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Tre ciarlatani e un funerale

Circa 300 persone in piazza De Ferrari per la manifestazione chiamata Ponte16100, dal numero di codice avviamento postale di Genova, nata sui social con l'obiettivo di creare un momento collettivo di elaborazione della tragedia del viadotto Morandi, Genova,19 agosto 2018. Un rotolo di carta di decine di metri è stato riempito con pensieri per Genova. Pensieri di rabbia come "Funerali di Stato per un omicidio di Stato", "Basta parole? silenzio", oppure di speranza: "Genova si rialzerà più bella di prima". ANSA/LUCA ZENNARO

Partiamo subito da un dato di fatto: atteggiarsi da rockstar durante un funerale di Stato, usare gli applausi come randello, fare ombra alle bare, invitare (da addetto stampa del Presidente del Consiglio) i giornali a enfatizzare gli applausi con un sms inviato ai giornalisti, leggere i quotidiani il giorno dopo che titolano come avrebbe voluto Casalino, avere bisogno di un nemico per ispirare protezione (e nel dubbio indicarne qualcuno nel mucchio) e confondere la giustizia con la vendetta fa schifo. Tanto. Anche se fa schifo perfettamente in linea con il sentire comune che annusiamo nei bar, nelle discussioni sui social, nelle pessime uscite di qualche pessimo ministro. Niente di nuovo, insomma, se non fosse che qui i morti sono ancora caldi e verrebbe da sperare che possano servire da argine. E invece niente.

Però ridurre politicamente tutta la vicenda del crollo del ponte Morandi a questo è di una miopia che fa spavento e credere che basti scimmiottare quegli altri per erodergli voti rinunciando consapevolmente alla complessità che ci governa (e che la politica dovrebbe essere in grado di governare) è il modo migliore per garantire al governo in carica un agevole e lungo futuro.

Dietro il crollo di Genova ci sono decine di questioni che andrebbero discusse, analizzate e soprattutto raccontate. C’è la privatizzazione selvaggia di un centrosinistra che ha svenduto (o comunque ha avvallato l’idea della svendita come buona e giusta soluzione) un pezzo del patrimonio pubblico con l’ulteriore aggravante di “avere flirtato – per citare l’azzeccatissima definizione di Alessandro Gilioli – più o meno apertamente con grossi gruppi imprenditoriali e bancari, così diventando parte integrante di una rete politica-economica di potere”. C’è anche la narrazione (anche questa con colpevole favoreggiamento politico di un certo centrosinistra) che tutto il pubblico faccia schifo e tutto il privato invece sia bello e funzioni. C’è, semplificando, il neoliberismo strisciante di chi lo alimenta fingendo (male) di combatterlo e intanto si inchina al capitalismo di chi vede le strade, gli ospedali e i servizi primari solo attraverso la lente del fatturato che possono portare.

Ci sono le bugie. Tante, da tutte le parti, ben prima dell’era delle fake news. C’è il governo Berlusconi-Lega come responsabile della concessione della rete autostradale (che il governo Prodi aveva immaginato ben diversa) con il decreto legge 59 del 2008: convenzioni con le concessionarie autostradali approvate togliendo ogni possibilità di verifica agli organismi di controllo e riducendo gli spazi di intervento per il pubblico, compresa quella sottoscritta con Autostrade per l’Italia. C’è la consapevolezza da parte del ministero delle Infrastrutture, della Direzione generale per la vigilanza sulle concessionarie autostradali a Roma, del Provveditorato per le opere pubbliche di Piemonte-Valle d’Aosta-Liguria a Genova e di Autostrade per l’Italia che da almeno sei mesi sapevano della corrosione dei tiranti ceduti sul ponte di Genova (come scritto nel verbale della riunione con cui il primo febbraio 2018 il Provveditorato alle opere pubbliche di Genova rilascia il parere obbligatorio sul progetto di ristrutturazione presentato da Autostrade che ha scovato l’Espresso). C’è anche l’assurda nomina da parte del ministro Toninelli di alcuni di quelli che già sapevano e che ora sono nella commissione d’indagine ministeriale e in fondo indagheranno se stessi.

E poi c’è questa nefasta sicumera per cui nessuno alza mai la mano a dire “sì, forse ci siamo sbagliati” o “siamo la vostra opposizione però di questo potremmo parlarne” per cui chi ha perso le elezioni (perché evidentemente ritenuto inaffidabile, a torto o ragione) non sente mai il bisogno di mettersi in discussione. Così alla fine qui fuori sembra di assistere alla presunta sinistra che difende i capitalisti (tra l’altro senza capitale, anomalia tutta nostrana).

E poi ci sarebbero i morti. E il rispetto che gli si dovrebbe. Ma questo ormai l’abbiamo perso da un pezzo.

Buon lunedì.

L’Italia sono anche loro

ROME, ITALY - OCTOBER 13: Sons and daughters of immigrants, together with students, teachers and parents in Piazza Montecitorio for Citizenship Day, to ask for the approval of the reform of the Ius Soli, on October 13, 2017 in Rome, Italy. (Photo by Simona Granati - Corbis/Corbis via Getty Images)

Chiamiamolo Marko – suggerisce Eleonora Forenza, eurodeputata Prc nel Gue – nome di fantasia ma bosniaco come lui. Anzi no. Marko non è bosniaco, lo sono solo i suoi genitori. Eppure sta sbattuto in un Cpr, a Bari, per essere rimpatriato in una patria che non è la sua, non l’ha mai vista. Parla italiano perfettamente perché qui è nato e cresciuto, ma ha i documenti scaduti». La sua storia si inserisce in quello che Forenza spiega come «il contesto europeo di follia e di criminalità sulle politiche migratorie con una specificità tutta italiana: l’assenza del riconoscimento dello ius soli».

Era l’inizio dell’autunno del 2017 quando il Parlamento italiano ha rinunciato a terminare l’iter di una legge attesa da centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi. Celeste Costantino, ex deputata di Sinistra italiana, ora in stand-by, ha seguito quella vicenda: «Il risultato era un passo indietro al testo de L’Italia sono anch’io (legge di iniziativa popolare supportata da centomila firme raccolte da Arci e altri, ndr), noi volevamo intervenire sui tempi, ora lunghissimi, per la cittadinanza degli adulti. Va detto che in Parlamento lo ius soli “puro” non è mai stato preso in considerazione – ricorda Costantino – gli emendamenti degli alfaniani spinsero per una mediazione tra ius soli e ius culturae e tutto si arenò in Senato dopo essere stato approvato alla Camera nel silenzio assordante del M5s, nemmeno un emendamento e l’astensione finale. Preferirono mantenere la stessa ambiguità mostrata verso la legge per una Giornata della memoria delle vittime del Mediterraneo. Anche noi non eravamo convinti ma ritenemmo che valesse la pena andare avanti. Per il Pd, nonostante lo ius soli figurasse nel programma di governo esisteva un problema di tenuta generale dell’alleanza con Alfano, piovevano già sondaggi molto negativi, l’arretramento era frutto di quelle pressioni esterne, fu un vero cambio di priorità».

«E ora dentro questo Parlamento non ci sono più margini – interviene Erasmo Palazzotto, deputato per Sinistra italiana nel gruppo di Leu – perché la regressione culturale che ha attraversato il dibattito pubblico ha dato vita a questo quadro politico. C’era una maggioranza ostile già nella passata legislatura quando una possibilità c’era. Sarebbe stato un piccolo avanzamento seppure…

L’articolo di Checchino Antonini prosegue su Left in edicola dal 17 agosto 2018


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Non si è mai stranieri a Palermo

Palermo, Sicily, Italy. Seafront view

«Perché tante persone in Italia sono tristi? Hanno tutto, ma sono tristi. Figli che non parlano con i genitori, genitori che non parlano con i figli. Quartieri della stessa città che non comunicano tra di loro». Clelia Bartoli rimane senza parole davanti a quelle osservazioni. A fargliele sono i suoi studenti del Cpia di Palermo, formalmente Centri provinciali per l’istruzione degli adulti ma da qualche tempo frequentati quasi interamente da giovani richiedenti asilo.

Dine è uno di loro. Ha 19 anni, un sorriso contagioso e la voce ferma di chi vuole realizzare i propri sogni. «Abbiamo riflettuto, guardandoci intorno. Rimanevamo male quando salutavamo e nessuno ci rispondeva. Ci spiegavano che in Italia è normale: non si saluta chi non si conosce. Per la nostra cultura è inconcepibile. Ci siamo accorti che qui quello che manca è la giocherenda». Clelia non capisce. Le spiegano che è un termine pular, una lingua parlata in parecchi Paesi del West-Africa, il cui significato si avvicina al concetto di solidarietà, ma il senso è ben più ampio.

«Si tratta di una parola composta – mi spiega Clelia – dai termini “giuntura” e “linfa vitale”; la giocherenda è quindi il fluido che, scorrendo nelle articolazioni, le tiene insieme e ne permette il movimento». Clelia e i suoi ragazzi parlano, ragionano, progettano: vogliono far conoscere a tutti la giocherenda. «L’assonanza con la parola italiana gioco è stata la chiave del rebus. Abbiamo cominciato a creare dei momenti cooperativi e narrativi. Attività in cui nessuno perde, in cui l’obiettivo è quello di dar luogo a una storia comune». Come la “ruota dei desideri”, un tabellone con dei cerchi concentrici in cui i partecipanti all’inizio devono scegliere il proprio desiderio, poi l’identità, infine i mezzi da utilizzare e gli ostacoli da aggirare per raggiungere il proprio sogno. 

«L’abilità è quella di ripensare le cose come risorse per raggiungere ciò che si desidera». Tra giochi e laboratori ludici i ragazzi di Giocherenda sono stati da esempio a tanti. Hanno coinvolto l’intera città, mescolando ricchi e poveri, giovani e vecchi. Sono stati contattati da Dell’Oglio, un’azienda di alta moda, per formare l’intero personale. E sono andati nei quartieri più periferici di Palermo, come lo Zen, Brancaccio e Ciaculli. «Stanno insegnando loro come non sentirsi stranieri nella loro stessa città, come praticare la resilienza collettiva», spiega Clelia.

Allo Zen, Dine si ferma a parlare con una ragazza dopo il laboratorio. Lei gli racconta che ha perso il padre, che ha problemi in famiglia. E che il sogno di diventare ballerina che nutriva tempo fa, l’ha ormai…

Il reportage di Carmine Gazzanni prosegue su Left in edicola dal 17 agosto 2018


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Il “cambiamento” è una farsa, diamo voce a chi è senza diritti

ROME, ITALY - MARCH 18: Viola Carofalo leader of the party during her speech wearing a shit dedicated to the brazilian activist Marielle Franco, killed in Rio de Janeiro at the National assembly of the italian political party Potere al Popolo (Power to the People) at the Teatro Italia on March 18, 2018 in Rome, Italy. The extreme-left party founded by some social centers in which extra-parliamentary left-wing groups have joined, receiving 375.000 votes in the last political election. (Photo by Ivan Romano/Getty Images)

Sono sempre stata abituata a fare i compiti per le vacanze all’ultimo minuto, di fretta, sperando di essere graziata, che nessuno degli insegnanti me ne chiedesse conto. Così, mentre la prima settimana di settembre già se ne fuggiva, io stavo lì a leggiucchiare e scrivere, ancora distratta dal pensiero dell’estate che se ne andava. Stavolta però non è possibile, i compiti delle vacanze ci tocca farli in tempo, e bene pure, perché l’autunno che ci aspetta sarà pieno di insidie e di sfide e bisogna farsi trovare preparati.

Dopo una campagna elettorale sotto la neve, in questi mesi, sotto al sole, abbiamo continuato a costruire Potere al popolo! aprendo sedi, facendo mutualismo e sostenendo lotte, discutendo, crescendo. Di questa crescita, se ne sono accorti anche i sondaggi e i media: forse perché non siamo scomparsi dopo il 4 marzo e abbiamo continuato a lavorare duro, radicandoci sui territori.

Questo sforzo di migliaia di militanti in tutta Italia ha pagato, e non solo sul piano della visibilità, che va e viene, ma anche su quello del coinvolgimento popolare, che resta per me ciò che conta davvero. Un passaggio importante di questo processo di costruzione sarà il campeggio che stiamo organizzando dal 23 al 26 agosto a Marina di Grosseto, in Toscana. Il campeggio è aperto a tutti, ci sono già 450 prenotati, e ha in programma due assemblee pomeridiane: con la prima, venerdì 24, continueremo a fare “tutto al contrario”, a discutere delle…

L’articolo di Viola Carofalo prosegue su Left in edicola dal 17 agosto 2018


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Marielle Franco, parla la madre: «La sua lotta non si ferma»

Português: Marielle Franco em agosto de 2016. Data 17 agosto 2016, 21:56:21 Fonte https://www.flickr.com/photos/midianinja/29568404732/ Autore Mídia NINJA

City of God, Tropa de elite. Ci sarà un motivo per cui tra i più acclamati film brasiliani degli ultimi anni molti sono quelli che mettono al centro la violenza. Una violenza che è tratto strutturale di un Paese in cui corpi legali e illegali non sono separati da confini chiari e visibili. In cui la criminalità si fa Stato e lo Stato si fa criminalità. Quest’intreccio era al centro delle denunce di Marielle Franco. Consigliera a Rio de Janeiro per il Partito socialismo e libertà (Psol), è stata trucidata il 14 marzo di quest’anno. I proiettili di calibro 9 che l’hanno uccisa facevano parte di una partita destinata alla polizia brasiliana. Eppure le prime parole di Marinete Silva, avvocato di 66 anni e madre di Marielle, non sono su proiettili e violenza. L’abbiamo incontrata, grazie e insieme al Comitato Lula livre, a Roma, dov’è arrivata per rivendicare verità e giustizia per Marielle.

Stupore. È questo che vuole trasmetterci. «Non immaginavo nulla di simile. Sono rimasta assolutamente tramortita dal livello di mobilitazione globale che ha seguito l’omicidio di Marielle. Anche qui, in questi miei primi giorni in Italia, molte donne mi hanno scritto solo per conoscermi, per farmi sentire il loro affetto e la loro vicinanza. Per la mia vicenda personale, ma anche – e soprattutto – per quella politica». Siamo noi, non senza un colpo a cuore, a riportarla a quella notte, a quei giorni…

Sono passati più di quattro mesi dalla notte dall’omicidio di Marielle. La sua morte è stata sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Poi, come troppo spesso accade, è finita quasi nel dimenticatoio. A che punto sono le indagini?
Ancora non abbiamo in mano nulla di concreto, purtroppo. La polizia sta seguendo diverse piste, ma nessuna pare possa esser considerata come risolutiva. Marielle combatteva su così tanti fronti che non è facile identificare chi possa esserci dietro il suo omicidio. La sua lotta dava fastidio a molti, a troppi. Ora la polizia ha disposto una task force di 18 uomini, nei quali ho piena fiducia. Mi dispiace però non essere minimamente coinvolta e informata degli sviluppi delle indagini: la maggior parte delle informazioni le apprendo anche io dai media.

Come ha reagito il mondo politico brasiliano all’assassinio?
Il sostegno delle istituzioni è stato abbastanza discontinuo. Subito dopo la notizia dell’assassinio il governo si è schierato apertamente al fianco di Marielle, in particolare il presidente Michel Temer e il ministro della Difesa Raul Jungmann; questo atteggiamento però non è durato a lungo, visto che non appena il caso è stato messo in secondo piano dai media è venuto meno anche l’appoggio delle forze politiche che sono al governo. La sinistra invece, attraverso il Partito socialismo e libertà, ma anche il Partito dei lavoratori (Pt) e il Partito comunista brasiliano (PCdoB), non ha smesso di rivendicare giustizia per Marielle.

Marielle ha una storia che parla a tanti in Brasile. La violenza è sempre stata centrale. Sia perché vissuta e subita, sia perché combattuta. Fino, appunto, alla morte. Da cosa nasce la sua battaglia?Marielle è nata e cresciuta a Maré, una delle favelas di Rio de Janeiro, tra le più grandi e difficili. A spingerla verso l’attivismo politico è stata l’irruzione nella sua vita della violenza più brutale. Nel 2003, una delle sue più care amiche rimase infatti uccisa da quelle che noi in Brasile chiamiamo balas perdidas: un colpo partito involontariamente durante un conflitto a fuoco tra polizia e bande criminali. Questo episodio, avvenuto proprio vicino la casa del nonno di Marielle, non solo l’ha spinta verso la lotta, ma l’ha guidata per tutta la sua vita di attivista: combattere la violenza in ogni sua forma, lottare per i diritti degli ultimi. Il lavoro decennale nella favela è stato fondamentale per dimostrare a tutte e tutti quale fosse il senso della sua lotta politica: supportare la causa delle donne e lgbtq+, dei neri e di tutte le comunità segregate fisicamente e socialmente nelle favelas.

Nei giorni immediatamente successivi all’omicidio, si è molto parlato di questa lotta di Marielle per la “sua” favela,  per Maré. In cosa si concretizzava questo impegno?
Marielle aveva messo in piedi un centro che svolgeva attività per tutta la comunità: corsi d’inglese, teatro, danza, musica, arte; ma anche spettacoli, un orto comunitario, corsi di indirizzo al lavoro. Ciò che più di tutto ha contributo alla popolarità di quest’esperienza è stato un corso per aiutare i giovani della favela a superare i test d’ingresso per le università pubbliche. In Brasile l’università è gratuita, ma funziona con il sistema del numero chiuso: nella maggior parte dei casi solo chi viene dalle scuole private riesce a superare i test d’ingresso. La creazione di un percorso del genere, oltre ad affrontare un enorme problema di disuguaglianza e classismo della società brasiliana, ha attratto moltissimi giovani, che poi sono rimasti per partecipare alle altre attività, e magari per impegnarsi in prima persona. Tutto questo avviene esclusivamente grazie all’impegno volontario e gratuito di tante persone, che lavorano quotidianamente senza fondi o facilitazioni. Ad esempio le prime lavagne della scuola erano di Marielle, le portò lei stessa dalla sua cucina.

L’omicidio di Marielle ha acceso le luci di tutto il mondo sul Brasile di Temer. Molti erano rimasti ai governi del Pt, alla lotta alla povertà, ai successi macroeconomici. Qual è la situazione oggi in Brasile?
Non viviamo giorni tranquilli. Nel 2016 un golpe “blando” ha portato al potere Michel Temer, vicepresidente del governo Rousseff, deposta in circostanze tutt’altro che limpide. Nel prossimo autunno ci dovrebbero essere le elezioni, ma la situazione di Lula (vedi box, ndr) rende tutto ancora molto incerto: l’ex presidente infatti è ancora in prigione, arrestato per corruzione in pressoché totale assenza di prove a carico. In queste condizioni è difficile dire se e quando si svolgeranno le elezioni. Quello che è certo è che nel frattempo la vita quotidiana si sta facendo sempre più insostenibile: in tutto il Brasile, ma a Rio de Janeiro in particolare, violenze e aggressioni sono all’ordine del giorno, mentre si tagliano indiscriminatamente i fondi per la sanità, l’educazione e lo stato sociale.

«Marielle presente. Ora e sempre» è stato uno slogan che si è diffuso in Brasile, ma anche molto oltre. In che modo questa presenza è palpabile? In cosa la vita e la lotta di Marielle vivono oggi in Brasile, al di là della retorica?
Una settimana fa abbiamo lanciato un nuovo progetto, Papo Franco, un laboratorio di discussioni e attività informali, in cui sia possibile conoscersi ma anche riconoscersi come comunità. Papo in portoghese significa chiacchierata, mentre Franco, come in italiano, si riferisce alla sincerità e al coraggio; non è solo un modo per ricordare Marielle, ma anche per portare avanti la sua battaglia politica e sociale: di questo progetto, tra l’altro, ne parlava lei stessa in un vecchio video. Mobilitarsi a Maré, come in ogni altro angolo del pianeta, è fondamentale: quanto più diffonderemo il messaggio di Marielle, tanto più forte diventerà. Non possiamo fermarci ora. Lo dobbiamo non solo a Marielle, ma alle tante e ai tanti che non hanno mai smesso di crederci e di lottare.

L’intervista a Marinete Silva è tratta da Left n.33 del 17 agosto 2018


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I cittadini del mondo

Ho letto recentemente un’intervista a Alessio Figalli, vincitore della medaglia Fields, il premio che viene definito il “Nobel della matematica”. La domanda dell’intervistatore era “Perché non hai pensato di restare in Italia?”. La risposta di Figalli è stata decisamente spiazzante. Perché non ne ha fatto una questione di minori o maggiori possibilità che si hanno in Italia rispetto all’estero. Semplicemente ha raccontato come sia capitato che partecipasse alle olimpiadi di matematica mentre frequentava il liceo classico a Roma e poi è capitato che si informasse sulla Normale di Pisa e decidesse di fare il concorso e poi è capitato che facesse un dottorato su un campo di studi che lo aveva affascinato e poi che vincesse una borsa per il Texas dove poi è diventato professore. Da dove poi è stato chiamato per diventare professore all’Università di Zurigo.

La cosa interessante è proprio questa mancanza di polemica con la realtà italiana dove peraltro si è formato. Figalli è un talento della matematica. Ma è anche un cittadino del mondo, come la gran parte degli scienziati dei nostri giorni.

Non esiste per loro una sola nazione in cui formarsi e vivere così come non esiste una sola lingua in cui esprimersi. La lingua franca della scienza è l’inglese ma conosco molti amici ricercatori e professori che sono in grado di esprimersi in almeno un’altra lingua oltre all’italiano. Non esistono frontiere e non esistono razze. Esiste un’unica umanità. E non c’è alcun bisogno di affermarlo, è così e basta. Ecco quindi che Figalli risponde in maniera sorpresa ad una domanda che in effetti non ha molto senso. È giusto e sano che chi si forma per fare ricerca in Italia vada a specializzarsi e a studiare all’estero. Deve farlo. È qualcosa che serve per comprendere meglio di quanto si possa fare nel corso di studi universitario che il mondo è uno solo così come è una sola l’umanità ed è una sola la scienza. Non esiste una scienza italiana o americana. Esistono senz’altro centri di ricerca, università, scuole di specializzazione e di alti studi nei vari paesi del mondo.

Ma la scienza, intesa come conoscenza della realtà, è una sola. Ed è universale. Tutti gli scienziati lo sanno. La politica no (o fa finta di non saperlo). D’altra parte la scienza ha ricadute tecnologiche che possono diventare molto importanti per lo sviluppo economico delle nazioni. La politica lo sa (anche se in Italia non sembra così) e fa di tutto per agevolare queste possibilità di movimento nel mondo degli scienziati. Gli scienziati sono il meglio, l’espressione massima dell’umanità. Vengono coccolati e cercati in tutto il mondo e gli viene concessa assoluta libertà di movimento e di residenza.

La nostra piccola politica italiana è indietro su una semplice verità. Non comprende che attrarre scienziati e ricercatori e finanziare la ricerca cosiddetta di base, quella che apparentemente non serve a nulla, è il migliore investimento che si può fare, quello che sulla distanza rende di più in termini di economia reale perché ha delle enormi ricadute tecnologiche e culturali.

Il problema non è tanto quindi la fuga di cervelli, che come abbiamo scritto su Left 30 del 27 luglio scorso è in realtà la fuga di tanti giovani in cerca di un lavoro “normale”.

Andrebbe incentivata la possibilità di viaggiare dei ragazzi, di fare esperienze di studio e di ricerca all’estero, magari anche durante il corso di studi secondario così come accade con l’Erasmus per l’Università. E anche, perché no, le possibilità di lavoro all’estero magari con delle strutture di accompagnamento e di facilitazione da parte degli stati europei.

E poi andrebbe certamente finanziata in maniera massiccia l’Università e la ricerca per poter attrarre talenti dall’estero, persone che possano venire a studiare e fare ricerca in Italia. Andrebbe data a tutti la possibilità di muoversi nel mondo come gli scienziati, la possibilità di fare ricerca nel proprio ambito di interesse, anche al limite nella ricerca di lavoro a livello europeo.

Gli scienziati come Figalli si muovono nel mondo per fare la loro ricerca e se ne infischiano delle questioni politiche. Vanno là dove ci sono possibilità, economiche, di ricerca e di conoscenza di cose nuove. Mostrano a tutti quella che può essere la realtà di tutti i popoli del mondo. Quella di muoversi nel mondo senza i confini politici che sono solo delle linee tracciate sulla carta geografica.

Il problema non è quello di far restare le persone e gli scienziati in Italia ma quello di promuovere gli spostamenti di tutti gli scienziati nel mondo, quindi anche verso l’Italia.

Ognuno deve essere libero di scegliere dove vivere e studiare. Senza limitazioni.

Sarebbe ora che la sinistra comprendesse questa realtà e ne facesse una sua battaglia, anche se oggi sembra un’utopia.

L’editoriale di Matteo Fago è tratto da Left in edicola


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L’editoriale di Matteo Fago è tratto da Left in edicola dal 17 agosto 2018


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Ius sanguinis, i paradossi di una legge xenofoba

Il segretario della Lega Nord Matteo Salvini sul palco durante il suo intervento al tradizionale raduno di Pontida (Bergamo), 17 settembre 2017. ANSA PAOLO MAGNI

«Mai più stranieri a casa nostra». Lo dicono i leghisti che invocano la chiusura delle frontiere, ma lo dicono anche – e in tutt’altro senso – i figli di molti immigrati residenti: quei ragazzi che nascono e crescono in Italia, si sentono cittadini, ma non sono riconosciuti tali dalle leggi dello Stato. Stranieri a casa loro, appunto.

La riforma del (cosiddetto) ius soli è naufragata con la fine della legislatura, ed è destinata a restare nei cassetti per un bel po’ di tempo. Tra le tante (e sgangherate) motivazioni che hanno spinto a non approvarla c’era il mito della «invasione delle puerpere»: l’idea per cui migliaia di donne, soprattutto africane, sarebbero venute in Italia appositamente per partorire, così da avere un figlio italiano.

L’immagine dell’«invasione» – di donne partorienti, o di nuovi cittadini di presunta origine «aliena» – non ha però alcun fondamento, ed è il prodotto di fantasie tutte ideologiche. Basta guardare i dati per capirlo. Secondo una stima della fondazione Moressa, i potenziali beneficiari della (defunta) legge sullo ius soli sarebbero stati 800mila all’inizio, e 60-70mila l’anno a regime. Tutte persone, si badi, residenti da sempre in Italia: nessun figlio di puerpera appena sbarcata, nessuna «invasione».

D’altro canto, con le norme esistenti, fondate su uno ius sanguinis molto rigido (è italiano chi discende da parenti italiani), possono prendere la cittadinanza i nipoti e i pronipoti dei nostri emigranti, anche se sono appena arrivati nel nostro Paese. Può così accadere – ed effettivamente accade – che diventi cittadino chi ha vissuto e vive da sempre all’estero, e non ha nessuna relazione con l’Italia (se non un lontano parente, magari un bisnonno mai conosciuto). Quanti sono i potenziali beneficiari di questa procedura? Una ricerca coordinata dal prof. Mario Savino parla di circa 70 milioni di persone. No, non avete letto male, e non c’è un errore di stampa: sono proprio 70 milioni, più dell’attuale popolazione italiana. Di questa potenziale “invasione” nessuno parla: ecco la natura tutta ideologica del dibattito sulla cittadinanza.

La cittadinanza, tra ideologia e “forza delle cose”.

Va detto che i dibattiti sulla nazionalità sono sempre stati “ideologici”: in questo senso, l’Italia non è un caso isolato. Molti anni fa, il sociologo Rogers Brubaker aveva ricostruito la storia della cittadinanza in due Paesi cruciali, la Francia e la Germania: e aveva scoperto…

L’articolo di Sergio Bontempelli prosegue su Left in edicola dal 17 agosto 2018


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Chi protegge i preti pedofili? Lo Stato fa finta di niente

Pope Francis and Pope Emeritus Joseph Ratzinger on the occasion of the celebrations for the sixty-fifth anniversary of his priesthood in the Clementine Hall in the Vatican, 28 June 2016. ANSA / PRESS OFFICE / Osservatore Romano +++ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING+++

«Chi vede un bambino non vede nulla»; «Felice chi ha dei figli, ma non infelice chi non ne ha»; «Piccolo è il bambino, piccolo è il lutto»; «Non si deve dire un segreto a una donna, a un pazzo o a un bambino». Si tratta di una breve antologia di detti popolari coniati nell’attuale Europa tra il XV e il XVI secolo e raccolti dallo storico Jean Delumeau in uno dei suoi saggi più famosi, Il peccato e la paura (Il Mulino, 2006). «Quando ebbe inizio l’età moderna europea – spiega Delumeau – l’atteggiamento d’incomprensione nei riguardi dell’infanzia si rivela ancora largamente diffuso e riveste due aspetti tra loro complementari: la scarsa sensibilità per la freschezza e l’innocenza del fanciullino, la scarsa emozione per la sua fragilità; e la tendenza a vedere il fanciullo in età scolare (come diremmo noi oggi) come un insieme di difetti, un essere cattivo e maligno che occorreva necessariamente disciplinare affinché non diventasse adulto malvagio».

Questa antologia di proverbi, «per quanto contenuta, ci fa capire che il bambino non era riconosciuto come tale. Si tratta di una creatura che acquisterà valore solo quando sarà stata disciplinata, diventando uomo», osserva lo storico francese. La sua chiave di lettura del rapporto del mondo adulto con quello dell’infanzia nella cultura occidentale e cristiana al termine del Medioevo, può essere utile per osservare anche alcuni fatti di estrema attualità. L’annullamento dell’identità umana del bambino non è infatti una dinamica che appartiene solo al passato, né tanto meno – purtroppo – è stata definitivamente consegnata alla Storia della nostra civiltà. L’idea violentissima che scaturisce dalla “fusione fredda” tra il logos – il bambino non è un essere umano finché non entra nell’età della ragione (paideia) – e il pensiero religioso cattolico – il bambino è malvagio per natura (peccato originale) -, ne porta con sé un’altra altrettanto criminale: se non è essere umano, lo si può uccidere tranquillamente. Va ricercata qui, in estrema sintesi, la radice “culturale” della pedofilia, della sua giustificazione e della protezione riservata ai pedofili ad esempio dai gerarchi vaticani, di cui tanto spesso si sente parlare nel caso dei sacerdoti stupratori. Non solo. Contro questo crimine orrendo tante parole vengono spese e tanti impegni sono presi a livello istituzionale, ma poi, nei fatti, raramente si traducono in qualcosa di concreto. È questo il caso dell’Italia, e del nostro governo e Parlamento, in particolare quando c’è di mezzo la Chiesa cattolica. Veniamo ai fatti. Nel 2016, per primi su Left (n. 50 del 10 dicembre) denunciammo con l’avvocato Caligiuri del foro di Roma, la violazione della Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale, ratificata dall’Italia nel 2012. Ci si riferiva allora alle condizioni di estrema vulnerabilità e discriminazione in cui le presunte vittime di abusi si trovano a rendere testimonianza ai procedimenti penali contro i preti nei tribunali ecclesiastici presenti in territorio italiano. «Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica neppure è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso – ricorda Caligiuri – ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che ha subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote». A questo protocollo possono aderire anche i Paesi che non fanno parte del Consiglio d’Europa, ma il Vaticano non l’ha mai fatto. «Pensando al contro esame, il dato più inquietante emerge dal versante delle garanzie costituzionali – sottolinea Caligiuri -. La difesa di un sacerdote, già imputato per abusi dal Vaticano, ha il vantaggio di acquisire prima dell’eventuale processo italiano la rievocazione narrativa che la vittima darà del fatto storico, i punti deboli su cui calcare la mano, le peculiarità anche caratteriali, la sua realtà emotiva».

Con queste informazioni si ha la possibilità di farla cadere in contraddizione. «Non a caso lo studio reciproco dell’avversario è un dato che gli avvocati curano molto nei processi – conferma Caligiuri -. Siamo pertanto in presenza di una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano». Sulla base di queste osservazioni, il 19 febbraio scorso l’associazione Rete L’Abuso, proprio per mano di Mario Caligiuri, ha inviato una diffida alla presidenza del Consiglio per «condotte omissive del dovere di protezione dei minori dagli abusi nel clero, violazione della Convenzione Onu sui diritti del fanciullo, violazione della Convenzione di Lanzarote e altre inosservanze più elementari direttamente riferibili alla Costituzione italiana» (v. Left n. 9 del 2 marzo 2018). Tra i destinatari della diffida non c’è solo Paolo Gentiloni. Leggiamo anche: la XII Commissione affari sociali della Camera, il garante nazionale per l’Infanzia e l’adolescenza e la presidenza del Parlamento europeo. Per conoscenza hanno ricevuto il documento l’Unicef, il Comitato Onu per i diritti dell’infanzia, il presidente della Repubblica (come garante della Costituzione), l’Istituto interregionale per la ricerca sulla criminalità e la giustizia delle Nazioni Unite (Unicri) e il Centro di ricerca innocenti Unicef. In base alla legge che regola i rapporti tra i cittadini e le istituzioni, sono obbligati a rispondere entro 30 giorni. Tuttavia, quando scriviamo di giorni ne sono passati 60, e volete sapere se qualcuno del Palazzo si sia degnato di rispondere all’associazione che si occupa di tutelare i diritti di centinaia di vittime italiane di preti pedofili? Prima di rispondere a questa domanda, il presidente di Rete L’Abuso, Francesco Zanardi, tiene a sottolineare alcuni aspetti: «Il nostro Paese, come la Santa sede, ha ratificato la Convenzione Onu per i diritti dell’infanzia, e il solo fatto che lo Stato permetta alle gerarchie ecclesiastiche di attuare indisturbate sul territorio italiano le stesse violazioni contestate alla Santa sede dal Comitato d’inchiesta Onu (v. Left n. 6 del 15 febbraio 2014), equivale non solo ad infrangere quella stessa convenzione, ma anche a rendersi responsabile civile nei confronti dei propri cittadini».

E cosa contesta l’Onu all’istituzione governata da papa Francesco? Questioni niente affatto marginali: di non aver «preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso “sessuale” e per proteggere i bambini», e di «aver adottato politiche e normative che hanno favorito la prosecuzione degli abusi e l’impunità dei responsabili». E ancora. Oltre quanto evidenziato da Caligiuri «lo Stato italiano disattende la Convenzione di Lanzarote per quanto riguarda il cosiddetto certificato antipedofilia», racconta Zanardi. È questo un documento che attesta la pulizia della fedina penale in riferimento a reati di natura “sessuale” che viene richiesto all’atto dell’assunzione a determinate categorie professionali a rischio. Vale a dire a quelle più a contatto con i minori. Diversamente da altri Paesi aderenti, il nostro non ha previsto questo obbligo per una fascia che invece è da sempre particolarmente a rischio, ovvero quella del volontariato “minorile”: allenatori di calcio, istruttori di vario genere, educatori, scout e così via. «Sembra un vuoto normativo creato quasi ad hoc e forse non è un caso, dato che a questa categoria appartengono anche i sacerdoti» osserva Zanardi. E dunque, chiediamo al presidente di Rete L’Abuso, come ha reagito il governo italiano alla vostra diffida? «Ad oggi, non è ancora pervenuta alcuna risposta da parte di nessuno degli uffici chiamati in causa. Malgrado la gravità dei fatti esposti, le istituzioni italiane hanno tacitamente deciso di non intervenire. Malgrado la priorità che dovrebbe avere un’istanza che riguarda i diritti e l’incolumità dei bambini, è come se per lo Stato il problema non esistesse. A questo punto può configurarsi il reato di omissione di atti d’ufficio da parte degli uffici inadempienti». Moderni interpreti di antiche idee e credenze inumane da rifiutare.

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Articolo pubblicato su Left n. 16 del 20 aprile 2018

Carlo Ossola: Il futuro dell’Europa viene dall’arte e dalla conoscenza

Di fronte all’avanzata di partiti populisti, xenofobi ed euroscettici abbiamo pensato di tornare a leggere il Manifesto di Ventotene. Il filologo e critico letterario Carlo Ossola, che si è molto occupato di Europa, consiglia soprattutto di rileggerne la seconda parte. «È indubbio che la seconda parte del Manifesto (“I compiti del dopo guerra – L’unità europea”) sia oggi la più pertinente», dice il docente del Collège de France. «Specialmente là ove pone l’esigenza di una unità sovranazionale (non già articolata quale somma di nazioni)».

Ecco il passaggio cruciale del Manifesto di Rossi e Spinelli che il professore ci invita a rileggere:

«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in Stati nazionali sovrani».

Ma, aggiunge Ossola, oggi di fronte alla «opacità politica di grandi Paesi quali la Cina e la Russia, e agli ondeggiamenti regressivi degli Usa», torna di attualità anche un ulteriore paragrafo del Manifesto, là dove recita: «E quando, superando l’orizzonte del Vecchio continente, si abbracci in una visione di insieme tutti i popoli che costituiscono l’umanità, bisogna pur riconoscere che la federazione europea è l’unica garanzia concepibile che i rapporti con i popoli asiatici e americani possano svolgersi su una base di pacifica cooperazione, in attesa di un più lontano avvenire, in cui diventi possibile l’unità politica dell’intero globo».

L’unità sovranazionale invocata da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi è, oggi più che mai, un affascinante progetto da riprendere e da realizzare. Forse è un’utopia ma tentare di attuarla significa anche criticare radicalmente l’Europa di oggi, che si è diventata una fortezza chiusa ai migranti. Una feroce contraddizione in termini visto che le migrazioni – come ci ricorda Ossola nel suo nuovo libro Vivaio delle comete. Figure di un’Europa a venire (Marsilio) – sono state una straordinaria leva di crescita culturale.

«Gran parte della storia di Roma, che unì il Mediterraneo e l’Europa continentale, il Medio Oriente e il nord Africa, nel millennio della propria storia, è caratterizzata dalla coscienza della mobilità feconda delle popolazioni e degli individui», dice Carlo Ossola a Left. «Erano previsti gradi diversi (socii, foederati, cives, etc.) di partecipazione alla res publica. In essa, precocemente, osserviamo che Seneca era di Cordova (Spagna). Da lì vicino, Ucubi, proveniva anche la famiglia del più raffinato imperatore romano, Marco Aurelio. Nordafricani furono Apuleio, Tertulliano, Agostino, Frontone, e moltissimi altri che hanno fondato il sapere d’Occidente. È illusorio pensare che l’Europa non sia sempre stata plurale».

Così come non si può accettare che l’Europa dei mercati sia l’ultimo orizzonte della storia, come ci vogliono far credere i neoiberisti.

Da parte sua Carlo Ossola insiste molto su una realtà dell’Europa che oggi viene annullata da euroscettici e sovranisti, ovvero che fin dal medioevo il Vecchio continente è stato unito dalle Università e dai clerici vagantes. «Rispetto al passato va osservato anzi che la mobilità sociale è fortemente diminuita in Europa e questo è un pessimo segno», denuncia l’accademico dei Lincei. Che tuttavia avverte: «Il processo di integrazione attraverso il sapere è comunque irreversibile, se si pensa alla lunga durata degli scambi Erasmus, alla validità dei dottorati internazionali bilaterali, ai progetti Erc, a molte istituzioni europee di ricerca, dal Cern all’Università europea di Fiesole».

Se è pur vero, come scrive Ossola, che per lungo tempo furono i francescani e i domenicani a percorrere in lungo e in largo il territorio europeo, dal suo ultimo libro si evince che anche molti autori hanno contribuito a costruire un’Europa profondamente laica. Fin da Plutarco che combatteva le credenze passando poi per Boccaccio, Leonardo da Vinci, Erasmo, Montaigne, Alfieri, Leopardi e oltre. Autori «tutti di una dignità umana più grande dell’uomo stesso, e anelanti tutti alla pace universale», chiosa lo studioso. Un ruolo chiave nella costruzione di una moderna Europa delle lettere ebbe anche Petrarca. Nella nostra conversazione Ossola sottolinea soprattutto l’aspetto universale della sua lezione. «Petrarca è il primo dei moderni – spiega il professore – poiché nel Secretum prende le Confessioni di Agostino e le trasforma in una drammaturgia del sé; l’uomo può parlare del proprio temperamento e destino calandolo nel tempo, in questo tempo sublunare nel quale viviamo, pieno di turbamenti, illusioni, slanci».

Ma c’è anche un altro aspetto da notare: il petrarchismo fu il primo genere poetico in cui si affermò la scrittura femminile. «La sua scrittura volgare, i suoi sonetti, piani, in una lingua tersa e imitabile – dice Ossola- furono il modello di una creazione al femminile che si sviluppò soprattutto nel Cinquecento, pensiamo per esempio a Vittoria Colonna, a Gaspara Stampa, Veronica Franco». Nel Vivaio delle comete la tradizione italiana innerva quella europea intrecciandosi con molte altre. In questa sua variegata biblioteca europea spiccano i nomi di Cervantes, Shakespeare, Leopardi, Dostoevskij, come autori cardine per l’Europa a venire. La nostra memoria collettiva, sottolinea lo studioso, nasce da una stratificazione di voci che hanno avuto un respiro che va ben al di là dei confini nazionali. «Nessun vero classico è puramente “nazionale”. Ad ogni opera di questi “fari”, come li definì Baudelaire, occorre ripetere, con il Rienzi di Wagner, “a tutto il mondo appartenga Roma”, come a tutto il mondo appartiene l’Iliade o l’Odissea, o l’Eneide, o la Divina commedia», dice Ossola. «Insegno a Parigi – aggiunge – e nel giardino prospiciente al Collège de France, c’è una statua di Dante. È l’unica (eretta a fine Ottocento) che non abbia cartiglio di sorta, mentre ne sono munite le statue vicine di Ronsard e di Montaigne. Perché Dante apparteneva e appartiene alla memoria collettiva dell’umanità. In questo le Lettere hanno un valore politico: abituano alla cittadinanza universale».

In un libro recente che è complemento del Vivaio delle comete, e cioè Europa ritrovata, Carlo Ossola ripercorre «in luoghi piccoli, plurali e universali per il loro lascito, questo grande dono d’Europa: la coscienza di un “oltre” che sia più inclusivo del “qui”: dalla Treviri della romana Porta Nigra e di Karl Marx alla Belém dei sogni del “Quinto impero” alla Lisbona del trattato siglato nel 2007 che – nell’opinione del professore – incrementa i principi di una Costituzione europea». L’identità plurale dell’Europa si è espressa attraverso la lettura, ma anche attraverso l’arte.

La gratuità dell’espressione artistica, dunque, è un altro aspetto che caratterizza la storia d’Europa che non è sempre stata legata solo ad una visione economicista incentrata sull’homo oeconomicus?

«Con i loro studi, Lucien Febvre e Henry Kraus hanno mostrato come l’Europa delle cattedrali sia anche il trionfo del simbolico sopra l’economico, del prestigio sopra la convenienza, del monumento sopra l’emolumento», risponde Ossola. «Le città si raccolgono intorno a un valore che “elevi a tenda” (come dirà nel Novecento Paul Celan), un po’ come oggi prosegue la costruzione della Sagrada familia a Barcellona. Da un lato il forum della merce e della parola condivisa, dall’altro il Palazzo della Ragione – di senno e di giustizia -, appaiono come le arcate portanti dell’identità europea: li visitiamo ancora, in essi convergiamo ancora». «Bisogna pensare al futuro dell’Europa in quei termini – esorta Carlo Ossola – anche se ora le nostra città crescono secernendo bidonvilles e ipermercati che le circondano e soffocano. Molto meglio ripensare a un valore comune da rimettere al centro di una vita sociale condivisa!».

Diritti storti. Ius soli e seconde generazioni

A moment of the demonstration to ask for the 'Ius soli', in Rome, 13 October 2017. Ius Soli (meaning "right of the soil"), commonly referred to as birthright citizenship, is the right of anyone born in the territory of a state to nationality or citizenship. ANSA / LUIGI MISTRULLI

Mentalmente il fascismo non è altro che l’esasperazione di un pregiudizio, di cui sono vittime gran parte degli esseri umani: la convinzione che la loro patria, la loro lingua, le loro tradizioni, siano superiori a quelle altrui. Questo diritto, per alcuni, si trasmette via sangue. Il proprio. Valore aggiunto che accomuna individui d’altro canto difficilmente accomunabili. Ecco il gene del popolo eletto inciso a caratteri cubitali sulla copertina del genoma. Il marchio di appartenenza. Quello che divide la crusca dal grano, la contraffazione dall’originale, il vero dal falso; qualcosa che rafforza il senso di identità, che spalanca i cancelli del sacro suolo.

A proposito di Identità. Nel 1970, una maestra di una cittadina statunitense, Jane Elliot, propone ai suoi allievi un esperimento “emozionale”, dal titolo: Cosa si prova ad essere discriminati?

Sembra un gioco, tutto è davvero molto semplice. Consiste nel suddividere gli allievi in due gruppi: Occhi Chiari e Occhi Scuri, e vedere cosa può succedere. Il primo gruppo comincia a ricevere stimoli sempre più positivi; dati scritti sulla lavagna senza alcun tipo di riscontro scientifico, o storico, ma che mettono in risalto come quelli con gli occhi chiari risultino più intelligenti, più puliti, abbiano dei genitori più responsabili, siano meno propensi alla menzogna e all’inganno.

Per fare diventare più evidente la diversità, agli Occhi Scuri viene chiesto di indossare un fazzoletto marrone al collo. Nel giro di poco tempo, “occhi scuri” diventò l’insulto più usato – tanto a scuola quanto in città – nel tentativo di denigrare l’altro (alcuni sostengono si usi ancora da quelle parti). In tanti smisero di parlarsi. Intere famiglie ruppero i rapporti. La città intera si trovò spaccata in due. L’esperimento ebbe fine non appena alle autorità scolastiche arrivarono voci che, uno e l’altro gruppo, si stava armando di sassi e di bastoni per andare a punire gli avversari. In tutto erano passati otto giorni.

La vecchia Europa, che lo ius soli in terre straniere se lo procurò attraverso secoli di conquiste a mano armata e fiumi di sanguinis delle popolazioni primitive, imparò ben presto la lezione. L’unico modo di continuare a governare un mondo che prima o poi avrebbe bussato ai suoi cancelli, era quello di tenerlo diviso. Per questo si inventa ogni giorno – da secoli – dei simpatici fazzoletti da appendere al collo dell’uno o dell’altro.

Uno di questi è precisamente la negazione del diritto (ius) ad essere parte del suolo (soli) dove si è nati. L’altro è l’adozione di un’aberrazione storica intitolata Prime e Seconde Generazioni, per denominare i migranti e i loro discendenti. Attribuendosi il miracolo di trasformare un evento esistenziale (migrare) in un fatto ereditario, esteso anche a chi la migrazione non l’ha mai compiuta, cioè…

L’articolo di Milton Fernández prosegue su Left in edicola dal 17 agosto 2018


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