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Toh! C’è la guerra nel “porto sicuro”

Libyan security forces patrol on August 23, 2018 near the site of an attack on a checkpoint in the city of Zliten, 170 km east of the capital Tripoli. - An attack on a checkpoint between the Libyan capital and the town of Zliten killed six soldiers of the UN-backed unity government, an interior ministry source said. (Photo by Mahmud TURKIA / AFP) (Photo credit should read MAHMUD TURKIA/AFP/Getty Images)

C’è un problema, semplice semplice: l’Italia (e non certo solo con questo governo) probabilmente rischia di avere puntato sul cavallo sbagliato.

Tripoli è un campo di battaglia, titolano tutti i giornali. La Libia ormai è la cartina di tornasole dell’inefficienza dell’Europa e della feroce superficialità con cui si spacciano interessi economici chiamandoli vigliaccamente politica estera.  Il consiglio presidenziale libico guidato da Fayez al Serraj (quello riconosciuto dall’Onu e gran parte dell’Europa) ha proclamato lo stato di emergenza e ora si trova sotto attacco dell’iniziativa militare della Settima Brigata, guidata da Salah al Badi, insieme ad altri gruppi armati.

L’uomo scelto dall’Europa insomma appare sempre più debole rispetto al generale Khalifa Haftar (sostenuto anche da Macron che in nome del meno peggio ora qualcuno vorrebbe incoronare come vessillo di certa sinistra).

Ma c’è un altro punto, su cui molti opinionisti sembrano piuttosto blandi: la Libia per l’Italia non sono i diritti umani come da anni fa comodo raccontarci. La Libia sono soprattutto i rapporti economici considerevoli che ci legano mani e piedi (i giacimenti dell’Eni, per citare una cosa a caso) a uno Stato che sembra ben lontano dal raggiungere una pacificazione democratica.

Hanno chiamato la Libia Stato nascondendo che si tratti di un Paese ostaggio di tribù di corrotti e corruttori che usano le milizie per spartirsi il potere. Insistono nel chiamare Guardia costiera libica un accrocco di briganti e assassini che hanno imparato a recitare (male) la parte degli uomini in divisa. Fingono di parlare di Europa o di diritti ma stanno con la calcolatrice in mano a calcolare i profitti. E ora, con il conflitto alle porte, per l’ennesima volta saremo vittime delle partenze dalle coste libiche usate da sempre come arma di ricatto.

Intanto l’Italia sta facendo rientrare con urgenza i propri diplomatici e lavoratori. In fretta e furia. Sarebbe da piazzarsi in mezzo al corridoio, quello dove corrono tutti terrorizzati, alzare la manina e chiedere: ma scusate, ma non era un porto sicuro, qui?

Buon martedì.

Ribellarsi è giusto. Alla festa di Rifondazione, una serata con Left dedicata ai 200 anni di Marx

Sabina Guzzanti, Francesca Fornario, Daniele Vicari, Angelo d’Orsi e Giovanni Mazzetti saranno alcuni tra gli ospiti della festa nazionale di Rifondazione Comunista, intitolata Ribellarsi è giusto, che si svolge da mercoledì 5 a domenica 9 settembre a Firenze, nella Casa del Popolo di Castello.
Oltre ai dibattiti con artisti e intellettuali, concerti e workshop, nel corso della rassegna si terranno momenti di confronto con le forze della sinistra politica e sociale, del sindacalismo e della militanza diffusa.

«Da Catania a Rocca di Papa, quella è la sinistra che vogliamo costruire, una sinistra capace di opporsi, concretamente, al razzismo di Salvini ma anche al Pd – dichiara Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – . Per questo vogliamo che la nostra festa nazionale sia un vero momento di confronto con tutte le forze sociali, i movimenti e le persone che dal basso vogliono opporsi alla deriva di questo governo osceno e a chi vuole riproporre il fallimentare centrosinistra».

Sabato 8 settembre, sulla scia di Marx reloaded il numero di Left dedicato ai duecento anni di Marx si parla dell’attualità del pensiero del filosofo di Treviri per ricostruire la sinistra e combattere la disoccupazione  e la precarizzazione.

Da riscoprire sono la sua analisi delle contraddizioni del capitalismo, le sue lungimiranti previsioni, la sua chiamata alle armi del pensiero critico e l’idea in un’ottica di liberazione non solo dallo sfruttamento, ma anche dall’alienazione, per una piena realizzazione umana. Marx fu certamente un uomo del suo tempo, non avrebbe senso farne un mito o un profeta, ma certamente il suo pensiero è ancora vivo e fertile di spunti in un’epoca in cui il neoliberismo è diventato “pensiero unico”,  il dogma del centrosinistra e delle destre, leghisti in testa.
Per approfondire questi temi, l’appuntamento è sabato 8 settembre alle 21 alla Casa del popolo è in via Reginaldo Giuliani 374, a Firenze. Ne discutono la parlamentare europea Eleonora Forenza, il vice presidente del partito della Sinistra europea Paolo Ferrero, autore di Karl Marx ( in uscita per Derive e Approdi), lo storico  Angelo d’Orsi, l’economista Giovanni Mazzetti , coordina Simona Maggiorelli, direttrice di Left. Vi aspettiamo.

Qui il programma completo :: https://www.facebook.com/events/494131507725220/

L’incendio al museo Nazionale di Rio, ecco cosa succede quando si tagliano i fondi alla Cultura

Sono le immagini del gigantesco incendio che ha devastato il museo nazionale di Rio de Janeiro in Brasile. Le fiamme sono divampate domenica 2 settembre in serata quando il museo era già chiuso al pubblico e hanno distrutto importantissime collezioni con reperti provenienti dall’Egitto, opere e artefatti di epoca greco-romana, e antichi fossili di origine umana scoperti in Brasile. Compreso il più antico, risalente a 12.000 anni fa e noto come Luzia.

«Il principale e più antico museo di storia, arte, scienza del Brasile ridotto in cenere, ma il fuoco è arrivato solo a completare l’opera. La distruzione ha il suo mandante nel governo golpista che ha tolto quasi tutti i finanziamenti necessari alla sopravvivenza di istituzioni culturali, di educazione e ricerca come questa. Nel suo ultimo anno di esercizio (2016) il governo di Dilma destinava per questo museo 415 milioni di reais (88mln di euro circa, ndr). In due anni il governo Temer ha tagliato tutto, lasciandogli appena 54 milioni (2018), altro da aggiungere? Il piromane ha nome e cognome, si chiama liberismo». Così ha commentato sul suo profilo ufficiale Fb,  Gianni Fresu, dottore di ricerca in Filosofia alla Università di Urbino, professore di Filosofia politica alla Universidade Federal de Uberlandia (MG/Brasil).

Essere donna in Palestina

Bethlehem, West Bank, Palestinian Territories - July 23, 2013: Four Palestinian woman walk down Paul VI Street in the center of Bethlehem, two wearing hijabs and two not. Other people are also on the street, and a man is visible through the window of his shop.

Quanti volti ha una donna, quanti ne ha una città? Da quanti angoli è possibile guardarle e quanti di questi si contraddicono a vicenda, si negano al punto da saper convivere? Innumerevoli, come i frammenti di una storia. Quella palestinese è un mosaico apparentemente indistricabile, ma allo stesso tempo cristallino: una lotta di liberazione nazionale, ma fatta di individui con aspirazioni diverse, storie, sogni diversi.

Khulud Khamis, giovane scrittrice palestinese, ha provato a farli rientrare tutti in un romanzo. A fine luglio è volata a Roma, ospite della libreria delle donne Tuba al Pigneto, nelle stesse ore in cui, a Trastevere, altre donne – quelle della Casa internazionale – ricevevano dal Comune la notifica di revoca della convenzione.

Abbiamo raggiunto Khulud per parlare del suo libro, Frammenti di Haifa, edito in Italia da Fila37. Una storia composta appunto di tanti frammenti di una storia collettiva, quella palestinese, e di tante vite individuali che non narrano la natura di un singolo, ma quella di un intero popolo. Il tutto tenuto insieme da Maisoon, giovane palestinese cristiana e cittadina israeliana (tre “identità” in una da gestire), e dal suo appartamento ad Haifa, dove vive sola e dove coltiva la passione per l’arte.

Tra le pagine scorrono i tanti temi che fanno della questione palestinese una questione unica, ma anche universale: la necessità di mantenere un’identità politica e culturale, l’occupazione militare israeliana, la disillusione, l’amore, il rapporto con i genitori, l’indipendenza della donna. Centrale è la figura femminile, impegnata in una doppia resistenza e che l’autrice dipana attraverso le donne del romanzo.

Frammenti di Haifa è un un mosaico: ogni tassello – la relazione tra un musulmano e una cristiana, l’amore omosessuale, il rapporto con il padre, l’occupazione israeliana – è parte di un quadro più ampio. Chi è Maisoon e come la sua vita, fatta di tanti frammenti, è simile alle vite di ogni altro palestinese?

Come scrittrice, non è compito mio definire l’identità dei personaggi che creo. Sono i lettori che portano la loro esperienza di vita nel processo di lettura. Spero che possano avvicinarsi a Maisoon su piani diversi e attraverso diversi elementi della sua identità. Le persone sono esseri complessi: siamo fatti di tanti pezzi di identità e io mi sono battuta per rendere i miei personaggi il più reali possibile. Sicuramente l’identità di Maisoon…

L’intervista di Chiara Cruciati a Kulud Khamis prosegue su Left in edicola dal 31 agosto 2018


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Lo spacciatore di “spacciatori dal Gambia”

Italian Interior Minister, Matteo Salvini (C) smiles while speaking with two Scuderia Ferrari' mechanics during a visits at the Formula One circuit in Monza, in Monza, Italy, 1 September 2018. The 2018 Formula One Grand Prix of Italy will take place on 02 September 2018 ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

“Vendere droga da oggi è legale se sei disoccupato! Lo affermano i Giudici del Tribunale del Riesame di Milano! Condividi se sei indignato!!!”

E poi.

«Il pusher rimesso in libertà: “Si mantiene con lo spaccio”» titola quel quotidiano buono per incartare il pesce che sulle bufale e sul terrorismo si mantiene in vita.

E poi.

“Spaccia droga per necessità”

E alla fine, ovviamente, con il tempismo delle mosche arriva lui: «Roba da matti. Un immigrato del Gambia, con precedenti penali, beccato a spacciare morte, è stato scarcerato perché per i giudici del tribunale di Milano: “Vendere droga è la sua sola fonte di sostentamento”. Poverino…» ha twittato il ministro dell’inferno Salvini.

Ma davvero c’è uno spacciatore che è stato assolto e scarcerato in giro per Milano, graziato dal fatto che spacciare sia il suo unico sostentamento economico? No, ça va sans dire.

C’è un presunto spacciatore che è stato fermato con cinque pastiglie in tasca (e quindi nemmeno in flagranza di reato come scrive qualcuno). C’è un Tribunale del Riesame che ha valutato l’opportunità di tenerlo in carcere in attesa di giudizio. Avete letto bene: quest’uomo non è ancora stato giudicato. E, spiace dirlo a qualcuno che non se n’è ancora reso conto, non valgono Facebook e Twitter come giurie popolari (anche perché altrimenti Berlusconi sarebbe diventato Mandela, in tempi piuttosto recenti). La carcerazione preventiva è possibile solo se ci sono i presupposti stabiliti dalla legge e non è un vezzo del giudice di turno. Quando i giudici scrivono che il reo non ha nessuna fonte legale di reddito lo scrivono per avvalorare l’accusa, mica la difesa. Ci sarà un processo che accerterà le responsabilità e, nel caso, emetterà sentenza di condanna.

Ci sono però alcuni particolari su cui soffermarsi: il dibattito a cui avete assistito è spazzatura, le informazioni che vi hanno dato sono volutamente incomplete se non addirittura false.

E poi.

Salvini ci si è buttato perché il reo è gambiano. Come al solito. Ma Salvini è ministro dell’Interno, al governo, addirittura vicepremier: ogni volta che Salvini twitta indignato una presunta schifezza italiana sta rubando tempo a se stesso che è profumatamente pagato per studiarla e risolverla.

E infine: Salvini non ha rimesso in libertà il principale imputato del furto di 49 milioni di euro. Ha fatto di peggio: Umberto Bossi se l’è portato in Senato e si prepara a cambiare il nome al proprio partito per non restituire il malloppo. Vicepremier del governo finge di avere perso i documenti per passarla liscia, è finita la pacchia!, scriverebbe lui.

Buon lunedì.

Il privato? Pensa solo al profitto

PONTE MORANDI AUTOSTRADA A CORNIGLIANO DISASTRO CROLLO DEL DANILO TONINELLI LUIGI DI MAIO

I profitti prima delle persone
«Il Cda di Atlantia ha avviato la valutazione degli effetti delle continue esternazioni e della diffusione di notizie sulla società, avendo riguardo al suo status di società quotata, con l’obiettivo di tutelare al meglio il mercato e i risparmiatori». Dentro questa nota, diffusa dal gestore dopo solo nove giorni dal crollo del viadotto Morandi a Genova, che ha provocato 43 morti e centinaia di sfollati, c’è l’evidenza di come le politiche liberiste abbiano mutato in profondità la nostra società.

Saranno le inchieste della magistratura a stabilire le responsabilità penali e civili, ma un dato è tanto certo quanto rimosso: sotto quel ponte è crollato il sistema delle privatizzazioni, che per decenni ha disegnato – dietro l’ideologia della “modernità”- una società interamente affidata al mercato e plasmata nell’orizzonte della solitudine competitiva. Un processo senza pari in Europa per intensità e concentrazione nel tempo, che ha ridisegnato drasticamente la modalità dell’intervento pubblico nell’economia.

Un processo guidato con pervicacia dai governi di centro-sinistra, il cui allora ministro Vincenzo Visco, così significativamente introduceva nel 2001 la presentazione del Libro bianco sulle privatizzazioni: «Questo Libro bianco sulle privatizzazioni vede la luce al termine di una legislatura nel corso della quale tutti gli obiettivi di dismissioni che erano stati stabiliti sono stati raggiunti e superati. La legislatura si conclude, infatti, con la pressoché totale fuoriuscita dello Stato dalla maggior parte dei settori imprenditoriali dei quali, per oltre mezzo secolo, era stato, nel bene e nel male, titolare».

Privato, voce del verbo privare
Oggi, trent’anni dopo e di fronte a una strage eclatante, i sostenitori delle privatizzazioni, pur in difficoltà, si comportano da adepti religiosi, cercando di salvare il dogma di fede – le privatizzazioni – e scagliandosi contro le esperienze “secolarizzate”, attraverso la teoria delle “privatizzazioni fallimentari”. Secondo i cantori del mercato, le privatizzazioni fallite sarebbero quelle fatte solo per “fare cassa”, senza creare una liberalizzazione del settore e il conseguente mercato concorrenziale. Inutile controbattere loro che, in particolare nel caso di monopoli naturali, quali ad esempio il servizio idrico e le autostrade,il passaggio dal pubblico al privato non ne modifica la caratteristica di monopolio. Ma proviamo ad…

L’articolo di Marco Bersani prosegue su Left in edicola dal 31 agosto 2018


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Pane resistenza e fantasia. I villani in Laguna

I Villani sono i miei politici di riferimento, gli unici in cui credo. Per questo ho deciso di farne un film. Sentivo che ormai nessuno, se non loro…e Left, fosse capace di raccontarmi come andasse il mondo, come fronteggiare e riconoscere le bruttezze, come cercare le proprie piccole coerenze, come rielaborare un pensiero di sinistra in fondo.
Per fortuna ho incontrato loro, camminando indefessamente per cinque anni le campagne, i porti, i boschi, negli anfratti più reconditi di un’Italia dimenticata, omessa e negletta: contadini, allevatori, pescatori che sfidando la grande distribuzione, producono rispettando la natura, l’alimentazione dei figli, in modo biologico e talvolta fuori dalle norme sanitarie, per la sola ragione che se devono produrre cibo, devono farlo nel rispetto della terra, del lavoro e della loro libertà.
Il cibo è un prisma perfetto per osservare come vanno le cose nel mondo e le cose vanno male: ingiustizie crescenti, alimentazione malata, produzione industriale e velenosa, schiavizzazione dei raccoglitori migranti, contadini che scompaiono. Ne viene fuori un progresso distruttivo. Poi c’è la semantica del cibo, che fa ancora più male, perché rincoglionisce la gente. Programmi come Masterchef sono contestabili perché raccontano una idea di cucina falsa, fuori dalla storia.
Per anni le riduzioni di scalogno, le julienne erano parole confinate nel loro luogo di competenza: la cucina dei cuochi. Ad un certo punto scoprirono il vaso di Pandora e divennero imperanti.
Il fatto di far credere che la cucina si basi su prodigi tecnici ribaltava la realtà. Uno può divertirsi con una cosa così, ma non può credere ad una informazione falsa. Bene, lo hanno fatto credere.
Perché uno arriva con una stronzata grande quanto una casa e tutti gli credono? Perché non si è resistito abbastanza? Significa che il sistema è talmente marcio che arriva uno con una palata di soldi, fa tanta pubblicità ed è in grado di cambiare i pensieri della gente? Ma se è uno è capace di incidere nel pensiero collettivo con una cosa falsa, significa che le persone non hanno più nulla in testa? Significa che ciò che era rimasto non serviva più a nulla?
Una cosa che mi turbava nei ricettari, nelle tv, nei giornali era che la cucina diventava il luogo dei precetti: ti dico come preparare il tuo piatto, dove comprare bene i tuoi prodotti, come produrre.
Ma dai miei Villani non funziona così, lo dicono chiaro e tondo: tu non mi dici quello che io devo fare, io so quello che devo fare.
La cucina popolare è codificata e tramandata oralmente da gente che apprende attraverso la capacità di osservare, dedurre, trasformare, che tutti gli esseri umani hanno. Non è che arrivi tu, mi dici una minchiata e io ti credo. Queste persone nel fare pesca, agricoltura, cucina in quel modo, che sembra così antico, così fuori dal tempo, hanno uno spirito critico verso la società contemporanea di rara sagacia, ironia e pertinenza.
Faccio un esempio: il pescatore tarantino del film che raccoglie le nasse non può usare boe (rubano tutto altrimenti). Arriva in alto mare, alza lo sguardo, cala un gancio in profondità e recupera la nassa. “Come hai fatto scusa?”. ”Faccio gli allineamenti, non posso sbagliarmi”. Questo funzionamento del pensiero è definibile come sistema cognitivo empirico-deduttivo.
Tutti possono far funzionare il cervello in quel modo. Ma non lo si fa più. Ma la cucina italiana così nacque, per questo è democratica, perché concepita dall’uso della fantasia in una situazione di emergenza. Nata da persone comuni, spesso analfabete, che si mettono assieme e codificano un piatto attraverso una convenzione e un canovaccio che ciascuno poi segue e rielabora, senza allontanarsene troppo. Esistono varianti di parmigiana tante quanti siamo in Italia. La stessa ricetta, ma ognuno a suo modo. Certo, tutto si è interrotto quando la modernità ha pensato di spiegare come si fa un piatto di pasta al sugo scrivendolo su un ricettario, quando ha dato loro i semi delle multinazionali e i fitosanitari per far crescere rapidamente le cose, senza spezzarsi la schiena con la zappa.
Marx l’aveva chiarito bene: se togli la zappa, alieni non un oggetto, ma un saper fare le cose, un saper intravedere, un conoscere. Noi non abbiamo modo di essere come queste persone, abbiamo una storia diversa, e loro sembrano venire da un’era prima di Matrix. Ma come loro, abbiamo l’obbligo di porci in modo critico rispetto a una idea di cibo che è nei fatti distruttiva dell’ambiente, della storia e delle identità.
Non esiste a mio avviso una resistenza sana al capitalismo agroindustriale che non passi dalla storia di queste persone, che con intelligenza hanno costruito un patrimonio millenario di ricette accessibili a chiunque. Non bastano, gli scienziati, gli intellettuali, i cuochi, gli attivisti per resistere. È un pensiero monco della borghesia illuminata pensare di poter bastare a se stessa con le sue buone pratiche, il suo essere dalla parte giusta. È un pensiero elitista, non democratico, razzista.
Serve il sapere universale del popolo in cucina perché loro hanno conservato un elemento di informazione dell’idea di essere umano non scisso ed in rapporto con la natura. Non mi si fraintenda, non dico che bisogna ritornare indietro, al precapitalismo, alla premodernità. L’uomo va sempre avanti.
È nella sua natura trasformare, contaminare, reinventare la propria storia. Ma non si può trasformare una storia che si è cancellata. Perché altrimenti poi arriva uno che ti racconterà una storia falsa e tutti crederanno che sia vera. Che stavo cercando quindi da loro, dai miei Villani?
Che ogni essere umano su terra saprebbe cucinare, rielaborare, trasformare, contaminare, riconoscere, perché dotato di intelligenza (capacità di osservazione delle cose della terra e della vita) e di fantasia (capacità di interpretare a suo modo quelle date informazioni).
Chi sono dunque i miei Villani?
Delle persone comuni che come Antigone scelgono che una legge umana è più importante della legge del re, se questa è ingiusta.
Delle persone comuni che se arriva Faust che gli dice: più comodità e meno sacrifici, ma la passata di pomodoro farà un po’ cacare, loro… lo mandano affanculo.

Il film I villani di Daniele De Michele aka Donpasta sarà presentato lunedì 17 settembre (ore 20) al cinema Farnese di Roma per la rassegna “Venezia a Roma”. Il film, su sceneggiatura di Daniele De Michele e Andrea Segre, è stato presentato alle Giornate degli autori alla mostra del cinema di Venezia e ha ricevuto la menzione speciale Federazione italiana Cineclub-Il giornale del cibo.

L’articolo di Daniele De Michele è stato pubblicato su Left n.35 del 31 agosto 2018


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Stefano Vella: «Come medico dissento dal governo. E mi dimetto dall’Aifa»

Mentre parliamo, mi giungono via e-mail reazioni da tutta Europa. Sì, la notizia sta facendo il giro del mondo. Sto avendo attestati di solidarietà dagli Stati Uniti come dall’Africa». Chi parla è Stefano Vella, e la notizia è quella delle sue dimissioni dalla presidenza dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, rassegnate nella notte di venerdì 24 agosto, mentre alla nave della Guardia costiera Diciotti veniva impedito dal governo italiano di entrare in porto e sbarcare il suo carico di migranti, molti dei quali ammalati.

No, non capita tutti i giorni che una persona che si trova in una posizione apicale e di grande prestigio scientifico si dimetta, in polemica con il governo del suo Paese.

Perché si è dimesso, Stefano Vella?
Perché ero in conflitto di interesse. Un conflitto tra la mia coscienza e quello di civil servant, qual è il presidente di un’agenzia che opera sotto la direzione di due ministeri, quello della Salute e quello dell’Economia. La mia coscienza di medico mi pone in una condizione di forte dissenso rispetto all’operato del governo sul problema dei migranti. La mia coscienza di medico mi ricorda che tutte le persone che si trovano sul territorio italiano hanno il diritto costituzionale ad accedere alle migliori cure. Il governo nel caso della Diciotti e non solo, ha negato quel diritto. Io sento il diritto di dissentire. E questo dissenso è incompatibile con la carica di presidente di un’agenzia come l’Aifa. Se dissento in maniera così radicale non posso fare altro che dimettermi. Anzi, prima mi dimetto e poi manifesto il mio dissenso.

Le sue dimissioni sono dunque il frutto dell’indignazione del medico per il diritto violato alla salute delle persone che sono state tenute molti giorni sulla Diciotti? Ma alcuni dicono che quelle persone non stavano poi così male…
È assolutamente sbagliato. Persone che hanno attraversato il deserto, che sono state torturate e violentate nel Paese da cui sono partite, che sono state tanti giorni in mare in condizioni precarie, non stavano bene. E infatti alcuni hanno…

L’intervista di Pietro Greco al presidente dimissionario dell’Aifa prosegue su Left in edicola dal 31 agosto 2018


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Salute e vaccini, scuole nel caos

ROME, ITALY - JULY 05:The Minister of Health Giulia Grillo and the Minister of Education Marco Bussetti during the press conference on compulsory vaccinations at the Ministry of Health, during which she announces that she is pregnant and that she will vaccinate the baby, on July 05, 2018 in Rome, Italy. (Photo by Simona Granati - Corbis/Corbis via Getty Images,)

«Semplificare senza pregiudizio per la salute». Così una slide del ministero della Salute sintetizza il contenuto della circolare che autorizza, da settembre, l’iscrizione dei bambini ai nidi e alle materne senza l’obbligo da parte dei genitori di dimostrare con un certificato che i propri figli sono stati vaccinati. «Semplificare con dichiarazione sostitutiva», recita un’altra slide. Basta quindi un’autocertificazione in cui si scrive che i vaccini sono stati fatti o che è stato preso l’appuntamento alla Asl. Semplificare è l’ossessione del governo legastellato ma nel caso dei vaccini tutto diventa più complicato. Non solo. È a rischio il diritto alla salute. Altro che «snellire i compiti di scuola e famiglie»: la circolare congiunta Miur-ministero della Salute, necessaria – secondo il governo – perché ancora non esiste l’Anagrafe vaccinale nazionale, preannuncia un inizio di attività nei nidi o nella scuola materna all’insegna della più totale confusione.
La circolare interviene sugli effetti del decreto Lorenzin convertito nella legge 119/2017, che ripristinava l’obbligo dei vaccini per la fascia 0-6 anni pena l’esclusione dai servizi educativi e dalle scuole dell’infanzia, prevedendo poi sanzioni per chi non fosse in regola nella fascia dell’obbligo. Secondo la legge 119, dopo un anno di tempo per mettersi in regola, i genitori entro il 10 luglio avrebbero dovuto esibire il certificato della Asl comprovante la vaccinazione. Ma ecco che il 5 luglio è piombata la circolare Grillo-Bussetti che prevede la procedura semplificata per tutto l’anno scolastico 2018-19, anche nelle regioni in cui esiste l’anagrafe vaccinale. Immediata la rivolta dei presidi, dei direttori di servizi educativi e dei pediatri. Con l’appoggio di eminenti giuristi come Amedeo Santuososso, presidente della prima sezione civile della Corte d’appello di Milano e direttore scientifico del centro di ricerca Ecit dell’Università di Pavia in materia di scienza e diritto. Una circolare non può prevalere su una legge, questo il parere del giurista. Ma non è bastata l’iniziativa di Grillo-Bussetti…

L’articolo di Donatella Coccoli prosegue su Left in edicola dal 31 agosto 2018


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1932, l’annus mirabilis di Picasso

Un anno vissuto intensamente. Nonostante la gabbia dorata del matrimonio con la ex ballerina Olga Khochlova con cui conduceva una vita salottiera nel jet set di Parigi, dove i surrealisti continuavano a “fare la corte” a Picasso. Un anno di innamoramento e fantasia, il 1932, nonostante le nubi che si addensavano sulla storia. Era l’anno della grande depressione. Poi nel 1933 la presa del potere da parte di Hitler, il discorso nazista all’università tedesca di Heidegger, mentre il giovane Sartre non trovava di meglio da fare che trasferirsi proprio allora in Germania.
Il mondo culturale parigino appariva fatuo a Picasso e quello domestico asfissiante. Per sfuggire alle feste e ai riti di famiglia nel lussuoso appartamento arredato da Olga, Picasso si rifugia al piano di sopra, nel suo studio caotico e polveroso, dove pochissimi amici sono ammessi. Achim Borchardt-Hume curatore con Nancy Ireson del catalogo (edito dalla Tate Publishing) della bella mostra in corso a Londra ricorda che durante le feste di Natale del 1931 Picasso realizzò un inquietante quadro di ispirazione surrealista, La Femme au style, in cui una donna aggredisce la rivale. Benché sia una tela quasi astratta, nella composizione si intravede un’eco del braccio di Marat assassinato dipinto da David. Poi giorni dopo, su una tela più grande, sboccia l’immagine di una giovane donna seduta sulla poltrona, un ritratto onirico, dolce e delicato, in cui però il volto appare cancellato. Ciocche di capelli biondi fanno pensare a Marie-Thérèse Walter, la giovane amante di Picasso che allora aveva 22 anni. La relazione era nata quando lei ne aveva solo 17 e lui 45 e aveva sempre cercato di tenerla segreta. Passata la soglia dei 50 anni, mentre il successo pareva avvolgerlo in una coltre soporifera, nel rapporto con quella giovane donna, così diversa da Olga, Picasso trovò…

L’articolo di Simona Maggiorelli prosegue su Left in edicola dal 31 agosto 2018


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