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Invasioni all’italiana

Northern League senators protest the Italian government's 'ius soli' immigrant children citizenship bill, holding placards reading 'No ius soli', in Rome, Italy, 15 June 2017. The controversial bill grants 'ius soli' ('law of the soil' in Latin) citizenship rights to children born on Italian soil from immigrant parents. ANSA/ GIUSEPPE LAMI

Jorge Nestor Troccoli, nato a Montevideo nel 1947, è stato un ufficiale dei servizi segreti della marina uruguaiana durante l’ultima dittatura (1973-84). In Uruguay, Troccoli è soprannominato «il torturatore» e tra i suoi “colleghi d’arme” è stato tra i primi a riconoscere l’uso della tortura negli interrogatori dei prigionieri, al punto di rivendicarlo anche in un libro autobiografico, arido e agghiacciante. Inseguito dalla giustizia riuscì a lasciare il suo Paese e, mentre in Uruguay molti suoi ex commilitoni sono stati condannati perché riconosciuti responsabili di crimini contro l’umanità (sparizioni forzate, torture e omicidi), dai primi anni Duemila questo signore vive in Italia da uomo libero.

Scampato all’estradizione perché quando fu chiesta  qui da noi, la tortura non era ancora un reato, Troccoli ha anche ottenuto la cittadinanza italiana. Grazie a un bisnonno, Pietro, che da Marina di Camerota emigrò da bambino in Uruguay e che vide l’Italia per l’ultima volta nel 1880. Pietro Troccoli ebbe nove figli e decine di nipoti, nessuno di loro ha messo mai piede nel nostro Paese. Lo stesso vale per il bisnipote Jorge, fino a quando qualcuno non gli ha suggerito la possibilità di ottenere il doppio passaporto grazie allo ius sanguinis. E così è stato. Come ci ricorda Sergio Bontempelli in questa storia di copertina «con le norme esistenti, fondate su uno ius sanguinis molto rigido (è italiano chi discende da parenti italiani), possono prendere la cittadinanza i nipoti e i pronipoti dei nostri emigranti, anche se sono appena arrivati nel nostro Paese».

Esattamente come nel caso di Troccoli (il quale pare ci sia riuscito in tempi più rapidi della media), può accadere «che diventi cittadino chi ha vissuto e vive da sempre all’estero, e non ha nessuna relazione con l’Italia (se non un lontano parente, magari un bisnonno mai conosciuto)». E quanti sono i potenziali beneficiari di questa procedura? Secondo una ricerca coordinata dal professor Mario Savino dell’Università della Tuscia, la stima si aggira intorno a 70 milioni di persone. Più dell’attuale popolazione italiana. Ovviamente non tutti hanno alle spalle un passato come quello di Troccoli ma di questa potenziale “invasione” nessuno parla mai. Si è invece fatto un gran parlare di “invasione” (nei fatti inesistente) quando nell’autunno del 2017, la legge sullo ius soli è stata affossata in Parlamento dallo scarso coraggio del Pd e dal voltafaccia del Movimento 5 stelle che nel 2013 aveva presentato una versione dello ius soli ancora più avanzata di quella che ha contribuito a far naufragare. Negando in questo modo la cittadinanza, e una serie di diritti a essa connessi, a circa 800mila ragazzi che in Italia sono nati, o per lo meno ci sono arrivati in tenera età, e qui sono cresciuti, vivono, studiano, lavorano.

Dopo questa vergognosa pagina della storia politica del nostro Paese, purtroppo, tante altre ne sono state scritte sempre riguardo all’immigrazione, sia prima che dopo l’insediamento del governo giallonero, come abbiamo costantemente denunciato. Ci siamo però resi conto che dopo l’affossamento dello ius soli, questi 800mila ragazze e ragazzi, i loro diritti, le loro storie, le loro battaglie, sono completamente scomparsi dai radar dell’informazione e della politica. Come se non esistessero, come se non fossero mai esistiti.

Anche per bucare questa censura abbiamo deciso di dedicare agli italiani senza cittadinanza la nostra storia di copertina. La dedichiamo in particolare a Marko, la cui storia ci viene raccontata da Eleonora Forenza, eurodeputata Prc nel Gue. Marko non è il vero nome di questo ragazzo che si trova in un Centro di permanenza per i rimpatri ma è quello di un altro ragazzo bosniaco come lui. «Anzi no. Marko non è bosniaco, lo sono solo i suoi genitori» dice Forenza a Checchino Antonini. «Eppure sta sbattuto in un Cpr, a Bari, per essere rimpatriato in una patria che non è la sua, non l’ha mai vista. Parla italiano perfettamente perché qui è nato e cresciuto, ma ha i documenti scaduti».

La storia di Marko si inserisce in quello che Forenza spiega come «il contesto europeo di follia e di criminalità sulle politiche migratorie con una specificità tutta italiana: l’assenza del riconoscimento dello ius soli». Un’assenza che è diventata annullamento dell’identità di una generazione per la quale non più tardi di un anno fa, nel pieno del dibattito sulla legge, anche il mondo degli intellettuali e della cultura si è speso in messaggi di solidarietà e sostegno. Ma che dopo la bocciatura della legge di civiltà è piombato in un inspiegabile e imbarazzante silenzio.

Chi non è rimasto inerte è il deputato di Sinistra italiana nel gruppo Leu Erasmo Palazzotto. Il primo giorno utile della legislatura ha ripresentato la proposta di legge nella versione che fu della campagna L’Italia sono anch’io. «Perché – dice Palazzotto – questa ondata di razzismo non va moderata, bisogna contrapporre un altro modello di società». «E di cultura» rilancia la psichiatra Rossella Carnevali nell’intervista conclusiva. E noi con con loro, continueremo a ribadirlo.

L’editoriale di Federico Tulli è tratto da Left in edicola dal 17 agosto 2018


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Un’invasione che non c’è

Districarsi tra numeri, tabelle e grafici relativi a chi abbandona il nostro Paese per trasferirsi stabilmente all’estero, non è facile. I singoli indicatori che segnalano il flusso di persone in uscita dall’Italia sono parziali. E fanno luce solo su uno spicchio di realtà. Facciamo un esempio. Secondo l’Istat, le cancellazioni all’anagrafe per l’estero nel 2016 sono state circa 114mila. Sempre nello stesso anno, le iscrizioni all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire) per “solo espatrio” sono invece 124mila.

Le due cifre non coincidono e per di più sono sottostimate. Come mai? A spiegarlo ci pensa una ricerca di Marida Cevoli e Rodolfo Ricci (pubblicata all’interno di Le nuove migrazioni italiane, Ediesse). Basandosi sui movimenti migratori dall’Italia alla Germania tra il 2012 e il 2016, hanno scoperto che solo una parte di chi lascia il nostro Paese si reca nel proprio Comune per essere rimosso dal registro anagrafico. Vice versa, l’iscrizione all’anagrafe tedesca risulta conveniente e addirittura indispensabile per lavorare o aprire un conto in banca. Questo esempio spiega in buona parte perché il Centro studi e ricerche Idos ritiene ragionevole la stima di 285mila italiani emigrati nel 2016 (come indichiamo nell’infografica), vale a dire oltre il doppio del calcolo Istat.

Quella di chi saluta il Belpaese è una cifra importanteche, se unita agli altri dati demografici relativi all’Italia, fa cadere alcuni falsi miti.

Primo: quello dell’invasione. Nel 2016, a fronte di quasi 300mila partenze di italiani – principalmente tra i 18 e 34 anni – gli sbarchi di migranti sono stati circa 180mila. E mentre il trend degli espatri non accenna a diminuire, gli arrivi sulle nostre coste sono bruscamente frenati. Fino a toccare il -81% dei primi mesi del 2018 rispetto al 2017. Numeri che dovrebbero far implodere all’istante il terrorismo mediatico alimentato dal governo giallonero sull’immigrazione. Una vera “arma di distrazione di massa”, come scriviamo in copertina.

Secondo: quello dei cervelli in fuga. Solo il 25% di chi parte ha una laurea in tasca, e spesso gli stessi laureati vanno all’estero a fare lavori per cui non hanno studiato. Non solo “cervelli”, è anche una fuga di braccia.

Terzo: quello dell’esodo dal Sud. Le partenze più corpose di italiani si registrano da Lombardia e in Veneto. In parte, certo, si tratta di una “migrazione di rimbalzo”, ossia di studenti e lavoratori del Meridione che hanno vissuto al Nord e poi hanno deciso di proseguire la loro vita altrove. Ma è indubbio che ci sia altro, e che la crisi economica si sia fatta sentire anche nei distretti industriali del Settentrione.

L’articolo è tratto da Left del 27 luglio 2018


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Contro l’intolleranza a colpi di rap genuino

Non c’è alcun dubbio: che piaccia o no, è il rap a detenere lo scettro dell’egemonia culturale musicale tra ragazze e ragazzi che frequentano le scuole italiane, i cosiddetti Millennials e la successiva Generazione Z, dei nati dopo il 2000. Il genere – che sta vivendo un nuovo boom, dopo l’exploit degli anni 90 – maneggia le parole più comuni tra i giovani, quelle da loro avvertite come più proprie, e che meglio risuonano con l’immaginario 2.0, destreggiandosi spesso sull’esile crinale che separa lo spirito di ribellione dall’individualismo menefreghista più spinto.

Proprio la ribellione allo status quo, infatti, è stata la matrice di buona parte della cultura hip hop delle origini, quella dei sobborghi afroamericani e ispanici di New York. «Il rap è la Cnn del ghetto» diceva Chuck D, celebre leader dei Public Enemy, in lotta aperta col mainstream mediatico. Quell’ambiente che, viceversa, viene blandito, in modo più o meno spudorato, da chi ha fiutato il business, e verga rime fatte di nichilismo a buon mercato. Consumiste e becere nel migliore dei casi, misogine e razziste nel peggiore. Ma c’è di più. Persino l’estrema destra, da sempre campionessa indiscussa nell’appropriarsi di culture altrui cambiandole di segno (o meglio, nel provarci, con risultati quasi sempre imbarazzanti) ha iniziato a interessarsi e praticare il rap. Lo chiamano “rap identitario”, parla di difesa del sacro suolo patrio, impero romano, sol invictus, lame verso chi non rispetta i “veri valori”, eccetera. Ma come si è potuti arrivare a questo? E come reagire?

«Semplicemente: non bisogna dare nessuno spazio e nessun tipo di agibilità ai fascisti». Kento, rapper reggino che ama flirtare col blues, da sempre attivista impegnato e scrittore – in libreria con Resistenza Rap (Round Robin Editrice) – non usa mezzi termini.

«I video di certi “nazi rapper” non vanno condivisi, non solo perché sono scarsissimi e hanno un messaggio aberrante, ma anche perché non bisogna concedere loro la dignità di nominarli o di dargli visualizzazioni online. I neofascisti hanno cominciato rivendicando – in modo ridicolo – Rino Gaetano e perfino Che Guevara. Da lì a organizzare delle pseudoserate rap, il passo è breve. Mi chiedo se si siano resi conto delle loro azioni, i politici e i giornalisti che sono andati ospiti a parlare nelle loro sedi, legittimandole».

Già, lo sdoganamento di questa cultura criminale è merito anche della stampa, come abbiamo denunciato più volte nelle nostre pagine. Ma il rap potrebbe mettere un argine all’intolleranza.

«Il rap è il rock dei nostri anni, quindi può fare moltissimo, ma dobbiamo essere più esigenti, sia noi musicisti che gli ascoltatori – spiega Kento -. La scena rap deve prendere coscienza di sé e diventare un movimento, abbandonando l’individualismo, se vuole costruire qualcosa di importante». E sulle origini, sulle radici, prosegue: «Il rap è un “contenitore neutro”, si, ma fino a un certo punto. Perché la verità storica innegabile è che nasce nelle periferie povere e meticce della Grande mela, e quindi dovrebbe rifiutare razzismo e intolleranza già nel suo Dna».

In questa direzione, nella ripresa cioè di queste radici riot, nell’accezione migliore del termine, qualcosa tra i rapper emergenti si sta muovendo.

«Ho grande fiducia nei giovani colleghi – ci confida il rapper di Reggio Calabria – che crescono e maturano con rapidità mostruosa e che giustamente si stanno prendendo lo spazio che meritano. Spazi la cui disponibilità è variabile e non sempre legata a logiche limpide e disinteressate. Ma gli spazi, fisici e metaforici, bisogna prenderseli. E questa è da sempre una prerogativa dell’hip hop: creare arte, opportunità e cultura in luoghi nuovi, dove spesso magari non si percepiva che degrado e povertà».

E per fare in modo che sempre più giovani abbiano questa chance, Kento parte dalle scuole, nelle queli tiene laboratori rap coi bambini. «I progetti vanno alla grande, i ragazzi sono straordinari, ma l’impressione che ho della scuola italiana è un po’ frammentaria: molto spesso ci si deve affidare quasi esclusivamente alla buona volontà e al cuore degli insegnanti, gli stessi che stanno subendo un attacco senza precedenti da parte degli ultimi governi, che hanno sminuito la loro professionalità e il loro ruolo. Ad ogni laboratorio che faccio, tocco con mano queste difficoltà ed aumenta la mia stima (con qualche eccezione, ovvio) nei confronti della loro categoria».

Muruburu – Alessio Mariani nella vita reale -, “cantautorapper” che unisce le sue passioni, narrativa e rap, riuscendo magistralmente a mettere in rima miti e personaggi della letteratura e dell’epica moderna, questa categoria la conosce bene: è lui stesso professore al Liceo Matilde di Canossa di Reggio Emilia. «Insegno storia e filosofia e, anche per far fronte a questa ondata di intolleranza, credo che i programmi di storia dovrebbero essere un po’ aggiornati. Ma è vero, molto possono fare gli insegnanti, e coloro che vogliono possono spingersi un po’ più avanti. Io l’anno scorso in quinta sono riuscito ad arrivare fino a Berlusconi», ci racconta. E il rap, nei confronti della scuola, può divenire il miglior alleato. «È il genere più fruito dagli adolescenti  – prosegue Murubutu – e proprio per questo ha delle responsabilità morali: deve propagandare dei modelli educativi corretti, di tolleranza, di equilibrio e di convivenza pacifica nelle nostre società e nelle nostre periferie, che sono sempre più multietniche. Il fatto stesso che il rap spopoli proprio in questi luoghi meticci, in un certo senso, mi rassicura: è un baluardo concreto contro le sbandate razziste della cultura hip hop».

Per far passare il suo messaggio, il professor Mariani – di cui è da poco uscito il mixtape La penna e il grammofono – ha lavorato molto sulla sua poetica. «Io vengo dal rap antagonista, di protesta, quello nato nei centri sociali, luoghi a me cari, che tuttora frequento e conosco anche grazie ai miei tour. Ma quel tipo di rap, a mio avviso, è limitato dalla retorica “sloganistica” che talvolta lo caratterizza, che rischia di danneggiare il messaggio positivo che vuole portare. La “sloganistica” penso sia una restrizione del pensiero. Io ho fatto in passsato questo tipo di rap e quindi la mia è anche un’autocritica».

Ad attendere con ansia un rinnovamento del linguaggio del rap inteso come musica di denuncia sociale c’è anche Emiliano Rubbi, produttore discografico (tra gli altri, del rapper Piotta), sceneggiatore della allegoria horror Go Home, profondo conoscitore del panorama musicale italiano e non: «Mi aspettavo che con l’elezione di Trump, dagli Stati Uniti sarebbe arrivata una nuova ondata di musica di protesta – spiega Rubbi – perché storicamente funziona così: le tendenze musicali Usa dopo un po’ si ripercuotono a cascata anche da noi. Ora, oltre oceano qualche novità c’è stata, rimanendo in ambito black, penso ad esempio ai testi di Kendrick Lamar. E persino Eminem, non certo noto per fare rap conscious, si è lanciato contro il presidente. Ma da noi ancora nulla: mentre sono all’opera molti rapper virtuosi, per il momento il mainstream continua a scimmiottare il rap gangsta, che non ha nulla di sociale. È un egotrip autoriferito, per così dire, tutto polarizzato sul personaggio che lo fa, che può colpire alcuni giovani, ma dietro non c’è niente di più».

Il problema, forse, è più profondo di quanto possa sembrare. Mancano ancora le parole, per una nuova vera era di rap “battagliero”, che torni a prendersi a cuore il destino delle minoranze.

«Passata la cosiddetta “prima scuola”, quella degli anni 90, delle Posse, il rap italiano ha continuato ad avere alcuni rapper conscious mainstream, penso a Caparezza, ma sono lontani i tempi in cui i 99 Posse andavano in classifica – prosegue il produttore discografico -. E, se scarseggia in generale la musica di protesta, è anche perché il vocabolario tradizionale della sinistra viene considerato dai giovanissimi, principali consumatori del rap, come vecchio, noioso, difficile, respingente, che sa di muffa. La sinistra di oggi è post ideologica, ha rifiutato un certo tipo di ideali, ed è finita con lo scomparire per decenni. Per questo quelle parole d’ordine sono divenute incomprensibili. E poi i ragazzi oggi pensano la politica come una cosa per vecchi, chiusa nei palazzi, inutile: per questo, in un mondo molto modaiolo come quello del rap di oggi, è difficile trovare parole “altre”, sperimentare». Kento e Murubutu, intanto, sono un esempio. E i semi della loro poetica sono sparsi tra i giovani. Qualcosa, prima o poi, dovrà nascere.

L’articolo è stato pubblicato su Left del 16 dicembre 2017


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Piergiorgio Odifreddi: “Laicità” è la parola chiave della democrazia

Il segretario della Lega, Matteo Salvini, pronuncia un giuramento simbolico sul Vangelo dal palco allestito in piazza Duomo, 24 febbraio 2018. ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

«Siamo cittadini di un sistema democratico e palese, o sudditi di un regime totalitario mascherato? Per dare una risposta a questa domanda, di estrema attualità, il matematico Piergiorgio Odifreddi si è messo a tavolino e ha scritto un libro utilizzando gli strumenti che più gli sono congeniali, quelli della logica. Arrivando a quale conclusione? La democrazia non esiste è il titolo del volume appena uscito per Rizzoli (e Critica matematica della ragion politica è il sottotitolo). Per saperne di più abbiamo rivolto a Odifreddi alcune domande.

Cosa c’è che non va nella nostra democrazia?

Spesso ci sono concetti che vengono accostati o confusi con quello di democrazia, questo libro è un tentativo di distinguerli.

Ad esempio?

Si pensa che la democrazia sia il modo più efficace per implementare i diritti. Ma c’è un teorema dimostrato scientificamente da un premio Nobel dell’economia, non da un outsider qualsiasi, Amartya Sen, il quale sostiene che la democrazia e i diritti sono incompatibili tra loro.

Da una parte ci sono i diritti, dall’altra c’è la democrazia?

Esattamente. Bisogna scegliere quale dei due vogliamo avere. L’esempio dell’economia è il più evidente. Sappiamo tutti che la distribuzione della ricchezza nel mondo (e in Italia) è iniqua. L’uno per cento della popolazione ha la stessa ricchezza del rimanente 99%. Se volessimo mettere alla prova democratica questa cosa, che cosa accadrebbe? Che l’esproprio e la redistribuzione della ricchezza posseduta da quell’uno per cento passerebbe con il 99% dei voti.

Perché non succede?

Perché il diritto di proprietà è tra i diritti fondamentali tutelati in quelle realtà che si chiamano democrazie. Alla base c’è la finzione che le due cose vadano d’accordo. Ma i diritti di coloro che sono ricchi, spesso, sono contrari all’interesse della maggioranza della popolazione. E qui penso al presidente Mattarella che nel valutare la lista dei ministri si preoccupa della reazione negativa dei mercati: è la traduzione pratica del teorema di Amartya Sen. Il punto è che se si sceglie in base ai diritti e alle indicazioni della popolazione si è in democrazia, se si guarda allo spread e all’indice di Borsa non si è in democrazia. È molto triste ma è così».

È per questo che nel libro definisce un “fantasma” la nostra democrazia?

Fantasma è qualcosa di evanescente. Se gli elettori scelgono quello che va bene ai poteri forti, va tutto bene. Se provano a cambiare lo status quo ecco che la democrazia diventa una finzione. Serve per far credere che siano gli elettori a decidere.

«L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro», dice l’articolo 1, e per almeno tre volte la Corte costituzionale ha sentenziato che la laicità è un caposaldo dello Stato. Democrazia e laicità sono sinonimi?

Io la metterei così: ci può essere una democrazia compiuta senza laicità? Per me indubbiamente no.

E immettere nella Costituzione di uno Stato – che avrebbe dovuto essere laico – un concordato con la Chiesa cattolica è l’opposto di una visione laica. Peraltro, a proposito di sovranità popolare e di democrazia l’articolo 7 non si può abrogare nemmeno tramite referendum. Può sembrare paradossale ma nella storia dell’Unità d’Italia, c’è stata più laicità prima della Costituzione repubblicana che con essa. Dopo il 1861 e per circa 50 anni ci sono stati dei governi non solo laici ma addirittura anticlericali. Con un conservatore come Crispi che arrivò allo scontro con il papa pur di erigere la statua di Giordano Bruno a Roma in piazza campo de’ Fiori ,dove era stato messo al rogo. Oggi sarebbe impensabile. E non solo per i 50 anni di Dc.

A chi si riferisce?

Oggi la nostra società è quasi papista. Pensiamo a un giornale come Repubblica che è stato laico per tanti anni e adesso assomiglia a un organo ufficiale della Santa sede. Questo è l’ambiente culturale in cui viene interpretata la laicità nel nostro Paese. Vien da sé, così, un appiattimento nei confronti della Chiesa e un’esaltazione di questo papa, che in fondo è anche lui come Salvini un populista, conservatore di destra.

Eppure Bergoglio viene additato come ispiratore da molti progressisti nostrani.

È un’ulteriore prova che la laicità in Italia vada assolutamente riscoperta. Penso però che gran parte della popolazione non sia d’accordo. E qui c’è un paradosso molto italiano: in chiesa ci va solo una minoranza. Ma quando c’è in ballo la contrapposizione o quanto meno la non acquiescenza al potere ecclesiastico quella minoranza si trasforma stranamente in una maggioranza. Ricordiamoci cosa è successo con la legge 40 e il referendum del 2005. L’Italia era spaccata in due in maniera singolare: da una parte, per l’abrogazione, la comunità scientifica con in testa due premi Nobel, Dulbecco e Montalcini, e dall’altra Ratzinger e Ruini. In una democrazia cose del genere non dovrebbero mai accadere. La popolazione dovrebbe respingere al mittente queste intromissioni ecclesiastiche nella vita pubblica e nelle leggi dello Stato invece non lo fa. Nemmeno quando ancora oggi dopo 40 anni si mette in discussione la legge sull’aborto.

Il motto del risorgimento era “Libera chiesa in libero Stato”…

La democrazia imporrebbe che la Chiesa fosse libera, ma non che fosse finanziata dallo Stato. E invece c’è l’ottopermille, ci sono decine di migliaia di insegnanti di religione nella scuola pubblica. La laicità sia parte integrante della democrazia ma il fatto che non ci sia in Italia è l’ulteriore dimostrazione che, come diceva di Rodotà, la nostra è una democrazia di facciata. Sembra che ci sia ma non c’è. Non solo perché le decisioni che ricadono sulla nostra vita quotidiana sono prese dagli speculatori e dai cosiddetti ‘poteri forti’ dell’economia e della finanza. Ma anche per la carenza di laicità.

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Intervista pubblicata su Left n. 22 del 1 giugno 2018

Viene prima la scienza della politica, ma prevenzione e manutenzione pur essendo essenziali non portano voti

A general view of a highway bridge collapsed in Genoa, Italy, 14 August 2018. A large section of the Morandi viaduct upon which the A10 motorway runs collapsed in Genoa on early 14 August. Several people have died, rescue sources said, as both sides of the highway fell. The viaduct gave way amid torrential rain. ANSA/LUCA ZENNARO

Scriviamo a caldo della tragedia immensa del crollo del viadotto sul Polcevera a Genova progettato dall’ingegner Riccardo Morandi. Tutti conosciamo l’entità della tragedia. Forse non tutti sanno che ormai gran parte del nostro patrimonio autostradale corre lo stesso rischio. Il cemento armato anche se realizzato a regola d’arte, anche se non avvengono episodi drammatici e inaspettati (una nave andò a sbattere anni fa su un altro viadotto di Morandi in Venezuela facendone crollare tre enormi campate), anche se non arriva l’esplosione di un Tir di combustile che lo fa squagliare come successo a Bologna l’altro giorno, insomma anche senza nessun evento eccezionale (terremoti, maremoti, alluvioni, eccetera) siccome sono ormai passati più di cinquanta anni i nostri ponti e viadotti sono a rischio crollo. È successo e succederà ancora ed ancora. Chiaro? Siamo ormai nella fascia di rischio. Il calcestruzzo si sgretola, i tondini di ferro si ossidano, i sistemi di precompressione (la tecnica messa in atto a Genova) perdono di potenza. Si immagini poi se vi è anche scarsa o nulla manutenzione. Un canale di uscita dell’acqua ostruito per anni determina infiltrazioni, immaginate che succede nel tempo. Oppure la vegetazione si infiltra tra gli impalcati e poi?

A questo punto uno si domanda ma come mai interpellanze, pressioni, azioni, perizie e contro perizie (per esempio il viadotto della Magliana a Roma è veramente a rischio crollo da un momento o all’altro) non determina azioni concrete e soprattutto che c’entrano mai i vaccini? Ecco vedete sono assolutamente fenomeni identici.

Nel nostro Paese la manutenzione non si fa “di norma” (vorrei dire di default) come dovrebbe avvenire normalmente. Cioè non si mantengono le strutture come sistema ovvio e soprattutto “indipendente” dalle scelte e dalle amministrazioni politiche. No! La politica in Italia ha allungato la sua mano anche su queste pratiche che non dovrebbero assolutamente entrare nella sua sfera competenza. Sono pratiche “ovvie” di buon senso amministrativo, gestionale. Pulire una casa, mantenerla in ordine, riparare una lampadina, portare la spazzatura nei bidoni mica ha bisogno di una discussione generale: sono cose che si fanno e basta!

E invece no. In Italia è la politica che decide della manutenzione! Ma ecco il punto: come tutti sanno e misurano quotidianamente la manutenzione non rende nulla alla politica. Tutto il contrario. Che vantaggio ha il politico di turno a iniettare resine, a sostituire le parti ammalorate, a inserire sensori per capire come va giornalmente la situazione nel cemento armato, a pulire da erbacce gli scoli per evitare infiltrazioni che negli anni porteranno a catastrofici crolli. Non ha alcuno vantaggio elettorale. Quindi tende a non farlo.. semplicissimo anche perché sempre più spesso il personale tecnico è ridotto all’osso, demotivato, depotenziato tecnologicamente, a volte addirittura corrotto o asservito alla politica.

Il personale politico invece, e scusatemi la brutalità, ha la tendenza fare un sopralluogo dove è crollato un viadotto e a promettere che lo rifarà e magari ad inaugurarlo, cosi si incassano consensi.

La tragedia paga la manutenzione no. Se posso decidere, tenderò a non fare manutenzione.

E i vaccini che c’entrano? Siamo in un Paese in cui la politica vuole entrare e lucrare in tutto. Anche in una cosa cosi ovvia e palese come la situazione sanitaria. Ci sono i politici che vogliono dire la loro anche su quando e come vaccinare. Come se non esistesse un dibattito scientifico e medico che consiglia o ordina, come in questo caso, quello che si deve fare.

Insomma la assenza di manutenzione (con crolli e tragedie molte delle quali assolutamente evitabili) e le assurdità sui vaccini sono due aspetti dello stesso degrado. Vi è un palese conflitto di interessi: la politica deve stare fuori da alcune aree, se vi entra è la fine. E ahimè è difficile non pensare che ci stiamo velocemente avvicinando.

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Antonino Saggio è architetto e urbanista, docente di Progettazione architettonica e urbana all’università La Sapienza di Roma. Qui alcuni suoi lavori su Morandi l’autore del progetto del viadotto autostradale di Genova

Francesca Fagioli: I ragazzi di oggi, una generazione matura

«Prima ancora degli psichiatri, sono gli artisti e i poeti che ci raccontano di quel mondo misterioso che è l’adolescenza. Un mondo pieno di turbamenti, di conflitti, di sogni e progetti ma anche di solitudine e tristezza» scrive la psichiatra Francesca Fagioli, dopo aver citato un brano di Bel-ami di Guy de Maupassant, in un suo articolo sulla rivista scientifica Il sogno della farfalla. A lei che è dirigente medico al servizio di Prevenzione e intervento precoce salute mentale della Asl Roma 1, ci siamo rivolti per provare a far emergere alcune delle mille sfumature che riguardano questa fondamentale tappa della nostra vita, troppo spesso giudicata attraverso una lente deformata dai luoghi comuni.

Cos’è l’adolescenza?

L’adolescenza è il tempo in cui si devono comporre come in un puzzle tutte le sensazioni, emozioni, affetti, immagini che ci portiamo dentro dai nostri primi giorni, mesi, anni di vita. E l’adolescente tante volte non sa darsi un tempo. È come se, il tempo della nostra vita che inizia alla nascita, in adolescenza si fermasse e si allungasse allo stesso momento. Il mondo indefinito di luci e ombre del neonato, che nel primo anno di vita non ha ancora la visione nitida delle cose, riemerge nell’adolescenza, in particolare in quella incertezza che l’adolescente ha nella ricerca di un altro da sé. Per cui l’identità che prima di tutto è da cercare e consolidare è quella sessuale. Ma essere atti alla sessualità con la pubertà non significa un immediato passaggio all’atto. Ognuno ha bisogno di un suo tempo, per poter cimentare la propria identità in un rapporto con un essere umano che è assolutamente uguale a se stessi ma è completamente diverso, ossia nel rapporto uomo donna. Per cui la sessualità diventa rapporto interumano, ricerca, realtà umana che deve portare con un sentire del corpo a costruire un’identità non a distruggerla.

Nel linguaggio comune si parla di crisi adolescenziale come di un fatto normale a cui tutti vanno incontro in questa delicata fase di cambiamento. Cosa distingue una crisi “fisiologica” da una che fisiologica non è?

L’adolescenza è crisi per definizione. Una crisi assolutamente fisiologica perché avviene in un periodo particolare di passaggio dall’essere bambino al diventare adulto. Questo tempo può essere lungo, mutevole, diverso da individuo a individuo e anche da cultura a cultura. Ed è un cambiamento che coinvolge tutta l’identità dell’adolescente nei suoi affetti, nel sociale, da un punto di vista neuronale di sviluppo, cognitivo, giuridico. In particolare, appunto, nell’ambito della sessualità.

Perché deve esserci una crisi?

Per lo più è dovuto a un fatto biologico. In adolescenza deve emergere e svilupparsi quella identità umana che si forma alla nascita e che comprende una realtà anatomofisiologica del corpo che alla pubertà – il primo periodo dell’adolescenza – porta alla formazione dei caratteri sessuali secondari, un cambiamento che imprime al corpo una sorta di esplosione. Tuttavia l’identità comprende anche la realtà mentale. Il suo sviluppo non è visibile come quello del corpo però dovrebbe andare di pari passo a quello corporeo, in una fusione e non in una frattura con il corpo stesso.

Cosa succede in caso di “frattura”?

Sta qui la differenza tra crisi fisiologica e non. Non è fisiologica quando la mente si scinde dal corpo e può diventare addirittura violenta contro la propria realtà biologica. In tal caso, quella che è una irrequietezza assolutamente sana dell’adolescente che cerca un sapere, una conoscenza, diventa agitazione, diventa panico. L’essere un po’ introverso, silenzioso, diventa una solitudine, un vuoto mentale che impedisce di concentrarsi. Se la mente si ammala, il pensiero diventa qualcosa di potenzialmente pericoloso per se stessi. D’altro canto forse il caso peggiore è quando la crisi non c’è proprio. C’è chi sta bene pur essendo in crisi (appunto quella fisiologica), ma a volte lo “star bene” è la punta di un iceberg. Sotto un apparente distacco, freddezza, noncuranza, c’è un ghiaccio molto più profondo che si lega al termine anaffettività. Allora lo psichiatra deve saper distinguere in questo turbinio di situazioni diverse quella che è una crisi fisiologica da quella che non lo è.

I media spesso si occupano degli adolescenti solo quando alcuni di loro si trovano al centro di vicende di cronaca nera, finendo per restituire la fotografia di un mondo pieno di problemi, per lo più gravi, da tenere a bada. Come se a 15-16 anni i ragazzi fossero tutti potenziali delinquenti. Si tratta secondo noi di una visione del tutto alterata della realtà adolescenziale. È d’accordo?

Assolutamente sì. Basta pensare alla storia. L’irrequietezza giovanile, la ricerca di una conoscenza, un sapere che ha potenzialmente in sé qualcosa di forte, c’è sin dai tempi dei clerici vagantes. Io penso che si debba restituire ai giovani l’immagine di essere loro stessi una novità, di avere una possibilità di cambiamento, uscendo dai luoghi comuni che ne fanno solo dei delinquenti e dei drogati. Certo ce ne sono. Sono però una minoranza, non quello che si crede. Ed è una minoranza che ha un malessere psicologico.

C’è chi punta il dito contro l’educazione che ricevono.

Io penso che un giovane non debba essere educato ad avere un comportamento adeguato. Questo deve essere qualcosa che gli viene da dentro e che lo porta spontaneamente a muoversi in un certo modo nelle relazioni interumane, nel sociale e nei rapporti con i pari in particolare. Se non accade allora dobbiamo avere il coraggio di dire che c’è un malessere, che c’è una malattia mentale. Non è che ci si sveglia una mattina e improvvisamente si decide di fare il bullo con i compagni, oppure di fare branco e violentare una ragazzina, o di mettersi a tirare sassi dal cavalcavia “per noia”. Si deve avere il coraggio di dire che queste cose sono patologie mentali che riguardano una minoranza dei giovani.

Sappiamo che la psichiatria in generale ha diversi orientamenti. Anche quando si occupa di adolescenza?

La psichiatria oggi si dibatte senza trovare soluzione tra coloro che ritengono che la malattia mentale sia un fatto biologico e quindi più o meno genetico, e coloro che invece pensano che sia determinata dalle condizioni sociali e ambientali, facendone una questione quasi esclusivamente politica. Noi, basandoci sulla Teoria della nascita dello psichiatra Massimo Fagioli, sappiamo, ed è fondamentale, che il neonato sin dalla nascita ha un’identità precisa, ha un’identità “sapiente” e si relaziona all’ambiente con delle caratteristiche sue proprie. Quello che noi chiamiamo pensiero, il pensiero senza coscienza che emerge alla nascita, si forma dalla realtà biologica per una reazione mentale del neonato nei confronti del mondo non umano.

E la sapienza?

La sapienza che si ha nel primo anno di vita è un pensiero per immagini senza parola. Il vagito del neonato è quello che poi diventerà linguaggio articolato. Quindi la mente del neonato è certamente diversa da quella razionale dell’adulto. Ma questo pensiero poi cresce, si nutre e si sviluppa, attraverso le diverse tappe della vita – l’allattamento, lo svezzamento, visione dell’essere umano diverso e appunto la pubertà. La chiave di tutto è qui. Più precisamente, nella qualità di questi rapporti, fatti non solo di un benessere fisico e materiale. E ancora più, è nella qualità delle separazioni dai vari rapporti che lasciano dentro di noi una memoria dell’esperienza che abbiamo vissuto. Una memoria che non è il ricordo cosciente delle cose e che si svilupperà poi nella realtà mentale dell’adolescente.

Quanto e perché è importante intervenire in tempo con una diagnosi precoce?

Questa teoria forte ci permette di seguire e di capire quando, come, perché e in che modo il processo di sviluppo eventualmente si blocca. Sappiamo che le patologie psichiatriche emergono in adolescenza, è difficile e più raro trovarne nel bambino. Quanto prima noi riusciamo a individuare e affrontare la malattia mentale, quindi a fare diagnosi precoce, tanto più c’è possibilità di intervenire e di fare una cura, una psicoterapia per tendere alla guarigione. In adolescenza si può tentare il tutto per tutto, cosa che su un individuo adulto è molto più difficile.

Uno studio britannico ha rilevato che in Europa tra i giovani dai 16 anni in su c’è un crescente disinteresse per la religione. In che modo può incidere sulla crescita di una ragazzo un’educazione religiosa o vivere in un ambiente culturale intriso di credenze religiose?

Questo penso che sia un altro grande segno che i giovani sono molto più avanti di quello che pensiamo. Sono molto più maturi delle generazioni precedenti. E quindi sembrano rifiutare i concetti che ha la religione, il mondo delle superstizioni che ha la religione e che tanto, ancora oggi, contribuiscono ai conflitti, al terrorismo alle guerre. Questi dati sono prove inequivocabili di questa intelligenza giovanile. Sappiamo bene che tutta la nostra società si è sempre retta sulle due gambe terribili che sono la religione e la ragione. Pensiamo ad Ifigenia. Una ragazzina adolescente che deve morire per far partire le navi che faranno vincere la guerra dell’Occidente contro l’Oriente. Quindi una ragione che si sposa inevitabilmente con la religione e sacrifica l’irrazionale, adolescente e guarda caso femminile.

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Intervista pubblicata su Left n. 14 del 6 aprile 2018

I minori invisibili e quei segnali da cogliere

TOPSHOT - Syrian children run in the street in the rebel-held town of Douma, on the eastern outskirts of the capital Damascus on September 25, 2016. / AFP / Abd Doumany (Photo credit should read ABD DOUMANY/AFP/Getty Images)

Filomena Albano li chiama “invisibili”. Sono quegli adolescenti «più fragili e vulnerabili» che per l’Autorità garante per l’infanzia e adolescenza (Agia) «presentano forme di disturbo psichiatrico di cui troppo poco si parla e che vengono scarsamente intercettati». Per la prima volta, l’organo monocratico istituito nel 2011 per attuare la Convenzione Onu sui diritti del fanciullo ha deciso di occuparsi della salute mentale degli adolescenti, perché «non c’è salute senza salute mentale». Un gruppo di lavoro della Consulta nazionale dell’Agia ha realizzato il documento La salute mentale degli adolescenti presentato a metà marzo. Ne parliamo con Filomena Albano, il magistrato che nel 2016 è stato nominato titolare dell’Agia. Quali sono i problemi più urgenti emersi dallo studio? «Le diagnosi tardive e la difficoltà nel distinguere quello che è il disagio psichico dell’adolescenza, che in una certa qual misura è fisiologico, dal vero e proprio disturbo patologico». È un mondo sconosciuto, continua il Garante. Non esiste un monitoraggio nazionale, né tantomeno esistono dati quantitativi del fenomeno. «Questa è la prima criticità che abbiamo evidenziato. Ma solo con la conoscenza del fenomeno si può intervenire». Il gruppo di lavoro si è concentrato su 8 città: Bassano del Grappa, Bergamo, Bologna, Ferrara, Milano, Padova, Palermo e Roma. Aree molto diverse del territorio nazionale quanto a organizzazione sanitaria, sociale e scolastica ma che mostrano un dato omogeneo. «I ragazzi più vulnerabili sono purtroppo gli adolescenti adottati, quelli finiti nel circuito penale, giovanissimi autori di reato, i figli al centro di fortissimi dissidi familiari e i minori stranieri non accompagnati, per i quali – sottolinea Albano con amarezza – il viaggio già di per sé può rappresentare una concausa grave delle loro condizioni di salute mentale».
E se a Bologna gli operatori sottolineano la necessità di instaurare un rapporto più continuo con la scuola intesa «come interlocutore unitario», al di là delle singole esperienze virtuose, e a Milano ci si lamenta dell’assenza di “luoghi di parola” per gli adolescenti, mentre a Roma si richiede più continuità nei percorsi psicoterapeutici nella sanità pubblica, ovunque vengono evidenziate gravi lacune, come riporta il documento. Una di queste, spiega Albano, è «l’insufficienza dei posti letto nei reparti di neuropsichiatria infantile». Spesso gli adolescenti finiscono nei reparti per adulti, «ma questo è impensabile, può provocare danni ulteriori», denuncia il Garante. Le cifre però parlano chiaro: su tutto il territorio nazionale i posti letto di ricovero ordinario di neuropsichiatria infantile sono 336 rispetto ai 5mila della pediatria e ai 5mila della psichiatria. «Solo un’esigua parte dei ricoveri di adolescenti con acuzie psichiatrica avviene in un reparto di neuropsichiatria infantile», si legge nello studio dell’Agia. Secondo la Sinpia (Società italiana di neuropsichiatria infantile) solo un minore su due riesce ad avere una diagnosi nei servizi territoriali, solo due su tre un trattamento terapeutico riabilitativo e solo uno su dieci riesce ad «effettuare il passaggio a un servizio per l’età adulta».
Il problema sta anche, e soprattutto, a monte, nella prevenzione. «I segnali che mandano i ragazzi, se letti tempestivamente, possono far scattare interventi precoci. Ma quello che manca – e questa è un’altra criticità – è la comunicazione tra i soggetti territoriali: le Asl, la scuola, le comunità, le case famiglia, l’autorità giudiziaria, i servizi sociali». Se per esempio non funziona il collegamento tra la scuola, dove si possono cogliere i primi segni di disagio, e i servizi sociosanitari, il rischio è quello di una diagnosi tardiva e quindi di una cura inefficace. Quando poi la diagnosi viene effettuata, può verificarsi, continua Albano, la mancanza «di una tempestiva presa in carico del soggetto». E così pure risulta carente il collegamento tra l’ambito residenziale e quello territoriale: che ne è di un adolescente, ricoverato in fase acuta in una struttura, una volta dimesso? «Non deve ricominciare da capo, deve essere garantita la continuità terapeutica, in modo che la storia del ragazzo venga letta dall’inizio alla fine», sostiene con forza il Garante che ricorda la solitudine delle famiglie che non sono in rete né con i servizi sociali né con quelli sanitari.
Il documento presenta al governo e alle istituzioni, raccomandazioni, cioè linee guida, atti di soft law. È un primo passo, in attesa di avere «strumenti più incisivi nei confronti degli interlocutori», si augura Filomena Albano. Dal documento intanto emerge un’assenza preoccupante: quella degli adulti. Questo vuoto da cosa dipende? È perché ci si accorge adesso dei diritti dei minori o perché è in atto una crisi più generale degli adulti? Bisogna mutare completamente prospettiva nei confronti di coloro che il Garante preferisce chiamare «persone di minore età» piuttosto che minori. «Prima venivano considerati oggetto di protezione. Con la Convenzione Onu si è ribaltato tutto. Sono soggetti di diritto e questo presuppone un cambiamento radicale: gli adulti non possono più considerare i figli come un’appendice di se stessi. Lo sanno bene le coppie che adottano. I figli sono persone con la loro storia, ma questo, ripeto, richiede una maturazione culturale profonda». Un cambiamento, in questo senso, riguarda i minori stranieri non accompagnati. La legge 47/2017 ha introdotto la figura dei tutori sociali, semplici cittadini “microgaranti” dei ragazzi con i quali instaurano una relazione. Quattromila domande arrivate, corsi di formazione attivati e Tribunali per i minorenni che adesso devono nominare i tutori. «Sono volontari che possono intercettare preventivamente i problemi dei minori stranieri – conclude il Garante -, è un modello di cittadinanza attiva che è una speranza».

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Articolo pubblicato su Left n.14 del 6 aprile 2018

Il pittore che ha sconfitto i Khmer rossi

Angkor wat

Phnom Penh, 2008. Nell’aula di tribunale dove venivano processati sei fra i più sanguinari capi dei Khmer rossi, un vetro separava i carnefici dalle vittime. Quella esile «barriera era come una finestra panoramica in un acquario da incubo: da un lato gli accusati e i membri della corte, dall’altro i familiari delle persone massacrate trent’anni prima nell’indifferenza più generale» scrive Lawrence Osborne nella prefazione de Il pittore dei khmer rossi (Add editore) di Vann Nath, uno dei sette superstiti del campo di sterminio Tuol Sleng, il famigerato S-21. 

In questo coraggioso e sofferto memoir racconta i lunghi anni di oppressione e di torture a cui Nath fu sottoposto senza che fossero formulate nei suoi confronti precise accuse, senza processo, solo per il crudele volere dei Khmer rossi, non paghi di averlo sottratto agli affetti e al suo lavoro di pittore e – insieme a molti altri – di averlo fatto quasi morire di stenti in campi di lavoro. Erano pianificati dall’Angkar, l’onnipotente e onnipresente organizzazione Khmer capeggiata da Pol Pot che, sulla strada della costruzione dell’“uomo nuovo”, fra il 1975 e il 1979, mandò a morte quasi due milioni di persone, derubricate come «ostacoli» alla rivoluzione, e «sterminate perché non erano proletari abbastanza umili», dice lo scrittore e giornalista inglese Lawrence Osborne a Left. 

«Risparmiarvi non serve a niente, uccidervi non costa niente», sentenziava l’Angkar. A futura memoria Osborne ha voluto che campeggiasse come esergo del suo affascinante Cacciatori nel buio (Adelphi) che dopo Pordenonelegge lo ha riportato in Italia, e in particolare a Firenze, per il Festival degli scrittori-Premio Von Rezzori (2-4 maggio). In questo suo primo romanzo pubblicato in Italia (dopo il successo del libro reportage Bangkok) racconta di un giovane inglese, insegnante senza ambizioni, all’apparenza un uomo senza qualità che lascia una grigia vita quotidiana nel Sussex per viaggiare nel Sud est asiatico, in cerca di una vita parallela, dell’incontro con l’ignoto, forse inconsciamente di una donna per riuscire a lasciarsi andare alla bellezza dell’irrazionale. Nel suo peregrinare da emigrante in cerca di fortuna fra alterne vicende, approderà proprio in quella Battambang carica di fantasmi del passato, dove Nath aveva vissuto per molti anni facendo il pittore prima che la cittadina diventasse teatro di rastrellamenti e fosse evacuata dai Khmer rossi. I suoi quadri che raffigurano carceri disumane e scene di tortura entrarono, come testimonianza e denuncia, nel processo al criminale Duch, il professore di matematica che, salito ai vertici del regime, torturò e uccise almeno 17mila persone nel centro di detenzione S-21. 

Nella prefazione all’importante libro testimonianza che Vann Nath ci ha lasciato, Osborne ricorda anche i lunghi incontri con il pittore che lo ospitava al piano di sopra del suo modesto ristorante per raccontargli di quella indicibile tragedia. Dopo il colpo di Stato di Lon Nol nel 1970, dopo la guerra del Vietnam e i bombardamenti a tappeto di Nixon si fece strada in Cambogia una banda para militare guidata da Pol Pot disposta a sterminare un terzo dei suoi concittadini per costruire un’astratta nuova Cambogia comunista. La paranoia della cospirazione anti rivoluzionaria dominava sovrana e muoveva la macchina di sterminio in stile nazista. Assassini in divisa nera e sadici carcerieri, questi erano i Khmer rossi. Fra loro anche molti ragazzini di12, 13 anni armati di fruste elettriche, mitragliatrici e mannaie, perché i proiettili costavano troppo. Bambini soldato a cui era stato fatto il lavaggio del cervello, denuncia Vann Nath in questa sua coraggiosa testimonianza, tanto più forte e toccante, per il tono semplice, diretto e profondo, che lascia intravedere una straordinaria resistenza e umanità. 

Alcune foto pubblicate nel libro ci mostrano Vann Nath nel 1980 insieme agli altri sei sopravvissuti della prigione S-21. Poi lo rivediamo nel 2008 quando testimoniò al processo e infine, silenziosamente commosso, con in mano il verdetto della condanna di Duch. 

Inviato dalla rivista Vogue, Osborne seguì per tre mesi quel processo al comandante khmer, accusato di genocidio. Lì conobbe la dolorosa storia di Vann Nath, che era stato risparmiato perché in grado di dipingere efficaci ritratti di Pol Pot. Quando Duch gli mostrò la fotografia del capo supremo dei Khmer rossi, il pittore non sapeva nemmeno chi fosse quell’uomo dallo strano sorriso. Comprese presto che si trattava di uno degli agghiaccianti deus ex machina del genocidio e che la sua sopravvivenza era appesa alla sua abilità di ritrattista. 

«Durante i tre anni, otto mesi e 20 giorni in cui furono al potere i Khmer rossi dichiararono 2mila cambogiani nemici dello Stato e li giustiziarono. Altre centinaia di migliaia morirono per eccesso di lavoro, di malattia o inedia. Si stima che il bilancio totale sia tra un milione e mezzo e tre milioni di vittime. Anche se questa tragedia risalente agli anni 70 è un fatto ormai lontano nel tempo, i ricordi sono vivi nella mia mente. Ancora oggi quando visito Tuol Sleng, vengo sopraffatto da questo passato doloroso», scriveva nel 1998 ad incipit de Il pittore dei Khmer rossi. Anche se Duch fu condannato, giustizia in Cambogia non è stata ancora fatta. «La democrazia nel Paese è una farsa. Chi ha soldi e amicizie altolocate gode di assoluta impunità», denuncia l’ex cooperante, giornalista e scrittore Peter Fröberg Idling, (Il sorriso di Pol Pot, Iperborea). I manuali di storia nelle scuole offrono versioni edulcorate del passato. Scrivere libri o girare film che contribuiscano a fare luce sul passato e sul presente è una vera impresa. Ci è riuscito con grande impegno Rithy Panh, regista cambogiano che vive in esilio in Francia e autore di importanti libri inchiesta come L’eliminazione (Feltrinelli, 2011) e La macchina di morte dei Khmer rossi (ObarraO) testo dell’omonimo docufilm uscito nel 2003. 

«Rithy Panh ha potuto fare un documentario, ma non gli hanno permesso di fare un film di larga circolazione. Riesci a farlo solo se hai tanti soldi come Angiolina Jolie», chiosa Osborne alludendo al film Per primo hanno ucciso mio padre che l’attrice e regista ha tratto dal libro della sopravvissuta cambogiana Loung Ung pubblicato in Italia da Piemme. In questo annoso quadro di potere corrotto e autoritario e di mancato ricambio di uomini al comando nelle istituzioni, il processo a Duch ha comunque inserito una discontinuità, è stato un passo importante per tentare di ricostruire la fiducia della gente nella giustizia, per avviare un processo di elaborazione collettiva prima che sia troppo tardi. «Il rischio è grande: la Cambogia ha vissuto un periodo di relativa ripresa economica, i giovani che allora non erano ancora nati non sanno niente, manca poco al black out, alla cancellazione totale della memoria». Un annullamento che renderebbe impossibile qualunque elaborazione collettiva per la costruzione di un futuro democratico. Non è un caso se anche per il 29 luglio si annuncino elezioni farsa. Ma c’è chi si oppone. Come il leader del maggior partito di opposizione Sam Rainsy che continua a lottare dall’esilio. Mentre scrittori e artisti come Osborne, Idling, Panh continuano a sollevare domande sulle radici che portarono Pol Pot e altri a progettare lucidamente quell’agghiacciante genocidio. «Pol Pot andò all’università in Francia. Era un fanatico della rivoluzione francese», fa notare Osborne. A Parigi, inoltre entrò in contatto con molti intellettuali di primo piano negli anni Cinquanta e con i comunisti francesi più vicini allo stalinismo diventando un nazionalista granitico. Anche se non basta certo a spiegare l’immane tragedia cambogiana offre una chiave di lettura per leggere più in profondità la sua biografia, per tentare di capire come il timido Sar diventò il feroce Pol Pot.

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Articolo pubblicato su Left n. 18 del 4 maggio 2018

La guerra mondiale della Lega

Un momento dell'intervento del ministro dell'Interno Matteo Salvini in occasione della festa della Lega Nord a Cervia (Ravenna), 4 agosto 2018. ANSA/PASQUALE BOVE

«Quante storie per un uovo in faccia» ha detto Beppe Grillo, dopo che giornali e tg lo avevano annoiato ripetendo la notizia, e la fotografia con l’occhio bendato, di una ragazza italiana di ventidue anni, campione internazionale di atletica, che, mentre camminava da sola, di notte, è stata colpita deliberatamente (ipotesi poi smentita dalle indagini) a un occhio, con schegge nella cornea, da un uovo lanciato con buona mira da un’auto in corsa. Forse la noia di Grillo era per il fatto che la giovanissima campionessa italiana ferita è italiana ma nera, padre e madre nigeriani italiani, e la persuasione detta subito da Daisy Osakue è di essere stata vittima di un gesto razzista. Non sto dicendo che Grillo è razzista. Non gli importa niente e non ha mai detto una sola parola sull’argomento, che interessa poco anche il suo datore di lavoro Casaleggio, titolare di una seria ditta rappresentante di non si sa che cosa, ma molto profetico. Lo infastidisce che qualcuno punti l’attenzione sull’ondata di razzismo (forse una pura catena di coincidenze fra eroi del cambiamento e balordi da strada) provocata all’improvviso da Torino ad Aprilia, da Catania al ferimento grave alla schiena della bambina rom, di 14 mesi. E tutto ciò a cominciare dalla presa del potere del suo governo. Lo infastidisce che in tanti vedano così chiaro il rapporto fra il linguaggio e anche i sentimenti divulgati del nuovo governo del cambiamento, e un improvviso moltiplicarsi della voglia di colpire, far male, ferire e offendere, purché si tratti di neri.
Però, mentre tutti hanno visto il volto ferito e medicato di Daisy, la “negra” ventenne di Moncalieri che vince con la bandiera dell’Italia le gare di atletica nel mondo, molti ricorderanno la frase meno nobile che si sia ascoltata da anni in Italia: «Quante storie per un uovo in faccia».
Ma raccontiamo tutta questa vicenda da capo, come ho provato a fare nel mio libro Clandestino
(La Nave di Teseo) dedicato alle copiose falsità sui migranti. Ho scritto sulla copertina “la caccia è aperta”. È quel che sta accadendo. Come tutti coloro che propongono guerra, questo strano e misterioso governo italiano presieduto da un prestanome di bell’aspetto, (e il solo con buone maniere della compagnia), usa un linguaggio che contiene una parte molto grande di disprezzo per qualunque avversario. Questo fatto suscita l’ammirazione rumorosa di alcuni, nel silenzio prudente di tanti. E ha provocato l’attenzione di chi non credeva che si potesse condurre un’azione di governo usando quasi solo insulti. Risveglia fra i suoi ammiratori il senso di libertà del poter esprimere liberamente parole e giudizi anche pesanti, senza pensarci due volte (“torna a casa tua, sporco negro”, “Ma tu chi sei? Vai nel reparto veterinario a farti curare”). Tutto ciò sempre a carico di coloro che non possono difendersi perché in Italia speravano (alcuni sperano ancora) di trovare asilo (qui la parola non è giuridica, è umana), protezione, un rapporto di esseri umani con esseri umani. La Lega è il motore di tutto, basta notare l’imbarazzante sottomissione del ministro Toninelli quando parla prima di lui e per lui il ministro dell’Interno. Toninelli, ogni volta, trova il suo capo “umanissimo” come nei vecchi film di Fantozzi. Personalmente ho dovuto cominciare a confrontarmi con la Lega quando la Lega era già in Parlamento (è il più vecchio Partito italiano), e io sono stato eletto alla Camera ai tempi della vittoria di Prodi. Ho trovato un gruppo agitato, rabbioso, pronto all’aggressione (ti gridavano “faccia da culo”, se tentavi di spiegare l’assurdo di ciò che dicevano). A quel tempo era un gruppo secessionista che non aveva ancora scoperto i migranti africani e si dedicava a denigrare, nel modo più volgare e violento gli italiani del Sud, colpevoli di tutto e indegni di tutto. Un gruppo che raccomandava ai suoi seguaci di gettare “nel cesso” la bandiera tricolore. E si faceva spesso rappresentare, nei discorsi in aula, dal deputato Borghezio, un uomo che ha interrotto la sua solitudine mettendo insieme, a Torino (anni Novanta) un assembramento notturno detto “guardia padana”, con il compito di incendiare i giacigli di “stranieri” senza casa. Borghezio è stato condannato in via definitiva in Italia, ma rappresenta ancora la Lega al Parlamento europeo. Infatti il suo esempio (come le parole del senatore leghista Calderoli, che ha chiamato «scimmia» la ministra afro-italiana Kyenge, allora nel governo di questo stesso Paese) non è andato perduto. In pochi giorni del luglio 2018, appena maturato il giusto clima di questo governo, una bambina rom, di poco più di un anno, in braccio alla madre, in strada, è stata colpita alla schiena da un colpo di fucile ad aria compressa, sparato dal balcone di una buona casa, con buona mira, e messa in pericolo di vita da un nostro connazionale non povero, non arrabbiato, appena pensionato da un buon impiego. Nei giorni successivi, uno dopo l’altro, altri nostri connazionali, che evidentemente hanno sentito finalmente approvati ad alto livello i loro sentimenti, hanno preso la mira su persone nere e colpito, con la calcolata attenzione di bravi tiratori. Forse non razzisti ma abili, se si deve colpire un nero. Hanno sentito il dovere di prendere posto, nella guerra che il nuovo governo fondato su un contratto Lega-Cinque stelle ha dichiarato agli esseri umani detti “clandestini”, in realtà profughi, i “nemici” storditi e sperduti di una caccia crudele che prevede (ordina) la restituzione ai libici di interi barconi di gente salvata in mare, che vuol dire: saranno schiavi, donne e bambini inclusi. È un evento che è già accaduto, quando i militi della Repubblica di Salò consegnavano scrupolosamente ai tedeschi gli ebrei che avevano individuato e arrestato per essere mandati a morire.
C’è dunque guerra appena dichiarata contro esseri umani che non dovrebbero stare qui per ragioni di razza (la parola è stata rilanciata per la prima volta, dopo l’abbattimento del fascismo, dall’attuale presidente leghista della Regione Lombardia, Fontana), di religione, di cultura, di estraneità ai nostri valori, di difesa “dall’invasione”. La posizione umana e morale è quella di Kazchinsky, Orban, Kurz. E Putin. Qualcosa di molto più patriottico accade subito dopo. Il 27 luglio, ad Aprilia (Italia). Un marocchino, dichiarato “sospetto” (parola usata anche dai telegiornali senza tentativi di spiegazione, sospetto di che cosa?), è stato prima inseguito in macchina e poi ucciso da una ronda della Lega del Sud. Tre uomini pronti alla difesa della razza, di cui uno armato, hanno inseguito, tamponato e ucciso a botte “il sospetto”, primo caso di linciaggio nella nuova epoca italiana. Sul linciaggio il governo ha taciuto. Non tutti, però. Il ministro dell’Interno ha questo da dire: «I reati sono reati. Ma allora si usi la stessa mano pesante per le migliaia di reati commessi dagli immigrati». Il ministro, evidentemente ha sottovalutato l’importanza delle comunicazioni. Ha dimenticato che nessuno ha finora annunciato una ondata di reati gravi commessi in massa da “clandestini”, in un Paese in cui il femminicidio, la vasta rete di mafia, ndrangheta, sacra corona e droga restano saldamente nelle mani di italiani. E che mentre si acciuffano (con la finzione del salvataggio) e si buttano nelle tonnare libiche centinaia di persone che forse hanno diritto di asilo ma non hanno potuto chiederlo, non si hanno notizie di Matteo Messina Denaro, capo supremo della mafia, in libertà operativa da decenni. Il fantasma di Rosa Parks guarda a questa Italia dal fondo del mare. Neanche di lei sceriffi e politici del sud razzista americano pensavano granché. Ma non è lei che è rimasta fuori dalla Storia.

La guerra mondiale di Salvini è il titolo dell’incontro con Furio Colombo in programma venerdì 7 settembre nell’ambito del Festival della comunicazione di Camogli

L’articolo di Furio Colombo è stato pubblicato nel numero 32 di Left del 10 agosto


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Immigrazione e noir, dove la xenofobia perde sempre

A Palestinian girl walks past a mural painted on the wall of a UN school in the Deir al-Balah refugee camp in central Gaza Strip on June 28, 2018. (Photo by Majdi Fathi/NurPhoto via Getty Images)

In principio fu Jean Claude Izzo, uno dei padri del noir contemporaneo, morto precocemente, a far irrompere nella narrativa popolare per eccellenza, la descrizione di società europee che stavano cambiando. La Marsiglia raccontata, soprattutto nella trilogia che ha come protagonista Fabio Montale, è meticcia, cosmopolita, attraversata da conflitti in cui, più che “presunte purezze di sangue” o identità riconducibili al fenotipo di francese bianco, contano appartenenze di classe o quartiere di provenienza. Si tratta di un approccio che riguarda soprattutto Francia e Gran Bretagna. Marsiglia, città mediterranea e storicamente incrocio di popolazioni diverse, è altra cosa rispetto al resto della Francia, ma poi non è così vero. Dominique Manotti, scrittrice e militante, racconta volti di una Francia torbida in cui la presenza di cittadini, “con altre origini” attiene alla quotidianità. Vite Bruciate del 2006, ambientato in Lorena, descrive un conflitto in fabbrica. Scioperi contro delocalizzazione, corruzione e speculazioni in cui si muovono personaggi, soprattutto lavoratori, provenienti in particolar modo dal Maghreb, che agiscono in quanto sindacalisti, attivisti, fianco a fianco ai lavoratori autoctoni, nel tentativo di difendere il lavoro e di sventare un piano criminoso. L’autrice conosce bene il razzismo nelle istituzioni e fa dire ad un suo personaggio: «Un arabo, per la polizia, resta sempre un arabo», per non rimuovere il fatto che taluni conflitti non sono spariti con i processi di assimilazione. Restando in Francia, anche la celebre Fred Vargas affronta lo stesso tema. Uno degli agenti della squadra di Adamsberg, il suo personaggio principale, viene ad un certo punto…

L’articolo di Stefano Galieni prosegue su Left in edicola


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