranno presentate le iniziative, i convegni, i seminari e gli incontri nelle scuole sulle leggi razziali – dal 20 settembre e nei prossimi mesi – , organizzate dalle Università della Toscana e finanziate dalla Regione.

Dopo la conferenza stampa è prevista l’inaugurazione della mostra “1938 – La storia” del Museo della Shoah di Roma a cura dell’ente parco San Rossore: un ricordo sull’esclusione e poi persecuzione degli ebrei attraverso, foto, documenti e giornali in gran parte inediti. La Toscana non è nuova ad iniziative sulla memoria. La Regione dal 2002 ha fatto partire dieci volte in quattordici anni un treno per Auchwitz, su cui complessivamente sono saliti settemila studenti e oltre seicento insegnanti, e negli anni pari dal 2006 ha organizzato una giornata con ottomila studenti in Toscana. Un format che ha fatto da apripista a viaggi di approfondimento analoghi in altre regioni.

Alle 13 ci sarà alla Sterpaia il pranzo con i giovani ebrei e i giovani rappresentanti delle comunità di immigrati presenti in Toscana, una cinquantina di persone in tutto. Dopodiché sarà la volta del ‘world cafè’, ovvero di un confronto partecipato sulla diversità come valore, la formazione come garanzia di rispetto delle diversità e su progetti efficaci per coinvolgere le nuove generazioni.

Sindacati in caduta libera, anzi no. Cgil e Cisl smentiscono la stima di Demoskopika

La manifestazione della CGIL, CISL e UIL in occasione dello sciopero generale per protestare contro le morti sul lavoro in piazza Castello , Torino, 13 Giugno 2018 ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

Fuga dal sindacato. Anzi no. Chi ha ragione, la società di rilevazione che ha diffuso i risultati di una sua ricerca oppure le segreterie di Cgil e Cisl che hanno confutato quei calcoli? Fatto sta che ci sono poche cose più complicate del calcolo degli iscritti a un sindacato. I dati – non si sa se commissionati o rilevati in autonomia dalla società che li ha diffusi – piombano sulla scena mediatica mentre il più grande sindacato europeo, la Cgil, sta per entrare nel rovente clima di un congresso nazionale e alla vigilia dell’ennesimo autunno drammatico se lo si osserva con gli occhi dei lavoratori e delle lavoratrici. Si tratta di numeri organizzati su scala regionale ma che prescindono dalle categorie.

Negli ultimi due anni le principali organizzazioni sindacali avrebbero perso, a questo punto il condizionale è d’obbligo, complessivamente circa 450 mila iscritti. Dal 2015 al 2017, i tesserati hanno subito una contrazione di 447 mila persone, di cui ben 293 mila residenti nelle realtà regionali del Mezzogiorno. Lo dice l’Indice di appeal sindacale (Ias) ideato dall’Istituto Demoskopika, secondo cui è la Cgil a registrare il maggiore decremento con un calo di ben 285mila iscritti, pari ad una riduzione del 5,2% rispetto al 2015, seguita dalla Cisl con meno 188mila tesserati e pari ad una contrazione del 4,5%. In controtendenza la Uil con circa 26 mila iscritti in più nell’arco temporale osservato (+1,4%).

Due gli indicatori utilizzati: gli iscritti ai sindacati di Cgil, Cisl, Uil e le persone di 14 anni e più che hanno svolto attività gratuita per un sindacato. Con oltre 293mila iscritti in meno, pari al 65,6% del calo complessivo delle adesioni, sono le regioni del Mezzogiorno, nel 2017, a rinunciare prioritariamente all’appartenenza sindacale con una variazione negativa pari al 5,1% rispetto al 2015. A seguire il Nord con una riduzione pari a 114mila iscritti (-2,7%) e il Centro con una contrazione delle adesioni di poco meno di 40 mila persone (-2,5%). Piemonte, Valle d’Aosta e Campania si collocano in coda alla graduatoria delle regioni «più sfiduciate» dalle organizzazioni sindacali. Al contrario, sul podio delle regioni a maggiore appeal sindacale si posizionano Basilicata, Toscana e Sicilia.

Circa 574mila italiani over 13 anni, pari soltanto all’1,2% della popolazione di riferimento hanno dichiarato di aver svolto attività sociale gratuita per un sindacato nel 2016 con un decremento di oltre 9 punti percentuali rispetto all’anno precedente, viene sottolineato nel rapporto che, per il periodo in questione, ha tracciato una classifica delle regioni in relazione all’attrattività delle principali organizzazioni dei lavoratori sul territorio. «Tra le prime otto realtà territoriali – si legge nella nota stampa della società di rilevazione – a dimostrare più sfiducia, in termini assoluti, ben sette sono attualmente governate dal centrosinistra: Campania con una contrazione di 55,8 mila iscritti pari al 17,9% in meno rispetto al 2015, Puglia che ha registrato una decrescita di 54,1 mila iscritti pari al 18%, Emilia Romagna con una perdita di 46,5 mila iscritti pari al 5,7%. E, ancora, Calabria con una contrazione di 20,8 mila iscritti pari al 12,7% in meno rispetto al 2015, Umbria che ha registrato una decrescita di 20,2 mila iscritti pari al 17,2%, Marche e Lazio con un calo rispettivamente di 14 mila iscritti (-7,4%) e 12,4 mila iscritti (-3,7%).

«Sul versante opposto – continua la nota – il primato dei territori caratterizzati da un aumento delle iscrizioni spetta al Veneto con all’attivo ben 8,9 mila adesioni in più (+2,3%), al Trentino Alto Adige con 5,9 mila tesserati in più (+8,2%) e, infine, alle Valle d’Aosta con un incremento meno significativo di 718 iscritti (+5,9%)».

La Cgil ha voluto confutare le cifre, nel merito e nel metodo: nel 2017 spiega di aver chiuso il proprio tesseramento con 5.518.774 iscritti (+1,04% rispetto al 2016 e +0,66% rispetto al 2015), cui corrispondono altrettante deleghe sottoscritte. «Al contrario di altri – si legge in una nota del sindacato – la Cgil non computa, nel totale degli iscritti, gli aderenti alle associazioni da essa promosse, quali ad esempio Auser, Federconsumatori, ecc. (circa 400.000 associati). Pertanto, non risulta la flessione del 5,2% che ci viene attribuita relativamente al raffronto tra il 2015 e il 2017».

«Il dato reale – prosegue la nota – è di sostanziale tenuta del tesseramento alla Cgil con un’apprezzabile crescita tra i lavoratori attivi ed una leggera flessione tra i pensionati che si spiega con il forte rallentamento della dinamica pensionistica per effetto della legge Fornero». La Cgil inoltre definisce «molto discutibile dal punto di vista scientifico il calcolo che Demoskopika fa sul presunto appeal sindacale, indice sconosciuto a qualsiasi serio ricercatore. Siamo, infatti, in presenza di dati rapportati agli occupati regione per regione (operazione ardita data la generosa definizione di occupati data dall’Istat) e riferiti ad un’indagine Istat ancora in fase di stabilizzazione sulle istituzioni no profit».

Anche in via Po, quartier generale della Cisl, si rigetta l’ipotesi della fuga dal sindacato: gli iscritti certificati, associati alla Cisl, nel 2017 sono 4.040.823. «Pur perdurando la crisi economica ed occupazionale, la Cisl tiene in tutti i settori produttivi ed ha registrato nel triennio 2015-2017 un aumento dei propri iscritti tra i lavoratori attivi di 10.206 persone, grazie all’aumento registrato in importanti categorie come quelle del terziario, del settore agroindustriale e della scuola – scrive la segretaria confederale organizzativa della Cisl Giovanna Ventura, dopo l’indagine di Demoskopika – l’aumento degli iscritti si è realizzato nonostante l’operazione di verifica, trasparenza e certificazione degli iscritti nella nostra anagrafe, avviata negli ultimi anni dalla Confederazione sui dati forniti dalle nostre categorie e dalle strutture territoriali. La perdita di iscritti in alcune categorie è assolutamente fisiologica e si registra in particolare in alcuni settori produttivi dove la forza lavoro è sensibilmente calata negli ultimi anni e tra i pensionati per effetto della legge Fornero che ha innalzato l’età per il pensionamento, con effetti negativi peraltro sull’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro».

«I dati vanno sempre letti nel dettaglio e valutando la fonte. Io non ho elementi per valutare questi e il dubbio che siano strumentali mi viene – spiega anche in una nota Eliana Como, portavoce de Il Sindacato è un’altra cosa, l’opposizione interna in Cgil – da diversi anni la Cgil sta subendo attacchi pesanti da molte direzioni. Ma c’è un ragionamento più politico: francamente mi stupirei del contrario, come quando nei direttivi e nei congressi ci vengono a dire che abbiamo guadagnato iscritti. E non mi rallegra affatto pensare che potremmo essere un gigante dai piedi d’argilla.

La crisi globale ha fatto la sua parte ma viviamo da vent’anni dentro processi segnati da controriforme: c’è un malcontento sulle pensioni, c’è la trappola del Jobs act, il lavoro è sempre più precario, polverizzato. C’è crisi di partecipazione politica, figuriamoci se non c’è nel sindacato: non solo nelle tessere, quanto nella militanza, nel protagonismo, nelle assemblee dove siamo presenti la partecipazione ai congressi è davvero molto bassa. Faremmo male a mettere la testa sotto la sabbia e fingere che non sia così, quello che contesto alla maggioranza è proprio il fatto che dica che va tutto bene. E che lo abbia scritto nel documento. C’è bisogno di recuperare un rapporto con i lavoratori e le lavoratrici».

Le certezze dei nostri piccoli e gretti cortili

Vi racconto una storia.

Lei è una ragazza, che se ne scappa dal suo Paese, convinta di meritarsi altro rispetto al quasi niente che le si offriva. Mi dice “partita senza sapere la lingua, sapevo dire solo sì no, non spaevo cosa avrei trovato”. È rimasta otto giorni nella capitale, dormendo solo qualche ora: “ho dormito due ore a notte”, mi spiega. Ha conosciuto una donna, Paola, onesta e gentile. Buonista, direbbe qualcuno. Le ha dato consigli e l’ha aiutata. Poi la protagonista di questa storia è finita in periferia: stanza condivisa, otto persone dentro, di nazionalità diverse.

“Voglio descriverti le emozioni”, mi ha detto: pochi soldi in tasca, giornate passate a capire come muovermi e come imparare la lingua, giornate in cui usciva di casa solo per provare a superare la paura, la sensazione di non farcela. Trova un lavoro, umilissimo. Le serve comunque per pagarsi lo studio della lingua. Se lo fa bastare. Mi racconta del terrore di essere giudicata dai famigliari lontani, della sensazione di non poter risolvere gli accidenti che capitano alla sua famiglia e lei è così distante, la sensazione di vuoto in un Paese che non è il tuo e non sai dove appoggiarti.

La storia di questa donna finisce bene: trova un lavoro ma soprattutto incontra una persona con gli occhi puliti, senza il fumo e la rabbia, una di quelle che vede le persone per quello che potrebbero diventare piuttosto che per quello che sembrano, una di quelle che non giudica (o addirittura odia) la faccia impastricciata dai casi della vita. Ora lavora. È felice, anche se le manca il suo Paese.

Fermi tutti, però. Lei si chiama Annalisa. La capitale di cui mi parla è Londra. Ed era l’unica italiana in quella stanza di otto persone. La sua lettera è una spremuta di umanità: “Portare mamma in aeroporto, – mi scrive – una vecchietta di 70 anni, che ogni volta che prende l’aereo mi fa perdere anni di vita, tra preoccupazioni ed incazzature… ma viene qua per vedermi… non so se conosci quella sensazione quando va via, la guardi entrare nei tornelli e non sai se la rivedrai ancora, se l’hai abbracciata abbastanza, orgogliosa del suo coraggio, che è anche il tuo e triste per farle fare questo, farle subire la mia assenza… che un giorno sarà per me la sua… spiazza, fa pensare a tutto quello che perdi…”. Ha un cuore così Annalisa.

E stamattina mi viene da pensare a come l’avremmo accolta noi, se davvero abbiamo gli occhi puliti per vederle, le Annalisa che incontriamo. E mi assale pena e speranza. Pena per la fuliggine che ci ha fatto disimparare a scorgere quanto le storie e le persone siano universali ma anche speranza, sì speranza, perché ci salveranno i viaggiatori che squarciano la certezza dei nostri piccoli, gretti e falsamente benpensanti cortili.

Buon mercoledì.