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Hugo Pratt e l’arte di essere liberi. Insieme agli altri

L’estate calda porta sul palmo il sogno di un’avventura. Porta il rumore del mare, orecchiato dall’ombra di un’amaca tra le dune. Il mare delle storie di Sandokan, dei tormenti profondi di Conrad. Oggi il Mediterraneo è abusato da un massacro lucido e disumano. Allora sempre di più occorre guardare il mare e cercare l’avventura, il sogno, la follia sana di Colombo. Quanto è nascosto dietro l’orizzonte, quanto non si può vedere con i piedi ben piantati per terra. Partire, prendere il largo. Per allargare lo sguardo e il pensiero.

Ancora si deve ripetere, e sembra assurdo, che il fumetto non è un’arte minore, non è bassa letteratura. Sarà la stranezza di questo cimento, che unisce parola e disegno. O meglio… permette di unire. Poi la scelta resta alla fantasia dell’autore. Ed ecco le tavole di puro disegno di Pratt. Il silenzio riempito di mare, di un respiro lento, un volo di gabbiano.

Hugo Pratt è Corto Maltese. O forse è più vero il contrario. L’affascinante marinaio maltese non poteva raccogliere meglio la spinta vitale del suo autore. I viaggi, nell’Africa nera e nell’Argentina ridente, dove Pratt ha disegnato per anni, hanno formato il suo tratto, ballando ogni sera con una donna diversa. Le donne di Pratt e le donne di Corto. Bellissime o terribili, seducenti o sedotte. La prima donna di Corto è Pandora. E non si può credere che la scelta del nome sia casuale. Pratt ha sempre raccontato che quella storia, la Ballata del mare salato, non era stata scritta per iniziare la saga del marinaio: Corto non doveva essere il protagonista. Eppure Pandora nel mito greco è il nome della prima donna mortale. Un inizio. Forse, inconsapevolmente, Pratt con questa scelta voleva dire che…

L’articolo Andreas Iacarella prosegue su Left in edicola dal 24 agosto 2018


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Sulle orme di John Fante, crescere in una lingua straniera

Vengo da un’isola chiamata Sicilia. Sono figlio di immigrati, di una famiglia siciliana che si trasferì a Roma negli anni Cinquanta, poco prima della mia nascita. La mia Sicilia, come ha scritto Elio Vittorini alla fine di Conversazione in Sicilia, è solo per avventura Sicilia: solo perché questo nome mi suona meglio del nome Persia o Venezuela o Brasile. Ma è anche come dire, a rovescio, che di qualsiasi luogo io possa scrivere, che sia Persia o Brasile, quel luogo per me sarà sempre Sicilia. Perché questo nome non indica soltanto un posto fisico, una terra rintracciabile su qualsiasi mappamondo. Io non sono cresciuto nella mia isola d’origine. Sono cresciuto in una città chiamata Roma, e questa città ha per me un volto preciso, un volume, una consistenza tattile: è fatta di quartieri, di palazzi, di vicoli che conosco bene. La Sicilia, no. La mia Sicilia è un paesaggio interiore. È un effetto acustico, una vibrazione, una sequenza di sillabe… è soprattutto una lingua.

Perché non è importante la città dove hai vissuto; è molto più importante, e decisiva, la lingua nella quale sei stato allevato. Non si cresce in un luogo, si cresce in una lingua. Io sono cresciuto nel dialetto siciliano. Ogni volta che ne sento l’accento, la cadenza, il modo di pronunciare le vocali, tutto questo è per me come una musica familiare da cui riaffiora istantaneamente, e istintivamente, il suono della mia infanzia. Le parole sono davvero delle scatole sonore che contengono molte cose: hanno a che fare con la nostra vita, oltre che con il loro significato. Involontariamente, custodiscono la nostra memoria.

E la lingua dell’infanzia è la più importante di tutte, perché è la lingua nella quale…

L’articolo di Fabio Stassi prosegue su Left in edicola dal 24 agosto 2018


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Migranti, una nuova legge pensando a Jerry Masslo

In un’intervista al Corriere della sera, il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, dice: «Vogliamo favorire il cambiamento. In primo luogo, per garantire il più rigoroso rispetto dei diritti dei migranti a partire dai diritti fondamentali. Scopo dell’iniziativa, per esempio, sarà informare meglio chi parte per ragioni economiche su cosa lo aspetta durante il viaggio. Diversa questione è quella dei rifugiati, che hanno diritto all’asilo, ma che vanno ripartiti in modo più equo in tutta Europa». Noi del Movimento degli Africani (Mda) nel maggio 2015, alla Camera avevamo illustrato una proposta che tutt’ora rimane la più dignitosa (vedi box a fine pagina, ndr).

Questa proposta ha il vantaggio di essere stata messa a punto da donne e uomini di origine straniera, che vivono in Italia da oltre trenta anni, sposati con cittadini di origine italiana, e che vivono in prima linea il dramma e i dolori, effetti collaterali della politica europea in generale e italiana in particolare sull’immigrazione. Purtroppo invece la proposta sull’immigrazione nel programma di governo avanzata dal ministro Matteo Salvini, il quale ha seminato e alimentato demagogia e paure sul tema dell’immigrazione, è basata sulla chiusura delle frontiere. Non è prevista nessuna possibilità di entrata regolare.

Eppure, se c’è un soggetto titolato a rendere conto degli effetti della politica sull’immigrazione, sono gli immigrati stabili. Chi sbarca, oggi, sulle coste italiane ha un contatto, un parente o un amico, in Europa. È importante coinvolgere gli immigrati stabili nella ricerca di soluzioni sostenibili allo spinoso problema dell’immigrazione.

Quasi trenta anni fa, nella notte tra il 24 e il 25 agosto 1989, ci fu la barbara aggressione perpetrata da un gruppo di criminali i quali, coi volti coperti, fecero irruzione con armi e spranghe nel capannone dove dormivano Jerry Masslo e altri 28 immigrati; dopo aver intimato di consegnare tutti i soldi che avevano guadagnato in due mesi e oltre di lavoro nei campi, assassinarono Jerry. La sua storia dice molto del fenomeno dell’immigrazione in Italia ed è alla base della proposta fatta nel 2015 dal Mda. Il 21 marzo 1988, Jerry Masslo atterrava all’aeroporto Leonardo Da Vinci, con un volo dalla Nigeria. L’aereo era fra i mezzi più utilizzati dagli africani, se non il principale, per arrivare in Europa. Il visto di ingresso non era obbligatorio, né necessario, per una permanenza fino a tre mesi.

Così come accade oggi per i cittadini dell’Unione europea che vogliono recarsi negli Usa. Per turismo o per affari, i cittadini dell’Ue non hanno bisogno di un visto, bensì del solo biglietto di andata e ritorno, previa un’autorizzazione al viaggio elettronica (Esta). Viene rilasciata online dall’autorità statunitense, previo pagamento di una tassa (14 dollari). Nessun cittadino Ue deve passare il confine dal Messico per poter arrivare in Usa.

Appena sbarcato, Jerry Masslo chiese…

*

La proposta del Movimento degli Africani Abolire la Bossi-Fini, dotarsi di una vera politica dell’accoglienza e dell’integrazione andando oltre l’emergenza, contrastare la continua strumentalizzazione politica e la propaganda irresponsabile dei media: questi i principali nodi della proposta di legge elaborata dal Movimento degli Africani nel 2015 e che ora pensano di rimettere sul tavolo in occasione dell’anniversario dell’omicidio di Jerry Masslo. Per quanto riguarda il fronte “profughi” il punto centrale è rappresentato dalla apertura di corridori umanitari nel quadro di un piano straordinario di accoglienza europea basato sulla libertà di scelta del Paese dove richiedere asilo, oltre alla chiusura dei Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio). Sul fronte delle politiche nazionali di integrazione e stabilizzazione degli immigrati: ripristino del ministero per l’Immigrazione, revisione delle regole sui visti di ingresso e soggiorno in Italia, snellimento delle procedure per il ricongiungimento familiare, abolizione della discriminazione elettorale nei confronti degli stranieri residenti, approvazione di una legge sulla cittadinanza basata esclusivamente sullo ius soli.

L’articolo di Ouattara Gassou prosegue su Left in edicola dal 24 agosto 2018


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Sinistra senza identità

La tragedia del ponte Morandi di Genova sta mettendo in evidenza, ancora di più, la crisi dei partiti di sinistra o che si definiscono tali. Come ha giustamente osservato Lucia Annunziata il fatto che nessun esponente di spicco del Pd, eccezion fatta per il segretario-reggente Martina e pochissimi altri, abbia partecipato ai funerali di Stato è una misura di quanto in quel partito si sia perso il rapporto con la società civile. Il segretario-di-fatto Renzi non si è visto anche se ha mandato messaggi di sfida, come al suo solito ma restando ben nascosto. Aggiungerei che vale altrettanto, se non di più perché più di sinistra del Pd, per gli altri partiti a partire da Leu. C’è come una mancanza di interesse, una mancanza di senso della realtà, di quello che è accaduto.

Un ponte non può crollare da solo. Un ponte, grande e importante come il ponte Morandi, che passa dentro una città, non può crollare all’improvviso. I ponti sono progettati per resistere ai terremoti, alle esplosioni, devono e possono resistere a impatti significativi ai piloni di sostegno. Qualunque ne sia la causa o le concause è evidente che c’è stata una incuria prolungata nel tempo. Non si capisce poi perché gli stralli di uno dei piloni siano stati sostituiti diversi anni fa e quelli degli altri tre piloni no. Lo si può chiaramente vedere dalle fotografie: gli stralli dell’ultimo pilone sono chiaramente rivestiti di acciaio al contrario degli altri. Per quale motivo, essendo il ponte stato costruito tutto insieme, si fa una manutenzione così importante di un solo pilone e non si considerano gli altri?

Un ponte crolla per un evento più che eccezionale. In questo caso l’evento più che eccezionale è stata l’incuria, la sciatteria nella manutenzione, il considerare che siccome il progetto prevedeva capacità di tenuta maggiori del necessario (come è normale per qualunque costruzione) allora si poteva tollerare un ammaloramento delle strutture del 20% e che non sarebbe stato un problema arrivare fino al 40%! Questa incuria, questa sciatteria nel gestire un pezzo di Paese, sembra la stessa che è stata applicata dai politici di sinistra a questo evento. Non comprendere, non vederne la gravità. Affannarsi a dire che la privatizzazione di autostrade funziona, che non si sono presi soldi. Ma non è questo il punto.

Così come la reazione della società Autostrade, il cui primo comunicato il giorno dopo la tragedia, è stato quello di preoccuparsi degli azionisti. Ma chissenefrega degli azionisti! Peraltro ogni investitore sa di correre dei rischi ad investire in azioni di qualunque società, anche la più solida. Non si capisce perché per Autostrade non possa essere così. È il pensare che tanto anche questa cosa verrà accettata, verrà assorbita, passerà come “una cosa che può capitare e capita”. Che i problemi sono altri. No, il problema è questo! Non deve e non può capitare che crolli un ponte senza motivo. Se la Società autostrade spende tanto per la manutenzione, come sembra da quanto viene detto dai giornali di questi giorni, allora significa semplicemente che quella spesa è fatta male. Tanto c’è lo Stato-mamma che tutto paga e tutto risolve. Quindi si prendono regolarmente le decisioni più dannose per lo Stato (che siamo tutti noi) e più vantaggiose per i privati (che sono solo alcuni).

Che poi, voglio sottolinearlo con forza, il problema non è quello che un privato si arricchisca se fa un servizio che funziona e riesce a ricavare un guadagno da quello che fa in maniera efficiente. Il problema è di fondo. Perché, evidentemente, esistono manager che non pongono l’attenzione necessaria alla manutenzione. Considerano che “tanto non può succedere e non succederà. E anche se succede tutto passa, tutto verrà assorbito dal ventre molle del Paese a cui in fondo non frega niente… l’importante sono gli utili e gli azionisti”. Ma che cavolo di persone sono queste? È sconfortante vedere come la sinistra non abbia detto nulla al riguardo. Non esiste un porsi domande, chiedersi se le privatizzazioni, così come sono state fatte hanno avuto problemi, hanno creato problemi. Tutti a difendere se stessi. Non esiste un porsi la domanda – magari fosse una ricerca – circa il fatto che manca completamente l’idea di fare l’interesse dello Stato, ossia cercare di fare il meglio nell’interesse di tutti gli abitanti di questo Paese e non solo. Cercare e trovare la soluzione migliore.

Il Movimento 5 stelle ha più che ragione a dire che con un disastro di queste proporzioni la concessione viene necessariamente messa in discussione. E dispiace vedere come a sinistra questo venga contestato. Evidentemente non c’è più nemmeno mezza idea di come fare opposizione se non contestare a prescindere. Come quando si trattava di formare il governo. L’opposizione al governo va fatta in maniera decisa, ma questo non significa accecarsi e non vedere l’enormità di quello che è successo. È da tempo ormai che la sinistra e il Pd in particolare ha perso il rapporto con la realtà di quello che pensano gli italiani. Ed è tragico che non ci si accorga che il M5s non fa altro che ripetere in maniera anche un po’ strampalata proposizioni che in altri tempi erano fondamenti della sinistra. In questo caso la ribellione ai “poteri forti” e la questione morale.

La sinistra brancola nel buio ormai da tempo. Non ha più un’identità dall’89 o forse dal ’68. Ha cercato una nuova identità con il superamento del Pci per arrivare al Pd, ma in realtà ha perseguito sempre e solo la soddisfazione dei bisogni, delle necessità materiali, perdendo quell’umanità che aveva, quell’interesse per le persone che non è solo pensare ai loro bisogni ma anche alla loro realizzazione. Gli interessi materiali non hanno affetti. È amare le cose più delle persone. E dopo di questo il passo è breve, si pensa alle persone come fossero delle cose.

La crisi della sinistra è tutta qui. Non cercare di costruire la politica che permetta a ciascuno di trovare il modo di realizzare se stessi e di trovare il senso della propria vita.

L’editoriale di Matteo Fago è tratto da Left in edicola dal 24 agosto 2018


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L’universo anarchico e immaginifico di Fernando Arrabal

Fernando Arrabal è nato nel 1932 a Melilla, città autonoma spagnola vicino a Gibilterra, anche se sulle coste del Marocco. Di recente sono passati di lì molti dei flussi migratori verso l’Europa e adesso è circondata da una rete di metallo alta sei metri, per impedire il passaggio dei migranti, che si accalcano alle zone di confine.

Arrabal in questo caldo agosto cammina per le vie di San Miniato, in provincia di Pisa, è ospite del Festival del pensiero popolare, che l’ha premiato con un bel quadro di Stefano Renieri, nel giorno dedicato a San Rocco il 16 agosto. Intorno a quella data in molti l’hanno incontrato nelle strade assolate, bambini e adulti, attirati dal suo abbigliamento a dir poco singolare. Anche alcune coppie, sulle scale che scendono dal prato del duomo alla bella piazza del seminario, lo incrociano, interloquiscono con lui. Arrabal li “importuna”, si avvicina nient’affatto intimidito, è un piccolo folletto surrealista, porta gioia tra le persone, gioca con loro:

– Tu sei fidanzato de ella? – dice.

– E tu? Sei il suo amante? Vi divertite insieme?

Questi passanti, tutti italiani, sono evidentemente un po’ imbarazzati, forse anche divertiti. Qualcuno risponde, accettando la provocazione: – Sì mi sarebbe piaciuto, è un bell’uomo, ma si è sposato con questa mia amica!

Arrabal ride, e insiste: – E allora? Qual è il problema?

È uno gnomo, un Pan provocatore, non a caso nei primi anni sessanta, fu uno dei tre fondatori di un Movimento Panico che ancora si stenta a definire, insieme ad Alejandro Jodorowski e a Roland Topor.

Già lo racconta il suo vestire: ha una camicia blu, coperta di stelle, come i cieli di San Miniato, uno straccetto al collo, forse un residuo di cravatta, poi sulle spalle uno zainetto rosso. È un eterno studente in patafisica, la scienza delle soluzioni immaginarie.

Arrabal è Trascendente Satrapo dei seguaci di Alfred Jarry. È stato nominato nel 1990 a questa elevatissima carica, certo per meriti sul campo. Ha anche pantaloni stretti che gli avvolgono le due piccole gambe da pinocchietto, indossa un paio di scarpe di pelle lucida. Sulla testa, ed è la parte più evidente, ha una serie di occhiali, tre a volte quattro, delle forme più strane. Durante la giornata ne indossa anche altri e quando viene accompagnato al supermercato, si accorge di essersene dimenticato qualcuno in albergo e insiste per tornare indietro.

Nella sua follia riesce ad essere straordinario, è un artista, un uomo che ama il pensiero surreale, non a caso è stato amico di Tristan Tzara, di André Breton, di Andy Wharol, padri delle correnti più immaginifiche del XX secolo. Quando gli facciamo delle domande, lui ci risponde in modo preciso e puntuale, molto compito, ma le sue risposte sono a dir poco strane, un po’ spiazzanti: è un cappellaio matto, è difficile credergli fino in fondo. Anche quando racconta di Pirandello, uno dei suoi miti: nel 1934 ottenne il premio Nobel, due anni dopo la nascita di Arrabal. Subito dopo Pirandello fu intervistato sul futuro del teatro. Era in Sicilia, e lui aprì il braccio verso destra. Il giornalista pensò a Tripoli, che allora era colonia italiana, ma Pirandello indicava appunto Melilla, la città natale del nostro straordinario interlocutore.

– Almeno – dice Arrabal – è questo che diceva il mio amico Borges, che mi chiamava “Arrabal l’africano”. Il film che gli ho dedicato è quello che amo di più. Di sette che ne ho fatti – tutti capolavori – è quello che mi è venuto meglio.

San Miniato qualche giorno prima ha applaudito il bellissimo “L’albero di Guernica”, con una folgorante Mariangela Melato, ad interpretare una pasionaria nella guerra civile spagnola. Il film è del 1975, Franco era ancora al potere, e Arrabal era considerato una dei quattro o cinque nemici della patria più pericolosi. – In molti – ci dice ancora – hanno dichiarato di voler scrivere al generalissimo, di questo e di quello, ma l’unico che l’ha fatto davvero sono stato io, condannando la dittatura di Franco, tutto il male che ha fatto alla Spagna e alla mia famiglia in particolare.

Per questa lettera pubblica, analoga a quelle che lo stesso autore ha destinato a molti altri dittatori del XX secolo, Arrabal fu processato arrestato e condannato al carcere, con l’opposizione dei più grandi intellettuali, che si schierarono a suo favore. In testa a tutti Samuel Beckett che ne esaltò i meriti letterari: considerava il teatro di Arrabal parente stretto del suo “Aspettando Godot” e di tutto il teatro dell’assurdo.

Adesso Arrabal è un giovane di ottantasei anni, ancora attivissimo, soprattuto nei teatri di tutto il mondo. Qui a San Miniato sono arrivate le sue ultime opere – “Sarah e Victor” e “Dalì VS Picasso” – ambedue con la regia di Sergio Aguirre. Anche per questo lo intervistiamo sul qui e ora, per sapere cosa pensi dell’attuale crisi, il periodo cupo che stiamo attraversando.

La risposta, come al solito, ribalta la domanda: – Ma quale periodo cupo, mai come ora siamo stati così bene, dal punto di vista creativo e intellettuale. Del resto in tutte le epoche, anche nella Grecia classica si parlava di crisi nera, irreversibile! Quando si parla di crisi, sui giornali, ai talk show televisivi, allora io sono felice, perché è un momento di grande creatività. Dico questo soprattuto per i giovani, è come se le pagine tornassero ad essere bianche e loro hanno penne e pennelli, colori, insomma tutti gli strumenti giusti per riempirle. La società di oggi sta crollando (anche realmente: vedi il ponte di Genova!), e allora è il momento di cambiare; mi sembra che il periodo sia simile a quello che abbiamo vissuto alla metà degli anni 60, quando tutto sembrò potere rinnovarsi, anche nel teatro: caos totale, ribaltamento del pubblico, ballerine in scena nude e un poeta che depilava il pube della propria compagna…

Foto di Antonio Fernandez

Il Festival del pensiero popolare / Palio di San Rocco pellegrino è arrivato al decimo anno di vita. Quest’anno il festival era interamente dedicato a Fernando Arrabal, nove giorni di incontri, letture, improvvisazioni teatrali, spesso dedicate al teatro panico, film come “L’albero di Guernica” e spettacoli teatrali, “Dalì VS Picasso” e “Sarah & Victor”, tutto di Arrabal, con qualche escursione verso i suoi colleghi di cordata, cioè Alejandro Jodorowski e Roland Topor. Le regie, almeno quelle degli spettacoli principali, erano di Sergio Aguirre che con il Centro di Iniziative Teatrali, fondato trent’anni fa con Manola Nifosì, è stato premiato con il San Rocco 2018, per la diffusione della poesia e del teatro spagnolo. Naturalmente a fianco di quello che senza dubbio è il suo poeta preferito, naturalmente Arrabal. Importanti tutti gli interpreti, ma qui si segnala Mila Moretti, la figlia del grande Mario, tra l’altro fondatore del Teatro dell’Orologio di Roma. Su di lei è stato proiettato il videoritratto, firmato Ricky Farina, che sul blog del Fatto Quotidiano ha realizzato “Mila Moretti, un’attrice pericolante”, che racconta i problemi fisici, ma anche l’eccezionale forza di questa donna, per la quale Arrabal ha scritto il suo “Sarah & Victor”.

La foto di Fernando Arrabal  in apertura è di Antonio Fernandez,

Troppo metano sotto il ghiaccio del polo Nord che si sta sciogliendo, perché ci dobbiamo preoccupare

«C’è una bomba a orologeria innescata sotto il ghiaccio nel Nord del pianeta e il cambiamento climatico lo sta sciogliendo». Tra i richiami alle battaglie per il suo programma di sanità pubblica, per un equo salario ai lavoratori sfruttati di Amazon, o tra gli appelli contro le politiche restrittive di Trump sull’immigrazione, nella pagina Facebook ufficiale del senatore democratico Bernie Sanders spicca un video in cui due persone provocano un’improvvisa fiammata sulla superficie ghiacciata di un terreno in Alaska, semplicemente perforandola, e aprendo la fiamma di un accendino.

«Come è possibile?», si legge nei sottotitoli che scorrono sul video: «Perché sotto il permafrost c’è il metano». Il permafrost è il terreno perennemente gelato delle zone di tundra artica, soggetto a disgelo superficiale estivo, e che invece rimane ghiacciato per molti metri in profondità. Adesso però il riscaldamento globale che sta sciogliendo l’Artico, incide anche sul permafrost a latitudini lievemente inferiori. Ed è una pessima notizia, perché il metano riscalda l’atmosfera ad una velocità 86 volte maggiore dell’anidride carbonica e, intrappolato nel permafrost, ce n’è una quantità assai maggiore che tutta l’anidride carbonica presente nell’atmosfera terrestre. Questo metano potrebbe accelerare notevolmente l’effetto serra e il riscaldamento del pianeta. Si stima un impatto, entro la fine del secolo, pari a quello della somma di tutte le attività umane fino ad oggi. E il fenomeno è già in corso.

Il video postato da Bernie Sanders è prodotto da The Years Project, un progetto realizzato in collaborazione, tra gli altri, con National Geographic, per informare, sensibilizzare sui rischi climatici, e dare forza a tutti i possibili interventi diretti allo scopo di un consumo sostenibile di risorse, non solo energetiche.

Mentre dunque si conferma, da un lato, la tradizionale vicinanza di National Geographic alle cause democratiche, negli ultimi decenni, e mentre il tema del cambiamento climatico e della sicurezza ambientale si conferma un caposaldo delle campagne democratiche dell’ultimo ventennio, da Gore a Sanders appunto, passando per Obama, il tempo ci dirà se questo tema saprà amalgamarsi coerentemente con gli altri della campagna di Sanders verso le prossime presidenziali. Contribuendo possibilmente ad aumentare quel consenso che, ora come ora, lo “sdoganamento” in salsa americana della parola socialista – con annesso l’impegno a dare voce all’America del 99% dei meno garantiti, contro l’1% di super-garantiti – sembra gli stiano procurando almeno in una certa misura.

Sulle rotte dei migranti: i lager per lo straniero dall’Ottocento a Minniti e Salvini

Un'immagine del centro detenzione migranti di Zawiya, a 30 km da Tripoli. ANSA/ZUHAIR ABUSREWIL

Dopo il ciclo di seminari di approfondimento “Migranti: da dove vengono, cosa li spinge a partire, come viaggiano” , alla Fondazione Basso è stato presentato il libro Il controllo dello straniero. I “campi” dall’Ottocento a oggi a cura di Eliana Augusti, Antonio M. Morone e Michele Pifferi, editrice Viella.
Il libro fornisce un’accurata analisi del “campo” svolta, si legge, «alla luce di letture storiche, storico-giuridiche, studi antropologici e sociologici svolti entro le mura di centri per migranti in Italia e in Africa».
I saggi di cui il testo è composto, portano in un mondo di storie estremamente complesse e in parte conosciute durante i precedenti seminari sulle migrazioni (vedi articoli qui e qui).
Cercherò, per questo, di mettere in evidenza solo alcuni temi, invitando alla lettura del libro.
Le pagine si aprono con la storia della nascita dei ‘campi’ avvenuta durante le guerre coloniali a Cuba, in Sud-Africa nella guerra inglese contro i boeri e in altri conflitti. Con gli anni, in questi luoghi/non luoghi, si sono perpetuati anche feroci genocidi, fino a quello dei campi nazisti.

Il conflitto tra Stato e diritti umani

Si ritorna, spesso, alla storia tra Ottocento e Novecento, anni in cui iniziarono le prime migrazioni, e si mette in evidenza che gli «Stati Uniti, nell’arco di tempo considerato (Otto/Novecento) hanno assunto come principio ispiratore delle loro politiche migratorie, la tutela non tanto dei diritti degli individui, quanto delle prerogative della libertà, con la conseguenza di un corrente indebolimento delle garanzie giurisdizionali nei confronti degli immigrati. Prevaleva sui principi garantistici l’esigenza di governare e controllare i soggetti e, tuttavia, questo orientamento, ancorché dominante, doveva fare i conti con lo Stato di diritto difeso dall’opinione pubblica».
Tutto questo detto per gli Stati Uniti, può essere valido anche per l’Europa.
A partire dal dopoguerra, però, ci sono dei cambiamenti importanti: diventa certezza la convinzione di poter attribuire diritti all’essere umano in quanto tale.
La tesi dominante, dell’Otto/Novecento, della dipendenza dei diritti dallo Stato, viene rovesciata: i diritti non dipendono dalla volontà dello Stato, ma è lo stesso che trae la sua legittimità dal riconoscimento dei diritti, per cui, «sono i diritti (i diritti che la dichiarazione dell’Onu del 1848 presentava come diritti dell’uomo) che dovranno governare dando ad essi una piena e diffusissima attuazione.
Fra i diritti umani proclamati dalla Dichiarazione Onu del’48 due articoli, l’art.13 e l’art.14, hanno a che fare con il nostro problema. L’art.13 (secondo comma) recita che «ogni individuo ha il diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese» e l’art. 14 sancisce il diritto di asilo affermando che «ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni».

Il diritto di movimento dei popoli

La possibilità di muoversi, per andare ovunque, sembra garantita. Aggiungiamo ai diritti formulati dalla Dichiarazione del ’48, la Convenzione di Ginevra, la creazione, nel 1951, dell’United Nations High Commission for Refugees, e infine, il moltiplicarsi di documenti e di organismi internazionali designati alla tutela dei diritti umani, e avremo la sicurezza che una così profonda attenzione non era stata mai dedicata ai diritti delle persone. Ma, nonostante la dichiarazione del ’48, i confini non sono stati cancellati, a cominciare dall’America. Il diritto internazionale continua a considerare la sovranità dello Stato un principio basilare e a riconoscere a ogni Stato sovrano il diritto di controllare l’accesso al proprio territorio. Dobbiamo anche dire che la Dichiarazione del ’48 afferma il diritto di qualsiasi cittadino di uscire dal proprio Paese e di rientrarvi, ma non prevede il diritto di essere accolto in nessun altro luogo. Come già detto Stati e confini non sono stati superati, «non è scomparsa la logica della contrapposizione tra il dentro e il fuori, tra soggetti appartenenti a una determinata comunità politica e soggetti esterni, i cittadini affidabili e i pericolosi stranieri visti come nemici che devono stare al di fuori della ‘cittadella’ e, se pure si riesce a entrare, si rimane sempre nemico, ma nemico ‘interno‘(….) È in questa realtà che deve essere inclusa la storia dell’impiego odierno di misure nel controllo del movimento migratorio anche se, durante l’Otto/Novecento, si sono utilizzati strumenti di concentrazione dei migranti posti agli estremi del territorio nazionale. Per questo non può essere sottovalutato in Italia, Occidente compreso, la realizzazione di centri di detenzione avvenuta negli ultimi anni e che si presentano come luoghi dell’eccezione, ‘anticamere del diritto e dei diritti’, strumento di contenimento di soggetti deprivati di diritti fondamentali e, sarebbe anche fuorviante vedere nelle persone trattenute nei centri, soggetti inerti. Si devono invece raccontare i casi di resistenza individuale e collettiva che cominciano a manifestarsi e che, con fatica, trovano interlocutori, e spesso ottengono anche dei risultati (qualche decisione della Corte Europea dei diritti dell’uomo e della Corte costituzionale)».

I campi per gli stranieri

Tornando al ‘campo’, con questo termine si indica spesso, una struttura rozza e facilmente riconoscibile, che sostituisce le mura con «il profilo fluttuante del filo spinato e dei moderni reticolati metallici (…). Il campo è una “costruzione giuridica” ma, le azioni che in esso avvengono, possono essere definite come la negazione del diritto. Guardando poi alle politiche nazionali e, in particolare, al momento straordinario dell’espulsione dello straniero, il diritto di polizia si ‘universalizzò’ relativamente tardi, quando, sia gli Stati Uniti che l’Inghilterra, rispettivamente con le leggi 3 marzo 1903 e dell’11 agosto del 1905, regolamentarono l’immigrazione straniera e dotarono i loro rispettivi governi del diritto di espulsione».

Dal pregiudizio al mutuo interesse

Il primato restò legato alla Francia che, con la legge del 19 ottobre 1797, all’art. 7, previde la stretta sorveglianza per tutti gli stranieri, anche quelli ormai residenti sul territorio ai quali poi sarebbe stato tolto anche il passaporto. In Italia la legge 3-6-1889, all’articolo 90, delega il Ministero dell’Interno ‘per motivi di ordine pubblico ’, il potere di ordinare che lo straniero di passaggio, oppure già residente nel Regno, fosse espulso e condotto alla frontiera.
Lo ‘straniero’ ai quali si riferivano le leggi, poteva essere il lavoratore, il profugo, il deportato, lo schiavo, il vagabondo, lo zingaro, la persona con disturbi psichici, oppure l’appartenente ad un’altra nazione o etnia.
Il diritto che si stava sviluppando come scienza, prendeva il posto del trascendente e regolava la nuova famiglia delle Nazioni, basandosi sui parametri della reciprocità e del mutuo interesse e, un approccio scientifico, avrebbe dovuto salvaguardargli un’apertura senza pregiudizi e condizionamenti ma, la sua storia, lo condannava all’autoreferenzialità e a una decadenza coloniale.
La ricerca profonda del libro ci fa riflettere sulla cultura giuridica del nuovo millennio che critica la crescente criminalizzazione dei migranti, alimentata anche da una cattiva politica e opinione pubblica.

Gli immigrati italiani in America

Il problema serio dell’espulsione amministrativa nell’Italia postunitaria viene rivisto insieme alla lunga storia degli immigrati italiani in America, e alla storia delle Immigration Station di Ellis Island e Angel Island, inaugurate rispettivamente nel 1891 e nel 1910 e che operarono fino al 1954, e al 1940.
La prima costruita a N.Y. per accogliere gli immigrati, esaminarli e respingere i cosiddetti ‘non desiderabili’, la seconda, quella della baia della California, pensata proprio nel pieno dell’immigrazione cinese, per ostacolarne il flusso e favorirne i ‘rimpatri’.
La paura per l’invasione degli stranieri, continuò a crescere costantemente ovunque.

In Libia, dai campi fascisti a quelli attuali

E ancora, tra le pagine ritroviamo la terribile storia legata ai campi di concentramento in Libia durante il fascismo che non finisce mai di colpire per l’atroce repressione riversata su intere popolazioni nomadi e seminomadi per stroncare la resistenza anti-italiana portata avanti da Omar al- Mukhtar, al fine di avere sempre a disposizione mano d’opera da sfruttare, in tutti i sensi, per lo sviluppo della colonizzazione agricola.
Si arriva, così, ad un’epoca più recente, la Libia del post- Gheddafi, realtà in cui il campo, viene presentato come un luogo che ‘tutela’ i migranti e i loro diritti anche se non è così: «in Europa come in Africa, in realtà è, al contrario, un luogo di eccezione rispetto allo stato di diritto. Nel campo, detenzione, sofferenza fisica e psicologica, si combinano senza che per altro vi sia una chiara determinazione della fattispecie del reato commesso. Negli ultimi quindici anni si è dunque fatto ricorso sempre più alla detenzione amministrativa, non solo in Italia attraverso la costruzione di diverse tipologie di campi, ma anche in Africa, specialmente in Libia (…). Segue tutta la storia del “Trattato di Amicizia, cooperazione e partenariato” del 2008, tra il presidente del Consiglio italiano di allora, S.Berlusconi, e il generale M. Gheddafi, e che segnò, dopo il crollo della Libia, uno dei periodi più drammatici, amari e oscuri per l’Italia, condannata dai giudici della Corte Europea, il 6 giugno 2012, per la sua politica di respingimento in alto mare.
Anche i saggi sui campi italiani ci fanno riflettere sempre di più sul notevole aumento del flusso dei migranti diretti verso l’Europa, e che arriva sulle coste italiane e greche.

La politica della fortezza Europa

Il concetto di crisi poi, si è sovrapposto a quello dei rifugiati, anziché riferirsi ai luoghi di provenienza e transito – con cui i Paesi dell’Unione europea hanno storicamente costruito relazioni e portato avanti accordi – o alla crisi dell’Europa che, per molte cose, si è dimostrata inadeguata e ingiusta nell’individuare una seria e organizzata politica d’assistenza e protezione dei migranti.
Per comprendere l’odierna realtà, nelle pagine si tiene memoria di quel che è accaduto sul territorio italiano, dal 2013, con l’avvio dell’operazione Mare Nostrum e poi con quella denominata Triton, diretta da Frontex, per riflettere su molti aspetti delle politiche di controllo e sorveglianza verso i rifugiati arrivati via mare.

Le leggi italiane sullo status di immigrato negano i diritti

Tra queste pagine, come è stato accennato prima, si affronta il problema della detenzione amministrativa degli stranieri, istituto giovane dell’ordinamento giuridico italiano, introdotto per la prima volta nel 1995 come misura eccezionale di natura temporanea, e poi normalizzato dal 1998, dopo aver subito numerose modifiche e trasformazioni che hanno riguardato le regole e gli standard per la creazione e la gestione dei centri destinati a ‘trattenere’ gli stranieri in attesa di espulsione.
«In questa lunghissima e difficile storia, la cosa più inquietante, è il riemergere degli status.
Lo status di immigrato irregolare prescinde dai comportamenti del soggetto che ne è titolare e giustifica di per sé una sua capitis deminutio nel godimento non solo dei diritti sociali, ma di quegli stessi diritti di libertà e alla dignità, che finora erano stati considerati i più inalienabili fra i diritti umani».

 

IL RAGGIO VERDE

Dopo gli incontri alla Fondazione Basso, trovare una linea profonda per raccontare le storie e le esperienze ascoltate da tante persone, è stato impegnativo ma molto interessante. Tornare poi indietro nella Storia, attraverso le pagine di un libro, per vedere meglio quando e perché sono nati nel mondo terribili ‘pensieri’ che hanno generato altrettante terribili realtà, è stato importante per capire meglio perché ancora oggi, ingiustizie profonde e disuguaglianze persistono ovunque. Ma, per inoltrarsi, senza perdersi, in questo infinito e difficile mare, ci vuole molta conoscenza e, allora, che fare? Domanda profonda, e risposta immediata: dobbiamo ripartire dalla Teoria della nascita dello psichiatra Massimo Fagioli, perché «è la nascita che rende tutti uguali» (v. articolo di Francesco e Domenico Fargnoli sul Sogno della farfalla, n.2, 2018 ) e che dà la speranza-certezza che esista un altro essere umano con il quale avere rapporto. È quel raggio profondo di luce che salva, e non fa affogare nel mare nero della disperazione; raggio verde che, come racconta una storia dà, a chi ha la fortuna di vederlo nella magica luce di un tramonto, la possibilità di conoscere se stesso e gli altri. Raggio verde come quello disegnato sulla copertina della rivista Il Sogno della farfalla che oltre al numero monografico sopracitato ha dedicato un convegno il 14 aprile 2018  insieme a Left e alle sue infinite pagine rosse.

3-fine

Gli altri articoli sono stati pubblicati

il 22 agosto 2018 

e il 23 agosto 2018

 

Terremoti e burocrazia, la strategia dell’abbandono

Un casale parzialmente distrutto dal sisma a pochi chilometri dal centro di Amatrice

La terra non smette di tremare e la paura delle devastazioni del terremoto non si allenta, in un pezzo di Italia fragile. Mentre scriviamo arriva la notizia di una scossa di magnitudo 3.9 in Emilia, intanto in Molise, da giorni continuano le scosse (la più forte di magnitudo 5.1 a Montecilfone, Campobasso, lo scorso 16 agosto). Due anni fa fu colpita la valle del Tronto, a cavallo fra Lazio e Marche.

Oggi risalire la collina verso Amatrice e imboccare il corso principale della città è come entrare in un paese raso al suolo dalle bombe. Il centro è stato completamente distrutto dal terremoto del 24 agosto 2016, che ha causato quasi 300 morti e decine di migliaia di sfollati: gli edifici storici sono ormai ridotti a massi catalogati all’interno della zona rossa, fra pareti franate, muri accartocciati e i tanti resti di una vita quotidiana strappata all’improvviso dal suo anonimo ripetersi; materassi, pentole, scarpe da donna, libri ammucchiati in un imprevisto disordine, una precarietà immobile che conserva, suo malgrado, i ricordi di chi qui ci abitava.

Oggi si fanno i conti con il «difficile passaggio dall’emergenza alla gestione ordinaria», come dice Filippo Palombini, che in Comune ha preso il posto di Sergio Pirozzi, il “sindaco immagine” del post sisma, che nel frattempo è diventato consigliere in Regione e presidente della Commissione terremoto del Lazio, attirandosi le ire dei suoi concittadini, che prima lo osannavano e ora lo accusano di aver utilizzato il dramma per far carriera politica. L’Unione europea ha stanziato circa 1 miliardo e 200mila euro dal fondo di solidarietà, ma il bilancio, a due anni di distanza, racconta di ritardi, inadempienze e una burocrazia che rallenta ogni intervento e nevrotizza istituzioni e cittadini.

«Il problema non sono i fondi – sbotta il sindaco – ma la possibilità di utilizzarli: la Centrale unica di committenza per gli appalti pubblici, gli studi di fattibilità, l’esiguo numero di tecnici rallentano tutto. Ad Amatrice quello che c’è già è stato pagato dai privati». Ora, garantisce il sindaco, è partita l’approvazione dei primi “aggregati volontari”, blocchi di edifici che, con l’accordo di tutti i proprietari e il via libera del Comune, possono essere sottoposti a un unico intervento di ricostruzione. Una parola che suona ancora come un miraggio: dal centro è stata rimossa appena la metà delle macerie e, in molte delle 69 frazioni, il paesaggio è ancora la desolante fotografia dei giorni successivi al terremoto.

Su circa 2.500 residenti, 1.600 hanno perso la prima casa, ma il 90 percento degli immobili è comunque inagibile; chi ha potuto se ne è andato, altri (circa 550) sono stati sistemati nelle Sae, le soluzioni abitative di emergenza; soltanto in pochi sono riusciti a organizzarsi autonomamente, mentre un centinaio di sfollati vive ancora negli…

Il reportage di Federica Tourn, con le foto di  Stefano Stranges, prosegue su Left in edicola dal 24 agosto 2018


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La Grecia di Tsipras fuori dalla morsa della Troika ma a che prezzo?

epa06881794 Greek's Prime Minister Alexis Tsipras (L) and Hungary's Prime Minister Viktor Orban (R) arrive for a family photo in front of the Arcades du Cinquantenaire during a NATO Summit in Brussels, Belgium, 11 July 2018. NATO member countries' heads of states and governments gather in Brussels on 11 and 12 July 2018 for a two days meeting. EPA/CHRISTIAN BRUNA

La Grecia è ufficialmente fuori dal memorandum – una recente decisione dell’Eurogruppo ha differito al 2032 l’inizio del ripianamento di parte del debito – ma anche la stampa “amica” di Tsipras non può fare a meno di interrogarsi se davvero riuscirà realmente a lasciarsi dietro le spalle, «seppur gradualmente», otto anni di austerità, disoccupazione, emigrazione, miseria, suicidi, morti per malasanità e psicofarmaci a go-go per chi sopravvive. L’economia greca è stata distrutta per un quarto dall’inizio del “salvataggio”. Se il Pil cresce del 2% è comunque il 20% sotto quello del 2010. Le entrate dei greci sono crollate del 38,3%, il tasso di povertà si attesta al 22%, il sistema pensionistico pubblico ha subito tagli del 14 % e la maggior parte dei pensionati hanno perso un terzo del loro potere d’acquisto, il 30% delle imprese ha chiuso, gli investimenti delle imprese sono crollati del 60%, il tasso di disoccupazione supera il 20%, il debito pubblico è superiore al 178%, molti greci non hanno altra scelta che emigrare. Dei 260 miliardi di euro “prestati” dai creditori, l’89,7% è servito per ripagare i debiti.
Nel primo trimestre del 2018, il rapporto debito/Pil, al 180%, da solo svela l’imbroglio con cui sono stati imposti i memorandum. Nel 2009, infatti, il debito greco era una montagna di 301 miliardi di euro, il 126% del Pil e, grazie alle misure draconiane imposte dalla troika ha toccato quota 325 miliardi, per non parlare dell’indebitamento delle famiglie. «Un successo innegabile!», osserva da Atene, con amaro sarcasmo, Tassos Anastassiadis, esponente di Antarsya, la coalizione della sinistra alternativa. L’uscita dal commissariamento non significa fermare gli “impegni” e gli effetti strutturali delle “riforme”. «Da un lato, gli “impegni” sono stati presi fino al 2060, a partire da un ulteriore calo delle pensioni nel 2019 – ricorda Anastassiadis – dall’altra, vi è la continuazione delle “riforme” già programmate e “liberamente concordate”, in termini di vendita di spazi pubblici, concorrenza, flessibilizzazione del lavoro, ecc…». Anche Eduardo Garzòn, a cui dobbiamo le cifre economiche citate in testa, avverte che «chi crede che sia una buona notizia è perché non ha letto o capito la letra pequeña, le clausole scritte in piccolo, dell’ultimo salvataggio: la Grecia è obbligata a registrare un avanzo di bilancio primario (esclusi gli interessi sul debito) del 3,5% del Pil su base continuativa fino al 2022 e 2,2% fino al 2060».

Tsipras cita Omero per la ripartenza

Per l’occasione, il premier Alexis Tsipras non lesina citazioni dalla mitologia e dalla letteratura classica nel salutare la fine dei programmi di assistenza internazionali che, se da una parte hanno evitato la bancarotta, dall’altra hanno devastato la società ellenica con riforme durissime. Parlando simbolicamente da Itaca – in camicia davanti al golfo della piccola isola ionica – Tsipras si è rivolto in video ai greci affermando che il Paese ha superato la sua «Odissea moderna» iniziata nel 2010, e la fine dei piani di aiuti internazionali segna «un giorno nuovo, un giorno di redenzione, ma anche l’alba di una nuova era». In oltre sette minuti carichi di riferimenti omerici ed evocando viaggi su mari tempestosi, il premier ha spiegato che «i salvataggi dalla recessione, l’austerità e la desertificazione sociale sono finalmente finiti. Il nostro Paese riconquista il suo diritto a disegnare il proprio futuro». «Abbiamo lasciato le Simplegadi alle nostre spalle», ha aggiunto, in riferimento alle mitiche rocce del Bosforo che, cozzando tra di loro, impedivano il passaggio delle navi. Il premier greco ha quindi rivendicato l’opera del suo esecutivo, che a suo avviso ha compiuto la missione che si era prefisso nel 2015, «portare il Paese fuori dalle restrizioni dei memorandum e dall’austerità senza fine».
Ricordando i drammi economici e sociali di questi anni («Un viaggio che non è mai stato facile, ma ha sempre avuto una destinazione, anche nei giorni più bui, nelle tempeste più forti»), Tsipras ha detto che «abbiamo sentito le Sirene del “tutto inutile” molte volte: che le cose in Grecia non cambieranno, che i memorandum saranno qui per sempre, che non ha senso resistere contro Lestrigoni e Ciclopi, bestie contro le quali la piccola e debole Grecia non avrebbe mai potuto vincere. In questo punto di partenza, non commetteremo l’hybris (l’insolenza, la tracotanza) di ignorare le lezioni dei memorandum. Non ci faremo trascinare dall’oblio, non diventeremo lotofagi. Non dimenticheremo mai le cause e le persone che hanno portato il paese ai memorandum. La protezione della grande ricchezza dalle tasse, l’intreccio di interessi e la corruzione diffusa, l’impunità di una serie di gruppi di affari e dell’editoria che per anni credevano il paese gli appartenesse, il cinismo e il disprezzo di un’élite politica che credeva la Grecia fosse un feudo e i greci i loro docili soggetti». E, ha aggiunto, non ci dimenticheremo chi all’estero ci dileggiava e chi ci ha sostenuti. Il premier ha poi concluso ricorrendo di nuovo all’Odissea: «Adesso abbiamo nuove battaglie davanti a noi. I proci contemporanei sono qui e ci sono davanti. Sono quelli che vorrebbero vedere di nuovo la barca verso il mare e la gente di nuovo nella stiva. Quelli che hanno costruito “a loro immagine e somiglianza” la Grecia della corruzione, degli interessi e del potere dei pochi. Coloro che vogliono poter indisturbati evadere le tasse, fare i parassiti a scapito dell’interesse pubblico, avere i propri off-shore e depositi all’estero. Coloro che si considerano al di sopra di qualsiasi legge e norma. E tremano all’idea di una giustizia indipendente. Non lasceremo Itaca nelle loro mani. Ora che abbiamo raggiunto la nostra meta desiderata, abbiamo la forza di rendere la nostra terra come essa merita. Perché Itaca è solo l’inizio».
Prossime fermate: il rimpasto di governo e il programma economico per il 2019, anno delle elezioni europee.

Nei sondaggi il centrodestra vola verso la maggioranza assoluta

A poco più di un anno dalle nuove elezioni, il trend sembra prevedere un ritorno al potere della destra conservatrice. Questo lo scenario degli ultimi sondaggi elettorali diffusi dai principali istituti demoscopici ellenici. Syriza, dopo il doppio successo alle due tornate elettorali del 2015, sembra ora in netto calo. Gli istituti demoscopici valutano il partito di Tsipras tra il 22 ed il 25%, ben lontano dal 36 e 35% registrato nelle due elezioni 2015 inframezzate dal referendum contro il memorandum vinto dai No col 61,31 % ma poi totalmente disatteso dal governo di Syriza. In molti lo lessero come una capitolazione alla logica del Tina (There is no alternative). Molto peggio va al suo partner di governo, ovvero i nazionalisti moderati di Anel, valutati al 2%, al di sotto della soglia di sbarramento del 3%. Chi si prepara a tornare al governo è Nuova Democrazia (Nd) dato al 36-37% col quale, grazie al premio di maggioranza (50 seggi) potrebbe assegnare al centrodestra quota 150, la maggioranza assoluta. Rinascerebbe il Pasok, i famigerati “socialisti”, seppure in un blocco di centrosinistra con Dimar e To Potami sondati al 10%. Appena un punto sotto ma in crescita, i neonazisti di Alba Dorata. La formazione guidata da Nikolaos Michaloliakos è valutata tra l’8 ed il 9%, e al 7% i comunisti del Kke, che ad oggi passerebbero dal 5.6 al 7%.

Le reazioni in Italia

«La Grecia esce dal programma internazionale di bail out gestito dalla troika e riconquista la propria autonomia dopo 8 anni. Le difficoltà non mancheranno ma intanto Tsipras ha salvato il suo Paese con riforme e senso di responsabilità. Chapeau», scrive su twitter l’ex premier ed esponente Pd, Paolo Gentiloni. Di tutt’altro avviso Stefano Fassina, deputato dichiaratemanete noeuro dentro Leu: «È immorale la propaganda che oggi arriva dai vertici della Commissione europea sulla Grecia. Uno spot in vista delle prossime elezioni europee. A Bruxelles hanno la faccia tosta di congratularsi con il popolo greco per il “successo” di un’offensiva che ha avuto soltanto il merito di salvare le banche tedesche e francesi. I programmi della Troika guidata dai più forti governi e interessi della Ue hanno inferto drammatici colpi alle fasce sociali più deboli e alle classi medie greche. Hanno devastato sanità pubblica, pensioni e diritti del lavoro, generato povertà diffusa, emigrazione di mezzo milione di persone, in larga parte giovani qualificati, privatizzato-svenduto asset publici preziosi. Ma, oltre alle macerie sociali, il dramma è che il debito pubblico è arrivato al 180% perché i programmi hanno portato il Pil a un crollo del 30%. Un »successo« che, come ha scritto il Fmi, lascia tale debito su un sentiero di insostenibilità, coperto nelle celebrate previsioni ufficiali da irrealistici obiettivi di avanzo primario al 3,5% del Pil per i prossimi anni e poi sempre sopra il 2%. La Grecia, in realtà, rimane agonizzante, prigioniera dell’austerità, senza significative prospettive di crescita. Serve alla Grecia e a tutti nella Ue una rotta alternativa all’ordo-liberismo del mercato unico e dell’eurozona. La Grecia, purtroppo, dimostra che, nel quadro dato, anche la sinistra migliore è costretta a attuare, in profonda contraddizione con il mandato democratico ricevuto, l’agenda liberista».

Anno Duemiladiciotti. Stanno tutti bene

Dopo lo sbarco di ieri sera dei 27 minori è ricominciata l?attesa per i migranti giunti nella tarda serata di lunedì nel porto di Catania sulla nave Diciotti della Guardia Costiera.Tolta la bandiera gialla che indica la quarantena è stato possibile far scendere la scaletta e provvedere ai rifornimenti alimentari. ANSA/ORIETTA SCARDINO

“Sono tutti illegali”, dice il ministro dell’interno Salvini. Per uno scherzo del destino proprio mentre qualcuno gli fa notare che l’illegale negli atteggiamenti è lui.

“Stanno tutti bene”, dice il ministro Toninelli, mentre è impegnato nelle sue irrinunciabili vacanze ma ci dice che lavora lo stesso, con il telefono. Per uno scherzo del destino il comandante della nave Diciotti della Guardia Costiera ci dice di avere saputo dello sbarco dei minori “via Facebook senza niente di scritto” poiché probabilmente l’hotel del ministro alle Infrastrutture non ha nemmeno un fax.

Come stanno tutti bene? Come si sta bene nell’anno duemilaDiciotti?

“Tutti i ragazzi sono molto provati – ha detto Teo Di Piazza di Medici Senza Frontiere -. Le prime testimonianze che abbiamo raccolto ieri sera sul loro periodo in Libia sono raccapriccianti. Un ragazzo ha problemi alla vista perché è stato tenuto più di un anno al buio. È chiaro che questo ha forti ripercussioni anche dal punto di vista psicologico”. Un altro ha una ferita da arma da fuoco “grave e problematica, tanto da avere la mano destra semiparalizzata”.

Una operatrice di Terre des hommes parla di 27 “scheletrini”: “Abbiamo accolto 27 scheletrini, il più magro sarà stato un po’ più basso di me e sarà pesato una trentina di chili, la gamba con lo stesso diametro del mio polso – racconta -. Uno era tutto e solo orecchie, uno non riusciva a camminare perché era pieno di dolori, tre avevano delle bende lerce al polso, al piede e al braccio sparato. Abbiamo accolto 27 scheletrini, comprese due splendide fanciulle”.

Insomma, tutto bene. Augurandovi di non essere mai somali o eritrei di qualcuno.

Buon venerdì.