Di Giorgio Manganelli, più che le opere letterarie, abbiamo sempre amato quelle occasionali, nate da uno sguardo ribelle, senza sofismi d’accademia. Basta pensare a certi suoi acuminati giudizi su Tiepolo. («Non è solo un bugiardo, è un falsario, l’inventore di un mondo coerente e inabitabile, seducente e irraggiungibile») o alla sua tenace lettura di Pontormo e del suo scontroso diario. («Libro riluttante, dispettoso, di un pittore che ha dipinto secondo una “maniera” singolare, meravigliosamente aspra e fantastica»). Dietro al suo modo di leggere l’arte c’è sempre la ricerca della persona, dell’artista e un tentativo di indagarne, oltreché la poetica, la personalissima visione del mondo. Analogamente, da certa data in poi, dopo essere stato a lungo scrittore e lettore sedentario, Manganelli sviluppa una passione per il viaggio, mosso dal desiderio di conoscere l’altro, di rapporto con realtà diverse; alla ricerca dello sconosciuto che può arrivare a mettere in crisi chi non viaggia da turista, ma sia disposto ad affrontare l’imprevisto, l’ignoto. «Manganelli era attratto dall’altrove», ha scritto Salvatore Nigro. «E della lontananza aveva una misura emotiva e passionale. La inseguiva sugli atlanti, come sulle carte topografiche e sugli orari dei tram». Ogni luogo da raggiungere era per lui altrove, e insieme intimo e lontano da sé. Così, dopo essere stato in Cina, nelle Filippine, in Malesia andò in India nel 1975. Cinque anni prima si era tuffato nel grande continente da cui nasce questo breve testo, Viaggio in Africa, che Adelphi pubblica in nuova edizione e con la postfazione di Viola Papetti. Cosa piuttosto curiosa, queste pagine così ispirate e dense, nascono da un viaggio fatto su commissione. Giorgio Manganelli fu ingaggiato da Carlo Castaldi, dirigente di Bonifica, che aveva progettato la Transafricana, una strada lungo la costa dell’Africa orientale, dal Cairo a Dar es Salaam. L’industriale pensava di aver trovato in lui un cantore dell’iniziativa. Invece si ritrovò tra le mani una puntuta e preoccupata relazione sul “pragmatico neocolonialismo ferroviere e alberghiero” che avrebbe portato con sé. La costruzione della TA1 avrebbe reso quella parte di Africa più comodamente vendibile denunciò Manganelli. Nonostante vi fosse andato da “embedded”, riuscì a sviluppare un punto di vista sull’Africa libero da ogni esotismo, avendo provato sulla propria pelle un sole che non lascia scampo e piogge torrenziali. Dal rapporto con la vastità e la potenza della natura africana ricava, per confronto, una chiara visione dell’artificialità della vita urbana in Europa. («La città ignora le stagioni se non come definizioni economiche»). Ma è soprattutto l’incontro con persone e culture differenti a offrirgli una angolazione inedita, quanto mai lontana dall’approccio muscolare di Heminguay, dal misticismo di Whitman o dal tenebrismo di Conrad. «Nella fantasia dell’europeo l’Africa è in primo luogo una regione selvaggia, popolata di animali da zoo, un parco, una riserva, anche uno scenario cinematografico», scrive in Viaggio in Africa. «Al cinema, i colori irruenti, la facile poesia, il tempo prestabilito rendono agile la degustazione innocua di uno spazio primitivo». L’esotismo alla maniera de La mia Africa, non faceva per Manganelli che detestava il «frigido e disonesto cliché cinematografico». L’incontro con l’Africa, non tanto quella mediterranea, ma quella delle terre aspre e solitarie oltre il Sahara è per lo scrittore scomparso nel 1990 qualcosa di ben più intimamente sconvolgente. «Il viaggiatore potrà non trovare città, villaggi, capanne, non incontrerà uomini per decine di chilometri».
È soprattutto l’Africa coloniale a lasciarlo senza fiato: ridisegnata con violenza dalle potenze europee, gli appare come «miraggio e incubo, nati dal nostro passato e dal nostro angustiato presente». «L’africano è prigioniero dei suoi luoghi senza confine». Con questa visione negli occhi di «un’Africa nera, magmatica, informale, che non ama il principio di non contraddizione» approderà in Grecia, trovando insopportabile il Partenone, frutto di un «gesto di violenza ragionevole nei confronti della stessa demonicità greca e rifiuto di Eleusi».

L’Africa irrazionale di Giorgio Manganelli
Le mani sulla città
Le mani sulla città. Quelle invisibili dell’ideologia neoliberista che, attraverso il braccio armato di palazzinari e costruttori senza scrupoli, sfregia il paesaggio e costruisce nuovi ghetti. Deregulation urbanistica, zooning, cementificazione ad oltranza segnano il volto del territorio. Gli esempi sono tantissimi, dalle interminabili periferie senza identità che assediano il centro storico di Roma, alla laguna di Venezia intossicata dalle grandi navi, fino alla crescita esponenziale e cacofonica di Istanbul, che annulla le millenarie radici multiculturali e cosmopolite di questa straordinaria città ponte fra Oriente e Occidente. Le mani sulla città, però, sono anche quelle, sapienti, della buona architettura, che sa immaginare e dare forma a edifici e quartieri che rispondono ad esigenze sociali e politiche, creando e ricreando spazi urbani a dimensione umana e collettiva. Influenzando positivamente la qualità della vita, progettando freespaces (per dirla con Yvonne Farrell e Shelley McNamara, curatrici della Biennale architettura 2018), riaffermando il binomio democrazia e sostenibilità. Di questi due opposti modi di mettere le mani sulla città ci occupiamo in questa storia di copertina, con reportage da metropoli simbolo di questa trasformazione epocale – Belgrado, Mosca, Istanbul, Roma, Austin, Shenzhen – e chiamando architetti, sociologi e urbanisti a confronto. Se è vero che il cambiamento rapido delle città è cominciato con l’industrializzazione stessa, è altrettanto vero che nel nuovo millennio le megalopoli stanno andando incontro a una trasformazione totale, sotto la spinta di un potente inurbamento(in questo quadro il diritto alla città diventa un tema assolutamente centrale).
Per averne un’idea basta dire che nel 1850 in città viveva circa il 3% della popolazione mondiale, mentre oggi la percentuale si aggira intorno al 54%. Secondo le previsioni nel 2030 si arriverà al 70%. Uno degli aspetti più drammatici di questa accelerata urbanizzazione è che più di un miliardo di essere umani vive in slums, mentre nelle grandi città occidentali – pensiamo per esempio alle banlieue parigine – sono sorte delle vere e proprie enclave separate. È il nuovo apartheid urbano che nelle metropoli americane (e non solo) separa minoranze ultra ricche da vaste maggioranze di poveri. Esempio lampante di questo conflitto che si è aperto fra architettura e democrazia sono i quartieri per miliardari circondati da mura, fili spinati, telecamere e strettissimi controlli. Se ne trovano in Messico, in Brasile, e perfino nella parte più alta di Hong Kong. Più spesso, anche da noi, le città sono contrassegnate da quartieri dormitorio, che formano una barriera, un confine definitivo, un capolinea. Come il Corviale a Roma. Un problema che non riguarda solo le periferie più povere: con la crescita esponenziale dello sprawl sono tanti i quartieri senza identità, senza piazze e luoghi di ritrovo che non siano centri commerciali. Marc Augé anni fa coniò il termine “non luoghi” per parlare di questi spazi commerciali e di transito standardizzati, omologati dalla globalizzazione.
Un fenomeno, la globalizzazione, che se da un lato ha democratizzato il turismo, rendendolo di massa, dall’altra sottopone centri storici allo stress di un numero esorbitante di visitatori. Il problema sorge in particolare quando città come Firenze vengono ridotte a una Disneyland dell’antico, sfrattando botteghe e servizi per gli abitanti, a favore del bric a brac delle multinazionali del turismo. Con tanto di ordinanze che impongono assurde norme di decoro urbano, come quella voluta dal sindaco Nardella, che vieta di sedersi sulle panchine a mangiare e bere dopo una certa ora. Misura che finisce per colpire solo i senza fissa dimora. Accanto alla “turistificazione” delle città cresce l’ostracismo verso i più poveri. Non è un caso se i centri storici di Venezia e Firenze continuano a perdere abitanti. Queste problematiche, che abbiamo affrontato con l’aiuto di storici dell’arte, archeologi e urbanisti, vengono approfondite qui da Paolo Berdini che, a partire dall’esempio di Barcellona, invita a una presa di posizione e a un nuovo impegno civico dal basso, per resistere e opporsi alla speculazione, alla privatizzazione degli spazi pubblici e all’annullamento della memoria che minaccia i centri urbani. Con lui Alessandro Coppola racconta di esperienze di nuovo municipalismo, mentre Corrado Landi scrive dell’importanza sociale del lavoro dell’architetto, basata sul rifiuto di logiche neoliberiste.
«Si è sempre costruito per politica, fin dalla polis, l’architettura è l’arte che ha il più immediato e necessario impatto politico» scrive Fabio Sani ne L’architettura e la morte dell’arte (1996). «Antonio da San Gallo, uomo colto e difensore dell’ordine costituito, progettava edifici per il potere politico. Michelangelo, indipendente e difficilmente controllabile, usava il potere politico per affermare le sue idee. La storia ci dice che l’architettura ha sempre avuto una valenza politica. Essa fa le scelte, ma è l’architetto che cerca una forma e ha il dovere etico di opporsi alla cattiva politica».

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 10 agosto
Restituiamo una identità alle città
Nel 2014 Salvatore Settis in Se Venezia muore descrive il dilagare della monocultura del turismo in quella meravigliosa città e lancia l’allarme sulla concreta possibilità che, senza efficaci interventi, Venezia rischia di scomparire come entità urbana viva, per trasformarsi in un grande teatro dell’effimero, in cui fiumi di persone sciupano delicati campi e calli, mentre i residenti si assottigliano sempre più. Fino, estremizzando, a scomparire del tutto. E una città senza residenti, afferma Settis, perde la memoria, resta un set cinematografico, per sua natura finto. Le città sono costruzioni complesse generate da esigenze economiche. Sono plasmate della cultura artistica e storica che le caratterizza, ma sono figlie delle ricchezze che producono. Per oltre cinque millenni hanno saputo mantenere un equilibrio tra le esigenze produttive e quelle di mantenimento della popolazione residente, indispensabile a garantire il funzionamento di tutte le attività urbane. Anche quando in epoca moderna le città sono state investite dal fenomeno della grande industria manifatturiera, i processi di identità dei luoghi sono rimasti più o meno indenni. L’economia neoliberista sta sconvolgendo i paradigmi storici che hanno generato le città e sta causando fenomeni di omologazione di interi settori urbani.
Proviamo a declinare gli effetti urbani causati dall’economia dominante nel caso di Roma, capitale e città con dimensioni demografiche più grandi dell’intero Paese, iniziando proprio dal fenomeno più vistoso, quello della sostituzione della popolazione residente con le attività turistiche. Il turismo, comprensivo della filiera del commercio, e il sistema audiovisivo sono ormai il settore di punta della città. Nel 2015 ci sono state oltre 40 milioni presenze turistiche che, oltre all’accoglienza, hanno alimentato anche il gigantesco sistema di somministrazione di pasti e bevande, che ormai connota l’intero centro storico. Non siamo ancora arrivati alle punte veneziane, ma Roma è divorata da quello stesso modello economico. Per comprendere la discontinuità che si è prodotta, basta ripercorrere la storia della violenta trasformazione della città, che si ebbe con l’esplosione delle attività terziarie negli anni Settanta. Anche allora si produsse una forte richiesta di spazi per attività d’ufficio, che – in mancanza di una seria politica urbanistica – aggredirono gli spazi residenziali. Alloggi abitati da famiglie furono…

L’articolo di Paolo Berdini prosegue su Left in edicola
La lezione di dignità e di civiltà dei rifugiati di via Scorticabove

Il 5 luglio i telegiornali hanno dato la notizia dello sgombero improvviso e senza avvertimenti di 120 titolari di protezione internazionale dall’edificio dove vivevano da anni. Prima era un centro di accoglienza, poi la cooperativa che lo gestiva si è ritirata (perché pare fosse coinvolta in Mafia Capitale) e gli ospiti sono rimasti a vivere lì. Arrivi in via Scorticabove e ti trovi davanti da un lato tante valigie disposte con cura per non ostruire il passaggio delle auto, dall’altro dei gazebo ordinati ai lati della strada con i letti disposti sotto, uno accanto all’altro (“davvero 120 persone dormono in questo piccolo spazio?” “si”, ti rispondono), un tavolo con delle sedie e una tv che trasmette una partita di calcio. Loro sono lì, dei signori puliti, sorridenti, ospitali, eleganti pur vivendo per la strada (una drammatica discordanza). Si vengono a presentare stringendoti la mano. Tagliano un cocomero e te lo offrono a più riprese, non puoi rifiutare, devi prenderlo. E sai che loro stanno per strada e tu non puoi fare molto, oltre a portargli acqua ghiacciata, frutta, quello che puoi.
Per fortuna cibo e acqua non mancano, tanti come te sono andati a trovarli, ma quello che provi stando qui è palpabile: stanno cercando di togliere loro la dignità di esseri umani. Sono tutti titolari di protezione internazionale. Tutti perciò in un modo o in un altro hanno vissuto in passato la violazione dei loro diritti umani. Nonostante ciò, questi signori eleganti sono riusciti a ricostruirsi una nuova vita qui da noi. Qualcuno parlerebbe di resilienza, ma c’è di più e oltre questo. Gli uomini che vivevano, e vivono ancora, in via Scorticabove hanno una cassa mutua dove coloro che lavorano versano qualcosa per permettere a tutta la comunità di vivere dignitosamente. Questi signori con la S maiuscola, non solo hanno superato le esperienze traumatiche vissute prima, durante e dopo la migrazione (richiesta di asilo, vita nei centri di accoglienza, ottenimento documenti e ricerca lavoro), ma hanno addirittura trovato un modo di vivere insieme perfino migliore di quello che vediamo oggi nella nostra società occidentale. Hanno trovato un modo di vivere con gli altri andando oltre le difficoltà materiali. Perché siamo tutti esseri umani e la naturalità con cui te lo sbattono in faccia è disarmante. Questi signori eleganti hanno fatto della resilienza del singolo una resilienza collettiva che è diventata la loro identità, andando dunque oltre il concetto stesso di resilienza intesa come capacità di ritorno allo stato precedente.
Il comune fino al 23 luglio ha offerto loro di separarsi e rientrare nel sistema di emergenza (centri di accoglienza per titolari di protezione internazionale). Ma loro ci sono già stati, significherebbe tornare indietro, non vogliono e non possono. Perciò sono rimasti in strada. Hanno proposto al comune una “co-progettazione finalizzata all’assegnazione, tramite bando o convenzione, di un bene pubblico in auto-recupero”. Lunedì 6 agosto il comune ha mostrato un’apertura verso la proposta, ma allo stesso tempo sembra che abbia l’intenzione di sgomberare i rifugiati anche dalla strada con la scusa che alcuni cittadini si sarebbero lamentati (di cosa che è l’occupazione di suolo pubblico più discreta e pulita che tu abbia mai visto?). Di fronte ad uno sgombero della strada ovviamente la comunità sarebbe costretta a sparpagliarsi. Sembra si voglia in ogni modo dividere questa comunità così efficiente e sana.
Se ci riflettiamo quello che ci appare davanti è uno scontro di civiltà: da un lato il Comune di Roma, con dietro tutti i suoi interessi economici o politici e le sue strategie per mantenerli, passando anche senza farsi troppi scrupoli sopra alle condizioni già precarie delle persone svantaggiate (vedi anche lo sgombero del Camping River); dall’altro una comunità di 120 titolari di protezione internazionale che hanno fatto veramente della necessità una grande virtù, creando un sistema in cui l’interesse personale di ognuno si identifica con l’interesse della comunità. Interesse non economico o politico ma per una vita dignitosa insieme ad altri esseri umani. Questo modo di pensare fa paura alle istituzioni che ormai hanno perso da tempo, salvo rarissime eccezioni, la loro vocazione sociale. Fa paura perché è un pensiero che potrebbe diffondersi e i cittadini si renderebbero conto sempre di più delle condizioni della propria città e questo porterebbe scontento. Quindi meglio eliminare ogni pericolo facendo sparire il problema, che in questo caso sono i nostri vicini sudanesi, o rom, o chiunque altro metta a rischio i nostri cari valori occidentali basati sull’individualismo e sul potere. Ecco cosa possiamo leggere dietro al non voler rinunciare dei nostri di via Scorticabove, a questo punto possiamo dire non alla loro casa materiale, ma alla loro capacità di vivere insieme, alla loro identità collettiva. Per questo stanno vivendo per strada e stanno resistendo attivamente uniti. Lì davanti alla loro casa, che ora è diventata la strada. Perciò andiamoli a trovare, per farci insegnare la vita.
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Rossella Carnevali è una psichiatra e psicoterapeuta che da anni si occupa di salute mentale di richiedenti protezione internazionale e rifugiati
Dem Usa, continua la svolta progressista nel partito: ora Ayanna Pressley ci prova a Boston
È passato poco più di un mese da quando la vittoria di Alexandria Ocasio-Cortez nelle primarie democratiche del Bronx ha sconvolto il panorama politico. Il suo trionfo sembra aver scoperchiato il vaso di Pandora delle candidature negli Usa, dando coraggio e visibilità a tanti “americani col trattino” lasciati finora nella penombra della politica. Due casi interessanti sono emersi nelle ultime settimane: quello di Ayanna Pressley, candidata per il Congresso nel settimo distretto del Massachusetts, e quello di Abdul El-Sayed, che si è presentato alle primarie come aspirante governatore del Michigan.
Ayanna Pressley, 44 anni, nel 2009 è stata la prima donna di colore ad essere eletta nel Boston City Council in 108 anni di storia. Originaria di Chicago, è cresciuta solo con sua madre attivista politica, per aiutare la quale ha anche abbandonato momentaneamente gli studi per lavorare a tempo pieno. A differenza di Alexandria, la sua carriera politica è iniziata ai tempi del college. Per queste elezioni di midterm, ha deciso di provare a vincere il seggio al Congresso previsto per il distretto di Boston. Deve però prima fronteggiare alle primarie Mike Capuano, sessantaseienne Dem ben finanziato dai donatori e appoggiato dal sindaco di Boston e dall’ex governatore del Massachusetts. Capuano è l’attuale detentore del seggio al Congresso ed è molto apprezzato nel Distretto, attualmente soggetto a quello che in italiano chiameremmo “un imborghesimento” diffuso. Pressley ha denunciato come sia stata al centro di polemiche e accuse provenienti dall’ambiente politico del Massachusetts, all’interno del quale è stata tacciata di essere una traditrice perché non ha pazientemente aspettato che giungesse il suo turno di ricoprire una carica importante, ma ha deciso invece di sfidare anzitempo un mostro sacro come Capuano.
Grande appoggio è giunto, al contrario, da Alexandria Ocasio-Cortez, sia attraverso i social network sia tramite interviste e interventi ai comizi di Pressley. In un tweet pubblicato il giorno successivo al suo trionfo, Ocasio-Cortez invitava il Massachusetts a fare la differenza votando per Ayanna Pressley. Nonostante le similitudini, però, tra le due candidate ci sono anche alcune differenze. Innanzi tutto, Pressley non fa parte dei nuovi socialisti associati a Bernie Sanders, ma anzi nel 2016 faceva parte dei Dem che appoggiavano Hillary Clinton. Nonostante ciò, ha dichiarato in varie occasioni che non è l’establishment la soluzione per soverchiare la presidenza Trump, ma una rivoluzione del Partito democratico che parta dall’interno, aprendo le porte a una nuova generazione di politici.
Un profilo ancora diverso è quello di Abdul El-Sayed, medico trentatreenne figlio di immigrati egiziani e di religione musulmana. Prima di candidarsi come governatore del Michigan, El-Sayed è stato il più giovane direttore esecutivo del Detroit Health Department. La sua carriera accademica è stata a dir poco brillante, con laurea in medicina all’Università del Michigan e alla Columbia e una borsa di studio Rhodes, prestigiosissimo riconoscimento statunitense che gli ha concesso di frequentare anche l’Università di Oxford. Nonostante abbia dichiarato anche lui di non appartenere al movimento socialista, ma di essere piuttosto un rivoluzionario progressista, ha ottenuto l’endorsement non solo da Ocasio-Cortez, ma anche da Bernie Sanders in persona. Non sono mancate di accuse di essere legato ai Fratelli Musulmani e di voler portare la jihad nel cuore del Midwest.
El-Sayed ha bypassato le critiche, dichiarando che il mondo politico americano ha subito una grossa evoluzione grazie a un uomo chiamato Barack Hussein Obama, senza il quale il medico Abdulrahman Mohamed El-Sayed non avrebbe nemmeno potuto sognare di concorrere per diventare il primo governatore musulmano degli Stati Uniti. Il Michigan, d’altronde, è lo Stato con il maggior numero di arabi musulmani del Paese. In un’intervista rilasciata per The Nation, El-Sayed ha dichiarato che i nuovi Dem devono smettere di scusarsi per le loro idee e cambiare il panorama politico, smettendo di «giocare secondo le regole dei Repubblicani», cercando cioè di racimolare più fondi possibile ingraziandosi le grandi corporations. Alexandria Ocasio-Cortez ha presieduto a diversi suoi comizi, apparendo anche in alcuni manifesti accanto a El-Sayed. Alle primarie Democratiche del 7 agosto non ce l’ha fatta ma la sua battaglia, ha detto in un twitt, continuerà.
The victory was not ours today, but the work continues.
Congratulations to @gretchenwhitmer on her primary win.
Tomorrow we continue the path toward justice, equity, and sustainability.
— Dr. Abdul El-Sayed (@AbdulElSayed) August 8, 2018
La vittoria di Ocasio-Cortez ha scatenato quello che la stampa americana ha definito più volte “un sisma” all’interno della politica americana. Un’importante risposta di novità all’oscurantismo proposto dalla presidenza Trump.
Dovunque vada, cerco gli zingari

«Non smette mai di emozionarmi che uno possa dire “vaffanculo” al mondo e praticare l’antica arte della raccolta degli stracci nel bel mezzo del post-moderno e del post-industriale. Le donne portano fardelli di ramoscelli legati insieme, gli uomini guidano carretti stracolmi di metallo di scarto, i bambini estraggono bottiglie dai rifiuti [..] Sostanzialmente questa gente fa quello che facciamo tutti: provare a sopravvivere. Soltanto, non se ne vantano, non compilano la loro storia, preferendo le leggende, le storie popolari, le fiabe trasmesse di generazione in generazione; i loro “c’era una volta” ai “il 13 dicembre di quel tal anno in Copenhagen”. E quindi dovunque vada, li cerco, cerco quella metafora vivente della cultura mediterraneo-cristiana, quella nazione senza terra, quella gente che, quando qualcosa è costruito, devono rifiutarlo, bruciarlo per divertimento o disperazione, e trasferire il loro regno portatile in un posto dove l’orda di europei bianchi ansima verso di loro con un po’ di odio in meno».
Andrzej Stasiuk (Varsavia, 1960) è considerato uno dei più importanti reporter e scrittori polacchi. La sua biografia si recupera facilmente online: qualche mese di carcere a scontare il reato di pacifismo nella Polonia socialista della legge marziale del Generale Jaruzelski, i viaggi, poi il ritiro nella piccola Czarne e la fondazione dell’omonima casa editrice, i viaggi. Stasiuk non ha mai subito il fascino dell’Europa occidentale; dopo il crollo del sistema comunista, non si è affrettato a visitare Madrid e Parigi, né tantomeno ha meditato di cercarvi fortuna come molti connazionali. È rimasto innamorato delle terre del defunto blocco orientale, quell’“altra Europa” che ha solcato indefesso in lungo e in largo, cercandole l’anima, rifuggendone le capitali patinate, irridendone ogni confine, passando lunghe giornate nelle bettole fumose di quei villaggi contadini di cui ha cantato la coriacea resilienza ai regimi e alle stagioni. In italiano sono stati tradotti alcuni suoi diari di viaggio e qualche saggio, ma non quello Jadąc do Babadag (On the road to Babadag, in inglese) da cui provengono entrambi gli estratti qui presenti (traduzione libera dell’autore). Tra il 2007 e il 2012 sono apparse le traduzioni di alcuni suoi brevi interventi a tema vario su L’Espresso.
Fedele al manuale dell’estrema destra perfetta, l’attuale esecutivo italiano ha iniziato ad attaccare i rom fin dai suoi primissimi vagiti, nel contesto della tradizionale crociata contro il diverso necessaria a distogliere l’attenzione dalle roboanti promesse elettorali che non potranno essere mantenute. Nella competizione per l’affermazione più meschina e ripugnante, è brillato, ça va sans dire, il ministro dell’Interno con il suo «Quelli italiani purtroppo dobbiamo tenerceli». Bordate di dati oggettivi probabilmente non servono a disinnescare questo meccanismo di discriminazione così collaudato: si è già scritto, e più volte, che i rom in Italia sono pochissimi (non raggiungono le 200.000 unità), che sono per la maggioranza cittadini italiani, e sono dunque a casa loro, che inoltre sono in diminuzione e particolarmente discriminati. Quello che serve, forse, è una nuova narrazione, uno sguardo differente.
La riflessione di Stasiuk si inserisce qui. Si posiziona al centro di quello spettro di posizioni che va dalla repressione della destra all’integrazionismo della sinistra, quell’approccio paternalista e ben intenzionato che informa i vari progetti di coesione sociale che abbiano come oggetto i rom, stanziali o meno. Iniziative lodevoli e comprensibili, specie di fronte al repulisti reazionario invocato dall’altra parte, che tuttavia rifiutano di confrontarsi con la diversità intrinseca degli zingari, che non di rado intendono preservarla. Stasiuk ha gli occhi dell’innamorato, non ragiona sulle policy necessarie e si perde a contemplare la differenza, quello stupendo e spaventoso disinteresse che gli zingari, l’Altro per antonomasia, esibiscono per lo stabile, il pianificato, il progresso e anche il progressismo di cui si fregia l’Europa. In fare questo, il bardo polacco riesce a fermarsi sulla soglia del romanticismo smielato, uno sguardo così popolare quando si parla delle doti musicali, dell’arte, dei riti comunitari antichissimi degli zingari e dei rom in generale ballando sulle note di Goran Bregović. Nei reportage di Stasiuk gli zingari sono le cicale del continente, un crogiolo di culture che si specchia in loro scoprendoli immancabilmente irriducibili, ineffabili, effimeri. Stasiuk colloca gli zingari a pieno titolo nel continuum della famigerata cultura europea, pur negli interstizi che scelgono di coltivare, spingendosi a sostenere che l’Unione Europea dovrebbe finanziarli e pagare le loro scorribande e a fantasticare di uno stato rom al posto della Slovacchia. Una posizione provocatoria, irrealistica, impopolare. In direzione ostinata e contraria rispetto all’agghiacciante “buon senso” odierno.
«Osservavo questo villaggio decadente, la spazzatura nel centro della piazza, la canonica e la piscina chiusi così timorosi dietro ai cancelli e decisi che era la vittoria degli zingari. Fino dal 1322, quando l’Europa notò per la prima volta la loro presenza nel Peloponneso, non erano cambiati. L’Europa aveva allestito nazioni, regni, imperi e governi, che erano ascesi e decaduti. Assuefatta all’ideologia del progresso, dell’espansione, della crescita, non poteva immaginare che la vita potesse essere vissuta fuori dal tempo, fuori dalla storia. Intanto gli zingari guardavano con un sorriso sardonico i parossismi della nostra cultura, e se si presero qualcosa per loro, furono la spazzatura, le case diroccate, l’elemosina. Come se tutto il resto non avesse alcun valore».
I rifugiati di via Scorticabove propongono un progetto di co-housing. E il comune li sgombera
È passato più di un mese da quando la Comunità di rifugiati sudanesi di via Scorticabove a Roma è stata sfrattata (senza alcun preavviso) dallo stabile nel quale viveva dal 2005. Una vicenda di cui Left si è occupato sin dal primo momento e che, durante questo periodo, ha visto tre incontri tra Comune e Comunità, nei quali l’amministrazione capitolina ha proposto perlopiù posti in strutture di accoglienza. Soluzione che non riconosce il valore di una comunità unita e portatrice di un’esperienza esemplare di autogestione, per la quale il ritorno nei centri di accoglienza sarebbe nient’altro che una regressione.
Soluzione di fronte alla quale la Comunità, già nel secondo incontro (del 23 luglio), ha risposto rilanciando con una proposta, presentata con maggiori dettagli nell’ultimo vertice del 6 agosto: l’assegnazione di un bene pubblico per partire con un’esperienza di co-housing e rigenerazione di uno spazio urbano. Un progetto che sta prendendo forma, realizzato dalla Comunità stessa con l’apporto delle tante, tantissime realtà solidali, non ultima Alterego-Fabbrica dei diritti, che presenterà a giorni un parere legale per sostenerne la fattibilità. Un’idea che muove le fila da una legislazione che permette esperienze di questo tipo, a cominciare dalla «Legge regionale n.11 del 2016 – come spiega a Left Federica Borlizzi di Alterego – dove si parla della possibilità di attivare esperienze di co-housing per le persone soggette a sfratto e la Legge regionale n.7 del 2017 nelle cui finalità si parla di favorire forme di co-housing per condividere spazi e attività».
Un progetto che ha le idee chiare anche riguardo alla copertura economica, con tre voci di finanziamento: il Fondo sociale europeo, il Pon (Piano operativo nazionale) e il Fami (Fondo asilo migrazione e integrazione), con quest’ultimo che vedrà uscire un nuovo bando in autunno. Un progetto per il quale è stata chiesta al Comune una ricognizione dei beni pubblici inutilizzati dai vari municipi, nell’attesa della quale è stata comunque fatta una proposta riguardo ad alcuni immobili della Tenuta del Cavaliere, «un bene inutilizzato ma dato in gestione al dipartimento delle politiche sociali del Comune di Roma», come spiega Borlizzi, che oltre ad essere vicino al luogo in cui la Comunità risiede da anni, ha anche un terreno agricolo, che permetterebbe un’altra delle finalità del progetto: quella di fornire servizi e attività che valorizzerebbero le competenze dei ragazzi della Comunità.
E quindi agricoltura biologica, una futura start-up di agriturismo o ristorazione, magari specializzata nella cucina sudanese, perché «ci sono tanti ragazzi qualificati – come racconta, in un perfetto italiano, Adam, uno dei portavoce della Comunità – che magari in Sudan studiavano o non facevano questo, ma qui hanno imparato e conseguito attestati». Servizi e attività che si inserirebbero perfettamente nella logica del progetto, con il quale la Comunità, sulla base della legislazione in materia di rigenerazione urbana e recupero edilizio, richiede alle istituzioni l’assegnazione di un bene per renderlo fruibile anche alla collettività. Svolgendo al suo interno, oltre alle attività sopracitate, anche sportelli di orientamento legale, sanitario e lavorativo per richiedenti asilo, scuola di italiano, nonché un lavoro di recupero dello spreco alimentare.
Un’idea che sta ricevendo il supporto anche del mondo accademico, con la disponibilità a collaborare da parte di alcuni docenti della facoltà di Architettura dell’università Roma Tre. Un progetto di fronte al quale il Comune, rappresentato tra gli altri dall’assessore Laura Baldassarre, nell’incontro del 6 agosto si è dimostrato «disponibile in merito alla fattibilità di una co-progettazione finalizzata all’assegnazione, tramite bando o convenzione, di un bene pubblico in auto-recupero alla comunità», come recita il Comunicato della stessa Comunità.
Nel medesimo incontro però, il Comune ha riproposto per l’immediato la soluzione dei posti in strutture di accoglienza, annunciando anche un imminente sgombero del presidio di via Scorticabove. Prospettiva di fronte alla quale la comunità ha risposto con una domanda: «Se l’istituzione riconosce l’enorme valore sociale della nostra esperienza di autogestione tanto da dimostrarsi disponibile ad un percorso di co-progettazione finalizzato all’assegnazione di un bene, come può poi quella stessa istituzione non tutelarci dinanzi a uno sgombero oramai dato per certo?». Domanda in aggiunta alla quale la Comunità ha dichiarato che proseguirà la battaglia per veder riconosciuta la propria esistenza «convinti che una “soluzione ponte”, – si legge sempre nel comunicato – in attesa dell’individuazione dell’immobile, si possa e si debba trovare».
Immobile che è parte integrante di quel progetto che, a ben vedere, non rappresenterebbe neanche una novità. Parlando di autogestione di spazi e di servizi alla collettività infatti, tale progetto servirebbe “solo” a riconoscere appunto istituzionalmente quanto la Comunità sudanese fa già da anni. Da quando infatti, nel 2015, la Cooperativa che gestiva lo stabile di via Scorticabove se ne andò (risultando poi coinvolta in Mafia Capitale) e i Sudanesi, già in parte autorganizzati, aumentarono il loro impegno, creando gruppi di cucina, di pulizia ma soprattutto riqualificando lo stabile «con i nostri soldi – come racconta Adam – facendo molti lavori all’interno perché tra di noi ormai c’erano dei professionisti».
Una comunità che nel passato ha sopperito da sola all’assenza delle istituzioni, svolgendo anche funzioni per la collettività, «dando ad esempio – prosegue Adam – tutto il supporto, anche legale, a chi come noi era arrivato in Italia dal Sudan». Un nucleo di persone capace di mettere in campo importanti pratiche di mutualismo, come la cassa di mutuo soccorso. «Ogni settimana – racconta Adam – tutte le persone che lavorano mettono una certa cifra che va a comporre una cassa comune per quelli di noi che magari al momento non lavorano. Tutto per non lasciare nessuno in una situazione di fragilità».
Una Comunità ben inserita nel tessuto sociale, che ha ricevuto e sta ricevendo il pieno sostegno di associazioni e cittadinanza. E che, nonostante il trattamento ricevuto dalle istituzioni, continua a portare avanti la propria lotta nel pieno rispetto di quest’ultime, cercando sempre il dialogo. «Nel 2015 – ricorda ancora Adam – la Cooperativa andò via senza dirci niente. Non sapevamo il perché. Un nostro portavoce andò a chiedere spiegazioni in Comune, e soprattutto a domandare cosa avremmo dovuto fare. Ci dissero di aspettare. E noi aspettammo».
Fino allo scorso 5 luglio, giorno in cui, senza preavviso alcuno, arrivò lo sfratto per Adam e i suoi compagni, gettati di colpo in strada. Quella stessa strada dalla quale ora rischiano di essere sgomberati e da dove continuano a lottare «perché noi siamo autonomi – ribadisce Adam – non vogliamo tornare nell’emergenza dell’accoglienza». Una lotta che, nonostante tutto, procede con una solida certezza. «Non abbiamo occupato la struttura e non la occuperemo mai. Non faremo mai una cosa illegale». Un approccio che dimostra quanto sia forte e concreto, in questo gruppo di rifugiati sudanesi, il senso della parola dignità.
Nominala invano: la mafia secondo Salvini

Alla fine gli è toccato scendere a Foggia. Dodici braccianti morti (sedici in pochi giorni) sono troppi anche per lui che vorrebbe per decreto cancellare i negri quando sono vittime e ripopolare invece gli stranieri delinquenti senza i quali non saprebbe come esistere. Così il ministro dell’inferno Matteo Salvini ha impegnato tutta la sua propaganda che riesce a mungere per invertire la realtà a proprio uso e consumo ma la sua conferenza stampa è un perfetto esempio dell’ignoranza con cui si approccia al fenomeno mafioso (come a molti altri) da perfetto piazzista.
Per sconfiggere la mafia foggiana, dice il ministro, svuoterà i ghetti poiché ancora una volta gli viene comodo convincerci che un problema si cancelli intervenendo sulle vittime piuttosto che sui carnefici. Secondo Salvini, in sostanza, nel Paese che da sempre ha le mafie inserite nei più alti livelli della politica e dell’imprenditoria il problema sarebbero i braccianti. Probabilmente Salvini pensa che i boss mafiosi (prendete quello che vi ispira di più: il super boss Matteo Messina Denaro o per restare in zona i Libergolis di Monte S. Angelo, gli Alfieri e i Primosa, i Romito di Manfredonia e le famiglie dei Tarantino e dei Ciavarella di San Nicandro Garganico solo per dire alcuni) si occupino della raccolta dei pomodori come attività principale per accumulare ricchezze. Nel Paese di Andreotti, di Berlusconi tramite Dell’Utri, di Cosentino e dei suoi rapporti con i casalesi, il ministro ha trovato la formula magica per sconfiggere la mafia: svuotare i ghetti. Poi probabilmente proporrà di chiudere in casa le vecchiette per debellare gli scippi agli anziani.
La mafia secondo Salvini è un’entità che gli hanno raccontato da bambino, un uomo nero che basta chiudere gli occhi e pensare a qualcosa di bello per scacciarla via e un fenomeno che interessa la manovalanza piuttosto che le dirigenze. Non contano niente gli imprenditori che preferiscono la mafia allo Stato per non doversi fare carico dei diritti dei lavoratori. Non contano nulla gli ipermercati che la mafia costruisce (e talvolta gestisce) per ripulire il denaro. Non gli interessa, no. Forte con i deboli e debole con i forti.
E invece ha ragione Di Maio: nel foggiano (come in molte altre zone d’Italia) bisognerebbe riuscire a far rispettare la legge. E indovinate un po’ chi è il ministro preposto al rispetto della legge? Sì, lui, Salvini.
Buon mercoledì.
Stranieri in carcere, anche l’emergenza criminalità è un falso problema

Sono sempre tanti in rapporto alla capienza regolamentare ma sono sempre in diminuzione gli ingressi in carcere: 764 persone in meno rispetto al 2017 e anche il tasso di detenzione degli stranieri si è ridotto di oltre due volte negli ultimi dieci anni. E, gli stranieri detenuti, sono diminuiti anche in termini assoluti: rispetto al 2008, il cui tasso di detenzione era pari allo 0,71%, nel 2018 è lo 0,33. Tanto per avere un’idea, il numero degli immigrati extracomunitari regolari in carcere – circa tremila – è il 5% della popolazione detenuta, pari ai reclusi di origine lombarda. Stessa proporzione fra italiani e ucraini che hanno un tasso di detenzione più o meno identico; di poco superiore è quello dei moldavi, degli etiopi, degli ungheresi e dei romeni che, negli ultimi cinque anni, sono addirittura diminuiti di mille e cento unità, nonostante sia aumentato il numero degli immigrati (romeni) presenti in Italia, rappresentando una comunità longeva e ben radicata.
Segno che il patto di inclusione paga e garantisce sicurezza, contribuendo alla diminuzione del rischio di commettere crimini. E qualora li commettano, stando ai dati del Rapporto semestrale sulle condizioni di detenzione, elaborato dall’associazione Antigone, sono meno gravi di quelli di cui si macchiano gli italiani: considerando il reato di criminalità organizzata, il 98,75% dei detenuti condannati è italiano e solo l’1,25% è straniero come il 5,6% degli ergastolani. Nel 57% dei casi, i detenuti stranieri sono meno informati sui loro diritti, percentuale che, negli italiani, scende al 21%. E se per gli italiani, i colloqui col difensore che precedono le direttissime avvengono in troppo poco tempo e senza la necessaria riservatezza, per il 25% degli stranieri arrestati, il colloquio non è stato proprio fatto, anche a causa dei ritardi degli interpreti, quasi sempre poco formati e mal pagati.
In mancanza della riforma dell’ordinamento penitenziario, che avrebbe consentito di trattare – almeno a livello normativo – la malattia psichica al pari di quella fisica, la presenza di persone detenute che necessitano di cure dei servizi di salute mentale è crescente: i disagi psichici sono le patologie più diffuse nelle carceri italiane. Un malessere così diffuso tanto che dall’inizio dell’anno sono stati trenta i suicidi dietro le sbarre. Compreso quello del 23 luglio, a Viterbo: Hassan Sharaf di ventuno anni, si sarebbe impiccato nella cella di isolamento, nella quale era finito per un reato compiuto (forse) quando era minorenne. E, quindi, caso mai, sarebbe dovuto essere in un Istituto di pena per minorenni. Nei quali, secondo i dati più recenti, sono detenuti quattrocentosessantuno ragazzi, di cui duecento stranieri, comprese ventinove ragazze. Non perché siano più delinquenti dei loro coetanei italiani ma perché sono la rappresentazione più tangibile della debolezza sociale del territorio in cui sarebbero dovuti essere presi in carico e dell’assenza di percorsi alternativi.
Ancora troppo pochi anche per gli adulti: per troppi detenuti, infatti, la pena si sconta tutta in carcere, riducendo all’osso i contatti con l’esterno e innalzando il tasso di recidiva. Su oltre 58mila reclusi, sono 28mila quelli in misura alternativa. Il numero è ancora insufficiente se si pensa, anche, che molti detenuti sono rinchiusi in luoghi lontani dai loro cari: a parte per la collocazione del carcere, che nel 56% dei casi è situato in aree extraurbane ed è difficilmente raggiungibile, le criticità nel collegamento si fanno insostenibili quando lo spostamento avviene dal sud al nord del Belpaese. E le pene alternative risolverebbero, pure, il problema della carenza di personale visto che il rapporto medio fra educatori e detenuti è pari a uno ogni sessantanove; i medici lavorano, mediamente, quarantotto ore ogni cento reclusi mentre per gli psichiatri le ore lavorate scendono a nove.
Nessuna emergenza in termini di criminalità tra gli stranieri, dunque. L’emergenza è tutta italiana.






