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iGod, quello che i fan di Apple non vedono (a Milano)

Apple store Milano

Apple ha aperto da poco, mirabilmente disegnato dallo studio Foster e in particolare dall’architetto Stefan Behling, un nuovo store a Milano. Si tratta del primo flagship store (negozio bandiera) in Italia della creatura di Steve Jobs e si insedia nella piazza Liberty al centro di Milano. Colpisce il pubblico la fontana dentro un prisma di vetro che porta luce al grande spazio ipogeo che ospita lo store. Essendo tutto sottoterra, il negozio lascia la piazza ad uso pubblico come lo è la grande scalea che dolcemente fa scivolare le persone dentro la grotta di Aladino con i luccicanti gioielli da Cupertino, California. Lungo la scalea Free wi-fi e spettacoli in occasioni particolari, quasi quasi come a Trinità dei Monti. Insomma i pellegrinaggi sono già partiti.
Dello store di Milano, da architetto, oltre la solita eleganza mozzafiato della costruzione e del ruolo così rilevante della pietra come nell’Ara Pacis di Roma di Richard Meier, colpisce quanto si può fare di intelligente con il sottosuolo! Pochi punti di emersione con lucenti corpi, intelligenti mosse di infrastrutturazione dello spazio pubblico, minimizzazione della cubatura emersa. Con poche mosse intelligenti si triangola. La chiave è una forte amministrazione che sappia contrattare e avere il massimo possibile dal privato.
Ora la questione pubblico/privato che l’Apple store qui presenta a piazza Liberty merita una domanda: Ma lo spazio pubblico è pubblico oppure intesse una relazione molto ambigua e molto particolare con il privato?
Nel passato lo spazio pubblico era spesso la proiezione fisica della potenza di una famiglia. Piazza Navona per esempio è incomprensibile nella sua attuale conformazione senza la presenza della famiglia papale dei Doria Pamphjli. Vi hanno sistemato tutta la parte ad occidente della piazza con il proprio palazzo, come non bastasse hanno costruito con Borromini, la chiesa di Sant’Agnese con tanto di enorme cupola, poi il sistema delle fontane, e sono intervenuti immobiliarmente in molti altri edifici della piazza. Hanno surclassato i Farnese ché non scherzavano a riverbo di potenza, nella piazza antistante il palazzo fortezza e anche i Barberini che sognavano una piccola Versailles sino a quella che sarà Fontana di Trevi. Ma non ci riuscirono e rimane solo il Tritone, a Piazza Barberini, appunto!
Quello che noi oggi chiamiamo spazio pubblico è il risultato formale che un privato dà alla sua idea di potenza, di conquista, di seduzione.
A volte una potente multinazionale crea spazi così pubblici e così belli che noi ne dimentichiamo “gli affari” dell’impresa. Il processo di fidelizzazione non l’ha inventato la Apple con i suoi store: è una lunga storia che ha tra le sue vette Santa romana chiesa. E il più geniale e grande momento di fidelizzazione si ha con il portico di Bernini a San Pietro.
Ora Milano con il nuovo spazio urbano che Apple “offre” alla città è un esempio di spazio pubblico fidelizzato come spesso, dicevamo, è stato. Ci vogliamo scandalizzare?

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L’architetto Antonino Saggio insegna Progettazione architettonica e urbana alla Facoltà di Architettura “La Sapienza” Università di Roma – www.arc1.uniroma1.it/saggio

È sangue, non è succo di pomodoro

+++ ATTENTION EDITOR GRAPHIC CONTENT +++ Un'immagine dell'incidente stradale avvenuto nei pressi di Lesina che ha provocato la morte di 12 braccianti, Foggia, 6 agoto 2018. I carabinieri hanno confermato all'ANSA che le cinque vittime dell'incidente stradale avvenuto nei pressi di Lesina, nel Foggiano, sono tutti extracomunitari di ritorno dal lavoro nelle campagne, dove avevano raccolto pomodori. ANSA

Ieri sulla strada statale 16, nella località Ripalta, nel territorio di Lesina, siamo nel foggiano, sono morti 12 braccianti in un incidente stradale. Lasciate perdere che siano migranti: l’unica razza qui è quella degli sfruttati, degli oppressi. Qualche giorno fa, sempre in quelle zone, erano morti in quattro, con una dinamica pressoché identica: gente sfinita, resa schiava dalla fatica pagata con pochi spicci e molti calci, ammassata in un furgone che li raccoglie come stracci dopo la raccolta di pomodori nei campi. Sono l’ultimo stadio del pendolarismo: si trascinano dai campi al letto e a un pasto sempre povero e il loro caporale è Caronte che li conduce nell’inferno. Anche questi dodici ieri li hanno estratti dalle lamiere, ogni tanto invece qualcuno si secca sotto il sole come accadde tre anni fa a Paola Clemente, 49 anni e tre figli morta di caldo per due euro a nero ogni ora.

Ora pensate alla bottiglia di passata di pomodoro che tenete nella vostra dispensa, quella che avete pagato sottocosto durante una delle tante offerte che urlano tra la carta della vostra cassetta della posta. La vostra passata di pomodoro (così come i trapassati di pomodoro morti in questi anni) è figlia di quella che gli addetti ai lavori chiamano aste al doppio ribasso. Funziona così: l’azienda della Grande Distribuzione Organizzata (molto probabilmente quella che risponde al nome dell’insegna del vostro supermercato di fiducia) indice un’asta chiedendo ai propri fornitori di pomodori di presentare un’offerta per l’acquisto di una grande quantità. Sulla base dell’offerta più bassa viene indetta una nuova asta in cui i fornitori hanno poche ore per ribassare ulteriormente il prezzo dei propri pomodori. Vince chi si prostituisce di più.

Ieri all’Eurospin una bottiglia di passata di pomodoro costava 39 centesimi. Chi ha pagato il resto? Il produttore strozzato strozza l’agricoltore, l’agricoltore strozzato strozza il caporale, il caporale strozzato strozza il bracciante. Figuratevi se rimane lo spazio per la dignità o i diritti, non scherziamo. Figuratevi se davvero c’è lo spazio per discutere delle nazionalità o del colore della pelle degli schiavi. E figuratevi quanto possano valere le vite di dodici persone che erano solo le loro ventiquattro braccia. Sottocosto.

Buon martedì.

Giochi pericolosi: delocalizzare in Africa le frontiere Ue

Più di 25mila persone riportate nell’inferno e 600 morti nel solo mese di maggio 2018. L’esternalizzazione delle frontiere – ovvero la collaborazione con i Paesi di origine e transito per espellere facilmente i migranti o bloccarli prima dell’arrivo – nuoce gravemente alle vite dei migranti ma anche ai diritti dei cittadini dei Paesi in cui sono state delocalizzate le frontiere della Fortezza Europa e non fa certo bene alle “democrazie” che vogliono rendere invisibili i profughi messi in fuga dalle loro stesse politiche commerciali. «Esternalizzare significa spingere le responsabilità giuridiche e politiche dei nostri Paesi più a sud nella cartina del mondo, alla ricerca di una totale impunità o nel tentativo di farla ricadere su altri Paesi». A tre anni dal vertice della Valletta dove furono sancite le linee guida dell’esternalizzazione, l’Arci fa un bilancio dell’impressionante subappalto europeo a regimi come quelli nigerino, sudanese, tunisino (sono più famosi gli accordi con Libia, Egitto e Turchia) per richiamare l’attenzione di società civile e governi sugli effetti negativi di queste strategie e le loro implicazioni in merito alle violazioni sistematiche dei diritti fondamentali di migranti e popolazioni interessate. Si tratta di “La pericolosa relazione tra migrazione, sviluppo e sicurezza per esternalizzare le frontiere in Africa“, un documento d’analisi curato da Sara Prestianni dell’ufficio Immigrazione dell’Arci nell’ambito del progetto di monitoraggio Externalisation Policies Watch che ha previsto missioni sul campo tra il dicembre 2016 e luglio 2018.

Tanto è devastante per i diritti umani, quanto fa bene ai bilanci dell’industria militare del Nord del mondo e al destino politico dei governi populisti e xenofobi che, «con la guerra ai migranti, alimentano l’immaginario di un nemico da combattere alle nostre porte, e che con la loro presenza nel continente africano si giocano la partita dell’influenza territoriale». “Aiutarli a casa loro” significa fornire carri armati ed elicotteri, sistemi biometrici e satellitari, eserciti e truppe: il rapporto segnala come il processo di esternalizzazione del controllo della frontiera europea in Africa sembra evolversi verso una predominanza della dimensione militare e della sicurezza. EucapSahel, missione “civile” per “modernizzare” le forze dell’ordine di Niger e Mali, da forza antiterrorismo è diventata centrale nella politica di gestione delle frontiere – poi ci sono le missioni militari italiane in Libia e Niger, quindi la forza congiunta G5 Sahel che – oltre ad un contributo di 100 milioni di euro – si è vista attribuire ulteriori 500 milioni di euro nel summit del marzo 2018. Si tratta di cifre ingenti che potrebbero essere usate per una reale politica di cooperazione allo sviluppo o di integrazione, come ha detto proprio a Left Selly Kane, responsabile Immigrazione della Cgil nazionale.

La militarizzazione dell’esternalizzazione, però, non solo serve a bloccare gli arrivi in Europa ma coincide con gli interessi dell’industria italiana della sicurezza e con la concorrenza interna all’Ue per una presenza geostrategica in quelle aree. La trasformazione di Frontex nell’European Border and Coastguard Agency è solo una delle tante proposte “suggerite” dalle lobby militar-industriali alla Commissione europea. Avverte il rapporto Arci (dal quale attingiamo con ampi stralci): «L’attuazione del processo di esternalizzazione deve essere osservato anche come esempio di riduzione dello spazio democratico all’interno dell’Europa stessa e degli Stati membri. Per molte delle attività e dei fondi attribuiti per l’attuazione di tali politiche è stato aggirato il controllo democratico del Parlamento europeo cosi come, a livello italiano, si è evitata la ratificazione degli Accordi Bilaterali da parte delle Camere, in flagrante violazione dell’Art 80 della Costituzione».

Che poi «le procedure di selezione e monitoraggio dei progetti finanziati dal Trust Fund risultino «non trasparenti e i processi di valutazione privi di coerenza» (come denunciato nel rapporto Concord) non sembra scuotere la coscienza dei governi europei avvezzi a scandali di vario tipo. Per questo il rapporto sottolinea «il compito fondamentale delle associazioni della società civile di analizzare queste politiche, riportando le responsabilità giuridiche e politiche ai diretti responsabili».

L’analisi dell’uso dei fondi europei e italiani per attività di controllo delle frontiere – anche grazie alla retorica “aiutiamoli a casa loro” – evidenzia una parte dei progetti finanziati con l’Eutf (Centro operativo Regionale di supporto al processo di Khartoum e all’Iniziativa nel Corno d’Africa) prevede la formazione di forze di polizia e guardie di frontiera, la diffusione del sistema biometrico per la tracciabilità delle persone e la “donazione” di elicotteri, veicoli e navi di pattuglia, apparecchiature di sorveglianza e monitoraggio, «aprendo cosi alla relazione sempre più strutturata tra migrazione, sviluppo e sicurezza». L’obiettivo dell’istituzione del Fondo fiduciario era quello di ottenere maggior collaborazione da parte dei governi locali nel controllo dei flussi attraverso il finanziamento di programmi di sviluppo (sia nei Paesi di origine che di transito) e mediante il rafforzamento delle forze di polizia lungo le rotte. Una strategia europea «drammaticamente efficace»: nel 2017 il numero di ingressi irregolari in Europa è diminuito del 67%. Una diminuzione che si accompagna ad una pesante riduzione del rispetto dei diritti sia dei migranti, in mare e in terra, che della popolazione di molti dei Paesi africani coinvolti. Italia e Ue hanno calpestato tanto le Convenzioni internazionali di cui sono firmatarie che i diritti fondamentali, tra cui il diritto alla vita. La chiusura della rotta del Mediterraneo ha portato l’Italia, grazie al contributo europeo, a subappaltare le operazioni di salvataggio alla Guardia costiera libica, pur cosciente, come evidenziato dalla decisione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, del profondo legame di questo corpo con le milizie, nonché delle violenze perpetrate sia in mare che sulla terraferma. La campagna denigratoria delle Ong che salvano vite in mare è funzionale alle politiche di esternalizzazione delle frontiere.

Se i migranti vengono esposti a rischi sempre maggiori non se la passano meglio i cittadini dei Paesi di transito contro i quali vengono adoperati gli “aiuti a casa loro” gentilmente forniti dall’Europa. Una dinamica visibile sia nel Mediterraneo orientale, fra Turchia e Siria (l’Ue è particolarmente affabile di fronte alla deriva dittatoriale di Erdogan suo partner nel blocco di profughi afgani e siriani), sia sulla rotta del Mediterraneo Centrale. Armarsi per diventare il gendarme d’Europa è una scusa per rafforzare l’arsenale nazionale, spesso a discapito dei loro stessi cittadini. Un accordo tra Italia ed Egitto del settembre 2017, nell’ambito del progetto Itepa, prevede l’istituzione di un centro di formazione per alti funzionari di polizia incaricati della gestione delle frontiere e dell’immigrazione dai Paesi africani presso l’Accademia di polizia egiziana. Con buona pace della battaglia per verità e giustizia per Giulio Regeni.

Ricapitolando: i governi Ue hanno firmato accordi per legittimare i governi di tali Paesi chiudendo un occhio sulle violazioni dei diritti umani e finanziando e formando aguzzini già abbondantemente specializzati nella repressione e negli abusi dei diritti umani.

Il Sudan è al centro dello scacchiere delle rotte migratorie, luogo di transito obbligato per i migliaia di rifugiati del Corno d’Africa ma anche paese di origine. La collaborazione della Fortezza Europa con Al Bashir «è uno strumento di repressione dei rifugiati obbligati a transitare da quel paese per fuggire, ma anche per i cittadini sudanesi in Europa, a rischio di sistematica e delle popolazioni rimaste nel paese che, con il ruolo rafforzato del dittatore sudanese, rischiano un ulteriore aumento della repressione». Un attivista incontrato durante la missione effettuata da Arci a Khartoum nel dicembre del 2016 spiega: «Non ci sarà mai giustizia per il Darfour fino a quando i vostri Stati considereranno Al Bashir un interlocutore credibile per il controllo dei migranti invece di chiudere ogni dialogo con lui. Per Al Bashir l’esternalizzazione delle frontiere è un modo per far vacillare l’embargo economico e politico imposto dopo i molteplici mandati di arresto emessi dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità.

Nel 2016 il dittatore sudanese ha dispiegato una nuova forza paramilitare – i Rapid support forces (Rsf) – alla frontiera nord con la Libia per il controllo dei migranti in uscita. Tra le fila dei RSF ci sono molti capi della milizia Jan Jaweed, tra le forze che più si sono sporcate le mani di sangue per l’eccidio nel Darfour e ora riciclati dallo stesso Al Bashir. Dalla fine del 2017 è stato annunciato il dispiegamento dei RSF anche nella regione di Kassala, nella zona di confine con l’Eritrea. «Di fatto la presenza di questi miliziani non fa altro che aumentare il numero d’interlocutori a cui i migranti sono obbligati a pagare tangenti e le violenze che sono costretti a subire». Refugees Deeply denuncia come personaggi chiave del regime sono i principali complici del traffico di migranti. Coloro che fingono davanti ai funzionari europei di controllare le frontiere sono di fatto coloro che gestiscono il passaggio. Una formula che l’Europa già conosceva all’epoca di Gheddafi che chiudeva e apriva le frontiere libiche «lucrando sulla vita di chi cercava di trovare rifugio, in nome della collaborazione con la UE». A Khartoum il clima di terrore che vivono i rifugiati eritrei è palpabile, vivono nascosti per evitare di essere arrestatie sanzionati o dalla polizia “dell’ordine pubblico” (di matrice islamica) che in tribunali speciali giudica comportamenti considerati illegali, o per aver violato il Sudan’s Passport and Immigration Act per cui incombono multe fino a360$. Il contributo europeo in Sudan per il controllo della migrazione ammonta a 200 milioni di euro. Nei campi avvengono continue incursioni da parte di sicari del regime di Afewerky o di trafficanti che rapiscono gli eritrei obbligandoli poi a telefonare alla famiglia in Europa, promettendola liberazione solo in cambio di soldi e progetti (come BMM e ROCK) consentono al regime sudanese di aggirare l’embargo di armi.

Il report è un pozzo di informazioni. Per esempio quella dell’accordo di polizia firmato il 3 agosto del 2016 dal capo della nostra Polizia Gabrielli con il suo omologo sudanese che ha permesso di attuare il charter Torino-Khartoum del 24 agosto carico di sudanesi, molti provenienti dal Darfour, arrestati in retate a Ventimiglia. Le autorità italiane sarebbero rimaste totalmente impunite per questa violazione dei diritti umani se non fosse per l’importante azione di Asgi e Arci che, in collaborazione con i parlamentari europei della GUE, hanno incontrato alcuni dei sudanesi espulsi da Torino portando il loro caso davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Le polizie di Francia e Belgio si comportano proprio come quella italiana.

Il Niger è il principale beneficiario del Fondo Fiduciario Europeo per l’Africa – quasi 200 milioni di progetti finanziati ad oggi a cui si aggiunge la recente promessa di ulteriori 500 milioni nella regione del Sahel – e del nostrano Fondo Africa – 50 milioni di euro in cambio dei quali il Niger si impegna a creare nuove unità specializzare necessarie al controllo dei confini e nuovi posti di frontiera – così come dei fondi allo sviluppo: è ormai la frontiera sud dell’Europa, «il laboratorio più avanzato della politica di esternalizzazione». La criminalizzazione del “traffico illecito dei migranti” sancito nel 2015 obbliga a nascondersi chi tenta di andare verso l’Algeria o la Libia e in alcuni casi di imbarcarsi poi verso Italia e Spagna. I ghetti si spostano sempre più alla periferia della città, le partenze si fanno di notte e alla spicciolata. I costi del viaggio aumentano. Un ex passeur, citato nello studio, dice: «Se prima andare in Libia costava 150mila FCFA e in Algeria 75mila, ora, con l’aumento dei controlli ed il rischio i farsi arrestare, i prezzi sono saliti: 400mila per la Libia e 150mila per l’Algeria». L’Algeria ha risposto con sistematiche e violentissime retate di migranti ed il loro abbandono alla sua frontiera sud senza distinzioni in base allo status dei migranti. Il Teneré, come il Mediterraneo, si sta trasformando in un deserto di morte. Ma come spiega in un’inchiesta Giacomo Zandonini, in Libia, nonostante la criminalizzazione, si è continuato a entrare.

L’Ue, con il Fondo Fiduciario, ha cercato di proporre delle alternative di riconversione per spingere i passeurs a lasciare l’attività, ma a una cifra che risulta ridicola a fronte dei milioni di FCFA che un passeur poteva guadagnare trasportando uomini e donne nel deserto.

In Niger, uno dei Paesi più poveri al mondo seppure ricco di materie prime qualiuranio, oro e petrolio, si fronteggiano anche gli interessi italiani contro quelli francesi. Bazoum, ministro dell’interno nigerino sta negando all’Italia l’accesso dei suoi militari nel nord del paese. Annunciata prima come operazione Deserto Rosso, poi rinnegata, la missione militare italiana in Niger è stata infine ripresentata al voto al Parlamento a Camere sciolte nel febbraio 2018, con un budget di 30 milioni di euro per 9 mesi di presenza di 400 uomini nel nord del paese. Riproposta dalla neo ministra Trenta con riferimento ad un eventuale appoggio agli americani che proprio ad Agadez stanno costruendo un enorme base per i droni armati. Lo stop alla presenza armata italiana è probabilmente legata ad una opposizione francese che non cede tanto facilmente la roccaforte di Madama, al confine con la Libia.

Infine la Tunisia, collaboratore dell’Ue nel ruolo di intercettazione dei migranti partiti dalle coste della vicina Libia e perciò rifornita di mezzi navali. Un contributo del Fondo Africa, istituito nel 2017, per un totale di 12 milioni di euro, è transitato dal MAECI al Dipartimento di Sicurezza del Ministero degli Interni alla voce “Migliorare la gestione delle frontiere e dell’immigrazione, inclusi la lotta al traffico di migranti e le attività di ricerca e soccorso”. La Commissione ha annunciato lo stanziamento di ulteriori 55 milioni di euro in Marocco e Tunisia in un programma che sarà gestito dal Ministero degli Interni Italiano e ICMPD (InternationalCentre for Migration Policy Development). Se la Tunisia dimostra un alto grado di collaborazione nelle attività di monitoraggio delle proprie coste e di identificazione dei suoi cittadini in vista dell’espulsione, sembra però rigettare l’idea di costruzione di punti di sbarco dei migranti partiti dalla Libia sul suo territorio. Asgi, Arci e l’associazione tunisina FTDES, nel maggio 2018, hanno monitorato le procedure di espulsione dei cittadini tunisini dall’aeroporto di Palermo. Numerose le violazioni dei diritti di cui sono stati vittime durante la loro permanenza in Italia, ed in particolare detenzione illegale senza convalida del giudice all’interno di una struttura – l’hotspot – che manca di base giuridica nella legislazione italiana, nonché spesso vittime di trattamenti degradanti. I tunisini lamentano la presenza di sonniferi nel cibo e l’inganno usato per l’espulsione, facendo credere loro che dopo il trasferimento a Palermo sarebbero stati poi liberati. Lo stesso Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, a seguito del monitoraggio effettuato sulle operazioni di rimpatrio, esprime viva preoccupazione per la «pratica di non avvisare gli interessati per tempo dell’imminente rimpatrio, e cioè con un anticipo utile a verificare eventuali aggiornamenti della propria posizione giuridica, prepararsi non solo materialmente ma anche psicologicamente alla partenza e avvisare i familiari del proprio ritorno in patria». A nessuno è stato permesso difare richiesta d’asilo in una logica assurda per cui l’Italia considera i tunisini provenienti da un paese sicuro, in contrasto con la convenzione di Ginevra per cui lo studio di ogni caso deve essere fatto sulla base della singola storia personale e non sulla base del paese di origine. Con i polsi bloccati da fascette di plastica, i tunisini sono scortati da due poliziotti ciascuno fino all’aeroporto di Enfidha, più discreto di quello di Tunisi. Spesso picchiati e insultati, vengono poi rilasciati, senza neanche un centesimo in tasca. Molti sono al secondo, terzo viaggio.

Illegittimo chiudere i porti e respingere i migranti: Amnesty international e Asgi si rivolgono a Mattarella

epa06863481 Activists place a lifejacket on the arm of Columbus monument in Barcelona as the rescue vessel 'Open Arms' arrives to the city, in Barcelona, Spain, 04 July 2018. A total of 60 migrants arrived on board the 'Open Arms' after they were rescued on 30 June 2018 near Lybian coast. EPA/TONI ALBIR

La chiusura dei porti italiani è illegittima, in qualsiasi caso, se rivolta a navi che hanno a bordo persone soccorse in mare che necessitino di sbarcare per avere cure urgenti, o che potrebbero avere diritto a richiedere asilo; ed è illegittima a maggior ragione in mancanza di provvedimenti formali, firmati dal governo, ove sia motivata soltanto dalle esternazioni di singoli ministri, che facciano riferimento generico a non meglio precisate questioni di ordine pubblico, tipo l’“essere sostenuti in maniera occulta da potenze straniere”, da parte delle imbarcazioni che si vorrebbe fermare. Illegittimo è anche considerare la Libia un porto sicuro dove ricondurre dei naufraghi che ne stanno fuggendo, senza rispetto per la possibile procedura di asilo, come pure rifiutare, da parte della guardia costiera italiana, di assumere il coordinamento dei soccorsi perché questi siano svolti dai libici.

Questi i punti più importanti affrontati in una lettera di allarme e denuncia, che un gruppo di associazioni e ong, tra cui Amnesty International, Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione), Intersos, Sos Mediterranée, Medici senza frontiere e Oxfam, ha inviato al presidente della Repubblica, al governo italiano e, per conoscenza, al responsabile Unhcr dell’Europa meridionale e al Commissario per i diritti umani dell’Ue.

Nella lettera viene posto con forza e chiarezza il problema della mancanza, finora, di atti formali firmati di pugno dal governo italiano, in cui la chiusura dei porti, e le sue eventuali motivazioni, siano stabilite per filo e per segno; della possibilità di considerare la non tempestiva indicazione di un porto sicuro da parte della nostra guardia costiera come una violazione del diritto internazionale dei mari, e precisamente della convenzione Sar par. 3.1.9; della sicura violazione, in caso di permanenza prolungata sulla nave di persone che abbiano diritto a cure urgenti, in condizioni di promiscuità e sovraffollamento, dell’art. 3 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo (Cedu) – trattamento inumano e degradante cui possono essere sottoposti soggetti che si trovino in situazione di oggettiva dipendenza da un’autorità di polizia o simili- e, nel caso di minori a bordo, dell’art. 3 della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza- sulla prevalenza, in ogni situazione, del superiore interesse del minore-; della possibilità di configurare come un respingimento collettivo- vietato, ai sensi dell’art. 4 del protocollo n.4 del Cedu- il divieto di attracco a navi di ong cariche di migranti, in particolare per quello che riguarda la violazione delle norme sulla procedura che regola la richiesta di asilo politico, valide per Convenzione di Ginevra, Diritto comunitario, Costituzione e legge italiana; della dubbia legittimità delle motivazioni di ordine pubblico addotte per l’interdizione ai porti delle navi ong; delle svariate ragioni per cui, a tutt’oggi, non è possibile considerare la Libia un porto sicuro.

Facendo solo un breve accenno, e di sfuggita, ai casi forse più noti dell’estate, quelli della nave Aquarius e della Lifeline, la lettera propone all’attenzione tre casi esemplari: quello dell’interdetto ai porti per le imbarcazioni Proactiva e Abstral di Open Arms, del 28-30 giugno scorsi; quello della permanenza in rada a Trapani, tra il 14 e 15 luglio, della nave Protector di Frontex e del pattugliatore Monte Sperone della nostra Guardia di Finanza, entrambi partecipanti ad una missione di sorveglianza del Mediterraneo dell’Unione Europea, con 450 persone soccorse a bordo; quello della permanenza in porto senza permesso di sbarcare dalla nave Diciotti, a Pozzallo, tra l’11 e il 12 luglio scorsi, alle 67 persone soccorse a bordo, che erano state salvate giorni prima dalla nave Vos Thalassa.

Mentre nei casi di Aquarius e Lifeline si configura la mancata assegnazione tempestiva di un porto di sbarco, lasciata in sospeso con trattative infinite, che hanno costretto appunto i naufraghi – persone provate, traumatizzate, fra cui ci sono sempre donne incinte e minori, accompagnati e non – ad una permanenza a bordo, in condizioni di sovraffollamento e promiscuità, maggiore del dovuto, nel primo caso esemplare- quello delle navi Open Arms-, il divieto di accesso ai porti, anche solo per rifornimento o scalo tecnico, è stato disposto prima che le navi potessero raggiungere la zona operativa di soccorso nelle acque libiche, sembra proprio per impedire appositamente che potessero operare. Per la cronaca, tra il 29 e il 30 giugno, risultano più di cento dispersi, mentre la Proactiva ha salvato 59 persone il 30, e la Abstral 65, naufraghi che sono stati poi portati a Barcellona, rinunciando a qualsiasi logorante trattativa col governo italiano, che, nel frattempo, aveva già iniziato a rimpallarsi la responsabilità del coordinamento dei soccorsi con Malta, nonostante il salvataggio fosse avvenuto più presso a Lampedusa. La chiusura dei porti, nel caso in questione, era stata annunciata dal ministro dell’Interno Salvini il 28, quando le navi stavano facendo rotta verso la zona SAR al largo delle coste libiche, con motivazioni “di ordine pubblico, legate al fatto che queste navi sono finanziate in modo occulto da potenze straniere”. Tra il 29 e il 30 poi, mentre la Open Arms si ostinava a chiedere uno scalo tecnico alla guardia costiera di Roma, veniva diramata in serata una nota del Viminale, a firma dell’uomo di fiducia di Salvini, Piantadosi, in cui venivano ribadite con urgenza tutte le motivazioni di ordine pubblico addotte in precedenza, suffragate, se possibile, dall’eventualità di proteste di piazza per la presenza delle navi ong. Fatto sta che, costretta a procedere al minimo dal carburante ridotto, senza scalo tecnico per fare rifornimento, la Proactiva Open Arms non è potuta giungere tempestivamente sul luogo dell’Sos segnalato dalla capitaneria di Malta, nella mattinata del 30 giugno. E fatto sta che, al momento, ancora non risulta da nessuna parte il testo di un Ddl, a firma del ministro dei Trasporti Toninelli, che disponga, con le motivazioni del caso, la chiusura dei porti alle ong. Pare proprio, insomma, che un provvedimento tanto gravido di conseguenze, sia stato messo in pratica sulla sola scorta di mere esternazioni. Tra l’altro, fonti del ministero dei Trasporti avrebbero riferito che “Il decreto era in formazione la sera del 29, quando è arrivata la nota di Piantadosi, ed è evidente che sarebbe decaduto di lì a poche ore, quando Proactiva ha preso naufraghi a bordo, perché il decreto poteva valere solo per l’assetto della nave con il solo equipaggio a bordo”. Dichiarazioni importanti, che, se eventualmente confermate, porrebbero implicitamente un limite oggettivo alla chiusura dei porti. Il ministro Toninelli aveva già, in un precedente question time, dedicato alla vicenda Aquarius, dichiarato che “non c’è stata chiusura dei porti, ma solo la presa d’atto della disponibilità di Valencia ad accogliere la nave”, come se questa soluzione non fosse arrivata dopo ore e giorni di estenuante trattativa, giocata sul ricatto del divieto di approdo, con la nave in alto mare senza una destinazione, e con i suoi naufraghi tutti ancora a bordo, provvisti di viveri dalla guardia costiera, che nel frattempo aveva portato rifornimenti per gentile concessione del governo.

Avere disposto dei divieti così intransigenti, persino al solo fare rifornimento, a navi cariche di naufraghi soccorsi in mare, o che si accingevano a salvare persone in pericolo, sulla base di nessun atto scritto di legge, peraltro con motivazioni tanto strumentali quanto deboli, in fondo, potrà forse un domani essere motivo di azioni legali presso qualche corte di giustizia internazionale contro il nostro Paese. Che non ha l’obbligo legale di accogliere nei suoi porti navi che battano bandiera straniera, ma non quando queste trasportino naufraghi che necessitino di immediato soccorso. Per il diritto dei mari, inoltre, le imbarcazioni straniere hanno diritto al cd. passaggio inoffensivo, che implica, tra l’altro, che non si possa vietare uno scalo tecnico per fare rifornimento di carburante, adducendo pretesti strumentali come le non meglio precisate questioni di ordine pubblico che abbiamo visto sopra.

Da ricordare inoltre che, secondo quanto dichiarato dal responsabile di Open Arms Oscar Camps, alcuni giorni prima della vicenda descritta, domenica 24 giugno, sempre nella prima mattinata, la guardia costiera di Roma aveva segnalato, insolitamente, la presenza di sette gommoni al largo di Al-Khums, dove ha sede la guardia costiera libica e dove hanno base operativa le motovedette donate dall’Italia, in un’area, anche qui insolitamente, piuttosto limitata, di sole 5.7 miglia, come se i gommoni fossero partiti più o meno nello stesso momento dalla stessa località libica. Ebbene, anche in questo caso a Proactiva è stato impedito di giungere in zona tempestivamente, anche in questo caso tramite il divieto di uno scalo tecnico per fare rifornimento. Non solo: è stato impedito anche all’aereo che supporta solitamente l’ong nelle operazioni di ricerca in mare di fare rifornimento a Lampedusa. Il bilancio finale della giornata è stato di più di un centinaio di dispersi, perché pare che non tutti i gommoni siano poi stati recuperati dai libici.

Nel caso delle due navi Protector e Monte Sperone, invece, l’Italia sarebbe venuta meno all’obbligo di fornire porto sicuro e sbarco immediato addirittura nei confronti di navi partecipanti ad una missione regolata da accordi internazionali. Né rappresenta un’attenuante il fatto che ciò sia avvenuto per dar modo di esplicarsi alla trattativa con 8 diversi Paesi europei, circa il punto che ognuno di loro avrebbe dovuto prendere in quota 50 dei 450 naufraghi. Le associazioni che fanno capo alla lettera, pur condividendo il principio della ripartizione per quote dei richiedenti asilo tra paesi europei, definiscono il modo di procedere del governo italiano occasionale ed aleatorio. Infatti la ripartizione per quote dei richiedenti asilo dovrebbe essere un meccanismo permanente, il cui obbligo dovrebbe scattare con carattere di necessità, non essere affidato di volta in volta ad estenuanti trattative, sulla pelle di profughi ancora in mare, in situazione sovraffollata e promiscua, e urgentemente bisognosi di cure mediche, per cui la permanenza prolungata ad libitum in tale situazione può senz’altro costituire trattamento inumano e degradante.

Nel caso Vos Thalassa e Diciotti, come nel più recente caso Asso 28, torna il motivo della possibile intimazione a cedere i naufraghi salvati alle autorità libiche. A tal proposito la Libia, secondo l’IMO (International Maritime Organization), ha ora una guardia costiera, ma non un MRCC, un centro di coordinamento dei soccorsi, pertanto la sua aspirazione a rivendicare una zona Sar di proprio controllo è ancora una pretesa del tutto aleatoria. Secondo gli autori della missiva il respingimento in Libia, diretto od indiretto, ossia avvenuto tramite il rifiuto di assumere il coordinamento delle operazioni Sar, e consegnando di fatto il compito di tale coordinamento alla guardia costiera libica, si configura come un respingimento di gruppo, in cui, oltre a non dar modo al profugo di fare istanza di domanda, non viene fatto sì che ogni domanda possa essere valutata separatamente.

Molte sono, le ragioni per cui la Libia non è e non può essere considerata un porto sicuro: è un Paese nei cui campi profughi vengono compiuti soprusi sistematici, come più volte sottolineato da sentenze di tribunali, in particolare una, del 2012, della Corte di Giustizia Europea, che condanna l’Italia per avere attuato dei respingimenti di massa; è Paese ancora sconvolto da una grave guerra civile; non è dotata di infrastrutture particolarmente efficienti, ed in grado di accogliere in tempi ristretti un elevato numero di persone bisognose di soccorsi; non ha mai sottoscritto la Convenzione di Ginevra, e non dispone nemmeno di una procedura per la richiesta di asilo politico.

Si potrebbe ricordare ancora il caso dell’USS Trenton, di metà giugno, sia per le difficoltà – un iter di giorni – della nave militare americana nell’ottenere un porto di sbarco, sia per il tentativo delle autorità italiane di convincere tutti che quell’operazione di soccorso andava coordinata con la Libia.

Per quello che riguarda nave Diciotti tra l’11 e il 12 luglio scorsi a Pozzallo, come si ricorderà, i 67 migranti soccorsi erano accusati di avere dirottato il rimorchiatore Vos Thalassa, intenzionato a riportarli in Libia. Il ministro dell’Interno Salvini ha rifiutato il permesso di sbarcare alla nave già in porto, fintanto che non sono stati identificati gli autori del presunto ammutinamento. Anche qui, ci si può chiedere se la pretesa di Salvini giustificasse il supplemento di trattamento degradante inflitto alle persone rimaste a bordo. E se il suo atteggiamento non rappresenti un’indebita interferenza con le competenze della magistratura.

Solo il tempo ci dirà se i problemi evidenziati in questa lettera saranno materia di ulteriori controversie, sui mari, tra navi, barconi, guardacoste e capitanerie di porto, e a terra, tra procure e tribunali, avvocati e giudici, da una parte, e i palazzi delle istituzioni e del potere dall’altra.

Il sindaco Nardella e l’operazione “piazze vivibili”: Firenze diventa un fortino

Una delle scene più commoventi del film Amici miei di Mario Monicelli è quella del funerale del giornalista Perozzi, uno dei quattro amici compagni inseparabili delle famose “zingarate”, celebrato nella basilica di Santo Spirito che biancheggia sopra l’omonima piazza nel cuore del quartiere dell’Oltrarno a Firenze. È il 1975, e l’immagine restituisce la bellezza antica di quella che diventerà una delle piazze più frequentate dai turisti e dai residenti in cerca di svago serale, soprattutto nelle calde estati fiorentine. Il quartiere di Santo Spirito ha perso nel tempo il suo carattere popolare per diventare turistico e alla moda, dove ogni centimetro quadrato degli edifici è predisposto per soddisfare i palati, non troppo raffinati a dire il vero, dei visitatori.

Capita così che sempre più spesso i residenti, o i meno abbienti tra gli stessi turisti, si concedano una birra, o una pizza nel cartone, seduti semplicemente nei gradini del sagrato. Anche quest’anno il rituale delle serate a Santo Spirito si è ripetuto uguale a se stesso. Se non fosse che la giunta Nardella ha deciso di porre un freno alla “movida molesta” e al degrado firmando un’ordinanza con l’obiettivo di “restituire ai cittadini” alcune zone della città. A ben guardare l’ordinanza è solo l’ultimo tassello della campagna elettorale del sindaco in vista delle amministrative del 2019, giocata tutta sulla contrapposizione “legalità contro degrado”.

«Con il provvedimento ‘Piazze vivibili’ restituiamo le piazze ai fiorentini e sconfiggeremo degrado e malamovida» hanno annunciato l’assessore alla sicurezza Federico Giannassi e la vicesindaca Cristina Giachi alla presentazione dell’ordinanza, entrata in vigore lo scorso 28 luglio, e che riguarda cinque piazze degli altrettanti quartieri fiorentini, più Santo Spirito, e tre giardini particolarmente frequentati in città. L’ordinanza, in vigore per tre mesi, vieta tra le altre cose di sedersi sulle panchine e di dormire per strada quando si è ubriachi e di bivaccare nelle piazze e nei giardini per consumare cibo o bevande dalle 22 alle 8 di mattina.

Le reazioni delle opposizioni in Palazzo Vecchio non si sono fatte attendere: «Con un’ordinanza che dura tre mesi e poi svanisce, che riguarda solo nove tra piazze e giardini su oltre cento chilometri quadrati del territorio comunale, si crede davvero di risolvere i problemi dell’alcolismo molesto, dell’abbandono dei rifiuti e della maleducazione?».  tuona Tommaso Grassi, di Firenze riparte a sinistra.  «Si sposta il problema scimmiottando le proposte della Lega e delle destre. Se continuerete a rincorrere le emergenze, persino inventandone alcune,- conclude Grassi – ci sarà chi in campagna elettorale proporrà l’esercito ad ogni angolo. E sarete spazzati via». Potere al Popolo ha rincarato la dose: «Per noi il degrado è una città senza case per chi ne ha bisogno e una piazza senza gente».

Il sindaco Pd Dario Nardella in realtà non è nuovo a ordinanze sui generis di contrasto al cosiddetto “degrado”: nell’estate del 2017 aveva deciso di innaffiare d’acqua i sagrati delle chiese per evitare gli assembramenti  dei turisti. Con l’unico risultato, in realtà piuttosto prevedibile, di rinfrescare gli scalini e migliorare le condizioni di seduta ai visitatori stupiti. Rispetto ad un anno fa la situazione politica è però piuttosto cambiata. Non solo a livello nazionale, ma anche in Toscana, dove si è assistito alla débacle di tutte le amministrazioni di centrosinistra alle elezioni di giugno. È quindi con particolare timore che anche a Firenze si guarda alle elezioni comunali previste per fine maggio del 2019. In questo scenario da campagna elettorale anticipata, e che si preannuncia già tesissima, il sindaco Nardella ha iniziato a strizzare l’occhio a politiche fino a qualche tempo fa impensabili a sinistra.

A maggio di quest’anno ha proposto quella che è stata ribattezzata la «scala mobile della toscanità», ovvero l’idea di riconoscere ai nuclei familiari fiorentini la precedenza nell’assegnazione delle case popolari «per riequilibrare una concentrazione eccessiva di famiglie straniere». Con il risultato di ottenere il plauso delle destre, e un deciso stop dal presidente della Regione Toscana Enrico Rossi. Neanche due mesi dopo, a luglio, si è fatto immortalare vicino ad una ruspa mentre veniva sgomberato il campo nomadi del Poderaccio, nella periferia cittadina, salito tristemente agli onori della cronaca dopo la morte di un giovane ragazzo, Duccio Dini, investito dall’auto in corsa di due abitanti del Poderaccio. Nelle dichiarazione alla stampa, Nardella ha tenuto a precisare, stuzzicando il ministro Salvini: «Lui chiacchiera, mentre noi le cose le facciamo davvero» con tanto di video con la ruspa in azione.

Intervistato sull’argomento dal Corriere della Sera ha poi dichiarato: «Il ‘buonismo’ dei salotti di una certa sinistra ha lasciato il campo al “cattivismo” degli estremisti. Nel mezzo c’è un’autostrada che il Pd deve imboccare senza remore: non c’è solidarietà senza legalità». In molti si chiedono tuttavia dove sia la solidarietà nelle ordinanze e nelle dichiarazioni del sindaco. Il consigliere regionale di Sì Toscana a sinistra, Tommaso Fattori, ha obiettato: «Leggo che si vuol ‘restituire le piazze ai fiorentini’, ma in cosa consiste questa restituzione se non è possibile radunarsi fuorché ai tavolini a pagamento? Che cosa si dovrebbe fare in piazza? Ma questa ordinanza è anche rivolta contro le comunità straniere che si ritrovano nei parchi, a partire da quella peruviana che si riunisce alle Cascine nei giorni di festa. Allora ‘restituire le piazze ai fiorentini’ significa una cosa precisa: toglierle agli stranieri. Il bello è che Nardella, sempre più leghista, nel 2019 ci chiederà il voto per arginare i leghisti».

A protestare contro l’ordinanza “Piazze vivibili” non sono solo le opposizioni. A Santo Spirito, nei giorni passati, sono state organizzate una serie di cene in piazza contro l’ordinanza, anche ribattezzate “bivacchi resistenti”: «Questo provvedimento non è che l’ultimo di una serie di scelte politiche dirette a rendere il centro di Firenze sempre più invivibile per quegli individui che non sono vettori diretti di flusso di profitto, in sostanza per tutti i non ricchi e i non turisti» spiegano gli organizzatori. Nel libro Contro il decoro. L’uso politico della pubblica decenza (Laterza 2013) Tamar Pitch, docente di Filosofia e Sociologia del diritto all’Università di Perugia, ha spiegato bene il senso ultimo delle ordinanze dei sindaci: «Esse sono in primo luogo esercizio di protagonismo, spesso del tutto simbolico, giacché la polizia municipale non è materialmente in grado di fare forse neanche la metà di quello che le viene richiesto. Ma sono anche e soprattutto messaggi da cui possiamo ricavare quale sia lo sporco che si deve eliminare o nascondere alla vista».

Il sospetto è che lo sporco siano sempre di più i poveri e i migranti.

Domenico Lucano: «Salvini non mi fa paura. Difendiamo il modello Riace»

TO GO WITH AFP STORY BY FRANCOISE KADRI The mayor of Riace, a village in the southern Italian region of Calabria, Domenico Lucano, awarded the "third best world's mayor", poses in his office in Riace on June 22, 2011. The village of 1800 inhabitants greeted a few years ago some 200 refugees and some 130 more will arrive in the next days with the mayor creating a special scheme for them and helping saving the village from a mass exodus. AFP PHOTO / MARIO LAPORTA (Photo credit should read MARIO LAPORTA/AFP/Getty Images)

Il sindaco di Riace Domenico Lucano protesta dal 2 agosto con uno sciopero della fame per il mancato trasferimento di fondi al paese che è diventato in tutto il mondo un modello di accoglienza dei migranti. A rischio la sorte di 165 rifugiati di cui 50 bambini. Pubblichiamo l’intervista uscita su Left del 29 giugno 2018.

Provo ad avvicinarmi alle prime file durante il suo intervento in occasione di una manifestazione che si è tenuta di recente a Reggio Calabria in ricordo di Soumayla Sacko, il sindacalista maliano ucciso il 2 giugno scorso. Si emoziona, sorride, incespica con le parole, preferisce leggere. La sua voce sottile, protetta dalla chiarezza interiore, è sommersa da una serie ininterrotta di applausi. Pochi lo ascoltano con attenzione ma non importa. Importa esserci. Importa la biografia, la sostanza, l’intima certezza che si è di fronte a un uomo che, sulla scia del poeta Robert Frost, ha scelto di percorrere «la strada meno battuta». Una scelta che arriva da lontano, perché Domenico Lucano «fin dai primordi ha lottato per un mondo migliore». Una frase solenne che in bocca a qualche intellettuale soft potrebbe suonare come vizio retorico, ma se a dirlo è il sindaco di Riace tutto cambia. Neppure il più fanatico reazionario potrebbe attribuirgli la patente di radical chic. “Mimmo” Lucano, che di certo non ha bisogno di presentazioni, ha inventato una vera e propria filosofia dell’accoglienza. Il «modello Riace» continua a stupire e innervosire l’establishment e i seguaci del cinismo. Nel piccolo paese che amministra c’è davvero posto per tutti: gli ultimi, gli sfruttati, i senza voce. Il suo obiettivo, infatti, è costruire una famiglia sempre più inclusiva, dove le differenze di sesso, di nazionalità e del colore della pelle perdono di significato. Ecco perché colui che è stato insegnante del laboratorio di chimica, da anni «sorvegliato speciale», è stato offeso dall’attuale ministro degli Interni che lo definiva uno «zero», e quando in un attimo di pausa gli chiedo dove trova il coraggio, si limita a indicarmi con il dito i volti della sofferenza.
Ma Salvini le fa paura?
Non ho paura di lui. È un uomo con le sue fragilità. Non l’ho mai incontrato né ci tengo a farlo. Però sono terrorizzato dal suo pensiero. Anche perché viene salutato con entusiasmo da una buona fetta della popolazione. Tanta gente della mia terra, com’è noto, ha premiato alle urne l’odio e l’intolleranza, e le politiche leghiste continuano a mietere successi. Non so dove andremo a finire di questo passo.
Che fare?
Difficile rispondere. È tutto così frantumato, disarticolato, atomistico. Non esiste una degna opposizione in Parlamento che possa contrastare la deriva xenofoba di queste ultime ore. Non dimentichiamo le scelte adoperate dai precedenti governi in tema di sicurezza e immigrazione, penso all’indirizzo muscolare di Minniti. Ciò che possiamo fare è combattere in favore degli oppressi e con ogni mezzo lecito. Insomma, siamo soli e abbandonati. La parola “resistenza” viene praticata da quattro gatti. Il resto è chiacchiera.
Quattro gatti che non hanno vita facile?
Mi indagano, mi controllano. La mia immagine dà fastidio. Lo trovo incredibile. Mi impegno per il bene, per l’«amore umanitario», per la pace, per asciugare lacrime innocenti che bussano con insistenza alle nostre porte e mi trattano come un criminale. Per questo oggi bisogna lottare non solo contro la «mafia ufficiale» ma anche contro quella mafiosità che serpeggia nelle istituzioni.
…E contro l’indifferenza.
Sì. I tristi episodi di razzismo, sempre più dilaganti, che a volte ci suggeriscono di unirci e protestare collettivamente, ci obbligano a scegliere. Non è più tempo per coltivare una zona grigia o sedere dietro le quinte. Non è il tempo di una terza via, di tiepido moderatismo, di neutralità. Dobbiamo dire che stiamo dalla parte delle nuove vittime. Dobbiamo urlare con forza che prima di ogni bilancio, di ogni numero, di ogni affaire vengono le persone senza stupide classificazioni.
Il problema, quindi, è «prepolitico»?
Siamo arrivati a un punto in cui occorre rivisitare i nostri fondamenti, rispolverare le pagine della Costituzione, riprendere le parole e gli accenti di chi ha lottato contro le vecchie forme della dittatura. In breve, servirebbe riutilizzare quel lessico che viene quotidianamente sbeffeggiato dall’incultura che ci pervade. Contro la nuova idea di apartheid dobbiamo ribadire la verità dell’inclusione. Come dico spesso, essere nati in Italia non è un merito ma è frutto del caso. Quindi nessuno può dirsi migliore di un altro per motivi di nascita e curriculum.
Sta esplodendo un nuovo fascismo?
Se pensiamo al censimento dei Rom e ad altre porcate mi verrebbe di rispondere a bruciapelo di sì. Ci vuole, inoltre, un bel coraggio a voltare le spalle a uomini, donne e bambini in balia di loro stessi, in un mare che da un momento all’altro potrebbe ucciderli, come è già accaduto e come temo si verificherà in futuro. Nondimeno, siamo in un’altra epoca e con altre narrazioni. Ripeto: bisogna scegliere. E non tra un centro-sinistra e un centro-destra. Ma tra i fondamentali e la barbarie che imperversa. Solo dopo aver vivificato i principi è possibile ripristinare una proficua dialettica tra le varie forze in campo.
D’accordo la lotta quotidiana per gli oppressi. Ma cosa servirebbe per cambiare il vento e respingere l’egemonia culturale della destra razzista?
Credo che tutto parta dal linguaggio. La cosa inquietante è che le volgarità propagandistiche che ci hanno accompagnato in questi ultimi mesi e anni, hanno assunto una veste istituzionale. Forse è questa la vera novità. Di solito chi assume incarichi di governo e ricopre ruoli di una certa responsabilità prova a rispettare l’appuntamento con la serietà, con il buon senso e si rivela rispettoso delle opinioni e delle storie o tradizioni altrui, convinto che la repubblica e la comunità si nutrono di una cooperazione civile sempre rivolta verso le aperture e non le barriere. In questa fase, al contrario, da noi come in alcune realtà europee, soffia il vento del male e sarà molto difficile riaprire una partita finora dominata dall’inganno.

Per approfondire, Left in edicola dal 12 ottobre 2018


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Se una Casa internazionale delle donne è più pericolosa di CasaPound

I giornali di destra (che non hanno nulla a che vedere con quella che era la destra liberale di questo Paese ma che oggi si definiscono destra per essere condonati nel loro perpetuo bullismo) l’hanno definita una provocazione eppure la lettera del sindaco di Cerveteri Alessio Pascucci indirizzata alla sindaca di Roma Virginia Raggi, al Prefetto di Roma Paola Basilone e al ministro dell’inferno Matteo Salvini è piuttosto chiara. Pascucci chiede di sgomberare l’immobile al numero 8 di via Napoleone III, a due passi dal Viminale, “occupato dal 2003 dal movimento politico CasaPound – si legge nella lettera – che ha trasformato tale immobile pubblico nella sede ufficiale del partito”. Il palazzo abusivamente occupato tra l’altro è anche adibito a comoda abitazione da Simone Di Stefano, leader di CasaPound, che al momento della presentazione delle liste per le politiche del 2013 ha dichiarato come residenza anagrafica proprio via Napoleone III, civico 8. C’è anche la moglie del presidente Gianluca Iannone, Maria Bambina Crognale, imprenditrice della ristorazione che alla Camera di Commercio nel 2014 aveva dichiarato quello stesso domicilio.

Dice Pascucci di aver sentito il bisogno di scrivere perché “come sindaco io voglio essere tranquillo che il ministro dell’Interno intenda far rispettare la legge ovunque questa venga infranta – afferma Pascucci –  senza andare a colpire qua e là. Per questo motivo ho inviato questa lettera e mi aspetto una risposta forte e decisa come quelle date finora sui migranti o sui campi rom. Sono certo che Salvini farà rispettare la legge anche ai neofascisti di CasaPound”.

A questo proposito, tra l’altro, risulta curioso che proprio la sindaca di Roma Virginia Raggi stia spingendo per chiudere la Casa Internazionale delle Donne (che invece un affitto lo paga, pur non riuscendo a rispettare tutto il dovuto) motivando la propria scelta con il refrain della legge uguale per tutti, come se l’attività pluriennale di un presidio fondamentale del femminismo nazionale fosse un bene da valutare al chilo al pari di un affitto qualsiasi.

La politica però è molto più semplice del troppo rumore che ci si costruisce attorno: che la Casa Internazionale delle Donne abbia già ricevuto lo sfratto mentre l’abusiva sede di CasaPound stia imperterrita nella propria tranquillità è un fatto. Che la richiesta di legalità di un piccolo sindaco diventi una provocazione è un altro fatto. A ognuno le sue conclusioni.

Buon lunedì.

Robert Guédiguian: «I migranti, il nodo centrale del secolo»

Robert Guédiguian sul set de La casa sul mare.

Il cinema di Robert Guédiguian è antropologia urbana e rapporti di classe, memoria personale e identificazione emozionale, è un viaggio disarmonico, privo di retorica o demagogia, fra le contraddizioni e le paure della società contemporanea». Così si legge nella motivazione che ha incoronato il regista francese “Maestro del Cinema 2018”, il premio organizzato dal Comune di Fiesole in collaborazione con il gruppo toscano Sindacato nazionale critici cinematografici. Col cuore a sinistra, parafrasando il titolo del libro uscito nell’occasione (A sinistra del cuore a cura di Caterina Liverani, Ets editore), Guédiguian rivendica il suo spirito militante, il suo ruolo di cineasta schierato contro il balletto dei porti chiusi, contro l’illegittimità dei respingimenti, contro le politiche restrittive di un’Europa che sembra aver dimenticato gli antichi valori: libertà, giustizia, solidarietà.
Il suo ultimo film, La casa sul mare, è diventato suo malgrado una sorta di contromanifesto del nostro crescente degrado, politico, civile e morale. Ma è anche uno sguardo lucido, direi semplice, sul dramma dei migranti.
La questione migranti rappresenta il nodo centrale di questo secolo. La figura del rifugiato racconta in sintesi l’ineguaglianza crescente fra ricchi e poveri, una forbice che sempre di più tende ad allargarsi. Credo che oggi l’immigrazione sia strettamente legata alla civilizzazione dell’umanità. Gli uomini, da sempre, non hanno fatto altro che viaggiare, migrare da un posto a un altro, dove poter vivere meglio. Non lo scopriamo certo oggi. È un fenomeno naturale, storicamente assodato, che non vale neppure la pena parlarne. Ma dare una risposta di civiltà e solidarietà a questo fenomeno, secondo me, rappresenta la soluzione del futuro del mondo. Morale e politica viaggiano insieme e non possono essere scisse. Il mio può sembrare un punto di vista un po’ ingenuo, ma l’unico modo che abbiamo per andare avanti è…

L’intervista di Gabriele Rizza a Robert Guédiguian prosegue su Left in edicola


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Si può criticare la 180 da sinistra?

«Il ministro Salvini dichiara che in Italia sarebbe in atto una “esplosione di aggressioni” da parte di pazienti psichiatrici. Gli italiani debbono sapere che si tratta di una notizia destituita di ogni fondamento… Forse il ministro non sa che una delle poche eccellenze riconosciute nel mondo all’Italia è il sistema della salute mentale, che conta una vasta e capillare rete di strutture psichiatriche… Non abbiamo bisogno di nuove leggi, ma di fondi per assumere medici, psicologi, assistenti sociali, riabilitatori, per non lasciare sempre più sguarniti di personale i servizi».
Con queste parole la Sip, Società italiana di psichiatria, tra le più importanti in Italia, ha risposto alle recenti affermazioni del ministro Matteo Salvini in merito alle condizioni del nostro sistema di salute mentale. Come argomentato da Francesco Fargnoli nell’articolo pubblicato su Left n. 29/2018, quelle affermazioni facevano da apripista ad una nuova proposta di legge della senatrice della Lega Raffaella Marin, che andrebbe a restaurare in psichiatria lo stato precedente la legge 180 del 1978. Premettiamo che non possiamo non ribadire quanto già affermato in questa nota dalla Sip, cioè che non è assolutamente vero che sia in atto un’esplosione di aggressioni da parte di pazienti psichiatrici, ma anzi è ampiamente dimostrato in letteratura che questi pazienti non sono in percentuale più coinvolti in atti violenti rispetto alla popolazione generale. Ma quanto affermato dalla Sip più avanti è a nostro avviso criticabile, ovvero che il sistema della salute mentale sarebbe una eccellenza riconosciuta nel mondo all’Italia. Infatti non ci risulta che altri Paesi si siano ispirati a questa legge per la costruzione dei propri sistemi di salute mentale, anzi al contrario all’estero piuttosto che concentrare le risorse nello smantellamento delle istituzioni esistenti sono stati sperimentati nuovi ed interessanti percorsi di cura. Ci riferiamo in particolare all’esemplare sforzo compiuto dalla psichiatria anglosassone (dall’Inghilterra all’Australia) dove ingenti risorse sono state concentrate nella costruzione di servizi specificatamente dedicati ai giovani a rischio o alla precocissima fase di esordio di una malattia mentale.
Questi governi hanno…

L’articolo di Martina Brandizzi e Viviana Censi prosegue su Left in edicola


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Quell’accordo di pace tra Eritrea ed Etiopia non aiuta i profughi

Ethiopian refugee women wait to receive non-food items distributed by the Kenyan Red Cross at the newly built Somare refugee camp in Moyale, Kenya's border town with Ethiopia, on March 19, 2018. Thousands have fled to Kenya from the Ethiopian border town of Moyale after the shooting of nine civilians by troops, the Kenyan Red Cross said last week. Ethiopian state media said soldiers on March 10 shot nine civilians near the town after mistaking them for members of the banned Oromo Liberation Front (OLF) who were trying to sneak into the country. / AFP PHOTO / Brian OTIENO (Photo credit should read BRIAN OTIENO/AFP/Getty Images)

Le strade di Asmara si sono riempite, quelle di Addis Abeba anche: fiori, bandiere, lacrime per un giorno storico, il 9 luglio, l’incontro tra il presidente eritreo Isaias Afewerki e il primo ministro etiope Abiy Ahmed. La firma dell’accordo di pace – già imbastito nel 2000 ma mai entrato in vigore – mette fine a una guerra lunga 18 anni. Le linee telefoniche tra i due Paesi sono state riattivate dopo due decenni di silenzio, i voli aerei sono ripresi, l’ambasciata eritrea nella capitale etiope ha riaperto le porte. La svolta, facilitata dalla vittoria alle elezioni etiopi del 28 marzo dell’oromo Ahmed e dalle prime riforme liberali, è stata salutata in tutto il mondo come volano per il cambiamento di molti rapporti interni al Corno d’Africa sul piano politico ed economico. Soprattutto a fronte di una crescita costante di Addis Abeba, sostenuta dagli interessi dei Paesi del Golfo e dalla necessità di uno sbocco sul mare: fino al 1998 e allo scoppio della guerra di confine, era il porto eritreo di Assab lo scalo usato per le merci etiopi. Con il conflitto, Addis Abeba si è spostata in Gibuti, ma le infrastrutture carenti ne hanno limitato le potenzialità economiche. Non stupisce, dunque, il ruolo negoziale di Arabia Saudita ed Emirati Arabi che vedono nella pace il migliore strumento per legare a sé le economie di due Paesi a un passo dallo strategico stretto di Bab al-Mandab, sul Mar Rosso. Non mancano dubbi sulle dispute territoriali, tuttora accese, in particolare nella città di frontiera di Badme e nella Dancalia (di cui Assab è parte), teatro di proteste degli afar eritrei che non intendono essere messi all’angolo nel caso di una normalizzazione.
Ma al di là di denaro e flussi economici, è un altro l’elemento che…

L’articolo di Chiara Cruciati prosegue su Left in edicola


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