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Quell’accordo di pace tra Eritrea ed Etiopia non aiuta i profughi

Ethiopian refugee women wait to receive non-food items distributed by the Kenyan Red Cross at the newly built Somare refugee camp in Moyale, Kenya's border town with Ethiopia, on March 19, 2018. Thousands have fled to Kenya from the Ethiopian border town of Moyale after the shooting of nine civilians by troops, the Kenyan Red Cross said last week. Ethiopian state media said soldiers on March 10 shot nine civilians near the town after mistaking them for members of the banned Oromo Liberation Front (OLF) who were trying to sneak into the country. / AFP PHOTO / Brian OTIENO (Photo credit should read BRIAN OTIENO/AFP/Getty Images)

Le strade di Asmara si sono riempite, quelle di Addis Abeba anche: fiori, bandiere, lacrime per un giorno storico, il 9 luglio, l’incontro tra il presidente eritreo Isaias Afewerki e il primo ministro etiope Abiy Ahmed. La firma dell’accordo di pace – già imbastito nel 2000 ma mai entrato in vigore – mette fine a una guerra lunga 18 anni. Le linee telefoniche tra i due Paesi sono state riattivate dopo due decenni di silenzio, i voli aerei sono ripresi, l’ambasciata eritrea nella capitale etiope ha riaperto le porte. La svolta, facilitata dalla vittoria alle elezioni etiopi del 28 marzo dell’oromo Ahmed e dalle prime riforme liberali, è stata salutata in tutto il mondo come volano per il cambiamento di molti rapporti interni al Corno d’Africa sul piano politico ed economico. Soprattutto a fronte di una crescita costante di Addis Abeba, sostenuta dagli interessi dei Paesi del Golfo e dalla necessità di uno sbocco sul mare: fino al 1998 e allo scoppio della guerra di confine, era il porto eritreo di Assab lo scalo usato per le merci etiopi. Con il conflitto, Addis Abeba si è spostata in Gibuti, ma le infrastrutture carenti ne hanno limitato le potenzialità economiche. Non stupisce, dunque, il ruolo negoziale di Arabia Saudita ed Emirati Arabi che vedono nella pace il migliore strumento per legare a sé le economie di due Paesi a un passo dallo strategico stretto di Bab al-Mandab, sul Mar Rosso. Non mancano dubbi sulle dispute territoriali, tuttora accese, in particolare nella città di frontiera di Badme e nella Dancalia (di cui Assab è parte), teatro di proteste degli afar eritrei che non intendono essere messi all’angolo nel caso di una normalizzazione.
Ma al di là di denaro e flussi economici, è un altro l’elemento che…

L’articolo di Chiara Cruciati prosegue su Left in edicola


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Carlo Rovelli: «Maggioranza non è sinonimo di verità»

«Le novità possono mettere a repentaglio le Repubbliche e gli Stati, e allora chi ha il potere, che è ignorante, diventa giudice e piega gli intelligenti». È una famosa frase che Galileo Galilei annotò su una copia del Dialogo da cui non si separava mai. Il grande fisico, astronomo, filosofo e matematico era consapevole a cosa andava incontro sposando la nuova cultura scientifica rinascimentale. Quella nata a cavallo tra il ’500 e il ’600 all’esterno delle università e fondata sull’idea del confronto, della «disputa attorno a qualsiasi cosa». Era una cultura pubblica, democratica fondata sulla messa in discussione delle idee, quella che coinvolgeva Galileo. Affondano qui le radici del metodo scientifico che è alla base di grandi conquiste dell’umanità.
Professor Rovelli, la «disputa attorno a qualsiasi cosa» è ancora oggi il motore della ricerca?
La scienza è uno strumento di accrescimento della nostra conoscenza che si fonda sulla possibilità di rimettere in discussione il sapere passato. Questo significa ovviamente rimettere in discussione l’autorità, perché conoscenza è potere. Perché questo sia possibile è necessario che ci sia la possibilità di rimettere in discussione tutto, e la discussione è sempre la base del funzionamento della scienza. Ma io credo che oggi dilaghi una interpretazione sbagliata ed eccessiva di questa strategia di conoscenza.
Vale a dire?
Possibilità di dialogo non vuol dire che la parola di chiunque abbia lo stesso peso in una discussione, ancora meno significa che trovare le soluzioni migliori sia questione di maggioranza. Per fare un esempio, pensiamo alle olimpiadi. In linea di principio, chiunque le può vincere. Ma questo non significa che per partecipare ad una gara olimpica basti andare là e dire “partecipo anch’io”. Significa che…

L’intervista di Federico Tulli a Carlo Rovelli prosegue su Left in edicola


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Una ragazza bionda, bellissima

Cosa dovrebbe fare la Sinistra nelle condizioni politiche attuali? Ce lo chiediamo sempre qui a Left e noi, nel nostro piccolo, cerchiamo e studiamo. Vogliamo capire cosa succede e perché succede. E poi raccontarlo. Perché conoscere e sapere è un’esigenza fondamentale. Potremmo dire che conoscere e sapere è ciò che in effetti fa l’uguaglianza degli esseri umani. E l’uguaglianza tra gli esseri umani è ciò che la sinistra politica ha sempre detto essere la sua caratteristica fondamentale. È proprio per combattere contro disuguaglianze ritenute ingiuste che è nata la sinistra. In questi giorni mi sono però reso conto che spesso questo concetto di uguaglianza viene frainteso nel senso che viene ridotto ad una sua espressione molto parziale e del tutto insufficiente. Il mio riferimento teorico e culturale per quello che riguarda la realtà umana è Massimo Fagioli e la sua Teoria della nascita (cfr. https://massimofagioli.com). In essa si stabilisce quando compare il pensiero umano, alla nascita appunto, e come questo accade. Il feto è una esistenza di una realtà biologica che ha, a determinate e specifiche condizioni, la possibilità di rendere esistente un pensiero. Quelle condizioni si manifestano alla nascita se essa avviene perlomeno dopo la 24° settimana di gravidanza. Questo perché prima di tale tempo la retina non si è formata e non può manifestarsi quella reazione della sostanza cerebrale, di cui la retina è parte, che è l’annullamento della nuova realtà aggressiva (la luce) e la simultanea creazione di un pensiero che si può sintetizzare in “certezza dell’esistenza di un altro essere umano con cui avere rapporto”. La realtà biologica del feto è solo materiale. La realtà del neonato comprende ed è tale (cioè diversa dal feto) per l’esistenza di un pensiero che prima non c’era. È la realtà psichica e la sua origine come fantasia di sparizione che fa la nostra peculiare realtà di esseri umani. L’uguaglianza sta in quella dinamica e nella capacità di pensare che ne consegue. Essa è quindi una caratteristica fondante dell’essere umano, perché è qualcosa che è connaturato con l’origine dell’esistenza umana. L’uguaglianza non è quindi da cercare nella realtà materiale. Anche perché non è possibile che esista un’uguaglianza assoluta tra esseri umani. Il Dna ha una variabilità che fa si che ognuno di noi sia leggermente diverso nei tratti somatici, nel colore della pelle, degli occhi, nell’altezza, nella forza, nel genere, etc. C’è una similitudine ma non una perfetta uguaglianza. La perfetta uguaglianza sta nella dinamica della nascita, per tutti, ovunque nel mondo ed in ogni tempo, uguale. La fantasia degli esseri umani, lo sviluppo del linguaggio e della scrittura, la creazione artistica nelle sue diverse forme, dalla poesia alla musica, sono caratteristiche universali delle popolazioni umane a prescindere dal contesto ambientale e culturale nel quale si sviluppano. Come è caratteristica del tutto comune la necessità per i neonati, ovunque essi si trovino, ad avere i rapporti necessari alla propria crescita fisica e psichica. È il rapporto, lo stare insieme agli altri, che i bambini cercano perché è il rapporto ciò che gli permette di costruire realizzazioni che gli permetteranno di crescere. L’uguaglianza si realizza nella ricerca che tutti facciamo incessantemente nei rapporti con gli altri, con lo scopo di ricreare noi stessi, di cambiare e di rinnovarci, come nel momento in cui siamo nati. Una ricerca che si realizza in conoscere e sapere di sé e degli altri. L’uguaglianza materiale quindi conta poco. Quello che realizza l’uguaglianza umana è la realizzazione delle esigenze. È un’uguaglianza particolare perché ognuno realizza se stesso, nella propria ricerca, a suo modo. Non c’è una realizzazione uguale ad un’altra. Chi fa lo scienziato, chi fa il pittore, chi fa lo scrittore, chi il falegname o il medico. O chi semplicemente vive una storia d’amore in cui la propria realizzazione è la realizzazione dell’altro. È un’uguaglianza che è libertà. La libertà di essere esseri umani. La sinistra deve lavorare per costruire una politica che abbia questo scopo, per tutti. La sinistra deve liberarsi dall’idea che essa ha il compito di occuparsi solo della realtà materiale. Se non fa questo passaggio rinuncia a capire perché le persone pensano quello che pensano. L’unica idea che rimane è il bisogno materiale. La sinistra pensa all’avere e crede che questo possa tradursi in essere. Ma non è così. Peggio ancora se la rinuncia corrisponde ad un pensiero che di fondo è religioso. L’assistenza che comprende un pensiero di impossibilità, di non autonomia, di realizzazione impossibile. Va capito perché capita che gli esseri umani diventino razzisti, stupidi, religiosi. Perché accade che alcuni esseri umani preferiscano la facilità di credere alla fatica di pensare. Perché si preferisce la comodità di non vedere, di non sentire, di non sapere alla fatica e alle crisi anche personali che comportano vedere, sentire e sapere. Come per quella ragazza bionda, bellissima. Era appena salita su un aereo di linea su cui si trovava un rifugiato che stava per essere portato in Turchia e di qui in Afghanistan con un destino di morte certa. Lei si è opposta, da sola. È rimasta in piedi impedendo all’aereo di partire. “Finché non scende lui, io non mi siedo”. In lacrime, contro tutto e tutti, ha resistito al girare la testa dall’altra parte, al fregarsene. Ha detto No al comando “si prega di chiudere gli occhi”. Ha resistito alla pulsione di annullamento. E ha vinto.

Il commento di Matteo Fago è tratto da Left in edicola


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Contro il neopopulismo la costituente della sinistra

A seguito delle elezioni del 4 marzo scorso, i mass media non mancano di metterci in guardia rispetto al pericolo costituito dal neopopulismo (parliamo di neopopulismo per distinguerlo, una volta e per tutte, dal populismo storico ottocentesco). Ma ancora oggi non si capisce bene quale sia l’uso corrente del termine. Tutto è neopopulismo, e quindi nulla è neopopulismo. Usando il termine in modo esteso e improprio non si fa solo un cattivo servizio alla democrazia, ma si costruiscono le basi perché un oggetto non ben identificato diventi un convitato di pietra per i prossimi anni e che – nella sua variante esclusiva – diventi parte integrante di una deriva autoritaria, come è avvenuto in altri Paesi europei (ad esempio, in Ungheria).
Procediamo con ordine. La democrazia dei moderni è una democrazia rappresentativa. Democrazia rappresentativa è un termine che indica un connubio: da un lato, il principio del governo popolare (per il quale la legittimità del potere politico deriva dal popolo); dall’altro l’istituto della rappresentanza, per cui il potere del popolo si manifesta soprattutto (ma non esclusivamente) nella scelta dei rappresentanti che agiscono in nome e per conto dei cittadini. La democrazia rappresentativa è una costruzione sempre in tensione, che consente una critica dell’operato dei rappresentanti da parte di chi li ha eletti. Tali critiche possono essere tanto più probabili e vigorose quanto più si attraversano momenti di crisi economica e sociale.
Secondo alcuni autori, e noi fra questi, il neopopulismo costituisce una risposta ad un malessere sociale profondo, che in tempi recenti non è stato rilevato né “rappresentato” dai partiti tradizionali. Il fenomeno neopopulista contemporaneo è…

L’articolo di Marco Almagisti e Paolo Roberto Graziano prosegue su Left in edicola


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Luciano Canfora: Dietro il Rousseau grillino non c’è democrazia

Profetizzano la democrazia diretta e parlano con nonchalance di abolizione del Parlamento, Beppe Grillo e Davide Casaleggio, sostenendo, con una vistosa scorciatoia storica, che il modello sia la Grecia antica. «Una delle caratteristiche del nostro tempo è che ci troviamo a commentare il pensiero degli ignoranti. Il che è un segno di democrazia, come è scritto in Platone: quando cederemo il passo in strada anche agli asini il processo democratico sarà completo», chiosa Luciano Canfora. «Non avrei mai pensato di arrivare alla mia veneranda età e di trovarmi a commentare, invece che Aristotele, Casaleggio o peggio ancora un tale Grillo». Ma tant’è, «visto che i giornali danno spazio al pensiero di questi individui, che seduce tante persone, allora è inevitabile dedicare attenzione alle esternazioni di costoro».
Professore, davvero in Grecia fu attuata la democrazia diretta?
In breve si può dire che in Atene non c’è mai stata la cosiddetta democrazia diretta; per varie ragioni: in primis la partecipazione molto bassa, esigua, all’assemblea popolare, un quinto degli aventi diritto. L’elezione dei magistrati più importanti, ogni anno, avveniva con una procedura molto rigida, questo dovrebbe deludere l’illusione.

Forme di democrazia diretta in altri momenti storici?

L’unica realtà in cui si è attuata, sono alcuni cantoni della Svizzera ultra conservatori, dove contano solo i capifamiglia, maschi; saranno circa 50 in un cantone piccolissimo. Quella è la democrazia diretta. Ora è probabile che questi due signori, che fingono di pensare, abbiano in mente quel modello lì. Bisogna ricordargli allora che siamo un Paese di 60 milioni di abitanti, che gli aventi diritto non sono solo i maschi ma anche le donne, per giunta, a partire dai 18 anni. E non si può nemmeno togliere il diritto agli anziani che hanno un difetto: non muoiono presto. Insomma direi che questa della democrazia diretta è una pura stupidaggine della quale non sentiamo alcun bisogno. Anche perché il fatto che loro abbiano scelto la rete, li porta a comunicare i loro profondissimi pensieri con 19mila massimo 20mila persone. Ci occuperemo del loro pensiero politico quando avranno una rete pari ai 60milioni di abitanti della nostra penisola.

La piattaforma Rousseau, nel nome, richiama l’autore de Il contratto sociale. Modello democratico oppure, come ha scritto Bedeschi ricordando Salvemini e Einaudi, portatore di germi di Stato totalitario?

Bedeschi può pensare quello che vuole, Rousseau stava a Ginevra, visse lì, quasi tutta la vita. Aveva l’immagine della città Stato, quale è ancora oggi, Ginevra, città e cantone al tempo stesso, anche se ovviamente non è più come ai suoi tempi. Il fatto che questi signori si siano accorti scorrendo forse qualche bibliografia e qualche enciclopedia popolare del nome di Rousseau fa bene sperare che man mano possano scoprire altre cose. Oggi usano un grande nome senza capire di che si tratta. Nel frattempo è subentrata la moda di dire che Rousseau è il padre del fascismo, dello stalinismo, del maoismo ecc., ma passerà. O forse è già passata e Bedeschi non se ne accorto.

Grillo è un comico, il suo Aristofane, a cui ha dedicato un importante libro, era invece era un grande commediografo. Come vedeva il governo della propria epoca?

Aristofane è un grande autore, è un genio letterario. Aveva anche fortissime simpatie e antipatie politiche e legami personali con ambienti ben precisi di disistimatori della democrazia politica, i famosi cavalieri, una classe di censo molto elevata. Ma non si limita ad essere un reazionario che detesta il sistema politico: ne scopre i difetti che certamente ci sono e li mette in scena in modo da non fare semplicemente l’uomo di partito – sarebbe un disastro dal punto di vista dell’arte comica – ma individuando comportamenti inaccettabili e portandoli alle estreme. In certi casi ci imbarazza, quando attacca Socrate noi soffriamo un po’. D’altra parte è proprio la prova di quanto lui sia libero mentalmente. Noi ci aspetteremmo che amasse Socrate, essendo stato un feroce critico del meccanismo democratico (alla fine poi è stato ucciso dalla democrazia restaurata). Ci aspetteremmo che lo apprezzasse, del resto avevano un nemico comune. Invece non è così automatica la sua maniera di procedere. Socrate vede una cultura moderna dissolutrice e in quel momento si fa difensore dei valori tradizionali. Insomma, Aristofane è un artista in cui l’elemento creativo prevale sull’elemento della faziosità politica.

Qualche anno fa lei ha scritto un libro sulla democrazia. Quella rappresentativa sta attraversando un periodo di crisi, ma non per questo penseremmo di sostituirla con una fantomatica democrazia diretta. Come vede la situazione oggi?

Il tema è serio e importante. Quando scrissi quel libro quasi 15 anni fa già s’intravedevano dei fenomeni che oggi vediamo ancora meglio, il più importante dei quali è la progressiva dislocazione delle decisioni fondamentali in luoghi remoti e non elettivi, ma tecnici. È un po’ il meccanismo dell’Unione europea che è fondata su una piramide che ha varie stratificazioni. Viene eletto un Parlamento europeo, ma conta pochissimo, si occupa di cose marginali. Si è scherzato qualche volta – ma è la pura verità – sul fatto che abbiano dibattuto sul formato delle gabbie per galline da uova. Certamente è un problema tecnico ma non è fondamentale per i destini dei popoli, le galline continueranno a fare uova indipendentemente dal formato di quella gabbia naturalmente.

Sono organismi tecnici iper specializzati?

Sono organismi fatti da persone molto competenti ma rispondono a delle logiche che non sono quelle di inclusione dei più deboli; basti pensare alla gestione ferrea dei parametri, al debito pubblico ecc. Il caso emblematico è la Grecia: ha cercato di divincolarsi nel giugno-luglio del 2015. Sono passati già tre anni, ha dovuto assumere tali provvedimenti di austerità per le decisioni dei governi tecnici dell’Europa da non avere neanche la possibilità di affrontare questa tragedia degli incendi che hanno ucciso ad Atene oltre 70 persone, mentre tante altre sono rimaste ferite. È il meccanismo attuato da quel prelato, campano o pugliese non ricordo, il quale aveva un cavallo e progressivamente lo voleva abituare a mangiare sempre di meno. Alla fine il cavallo morì. Ma l’economia era salva.

A settembre uscirà per Laterza un suo libro sulla situazione politica attuale, La scopa di don Abbondio. Come ripartire con una opposizione di sinistra che vada oltre la frammentazione? Graziano e Almagisti su Left propongono una costituente di sinistra, gli Stati generali dell’opposizione. L’idea di un Fronte repubblicano appare, invece, quanto mai vaga e poco credibile…

Il Fronte repubblicano è una espressione comica, bisogna immaginare che dall’altra parte ci sia un fronte monarchico. È una scimmiottatura del lessico politico francese. In Francia si usa dire l’Unione repubblicana per dire i partiti che si richiamano ai valori della rivoluzione francese, ai diritti dell’uomo. C’è molta retorica naturalmente, in Francia i gendarmi picchiano i neri come niente fosse. Li picchiano in maniera repubblicana, così sono a posto. Invece qui c’è chi lavora perché l’opposizione risorga, ed è chi stando al governo utilizza modalità e frasi appartenenti al fascismo. Con il risultato che, essendo veramente tali queste frasi e queste modalità, ormai siamo arrivati a quotidiane aggressioni agli stranieri anche mortali, da parte di cittadini. Questo è il massimo aiuto che ci viene da queste canaglie in pro della formazione di una nuova coscienza unitaria a sinistra. Purtroppo non nasce dall’oggi al domani. La formula “Stati generali” si può anche usare (è un’altra citazione dalla vicenda storica dalla rivoluzione francese). Però, se il Pd non si libera di questo gruppo dirigente catastrofico e sostanzialmente di destra che lo ha portato alla rovina, vedo male la possibilità di ricomporre i pezzi.

Conta la galassia Liberi e uguali, Possibile, Sinistra Italiana, Potere al popolo ecc..?

Sì, tutti importanti, anche se pochi di numero. Ognuno dovrà rassegnarsi a non essere egemonico.

 

L’intervista di Simona Maggiorelli a Luciano Canfora è tratta da Left del 3 agosto 2018


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«Scendere in strada come facevano i neri in America». Pape Diaw lancia l’appello per un presidio antirazzista

Protest march against racism organized by the Senegalese community in Florence, Italy, 17 December 2011. An Italian man killed two African street sellers and wounded three others in a racist shooting spree in the heart of Florence on Tuesday 13 December, before committing suicide, ANSA/MAURIZIO DEGL' INNOCENTI

«Basta con la caccia al nero. Le comunità africane devono scendere in strada come facevano i neri in America. Serve una marcia per la dignità del popolo africano». Pape Diaw, storico rappresentante della comunità senegalese fiorentina e toscana, lancia un appello a tutti i fratelli africani per un presidio antirazzista per venerdì prossimo 3 agosto alle 18, in contemporanea in tutte le città italiane, in attesa della manifestazione nazionale prevista a settembre. E chiede alle istituzioni di introdurre nei programmi scolastici lo studio sulla diversità, come in Francia.

«Da circa un anno in Italia – aggiunge Diaw – assistiamo ad una psicosi collettiva. Si parla di invasione di migranti, e di parole d’ordine come ‘prima gli italiani’. Negli ultimi mesi la violenza sta aumentando. Basta guardare a quello che è successo negli ultimi dieci giorni. È necessario che le comunità africane scendano in piazza, non è più sufficiente indignarci a parole».

L’elenco delle aggressioni e violenze è sconcertante, anche se dal canto loro il ministro dell’Interno Matteo Salvini e il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio hanno negato qualsiasi emergenza razzismo in Italia. A Vicenza, il 26 luglio, un operaio di colore riceve una pallottola alla schiena mentre lavora su una piattaforma. Chi ha sparato dichiara che voleva colpire un piccione. Ad Aprilia, il 29 luglio, un ragazzo del Marocco perde la vita picchiato da due italiani che lo credevano un ladro. A Forlì, il 5 luglio, un ragazzo ivoriano in bicicletta viene affiancato da un’auto e ferito allo stomaco. Stessa dinamica per un ragazzo del Mali, a Napoli, il 20 giugno. A Caserta, l’11 giugno, due ragazzi maliani vengono investiti da una raffica di colpi di pistola ad aria compressa provenienti da un’auto in corsa. Gli aggressori inneggiavano a Matteo Salvini. A San Calogero, il 2 giugno, il giovane sindacalista Soumayla Sacko è ucciso a fucilate mentre recupera del materiale di scarto da una fabbrica abbandonata per costruire un riparo di fortuna nelle campagne calabresi vicino all’inferno di Rosarno. Il 29 luglio a Torino, Daisy Osakue, atleta della nazionale di Atletica leggera, è aggredita con un lancio di uova riportando una grave lesione alla cornea mettendone a repentaglio la partecipazione agli Europei di Berlino di metà agosto. Infine, il 1 agosto in provincia di Agrigento, un ballerino di colore è aggredito e insultato per il colore della pelle, e ricoverato in ospedale per una frattura alla mandibola.

«Quello di venerdì sarà un presidio pacifico delle comunità africane in solidarietà dei nostri fratelli uccisi e feriti durante questa lunga spirale di violenza. È evidente che ci sia un problema razziale, alcune persone sono morte perché avevano la pelle nera, e noi non possiamo restare in silenzio. Ma non è sufficiente essere indignati, ora serve agire e scendere in piazza anche se quello di venerdì sarà solo un primo appuntamento simbolico in attesa della manifestazione nazionale che stiamo organizzando per settembre con le comunità africane in Italia» spiega Diaw, che ricorda inoltre come l’iniziativa «sia altamente simbolica in quanto lanciata da Firenze, una città che ha vissuto una doppia tragica esecuzione razzista».

Nel 2011 infatti, in piazza Dalmazia, due lavoratori senegalesi, Samb Modou e Diop Mor, furono uccisi dal simpatizzante di CasaPound Gianluca Casseri, e solo qualche mese fa, a marzo, un altro venditore senegalese, Idy Diene, è stato freddato sul ponte Vespucci da un ex tipografo in pensione che girava armato per strada.

«È necessario arginare il rigurgito fascista – ribadisce Diaw – e questo è possibile solo con l’istruzione e l’educazione. Il problema maggiore non è Salvini in sé, ma l’ideologia politica di cui si fa portavoce perché questa è persino peggio dell’azione, in quanto produce i suoi effetti per molto più tempo. Mi chiedo infatti chi pagherà per il ritardo culturale di questo nostro Paese». Pape Diaw chiede inoltre alla Regione Toscana, e a tutte le istituzioni, di promuovere lo studio sulla diversità: «In questo dobbiamo fare come la Francia, dove da decenni esiste a scuola una materia che insegna la diversità ai giovani studenti. Sarebbe un segnale davvero importante, e sarebbe particolarmente significativo che la promozione della diversità, che è ricchezza, partisse da una città come Firenze più volte avvelenata da uccisioni razziste».

«Venite tutti in piazza – ripete infine Diaw – serve la presenza di tutti contro la paura, le violenze e il razzismo. Alle 18 in tutte le piazze d’Italia».

Dalla sorella (finta) della Boldrini al figlio (vero) di Foa

Una foto tratta dal proflo Linkedin di Leonardo Foa, fiflio di Marcello Foa , Roma 2 agosto 2018 +++ LINKEDIN LEONARDO FOA - ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++

Vi ricordate le decine di meme che sono girati per mesi sulla sorella (o un parente a caso) di Laura Boldrini che infestava i social? Dicevano più o meno così: “questa è Francesca Boldrini, sorella della presidenta della Camera che lavora come parrucchiera (o segretaria o autista o portaborse o sarta o una professione a caso) alla Camera e guadagna 40.000 euro al mese con i nostri soldi”. Ogni volta che ne leggevo uno mi ritrovavo a pensare che fosse impossibile cascare a una bufala del genere. E invece. E invece ogni volta qualche migliaio di persone accorreva a commentare la falsa notizia versando qualche etto di bile.

Bene. Ora sappiate, se non avete avuto modo di leggerlo, che il figlio di Marcello Foa, il presidente indicato per la Rai dal governo Di Maio e Salvini (poi è vero ci sarebbe anche un certo Conte ma non vorremmo scomodarlo) lavora invece con il ministro degli Interni Matteo Salvini, occupandosi della produzione e della condivisione dei contenuti del leader leghista (incidentalmente anche ministro) su facebook. Leonardo Foa, insomma, si occupa di riportare le faccine che baciano, i motti fascisti e tutto il resto di Salvini sulla galassia di gruppi salviniani. Se dovesse essere un meme di quelli che hanno regalato alla Boldrini sarebbe più o meno così: «questo è Leonardo Foa, figlio del candidato presidente Rai fortemente voluto da Salvini, lavora per Salvini: è pagato per stare tutto il giorno su facebook». C’è una drammatica differenza: questo sarebbe vero.

L’aspetto interessante però non è che Salvini abbia assunto qualcuno a sua discrezione come è suo pieno diritto ma piuttosto che lo stesso Salvini sia lo sponsor principale del padre di uno dei suoi dipendenti in una posizione apicale del servizio di informazione pubblica e in n ruolo che dovrebbe essere di garanzia. E risulta paradossale che lo stesso Foa si prodighi a rivendicare la sua estraneità ai partiti e alla partitocrazia. Verrebbe da chiedere a Di Maio cosa ne pensi se non fosse che l’asse gialloverde ha già negato l’innegabile.

Il figlio di Foa intanto ha nascosto il proprio profilo social (come fanno quelli che non hanno nulla da nascondere). Foa padre finge che non sia successo niente mentre. Il ministero dell’Interno precisa invece che Leonardo Foa è laureato alla Bocconi, ha un master all’Ecole de Management di Grenoble ed è trilingue oltre ad avere studiato la comunicazione social di Matteo Salvini nell’ambito del progetto di tesi. E uno pensa: che fortuna avere tutti quegli studi ed essere finito a propagare le trollate di Salvini.

Intanto un altro giorno è andato. Anche oggi alla politica ci pensiamo domani.

Buon venerdì.

 

Dopo 19 anni, la svolta nel caso del parà Scieri che morì nella caserma della Folgore. Si è rotta la catena dei depistaggi?

Un arresto e due indagati per l’omicidio volontario di Emanuele Scieri, una storia di diciannove anni fa. Quel tipo di violenza in divisa più conosciuta come nonnismo. Aveva il 26enne parà di leva trovato morto il 16 agosto 1999 nella caserma Gamerra a Pisa. Forse è finito il depistaggio messo in atto da allora dalla catena di comando della Folgore, famigerato corpo speciale dell’esercito italiano. Dal comandante al cappellano si sbracciarono tutti a giurare che la caserma era un’«isola felice». Solo gli amici di Scieri, i suoi familiari, e i pochissimi militari ed ex militari legati alla stagione delle lotte per la democratizzazione per le forze armate avrebbero provato a cercare verità e giustizia. Gli amici si sono costituiti prima in comitato permanente, hanno scritto al prefetto di Siracusa, all’arcivescovo, al procuratore della Repubblica. Sono arrivati fino a Pisa, entrati nella Gamerra ed hanno portato la loro voglia di giustizia fino davanti dal comandante della caserma. Oggi, il comitato permanete è diventato l’associazione “Giustizia per Lele”.

Gli arresti domiciliari per Alessandro Panella, che possiede anche il passaporto americano, sono scattati in quanto gli inquirenti temevano il pericolo di fuga visto che aveva già programmato il rientro negli Stati Uniti. Panella aveva già prenotato per domani un volo Roma-Chicago, con successivo volo interno per San Diego, in California, dove l’ex paracadutista laziale, ora ai domiciliari a Cerveteri (Roma), vive e lavora da oltre 10 anni e dove è stato sposato con una cittadina americana. Panella dopo un anno di servizio di leva nella Folgore, aveva lasciato l’esercito, conseguendo poi una laurea in economia negli Stati Uniti. Lavora in California come interprete per una società privata. Tra gli altri due indagati, a piede libero, per la morte di Emanuele Scieri c’è un militare dell’esercito in servizio. L’accusa ipotizzata dalla procura per tutti è di concorso in omicidio volontario. I due indagati sono originari di Roma e di Rimini.

La morte di Emanuele Scieri nella caserma Gamerra di Pisa, causata da un’aggressione avvenuta in un ambiente dominato dal nonnismo, è stata spacciata per suicidio e le vere responsabilità sono state coperte per anni dalla catena di comando della brigata Folgore. Questa la conclusione cui era giunta la Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso nella passata legislatura. A quelle audizioni, nell’autunno del 2016, prese parte anche Mario Ciancarella, ufficiale democratico radiato dall’aeronautica militare per il suo attivismo nella controinchiesta su Ustica. Dopo la scoperta del cadavere di Scieri, Ciancarella aveva cercato di contattare i militari della Folgore per trovare testimonianze. Una telefonata anonima gli aveva descritto fedelmente la scena e la dinamica del delitto. «Cercai di farmi interrogare», ricorda con Left. Ma gli sarebbe riuscito solo nel febbraio del 2000 e a luglio dello stesso anno fu perfino arrestato. Otto giorni nel carcere di Pisa cpn l’accusa infamante di sciacallaggio nei confronti della famiglia. Sarebbe stato prosciolto da quell’accusa in ben cinque processi e finalmente ascoltato dalla commissione parlamentare.

«Forse sono stati indagati i responsabili materiali – dice – ma qualcun altro potrebbe aver ordinato quel trattamento a Scieri. Vorrei ricordare che nello Zibaldone c’erano precise minacce ai “cani morti” che si opponevano agli istruttori».

L’omicidio di Scieri fece emergere anche lo spessore inquietante del generale Celentano, autore dello Zibaldone. Il 18 dicembre del ’98 il generale Celentano aveva fatto stampare, su carta intestata del “Comando Brigata Folgore”, un manuale delle torture (bicicletta: alcol spruzzato sui piedi e incendiato; sbrandamento: il militare che dorme viene scaraventato a terra; e così via) e numerosi spunti di riflessione (l’Italia finisce in “Padania”, il resto è “continente nero”, i terroni devono morire; i ministri sono incapaci, i neocomunisti distruggono la gerarchia con l’obiezione di coscienza; e così via).

Lo “Zibaldone” viene spedito da Celentano a tutti i comandi paracadutisti della Toscana, con tanto di numero di protocollo. Non si tratta dunque di un centinaio di fogli clandestini, ma di un documento ufficiale dell’Esercito italiano. In uno Stato democratico, quelle parole dovrebbero bastare e avanzare per la rimozione da ogni carica pubblica dell’autore, indipendentemente dal caso Scieri.

«È da loro (gli istruttori, ndr) che sembra dipendere tutta la vita quotidiana degli allievi paracadutisti. Dagli istruttori dipendono i turni per lo svolgimento dei servizi (cucina, servizi igienici, guardie, piantoni vari ecc.) e le eventuali licenze. Chi si ribella agli istruttori viene tartassato di servizi, rischia di non andare più in “libera uscita” e, soprattutto, rischia di venire isolato. Chi non si affida agli istruttori è considerato un “nulla”, un “mostro”, un “cane morto”, e rischia di rimanere solo. È in questa fase, in questa terra di nessuno in cui unico riferimento sembra essere l’istruttore, che possono emergere rituali nuovi, talvolta molto violenti. La misteriosa uccisione dell’allievo paracadutista Emanuele Scieri – avvenuta nell’estate del 1999 – si è verificata in questa fase dell’addestramento. Si è trattato di un evento che si può ipotizzare sia avvenuto durante un rituale violento e pericoloso imposto da qualche figura autoritaria emergente del gruppo primario. La fase di transizione è una fase che possiamo chiamare di vero e proprio darwinismo militare: solo coloro che più si affidano al controllo e alla protezione degli istruttori riescono ad attraversare incolumi questa fase», si legge su “Costruire guerrieri”, un prezioso saggio di due sociologi, Saitta e Barnao, sulla costruzione di “personalità autoritarie e fascistoidi” nei corpi speciali.

Charlie Barnao è un palermitano finito nella Lamarmora di Siena, sede del 186.mo Reggimento paracadutisti Folgore. Ha raccolto in un diario la cronaca sua naja: l’obiettivo degli ufficiali è creare paracadutisti “massicci e incazzati”, ed a questo scopo lasciano le finestre aperte di notte anche in febbraio, picchiano e aggrediscono le reclute, e predispongono esercitazioni al limite del sadismo, a partire dalla “pompa”, le flessioni con le spalle appesantite dall’attrezzatura da lancio.

Il caso Scieri era solo l’ultimo ed il più grave di una lunga, infinita, serie. Due episodi erano costati il posto al comandante Nardi nell’aprile dell’anno precedente e avevano riproposto l’emergenza Folgore. Nel ’97 il diario di un maresciallo dei granatieri aveva denunciato il coinvolgimento di uomini della Folgore nelle torture di civili somali nel corso della missione “umanitaria” Restore Hope. Le fotografie dei somali incaprettati furono pubblicate durante “Restore Hope” dal settimanale “Epoca”. Una lunga manifestazione aveva percorso le strade di Pisa chiedendo lo scioglimento del reparto da sempre al top nell’immaginario della fascisteria nostrana. Finché il giovane siracusano è precipitato da una torre–asciugatoio della caserma “Gamerra” di Pisa. «Emanuele Scieri viene trovato morto tre giorni dopo la sua scomparsa – disse all’epoca Falco Accame, fondatore dell’”Associazione assistenza vittime arruolate nelle Forze Armate” – o le ronde non sono state fatte o non sono state capaci di individuare il giovane. Il corpo di guardia poi non è stato in grado di dire se Emanuele era uscito oppure no.

Infine dopo il contrappello delle prima sera – posto che sia stato fatto – è stata attivata un’immediata azione notturna di ricerca?». Per capire quello che è successo potrebbe essere utile un altro passo del diario di Barnao: «Giù dalle brande cani morti !”: dal diario di Barnao). Seguono le pulizie personali, la colazione, l’adunata e l’alzabandiera alle otto: “inno nazionale cantato obbligatoriamente a squarciagola, discorso del comandante Celentano inneggiante ai ‘tempi che furono’. E’ il rituale fascista di ogni giorno”. Poi comincia l’addestramento, che dura fino alle quattro del pomeriggio, interrotto da una pausa a metà mattina e da un’altra interruzione per il pranzo. Dalle cinque i soldati sono in libera uscita, con l’obbligo di rientrare entro le 23. Chi vuole può fermarsi in caserma, attrezzata anche per il tempo libero con cinema, palestra, pizzeria. E’ questa la giornata-tipo alla Folgore. “Dalle cinque del pomeriggio fino alle otto della mattina seguente in tutte le caserme della Repubblica è difficile trovare un numero sufficiente di ufficiali e sottufficiali” osserva ancora Accame. «È chiaro, allora, che i nonni esercitano in qualche modo un ruolo di controllo».

«Gli elementi da noi riscontrati dopo aver acquisito quasi seimila pagine di documenti e svolto 45 audizioni – le parole della presidente della Commissione, Sofia Amoddio (Pd) – consentono di escludere categoricamente la tesi del suicidio o di una prova di forza alla quale si voleva sottoporre Emanuele scalando la torretta, tesi che nel ’99 la catena di comando della Folgore suggerì alla magistratura. La consulenza cinematica di tecnici specializzati ha accertato che la presenza di una delle sue scarpe ritrovata troppo distante dal cadavere, la ferita sul dorso del piede sinistro e sul polpaccio sinistro sono del tutto incompatibili con una caduta dalla scala e mostrano chiaramente che Scieri è stato aggredito prima di salire sulla scaletta». La commissione ha fatto dunque emergere «le falle e le distorsioni di un sistema disciplinare fuori controllo ed ha rintracciato elementi di responsabilità». Elementi che sono stati consegnati lo scorso anno alla procura di Pisa, che ha riaperto le indagini fino agli sviluppi di oggi.

«L’indagine ha consentito di perfezionare la conoscenza relativa al nonnismo: questo dato emerge anche con modalità tali da ritenere che contro Scieri ci sia stata un’aggressione da parte dei ‘nonni’ anche mentre era a terra. Si tratta di ipotesi indiziarie che sono suffragate anche dalle consulenze tecniche allegate alle conclusioni della commissione parlamentare d’indagine», ha detto il procuratore di Pisa.

«La vicenda ha avuto un’accelerazione nella giornata di mercoledì perché una delle tre persone da tempo indagate stava per lasciare il territorio nazionale e sarebbe stato complicato riportarcelo», ha spiegato il procuratore di Pisa Alessandro Crini. «Se non ci fosse stato questo ‘pericolo di fugà – ha aggiunto Crini – forse ci saremmo orientati diversamente trattandosi di un fatto molto vecchio». Il procuratore Crini ha spiegato poi che ci sarebbe stato «il tempo per soccorrere Emanuele e per questo contestiamo l’omicidio volontario. Il giovane è stato lasciato agonizzante a terra – ha sottolineato Crini – Questa dinamica non è una nostra congettura ma ricavata dai vecchi accertamenti messi in relazione con i risultati delle perizie effettuate dalla commissione parlamentare».

Chiediamo le dimissioni di Salvini

Sparano contro bambine rom, contro lavoratori immigrati come fosse tiro al piccione; li inseguono per strada, li ammazzano di botte, al grido di «sporco negro». In Italia è caccia al nero, al rom, al povero. Ma Salvini e Di Maio negano tutto, anche l’evidenza più conclamata e terribile, ovvero che questi crimini abbiano una matrice razzista. Per il ministro dell’Interno si tratterebbe di un reato e basta, come se l’aggravante di odio razziale non esistesse. Anzi, secondo Salvini il problema sarebbe un altro: i reati commessi da immigrati. Ma le cifre fotografano una realtà ben diversa da quella che lui racconta.

Dal nuovo rapporto di Antigone si apprende, per esempio, che «sono 58.759 i detenuti nelle carceri italiane, 672 in più negli ultimi cinque mesi» e che, «dal 2008 ad oggi, a fronte del raddoppio della presenza di stranieri in Italia, da 3 a 6 milioni tra regolari e irregolari, quelli detenuti sono calati da 21.562 a 19.868». Dati che evidenziano dunque che «non c’è un’emergenza stranieri e non c’è un’emergenza sicurezza connessa agli stranieri». Semmai assistiamo all’esatto contrario: ad una agghiacciante e inaccettabile escalation di atti e parole violente contro i migranti. Sui giornali vengono riportati solo i casi avvenuti negli ultimi giorni. Ma lo stillicidio è continuo. Va avanti da mesi, e trova legittimazione nelle affermazioni xenofobe di esponenti di primo piano del governo giallonero. Impossibile dimenticare l’assassinio del sindacalista di origini maliane Sacko Soumaila in Calabria, che ancora aspetta giustizia.

La mente corre anche al tentativo di compiere una strage da parte di Luca Traini, con simpatie neonazi e candidato della Lega al consiglio comunale di Corridonia, che a Macerata sparò su innocenti e inermi cittadini dalla pelle nera. Pochi giorni fa la campionessa azzurra di origine nigeriana Daisy Osakue ha rischiato di perdere un occhio per un’aggressione a sfondo razzista. E Grillo sbeffeggia: «Tanta indignazione per un uovo in faccia»! Accanto a questi atti di violenza, che puntano a ledere fisicamente, a menomare, non sono da trascurare le aggressioni verbali e gli insulti che colpiscono quotidianamente gli immigrati in Italia.

L’alterazione della realtà veicolata dalle parole di chi dovrebbe occuparsi di sicurezza e incolumità di tutti i cittadini funziona da viatico. Salvini parla a sproposito di «pacchia» riferendosi ai lavoratori immigrati sfruttati nei campi, parla di «crociera» per chi scappa da guerre e lager come i centri di reclusione per migranti in Libia. Con fatuità, Di Maio parla di «taxi del mare». E i razzisti si sentono le spalle coperte dalle istituzioni. Al punto che un dipendente di una Asl è arrivato a dire a una persona italo-senegalese che doveva ritirare un libretto sanitario: «Qui non c’è il veterinario». Ma il ministro dell’Interno e vice primo ministro Salvini, con il ministro Toninelli che dà man forte alle politiche di ostracismo e di chiusura dei porti, ripetono come un mantra che va tutto bene, che non c’è nessun allarme razzismo.

Il ministro del Lavoro e vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio accusa la sinistra di strumentalizzazione, grida al complotto, mentre con Grillo e Davide Casaleggio dichiara di voler cancellare la democrazia rappresentativa e il Parlamento, per sostituirli con la e-democracy, con la piattaforma Rousseau. Siamo davanti a una pericolosa eclissi della democrazia in Italia, oscurata dalla propaganda grillina e fascioleghista.

Così, mentre Salvini twitta frasi del duce con tanto di smile, mentre l’Asso 28 soccorre in mare 108 migranti riportandoli in Libia («sembra una delle più gravi violazioni in materia di asilo mai avvenute» ha commentato l’Associazione studi giuridici per l’immigrazione), il segretario del Pd, Maurizio Martina, lancia una manifestazione di protesta a settembre. Come dire, prima il mare e le vacanze, poi si vede.
Dobbiamo reagire per fermare la violenza, chiedendo le dimissioni del governo a trazione leghista che usa il crocefisso come una clava e si accanisce con i più vulnerabili. Chiedere le dimissioni del ministro dell’Interno è prioritario. Qui e ora.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola


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Uno vale zero

Leader of the Five Stars Moviment, Beppe Grillo performs on the stage during the kermesse "Italia 5 Stelle" (Italy 5 Stars) in Rimini, Italy, 23 September 2017. Five stars Moviment meeting runs from 22 to 24 September 2017. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Il Movimento 5 stelle, il non-partito che doveva azzerare la distanza tra politici e cittadini, viaggia a gonfie vele nel voto degli italiani, ma presenta indicatori disastrosi nei suoi canali di partecipazione. Il capannone a forma di mouse che gira per l’Italia ad illustrare le potenziali meraviglie della piattaforma Rousseau, l’infrastruttura telematica di Davide Casaleggio, dovrebbe appunto servire a garantire quella partecipazione e a veicolare la “democrazia diretta” dentro al M5s. Addirittura, stando a quello che dice Casaleggio, da esperimenti del genere dovrebbe venire fuori la forma democratica del futuro prossimo, quella che consentirà di superare il Parlamento e la rappresentanza politica tradizionale.
Di certo, Rousseau è in ottima forma dal punto di vista economico: dall’inizio di questa legislatura 330 parlamentari grillini sono costretti dal regolamento a versare alla piattaforma un obolo di trecento euro al mese. A questo trasferimento non indifferente (stiamo parlando di poco meno di centomila euro al mese per la durata dell’intera legislatura) non corrisponde alcuna centralità politica e organizzativa del “sistema operativo” del M5s. Al contrario, un partito che ha raccolto alle ultime elezioni quasi undici milioni di voti dovrebbe affidarsi ad un portale che conta, stando alle ultime cifre ufficiali, circa 140 mila iscritti. Per di più, solo una minoranza di questi utilizza davvero lo strumento telematico. Nei momenti di massima intensità, come quando si è trattato di scegliere il capo politico e candidato premier Luigi Di Maio, nel settembre dello scorso anno, hanno partecipato meno di 40 mila persone.
Casaleggio tira dritto, ha preso…

L’inchiesta di Giuliano Santoro prosegue su Left in edicola


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