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L’asilo che respinge i bambini

20090914 - ROMA - EDU - SCUOLA AL VIA PER 8 MILIONI, CRESCONO PROTESTE DEI PRECARI - Alcuni bambini figli di immigrati, nel loro primo giorno di scuola presso la scuola Carlo Pisacane a Roma, uno degli istituti con il novanta per cento di presenze di bimbi di origine straniera, oggi 14 settembre 2009. Studenti in classe in quasi tutta Italia, in questi giorni l'attivita' riprende per circa otto milioni di loro. Ma un terzo degli alunni, secondo stime della rivista Tuttoscuola, avranno la sorpresa di avere nuovi prof. Quasi 200 mila gli insegnanti che cambiano sede quest'anno, 70 mila per scelta, gli altri perche' precari. Intanto, proseguono le proteste. A Palermo sfila statua San Precario. A Nisida sono state promosse in concomitanza con la visita del ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini che, in un'intervista al Corriere della Sera, oggi Gelmini osserva: ''Se un insegnante vuol far politica deve uscire dalla scuola e farsi el ANSA-MASSIMO PERCOSSI -DBA

Monfalcone, 28 mila abitanti in provincia di Gorizia e sede del grande complesso Fincantieri. Lì vengono varate grandi navi da crociera, attività che è almeno in parte riuscita a reggere la crisi. Nei cantieri lavorano operai giunti dal Bangladesh e da tanti altri Paesi, che hanno modificato la composizione sociale del territorio. Il 22% degli abitanti sono cittadini stranieri regolarmente residenti, molti hanno famiglia e il 56% dei minori sono loro figli, che finora hanno frequentato regolarmente le scuole. L’incremento demografico ha determinato che il “punto nascite”, il reparto sanitario in cui si seguono le gravidanze fino al parto, è ancora aperto, mentre nel capoluogo Gorizia è chiuso. A tre anni, bambini e bambine dovrebbero iniziare a frequentare la scuola materna e come ogni anno, nel gennaio scorso, si sono cominciate a definire le sezioni presso i comprensori scolastici, ma a giugno è giunta la “sorpresa”. I dirigenti scolastici di due istituti hanno sottoscritto un protocollo, alla presenza del dirigente scolastico regionale, con cui si determina l’applicazione di una circolare del ministro Gelmini (2010), per cui i “bambini stranieri” non possono costituire più del 45% dell’intera classe. La sindaca della Lega, Anna Maria Cisint ha sottoscritto il protocollo, che ha quindi valore retroattivo. Così accade che 79 bambini, quasi tutti nati in Italia da genitori del Bangladesh, sono stati esclusi. Alle proteste di genitori, associazioni, sindacati, forze politiche ecc. la sindaca ha fornito diverse risposte. Dal “ci pensi Fincantieri” a “li mandiamo nei comuni limitrofi”. Ma anche questa soluzione è stata cassata dalla scarsa disponibilità dei comuni limitrofi. Buon senso vorrebbe che per bambini così piccoli la scuola materna resti “di prossimità”. Basterebbe aprire due o tre classi, assumere altri insegnanti e garantire a tutti questo servizio ma, anche con l’appoggio dell’onnipresente Salvini, la sindaca si è dichiarata pronta a garantire, a spese del Comune, un servizio convenzionato di taxi per raggiungere i bambini inseriti in comuni più lontani, piuttosto che intasare le scuole cittadine. È la risposta leghista alle famiglie “italiane”, che….

L’articolo è tratto dal numero di Left in edicola


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Mercoledì 29 agosto alle ore 19, a Monfalcone (presso “Osteria Contemporanea Brocante” di viale San Marco 44) la presentazione del n. 34 del settimanale Left che in primo piano riporta articoli riguardanti la tragedia di Genova e un’inchiesta sulla scuola in Italia con un articolo dal titolo “L’asilo che rifiuta i bambini” riguardante la vicenda del protocollo d’intesa tra il sindaco di Monfalcone Cisint ed i dirigenti scolastici che ha comportato l’esclusione dalla frequenza di 76 alunni stranieri residenti nella città dei cantieri.dalla Scuola dell’Infanzia. All’iniziativa interviene il giornalista ed autore dell’articolo di Left Stefano Galieni che sul tema della scuola, in primo piano nel settimanale in edicola da sabato 24 agosto, si confronterà, in un momento di dibattito, con il segretario regionale della Flc Cgil Adriano Zonta, la consigliera comunale di La Sinistra di Monfalcone Cristiana Morsolin e l’avvocato blogger Marco Barone . L’iniziativa è promossa dalla Federazione di Gorizia del Partito della Rifondazione Comunista / Sinistra Europea in collaborazione con La Sinistra di Monfalcone

Il rientro

Quando da bambini si tornava dalle vacanze il rientro era soprattutto il cambio d’odori. Meglio: il ritorno agli odori abituali, i ritmi abituali, la sera che ricomincia a farsi sera alla stessa ora di sempre, il pranzo e la cena che ricalcano i sapori conosciuti e i ritmi che si rincollano al collo con la scuola, i compiti, gli stessi amici, le stesse sgridate, gli stessi vizi, tutto quello che c’era e che a fine vacanze sbucava feroce a ricordarti che ci stava ancora.

Il rientro comunque era confortante. Quello che lasciavi a casa in fondo era il cordone ombelicale con la tranquillità, il porto sicuro sui cui approdare dopo la traversata, la sintonia ritrovata.

Il rientro dalle vacanze in queste ore vede due torvi figuri rinchiusi in un angusto loculo prefettizio in quel di Milano che vorrebbero convincerci che avere paura sia l’unica strada per l’autodeterminazione. Ieri ci hanno spiegato che sono alleati come funesti creatori di paure per alimentare il bisogno di protezione (e i protettori sono la stessa brace dei nemici: una masturbazione politica) e mentre ieri si parlavano addosso sudaticci si ricoprivano di complimenti come due adulteri che promettono di lasciare le mogli ma non lo faranno mai. Si sono promessi amore eterno e intanto Orban aveva già chiarito di fottersene dei migranti di Salvini. Un grande inizio, davvero. Hanno parlato perdendo bava dai denti e dandosi pacche falsamente cortesi sulle spalle. I giornalisti presenti, inquinati dalla ferocia che sudava dai muri, si sono dimenticati di sottolineare la vera singolarità dell’incontro: contava l’assenza del presidente del Consiglio, utile burattino di un governo che gli ha lasciato il goffo ruolo di ombra solo quando serve.

Fuori dalla finestra di quei due lupi rabbiosi Milano offriva una piazza di critici compagni che si sono criticati per anni. Gente che ha avuto la sensazione di assomigliarsi tantissimo (ognuno con le proprie diverse sensibilità) e che finalmente si ritrovava insieme. Gente che ride, canta, difende la Costituzione e sente un’irrefrenabile voglia di osare una solidarietà svenduta troppo spesso. Gente eterogenea, per carità, che decide di concentrarsi su come potremmo essere noi piuttosto che inventarsi l’uomo nero. Diversi tra loro ma rispettosi. Solidali. Senza bile e senza bava.

Ecco, il rientro forse è quella piazza fuori dalla finestra della Prefettura in cui pascolavano Orban e Salvini. Problematico, difficilissimo da tenere insieme, tutto da costruire ma rassicurante rispetto al buio. Chissà come hanno rosicato, quelli, guardando la piazza.

Buon mercoledì.

L’acqua è vita, ma non in Veneto. Le mamme NoPfas contro l’inquinamento

L’acqua è vita. Ma nella provincia di Vicenza e nella zona del Veneto interessata dall’inquinamento delle sostanze cancerogene Pfas, questa affermazione non corrisponde a verità.
155mila persone in quella che è definita zona Rossa A, 800mila in un’area che si allarga sempre di più, fino a raggiungere il delta del Po. Cosa sono i Pfas, la cui elevata concentrazione nelle acque in Veneto ha spinto le mamme NoPfas, che denunciano la situazione costituite in comitato dal 2017, a 5 giorni di presidio 24 ore su 24 sotto il tribunale di Vicenza?
Per capirlo pensate a un uovo e 100 mila aghi, quelli che sono stati utilizzati per scoprire cosa scorre nelle vene di altrettanti cittadini compresi nella fascia di età 14-65 anni. Uno studio che si protrarrà fino al 2026 e che vede impegnati tecnici sanitari, ambientali e agricoli. La sigla Pfas, sta per impermeabilizzanti perfluoro-alchilici. Un business miliardario perché, il potere anti-aderente di queste molecole, consente di impermeabilizzare indumenti come il kway, far scorrere liquido nei freni dei jet, produrre anestetici e colliri e cucinare senza il cibo si attacchi alle pentole.
Mai negli anni però ci si è chiesti dove e come il sistema industriale scaricasse i residui di questa lavorazione così fruttuosa. La risposta oggi è chiara: nelle falde acquifere e le indagini sanitarie in corso hanno già individuato contaminazioni in oltre 400 siti della rete idrica veneta.
E chi inquina ha un nome, la Miteni, industria chimica con sede a Trissino, in provincia di Vicenza.
La storia inizia nel 2009, anno in cui la Convenzione di Stoccolma inserisce i Pfas nella lista degli «interferenti endocrini»: quelli che, resistendo a oltranza nell’ambiente, restano «per secoli» potenziali agenti patogeni di tumori all’apparato endocrino, gravidanze a rischio, fino all’Alzheimer. In uno scenario del genere, non bastano i filtri a carbone che hanno fatto tornare potabile l’acqua dei 24 comuni veneti contaminati, si ha la sensazione di vivere dentro un disastro ambientale.
E qui ritorna il nostro uovo, quello prelevato nell’ autunno 2017 dal personale sanitario dell’Arpa in un pollaio in provincia di Verona e che, una volta esaminato, si scopre contaminato da 21,2 microgrammi di Pfas.
Qui si concentrano le preoccupazioni delle mamme NoPfas che, davanti al tribunale, attendono nelle tende, nel gazebo che le protegge dal sole e dalla pioggia di questa bizzarra coda d’estate, la chiusura dell’inchiesta nelle mani dei pubblici ministeri. Michela Zamboni, Michela Piccoli, Carmen Brendola e le altre mamme sorridono, offrono thé freddo, spiegano, indossando magliette con su i nomi dei loro figli e la concentrazione di Pfas nel loro sangue e a vederle così, amichevoli ma determinate, vorresti avere il rimedio per succhiare via il veleno da dentro i loro bambini ed anche da dentro di loro, da dentro le viscere di una terra generosa e fiera che, tra inquinamento delle acque, smog e cementificazione selvaggia, sta pagando un prezzo davvero troppo alto.

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Elena Mazzoni è responsabile nazionale ambiente del partito della Rifondazione Comunista-Sinistra Europea

Senza scendere negli inferi (a Rocca di Papa)

I migranti rimasti a bordo della nave Diciotti dopo lo sbarco di 13 di loro per motivi sanitari, Catania. 25 agosto 2018. ANSA/ORIETTA SCARDINO

C’è un primo livello di discussione. È il piano terra. Forse la cantina. In cantina si potrebbe rispondere al ministro dell’Interno Salvini che ancora una volta ha incassato la figura del feroce ma malinconico bufalaro, sbugiardato dai fatti e, al solito, forte con i deboli ma bistrattato dalla realtà (quella stessa realtà che chiamano poteri forti per non farsi irridere dal resto del mondo). Il ministro Salvini, in pratica, ha sequestrato una sua nave nel porto di Catania con la promessa di mostrare il pugno di ferro contro i migranti e contro l’Europa ottenendo il risultato di smistarne una quarantina tra l’Albania e l’Irlanda (e già così sembra l’inizio di una barzelletta) e ben cento a Rocca di Papa, zona castelli romani. Per intendersi a Rocca di Papa finiranno quelli che, secondo il pomposo grido di vittoria dei rabdomanti di sterco tifosi di Salvini, avrebbe dovuto prendersi “la Cei”. Così aveva twittato il ministro. E tutti i suoi tifosi convinti che andassero in uno Stato straniero sotto sovranità divina e invece eccoli qui nel territorio italiano. Verrebbe da dire a Salvini che per l’ennesima volta il ricatto sulla pelle dei disperati ha portato un risultato zero. Nisba. Niente. Nulla. Anzi: ha risparmiato i 35 euro, dice. Un balsamo per i disoccupati italiani, senza dubbio.

Sarebbe curioso tra l’altro sapere cosa ne pensino i cittadini di Rocca di Papa, sì, proprio loro, che nelle ultime elezioni hanno votato Lega (al 17,66%) e Movimento 5 Stelle (al 34,37%) per liberarsi dallo straniero. A meno che domani Rocca di Papa non chieda di uscire dall’Europa. E la risolvano così.

Poi c’è un altro piano. Il primo. Sopra la soglia dell’umanità potabile. Ed è il pianerottolo dove bisognerebbe suggerire all’opposizione di non cadere in tentazione e di non attaccare leghisti e grillini lì giù nei loro inferi. Al primo piano bisognerebbe raccontare di quanto sia patetico che un Paese di 60,6 milioni di abitanti abbia perso 10 giorni per discutere di 100 disperati. Si potrebbe discutere di come le 11 donne sulla Diciotti siano state tutte e 11 stuprate dagli scafisti (e infatti sono state loro a testimoniare per il loro arresto, ah, le donne), proprio come gli altri due stupri di questi ultimi giorni. Si potrebbe parlare del fatto che gli stupratori appartengano alla razza degli stupratori (mica degli egiziani, dei marocchini e nemmeno degli allievi poliziotti) e si dovrebbe riflettere su quelle 22 riunioni in Europa in cui c’era da discutere della revisione degli accordi di Dublino (proprio sulla redistribuzioni dei migranti negli stati membri dell’Unione Europea) a cui il prode Salvini non si è mai degnato di partecipare. Si potrebbe anche spostare la discussione sugli oppressi, come unica categoria a cui prestare attenzione e dedicare cura. Gli oppressi, tutti.

Ma salire di un piano significa avere voglia di farlo, avere le spalle larghe per affrontare il fango e avere voglia (appunto) di alzare l’obiettivo. Aspettiamo. Speranzosi.

Buon martedì.

Accoglienza temporanea, un aiuto concreto per i bambini da Bosnia e Bielorussia

“Quando ero piccolo, i miei genitori veri mi hanno abbandonato e sono rimasto in istituto fino a sette anni. A giugno del 2008, quando avevo sette anni, c’è stata una sorpresa: sono arrivato in Italia, dove una famiglia mi stava aspettando. Appena l’aereo atterrò, subito mi misi a piangere, ero così impaurito che non smettevo di piangere. Dopo che ho conosciuto meglio i miei genitori, mi sono sentito felice perché avevo avuto la sicurezza che la nuova famiglia, papà mamma e sorella italiani, mi volevano molto bene. Ho imparato subito l’italiano perché sono un tipo chiacchierone, mentre a scrivere mi ha insegnato mia madre che è una maestra di scuola primaria. Quando ho visto per la prima volta il mare, sono rimasto molto incantato, perché non lo avevo mai visto…dopo un po’ di giorni siamo andati a Matera e là ho conosciuto R., una bambina quasi coetanea di cui mi ero innamorato. Pure R. era innamorata di me. Adesso che siamo più grandi e siamo molto amici, ci sentiamo spesso. Ogni volta che riparto per la Bielorussia mi sento sempre molto triste e mi incoraggia il pensiero di tornare. La mia speranza è restare per sempre in Italia con la mia famiglia e avere tanti amici e una fidanzata”. Aveva sette anni V. – che ora ne ha diciassette – quando è atterrato in Italia. Partito da Vyscemir, nella provincia di Rechitza, in Bielorussia, V. è uno dei tanti bambini inseriti nei programmi solidaristici di accoglienza temporanea nelle famiglie italiane. Che, finalizzati, in origine, ai minori provenienti dalle aree contaminate, sono diventati, ormai, soggiorni di ‘socializzazione’, tesi a far conoscere ai minori coinvolti una realtà altra rispetto a quella che hanno sempre vissuto. Provenienti, principalmente, dalla Bielorussia, dalla Bosnia Erzegovina e dalla Federazione Russa, i bambini stranieri raggiungono le famiglie italiane, i cui genitori hanno, mediamente, più di cinquant’anni e vivono, soprattutto, nel Nord Ovest del Belpaese, dove viene ospitato un terzo dei minori, che hanno fra gli otto e i dodici anni.
Sebbene, nell’ultimo biennio, si è registrato un calo degli arrivi sia per la crisi economica che ha investito gli italiani sia per un cambiamento culturale e organizzativo della vita delle famiglie, dal 1986 – anno della catastrofe nucleare di Chernobyl – a oggi, sono stati migliaia, oltre cinquecentomila negli ultimi venti anni e quasi ventimila fra il 2016 e il 2017, i bambini stranieri che hanno vissuto l’esperienza dell’accoglienza. Che, a leggere le loro testimonianze raccolte nel dossier Minori stranieri. Il fenomeno dell’accoglienza temporanea in Italia negli anni 2016-2017, redatto dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali, per tutti è stata di stimolo per immaginare la loro vita futura. Per alcuni, anche l’opportunità di imparare che il mondo “può essere pieno di bontà e premura, disinteressati”.
“…La mia storia (…) mette in evidenza come può cambiare la vita grazie alle persone che non sono indifferenti alla vita degli altri”, scrive L.L. Sono storie di paure che svaniscono e di coraggio mai sopito. Di gratitudine e di nuove consapevolezze. Di scoperta e di conoscenza. Di nuovi impulsi e di possibilità. Di incontro e di confronto. E di straordinaria normalità. “(dopo aver mangiato un gelato italiano): voglio diventare italiano! Voglio tornare ogni anno”, dice S. di nove anni.
E S. di ventisei, ricorda “un viaggio lungo, eravamo tanti, era notte e mia sorella che va in un’altra città e io che ho sette anni e sono solo. Un signore grande mi sorride e mi parla in una lingua strana, mi porta in una casa dove tre bambini dormono. Ho un po’ paura, anche la signora sorride, mi abbraccia e la mattina sei occhi dicono ‘ciao’ e vanno a vedere i cartoni…ero in Italia!…da un po’ non avevo più famiglia nel mio paese…ma dopo natale sono partito. Ricordo che volevo tornare dalla famiglia italiana, mi aiutava, mi insegnava, dava coraggio, se avevo problemi e gioie era con me. Ricordo i giochi, le litigate con i fratelli italiani, era bello capire cosa dicevano, io insegnavo parole russe e non avevo più paura. Ricordo la scuola di italiano, la montagna, Venezia, Firenze, Roma e il cibo diverso, il pesto, la pizza e lo stadio, perché il calcio è la mia passione. Ricordo come ero contento quando la famiglia veniva a trovarmi, conoscevano il mio paese e i miei amici. Ho studiato come i fratelli italiani anche se era faticoso, ho preso la laurea e la famiglia mi era vicina. Ricordo la felicità al mio matrimonio, tutta la famiglia, gli zii e amici italiani sono venuti. Ho capito che, in tanti anni, anche se lontani siamo stati capaci di essere sempre vicini”.

Uno lascia che i profughi anneghino, l’altro li affama. Per Salvini e Orban appuntamento a Milano

In un'immagine combinata, il ministro dell'Interno e vicepremier Matteo Salvini (S) ed il il primo ministro ungherese Viktor Orban. ANSA

Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, incontra il primo ministro ungherese, Viktor Mihály Orban, martedì 28 agosto a Milano. È il vertice dei due leader sovranisti più importanti d’Europa, il vice premier del secondo Paese manifatturiero della Ue e il capofila del gruppo di Visegrad, uno lascia che i profughi anneghino nel Mediterraneo, l’altro li affama. Da un lato l’artefice della linea dura contro i profughi a bordo della nave Diciotti, dall’altro il capo di un governo a cui la corte europea dei diritti umani ha appena intimato di riprendere la distribuzione di cibo alle persone la cui domanda di asilo è stata respinta.

Le autorità ungheresi, infatti, stanno adottando questa linea per spingere i richiedenti asilo a lasciar perdere la loro domanda. Lo ha denunciato un’organizzazione per i diritti umani, il Comitato Helsinki Ungherese (Hhc). L’agghiacciante forma di pressione è riservata a chi ha presentato appello dopo che la richiesta di asilo è stata respinta. I migranti in attesa di appello sono rinchiusi in un centro di transito in Ungheria, al confine con la Serbia. Mentre è in corso la procedura d’appello, i migranti non possono entrare in Ungheria ma sono liberi di andarsene in Serbia, spiega l’Hhc, citando richiedenti asilo e i loro avvocati: «Si tratta di un trattamento inumano e di una situazione legale assurda». «Sembra che questo sia un altro piano disumano del governo per dissuadere la gente dal chiedere asilo in Ungheria, costringerli a rinunciare alle loro richieste e tornare in Serbia per procurarsi del cibo», ha spiegato in un’intervista ai media, Lydia Gall, ricercatrice Hrw, Human Rights Watch, per l’Europa dell’Est e i Balcani.

Per la ong ungherese, affamare queste persone è l’ultimo passo del premier ungherese, l’ultranazionalista Viktor Orbán, nella sua battaglia per impedire che i migranti calpestino il suolo del paese. «Siamo indignati dalla tattica di usare la privazione di cibo per scoraggiare i rifugiati in situazioni vulnerabili. E’ totalmente disumano», afferma Anna Simai, direttrice della comunicazione della Hhc. «Completamente scandaloso e assurdo dover ricorrere ai tribunali per ottenere una fetta di pane», aggiunge Lydia Gall.

Il 10 agosto scorso è arrivata alla Cedu la delegazione dei legali di Hhc per chiedere misure urgenti a Strasburgo per nutrire le due famiglie. Hanno anche documentato il caso di due fratelli siriani che lasciati due giorni senza mangiare. In totale, sono stati rilevati otto casi. In risposta agli appelli per le misure provvisorie, la corte ha immediatamente e provvisoriamente ordinato alle autorità ungheresi di ridistribuire il cibo a queste persone. L’inumanità delle autorità ungheresi si rivela nei dettagli: Ahmed, secondo il racconto di un quotidiano spagnolo, ha lasciato l’Afghanistan quando era un bambino, dopo che suo padre e suo fratello furono uccisi. Ha incontrato Nadia, sua moglie, in Iran, da dove sono dovuti fuggire quando hanno cercato di reclutarlo per combattere in Siria. Hanno trascorso venti mesi in Serbia in attesa di attraversare il confine con l’Ungheria. La famiglia di cinque membri – tra cui un bambino di tre mesi – è riuscita a farlo il 10 luglio. Lo stesso giorno, hanno presentato una domanda di asilo che le autorità ungheresi hanno respinto un mese dopo. Sono stati agli arresti in un centro al confine di Röszke per essere espulsi in Serbia. A Nadia e ai suoi figli è stato dato del cibo. Ad Ahmed, no. Né hanno permesso alla famiglia di condividere le razioni con il padre. Nadia e Ahmed sono nomi fittizi, ma il loro caso è reale. Lunedì scorso, il 20 agosto, è stato impedito l’ingresso a un sacerdote che cercava di consegnare pacchi di generi alimentari nelle cosiddette “zone di transito”, gli unici luoghi in cui, secondo le nuove leggi promosse da Orbán, i rifugiati possono presentare le loro petizioni, dove devono attendere la fine del procedimento, anche se fanno appello, luoghi che, secondo le ONG, sono che centri di detenzione. Hrw comunica che ci sono almeno 120 richiedenti asilo nelle aree di Rözske e Tompa, al confine con la Serbia, in attesa di una decisione e a rischio di taglio dei viveri.

Dal primo luglio, infatti, è stato varato il cosiddetto pacchetto “Stop Soros”. Secondo la nuova legislazione, le autorità considerano “inammissibili” le richieste di asilo di chiunque sia entrato in Ungheria da un paese considerato sicuro dalla legislazione nazionale, inclusa la Serbia, anche se l’Unhcr ha raccomandato di non rimpallare i richiedenti col paese confinante. La nuova legge permette la deportazione anche di chi fa appello alla decisione, denunciano le organizzazioni specializzate: «E’ una situazione legale assolutamente assurda», afferma Simai.

L'”ufficio per l’asilo” dell’Ungheria afferma che non c’è nulla nella legislazione ungherese che obbliga a fornire cibo alle persone che si trovino nella “procedura di sorveglianza degli stranieri” nelle zone di transito. Ma per Hrw, «l’argomento è falso. Le autorità ungheresi hanno l’obbligo di fornire servizi alimentari e sanitari adeguati a tutte le persone in loro custodia», i trattati sui diritti umani proibiscono “trattamenti inumani e degradanti” di persone sotto custodia della polizia e chiedono che vengano “trattati con dignità”, inclusi la fornitura di cibo, acqua, igiene e cure mediche. L’ennesima denuncia sul trattamento dei rifugiati da parte delle autorità ungheresi arriva in un momento in cui si impongono sempre più ostacoli alle organizzazioni che difendono i diritti dei migranti in Ungheria. Come spiegato dal Comitato ungherese Helsinki, solo gli avvocati con un’autorizzazione speciale possono entrare nelle zone di transito, ma una volta lì devono recarsi in un container designato per poter interrogare i richiedenti. Le stesse leggi approvate con il nome di “Stop Soros”, in riferimento al magnate americano di origine ungherese George Soros, puniscono con un anno di carcere la fornitura di servizi e consulenza a migranti e richiedenti asilo.

A metà settembre ci sarà la riunione dei ministri dell’Interno europei, e lì si vedrà. «Ci sarà parecchio di cui parlare – dice lo stesso ministro degli Interni a proposito dell’incontro con il premier ungherese – si dice che in base ai trattati, alle convenzioni, a Ginevra, noi non possiamo riportare gli immigrati indietro. Bene. Ma trattati e convenzioni si possono modificare». Stessa retorica xenofoba, simili misure anti-immigrazione e uguale rifiuto di accogliere i rifugiati nell’Unione europea: sta nascendo un polo sovranista e xenofobo di partiti al governo.

Intanto è scissione nel partito ungherese di estrema destra Jobbik: c’è infatti chi voleva andare ancora più a destra, mal digerendo il recente ammorbidimento della linea. E così nasce il movimento “Patria nostra”. Jobbik, che aveva conquistato il secondo posto dopo il Fidesz di Viktor Orban alle ultime elezioni di aprile, con il 18% e 1,2 milioni di voti, si indebolisce notevolmente con la fuoriuscita della corrente estremista guidata da Laszlo Torockai, sindaco di Asotthalom, un comune al confine sud del Paese. Del gruppo parlamentare di 26 deputati una sola esponente lascia, ma sono numerosi i rappresentanti regionali e comunali che hanno aderito alla novità, che nasce come movimento ma presto diventerà un partito registrato. Torockai ha indicato due obiettivi immediati: i referendum sull’appartenenza dell’Ungheria all’Ue e sulla reintroduzione della pena di morte.

La rabbia e l’orgoglio (di Rosella)

Professori e alunni a scuola per l'inizio dell'anno scolastico 2017/2018, Torino, 11 settembre 2017 ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Lei si chiama Rosella Bertuccelli, ha 66 anni, e dopo quarant’anni da insegnante precaria ha ottenuto l’agognato posto fisso a un anno dalla pensione. Ci sono voluti quarant’anni, a questo Paese, per concedere un posto di lavoro dignitoso a Rosella, per riconoscerle un merito professionale e per concederle di programmare con più fiducia il proprio futuro. A 66 anni Rosella si è presentata all’Ufficio scolastico provinciale e ha comunicato di non volere accettare. L’impiegato non voleva credere alle proprie orecchie. «È proprio sicura?», le ha chiesto e Rosella ha confermato senza indugi: «Certo che sì, il mio posto lo potete dare a un giovane, io rinuncio».

Dicono le colleghe della maestra Bertuccelli che la sua scelta sia frutto anche di tanti anni passati a studiare la filosofia dell’educazione che prevede di dare tutto ciò che è possibile per gli altri. Ma le parole più interessanti le pronuncia un maestro che descrive il gesto di Rosella come un senso «di rabbia orgogliosa che ti fa dire no, costi quel che costi». La rabbia e l’orgoglio sono due feticci inquinati che in questi anni sventolano issati sulla prua del cattivismo contemporaneo per giustificare l’esasperazione vendicativa e la guerra contro tutti come se, nella rabbia e l’orgoglio, ci debba stare per forza una violenza addirittura legittima.

La storia di Rosella se ci pensate appare al contrario e invece rimette dritta la realtà: la maestra di Viareggio per dignità e per giustizia ha preso una decisione che le costerà almeno il 30% di pensione. Rosella è convinta che la rabbia e l’orgoglio debbano spingere le persone a non far subire agli altri ciò che si è ingiustamente subito. Non è un digrignare di denti sperando che qualcuno ci permetta di passare all’incasso ma è un tenere la barra dritta per salvarsi tutti insieme. E mentre qualcuno l’accuserà di essere stata stolta o buonista probabilmente la giovane che ha ottenuto il posto ceduto da Rosella sarà un’ottima maestra di generosità. Mica per buonismo: per rabbia e per orgoglio.

Buon lunedì.

Ponte Morandi, il crollo di un sistema (e di un’ideologia)

TOPSHOT - Italian rescuers climb onto the rubble of the collapsed Morandi motorway bridge to look for victims and survivors in the northern port city of Genoa on August 14, 2018. - At least 30 people were killed on August 14 when the giant motorway bridge collapsed in Genoa in northwestern Italy. The collapse of the viaduct, which saw a vast stretch of the A10 freeway tumble on to railway lines in the northern port city, was the deadliest bridge failure in Italy for years, and the country's deputy transport minister warned the death toll could climb further. (Photo by Valery HACHE / AFP) (Photo credit should read VALERY HACHE/AFP/Getty Images)

I monconi di quello che rimane del ponte Morandi sono braccia che si tendono sul nulla; la creatura che sostenevano è precipitata trascinando con sé 43 vite, ma, in verità, e ammesso che questo bilancio sia possibile, in quella voragine è collassato un sistema e forse si è evidenziata la storia recente ed infelice di un Paese smarrito. Partiamo da qui, dal significato racchiuso in quelle immagini strazianti che hanno fatto il giro del mondo, perché da sempre i ponti sono rappresentazione e metafora della capacità umana di piegare le asperità della natura, di collegare città e popoli, di alludere ad un “oltre” dinamico e sconosciuto.

Molte città e molte civiltà sono ricordate attraverso questi emblematici dispositivi che colpiscono l’immaginazione e caratterizzano il paesaggio (e forse secondi solo alle cupole nell’antichità ed oggi ai grattacieli): gli etruschi, per rimanere nei nostri territori, hanno insegnato ai romani l’uso dell’arco e poi la realizzazione dei ponti, così da generare la figura del pontifex (costruttore di ponti), da subito associata alle prerogative regali (da Numa Pompilio in poi) e poi esitata nell’ambito del collegio di sacerdoti con compiti di governo del culto (pontifex maximum). Essi affascinano perché sono sintesi di capacità tecnica e di forma estetica, sono architetture a tutto titolo metafora del cammino umano nel mondo.

Come dimenticare il ponte romano di Gard (basta guardare le banconote da 5 euro) realizzato, nella regione occitana francese, su tre ordini di arcate (e su un’altezza di 49 metri), con funzioni sia di acquedotto che stradale; ma S. Francisco è il Golden gate; New York si ricorda anche attraverso il ponte di Brooklyn, Firenze con il suo ponte Vecchio, Sydney attraverso l’Harbour bridge (quasi più identitario per gli abitanti della splendida Opera house); ma non si può andare ad Esfahan in Iran senza rimanere incantati dal ponte safavide Si-o-se Pol (detto anche ponte Allahverdi-Khan) di 33 arcate, luogo magico, forse ancora più intrigante di sera quando, perfettamente illuminato, diviene luogo propizio per gli scambi fugaci di sguardi tra i giovani di entrambi i sessi. A questi oggi si aggiungono gli affascinanti ponti ad arpa o a ventaglio (tra i primi il ponte Øresund tra Danimarca e Svezia, tra i secondi il Beipanjiang Duge bridge a Liupanshuiin, Cina).

Cosa rappresentava per noi il ponte Morandi? E quale ferita dovremo rimarginare e quali azioni intraprendere, fermo restando il dolore irredimibile per le vite spezzate alle quali tutti ci sentiamo vicini perché quasi tutti abbiamo percorso quelle campate più volte nella nostra vita. Innanzitutto, e forse controcorrente, non credo che…

L’articolo di Ugo Tonietti prosegue su Left in edicola dal 24 agosto 2018


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La scuola del non cambiamento

MARCO BUSSETTI MINISTRO ISTRUZIONE

Accade sempre d’estate. Quando gli studenti e gli insegnanti sono in vacanza, i governi sfornano le loro riforme scolastiche. La legge 133, primo atto della riforma Gelmini, è del 6 agosto 2008: la cosiddetta finanziaria d’estate firmata dal centrodestra (con la Lega al governo) provocò una catastrofe, 10 miliardi di tagli dalla primaria all’università. La legge 107, la Buona scuola del governo Renzi, è del 15 luglio 2015, e anche questa, come si è verificato negli ultimi tre anni, ha indebolito il ruolo e l’identità degli insegnanti, nonostante le mega assunzioni.

Tanto per ricordare, nell’agosto 2016, entra in azione l’“algoritmo impazzito” del Miur sulle domande di mobilità, facendo precipitare nell’ansia migliaia di docenti. Quest’anno non è arrivata una riforma sistematica, perché, come ha “rassicurato” il presidente del Consiglio – nel suo monologo su Facebook dell’11 agosto -, i provvedimenti d’autunno «non toccheranno settori strategici come l’istruzione». Ma, intanto, il 12 agosto è entrato in vigore il decreto dignità, con alcuni punti che riguardano direttamente il sistema dell’istruzione. È un primo biglietto da visita dei legastellati sulla scuola per la quale Mario Pittoni, responsabile istruzione della Lega e presidente della settima Commissione del Senato, aveva detto prima delle elezioni: «Serve un buon meccanico che faccia ripartire la macchina».

Ma da quello che si è potuto vedere in questi primi mesi, l’“officina” del governo, si muove sostanzialmente…

L’inchiesta di Donatella Coccoli prosegue su Left in edicola dal 24 agosto 2018


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Più Pepe nella sinistra: «Un tempo per lavorare, un tempo per vivere»

Mujica, lei come vede lo stato di salute della “società del benessere”?
Siamo in un vortice. L’innovazione tecnologica sempre più veloce spinge sul pedale della produttività e cambia le forme di lavoro. E va di pari passo con una impressionante tendenza alla concentrazione della ricchezza. L’economia cresce ovunque, con enormi contraddizioni ma cresce. A livello globale la ricchezza aumenta ma è sempre più concentrata nelle mani di pochi, in primis nelle società più sviluppate. Ed è enorme la distanza tra chi è al vertice di questa piramide e il resto
della società. Tutto ciò genera una sensazione di insicurezza e di frustrazione in ampi settori anche delle classi medie, non solo in quelle più umili. Questa incertezza è alla base del rigurgito di nazionalismi a cui stiamo assistendo. Avanza la destra che a sua volta alimenta la paura. Basta pensare a coloro che hanno votato Donald Trump. Contemporaneamente, nei Paesi avanzati, c’è uno smantellamento delle politiche sociali, indispensabili per garantire equità e benessere diffuso, per non dire della tendenza che notiamo ovunque a riformare il diritto del (e al) lavoro. Cercando di renderlo sempre più flessibile e meno tutelato, togliendo ogni sicurezza alle persone. E poi c’è il marketing. Un’arma formidabile per far aumentare nelle grandi masse la sete di consumo di novità. Uno strumento che confonde e ci fa illudere che la realizzazione di un’identità umana consista nel comprare cose nuove. Questo modello ormai è diffuso dappertutto. Con il risultato di un colossale indebitamento della gente comune che si trova a vivere alla continua ricerca di soluzioni economiche per far fronte alle rate. Anche questo produce disagio sociale. Togliendo peraltro tempo per gli affetti, per le relazioni personali, per i figli.
Come va pensato e realizzato un nuovo modello di “benessere”?
Penso che confondere le persone facendo credere che la crescita economica sia automaticamente garanzia di benessere per tutti sia estremamente fuorviante e pericoloso. È necessario iniziare almeno a prendere in considerazione come la gente si sente. Bisogna cominciare, a livello politico, a considerare se i cittadini abbiano tutti gli strumenti a disposizione per realizzarsi come persone e non solo come consumatori. Non si tratta certo di fare apologia della povertà, né di tornare all’antico. Si tratta di capire che ciò che si sta sprecando non sono solo energia e mezzi materiali,
ma tempo di vita e questo tempo non lascia spazio per la soddisfazione delle esigenze più personali, intime, degli esseri umani. Avere cioè tempo da dedicare alle relazioni personali (magari non invitando la fidanzata a passare il sabato pomeriggio in un centro commerciale), nelle relazioni con i figli, con gli amici, con la ricerca e l’approfondimento di interessi in ambito culturale. Indubbiamente bisogna lavorare per vivere. Chi non lavora vive a carico di qualcun altro che lavora. Ma la nostra identità non è solo quella che ci dà il lavoro. Deve esistere un tempo per lavorare e un tempo per vivere e realizzarci a pieno come persone.
È un problema che si sta verificando a qualsiasi latitudine.
Avendo molti soldi a disposizione si possono comperare molte cose. Ma non si può compare il tempo della vita, dei rapporti, quello che si passa alla ricerca della soddisfazione di esigenze che definiscono l’identità di ciascuno di noi. E la “vita” vera ci sfugge tra le mani. Allora in questo senso va fatta una battaglia culturale. Credo che la mia generazione abbia commesso l’errore di non rendersi conto che per cambiare una società non basta occuparsi di produzione e redistribuzione della ricchezza o dei rapporti di forza tra lavoratori e datori di lavoro. Non si può non notare che in Paesi molto sviluppati a livello tecnologico, come per esempio il Giappone, ci sono ragazzi che si suicidano per non aver passato un esame a scuola. È purtroppo molto frequente. Il punto è che una società altamente competitiva pone delle sfide che finiscono per essere umanamente insostenibili per degli adolescenti e questa cosa è inaccettabile e da sovvertire. Occorre un salto di paradigma culturale.
Lei è d’accordo con chi sostiene che la concentrazione di potere economico influisca sulla tenuta delle democrazie?
Senza dubbio, il peggiore pericolo per le democrazie contemporanee è la concentrazione della ricchezza in poche mani. Perché questa implica sempre, direttamente o indirettamente, potere politico, potere di lobby, potere nelle decisioni. E le democrazie tendono a essere ridotte a plutocrazie. È un fenomeno in via di espansione ovunque nel mondo. La democrazia si sta ammalando per eccessiva ricchezza anche in Europa, non solo nel continente americano.
C’è una soluzione per vivere in società più egualitarie?
Innanzitutto servono risposte politiche valide. Ci sono questioni che il mercato non sistemerà mai lasciandolo “libero”. Soprattutto se i governi continueranno a non preoccuparsi di tutelare il bene pubblico, né di individuare politiche fiscali adeguate alla redistribuzione non del reddito ma della ricchezza, per bilanciare le innegabili differenze che esistono nella società. C’è qui una contraddizione enorme che ha a che fare con la cultura nella quale siamo immersi e che è funzionale alla concentrazione capitalista. Chi ci governa è il mercato, e, siccome il mercato deve funzionare, bisogna seguire inevitabilmente le sue regole mettendosi una benda negli occhi. Così da un lato abbiamo la cultura dello spreco legata alla sovrapproduzione di beni e alimenti che nessuno consumerà, dall’altro, allo stesso tempo, assistiamo allo sfruttamento dei lavoratori e alla devastazione dell’ambiente provocati da processi produttivi sempre più esasperati. Di nuovo viene in mente il presidente Donald Trump con le sue “politiche”. Gli Usa sono usciti dagli accordi di Parigi e dopo decenni ritornano di attualità le tensioni nucleari. Bisogna fare in fretta a trovare soluzioni perché i problemi non sono solo la produzione di spazzatura, i disastri ambientali e lo smog. Anche la guerra nucleare è un rischio che va considerato. Personalmente non non mi preoccupa tanto Trump, quanto la gente che lo ha votato. C’è una parte della società che ragiona come lui , «America first», e quindi rottura degli accordi con l’Iran,  stop agli accordi sul clima – e questo è il problema. Una cosa simile accade in Europa, dove ci sono persone convinte che la causa delle loro insicurezze “sociali” siano legate ai flussi migratori dall’Africa e dal Medio Oriente. Cadono in questo ragionamento e non si rendono conto che così producono un impoverimento di civiltà, di cultura, di umanità.
In America latina dopo la caduta delle dittature c’è stato un progressivo rafforzamento delle sinistre. Qual è oggi la situazione?
Si è certamente vissuta una stagione positiva, di crescita socio-economica, che ora è in frenata. Dal punto di vista economico lo sviluppo in America latina è stato legato alla domanda mondiale di alcune materie prime importanti. I governi più o meno progressisti si ritrovarono con i mezzi economici necessari per esercitare politiche sociali egualitarie, per combattere la povertà, per affrontare affrontare i problemi più pressanti. Ora non è più così. Guardiamo al Brasile: 40 milioni di persone che erano uscite dalla povertà vi stanno tornando.
Per quale motivo?
Uno dei fattori che più hanno contribuito alla crescita economica in Sud America è stato il capitale straniero. Le aziende che arrivano da fuori chiedono benefici per insediarsi. E il governo che deve creare posti di lavoro tende a concederli. Il punto è che con il tempo queste aziende e chi ha investito su di loro hanno iniziato a portare i guadagni all’estero. Una fuga di risorse che i governi si trovano a dover ammortizzare, chiedendo ad esempio dei prestiti internazionali, perdendo quindi progressivamente tutti i benefici iniziali. È quanto accade oggi in gran parte del Sud America. Con tutte le conseguenti perturbazioni economiche e sociali che ridanno forza alle destre. Le riforma del lavoro in Brasile ne è un chiaro esempio. Ridurre il costo del lavoro, peggiorando le condizioni di vita delle persone, per abbassare i costi di produzione. È questa la regola. Che vale anche in Europa e ovunque si parli di “riforma del mercato del lavoro”.
Cosa ne pensa di quello che sta succedendo in Venezuela?
A questo punto non lo comprendo più. Ovviamente difendo con tutte le mie forze il diritto dei venezuelani alla non ingerenza di “attori” stranieri. Perché tutto ciò che oggi viene da fuori può solo peggio rare la situazione. I problemi che hanno i venezuelani devono risolverli i venezuelani. Penso che siano stati fatti importanti errori di valutazione, che si sono aggravati per la caduta del prezzo del petrolio. Il Venezuela vive una sorta di deformazione storica. A causa della ricchezza che viene dal petrolio la società venezuelana è abituata a vivere con beni importati. A cominciare dal cibo. Ora sta pagando il prezzo di tutto questo. Ha perso buona parte della popolazione rurale che è emigrata nelle città. Adesso, sebbene sia un Paese ricco di risorse – terra, acqua, animali – c’è poca gente capace di trasformarle in cibo. E questo è il tallone di Achille dell’economia venezuelana. Un altro problema è l’esercito che dal colpo di Stato di Chavez del 2002 è sempre molto vicino al governo.
Sappiamo bene come ragionano i militari, si dichiarano di sinistra ma sono sempre militari. E tenderanno a ragionare in termini di bianco e nero. È la loro formazione. Anche se non c’è la guerra si comporteranno come se ci fosse e continueranno a vedere il mondo a modo loro. In questo contesto allora è complicato avviare una politica di negoziazione nazionale, affinché nel Paese possano convivere le enormi differenze che tutti vediamo.
Durante il suo mandato presidenziale sono state approvate fondamentali leggi di civiltà: la legge sulla interruzione di gravidanza, quella che legalizza e regola la cannabis di Stato, il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Cosa non è riuscito a fare e avrebbe voluto fare?
Siamo riusciti in alcune cose, ma ce ne sono tante ancora importanti da fare. Continua a esistere un gap sociale che non è giustificabile in un Paese come l’Uruguay che ha pochi abitanti e molte risorse. Oltre il 9 per cento degli uruguayani vive vicino la soglia di povertà, e lo 0,5 per cento nell’indigenza. Se guardiamo alla media dell’America Latina si tratta di percentuali mediamente anche basse. Ma questa non è la risposta che risolve le necessità di queste persone. Abbiamo anche problemi di scarsi progressi nell’istruzione. Il livello di scolarizzazione è aumentato e migliorato. Ma l’ampliamento del numero di persone che si dicono laiche non è andato di pari passo con un vero approfondimento culturale del dibattito pubblico. Questo per dire che non ci possiamo nascondere dietro ai progressi ottenuti con la nostra agenda sociale. Ci sono evidenti differenze di classe che esistono ancora. In Uruguay abbiamo sofferto molto il processo di concentrazione della ricchezza di cui parlavamo prima. Il mio Paese continua ad essere il più “equo” dell’America Latina. Ma America Latina è il continente meno equo del mondo. Quindi siamo i campioni dei peggiori, non possiamo accontentarci.
Per il suo “stile” di vita, senza volerlo lei è diventato un’icona della sinistra. Lei si considera una eccezione come politico?
Mi considero profondamente repubblicano e per me è chiaro che un politico debba vivere in coerenza con le proprie idee che sono quelle che ho ripercorso in questa intervista per Left. Anche su questo c’è profonda sintonia con la mia compagna (Lucia Topolansky è la vicepresidente della Repubblica, ndr). Anche se per un periodo della mia vita sono stato presidente e in altri ho ricoperto diversi incarichi istituzionali e ora sono il primo senatore, necessariamente considero di dover vivere sempre come vive la maggioranza del mio popolo. E non come vive la minoranza privilegiata. Perché la democrazia nel suo senso profondo vuol dire essere espressione della maggioranza.
Molti governanti scelgono di vivere come una minoranza privilegiata…
Penso che le Repubbliche siano nate per dire alle monarchie e ai signori feudali: tutti gli esseri umani sono uguali, almeno nella realtà più profonda, e nelle cose fondamentali. Dunque uguali diritti e uguali possibilità per tutti. Ma sono anche consapevole che il miraggio del profitto a tutti i costi snaturi le cose. Sembra una malattia. Va bene essere ambiziosi ma se l’obiettivo è accumulare denaro e la via più breve è fare politica, è una disgrazia. Perché si finisce per umiliare la politica. Se a qualcuno piace il denaro, buon per lui. Ma che si dedichi all’industria, al commercio, agli affari non alla politica. Perché se la si sceglie come via per diventare ricchi, siamo spacciati.
Negli Stati Uniti Trump è presidente, in Italia Berlusconi è stato premier, la Repubblica ceca ora è guidata da Andrej Babiš…
C’è un’idea che avvelena la nostra civiltà ed è che per realizzarsi nella vita si debba diventare ricchi. Questo è un inganno che confonde molta gente. Per quanto mi riguarda di fronte a questi signori citerei Seneca: «Povero è chi ha bisogno di molto. Chi impara a vivere con sobrietà non è povero, ha sempre più del necessario».

*

Il tupamaro presidente Durante il regime dittatoriale che è stato al potere in Uruguay tra il 1973 e il 1985, José Alberto Mujica Cordano che all’epoca era uno dei capi tupamaros, il Movimento di liberazione nazionale di ispirazione marxista-leninista attivo dagli anni 60, è stato detenuto in condizioni disumane, torturato e isolato dal mondo esterno insieme a diversi suoi compagni di lotta. Con il ritorno alla democrazia, divenuto leader del Movimento di partecipazione popolare, il raggruppamento maggioritario del Fronte Ampio (la sinistra uruguaiana), dopo essere stato eletto deputato e senatore è stato tra il 2005 e il 2008 ministro dell’allevamento, agricoltura e pesca. Sempre nel 2005 ha sposato l’attuale vice presidente della Repubblica e leader storica del Mpp, Lucía Topolansky. Il 30 novembre 2009 ha vinto le elezioni presidenziali. Alla fine del mandato è stato nuovamente eletto senatore ed è risultato il più votato. Vive in una piccola fattoria a Rincón del Cerro, alla periferia di Montevideo, la stessa in cui Gabriela Pereyra ha realizzato l’intervista e scattato l’immagine in apertura.

IN TOUR IN ITALIA Mujica sarà il 28 agosto a Livorno, il 29 a Bologna quindi sarà a Ravenna, a Milano (31 agosto) e a Mantova, con un anteprima l’1 settembre Festivaletteratura

L’intervista esclusiva di Gabriela Pereyra a Pepe Mujica è stata realizzata a Montevideo e pubblicata su Left del 28 ottobre 2017


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