Home Blog Pagina 722

Una mano lava l’altra

La foto scattata il 14 giugno 2018 alla cerimonia di chiusura dell'anno accademico della Scuola di perfezionamento per le forze di polizia, e tratta il 15 giugno 2018 dal sito del Viminale, mostra il ministro dell'Interno Matteo Salvini mentre stringe la mano al cardinale americano Raymond Leo Burke. ANSA/ SITO VIMINALE +++ NO SALES, EDITORIAL USE ONLY +++

«Era lei a prendere l’iniziativa». Così don Paolo Glaentzer ha pensato bene di giustificare la presenza nella sua auto di una bambina di 11 anni. Lui con i pantaloni abbassati, lei con la magliettina alzata. E ancora: «È stata una mia stupidata, mi ha fatto lo sgambetto il demonio, uno sgambetto un po’ pesante, ho commesso un errore, questo lo ammetto, ci penserà il nostro Signore. Lui è in grado». Parole fatue e agghiaccianti che non hanno messo al riparo il parroco 70enne, colto in flagrante, dall’arresto con l’accusa di violenza sessuale. «Con» la stessa bambina, stando a quanto il prete ha dichiarato alla stampa locale, era già «capitato altre poche volte». Infine l’ultima “coltellata”: «È stato uno scambio d’affetto, è stato esagerato, a volte le cose vanno in una certa maniera». Avete letto bene. Con una bimba di 11 anni, per un sacerdote, a volte le cose vanno in questa maniera. Ed effettivamente e tragicamente, è vero.
In quei giorni di fine luglio, rimbalzava dal Cile la notizia di un’inchiesta governativa con relativa messa in stato d’accusa di 158 tra vescovi, parroci, sacerdoti e laici dipendenti di associazioni religiose. «La stragrande maggioranza dei fatti riportati corrisponde a crimini “sessuali” commessi da sacerdoti, parroci o persone associate a istituti scolastici», scrive la Fiscalia generale cilena nel documento. Nel mirino dei giudici, con l’accusa di aver sistematicamente insabbiato le denunce ricevute e coperto i responsabili, sono finiti anche due ex capi della Conferenza episcopale cilena, mons. Errazuriz e mons. Ezzati, e l’ex arcivescovo di Osorio, mons. Barros. Non si tratta di ecclesiastici qualsiasi…

L’inchiesta di Federico Tulli prosegue su Left in edicola 31 agosto 2018


SOMMARIO ACQUISTA

Eppur bisogna andare

Ci sono storie che iniziano lontano, in Eritrea precisamente, e parlano di guerre, fame, carestie, sete, camminate di mesi in mezzo al deserto per arrivare nei lager libici e poi di nuovo in viaggio, per mare, stipati su mezzi di fortuna da scafisti/schiavisti.
Storie che raccontano di un rimpallo politico, che costringe 150 persone per giorni, ferme in un porto a Catania, all’aperto, sotto al sole, con due soli bagni chimici, senza docce e senza vestiti di ricambio, mangiando sul ponte.
Storie di violenze, abusi fisici e sessuali, trattamenti inumani e degradanti
Quella che voglio raccontare oggi però non è la storia dell’accoglienza in Italia, del ministro degli interni che continua a fare campagna elettorale, sulla pelle dei migranti, mesi dopo le elezioni, dell’accordo di Dublino e la latitanza italiana quando si è trattato di modificarlo, delle strizzate d’occhio ad Orban e degli accordi con la Libia.
La storia di oggi è a lieto fine ed inizia con il viaggio di ore di due pullman che, da Catania, portano 100, delle persone bloccate sulla nave Diciotti, fino ad un centro religioso alle porte di Roma, dal profetico nome di “Mondo Migliore”.
Anche in questa storia però, come in tutte quelle che si rispettino, ci sono i cattivi.
Cattivi deboli, che se la prendono con i disperati, che chiamano rinforzi da tutta Roma, spingendosi fino a noti personaggi della destra estrema di Ostia, per sventolare nella notte le loro bandiere sulla faccia dei migranti e dire loro che non sono accetti, che devono tornare indietro, non importa dove e come, perché quello che importa è che vengano “prima gli italiani”.
Ma nelle storie ci sono anche gli eroi e qualche volta arrivano addirittura prima dei cattivi.
Glie eroi hanno facce sorridenti e cartelli con scritto WELCOME.
Nessuna bandiera, perché quello che li unisce non è un vessillo ma l’umanità.
E l’umanità vince e viene ripagata.
Vince le ore di sonno perse; la sete; il darsi il cambio per non far sentire i fratelli dentro il centro soli; il caldo; i microfoni delle TV messi sotto il naso di gente che non è abituata a questo, perché non è li per farsi pubblicità o per strumentalizzare una vicenda terribile e disumana, è lì per dire che un’altra strada è possibile.
Un’altra Italia, quella dei 60.000.000 meno uno, quella che ai metodi di Salvini dice “no”, quella che il 28 e il 29 agosto, in modo spontaneo, si è organizzata per abbracciare, quella che, ai Castelli Romani, ha una storia di antifascismo solida e profonda, una storia che vuole rivendicare e difendere.
Le lunghe giornate finiscono con un premio, con i migranti che sollevano i bambini oltre la recinzione di Mondo Migliore, con mani che si stringono, “grazie” gridati oltre il cordone di polizia ed un cartello che spunta da dentro il centro, con la scritta WELCOME ed il simbolo della pace al posto della O.
Ogni storia ha una morale, e forse, quella di questa che ho provato a raccontarvi oggi è che nel 2018, bisogna vivere ricordando le “scarpe rotte eppur bisogna andar”, anche se, le scarpe rotte non sono le nostre, ma quelle di qualcuno che viene da lontan…

*

Elena Mazzoni è responsabile nazionale ambiente Partito della Rifondazione Comunista-Sinistra Europea

 

 

 

L’Ue vuole abolire il cambio tra ora solare e legale

epaselect epa06606934 A new street art work by Banksy, the anonymous British street artist is of a rat In the inner portion of a clock above a closed former bank building on 14th Street and 6th Avenue in New York City, USA, 15 March 2018. EPA/JASON SZENES

«Scatta l’ora legale, panico fra i socialisti!». Ricordate l’indimenticabile copertina di “Cuore”, quando Michele Serra faceva ancora ridere? Bene, anche se l'”onestà va di moda” (come giurano i gialloneri di governo) e i socialisti si stanno assottigliando parecchio (il Ps francese, il Psi, il Pasok, il Pd…) e comunque sono ormai irriconoscibili dopo la mutazione genetica in senso liberista, forse il 28 ottobre potrebbe essere l’ultima volta in cui i possessori di orologi dell’Unione europea dovranno preoccuparsi di spostare le lancette. Ovvio che i socialisti sedicenti non c’entrano, ma l’orario estivo potrebbe valere per sempre.

In realtà, dopo le indiscrezioni di ieri sera e delle prime ore di oggi, sembrava che sarebbe stata l’ora legale a sparire, poi le parole di Juncker, presidente della Commissione europea, avrebbero chiarito: «L’orario estivo sarà quello usato tutto l’anno in futuro». Va detto che spesso lo statista lussemburghese ha conquistato le prime pagine per le sue doti di gaffeur oltre che per i favori fiscali concessi quand’era capo del governo del suo granducato. E forse anche questa incertezza è all’origine della popolarità di entrambi gli hashtag su Twitter: #oralegale, #orasolare.

Solo nel primo pomeriggio, infatti, la stessa commissione europea scioglierà il dubbio, facendo spiegare a un portavoce che presenterà «prossimamente» una proposta legislativa «per abolire il cambio d’ora due volte l’anno» da quella solare a quella legale, in modo che possa essere mantenuta la stessa ora tutto l’anno, senza però dare indicazioni di scelta fra una o l’altra. Oppure si possa continuare a spostare le lancette ogni sei mesi. «Spetta» però «agli stati membri decidere se restare all’ora solare o all’ora legale», in quanto «la scelta del fuso orario resta una competenza nazionale», prosegue il portavoce.

La Commissione europea, comunque, proporrà di abolire il cambio d’orario in tutta l’Unione, ha annunciato Jean-Claude Juncker in un’intervista al canale televisivo tedesco Zdf. «C’è stato un sondaggio pubblico, hanno risposto in milioni e c’è la volontà che l’orario estivo sarà quello usato tutto l’anno in futuro. Quindi sarà così». La proposta definitiva della Commissione Ue, ha quindi spiegato, arriverà oggi, poi la misura dovrà essere approvata successivamente dal Parlamento europeo e dai capi di Stato e di governo, il Consiglio europeo.

La consultazione aperta a tutti i cittadini (non si tratta di un referendum), ha ricevuto una valanga di risposte, ben 4,6 milioni, il numero più alto mai ricevuto da un sondaggio pubblico Ue. Il dibattito è stato acceso a Bruxelles dai governi di Finlandia, Svezia e alcuni Stati membri dell’Est come la Lituania che chiedono di abolire l’ora legale ritenendone superate le ragioni quale il risparmio energetico e adducendo anche motivi di sanità pubblica come i costi dei disturbi del sonno provocati dal cambiamento orario ma non è stata registrata una maggioranza a favore. A febbraio, l’Europarlamento aveva bocciato l’ipotesi di abolire il cambio semestrale dell’ora.

I risultati della consultazione, secondo indiscrezioni della stampa tedesca dove lo stop allo spostare le lancette è anche da mesi al centro del dibattito, vedrebbe una schiacciante maggioranza delle risposte, pari all’80%, favorevole all’abolizione dell’ora legale. Allo stesso tempo però, i rispondenti, secondo altre fonti, sarebbero per quasi due terzi (3 milioni) solo tedeschi. Hanno preso parte alla consultazione on line ben il 3,79% della popolazione tedesca, il 2,94% di quella austriaca e solo lo 0,04% degli italiani.

Il governo tedesco non ha commentato l’annuncio del presidente Juncker, sulla futura eliminazione del passaggio dall’ora solare a quella legale: «Aspettiamo che ci siano concrete proposte da Bruxelles. E poi prenderemo una posizione», ha affermato la portavoce di Angela Merkel, Ulrike Demmer, rispondendo a una domanda in proposito in conferenza stampa. Demmer ha sottolineato che il governo «ha visto positivamente» la procedura, che ha coinvolto milioni di cittadini europei. Scontato il commento del vicepremier Salvini che, nemmeno oggi vincerà il premio per l’originalità: «la Commissione europea lavora tanto per eliminare l’ora legale, ma se ne frega di lavorare per ottenere finalmente un’immigrazione legale. Non ho parole, gli Italiani pagano miliardi per cambiare lancette agli orologi…». Contrari, invece Scalfarotto e Gribaudo all’abolizione dell’ora legale, quindi anche loro scettici sulla dichiarazione di Juncker secondo cui sarà in vigore l’orario estivo tutto l’anno.

Il sito della Commissione europea ha pubblicato proprio oggi l’esito della consultazione online, svoltasi dal 4 luglio al 16 agosto, parlando genericamente di “cambio dell’ora”, nella traduzione esatta dell’ufficio stampa. Per Violeta Bulc, Commissaria europea per i Trasporti, «il messaggio è molto chiaro: l’84% è contrario al mantenimento del cambio dell’ora. Ci organizzeremo di conseguenza e prepareremo una proposta legislativa per il Parlamento europeo e il Consiglio, che poi decideranno insieme». In base ai risultati preliminari, inoltre, più dei tre quarti dei rispondenti (76%) ritengono che il cambio dell’ora due volte l’anno sia un’esperienza “molto negativa” o “negativa”. Per giustificare un’eventuale abolizione del cambio dell’ora i rispondenti hanno avanzato considerazioni legate agli effetti negativi sulla salute, a un aumento degli incidenti stradali o all’assenza di un risparmio energetico.

I risultati definitivi della consultazione pubblica saranno pubblicati nelle prossime settimane; la Commissione redigerà a questo punto una proposta per il Parlamento europeo e il Consiglio in vista di una modifica delle disposizioni vigenti sul cambio dell’ora. Le consultazioni pubbliche sono uno degli strumenti che la Commissione utilizza per realizzare le valutazioni sulle politiche, insieme ad altri elementi come gli studi scientifici. Tra le precedenti consultazioni più importanti si ricordano quella sulla legislazione in materia di uccelli selvatici e habitat (più di 550mila risposte) o quella sulla modernizzazione della politica agricola comune (più di 322mila risposte).

La maggior parte degli Stati membri ha una lunga tradizione di disposizioni relative al cambio dell’ora, molte delle quali risalgono alla prima e alla seconda guerra mondiale o alla crisi petrolifera degli anni settanta. Dagli anni 80 l’Unione europea ha progressivamente adottato norme in virtù delle quali tutti gli Stati membri si impegnavano a coordinare il cambio dell’ora, unificando i diversi regimi nazionali. Dal 1996 tutti gli europei spostano le lancette avanti di un’ora l’ultima domenica di marzo e indietro di un’ora l’ultima domenica di ottobre. Lo scopo delle norme dell’Ue non era quello di armonizzare le disposizioni sul cambio dell’ora nell’Unione ma di affrontare i problemi, soprattutto per i settori della logistica e dei trasporti, che nascono dalla mancanza di coordinamento nell’applicare le variazioni dell’ora nel corso dell’anno. Più schiettamente, il viceportavoce capo della Commissione europea Alexander Winterstein, durante il briefing con la stampa a Bruxelles, ha ammesso che «in determinati periodi dell’anno, l’orario europeo di apertura e di chiusura delle Borse Usa, il cui andamento influisce sulla direzione delle altre piazze finanziarie». Parallelamente alle disposizioni dell’Ue relative all’ora legale, gli Stati membri applicano tre diversi fusi orari. La scelta del fuso orario è di competenza nazionale.

In base all’ora legale, gli orologi avanzano di un’ora nei mesi estivi, in modo che la luce del giorno duri più a lungo nella sera e, alle latitudini più settentrionali questo comporta che il sole tramonti a cavallo delle 22 con stravolgimenti, pare, per l’organizzazione della vita quotidiana e con una sorta di jet lag di cui si stanno studiano gli effetti. La maggior parte del Nord America e dell’Europa segue l’usanza, mentre la maggior parte dei Paesi altrove non lo fa.  La Russia l’ha abbandonata nel 2014, gli Usa la chiamano Dst, daylight saving time, “risparmio diurno di luce”.

L’ora legale nella sua forma attuale fu introdotta in Germania nel 1980 – e molto prima in altri Stati membri dell’Ue – allo scopo di risparmiare energia. Dal 2002, con il passaggio all’Euro è stato uniformemente regolato in tutto il blocco.

Fu Benjamin Franklin, in una lettera scritta nel 1784 a un giornale di Parigi, a lanciare l’idea. Abolita nel 1920, era stata introdotta con la I guerra mondiale, in Italia l’ora legale è stata nei decenni successivi più volte introdotta, sospesa, abolita e di nuovo adottata. Ora funziona dal 1966 per sfruttare meglio la luce del sole nel tardo pomeriggio e alla sera. Fino al 1980 restava in vigore da maggio a settembre. Dal 1981 è invece entrata in vigore dall’ultima domenica di marzo.

A detta di Bruxelles, i numerosi studi «non sono riusciti a giungere a conclusioni definitive» ma l’avvento dell’ora legale e il ritorno all’ora solare avrebbero effetti sul sonno e sulla concentrazione: si dorme meno e il sonno sarebbe più disturbato, secondo uno studio visto su Neuroscience Letters. In pratica l’organismo si confonderebbe finendo per “sballare” il ritmo circadiano, l’orologio interno che regola le funzioni cicliche. Il solo sorge più tardi e tramonta dopo, quindi sia le modalità “veglia” che quelle “sonno” ne risulterebbero alterate anche per tre settimane.

Un sonno peggiore – stando a uno studio del 2012 letto Journal of Applied Psychology – vuol dire perdita di concentrazione e di produttività. È un periodo, quello del passaggio, in cui le persone perderebbero il 3% del tempo in più a “cyberoziare”: i ricercatori lo hanno scoperto analizzando i dati sulle ricerche di siti della categoria “intrattenimento” forniti da Google per il lunedì successivo all’entrata in vigore dell’ora legale negli Usa. E, nel medesimo periodo, gli studenti ottenevano punteggi del 2% più bassi nel test per l’ammissione al college. Diminuiscono, però, gli incidenti automobilistici mortali nel periodo in cui è in vigore l’ora legale, probabilmente perché c’è più luce quando si rientra dal lavoro. Ma il lunedì in cui l’ora legale entra in vigore se ne registrano di più e aumenterebbero anche gli infortuni sul lavoro per colpa del sonno e della distrazione quando le lancette vengono messe in avanti.

Nella prima settimana di ora legale ci sarebbe anche un picco di attacchi di cuore. Il risveglio è il momento più a rischio per chi rischia l’infarto e i medici suggeriscono di adattarsi a ritmi di un quarto d’ora al giorno. Uno studio australiano ha perfino riscontrato un aumento dei suicidi nelle prime settimane di ora legale, e in quelle successive al ritorno all’ora solare. Secondo i ricercatori, anche un piccolo cambiamento nei ritmi cronobiologici può portare a effetti devastanti nelle persone più vulnerabili.

Buonisti? Siamo molto più cattivi di voi

Un momento della manifestazione 'Europa senza muri' organizzata in piazza San Babila per ricordare il valore della solidarietà, dell'accoglienza e dell'integrazione, in occasione dell'incontro in Prefettura tra il primo ministro ungherese, Viktor Orban, e il ministro dell'Interno e vicepremier Matteo Salvini, Milano, 28 agosto 2018. ANSA / MATTEO BAZZI

Il ministro dell’Inferno dice che è ora di smetterla con gli scippi, le ruberie e le rapine dei negri.

Ha ragione. Anzi, peggio: noi buonisti siamo contro le ruberie, gli scippi e le rapine dei neri, dei bianchi, dei gialli, dei grigi, dei verdi e anche dei viola, nel caso in cui si palesino. Noi siamo per la giustizia e la certezza della pena per tutti gli extracomunitari ma anche per i comunitari. Non sopportiamo quelli che spennano i piccioni ai semafori ma se proprio dobbiamo scegliere preferiamo indignarci (ma tanto, proprio tanto, come piace ai cattivisti) contro un presidente della Lombardia come Roberto Formigoni che si professava seguace di Dio mentre accumulava almeno 5 milioni di euro (secondo la condanna in primo grado) oppure i 49 milioni di euro che mancano nei bilanci della Lega oppure (perché noi buonisti non guardiamo in faccia nessuno) lo scandalo di Banca Etruria e MPS.

Dice il ministro dell’Inferno che bisogna finirla con la mafia dietro agli sbarchi.

Dai. Sì. Ti diamo ragione. Magari faccia almeno la fatica di dimostrarlo ma se dovesse accadere siamo d’accordo con lui. Però noi buonisti abbiamo fiele da vendere, anche se ci dipingono come tonti, e ci piacerebbe vedere debellata una volta per tutte anche Cosa Nostra e ance la Camorra e anche la ‘Ndrangheta e anche la Sacra Corona Unita. Tutti. Applichiamo il socialismo della pena. E ci piacerebbe sapere se qualche scafista nella storia d’Italia abbia mai avuto occasione di firmare un patto o sussurrare all’orecchio di qualche pezzo di governo, com’è accaduto a Totò Riina. Ci piacerebbe occuparcene secondo una scala di priorità, diciamo. A meno che gli scafisti abbiano sconfitto i corleonesi e noi non ce ne siamo accorti.

Dice il ministro che vorrebbe essere prefetto di ferro che bisogna smetterla con gli islamici che sgozzano i capretti.

Questo, davvero, ci mette in difficoltà. Ma noi buonisti siamo per il rispetto della legge quindi se viene fatta la legge contro il dissanguamento siamo pronti ad arrestare tutti quelli che grigliano salamelle d’estate o agnelli a Pasqua. Non avremo pietà, promesso.

Dice il ministro dell’Inferno che bisogna smetterla con questi negri che stuprano.

Vero, bene, bravo, bis. Facciamo che puniamo gli stupratori, tutti, ma proprio tutti tutti, e i pedofili, tutti. Bianchi, neri, profughi, commercialisti, avvocati, gialli, produttori televisivi, registi cinematografici. Lui vi promette di arrestare tutti gli stupratori neri. Noi vorremo fermare tutti gli stupratori. Che dite? Siamo più cattivi noi.

Noi buonisti siamo molto più cattivi dei fascistelli del nuovo millennio: quelli scelgono di prendersela con un gruppo cromatico di cattivi e invece noi vorremmo giustizia con tutti, di tutti i colori. Mica per niente indossiamo l’arcobaleno. I difensori della patria dicono che bisogna onorare il nostro Paese e noi siamo d’accordo, solo che il nostro Paese è largo come tutto il mondo e proviamo una certa compassione per chi si preoccupa solo del proprio orto. C’è una differenza sostanziale, è vero: quelli rassicurano e presumibilmente possono farsi votare dai delinquenti bianchi, cattolici e italiani. A noi stanno sulle palle anche quelli. Non siamo razzisti, appunto: l’unica razza è quelli dei furbi e dei delinquenti. Quelli non li riusciamo a sopportare.

Da chi vi fareste difendere, senza scheletri nell’armadio, senza avere qualcosa da nascondere?

Buon venerdì.

Settimana della critica. Una scossa sul presente, lavorando sul futuro

Settimana della critica

La Settimana Internazionale della Critica (Sic) , sezione parallela della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, organizzata dal Sindacato nazionale critici cinematografici italiani (Sncci) in collaborazione con la Biennale di Venezia, si svolge quest’anno dal 29 agosto all’8 settembre. Nata nel 1984 per volontà di Lino Micciché, 30 anni di lavoro, competenze e ricerca sul linguaggio delle immagini. Obiettivo: selezionare le opere prime di registi emergenti.

A Giona A. Nazzaro, delegato generale dal 2016, chiediamo che tipo di esperienza sia.
Un’esperienza importante, complessa, perché coincide con una posizione di grande responsabilità; si tratta di individuare le tensioni che affiorano e si muovono nel mondo del cinema, avendo la possibilità di mettersi alla ricerca di nuovi talenti all’altezza di quelli che li hanno preceduti. Non sempre è facile cogliere dove si muova il nuovo. Tuttavia, mi sembra di poter dire, che la Settimana Internazionale della Critica vi sia spesso riuscita. Ancora ci si domanda come sia stato possibile che il Festival di Cannes si sia lasciato scappare Les Garçons Sauvages di Bertrand Mandico, presente nella selezione dello scorso anno, un film che ha alimentato un vivace dibattito in Francia sulla violenza e il mondo adolescenziale, o siano sfuggiti talenti del calibro del regista tunisino Ala Eddine Slim, proveniente dal mondo della videoarte che, con The Last of Us ha vinto il Leone Del Futuro – Premio Venezia Opera Prima e l’Oscar del cinema africano. Nel 1985, Kevin Reynolds presentò Fandango, poi divenuto un cult movie, ma sono molti i registi che nell’ambito della Sic si sono rivelati, mostrando nel tempo un profilo personale, coerente e originale. Da Olivier Assayascon il suo film d’esordio Désordre al regista e sceneggiatore britannico Mike Leigh con High Hopes. Da Peter Mullan con Orphans ecc. E, tra i registi italiani, non mancano voci autorevoli come Carlo Mazzacurati scoperto con Notte italiana, Vincenzo Marra, Roberta Torre…

Gioco di squadra con tutti i membri della Commissione, come vi orientate nelle scelte dei film?
I film, giudicati candidabili, prima delle decisione finale vengono discussi con l’intero comitato di selezione, ma prima dci sono viaggi, visioni, incontri, partecipazioni ai festival, confronti e soprattutto c’è un grande lavoro di ricerca . Senza peccare di presunzione, ma il giorno dopo la chiusura della Mostra di Venezia 2017, io già stavo progettando il lavoro per questa nuova edizione, visionando film, visitando laboratori, prendendo contatti… È necessario avere un’idea ampia di quello che si muove intorno ai film, a chi li realizza e contribuisce a realizzarli. Un lavoro più articolato del semplice vedere i film belli e finiti, perché sottintende la possibilità di capire dove va il cinema e in quale direzione. Il cinema non come semplice riflesso sociologico del mondo, ma come dialettica aperta con il mondo, cercando di comprendere come interagisce la forma del film con il presente, assicurando un’evidenza a ciò che si configura come primato poetico che, per noi, proprio in quanto poetico, è primato politico.

Leggo nella brochure che la rassegna Sic si pone come obiettivo l’esplorazione di un cinema che eviti il noto e il consolatorio, approfondendo il piacere della scoperta, la discontinuità, lo smarrimento, la sensualità, il rischio, l’ignoto… puoi spiegarci meglio il senso di termini così suggestivi?
Sono termini che evocano la proposta di quest’anno e in qualche modo sintetizzano la nostra visione di cinema. Non è vero che il cinema è tutto già visto e finito e non è vero che i Festival non servono a nulla. Servono molto, invece. Perché raccontano di materiali, idee, modalità di linguaggio ed espressione artistica che si stanno progettando e formando. I Festival sono una scommessa sul presente, lavorando sul futuro…

Dai discorsi di Barbera e dalla rinnovata vicinanza di Hollywood a Venezia sembra che la strada per riconquistare il pubblico o un pubblico di “nicchia allargata” sia l’“autorialità” che incontra il genere. Partendo dal presupposto che non c’è una via obbligata e tantomeno unica, tu che cosa ne pensa?
Non esiste più un pubblico del cinema, esistono pubblici diversi e diversificati, che a volte non comunicano tra loro. Sono numerose le specializzazioni dei pubblici e non sempre si tratta di pubblici disponibili al dialogo (ad esempio il pubblico del cinema fantastico non dialoga con il pubblico del cinema sperimentale). Chi ha il privilegio di lavorare in un Festival deve aver modo di dialogare con la complessa gamma dei pubblici esistenti e sollecitarne, quando è possibile, il dialogo. Il segreto è capire come si muovano le immagini e che cosa stiano proponendo le piattaforme  in termini di offerta. C’è una diversificazione continua molto interessante e il cinema nei Festival è un grande attore della ridefinizione del cinema tout court odierno date queste premesse. Il problema è come articolare la presenza di diversi soggetti economici forti con la presenza di soggetti economici meno forti, provenienti da realtà meno visibili o non conosciute. Quando sento dire che la Mostra del cinema di Venezia è schiacciata da Hollywood, a parte il fatto che non condivido il giudizio, credo si tratti di una questione vecchia e piuttosto inutile. Il cinema hollywoodiano è un cinema innegabilmente e storicamente importantissimo, con cui tutti siamo cresciuti e ci siamo formati. All’interno di una serie di dinamiche e valutazioni, che non escludono il mercato, la Mostra di Venezia ha il compito di mettere in campo un potere di contrattazione con soggetti forti senza assottigliare la sua attenzione e sensibilità verso soggetti meno forti.

Da critico e delegato generale, di fronte al proliferare di siti e blog di critica cinematografica, nei quali talvolta il gusto personale e la soggettività prevalgono sulla lettura analitica e i codici del linguaggio, può dirci quale sia oggi il ruolo della critica in Italia?
Domanda complessa. La critica in Italia si è diversificata. La diversificazione nell’approccio ha prodotto uno spettro molto ampio di voci critiche. Ovviamente bisogna capire quali sono i luoghi dove si produce il pensiero e si articola la riflessione critica. Quando parlo di luoghi ove si produce il pensiero, parlo di “spazi” in cui o “finestre” attraverso le quali si indagano le trasformazioni e le metamorfosi del cinema; la relazione cinema e immagine in movimento; le possibilità che il cinema (e il mondo, e il corpo) ancora offrono aldilà degli steccati innalzati per invocare identità limitanti. Il problema è sostenere quei luoghi ove si manifesta il pensiero. La critica sui giornali soffre di continui razionamenti e non è corretto pensare che tutti possano scrivere di Spielberg, come non è corretto pensare che tutti possano scrivere di Renzo Piano in relazione all’architettura o di Goffredo Parise in relazione alla letteratura. La conoscenza del cinema è ancora oggi vista con diffidenza…

E forse un pizzico di superficialità…
Sì, forse. Io credo che la selezione di film della Sic possa essere un interessante proposta di allargamento dell’orizzonte di comprensione critica…

E per vedere i film della selezione al di fuori del Festival?
Si tratta di un problema che esula il Festival e riguarda i limiti strutturali di altre realtà presenti in Italia.  Il festival non si deve preoccupare del problema della circuitazione. Oggi critica, distribuzione, sala sono realtà molto indebolite. Consideri che in Italia fanno fatica ad uscire i film italiani, ma bisogna ugualmente sfuggire agli assiomi “i Festival non servono a nulla” oppure “ i Festival sono trampolini di lancio per le opere che vi passano”, andrebbe fatto un ragionamento strutturale ed un progetto di ben più ampio respiro per uscire da queste secche. C’è un fatto di vitale importanza: i Festival, e i film che a Venezia le persone avranno l’opportunità di vedere, vengono mostrati, plauditi, criticati, e tanto altro, ma fanno anche qualcosa di più: sono uno snodo del processo creativo ed economico che alimenta la produzione e creano a loro volta opportunità di lavoro all’interno delle produzioni…

Attacco allo Stato di diritto

Il ministro dell'Interno Matteo Salvini al Viminale durante conferenza stampa su ''spiagge sicure'', Roma 6 luglio 2018. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Roma, 24 agosto 2017. Nella centralissima piazza Indipendenza, i getti degli idranti della polizia del capo Gabrielli e del ministro dell’Interno Minniti investono volti e corpi dei rifugiati eritrei che si erano accampati in strada. I manganelli d’ordinanza librano in aria e si abbattono sui presenti, tra cui molte donne. Colpevoli, insieme alle loro famiglie, di resistere al nuovo sgombero, dopo che alcuni giorni prima erano stati allontanati dal palazzo in cui vivevano da circa quattro anni, in 800 circa, nella adiacente via Curtatone. Tutto si svolge di fronte agli occhi terrorizzati dei bambini, in lacrime. Il bilancio sarà di più d’una dozzina di feriti, e alcune persone portate in ospedale.

Catania, 24 agosto 2018. Un gruppo di migranti, 150, sopravvivono da giorni bloccati a bordo del pattugliatore della Guardia costiera Diciotti. In gravi condizioni fisiche (casi di tubercolosi, scabbia, polmonite) e psicologiche. A disposizione, due bagni chimici per tutti, un tubo con acqua fredda per la doccia, il ponte della nave come giaciglio. Sono stati soccorsi a ferragosto nel Mediterraneo. I 27 minori imbarcati insieme a loro erano stati fatti scendere, dopo una lunga settimana di attesa. Grazie anche agli interventi di Garante dei detenuti prima, e Procura dei minorenni di Catania poi. «Abbiamo accolto 27 scheletrini», ha commentato eloquente un’operatrice umanitaria di Terre des hommes. A tenere in ostaggio la pattuglia di migranti, mediante un cavillo amministrativo datato 2015 che lascia al Viminale il compito di dare semaforo verde allo sbarco, il ministro dell’Interno, Salvini. Ora indagato per sequestro di persona, arresto illegale e abuso d’ufficio.

Rimettendosi alle sue esternazioni, l’assurdo ricatto di tenere sotto scacco ad oltranza una nave dell’esercito del proprio Paese colma di migranti avrebbe dovuto convincere l’Ue ad essere maggiormente solidale nell’accoglienza. Talmente assurdo che l’Ue rimane in silenzio, e tira dritto. Ad accogliere i migranti, poi, si fanno avanti Dublino e Tirana, singoli Paesi. Insieme alla Conferenza episcopale, che ne prende in carico un centinaio e li smista in alcuni Centri che fanno parte della rete italiana di accoglienza. La situazione, dunque, si sblocca. Gli adulti scendono, nella notte tra il 25 e il 26 agosto. Neanche una donna, tra le superstiti, era stata risparmiata da abusi sessuali durante l’odissea che le ha condotte in quella che immaginavano terra amica. Come confermano i medici della sanità portuale.

Diverso luogo, diverso (?) governo, medesima dinamica. Forti con i deboli. E medesime vittime: i sopravvissuti della Diciotti, oltre ad alcune persone provenienti da Bangladesh, Siria, Egitto, Somalia, Isole Comore, sono anch’essi in massima parte eritrei. Fuggiti da una leva obbligatoria che spesso si tramuta in lavori forzati, da persecuzioni e una repressione del dissenso fatta di abusi e punizioni corporali. Violenze che rappresentano il prolungamento ideale di quelle del regime italiano, che nel corno d’Africa aveva insediato la propria colonia. Ma si tratta di considerazioni distanti anni luce dai tweet di Salvini, che grida vittoria. Per ora.

«Il caso Diciotti è gravissimo, da molti punti di vista», commenta Francesca De Vittor, ricercatrice in diritto internazionale all’Università Cattolica. «Innanzitutto, la dichiarazione esplicita di Salvini di aver bloccato per giorni queste persone per ottenere un intervento dell’Europa, rende palese come il trattenimento sia sprovvisto di base giuridica nell’ordinamento italiano e non rientri in nessuno dei casi in cui l’art. 5 della Convenzione sui diritti dell’uomo legittimerebbe…

L’inchiesta di Leonardo Filippi prosegue su Left in edicola dal 31 agosto 2018


SOMMARIO ACQUISTA

La ferocia, innanzitutto

Questa mattina lo striscione con la scritta "lasciarli in mare quanti voti vale?" Sta campeggiando in una zona del porto dell'isola, nelle vicinanze del molo dove sono ormeggiate le motovedette della capitaneria di porto e dei carabinieri. Promotore della protesta iniziata davanti alla porta d'Europa due giorni fa È Francesco Piobbichi, conosciuto come operatore di mediterranean hop e, osservatorio sulle migrazioni di Lampedusa. Un progetto finanziato con l'otto per mille dell'Unione delle chiese metodiste e valdesi. L'iniziativa promossa, verte a fare in modo che le persone che si trovano a bordo della nave diciotti possano essere portate a Lampedusa e non riportate in Libia. Da 3 giorni, la nave diciotti staziona nelle vicinanze dell'isola.

Bisognerebbe con calma riprendere in mano il caso della nave Diciotti e farne un bigino, uno di quelli che si usavano a scuola per avere le linee generali dell’interrogazione e tenerselo in tasca per i prossimi mesi di governo, per sapere esattamente a cosa stiamo andando incontro, per uscire dal torpore di un’epoca che è molto di più di semplice cattivismo esibito ma che (e sarebbe ora di dircelo) ha i modi e gli stili del fascismo peggiore.

La ferocia, innanzitutto. Sulla nave Diciotti sono stati trattenuti illegalmente (e non serviva un magistrato per saperlo) persone che senza ombra di dubbio sono vittime dei peggiori regimi sparsi per il mondo.

Le donne sono state tutte stuprate (lo dicono gli esami medici effettuati dopo lo sbarco) e alcuni di loro portavano addosso i segni dei lager libici. Feriti, deboli, sfiniti e stranieri: i migranti della Diciotti sono il boccone preferito del ministro dell’Interno Salvini, sempre forte con i deboli e debole con i forti secondo la migliore tradizione parafascista italiana. Però sulla nave Diciotti c’era anche l’equipaggio: uomini della Guardia costiera che sono stati bistrattati e offerti in pasto all’opinione pubblica. Il punto è importante perché dimostra che Salvini è disposto a tutto per ingrassare la propria propaganda: la difesa degli italiani è uno slogan vuoto dietro cui si cela l’ossessione di inventarsi in continuazione nuovi nemici, possibilmente imbelli (per disperazione o, come nel caso dell’equipaggio della Diciotti, per ruolo).

La miopia politica. Solo un imbecille avrebbe potuto pensare che l’Europa scendesse a patti con un governo che sequestra una propria nave. Ma questo governo in realtà è vigliacco due volte: mostra i denti per accontentare i propri elettori per poi ritirare la mano nel momento dello scontro. Come nel caso della nazionalizzazione delle autostrade, su cui la sinistra potrebbe sfidarli per davvero.

Matteo Salvini e Luigi Di Maio alla fine esulteranno per la prossima elemosina dell’Europa. Badate bene: sono gli stessi che hanno esultato quando il presidente del Consiglio Giuseppe Conte aveva ottenuto una “ridistribuzione su base volontaria”. Sono convinti che la propaganda possa tenerli a galla ma verrà un giorno in cui stropicciare qualche negro non basterà più per tenere a bada molti dei loro elettori. E allora ci sarà da ridere.

Il Movimento 5 stelle come succursale. Il capolavoro di Luigi Di Maio di regalare il sontuoso risultato elettorale del Movimento 5 stelle a Matteo Salvini procede di gran lena. Ormai se ci fate caso lui e Danilo Toninelli esistono solo come sponda e il terrore di un’eventuale caduta del governo (e quindi l’impossibilità di ricandidarsi secondo lo statuto del Movimento) li ha relegati nel ruolo degli amichetti del bullo che sono sempre con lui ma sono sempre pronti a urlare “non c’entriamo niente”. Se davvero la Lega è in costante crescita nei sondaggi è perché i grillini continuano a permettere a Salvini di prolungare la sua campagna elettorale permanente senza proferire parola. Non gli basterà il presidente della Camera Roberto Fico per recuperare i voti di chi, sul caso Diciotti, ha chiesto scusa ad amici e parenti per avere contribuito a tutto questo.

L’Europa ladrona e l’Italia nuova Padania. Lo schema se ci riflettete è sempre lo stesso: far sentire il profumo di una secessione possibile pur sapendo di non averne i mezzi. È la stessa favoletta di Umberto Bossi che strepitava in canottiera: ora la ladrona è l’Europa cattiva e l’Italia è il paradiso che ha sostituito la Padania. Ma il trucco è sempre lo stesso. Raccontare una liberazione consapevoli della truffa è l’unico modo per i leghisti di esistere. Sembra incredibile che ci si creda ancora. E invece è drammaticamente così.

L’editoriale di Giulio Cavalli è tratto da Left in edicola dal 31 agosto 2018


SOMMARIO ACQUISTA

Ricordati di ricordare

People during a march and torchlight procession in memory of the Italian researcher Giulio Regeni, who was abducted, tortured and murdered in Cairo (Egypt), in Rome, Italy, 25 January 2018. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Prendo in prestito il titolo di un gran bel saggio di Henry Miller per provare a non rimanere appiattiti sull’agenda che ci vorrebbe tutti contemporanei (ma alla svelta), annoiati del passato e soprattutto contenti della celere scadenza di ogni notizia.

Ieri Abdel Fattah al-Sisi, presidente dell’Egitto, nell’incontro avuto con il vicepremier Luigi Di Maio ha dichiarato, impunito e bolso: «Giulio Regeni è uno di noi». Si è alzata prevedibile la solita ondata di indignazione, l’ennesima richiesta di giustizia e d’altro canto si sono riattivati anche i detrattori.

Ieri, al Festival del Cinema di Venezia, è stato presentato il film di Alessandro Cremonini Sulla mia pelle che racconta l’ultima settimana di Stefano Cucchi. Grandi applausi, grande attesa, grande commozione e inevitabilmente sono tornati a strepitare quelli per cui Stefano era un drogato ed è morto per quello.

Ieri, scivolata molto più in basso, galleggiava la notizia di Genova e del ponte Morandi, si scriveva della disponibilità di Renzo Piano sulla progettazione del nuovo ponte e si litigava su chi debba costruirlo. In sottofondo le accuse a Renzo Piano (per cosa, poi, diventa difficile capirlo), un po’ di accuse incrociate tra nuovi e vecchi governanti e la solita bile sversata un po’ a casaccio.

Le tragedie da noi tornano a galla solo come banchetto utile agli avvoltoi. I famigliari delle vittime, invece, aggiungono le vertigini di un dibattito dopato al dolore quello vero, silenzioso, quotidiano nemmeno buono per i giornali. E ho pensato che forse avremmo bisogno di perserveranza in questo Paese, intesa come voglia di tenere la luce anche là dove non torna comodo alla politica e alla cronaca. Si dovrebbe decidere ogni mattina di dettarsi ognuno la propria agenda, al di là di quello di cui ci vorrebbero ingozzare. Si scoprirebbe che fa stare bene, almeno con se stessi, ricordarsi di ricordare. Come dice la madre di Giulio: “quando il pensiero si manifesta le barbarie si allontanano”. Farebbe bene a noi e anche a Giulio, Stefano, i genovesi e tutte le altre vittime bistrattate per il gusto della polemica. E sarebbe meno facile, per qualcuno, invocare la vendetta fregandosene della giustizia.

Buon giovedì.

 

Dalla casa internazionale delle donne di Roma all’Europa

«Il Parlamento europeo è l’istituzione europea più avanzata e sensibile alle questioni di genere. Ma non si possono costruire realmente politiche attraversate dall’integrazione della dimensione di genere senza il riconoscimento dell’autorevolezza e dell’autonomia dei luoghi, delle case politiche delle donne» dice l’eurodeputata Eleonora Forenza (GUE/NGL), che il 3 e il 4 settembre ospita al Parlamento Europeo una delegazione composta dalle rappresentanti degli spazi delle donne a rischio chiusura. «In una Europa drammaticamente segnata da una diffusa violenza contro le donne, e sempre più attraversata da razzismi e nazionalismi, proprio gli spazi delle donne, che da sempre praticano internazionalismo e cooperazione, autodeterminazione e sorellanza, sono sotto attacco. In particolare in Italia, dove, purtroppo, il governo sta portando avanti politiche e culture razziste, sessiste e omofobe. Mentre il movimento femminista Non Una di Meno attraversa il mondo, il governo italiano e alcuni enti locali, come il Comune di Roma, provano a chiudere gli spazi, fisici, politici e di libertà delle donne. Siamo qui a dire che non lo permetteremo. Si tratta di una violazione dei principi fondativi dell’Unione europea ed è necessario e doveroso che le istituzioni europee si esprimano chiaramente sulle minacce di chiusura». La Casa internazionale delle Donne, dopo aver ricevuto lo scorso 3 agosto la revoca della Convenzione per l’assegnazione dello stabile di Via della Lungara 19 a Roma, sarà presente all’audizione presso la commissione FEMM e alla successiva conferenza stampa insieme a altri spazi che versano nelle medesime condizioni. «Speriamo che il Parlamento europeo possa esprimersi a sostegno delle libertà civili e democratiche, in difesa degli spazi delle donne, in Italia e a Roma, oggi a rischio chiusura», dichiarano le esponenti della Casa internazionale delle Donne. «Questo impegno corrisponde all’Europa che vogliamo, contro i sovranismi, la discriminazione e la xenofobia.” “Saremo a Bruxelles per condividere la nostra esperienza e allargare la rete della solidarietà femminista europea, per poi tornare nella nostra città con più forza di prima» affermano le rappresentanti di Lucha y Siesta, casa delle donne attiva nel territorio romano dal 2008.

All’incontro parteciperanno anche Beatrice Bardelli e altre attiviste della Casa della Donna
di Pisa. Il 4 settembre relazioneranno davanti alla Commissione diritti delle donne del Parlamento
europeo sul caso Buscemi.

Alla fine degli incontri, sarà pubblicata una lettera a sostegno degli spazi, promossa dall’eurodeputata Eleonora Forenza e firmata da molti dei Membri del Parlamento Europeo, indirizzata al Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, al Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte e alla sindaca di Roma Virginia Raggi. L’audizione in commissione FEMM è prevista il 3 settembre alle ore 17 al Parlamento Europeo (Bruxelles), sala Spinelli 3G3

Rigurgiti di neonazismo in Germania, dalla Sassonia un segnale inquietante

Torneranno in piazza sabato 1 settembre a Chemnitz quelli di Pegida dopo gli scontri di lunedì scorso quando 591 agenti di fronte a un corteo di estrema destra di seimila persone, alcune centinaia delle quali potenzialmente violente, non ce l’hanno fatta a tenere la situazione in ordine. Dall’altra parte un migliaio di antifascisti e antirazzisti dopo che anche parlamentari del Bundestag del gruppo AfD (neonazi) avevano lanciato appelli alla giustizia “fai da te”. E così a Chemnitz, 243mila abitanti nella tedesca Sassonia, i neonazi hanno raggiunto il loro obiettivo: avere i riflettori puntati su una manifestazione di stampo razzista anche con qualche ambiguità proprio nelle file delle forze dell’ordine. Qualcuno, infatti, ha mostrato alla stampa il mandato d’arresto spiccato contro i presunti aggressori del 35enne tedesco ucciso la sera prima in uno scontro a margine di un festival musicale cittadino gettando benzina su un fuoco “social” alimentato dalla pioggia di fake news secondo cui la vittima sarebbe stata uccisa mentre tentava di difendere una donna. «Deve essere chiaro che certe cose nella polizia non saranno più tollerate. Non può essere che gli agenti di polizia pensino di poter forzare le cose, anche se sanno che commettendo così un reato», ha detto alla Taz il vice primo ministro della Sassonia Martin Dulig (Spd). Nei giorni scorsi la polizia locale ha fermato per quasi un’ora un giornalista della Zdf colpevole di filmare un corteo degli islamofobi di Pegida a dresda. Uno dei partecipanti al corteo ha chiesto l’intervento degli agenti contro quelli che chiamano Lügenpresse, “giornalisti bugiardi”. Il manifestante di Pegida è un poliziotto e questo conferma che uno degli ingredienti del complesso cocktail sciovinista (in Germania e in Europa) è l’attivismo di settori xenofobi e neonazi nelle forze di polizia. In Sassonia governa una großeKoalition a guida Cdu che è al timone del Lander dal 1990 e che, di fronte all’insorgere dell’attivismo xenofobo ha sempre provato ad assorbirne elettoralmente i fermenti concedendo spazi fisici e nel discorso pubblico.

I tumulti e la violenza sono serviti a un’esigenza di visibilità dei gruppi nazi. E il primo bilancio di sei feriti, diramato nella tarda serata, è stato rivisto al rialzo: i feriti sono 20, nove fra i militanti di destra, nove fra i contromanifestanti di sinistra (che erano circa un migliaio) e due poliziotti. Ci sono anche dieci denunce di estremisti che hanno sfilato col saluto di Hitler. Anche le forze dell’ordine sono finite sotto accusa per aver sottovalutato l’impatto della manifestazione, organizzata in rete dopo la morte del tedesco in una rissa esplosa domenica durante un festival musicale all’aperto, per la quale sono stati arrestati due giovani immigrati, un siriano e un iracheno.

La caccia allo straniero è iniziata già poche ore dopo il fatto, ma ieri i gruppi di neonazi – cui si sono uniti hooligan, sostenitori di Pegida (il cosiddetto movimento patriottico che lotta contro l’islamizzazione d’Europa) e Afd – sono riusciti a organizzare una cosa in grande, facendo lievitare una manifestazione che avrebbe dovuto vedere non oltre 1500 persone in strada. «L’esplosione delle adesioni non era prevedibile», si è giustificato oggi il ministro dell’Interno del Land, Roland Woeller, di cui alcuni chiedono le dimissioni. Mentre sul caso sono intervenuti anche i leader federali. «Le immagini viste a Chemnitz non possono trovare posto in uno stato di diritto», ha sillabato Angela Merkel, citando «l’odio» e la violenza esplosi nel Land dell’est, dove Alternative fuer Deutschland spopola (stando agli ultimi sondaggi raggiungerebbe fino al 25% dei consensi). Anche il ministro Horst Seehofer (della Csu bavarese) ha stigmatizzato i tumulti: «Voglio dirlo in modo chiaro, il ricorso alla violenza non è mai giustificabile». E da Berlino ha promesso aiuti alle forze di polizia locali, se ve ne fosse bisogno. Intanto politici, amministratori e media si stanno tormentando nell’analisi di questo allarmante segnale dalla Sassonia: non esisterebbe, secondo gli esperti, un movimento centrale in grado di coordinare estremisti e hooligan. Si sarebbe trattato più che altro della veloce mobilitazione di piccoli gruppi, avvenuta ovviamente attraverso i social network. Sigle di hooligan come Kaotic, Ns Boys, i famigerati Reichsbuerger, il Movimento identitario, Der III Weg (che significa “la terza strada”); estremisti arrivati da più regioni, Brandeburgo, Turingia, Bassa Sassonia, Baviera, Westfalia, secondo la ricostruzione del giorno dopo. Il ministro dell’Interno della Sassonia, Roland Woeller, ha spiegato che i gruppi di ultradestra hanno trovato l’appoggio delle frange più estreme del tifo calcistico, non solo a livello locale. Le indagini hanno permesso di appurare che a Chemnitz sono arrivati hooligan provenienti da altre aree del paese. E’ der Spiegel poi, in un commento, a rigettare la parola usata dal portavoce di governo Steffen Seibert, che già ieri aveva messo in guardia dalla «giustizia fai-da-te». Non è questo quello che è accaduto a Chemnitz, incalza il portale del magazine: la morte di un falegname tedesco di 35 anni, che fra l’altro era contro la discriminazione, è stata strumentalizzata. La vera molla dell’odio «si chiama razzismo». Un problema che in Sassonia è stato troppo a lungo, gravemente, sottovalutato. Nel caos, tra domenica e lunedì, sono state segnalate ripetute aggressioni a semplici passanti, a prescindere dalla nazionalità.

Grazie a una certa tolleranza da parte delle istituzioni, è proprio a Dresda – 530mila abitanti, a soli 70 km da Chemnitz – che, nel gennaio di tre anni fa, 18 mila persone hanno partecipato a una manifestazione contro gli stranieri e contro l’Islam: debutto in società di Pegida, Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes (Europei patriottici contro l’islamizzazione dell’Occidente). Da qualche mese i simpatizzanti di Pegida si ritrovavano ogni lunedì nella città della Germania orientale per reclamare misure più restrittive in materia di immigrazione, evocando i modelli di Australia e Canada. Da allora, se i 120mila i “mi piace” sulla pagina fb dell’organizzazione sono scesi a 55mila non si può dire lo stesso per il radicamento nel senso comune: un sondaggio dello Spiegel svelò che il 34% dei tedeschi era d’accordo con Pegida a pensare che la Germania si stesse “islamizzando” e, tra gennaio e settembre del 2014 ci furno su tutto il territorio tedesco 86 attacchi contro strutture che ospitavano i richiedenti asilo. Pegida, vicina ai partiti dell’estrema destra germanica (alle legislative di settembre 2017 AfD s’è piazzata al terzo posto con il 12,64% e ben 94 deputati, entrando per la prima volta in parlamento) tuttavia, ha riscosso successo perché ha cambiato le modalità con cui comunicare messaggi xenofobi. Non poteva essere altrimenti per una sigla fondata da un pubblicitario oggi 44enne, Lutz Bachmann (precedenti per rapina, traffico di cocaina e guida in stato di ebrezza, estradato dal Sudafrica dove s’era rifugiato), ha saputo «prendere le stesse idee tradizionalmente portate avanti da minacciosi tizi col cranio pelato – cioè istanze anti-immigrazione e anti-islamiche – e arrangiarle in un modo da poterle rendere attraenti per la classe media», scrisse all’epoca Slate.com. Bachmann dovette abdicare il 21 gennaio 2015 dopo che il giornale tedesco Bild aveva pubblicato una sua foto in cui mostrava un taglio di capelli e di baffi molto simili a quelli di Hitler. Ma l’interregno durò solo fino al 24 febbraio quando fu reintegrato come presidente del movimento che ha anche una filiale in Svizzera, fondata il 9 gennaio 2015, due giorni dopo l’attentato alla sede di Charlie Hebdo.

Il Guardian osservò che partecipava «gente della classe media col giaccone e cappellini di cachemire col pon pon assieme a hooligan trentenni con felpe della Lonsdale (le cui lettere NSDA richiamano le iniziali dell’ex partito nazista tedesco, NSDAP)».