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Resistenza in versi, se il nemico pubblico è un poeta

Questo pezzo senza titolo del 2011 è stato esposto a Londra nel 2012 come parte di una retrospettiva al Mosaic Rooms in cui sono apparse oltre un centinaio di opere d'arte di Adone. Questi collage, come la sua opera letteraria, combinano influenze tradizionali e contemporanee

In Quaderni palestinesi Mu’in Bsisu racconta che un carcerato incontrato da bambino nella prigione di Acri era solito ripetergli: «I ricchi hanno Dio e polizia. I poveri hanno le stelle e i poeti».
Chissà se avrà pensato a queste parole il poeta egiziano Galal el-Bahrairy, condannato a inizio mese da un tribunale militare in Egitto a tre anni di carcere e al pagamento di una multa di 560 dollari. I suoi “crimini”? Un libro di poesia in cui avrebbe criticato l’esercito egiziano e una canzone ironica contro il presidente al-Sisi. El-Behairy era stato arrestato a marzo dopo aver pubblicato la sua canzone “Belaha”, dal nome di un personaggio di un film egiziano noto per le sue bugie e con cui gli egiziani si fanno beffa di al-Sisi: «Oh Balaha, quattro anni sono alla fine trascorsi in disgrazia / Con tutti i tuoi gangster nelle prigioni più buie / Spero tu possa marcire in un posto così».
Parole inaccettabili nell’Egitto dell’ex generale golpista. Ma i poeti sono nel mirino delle autorità non solo qui. A distanza di diversi chilometri da il Cairo, infatti, la poetessa palestinese, ma cittadina israeliana, Dareen Tatour è stata condannata da un tribunale di Nazareth per «incitamento alla violenza» perché rea di aver pubblicato su internet nel 2015 – nei giorni caldi dell’«Intifada di Gerusalemme» (o «dei coltelli» per gli israeliani) – i seguenti versi accompagnati da alcune immagini di proteste palestinesi: «Resisti, mio popolo, resisti a loro / A Gerusalemme, ho indossato le mie ferite e respirato le mie pene / E ho portato l’anima sul palmo della mano / per una Palestina araba / Non mi arrenderò a una soluzione pacifica / Non abbasserò le mie bandiere / finché non li caccerò dalla mia terra». In un Paese dove i non ebrei (si legga «arabi») sono ormai ufficialmente…

L’articolo di Roberto Prinzi prosegue su Left in edicola


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Torna Rita Coolidge, la ragazza del Delta che fa parte della storia della musica americana

La Delta Lady è tornata. Soprannominata così per una canzone a lei dedicata da Leon Russell nel lontano 1970, Rita Coolidge ci regala uno splendido album, il suo ventisettesimo, dal titolo Safe In The Arms Of Time. Una delle figure più importanti della musica contemporanea, Rita Coolidge dopo aver partecipato come corista al tour di Joe Cocker, partecipando al famoso live Mad Dogs & The Englishmen, inizia la sua carriera solista nel 1970 con un primo album importantissimo dove il sound elettroacustico in voga all’epoca viene bilanciato dalla potente e calda interpretazione dell’artista che sa scegliere già a venticinque anni autori e musicisti. Bella e affascinante, dopo aver cantato nei cori di “Love The One You’re With” farà perdere la testa a Stephen Stills – che gli avrebbe suonato le chitarre acustiche nell’album d’esordio – e a Graham Nash, a tal punto che voci insistenti nel music business addossarono – in parte errate – queste liaison allo scioglimento del supergruppo CSN&Y, come David Crosby racconterà, in una straordinaria metafora western musicale intitolata “Cowboy Movie” del 1971.

Rita Coolidge, come testimonia appassionatamente la sua recente autobiografia, è sempre stata una musicista di classe, non prolifica come altre sue colleghe, ma senz’altro ai vertici delle classifiche raggiungendo assieme all’ex-marito, attore e cantante country, Kris Kristofferson, il primo posto nel 1973 con l’album Full Moon e vincendo due Grammy Award, il primo nel 1974, per la performance di “From The Bottle To The Bottom”, e il secondo nel 1976 con la canzone “Lover Please”. La carriera è così continuata con altri numerosi album e collaborazioni arrivando a Robbie Robertson (anche lui di origini indiane) per un progetto dedicato ai nativi americani e che la vide protagonista proprio qui in Italia, ad Agrigento, nella Valle dei Templi (11 febbraio 1995) nel concerto della Concordia, ispirato proprio dal tempio greco, assieme allo scomparso poeta, cantante e militante indiano John Trudell, al trio Ulali (anche loro coriste di origini Cherokee) e alla altrettanto famosa performer Buffy St. Marie, indimenticata songwriter del brano portante del film Soldato Blu.

La Coolidge si ripresenta oggi con un album maturo, pieno di storia e ricordi, sapientemente arrangiato e prodotto con sonorità “classic rock “, blues e ballads. Prodotto da Ross Hogarth e registrato ai Sunset Sound Recorders di Los Angeles, un album a nome di una delle icone piu importanti della musica non poteva non essere creato in California, proprio negli stessi studi dove la cantante di Lafayette, Tennessee, aveva registrato il suo primo disco. «Tornare in quello studio è stato un viaggio nel passato. In ogni corridoio c’era un ricordo», dice la cantante, proseguendo «l’intento era quello di fare un disco che avesse lo stesso fascino dei miei primi album. Fare un disco di radici che raccontasse le mie». La Coolidge si avvale così di David Grissom alle chitarre, del mitico Bob Glaub al basso e di due turnisti d’eccezione quali Brian MacLead alla batteria e John “JT” Thomas alle tastiere e al piano. Oltre a loro una serie di altri strumentisti che arricchiscono senza mai strafare un momento sonoro lungo dodici brani, passando da malinconie pianistiche a decisi rock-blues; da brani permeati da qualche goccia di nostalgia a episodi di consapevolezza umana che trovano riscontro nella certezza della voce, nell’impianto delle composizioni, negli interventi ricchi delle chitarre e delle voci; nell’alternarsi dei groove e nell’ingresso del violoncello che stempera le atmosfere.

Al cospetto della cantante una schiera di songwriters altrettanto notevole, a partire da Keb Mo’, bluesman americano di grande spessore col quale la Coolidge scrive “Walking On Water” e “Naked All Night”. David Grissom e Chris Stapleton firmano invece il brano d’apertura, “Satisfied”, una potente ballata che ci racconta che «la vita è una strada tortuosa con curve e ponti che svoltano e girano. Il tempo uno scontro nello schiocco delle dita. Colpiscilo e guardalo bruciare. Un tempo trovammo riparo nelle braccia della luce della luna. Troppe passeggiate sulle recinzioni, Troppi “Non so”. E io…desidero per te pace sulle ali dell’amore. In qualsiasi cosa tu cercherai spero tu possa trovare le risposte alle domande nel tuo cuore e forse sarai soddisfatto. Certe volte mi viene da piangere. Altre volte vorrei ridere. Sono appesa al tuo ricordo come una vecchia fotografia sbiadita. Avrei tante cose da dirti se tu fossi ancora qui. Mi dispiace averti ferito. Mi dispiace averti buttato giù». Stephen Bruton che già negli anni 70 aveva lavorato con la Coolidge torna come autore con “Spirit World” dove è ancora protagonista la magistrale slide guitar di Joey Landreth, stella nascente del rock (già con The Bros, un combo di “americana” e folk nato e cresciuto in Canada).

Un lavoro di cesello durato diversi mesi da parte di Hogarth che già qualche anno addietro aveva iniziato a cercare canzoni, sondare amici e autori per lavorare a questo importante ritorno artistico (Hogarth è uno dei più quotati produttori sulla scena e ha vinto un Grammy quest’anno per l’album dell’inedito duo Taj Mahal/Keb Mo’). Tra i diversi autori anchel Graham Nash che aveva ospitato la cantante, non solo nel suo cuore, ma anche sul primo album Songs For Beginners. Il brano dell’artista inglese , firmato con lo storico batterista Russell Kunkel, si intitola “Doing Fine Without You” e vede ospite al banjo John McFee, già con i Doobie Brothers e poi strumentista con diversi artisti quali Costello, Grateful Dead, Emmylou Harris e altri. La Coolidge è profonda interprete di ”Van Gogh”, scritta da Tom Douglas e Allen Shamblin, dove la poesia e le linee melodiche ci proiettano in una dimensione altra, ad immaginare i colori, e a raccontarci dell’arte e della malattia che traspare nei dipinti del pittore olandese, e di quella bellezza, quella della vita, forse, a volte, troppo grande, da poter sempre essere rappresentata nei quadri. La cantante poi collabora su “You Can Fall In Love” con l’ex batterista di Tom Petty, Stan Lynch, dove il racconto narra di un incontro con una vecchia fiamma incarnando così uno dei leit-motiv dell’album: non è mai troppo tardi.

Lynch a sua volta scrive anche il brano di chiusura dell’album, Please Grow Old With Me, dove il discorso di condivisione e una seconda possibilità per farsi perdonare, vengono esaltati da una dolcissima e breve “lullaby”. “Over You”, “We Are Blood”, “Rainbow”, “The Things We Carry”, sono gli altri titoli di un album che nelle intenzioni del produttore e dell’artista vogliono raccontare dell’amore, della spiritualità e della legittimazione perché la vita è un lavoro interiore che inizia con “me” e diventa “noi”. Un album che riporta a brillare la stella della Coolidge nell’universo musicale, confermando con questo lavoro la incredibile possibilità che la sua timbrica, l’approccio e l’interpretazione hanno di imprimere a brani, apparentemente di “maniera”, una forte impronta personale. Un album che si discosta da quelli pop e country del passato, che recupera certamente il suono americano con le slide guitars in evidenza, le voci, le armonie vocali e tutto quel sound che fin dai primi 70 ci aveva accompagnato assieme ad altri capolavori di colleghe forse più blasonate. Ma è di legittimazione non solo artistica che vogliamo ritornare a scrivere.

Legittimazione umana, crescita personale e identità ben salda sapendo che l’artista ormai ha superato quell’affronto, quell’ingiusta violenza perpetrata nel tempo, che la volle autrice mai riconosciuta ufficialmente di uno dei pezzi più celebri della musica rock, “Layla”. Forse inesperta all’epoca, fu “raggirata” nel momento in cui, dopo aver scritto la parte strumentale al piano, non venne citata come autrice del brano che sarebbe diventato uno degli “anthem” del chitarrista inglese Eric Clapton che lo prese “in prestito” dal batterista Jim Gordon. I due all’epoca militavano nella formazione Derek and The Dominoes e il demo di quella coda , intitolata provvisoriamente “Time”, era stato il frutto di una collaborazione che la coppia, di nome e di fatto, aveva registrato insieme. Coolidge dopo aver ascoltato incidentalmente il brano alla radio chiese al suo producer, David Anderle, di interpellare Robert Stigwood, boss dell’omonima etichetta che aveva pubblicato la canzone, ma la risposta fu «vuoi davvero citare Stiggy? Chi sei tu? Una ragazza che canta! Non avresti il denaro per affrontare la causa». Una persecuzione lunga tutta la carriera. Come per i suoi “antenati”. Ma oggi sappiamo che quella ”Layla” non ha solo padri ma anche una madre. Indiana. Salva «nelle braccia del tempo» a raccontarci che se è arte vera, prima o poi verrà riconosciuta.

Il Meridione e l’apologia del non finito

La prossimità con il degrado è qualcosa con cui il Sud ha imparato a convivere dagli anni Settanta. Non ci fa più caso. Non ha a che fare con l’abitudine al brutto, quanto con l’aver avuto dei sogni troppo ambiziosi ed averli visti sfumare. Il non finito è un simbolo. Può essere facilmente frainteso e interpretato come passività e inerzia, mentre si tratta di un monumento all’ultimo guizzo di vitalità del Meridione.

Il non finito è case senza intonaco, appartamenti senza finestre, tondini che fuoriescono dal cemento eroso, che dovevano contenere vita, ma che di vita sono rimasti privi. È anche balconi senza ringhiere, ma con le antenne satellitari sui tetti. È un palazzo di quattro piani in cui l’unico appartamento ultimato è al piano terra. È un cinema che doveva nascere nel bel mezzo di un paese popoloso, ma che non ha mai azionato il proiettore.

Se volete avere un’immagine chiara guardate Dogman, l’ultimo film di Matteo Garrone. Il non finito di Castel Volturno per i personaggi è casa, è focolare, hanno trovato al suo interno una loro dimensione, mentre per lo spettatore quello stesso paesaggio è la cornice perfetta del degrado sociale e umano.

Per chi abita i non finiti nella realtà è la stessa cosa: quelle strutture non sono bruttezza. Chi abita questi luoghi, chi li ha progettati e messi in piedi lo ha fatto con amore, con una sorta di ottimistica proiezione di un futuro per sé e per la sua famiglia. Se proprio si deve loro imputare una colpa, semmai, è stata quella di non avere avuto la percezione netta di quanto stesse accadendo. La maggiore parte di questi edifici incompiuti sono nati negli anni Sessanta e Settanta. Perché? Perché c’era una voglia di credere che i piani per l’industrializzazione del Sud avrebbero consentito agli emigranti di tornare al paese natio, ai giovani di restare e a quelle case di avere un senso.

Il pacchetto Colombo in Calabria, finanziato dalla Cassa del Mezzogiorno, aveva quale obiettivo la…

L’articolo di Eleonora Aragona prosegue su Left in edicola


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La magia di Istanbul minacciata dal cemento

Qualche anno fa circolava nelle tv turche un bizzarro spot. L’imprenditore edile Ali Aligoglu pubblicizzava la nascita di un nuovo quartiere residenziale a Istanbul. Camicia bianca sbottonata e jeans sbarazzino, su uno sfondo iper-saturato e surreale, Ali affermava solenne: «Stiamo creando una nuova area con 3.100 appartamenti. L’87 per cento sarà destinato a spazi verdi con campi da golf!». Il costruttore insisteva impettito: «Ho sempre sognato giardini al decimo piano, e ora saranno realtà! Tutti meritano di vivere in una casa con una piscina. Qui ce ne sarà una lunga 130 metri». Infine, armato di elmetto giallo e in posa da supereroe, appariva in piedi su una ruspa: «Ci sarà una piazza, un centro commerciale, tutta l’area pullulerà di vita! Con un pagamento anticipato di mille lire turche, anche tu potrai averne una tutta tua».

L’enfasi e le aspirazioni di Ali Aligoglu si riferivano a Istanbul ma possono essere considerati paradigmatici di quel che è accaduto in numerose grandi città. In pochi anni, intorno alle megalopoli sono spuntate a macchia di leopardo numerose cattedrali nel deserto. Si è passati dall’idea di agorà greca agli abrasivi neologismi di gentrification e disneyficazione. Un processo che si è realizzato attraverso tappe tese a sottovalutare, svendere, depauperare gli aggregati urbani.

Se infatti, nei secoli scorsi, le città hanno subito profondi cambiamenti legati all’industrializzazione, oggi, i centri cittadini si plasmano sulla base degli input neoliberisti. Mentre nel Medioevo i commercianti si appropriarono dei centri urbani per la produzione e la vendita delle loro merci, adesso è la città a diventare essa stessa merce. La frontiera dove reinvestire il surplus capitalista in mattoni e cemento. In centri commerciali e quartieri-dormitorio.

L’esempio della rivoluzione urbana di Istanbul è emblematico. Il processo si muove a ritmi serratissimi, favorito anche dall’istituzione di…

L’articolo di Dino Buonaiuto prosegue su Left in edicola


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La dittatura della realtà

Pochi giorni fa Davide Barillari, uno degli eletti del M5s alla Regione Lazio, ha pubblicato un post sulla sua pagina Facebook in cui rivendicava l’autonomia della politica dalla scienza. «Scienziati intelligenti contro politici ignoranti? Quando si è deciso che la scienza fosse più importante della politica? Chi l’ha deciso e perché?» Nel suo post Barillari se la prende con gli scienziati che a suo dire impongono le loro scelte politiche. «Perché gli scienziati dello stampo di Burioni, cioè legati a doppio filo sia alle multinazionali del farmaco che ai partiti del passato bocciati alle urne dagli italiani, sono davvero convinti di detenere l’unica verità possibile, eterna ed inconfutabile…e sono davvero convinti che la politica si debba inchinare supinamente a loro. (…) Senza più valutare, senza più fare scelte per definire quale sia la direzione giusta, senza pianificare. BISOGNA CREDERE». Per arrivare alla conclusione che la scienza, secondo Barillari, deve essere democratica! Non voglio argomentare contro Barillari perché non ce n’è alcun bisogno. Sostenere che la scienza sia democratica è una contraddizione in termini. La scienza è conoscenza della realtà che si costruisce con il metodo scientifico. Il metodo scientifico consente di confrontare una teoria con la realtà e di stabilire quale tra diverse ipotesi di spiegazione di un fenomeno sia quella corretta e quale non lo sia. Lo scienziato confronta il suo modello della realtà con la realtà stessa. Dall’analisi dei dati di realtà decide se il modello che ha costruito sia corretto oppure no e con quale margine di errore, ossia con quale frequenza in un numero alto di esperimenti tutti uguali il modello rispecchia correttamente il comportamento della realtà. Perché la realtà non mente mai. La menzogna è solo degli esseri umani, non certo della natura inanimata. La realtà è quella che è. La realtà è oggettiva. Il lavoro dello scienziato è appunto quello di costruire un modello della realtà stessa che riesca a rappresentarla al meglio possibile e che permetta di prevedere il funzionamento della realtà stessa in modo da piegarla al nostro volere. La meccanica quantistica descrive il comportamento della realtà atomica e subatomica. Il modello quantistico può essere usato per costruire componenti elettronici il cui funzionamento viene previsto proprio in base al modello. I telefonini e i computer che usiamo costantemente funzionano perché il modello quantistico rappresenta “bene”, ossia in maniera molto precisa con pochissimo margine di errore, la realtà oggettiva, la realtà della materia di cui sono composti il telefono e il computer. È ovvio quindi che non esiste alcuna democrazia in natura. La natura è quella che è e basta. La scienza che ne vuole costruire modelli operativi semplicemente cerca il modello migliore possibile, quello che funziona meglio. Eventualmente può comprendere che un modello non è abbastanza preciso e sostituirlo con un altro.

Ma non esiste in nessun modo un “processo democratico” per decidere se una determinata teoria scientifica è corretta o meno! È la realtà che dice se una teoria è corretta o meno. Perché la realtà è dittatoriale. Non c’è alcuna discussione sulla realtà… della realtà! La cosa interessante da osservare è la lettura politica che si può fare di questo post di Barillari. Perché conferma che il Movimento 5 stelle è formato da persone che hanno una esigenza di ribellarsi ma senza alcun metodo, senza alcuna forma che li aiuti in quello che diventa un ribellismo fine a se stesso e quindi anche senza uno scopo preciso. Sembra il “vietato vietare” di matrice sessantottina che non ha chiaro a cosa ribellarsi e si ribella a tutto. Allora non c’è più distinzione tra il divieto da rifiutare perché violento e il divieto da non rifiutare e accettare perché è invece sano e corretto. È come se il ’68 non fosse mai passato oppure come se ci fosse il tentativo di ricreare un nuovo ’68 che questa volta sarebbe diverso per le possibilità offerte dalle tecnologie di comunicazione… come se la democrazia diretta e la distribuzione democratica dell’informazione potessero dare a tutti una capacità di scelta che diventa realtà che supera la realtà. La “scienza democratica” appunto. La ribellione senza vedere rischia di diventare annullamento. Se si pensa che la scienza sia una questione politica e quindi di democrazia si finisce nel delirio o nel migliore dei casi nel medioevo. Si perde il rapporto con la realtà e ogni cosa perde di senso.

Il Movimento 5 stelle ha sfruttato l’esigenza di ribellione degli elettori e ne ha fatto la propria battaglia politica. Il Vaffa day di Grillo era questo. Ed è anche giusto dire che ribellarsi è giusto! Il problema è che se non si hanno idee chiare su cosa sia reale e cosa no, anche in termini di realtà umana, si finisce nella ribellione verso tutto e tutti, nel nichilismo più pericoloso che può diventare fascismo e nazismo. Esiste il rifiuto, che è allontanare e ribellarsi a ciò che è violento e non umano. Questa è la sana ribellione che non è con l’odio, ma è semmai con l’amore per gli altri. Esiste la negazione che invece è ribellarsi e far sparire con odio e rabbia ciò che viene ritenuto violento ma che in realtà non lo è, perché la violenza è in realtà nella negazione, nel ribelle cieco. Come la ribellione alla medicina e alla scienza che è una negazione della realtà. Ribellarsi con negazione alla realtà fa male a chi fa quella ribellione. Perché si perde il rapporto con la realtà. La sinistra ha il dovere di comprendere qual è la ribellione giusta e quale quella sbagliata. Perché è la ribellione del genio, quella che ha rapporto con la realtà, che riesce a modificarla e a trasformare la visione del mondo, che fa la rivoluzione. È la rivoluzione del pensiero che fa la rivoluzione della realtà.

L’editoriale di Matteo Fago è tratto da Left in edicola


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Il modello spagnolo e le città dei porti aperti

People enjoy the afternoon at the Gracia neighborhood in Barcelona, Spain, Tuesday, Sept. 8, 2015. (AP Photo/Manu Fernandez)

Qua e là in giro per il mondo si assisterebbe a un fenomeno di “neomunicipalismo”, si dice. Intendendo, per la verità, una grande varietà di fenomeni. Il primo riguarda il rinnovato protagonismo delle città e dei relativi sistemi di governance nell’affrontare questioni complesse e cruciali dell’avvenire, quali il cambiamento climatico, le diseguaglianze e le stesse migrazioni. La sovra-esposizione delle città a tante di queste questioni le trasformerebbe in veri e propri laboratori per l’elaborazione di nuove forme di azione collettiva e anche di politiche pubbliche finalizzate a “risolverle”: dalle strategie di adattamento ai cambiamenti climatici, messe in opera di recente da molte città, alle politiche di integrazione dei flussi di rifugiati. A corollario di questa accresciuta capacità sperimentale e di produrre “innovazioni” proprie alle città ed ai loro governi (intesi sempre in senso molto allargato) ci sarebbe anche la tendenza di queste a creare o ad aderire a “network”, sia macro-regionali sia globali, con altre città. Network all’interno dei quali le città possano scambiarsi esperienze concrete attivando anche collaborazioni utili a migliorare le proprie politiche locali. In sintesi, le città sarebbero in questa prospettiva i luoghi della sperimentazione di nuove soluzioni efficaci ed innovative ai problemi pubblici emergenti, tanto da auspicare un pianeta addirittura governato dai sindaci (è questa la tesi di un libro di grande successo del politologo Benjamin Barber dal titolo inequivoco Se i sindaci governassero il mondo). Il secondo fenomeno, pur avendo molto a che fare con alcuni degli aspetti del primo, riguarda più direttamente la sfera politica. Vi ricordate, restando al nostro Paese, la “rivoluzione arancione” dei primi anni 10 del 2000 oppure il partito dei sindaci dei secondi anni Novanta? Ecco, per neomunicipalismo, si può intendere anche il frequente riaffacciarsi di fenomeni di cambiamento…

L’articolo di Alessandro Coppola prosegue su Left in edicola


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Perché la miserevole spiaggia di Roma è sintomo dell’assenza di una cultura della progettazione urbana

A view of ''Tiberis'', the beach along the Tiber, on the day of its opening, in Rome, Italy, 04 August 2018. The beach is meant to hard back to the bathing establishments of the 1960s. ANSA/CLAUDIO PERI

Nei pressi di ponte Marconi a Roma, presso il Lungotevere Pietro Papa nel quadrante sud occidentale della città, a diversi chilometri dal centro in un’area ex industriale densamente edificata a partire dagli anni Cinquanta del Novecento, si è compiuta in questi giorni una vicenda che ha un alto valore esemplificativo.
Per comprendere bisogna mettere insieme due fatti. Da una parte vi l’inaugurazione di “Tiberis. La Spiaggia di Roma”, di cui tutti i media, la maggior parte spietatamente, si sono occupati a cominciare dal 4 agosto, il giorno della inaugurazione, e non c’era neanche questa volta la sindaca. Dall’altra la vicenda dello stadio della società giallorossa di calcio arenatosi in procura alla fine di giugno. I due progetti non sono soltanto localizzati nello stesso quadrante della città all’interno del XI Municipio (l’area dello stadio è nella sponda opposta del Tevere ad alcuni chilometri e a tre anse di distanza a valle rispetto a Tiberis), ma sono sistemicamente interconnessi: sono due facce della stessa medaglia, micro e macro si rispecchiano.

Cerchiamo di andare per ordine. È Ambito strategico del Piano regolatore vigente di Roma la valorizzazione delle sponde del Tevere e della presenza del fiume. Non si tratta di un gioco, ma di un atto pubblico importante, un atto formale come un Piano regolatore è il frutto di molto lavoro e di una ricognizione puntuale (i dettagli qui).
Un elemento propulsivo di questa strategia era la proposta della giunta Marino, nel quadro della candidatura olimpica per Roma 2024, di creare un parco fluviale come grande ambito in cui far convergere molte delle iniziative delle Olimpiadi. Si sarebbe potuta sfruttare l’occasione, un poco come la città di Barcellona fece per lo storico recupero del suo lungomare industriale nell’ormai lontano 1992, per mettere mano finalmente alla navigabilità, per il recupero ambientale, per la localizzazione nei pressi del fiume di una serie di attrezzature per il tempo libero e per lo sport. Ormai molte grandi città dimostrano, con il progetto di Hafen City ad Amburgo per esempio, che oggi si hanno tecnologie e strategie per affrontare una serie di temi connessi alla gestione delle acque contemporaneamente a quello dello spazio pubblico. Vi sono piscine e campi galleggianti lungo fiumi e baie, ci sono modi per rendere alcune attrezzature completamente impermeabili ma che consentono l’utilizzo di grandi parti di aree circostanti, vi sono studi che consentono il calcolo di precisi dare avere rispetto alle quote di rischio esondazioni.

Lungo i fiumi, e Roma non fa eccezione, vi sono immensi spazi “brown”, cioè ex industriali che trasformati possono ospitare strutture. Per esempio a Roma la grande area a nord chiamata delle Formaci nei pressi della diga di Castel Giubileo, la zona nei pressi dello scalo del Pinedo a pochi passi da Piazza del popolo, in cui da anni vi è un enorme cantiere abbandonato per un parcheggio mai realizzato, l’area industriale Ostiense su entrambe le sponde del fiume e l’area a nord di ponte Marconi e quella di Tor di Valle a sud sul cui punto tra poco torneremo. Vi sono poi interventi già previsti, ma come al solito mai completamente terminati in alcune aree centrali prima di tutto nella zona archeologica tra l’Aventino e il fiume. Attualmente esistono decine e decine di circoli sportivi a dimostrazione che l’attività per lo sport e per il tempo libero è compatibile con la presenza del fiume.

In questo quadro, non era affatto assurda la proposta di creare un nuovo polo con lo stadio di calcio della Roma nella zona di Tor di Valle, dove insisteva una opera inaugurata nel 1959 e anch’essa legata anche se indirettamente alla vicenda olimpica, completamente abbandonata da decenni. Il velodromo di Tor di Valle fu il frutto della delocalizzazione di quello di Villa Glori per fare posto al Villaggio Olimpico del 1960. Incredibile pensare all’efficienza di quella città a paragone di Tiberis, di oggi, Ma torniamo allo stadio. La grande area golenale era disponibile e l’utilizzo era plausibile anche dal punto di vista del piano regolatore. In questa area si sarebbe potuto realizzare un complesso di attrezzature che se avevano nello stadio della A.S. Roma il nodo fondamentale, poteva vedere crescere attorno un complesso residenziale e commerciale che rendesse possibile un investimento privato in una logica di sviluppo compatibile con gli interessi pubblici. Nella zona a maggiore rischio come si fa in tutto il mondo, basta vedere i bellissimi progetti di Turenscape, era previsto un parco esondabile. La proposta prevedeva anche una immagine decisa dal punto di vista del townscape, con degli edifici alti che caratterizzavano un’area periferica come nodo urbano. È nota la lunga contrattazione tra amministrazione e privati negli anni della giunta Marino con una serie di compromessi faticosamente raggiunti tra cui il fatto che buona parte del costo delle infrastrutture (nuova stazione ferroviaria e un nuovo ponte) sarebbero ricaduti nella sfera dei privati.

La nuova amministrazione della sindaca Raggi ha bloccato la candidatura olimpica. Una scelta devastante, che ha tolto a Roma una ipotesi storica di adeguamento e di sviluppo. La codardia di questa decisione è dimostrata dal fatto che le stesse forze politiche stanno proponendo proprio in questi mesi un’altra candidatura per le Olimpiadi invernali del 2026 talmente confusa e compromissoria che gli stessi proponenti litigano ancora prima di cominciare.
Bocciata sul nascere l’ipotesi olimpica e la possibilità del Tevere di diventare una nuova fenomenale infrastruttura per Roma, verde, ludica e civica, si è arrivati a un gran pasticcio sulla questione stadio. In campagna elettorale si nicchiava che non lo si voleva, e si scelse un urbanista contrario allo stadio l’ingegnere Paolo Berdini, per poi farlo sedere ad un confuso tavolo di trattative. Fortissimo il sospetto che la ricontrattazione volesse far guadagnare crediti alla amministrazione. Come in Italia spesso accade: si riapre anche un accordo chiuso e si ricomincia daccapo, se no come si fa a far pesare il proprio potere? Berdini capisce il pasticcio in cui si deve muovere e si dimette e così si ricomincia, con figure di allarmante trasparenza. Il patteggiamento è all’insegna della rasatura delle cubature, con il bell’esito di far perdere ogni significato all’intero progetto e di rendere desolante il townscape urbano, uguale ai migliaia di metri cubi che hanno invaso la Roma periferica con scatoloni tra l’altro invenduti e soprattutto facendo gravare sul bilancio dello stato, la realizzazione delle infrastrutture necessarie al funzionamento del complesso o ad eliminarle del tutto rendendo il progetto anche dal punto della accessibilità una mezza follia. Il tutto cade tra l’altro nelle mani della magistratura a fine giugno con arresti e denunce che blocca la situazione.

Cosa c’entra tutto questo e perché ricordarlo oggi? Ma perché la miserevole spiaggia con bagni chimici, ombrelloni improbabili, strati di plastica a rullo nelle recinzioni o nelle balze sulle sponde, sediolette in plastica che sembrano uscite da un documentario sui Rom de Roma, crea un senso devastante di desolazione e di tristezza. Un designer di qualunque grado di preparazione strabuzza gli occhi per l’insipienza. La stampa più favorevole ha trovato una anziana di 92 anni che dice che almeno può toccare la sabbia, non farebbe il bagno comunque ed infatti non c’è neanche una piscina prefabbricata. Ma certo ai nostri giovani che vivono esuli a Berlino, ad Amsterdam, a Parigi, a Madrid, a New York, a Seattle vedere Tiberis li fa semplicemente piangere di rabbia e di frustrazione e tanti e tanti lo esprimono in rete lo sconcerto, anzi no, la rabbia.
Neanche il più entusiasta elettore di questa giunta riesce a pensare che la spiaggia di Roma inaugurata a ponte Marconi possa ascriversi a poco meno di una beffa.

Gli aderenti alla giunta si difendono dicendo che l’area era prima una discarica e che le diverse centinaia di migliaia di euro necessari a bonificare le sponde sono un successo e una riconquista per la città. Ma non si restituisce un bel niente se non vi è anche un progetto di spazio, un progetto di uso. L’ingente spesa di bonifica rispetto al nulla di progetto e di ideazione è una aggravante. Una banalità la spiaggia, che chiuderà a ottobre. E poi? Si vagheggiano usi per mettere le mani avanti, ma che succede quando le energie dopo due anni di giunta non sono riuscite neanche a far aprire un chiosco?  L’ideazione è di una povertà disarmante, quella a firma dell’Ufficio speciale tevere del Comune il cui responsabile ha candidamente concesso una intervista al maggiore quotidiano della capitale parlando dell’accordo con Zorro, un gentile organizzatore locale.

Alcuni si riferiscono molto incautamente a Parigi, e al recupero alla vita dei cittadini con i progetti di lungo Senna, ma lì si è messa in atto una complessa strategia che ha visto associazioni, architetti, gestori, promotori di programmi compatibili, concorsi piccoli e grandi, una raccolta di idee e proposte da parte di cittadini, in una azione sinergica guidata da una solida amministrazione pubblica. Ecco una tavola di miei laureandi che la spiegano benissimo.

Bisogna che l’amministrazione cerchi un dialogo vero con la cultura del progetto, un legame che qui appare drammaticamente reciso in tutti gli aspetti: dall’ideazione, al programma, ai materiali. Come si dovrebbe fare per ricominciare? Nello stesso modo in cui sempre si ricostruiscono i territori devastati: vi ricordate i monasteri, vi ricordate i pool antimafia, vi ricordate le squadre speciali, sapete del programma “Bollenti spiriti” della Regione Puglia? Si devono creare piccole task force: nuove, vitali, sinergiche indipendenti dalle logiche burocratiche, amministrative, sindacali e di asservimento politico. Ciascuna task force deve avere tre componenti se no il sistema non è vitale. Ci deve essere un elemento propulsivo e protettivo della politica, ci deve essere almeno un membro delle associazioni di cittadini, ci deve essere almeno un uomo di cultura e progettista. Questo è il minimo.

Queste sono le tre aree che servono: cultura, politica, cittadinanza insieme, il triangolo del vivente, lo chiamo. E da lì, a poco a poco, si ricomincia, innestando a rete gli accordi con gli altri, i tecnici, gli enti, la burocrazia eccetera. Ma il nucleo ideativo è “solo” composto da queste tre forze se no guai, è lo stillicidio, è il veto incrociato, è il ribasso, è il compromesso sino agli strati di plastica di Tiberis. Alla task force si danno ambiti reali di interventi, si dà potere per agire, non si ha paura ma si protegge dall’interno e dall’esterno. Attenzione, mica inventiamo l’acqua calda è cosi che fanno tante e tante situazioni anche in Italia! Quello che è evidente negli esiti a Roma, al di la della buona volontà e dell’impegno, è stato un lavoro non ben condotto e che quindi fa fare più fatica del necessario e alla fine genera sconcerto da ogni angolo visuale. Se Milano ha come ultimo episodio del suo grande rilancio urbano uno spazio pubblico vibrante grazie ad un forte rapporto pubblico privato con l’Apple store aperto h24 a Piazza Liberty, Roma risponde con questa tristissima spiaggia. Sarà l’ultima di una amministrazione cosi incredibilmente deludente che ha peggiorato quasi ogni aspetto della vita cittadina? Sarà l’ultima di Raggi e della sua giunta?

Antonino Saggio è architetto e urbanista, docente di Progettazione architettonica e urbana all’università La Sapienza di Roma. Qui il suo progetto Tevere cavo

La bellezza della rivolta di Antigone, contro il nazismo e le dittature

Cosa significa oggi la celebre affermazione della filosofa Hannah Arendt «nessuno ha il diritto di obbedire»? Oltre al diritto alla disobbedienza esiste anche il dovere di disobbedire, se la legge diventa ingiusta? E ancora: cadaveri, sepolture negate, memoria, rifiuto di accettare leggi inique o di eseguire ordini arbitrari. Sono i temi e le parole, drammaticamente contingenti, sulle quali siamo invitati ad interrogarci al Cimitero militare germanico della Futa, a quasi mille metri d’altezza, nell’Appennino tosco-emiliano.

La prima ribelle nella storia della letteratura è Antigone che osa seppellire il cadavere del fratello nonostante il divieto imposto dal tiranno Creonte. Sa che il suo destino è segnato, ma questo non le impedisce di fare quello che ritiene giusto. Anzi, doveroso.

Il pensiero di Arendt e le parole di Antigone tornano in vita nel silenzio del Cimitero militare della Futa, sugli Appennini tosco-romagnoli nel comune di Fiorenzuola, grazie al lavoro instancabile su memoria e resistenza della compagnia teatrale Archivio zeta che da quindici anni mette in scena importanti rivisitazioni dei drammi greci, in questo luogo di raccoglimento, tempio alla memoria degli sconfitti, dove l’umana pietas riesce a elevarsi sull’hybris di chi si riteneva invincibile perché dalla parte della legge.

Lo spettacolo, in programma fino al 19 agosto, si svolge al tramonto tra le sepolture dei soldati tedeschi, creando un gioco di echi storici e umani preziosi, soprattutto se il testo è quello potente di Antigone. Ma non è quella sofoclea a prendere vita, bensì Antigone/ Nacht und nebel, dove i termini “notte” e “nebbia” si riferiscono ai prigionieri politici della Germania nazista, come stabilito dal “Decreto Notte e nebbia” emanato da Adolf Hitler nel dicembre del 1941. Un terribile eufemismo che il dittatore trasse dall’opera L’oro del Reno di Richard Wagner dove il personaggio di Alberich, indossato l’elmo magico, si trasforma in colonna di fumo e sparisce cantando Nacht und nebel, niemand gleich, “Notte e nebbia, (non c’è) più nessuno”.

«Gli oppositori dovevano essere fermati e fatti scomparire “nella notte e nella nebbia”, diceva testualmente Hitler. Su applicazione del decreto, tutte le persone rappresentanti un pericolo per la sicurezza, sabotatori e resistenti, furono deportate e sparirono nel segreto assoluto, costretti ad indossare un’uniforme con la sigla N.N., Nacht und nebel appunto. Partendo da queste terribili fantasticherie wagneriane avvertiamo l’urgenza di riconoscere ad Antigone lo status di prigioniero politico che viene fatto annegare da Creonte, come un N.N.. Antigone è invece una donna che dimostra che si cade e si cadrà sempre lottando, testimoniando la bellezza irrinunciabile della rivolta che si afferma attraverso la grazia del gesto e il peso delle parole», spiegano i due attori Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti di Archivio zeta.

D’altra parte la forza contestatrice di Antigone è talmente dirompente da diventare un topos letterario, sul quale si sono cimentati autori come Jean Anouil e Bertold Brecht. Se il drammaturgo francese ambienta la sua Antigone durante la Repubblica francese di Vichy, Brecht presenta un Creonte tiranno, definito dalle sua guardie “duce”, nel duplice significato, etimologico, di “condottiero” e in quello più ampio di “dittatore”.

Ma esiste un diritto alla disobbedienza? Il dilemma non è solo di carattere etico o filosofico, ma sconfina inevitabilmente nel campo del diritto. La Costituzione francese del 1946 riconosce il diritto alla resistenza “qualora il governo violi la libertà e i diritti garantiti dalla Costituzione” definendolo non solo “il più sacro dei diritti” ma anche “il più imperioso dei doveri”. All’enunciato francese si ispira, durante i lavori della Costituente, Giuseppe Dossetti che chiede di introdurre nella Carta italiana eguale previsione nel costituzionalizzare la “resistenza all’oppressione” quale “diritto e dovere del cittadino”. La proposta non fu accolta, ma come sostenuto da molti autorevoli costituzionalisti, il diritto di resistenza è implicitamente legittimato trovando la propria fonte di riconoscimento nel principio di “sovranità popolare” stabilito dall’articolo 1 della nostra Carta. Secondo i costituzionalisti è inoltre possibile, e legittima, la resistenza individuale di fronte al provvedimento o al comportamento arbitrario della autorità.

Questo è anche il senso profondo dell’affermazione della autrice de La banalità del male e de Le origini del totalitarismo: nessuno ha il diritto di obbedire se l’ordine è ingiusto e arbitrario, in quanto l’ordine ricevuto, in quel caso, non rappresenta una giustificazione o una scusante per chi lo esegue. Arendt anzi, rifacendosi a Kant, fa notare che il diritto nasce sempre da un atto autonomo e non dall’obbedienza a un ordine esterno.

Le donne, gli uomini e i bambini che tentano di arrivare in Europa su navi fatiscenti, o cercano di attraversare i confini sotto le coltri innevate delle Alpi, i braccianti che muoiono sulle strade dentro furgoni infuocati sono tanti fratelli di Antigone che aspettano e sperano nella nostra umana, inscalfibile, durissima presa di posizione. Dirompente e inalterabile.

Se l’opposizione è lasciata a Tony Nelly

È un caso piccolo ma significativo di come la superficialità sia una mendace arma politica di governo e d’opposizione: per dimostrare che il Decreto Dignità voluto dal ministro Di Maio fosse un boomerang contro le assunzioni Repubblica corre a intervistare un utente twitter che risponde al nickname di Tony Nelly su Twitter (tanto per partire subito con il piede giusto a proposito di credibilità) che racconta beatamente come il decreto del governo avrebbe contribuito al suo licenziamento presso una filiale della Cariparma Crédit Agricole poiché, spiega, ha già usufruito dei 24 mesi di lavoro a tempo determinato e “un’assunzione a tempo indeterminato rischierebbe di ingessare troppo l’azienda”.

Apriti cielo. Tony Nelly viene sventolato come bandiera del fallimento del Decreto dignità e in poche ore rimbalza sulle home page di quegli stessi giornali che tutti i giorni ci mettono in guardia dal web (come se fosse un individuo e non semplicemente uno spazio) e dalla propaganda.

Passa un giorno e la Cariparma Crédit Agricole invia a Il Fatto Quotidiano una bella lettera di smentita: Simone B. (alias Tony Nelly) si sarebbe licenziato spontaneamente nel febbraio 2017 (parecchio prima delle elezioni) per accettare un contratto a tempo determinato presso un’altra azienda.

Una bufala in piena regola, insomma, di quelle che se avvenissero su un siterello qualsiasi provocherebbero l’orrore sdegnato degli stessi editorialisti che in questi anni ci hanno voluto insegnare che le fake news siano un obbrobrio tutto di questi anni e non una modalità che esiste dalla nascita della parola.

Ciò incuriosisce però è l’uso strumentale che di Tony Nelly ne ha fatto un pezzo dell’opposizione, quella che si è auto incoronata come argine del populismo: non è tanto il fatto che abbiano scelto un testimonial falso ma soprattutto che la critica a un decreto del governo abbia bisogno di un caso particolare per essere avvalorata come se le analisi approfondite o le controproposte all’azione di Di Maio non siano efficaci e doverose da un’opposizione che si definisca tale. Come nel famoso monologo di Fo in Mistero Buffo par di vedere il capo dell’opposizione chiedere di gran foga di andare in giro a scovare un neo disoccupato da offrire alla folla, riducendo il tutto a un misero reality show.

Fatevi due conti di quanto possa essere persuasiva un’opposizione basata su Tony Nelly. Immaginate quello che ci aspetta.

Buon venerdì.

L’Africa irrazionale di Giorgio Manganelli

Di Giorgio Manganelli, più che le opere letterarie, abbiamo sempre amato quelle occasionali, nate da uno sguardo ribelle, senza sofismi d’accademia. Basta pensare a certi suoi acuminati giudizi su Tiepolo. («Non è solo un bugiardo, è un falsario, l’inventore di un mondo coerente e inabitabile, seducente e irraggiungibile») o alla sua tenace lettura di Pontormo e del suo scontroso diario. («Libro riluttante, dispettoso, di un pittore che ha dipinto secondo una “maniera” singolare, meravigliosamente aspra e fantastica»). Dietro al suo modo di leggere l’arte c’è sempre la ricerca della persona, dell’artista e un tentativo di indagarne, oltreché la poetica, la personalissima visione del mondo. Analogamente, da certa data in poi, dopo essere stato a lungo scrittore e lettore sedentario, Manganelli sviluppa una passione per il viaggio, mosso dal desiderio di conoscere l’altro, di rapporto con realtà diverse; alla ricerca dello sconosciuto che può arrivare a mettere in crisi chi non viaggia da turista, ma sia disposto ad affrontare l’imprevisto, l’ignoto. «Manganelli era attratto dall’altrove», ha scritto Salvatore Nigro. «E della lontananza aveva una misura emotiva e passionale. La inseguiva sugli atlanti, come sulle carte topografiche e sugli orari dei tram». Ogni luogo da raggiungere era per lui altrove, e insieme intimo e lontano da sé. Così, dopo essere stato in Cina, nelle Filippine, in Malesia andò in India nel 1975. Cinque anni prima si era tuffato nel grande continente da cui nasce questo breve testo, Viaggio in Africa, che Adelphi pubblica in nuova edizione e con la postfazione di Viola Papetti. Cosa piuttosto curiosa, queste pagine così ispirate e dense, nascono da un viaggio fatto su commissione. Giorgio Manganelli fu ingaggiato da Carlo Castaldi, dirigente di Bonifica, che aveva progettato la Transafricana, una strada lungo la costa dell’Africa orientale, dal Cairo a Dar es Salaam. L’industriale pensava di aver trovato in lui un cantore dell’iniziativa. Invece si ritrovò tra le mani una puntuta e preoccupata relazione sul “pragmatico neocolonialismo ferroviere e alberghiero” che avrebbe portato con sé. La costruzione della TA1 avrebbe reso quella parte di Africa più comodamente vendibile denunciò Manganelli. Nonostante vi fosse andato da “embedded”, riuscì a sviluppare un punto di vista sull’Africa libero da ogni esotismo, avendo provato sulla propria pelle un sole che non lascia scampo e piogge torrenziali. Dal rapporto con la vastità e la potenza della natura africana ricava, per confronto, una chiara visione dell’artificialità della vita urbana in Europa. («La città ignora le stagioni se non come definizioni economiche»). Ma è soprattutto l’incontro con persone e culture differenti a offrirgli una angolazione inedita, quanto mai lontana dall’approccio muscolare di Heminguay, dal misticismo di Whitman o dal tenebrismo di Conrad. «Nella fantasia dell’europeo l’Africa è in primo luogo una regione selvaggia, popolata di animali da zoo, un parco, una riserva, anche uno scenario cinematografico», scrive in Viaggio in Africa. «Al cinema, i colori irruenti, la facile poesia, il tempo prestabilito rendono agile la degustazione innocua di uno spazio primitivo». L’esotismo alla maniera de La mia Africa, non faceva per Manganelli che detestava il «frigido e disonesto cliché cinematografico». L’incontro con l’Africa, non tanto quella mediterranea, ma quella delle terre aspre e solitarie oltre il Sahara è per lo scrittore scomparso nel 1990 qualcosa di ben più intimamente sconvolgente. «Il viaggiatore potrà non trovare città, villaggi, capanne, non incontrerà uomini per decine di chilometri».
È soprattutto l’Africa coloniale a lasciarlo senza fiato: ridisegnata con violenza dalle potenze europee, gli appare come «miraggio e incubo, nati dal nostro passato e dal nostro angustiato presente». «L’africano è prigioniero dei suoi luoghi senza confine». Con questa visione negli occhi di «un’Africa nera, magmatica, informale, che non ama il principio di non contraddizione» approderà in Grecia, trovando insopportabile il Partenone, frutto di un «gesto di violenza ragionevole nei confronti della stessa demonicità greca e rifiuto di Eleusi».