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La sicurezza che manca in Italia

Nearby buildings of the partially collapsed Morandi bridge in Genoa, Italy, 16 August 2018. Italian authorities, worried about the stability of remaining large sections of the bridge, evacuated about 630 people from nearby apartments. The Genoa prefect's office on Thursday corrected the death toll, saying 38 people are known to have died, not 39 as previously reported. The death toll remains provisional. ANSA/LUCA ZENNARO

Il crollo del viadotto Morandi ha messo dolorosamente davanti agli occhi di tutti qual è la sicurezza che davvero manca al nostro Paese. A minacciare il diritto all’incolumità di chi vive in Italia non sono certo i migranti come vogliono far credere politici xenofobi che hanno costruito il proprio successo elettorale sulla paura di invasioni (inesistenti). È inaccettabile il braccio di ferro che, ancora una volta, i ministri Salvini e Toninelli hanno ingaggiato sulla pelle di chi scappa da guerre e dalla povertà, cercando un futuro altrove. Nel mirino del governo giallonero questa volta sono finiti 177 migranti che, mentre scriviamo, non hanno ancora un approdo sicuro benché si trovino a bordo della Diciotti della guardia costiera italiana! . (Sabato 25 agosto il Viminale ha dato il via agli abarchi). In un colpo solo sono stati calpestati i valori della Costituzione e l’articolo 33 della convenzione di Ginevra. Negati i diritti umani fondamentali, come hanno denunciato Magistratura democratica e Asgi (Sempre domenica è arrivata la notizia che Salvini è indagato per sequestro di persona, arresto illegale e abuso d’ufficio nda).

Il governo legastellato si accanisce sulle persone più vulnerabili, additandole come nemici del popolo italiano e intanto pensa a imporre l’iniqua flat tax che premia i più ricchi invece di rimboccarsi le maniche, mettendosi a lavorare ad un massiccio piano di messa in sicurezza del territorio e delle infrastrutture. In quella stessa drammatica settimana di ferragosto scosse di magnitudo 5.1 sono state registrate in Molise e successivamente in Emilia (3.9). Sono già trascorsi due anni dal terremoto che devastò regioni del centro Italia e ancora oggi lo scenario è quello di paesi bombardati con la popolazione locale che vive in condizioni precarie, come raccontano Federica Tourn e Stefano Stranges in un ampio reportage dalla Valle del Tronto. I terremoti sono eventi naturali difficili da prevedere. Ma si può fare prevenzione per evitare crolli di case, ponti, infrastrutture.

Non è stata una fatalità naturale a far crollare il 14 agosto il ponte genovese di cui erano ben note le fragilità dovute all’usura del tempo e dei materiali. Un’opera all’avanguardia quando fu costruita, ma che aveva bisogno di manutenzione, di un monitoraggio moderno e scientifico, come gran parte dei 50mila ponti sparsi per l’Italia. Sulle cause del disastro di Genova costato vite umane indaga la magistratura. Emergeranno le responsabilità. Ma pensando alle vittime, insieme al dolore, cresce la nausea per il comportamento di una classe dirigente italiana composta da politici e industriali irresponsabili. È agghiacciante la leggerezza con cui sono stati svenduti a privati beni pubblici, essenziali, come le autostrade, senza imporre ai gestori, che ne ricavano lauti profitti, adeguati investimenti per la manutenzione e la modernizzazione delle strutture.

Dall’Italia spa ideata da Andreotti nel 1991 per arrivare alla stagione delle svendite e delle cartolarizzazioni, politici di centrosinistra e di centrodestra si sono dati man forte in questa operazione scellerata di messa all’incanto di beni comuni, per fare cassa nell’immediato, senza peraltro nemmeno ricavarci cifre consistenti. La storia chiama in causa i governi Berlusconi e il provvedimento salva Benetton votato anche da Salvini nel 2008. Ma chiama in causa pesantemente anche Prodi che dette il via alla stagione dei saldi e poi, D’Alema, Amato, Di Pietro ecc. È stata la sagra delle privatizzazioni all’italiana. Anche per colpa di un centrosinistra sedotto dal neoliberismo alla Blair, che considerava la Borsa l’ombelico del mondo. Correre ai ripari oggi pensando a un piano di ri-nazionalizzazioni non è facile, ma è un tema che merita una discussione pubblica, è un tema che la sinistra dovrebbe riproporre con forza, come sta facendo Corbyn che è riuscito a risollevare il Labour rifiutando l’ideologia liberista della Terza via. E non basta.

Poco prima che si verificasse il dramma di Genova su Left cercavamo di riflettere sul futuro delle città, (le mani sulla città) strette nella morsa della speculazione finanziaria e della corsa al cemento. Tema centrale, ineludibile. A Genova c’erano  studi per spostare su rotaia parte del traffico di merci. Ma si parla da anni della Gronda e di altri progetti e ha continuato a prevalere un modello di sviluppo legato al traffico su gomma. Il caso del capoluogo ligure purtroppo non è unico e isolato. Anche grazie a provvedimenti come lo Sblocca Italia  sostenuto dal ministro Lupi durante il governo Renzi, un Paese fragile dal punto di vista idrogeologico come l’Italia è sempre più a rischio. È quanto mai urgente aumentare il livello di sicurezza. Serve un gigantesco piano di monitoraggi con sensori e tecnologie satellitari, per fare la tac alle infrastrutture, come suggerisce l’urbanista Paolo Berdini, che insieme all’architetto e docente di Scienza delle costruzioni Ugo Tonietti e al giurista Mario Sentimenti, da diversi punti di vista, offrono importanti spunti di riflessione e proposte per rimettere al centro la questione del controllo pubblico, della prevenzione e della conoscenza. Tema chiave, perché il Paese possa uscire dallo stato di arretratezza in cui versa.

Proprio per questo proponiamo oltre alla storia di copertina, un’ampia contro copertina dedicata alla scuola.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 24 agosto 2018


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La grande bugia

GENOA, ITALY - AUGUST 18: The Morandi Bridge still partially stands after a large section of it collapsed earlier this week on August 18, 2018 in Genoa, Italy. 43 people were killed after a large section of the Morandi highway bridge collapsed on August 14, 2018. Thousands attended a state funeral for 19 victims of the disaster today while some families boycotted the event, blaming the government for failing to ensure that the bridge was safe. (Photo by Jack Taylor/Getty Images)

Ci sarà da riflettere nel profondo per comprendere la tragedia di Genova e avviare una nuova fase di vita del Paese. Tragedia per le incolpevoli vittime in primo luogo, ma anche per una nazione che è arrivata al capolinea del trentennio del liberismo con un evento simbolico: una città e una nazione spezzati in due, senza alternative a portata di mano e senza una classe dirigente in grado di indicare una rotta credibile.

Iniziamo dallo svelamento della grande bugia che ha dominato questi ultimi decenni: pubblico è sinonimo di sprechi e malversazioni e solo il settore privato è in grado di garantire una prospettiva per tutti. È stato il centro sinistra di governo che ha svolto con un zelo degno dei neofiti il compito di cancellare tutti i monopoli pubblici che avevano garantito sicurezza sociale e benessere fino agli anni Ottanta. È sotto la presidenza di Romano Prodi che viene smantellato l’Iri, il colosso pubblico punto di eccellenza di capacità progettuali e realizzative. Nel 1992 Ferrovie dello Stato diviene – sulla base degli indirizzi europei – società per azioni. Con i governi Prodi-D’Alema-Amato si privatizzano le Autostrade e Telecom.

Gli storici ci hanno già raccontato di quale fosse stata la regia dell’operazione che ha consegnato il timone di un intero Paese a gruppi imprenditoriali spesso improvvisati e incapaci di guardare al futuro. Un giudizio immediato lo possiamo dunque già dare sul gruppo dirigente del centrosinistra acritico che si beava di aver fatto «lenzuolate di liberalizzazioni» mentre invece demoliva lo Stato, perché non c’è stato settore che non sia passato sotto la regia privatistica.

Qui nasce il primo nodo da sciogliere se l’Italia vuole davvero riprendere il cammino. In quegli anni sono stati demoliti sistematicamente tutti i saperi tecnici che avevano contribuito alla creazione del boom economico del secondo dopoguerra. La polverizzazione dell’Iri trascina infatti dietro di sé tutti i corpi tecnici dello Stato, dai ministeri dei Lavori pubblici e dei Trasporti per passare alle Province e alle strutture comunali. È dunque evidente che per ricostruire la funzione pubblica dell’Italia del futuro c’è bisogno di risorse umane di elevata qualificazione.

C’è poi il problema di ritrovare le risorse economiche utili alla manutenzione del gigantesco patrimonio infrastrutturale italiano. Risorse tagliate sistematicamente dagli anni 90 anche mediante…

L’articolo di Paolo Berdini prosegue su Left in edicola dal 24 agosto 2018


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Sulle rotte dei migranti: la fuga di giovani e donne dal Mali, dai Paesi del Sahel e dal Bangladesh

epa01003647 A Malian herdsboy controls cattle outside a village on a dry plain in central Mali 01 May 2007. Life in Africa's Sahel has become increasingly more difficult with desertification and temperature rise due to climate change making farming and the survival of livestock increasingly more difficult. Mali, twice the size of France, is one of the world's poorest countries. EPA/NIC BOTHMA

“Migranti: da dove vengono, cosa li spinge a partire, come viaggiano” è l’argomento di approfonditi seminari organizzati nei mesi scorsi dalla Fondazione Basso per gli studenti della Scuola di giornalismo, e aperti al pubblico. Li abbiamo seguiti e  dopo il primo racconto sulla Nigeria e il Ciad, ecco il secondo.

Cercando tra le decine di pagine piene di appunti raccolti durante gli incontri, è come se, lo sguardo, diventato più profondo per le tante storie ascoltate, riuscisse a vedere in un solo colpo d’occhio tutti i flussi di esseri umani che, fusi con altri, creano in continuazione un movimento planetario che supera barriere insormontabili per affermare la propria identità e uguaglianza con gli altri esseri umani.

Il Sahel, cuore dell’Africa

Durante un incontro, su una mappa antica del mar Mediterraneo centrale, ho visto infiniti tracciati di rotte conosciute e sconosciute che mi hanno fatto pensare a navi con le vele spiegate al vento. La mente si è incanalata per qualche momento in un sogno, in una storia diversa, fatta di uomini liberi di navigare, e vivere, ovunque. Ma se i sogni vanno sempre custoditi dentro di noi, la realtà deve essere conosciuta così, la voce di un esperto, mi ha riportato alla dura vita di un altro Paese africano: il Mali, Stato del Sahel, nel cuore dell’Africa occidentale, una regione che complessivamente conta circa 19 milioni di abitanti. Tornando al Mali, diverse crisi ambientali hanno aggravato ancora di più le condizioni del territorio che per il 35% è di natura desertica. Nel biennio ‘72/’73, si verificò una gravissima siccità che interessò soprattutto le popolazioni nomadi transumanti che ebbero molti danni. La situazione si aggravò poi, dieci anni dopo, a causa di un’altra fortissima crisi idrica. Le comunità dei Tuareg subirono per prime gli effetti delle violente crisi climatiche … e dell’indifferenza delle elite. Gli aiuti, e l’assistenza internazionale, ‘distrassero’ i fondi che furono impiegati per altre opere e gli shock ambientali provocarono così una massiccia emigrazione. Molti giovani decisero di raggiungere l’Algeria e la Libia e di offrire la propria mano d’opera, mal pagata, mentre altri entrarono nella rete della criminalità. Nel 2011, una crisi alimentare ha causato nuove migrazioni che si sono orientate così, verso il Mediterraneo.

Il Mali, Paese poverissimo

Il Mali è uno dei Paesi più poveri del mondo, soprattutto lo sono i suoi centri rurali, tanto che anche i giovani più istruiti decidono di emigrare. La qualità delle performance statali verso le popolazioni per quanto riguarda i beni e i servizi è scarsa, rafforzando quindi la sfiducia generale verso lo Stato che viene considerato del tutto assente, soprattutto rispetto alla sicurezza mentre la polizia è spesso accusata di collusione con i criminali. Chi è all’estero cerca di accumulare ricchezze fino a che non avrà raggiunto una stabilità economica che gli permetterà di vivere dignitosamente, una volta tornato a casa. Il collasso della Libia di Gheddafi, è stato un altro motivo che ha spinto i maliani verso l’Europa. Il 2012 è stato un anno drammatico, per gli scontri interni, il golpe militare che, nel 2013, aprì la strada a gruppi jihadisti. Da allora il Mali non compare più nell’elenco dei Paesi cosiddetti sicuri e lo Stato del Sahel è diventato quasi un’ossessione per l’Unione europea.

I giovani e le loro speranze

Durante gli incontri alla Fondazione Basso, alcuni giornalisti freelance hanno raccontato le loro esperienze vissute in quell’area dell’Africa, dalla Nigeria al Niger e da altri Stati. Oltre a farci conoscere le difficili realtà umane e sociali incontrate, ci hanno detto che esiste una generazione di giovani che studia e che sogna una vita migliore, nonostante tutto.
L’Africa Occidentale non è povera, è solo molto impoverita. Ma allora, chi l’ha impoverita? La risposta è semplice:  le multinazionali. Le grandi imprese mondiali  trovano negli Stati del Sahel un terreno molto fertile: vengono dalla Turchia, dall’India e anche e soprattutto, dalla Cina. Si tratta di territori ricchi di materie prime. Nel Niger per esempio ci sono i più grandi giacimenti di uranio del mondo. Ma, ancora, ci domandiamo, che cosa spinge tante persone ad affrontare un viaggio così pericoloso e costoso? Sono i migranti stessi a raccontarcelo, sempre di più, con le loro parole. E sono storie che parlano di povertà e di migrazione causate anche da forti svalutazioni che a metà degli anni 90 hanno colpito la moneta del Mali, come quella di altri Paesi dell’Africa occidentale.

Dall’Africa all’Asia: il Bangladesh

Dal Mediterraneo all’immenso continente africano e, poi da questo, attraversando con il pensiero l’oceano Indiano, siamo arrivati in Bangladesh, per accendere i riflettori su questo grande Stato, nato nel 1971 dalla secessione dal Pakistan. Per i bengalesi, il ‘viaggio’ non è una novità. Ne è la prova un documento, una sorta di “glossario della sopravvivenza” emerso nel 2008 a Lampedusa. Le nove pagine ricomposte raccontano e, forse, nascondono, anche altre storie. Il glossario ci aiuta a capire quello che una persona vive quando si accinge a fare un viaggio. Giovani operatori che lavorano presso l’Amm, Archivio Memorie Migranti, affermano che questo documento si è conservato bene perché era avvolto in un foglio di plastica cucito nei pantaloni come si fa per i soldi, o per gli oggetti sacri, perché senza questi, per un bengalese, tutto perde di valore. Il glossario non è negoziabile con niente e, chi ha avuto l’interesse di aprire quelle pagine, ha potuto leggere parole come “Poeta” … “Amore” … e, allora, si deve occorre trovare uno sguardo diverso, e un sentire, che vada al di là delle stesse parole scritte.
È sempre interessante ripercorrere la storia di mille Paesi, di come sono nati e di come, innumerevoli volte, i loro popoli hanno lottato e sofferto per difendere o riconquistare la propria libertà ma, per ora, mettiamo un po’ da parte queste grandi storie per andare al cuore di questa ricerca, ‘il viaggio ’ di milioni di esseri umani, per ascoltare e conoscere i loro sogni, la loro vita.

Chi è che emigra? 

Le migrazioni del Bangladesh sono molto numerose e investono tutti gli strati della società ma coloro che vengono in Italia non sono i poverissimi, bensì appartengono ai ceti medi urbani e rurali. Spasso si tratta di proprietari di terre come quelli che, in passato, emigravano in Inghilterra e in altre parti del mondo.
La comunità migrante bengalese esiste ed è anche una forte comunità politica, con tutte le divisioni all’interno di essa; c’è una componente molto laica ma anche una religiosa. Ci sono anche tante differenze tra chi vive in campagna e chi vive in città e i migranti che provengono dai ceti medi urbani hanno meno difficoltà nell’inviare i soldi alle  famiglie di origine, a differenza degli appartenenti ai ceti meno abbienti che devono accettare il primo lavoro disponibile che permetta loro di mandare le rimesse alla fine del mese; per questo, moltissimi migranti indiani vivono in case con famiglie allargate, o con altri parenti e amici.
Fino al 1990, i bengalesi erano quasi del tutto sconosciuti in Italia: non si sapeva niente della loro realtà. Molti di loro partono anche per arricchire la propria identità umana, e perché è bello sentirsi cosmopoliti. Altri ancora hanno studiato o, avendo un patrimonio economico da investire, sono venuti in Italia per cercare di migliorarlo. Per queste persone non c’è urgenza nel trovare un’occupazione perché prevale il fascino della scoperta di mondi e realtà diverse. Può accadere poi, che altri migranti ci raccontino le loro storie con quell’intensità che ci riporta, ancora una volta, a grandi poeti come Shakespeare e Tagore, ma … anche a Marx.

Le donne e il futuro

Durante l’incontro sul Bangladesh, giovani donne originarie di quella terra, ci hanno parlato delle loro vite. Una  ha raccontato di essere nata dalla terza generazione di migranti bengalesi presenti nel nostro territorio, quindi ha rivelato di sentirsi completamente italiana per il vissuto e allo stesso tempo anche legata alla cultura della propria terra di origine. L’altra donna ha dovuto lasciare l’India molto giovane, per scegliere una vita diversa da quella che volevano imporle per motivi di religione, casta o altro. Ambedue hanno studiato in Italia, e ora si realizzano lavorando ognuna in campi diversi.

I tempi cambiano lentamente ma profondamente ovunque e ritengo che nessun movimento umano deve essere fermato se nasce da un’esigenza profonda di cambiamento ma, prima di tutto, non deve essere fermato se le persone che lo attuano sono spinte da motivi gravissimi e tragici che mettono a rischio la loro vita e quella della comunità cui appartengono.
Mentre rifletto sulle migrazioni, penso all’Italia, dove sono nata e dove vivo, e all’importanza fondamentale di una politica che trasformi il proprio ‘pensiero’, vecchio e dannoso per intere generazioni di cittadini, in un altro ‘nuovo’ che metta, urgentemente, al centro dell’attenzione l’essere umano nella sua totalità, perché è da qui che inizia la vera trasformazione di una società che, nel cosiddetto ‘straniero’, non veda un pericolo costante ma un arricchimento per tutti.

2-continua

il precedente articolo, pubblicato il 22 agosto 2018, qui

L’uomo forte è un vigliacco che smercia vendetta chiamandola giustizia

Un murales che ritrae il vicepremier e ministro dell'Interno Matteo Salvini in tonaca da prete, crocifisso brandito in una mano, libretto nell'altra, è apparso oggi a Roma in un sottopasso nel quartiere Ostiense. L'opera riporta sul bordo bianco che la circonda la scritta "Vattene, Satana, Vattene". Un riferimento alla copertina di Famiglia Cristiana - oggetto di forti polemiche - dove il ministro era rappresentato sotto il titolo 'Vade retro Salvini'. Sulle nocche del leader leghista compaiono inoltre le parole 'love' (mano destra) e 'hate' (sinistra), come quelle dell'inquietante predicatore interpretato da Robert Mitchum nel film 'La morte corre sul fiume', Roma, 28 luglio 2018. ANSA/ANGELO CARCONI

L’uomo forte è un vigliacco. Lo chiamano forte ma semplicemente è incapace di brillare secondo le regole e allora finge di poterle forzare o scavalcare per dare sensazione di grandezza. Succede così anche ai ragazzini che giocano a pallone in cortile: chi non sa stare secondo al gioco prova a rendere possibile la prepotenza per riuscire a stare a galla. E invece è un incapace. Il più incapace, anche se piace a quasi tutti. Segna solo quando riesce a svuotare il campo dagli avversari.

L’uomo forte è un truffa. Finge di proteggervi ma ha bisogno solo del vostro consenso. Si vende al migliore offerente e la Storia ci insegna che quelli che pagano bene sono altri, mica il popolo. L’uomo forte non protegge nessuno, combatte la sua battaglia contro i nemici immaginari, inventati per funzionare negli intestini di chi è disposto a farsi circuire dalla paura per giustificare la propria disperazione. L’uomo forte non risolve i problemi, è capace solo di immaginarne di più neri e più terribili in arrivo e così ci convince a non pensare alle nostre disperazioni: noi restiamo disperati ma lui ci insegna che è maleducato ricordarglielo. Disfattisti: l’uomo forte i lucidi li chiama così.

L’uomo forte è una pestilenza: rompe gli argini di ciò che è lecito in cambio della promessa di un’indefinita protezione e intanto sfrutta la cedevolezza delle regole per curare i propri affari, per brogliare i propri impicci. L’uomo forte ci piace perché siamo deboli, esausti, pessimisti e ci convince che possano saltare le regole del gioco per tornare in gioco dimenticandosi che senza regole alla fine il gioco è lui. Solo lui.

Ma l’uomo forte finisce sempre male. Con un tonfo. Forte. Basta solo che succeda che i suoi seguaci si accorgano di assomigliare ai falsi nemici nelle fragilità, nelle privazioni, nella contrizione dei diritti. Di solito accade quando la vendetta (che l’uomo forte chiama “giustizia”) tocca qualcuno che ci è vicino, che è simile a noi. Allora l’uomo forte cade. I suoi scherani lo rinnegano. I suoi elettori lo ripudiano. E si ricomincia, di nuovo.

Solo le leggi e le regole contengono questi mostri. Le leggi e le regole. E la capacità di vederci molto più uguali di quello che raccontano.

Buon giovedì.

Sulle rotte dei migranti: la Nigeria tra povertà e assenza di diritti civili e il Ciad colpito dalla carestia

Oltre 335.000 persone continuano a soffrire la fame nella regione del Lago Ciad, un?area enorme dove a soccorrere la popolazione ci sono soltanto dieci medici. Il tutto, mentre dei 121 milioni di dollari richiesti per far fronte a questa immane crisi, ne sono arrivati dalla comunità internazionale solo 40. E? l?allarme lanciato da Oxfam di fronte ad una delle più gravi catastrofi umanitarie che il mondo stia affrontando oggi. In una giornata, in cui la comunità internazionale è chiamata ad interrogarsi e soprattutto a mettere in campo azioni immediate ed efficaci, per rispondere ad una crisi, come quella alimentare, che colpisce oggi 815 milioni di persone nelle aree più povere del mondo. ANSA/UFFICIO STAMPA OXFAM ++ NO SALES, EDITORIAL USE ONLY ++

È un doloroso leitmotiv il susseguirsi di tragiche notizie trasmesse dai media sulla sorte di migliaia di migranti.
Sul planisfero fisico, si vede l’Italia immersa nel blu di un unico grande mare, il Mediterraneo, carico di storia millenaria di antiche civiltà il cui ricordo, a volte, sembra quasi scomparire di fronte a terribili tragedie. Bagnata dallo stesso mare per un grande tratto, l’immagine dell’Africa appare sin da subito potente e anche misteriosa. Il verde intenso di alcune regioni vicine al mare, agli oceani e dell’entroterra, sfuma lentamente in un giallo, a volte chiaro, a volta ocra, che annuncia il deserto. Linee di colore blu intenso segnano il percorso di grandi fiumi, e chiazze dello stesso colore indicano laghi distanti tra loro come miraggi. Oceani immensi collegano ad altri continenti.

“Migranti: da dove vengono, cosa li spinge a partire, come viaggiano”. Gli incontri alla Fondazione Basso

È  l’argomento di un ciclo di seminari di approfondimento, realizzati da gennaio a giugno 2018, dalla Fondazione Basso di Roma, per gli studenti della Scuola di giornalismo e aperti al pubblico. Gli esperti presenti, insieme ai testimoni delle migrazioni, ci hanno aiutato a riflettere non solo sugli ultimi anni e sul grande flusso di migranti che attraversa il Mediterraneo, e che viene presentato con le proporzioni di una profondissima crisi ma, anche, a sfatare miti come la corrente distinzione tra ‘rifugiati’ e ‘migranti economici’, per guardare al retroterra e all’intreccio di cause che costringono sempre più persone e gruppi in difficoltà a migrare fuori dal proprio Paese.

La Nigeria e Benin City

Durante l’incontro approfondiamo la storia di questo grande Stato sin dal colonialismo, riflettendo anche sul fatto che i flussi, dal 2011/’12, sono raddoppiati, a causa anche delle violenze di Boko Haram che destano grande preoccupazione. Meta principale delle migliaia di migranti è il Nord-Europa dove ci sono intere comunità già insediate e dove possono ritrovare parenti ed amici. Sulla carta geografica della Nigeria abbiamo focalizzato la città di Benin City, a Nord del fiume Benin e a trecento km. dalla strada a Est di Lagos. Questa città ha attratto molti abitanti del Delta scappati da un mortale inquinamento e da zone di guerriglia, motivi gravissimi per i quali ha raggiunto un tasso enorme di urbanizzazione. Le case sono basse, le periferie molto disagiate e il livello di disoccupazione è elevatissimo. L’agricoltura resiste ancora, ma non riesce ad assorbire e sostenere i flussi continui di migrazione. Anche Lagos ha avuto uno sviluppo notevole, ma lì sono presenti altri migranti. È difficile avere un quadro completo della popolazione. In Nigeria, infatti, il sistema dell’anagrafe copre solo una piccola parte della popolazione. Si usa il concetto di ‘stima’ ma è un concetto labile e discutibile, che arreca non pochi problemi ai richiedenti asilo perché non possono essere identificati. Si parte con un nome e, all’arrivo, se ne ha un altro ma, se vogliamo produrre dei processi di accoglienza, dobbiamo partire da questo, da come possiamo fare per individuare queste persone in modo da facilitarne l’integrazione. Da Benin City emigra tantissima gente che poi arriva in Italia; ma perché questo luogo è così importante? Molti giovani arrivati sulle coste italiane dicono, spesso, di venire da lì ma, in realtà, parecchi di loro sono emigrati ancora da altri Paesi, o dalla Libia. Questa città è conosciuta, purtroppo, anche per la tratta delle ragazze nigeriane destinate alla prostituzione. Ci sono centinaia di giovani donne che sono state costrette a rimpatriare dopo aver vissuto anni di sfruttamento in Italia; senza soldi, e con il peso di una società che, per il loro passato, le punisce e le relega ai piani più bassi della scala sociale.
C’è però un grande lavorio da parte delle Ong e dell’Agenzia antitraffico nigeriana (Naptip) che sensibilizzano la popolazione per aiutare a reinserire le ex prostitute, appena libere dai trafficanti, da forze dell’ordine corrotte, spesso conniventi con le loro famiglie di origine.

Un’economia allo sbando

La Nigeria è sempre stato un Paese di immigrazione per molti africani ma, dopo Gheddafi, i mercenari in cerca di nuovi ingaggi, si sono innestati nella la popolazione causando numerosi conflitti. Molte persone sono ritornate nei loro Paesi per poi riemigrare. In tutta la Nigeria la rete del welfare e dei servizi civili è molto debole; il prelievo che si ottiene dalle compagnie petrolifere presenti nel territorio non è sufficiente a coprire le spese della la società nigeriana che quindi è paralizzata, perché non riesce a portare avanti riforme e modernizzazione. La conseguenza è che rimangono sacche di miseria e povertà che la indeboliscono sempre di più, pur essendo una terra molto ricca.
Sono presenti, nel territorio, anche piccole industrie ma, agli abitanti, per salvarsi da questa situazione, non resta che emigrare per cui, i flussi col tempo potrebbero aumentare ancora di più. Rimane però sconosciuta la realtà di moltissimi emigrati. Cosa è accaduto in questi ultimi quattro/cinque anni? Forse una parte di loro è rimasta irregolare e un’altra parte invece è riemigrata verso i Paesi anglofoni ma, per chi studia questa realtà, i dati sono sempre volatili; soprattutto, non è detto che quelli che mancano alla ‘conta’ siano ‘cattivi’ o vengano per farci del male. Ci vuole buon senso. Magari hanno trovato, o ritrovato, amici che li hanno ospitati, oppure sono ritornati nel loro Paese.

Il difficile percorso dell’integrazione in Italia

In Italia non esistono percorsi che facilitano l’integrazione ma, stare vicino a ragazzi che sono riusciti ad aprire da noi piccole attività, è importante per non farli sentire soli. Chi opera in questo settore dice che ci vuole una pazienza infinita, ma racconta anche della forza che ha in sé questo grande movimento umano che, oltre ad essere soggettivo, è fortemente collettivo, anche se lo spaesamento di chi arriva impegna molto tempo per essere superato. Bisogna aprire allora lo sguardo e ritrovare la storia dell’immigrazione in Italia, iniziata negli anni Settanta, per comprendere quella di oggi, molto più complessa. Molti migranti vogliono stare qui per avere il passaporto, per poi ripartire per il mondo insieme ad altre persone, tra le quali troviamo anche molti italiani in cerca di lavoro. Durante l’incontro alla Fondazione Basso sono stati riportati gli ultimi dati dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil che documentano il fatto che l’Inps individua solo il 20/25 % di una parte di lavoratori, chiamati ’fragili’ perché, pur lavorando, non riescono a raggiungere il numero preciso di giornate o settimane che li farebbe accedere alla disoccupazione. Tra loro ci sono moltissimi stranieri, considerati precari molto vulnerabili. Nei campi poi si conta ancora la presenza media di due/tremila persone (a Rosarno, in Basilicata, a Foggia, a Mantova, Forlì, Cesena, Ravenna/Alfonsine). Mettendo insieme tutte queste realtà, alla fine si calcolano centomila persone, si pensa, irregolari, che – con quelle individuate dall’Inps arrivano a centottantamila – e che lavorano in condizioni difficilissime e, molto spesso, disumane.

Il Mali, il Niger e il Ciad

Tra studi, racconti e testimonianze si passa, poi, dalla Nigeria al Mali, Niger, Ciad, affrontando il problema dei cambiamenti climatici, delle diminuzioni delle piogge e delle desertificazioni in atto. Riprendendo le principali rotte, si scopre che, l’ottantacinque per cento delle migrazioni sono intro-africane e le mete sono il Nord-Africa e, l’area del Sahel, come transito.
La fascia del Sahel dell’Africa sub-sahariana – il cui nome tradotto vuol dire “Bordo del deserto”- è estesa e comprende molti Stati, tra cui il Niger. Alle porte del Sahara c’è sempre stata un’attività commerciale e un’economia che affonda le radici nei secoli. Le rotte dei migranti però, sono le stesse della cocaina e questo crea un forte impatto nella popolazione. Queste strade infatti sono utilizzate anche dai vari gruppi legati ad Al-Qaeda e dalle bande di guerriglieri locali.
Il Niger ha assunto il controllo del territorio; sono presenti basi militari che appoggiano la Francia e le sue iniziative di controterrorismo e controllo del traffico dei migranti, esteso lungo cinque Paesi. Il Ciad, incastonato tra sei Stati e senza sbocco sul mare, è un’ex colonia francese. Il clima, nel Sud, è simile a quello di una foresta equatoriale, mentre il territorio del Nord è fortemente interessato da un processo di desertificazione anche se rimane sempre molto importante per l’esportazione del bestiame. Quindi il Paese è diviso in due: il Nord, poco popolato, con la presenza di popolazioni Tuareg e arabe e, il Sud più popolato. Il Centro-Sud ormai da anni è attraversato da un grave carenza alimentare, come attesta anche Medici senza frontiere.

Povertà, desertificazione e violazione dei diritti umani

Il Ciad, come già detto, in passato è stato amministrato dai francesi che hanno avuto poco interesse per questo Paese, ma che hanno sfruttato per la coltivazione del cotone, e per prelevare mano d’opera da schiavizzare e utilizzare in altri territori. Pochissime le infrastrutture costruite nel Paese,  l’amministrazione si occupò
attivamente solo del Sud. Si sa ancora che questo Paese detiene il tremendo record per i crimini contro l’umanità, e per l’estesa corruzione. Il Nord e il Sud, poi, sono in conflitto tra loro e, da anni, c’è in atto un processo di militarizzazione. Chi ha avuto il coraggio di arrivarci per girare un film e scattare foto, racconta che ha ottenuto l’autorizzazione per farlo in brevissimo tempo, appena ventiquattro ore, dopo aver consegnato una piccola somma alla persona giusta. La politica ha funzionato un po’ da supporto per lo sviluppo dei campi petroliferi ancora a Sud, e che rendono il Paese, già pieno di risorse naturali, sempre più ricco. Preoccupa molto inoltre il fatto che il grande lago del Ciad, una volta profondissimo, si sia quasi del tutto prosciugato a partire dagli anni Sessanta: un motivo in più per riflettere sulla desertificazione, dal momento che nel Paese non lo fa più quasi nessuno. Nel Ciad è in corso una crisi umanitaria senza precedenti; una realtà grave che delinea sempre di più i veri motivi che portano a migrazioni infinite.

1-continua

L’arma più usata nelle violenze sessuali in Italia: le chiavi di casa

symbolic picture of violence at home

L’ultima storia arriva da Reggio Emilia. Lui il 16 agosto invita lei a cena a casa sua. Sono fidanzati. O meglio: lui è l’ennesimo stronzo che la considera proprietà privata e lei se n’è accorta appena in tempo. Alle 2 di notte litigano, lui la accusa di un tradimento, la pesta a sangue, lei si rinchiude in camera, lui prova a sfondare la porta finché non decide di chiuderla in casa. Il giorno successivo, nel pomeriggio, lui prova a scusarsi ma appena lei gli comunica di voler mettere fine alla loro relazione ricominciano le botte. E le violenze sessuali, ovviamente, poiché la donna-oggetto comprende anche la soddisfazione corporea nella mente malata di questi. Solo tre giorni dopo lei riesce a scappare, dopo avere trovato il luogo in cui erano nascoste le chiavi dell’appartamento. Fugge, si presenta dai carabinieri e racconta tutto. Piccolo particolare: lei l’aveva già denunciato nello scorso luglio per atti violenti. Ma ora vedrete che in molti ci spiegheranno che la colpa è sua che ha deciso di dargli un’altra occasione.

Oltre 100 donne ogni anno vengono uccise in Italia. Negli ultimi dieci anni le donne uccise sono state 1.740, di cui 1.251 (il 71,9%) in famiglia. Anche l’Onu conferma che l’80% dei casi di violenze contro le donne si consuma tra le mura domestiche per mano di ex partner, mariti, compagni, padri, fratelli o persone conosciute ed è la causa del 70% dei femminicidi.

Eppure la ferocia che si scatena nel caso in cui i colpevoli siano stranieri subisce un brusco annacquamento quando si tratta di violenze a casa nostra. I giornali anzi fanno a gara per confondere violenza e amore, inquinando l’aria già tossica: è tutto uno sciorinare “killer in lacrime” (come nel caso del Corriere del Veneto lo scorso 8 agosto scrivendo di Natalino Boscolo Zemello che ha ucciso la moglie), oppure di innamorati pentiti (qui i casi sono moltissimi) fino al pezzo su Repubblica Torino in cui raccontando di Marco Lopez Tacchini (che ha ucciso la sua compagna) la giornalista ci tiene a farci sapere che l’assassino chiede «in continuazione notizie della sua cucciola».

Per questo rientro dalle vacanze si potrebbe fare un patto: prendere coscienza che l’arma più usata dai violenti contro le donne sono le chiavi di casa, la razza peggiore è quella dei presunti innamorati e tutta questa paura di essere invasi potrebbe essere usata per chiudere i porti agli assassini che usano l’amore come condono.

Ci sarebbe aria più pulita. Mica solo per le donne. Per tutti.

Buon mercoledì.

Praga 1968, cronaca di una speranza tradita

Una foto di Vladimir Lammer, scattata nell’agosto 1968 nella piazza Venceslao a Praga, l’immagine fa parte della mostra “La Primavera di Praga 1968-1969” allestita a Milano dalla Galleria Expowall

Cinquant’anni sono trascorsi dall’occupazione russa della Cecoslovacchia, il 21 agosto 1968, dopo il tentativo dei cecoslovacchi di conquistare una nuova democrazia, il “socialismo cecoslovacco”, dove il potere assoluto del Partito comunista, ruolo che deteneva dal colpo di Stato del 1949, era ridimensionato e circoscritto all’ambito politico. In quel periodo due avvenimenti crearono la premessa di un possibile cambiamento. Al congresso degli scrittori a Praga, il 29 giugno 1967, i relatori, coraggiosamente, chiesero un ritorno alla libertà di espressione e democrazia esistenti prima della seconda guerra mondiale. Il secondo fu quando gli studenti dell’Università Carolina a Praga, denunciando una cattiva gestione delle risorse, organizzarono una manifestazione il 31 ottobre. In questo clima, il 5 gennaio 1968 fu eletto segretario del partito lo slovacco Alexander Dubček, l’uomo che interpretava il desiderio di cambiamento del Paese e il superamento del modello socialista russo, come già aveva preannunciato in un articolo pubblicato nel dicembre ’67 sulla Pravda di Bratislava. Il “socialismo dal volto umano” accese gli animi. Nel marzo del ’68, gli studenti scesero di nuovo in piazza con la richiesta di mettere l’uomo al centro della società e non il partito. Presto i comizi studenteschi entrarono negli stabilimenti industriali, tra i compagni lavoratori.

A Est qualcosa stava cambiando. Mosca e i Paesi alleati, guardavano preoccupati al silenzio complice dei politici cecoslovacchi, Dubček in testa, mentre la folla viveva un euforico ottimismo. Brèžnev non poteva tollerare una tale protesta contro l’Unione Sovietica e lo dimostrò, alla fine di giugno. Quando, insieme ai fratelli del Patto di Varsavia, condusse delle manovre militari in Cecoslovacchia. Nel frattempo, il manifesto degli intellettuali, le Duemila parole, stilato dallo scrittore Ludvík Vaculík, fu visto dal Cremlino come un preciso segnale rivoluzionario e fu chiaro a Brèžnev che ormai Dubček non controllava più il partito. Il piano di Mosca era pronto, il motivo era esplicito. A luglio del ’68 ci fu un ultimo incontro fra Brèžnev e il Politburo sovietico e Dubček insieme al Presidium cecoslovacco (organo decisionale del Comitato centrale del Partito comunista, ndr), alla stazione di Čierna Nad Tisou, paese alla frontiera tra la Cecoslovacchia e l’Unione Sovietica. Le delegazioni arrivarono su due convogli, all’interno dei quali si incontravano, e ogni sera il treno sovietico faceva ritorno in territorio russo. L’atmosfera di apertura sembrava avesse raggiunto un compromesso. Ma era l’inizio della fine. «La notte del 20 agosto, l’ultimo giorno di vacanza per la mia famiglia – racconta Tomáš Jelínek, firmatario della Charta 77 che all’epoca aveva 12 anni -, si…

L’articolo di Cecilia Chiavistelli prosegue su Left in edicola fino al 23 agosto 2018


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Diciotti: gli ultimi contro i penultimi. A bollire in mezzo al mare

Migrants desembark from the Coast Guard's ship 'Diciotti' that carried 67 migrants who were taken in from 'Vos Thalassa' in the Mediterranenan, as it is docked at the port of Trapani, Italy, 12 July 2018 (issued 13 July 2018). Italian Interior Minister Salvini said on 12 July he would not authorise any migrants to get off coast guard ship Diciotti, but Prime Minister Conte overruled and allowed the entrance. ANSA / IGOR PETYX

Signore e signori accorrete perché le ultime novità sulla nave della Guardia Costiera italiana Diciotti sono uno spasso imperdibile, una sindone del disgoverno che finge di governare, un conato delle minacce contro il diritto internazionale, una farsa di bulletti che alzano la voce in cambio di un pugno di voti, l’ennesimo annuncio pronto a frantumarsi di fronte alla realtà dei fatti e alla vigliaccheria dell’uomo forte che aizza i penultimi contro gli ultimi per un po’ di consenso.

I fatti, intanto. Perché i fatti contano e anche se sono andati fuori moda vale sempre la pena ripeterli ostinatamente; una nave italiana della Guardia Costiera italiana viene lasciata alla deriva per cinque giorni in acque italiane, poi fatta attraccare a un porto italiano (quello di Catania) e infine lasciata bollire attendendo che i ministri Toninelli e Salvini smettano di twittare e si concedano una telefonata. O forse, ma questa è un’utopia, in attesa che il Presidente del Consiglio eserciti la sua funziona anche senza essere sculacciato dal Presidente della Repubblica.

Il 14 agosto un barcone che trasporta 190 migranti viene avvistato in acque maltesi dalle autorità locali. Quelli però decidono di non intervenire lasciandoli tranquillamente navigare verso l’Italia monitorandone il passaggio e offrendo assistenza (rifiutata, tra l’altro). In pratica Malta si vede passare sotto il naso una barca di migranti (considerata per convenzione internazionale inadatta alla navigazione) e se ne frega “esercitando il loro diritto di navigazione in mare aperto”, ha detto il ministro maltese, raccontando una castroneria raccapricciante.

Il barcone viene intercettato in acque italiane dalla Guardia Costiera italiana che, secondo le regole, interviene: 13 migranti in cattive condizioni vengono trasferiti d’urgenza a Lampedusa mentre gli altri 177 aspettano di sapere dove devono attraccare. Qui accade il primo comico (e tragico) intermezzo: il ministro dell’inferno Salvini minaccia di rispedire tutti in Libia nel caso in cui l’Europa non si faccia carico dello sbarco, il ministro Toninelli accusa Malta. Cosa c’entrino quei disperati lasciati a bagnomaria nel Mediterraneo con Malta e l’Europa non ci è dato di sapere: di certo la vigliaccheria di prendersela con loro è la strada più facile e disonesta per alzare la voce. Come al solito. Eroi, questi ministri del cambiamento.

L’articolo 33 della Convenzione di Ginevra (di cui il governo forse dovrebbe avere contezza) dice chiaramente: “Nessuno Stato Contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche”. In pratica le minacce di Salvini valgono come il due di bastoni quando briscola è denari. Al solito.

Toninelli poi interviene informandoci che la nave è diretta verso Catania e che «i valorosi uomini della Guardia Costiera hanno compiuto il proprio dovere salvando vite umane»: peccato che per 5 giorni si siano presi tutto il fango (da “scafisti” a insulti peggiori) da tutti i salvinisti. Un po’ in ritardo.

Poi il ministro Salvini lo smentisce: non dar ordine di sbarcare, dice, finché l’Europa non si occuperà di distribuire i migranti. Fa niente che la ridistribuzione sia il punto centrale della revisione del trattato di Dublino a cui il ministro non ha mai partecipato (a nessuna delle riunioni) a Bruxelles: l’importante è fare rumore. Poi, al solito, verrà smentito dai fatti ma troverà una nuova provocazione su cui spostare l’attenzione.

Intanto una nave italiana della Guardia Costiera italiana viene lasciata alla deriva per cinque giorni in acque italiane, poi fatta attraccare a un porto italiano (quello di Catania) e infine lasciata bollire attendendo che i ministri Toninelli e Salvini smettano di twittare e si concedano una telefonata.

Ah, a proposito, per quelli che scrivono dappertutto  “destituite il comandante, c’è sempre di mezzo la Diciotti”: il salvataggio è stato effettuato da due motovedette alle 3.40 di notte, e Diciotti ha semplicemente effettuato il trasbordo alle 8.20 del mattino. Per dire.

Bravi tutti. Avanti così.

Buon martedì.

 

Camping river: i diritti umani calpestati dal Campidoglio

I video, i post sui social e le dichiarazioni alla stampa rilasciate dall’amministrazione capitolina per giustificare lo sgombero del Camping river evidenziano fatti drammatici dietro la più becera propaganda. «Lo sgombero di Camping river, avvenuto lo scorso 26 luglio, è stato un caso emblematico per mostrare l’utilizzo da parte del Comune di Roma della propaganda mediatica, uno strumento di distrazione di massa, che racconta una verità altra, utile a coprire inefficienze e promesse fatte in campagna elettorale e mai mantenute», commenta Associazione 21 luglio, al termine della conferenza stampa Camping river. Le verità nascoste nelle pieghe della propaganda, tenutasi qualche giorno alla Camera dei deputati per illustrare i retroscena di un’azione di sgombero fallimentare, dispendiosa, profondamente lesiva dei diritti umani e accompagnata da una narrazione mediatica falsata da informazioni e dati lontani dalla verità. Distorta, volta a giustificare le operazioni che hanno preceduto lo sgombero e quelle, successive, che hanno allontanato le famiglie dall’insediamento.

Lo sgombero di Camping river – secondo quanto scritto dal sindaco Virginia Raggi sui social, poco dopo lo sgombero – è stato fatto per la drammatica situazione igienico-sanitaria, che «stava mettendo a rischio la salute degli stessi abitanti». Il primo cittadino però ometteva di precisare che le premesse per arrivare alla condizione in cui versava il campo le ha messe proprio l’amministrazione da lei guidata, con la decisione di distruggere cinquanta moduli abitativi a decorrere dal 21 giugno e di sospendere l’erogazione idrica a far data dal 30 giugno.

A rafforzare l’urgenza della chiusura del campo sulla via Tiberina, la giunta capitolina sciorina una serie di cifre (inesatte) con l’obiettivo di convincere i cittadini che il mantenimento dei campi ha un costo insostenibile: si spenderebbero, ogni anno, venticinque milioni di euro. In realtà, secondo i dati dell’Associazione 21 luglio, nel 2016, si è speso un milione e mezzo di euro che, nel 2017, sono diventati tre milioni e mezzo. Cioè, un decimo della cifra dichiarata ufficialmente dalle istituzioni comunali. Per le quali, per bocca della consulente del Comune Monica Rossi, «il bilancio dello sgombero di Camping River è estremamente positivo».

Oltre alla grave violazione dei diritti umani (tenuta, evidentemente, in poco conto), i numeri dicono il contrario. «A fronte di 359 persone del campo ammesse alle azioni del Piano Rom alla fine solo il 9 per cento è rientrato all’interno di tali azioni (fra rimpatri assistiti e sostegni all’affitto). Il 52 per cento delle famiglie non ha trovato alcuna soluzione e ora vaga in strada, mentre al 30 luglio, risultavano 123 le persone collocate in strutture d’emergenza, dove, come da accordi verbali, resteranno fino al 30 settembre 2018. Per la loro accoglienza – a carattere meramente emergenziale – il Comune di Roma dovrà spendere, fino al 30 settembre 2018, una cifra stimata vicina ai quattrocentomila euro», dice l’Associazione 21 luglio. Questa è la verità.

Firenze ridotta a location del nuovo Renzi show

«Ne verrà fuori una grande battaglia contro la demagogia, il qualunquismo e la paura. Bellezza contro odio, apertura contro protezionismo, Rinascimento contro oscurantismo». Matteo Renzi è un po’ così. È un entusiasta. Pensa di poter far tutto. L’ex sindaco ed ex segretario del Pd, ma anche ex presidente del consiglio, non si accontenta del ruolo di senatore. Vuole fare. Vuole dire. Soprattutto, vuole apparire. È la sua natura. Per questo eccolo nella veste di conferenziere, dalla Cina agli Usa. Non solo.

A breve, anche novello Angela (nel senso di Piero &  Alberto, la coppia dei divulgatori culturali per eccellenza in tv). Matteo Renzi voce e volto narrante di un docufilm su Firenze. La città d’arte raccontata attraverso i suoi luoghi più rappresentativi. Palazzo Medici Riccardi e il Corridoio Vasariano, Palazzo Pitti e il Duomo, Santa Croce e Santa Maria Novella, oltre a molto altro. Con un punto fermo, la partenza da piazza Duomo. Qui, il prossimo 21 agosto, inizieranno le riprese della Firenze secondo Renzi. E per l’occasione la piazza rimarrà chiusa al transito dei pedoni.

A produrre il docufilm, Lucio Presta. A lanciarlo, lui, Matteo Renzi. Che per ora ha dovuto subire il “no” di Mediaset alla trasmissione in tv del programma. Già perché il prodotto va venduto. Deve girare. Altrimenti non serve a niente. Diventa un’esercitazione sterile. Rischia di essere come il video che gli sposi si fanno fare per il giorno del matrimonio. Ad uso e consumo di amici e parenti.

Firenze diventa la location del nuovo Renzi show. Il piccolo schermo che tanto gli piace(va) e nel quale si è esibito spesso anche con eccessiva disinvoltura lo attrae, è chiaro. Anche per questo ha deciso di provare ad esserne un protagonista. Ma non sui temi della politica. Più precisamente, non in maniera esplicita. Facendolo, ma attraverso la lente della cultura. Anzi della “bellezza”, come dice utilizzando un’espressione abusata, ma che piace tanto ai più.

Il tante volte “ex” ritorna alle sue origini. Quelle de Stil novo. La rivoluzione della bellezza tra Dante e Twitter, il libro pubblicato nel 2012. Allora, tra le righe, sottolineava l’inadeguatezza della classe dirigente e quindi l’allontanamento dai partiti. Ora Firenze, le sue architetture e la sua storia, saranno il pretesto per contrapporsi al populismo dei leader del presente. Allora gli antagonisti erano Mario Monti e il “montismo”, ora lo sono il leghista Matteo Salvini e il pentastellato Luigi di Maio.

Nell’aprile 2012 Renzi presentando l’uscita del libro al teatro della Pergola fece ricorso a spezzoni di video, da Cettolaqualunque, a Wall Street 2, passando per Berlinguer ti voglio bene. Le immagini gli servirono per far capire come doveva essere la politica. Il docufilm su Firenze del 2018 sarà il suo modo per sottolineare l’inadeguatezza del governo.

Nel 2012 come nel 2018 utilizzando, in maniera retorica e banale fino al qualunquismo, la “bellezza”. Con un distinguo nella nuova performance, a dire il vero. In questa occasione c’è addirittura un richiamo al Rinascimento, del quale, è inutile dirlo, lui sarebbe l’artefice. Renzi ritorna a Firenze, quindi. Ha deciso di descriverne i luoghi della cultura più suggestivi. Che importa se gli strumenti e i modi sono inadeguati. Tanto lo fa per sé, non certo per rendere davvero un servizio alla città d’arte. D’altra parte non sarebbe neppure la prima volta che si occupa del patrimonio storico-artistico cittadino.

Nel luglio 2011 la prima idea folgorante: restituire la facciata alla basilica di San Lorenzo. Come? Coprendo il muro esistente con marmi bianchi, secondo il progetto che Michelangelo aveva lasciato incompiuto. Come noto, il diniego della Soprintendenza ha impedito l’operazione. A distanza di pochi mesi ecco una nuova impresa. Ricercare la perduta battaglia di Anghiari di Leonardo sotto i muri del Salone dei Cinquecento. Dopo diverse perforazioni interviene di nuovo la Soprintendenza. Questione chiusa.

Insomma la Firenze dei monumenti Renzi lo conosce. Per questo un po’ lo teme.

«Allora si potevano buttar giù piazze e distruggere mura, oggi si devono rispettare emerite schifezze protette – non si sa bene perché – da un nobile vincolo», scrive il molte volte “ex” in Stil novo. La rivoluzione della bellezza da Dante a Twitter. Questa volta non ci dovrebbe essere rischio per l’incolumità di “piazze” e “mura”. E neppure di chiese e palazzi. Renzi ne parlerà soltanto. Speriamo