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Caso Buscemi: non passa la mozione di sfiducia per l’assessore accusato di stalking

Rimane in carica l’assessore alla Cultura di Pisa, Andrea Buscemi, ritenuto responsabile con sentenza del 30 maggio 2017 dalla Corte di Appello di Firenze, di condotta lesiva nei confronti della ex compagna (reato riconosciuto e documentato ma prescritto). La mozione di sfiducia, presentata dal consigliere Ciccio Auletta di “Diritti in Comune” (Una Città in Comune, Rifondazione Comunista, Possibile) è stata bocciata dalla maggioranza di centro destra con 19 voti contro 8. In un Consiglio comunale blindato al pubblico per volere del sindaco leghista, Michele Conti, che ha ammesso in aula solo 16 visitatori, compresi i giornalisti, si è consumata una delle pagine più buie della storia repubblicana della città di Galileo. La decisione è stata presa mentre in strada, decine e decine di donne ed uomini, presidiavano il palazzo del Comune vestiti di rosso e con le spalle rivolte ad un “Comune sordo alle nostre richieste”. Voci inascoltate. In aula, il dibattito sulla mozione di sfiducia è stato aperto dall’intervento, durissimo, di Auletta. «Appellando sulla stampa come nazisti la Casa della Donna di Pisa, che da decenni si batte contro la violenza sulle donne “che è un tema mondiale ed una questione di cultura”, Buscemi ha dimostrato “inadeguatezza culturale” ma anche “pericolosità politica”» ha detto il consigliere di Diritti in Comune. «Quando i comportamenti violenti vengono legittimati, si dà la stura al peggio. Il piano è inclinato ed è molto pericoloso. E non si può continuare a sottovalutarlo» ha concluso Auletta. In primo grado Buscemi fu assolto «per i fatti anteriori al 25 febbraio 2009 perché il fatto non è previsto dalla legge come reato». Era stato denunciato per stalking dalla ex compagna Patrizia Pagliarone e dalla Casa delle donne di Pisa nel dicembre 2009 ma la legge è entrata in vigore, appunto, il 25 febbraio dello stesso anno. Nella stessa sentenza la Corte di Pisa ha inoltre stabilito di «non doversi procedere contro il Buscemi per estinzione del reato per prescrizione per i fatti successivi» e lo ha condannato «al risarcimento dei danni a favore della parte civile da liquidarsi in separata sede». In Appello è stata riconosciuta e documentata la sua condotta lesiva, e nonostante la prescrizione Buscemi è stato condannato a risarcire le spese processuali di Pagliarone.

Nel corso del dibattito in Comune i consiglieri di maggioranza hanno dimostrato di non conoscere i contenuti e lo scopo della Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Una legge di civiltà che è stata ratificata dall’Italia nel 2013 ed è entrata in vigore quattro anni fa, l’1 agosto 2014. «Votiamo no alla mozione perché per noi Andrea Buscemi è non colpevole» ha spiegato l’avvocato Gino Mannocci. Mentre lo stesso Buscemi nell’arringa finale ha annunciato di avere fatto «ricorso in Cassazione per affermare pienamente la mia innocenza». Giova ricordare che la Corte di Appello di Firenze ha emesso la sentenza sulla base di fatti costitutivi del reato provati e documentati, e la Cassazione non potrà mai intervenire dicendo che quei fatti non sussistono. «Se Buscemi avesse voluto affermare la sua innocenza avrebbe dovuto rinunciare alla prescrizione, ma non l’ha voluto fare» dicono alla Casa della Donna di Pisa.

Bologna, 2 agosto 1980. Per la verità e per la giustizia

Discorso di Renato Zangheri, sindaco di Bologna, ai funerali delle vittime – 6 agosto 1980, Piazza Maggiore

Fonte: Associazione tra i Familiari delle Vittime della Strage della Stazione di Bologna del 2 Agosto 1980 

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Signor Presidente della Repubblica, torniamo su questa piazza dove di fronte ad altri morti avevamo detto che la strage dell’Italicus non avrebbe mai dovuto ripetersi.
Se si è ripetuta, nonostante la lotta e la volontà democratica del nostro popolo, e in misura più grande e se possibile più atroce, questo è motivo per noi di amarezza e dolore più cocente.
Piangiamo le vittime di un delitto la cui infamia non sarà mai più cancellata dalla coscienza del nostro popolo e dalla storia.
Inviamo ai feriti il nostro augurio, ma sappiamo il tormento e l’angoscioso futuro di numerosi fra loro.
Alle famiglie esprimiamo la nostra solidarietà, sebbene un dolore come questo, di chi ha visto la morte dei propri congiunti più cari e di chi attende ancora l’esito di ricerche strazianti, come non ha ragione nell’ordine delle cose umane cosi non trova consolazione.
Duro è parlare oggi e riunirci in questa terribile circostanza, e si può essere colti da una rabbia desolata, perché non si vede per quale via possa farsi giustizia, una giustizia piena e finalmente rapida; e dunque può sopravvenire la sensazione dell’impotenza, la perdita della speranza.
Ma non è questo l’obiettivo degli istigatori e degli esecutori del crimine?
Eccoci di nuovo a interrogarci sulla barbarie, se abbia una logica, un filo conduttore, uno scopo percepibile.
Che cosa si è voluto? Seminare il panico, indebolire le difese della Repubblica, fino a soffocarla? Spostare l’asse politico su posizioni di cieca conservazione? O suscitare una reazione violenta, per poi, dopo averla provocata, preparare le condizioni della repressione? In queste ore di lutto non possiamo evitare le domande, lo sforzo di capire, se non vogliamo che l’angoscia si muti in disperazione.
E’ necessario capire la logica del delitto per combatterlo.
Non si dica che la reazione popolare essendo stata forte e ordinata, ha subito dissolto il disegno della provocazione, e che questo doveva essere previsto dagli assassini.
Costoro non conoscono e non prevedono la forza e la maturità del popolo.
L’hanno dimostrato a Milano, a Brescia, e per due volte a Bologna.
Non si dica che gli attentati sono allora opera solitaria di un gruppo di folli.
Lo stesso copione che ha portato alla strage del 2 agosto è stato provato sull’Italicus.
La stessa città, lo stesso nodo ferroviario, gli stessi giorni delle vacanze, quando i treni e le stazioni sono affollati dalla gente che parte, forse lo stesso proposito di recitare il crimine anche sul corpo di viaggiatori stranieri, e quindi di dimostrare ad altri popoli e governi la debolezza della nostra democrazia e forse, mi inoltro nella logica aberrante di questi nostri nemici, di giustificare futuri colpi liberticidi.
Il terrorismo nero, bloccato dalle grandi manifestazioni popolari del ’74, è sembrato rintanarsi e cedere il passo.
E’ un caso che nel momento in cui si indeboliscono altre trame eversive, quella nera torni alla ribalta prima con avvisaglie purtroppo trascurate poi con tutta la sua carica omicida? Sono domande inquietanti, inevitabili.
Gli autori della strage non hanno colpito questa o quella parte, ma l’umanità intera e il diritto elementare e sacro alla vita.
Ma perché con questa insistenza a Bologna? Questo luogo di esperienze e di battaglie democratiche e di progresso è un ostacolo tale sulla loro via, da doverlo ad ogni costo travolgere?
Sarà travolto.
Gli impegni delle persone umane possono vacillare di fronte al convergere di eventi sempre prevedibili.
Ma noi bolognesi un impegno di fronte al Paese, alle memorie della Resistenza, fronte all’avvenire, ai giovani, a coloro che in tutta Italia attendono ancora una volta la nostra risposta, e che da tanti paesi stranieri ci hanno inviato parole di pietà, di amicizia e di incitamento, un impegno severo e fermo vogliamo prenderlo. Sulla linea che divide la democrazia dall’eversione non arretreremo, al contrario combatteremo con maggior vigore e più chiara (?) della posta in gioco.
E’ una posta altissima.
Sono attaccate le conquiste della Costituzione, il diritto dei lavoratori a costruire una società giusta, le attese delle giovani generazioni, l’esigenza umana e politica del cambiamento.
Ci batteremo duramente perché questa prospettiva non sia negata.
Abbiamo forze e convinzioni che non si esauriranno nel giro dei giorni e degli anni.
Altre domande incalzano. Quali complicità hanno accompagnato questa azione nefanda? Le scopriremo? I ritardi non saranno nuovamente esiziali? Signor Presidente, il dolore non può farci tacere.
Corpi straziati chiedono giustizia, senza la quale sarebbe difficile salvare la Repubblica; chiedono pronta identificazione e condanna dei colpevoli di tutti i delitti che hanno macchiato l’Italia in questi anni; chiedono la sconfitta della sovversione, e le condizioni di una vita e di una democratica ordinata.
Incertezze e colpevoli deviazioni hanno subito le indagini da Piazza Fontana ad oggi.
Troppe interferenze e coperture sono state consentite.
Ora la sincerità del dolore e della condanna si misurano sui fatti ed esclusivamente su di essi, sulla volontà e sulla capacità politica e giudiziaria di far luce sulle trame eversive e sui delitti che si susseguono in un crescendo inaudito.
Non spetta a noi indicare le linee della politica nazionale, ma è certo che è necessaria una prospettiva politica di fermezza e di chiarezza, che raccolga il consenso del popolo.
E’ certo che coloro i quali hanno ricevuto le responsabilità di governo e parlamentari dal popolo, tutti coloro che esercitano funzioni pubbliche, dal popolo verranno giudicati per quello che faranno, con una vigilanza e sensibilità moltiplicate dall’angoscia di questi giorni e dalla gravità estrema del crimine che è stato commesso.
Ognuno dovrà compiere il proprio dovere, come l’hanno compiuto le donne e gli uomini accorsi alla stazione di Bologna nelle ore della strage, per soccorrere e salvare: semplici cittadini, personale sanitario, magistrati, dipendenti degli enti locali, ferrovieri, vigili del fuoco, militari, forze dell’ordine, e la moltitudine che è su questa piazza a raccogliere la sfida del terrorismo.
Grazie di essere venuti. Assieme non potremo essere sconfitti.
Il saluto alle vittime è in questo momento, signor Presidente della Repubblica, una promessa morale e politica di fedeltà alle ragioni del progresso umano ed è fiducia in una giustizia che non può fallire perché poggia sull’animo di grandi masse di donne e di uomini.
Così noi affermiamo oggi la nostra difficile speranza e chiediamo a tutti di combattere perché la vita prevalga sulla morte, il progresso sulla reazione, la libertà sulla tirannia.

Renato Zangheri e Sandro Pertini

La strage: Link (Fonte 2 Agosto 1980)

Il macabro ballo intorno all’articolo 18

Sì, è vero, il Movimento 5 Stelle aveva promesso in campagna elettorale di reintrodurre l’articolo 18 e non ha mantenuto la promessa (come probabilmente accadrà per il TAP). È vero anche che il reddito di cittadinanza al momento appare piuttosto lontano e che difficilmente le persone che li hanno votati si accontenteranno di risparmiare le briciole con l’aereo di Renzi (che non era di Renzi) o con l’espulsione del deputato velista e assenteista (che continua a essere parlamentare nel Gruppo Misto per assurdo guadagnando di più). Ma non è di questo ora che mi interessa parlare. No.

Perché intorno all’articolo 18 ieri si è consumato un macabro balletto che ha confermato, nel caso ce ne fosse bisogno, che con questa opposizione, con questo PD, il cammino sarà torrido e lunghissimo. Ricapitolando: LEU propone un emendamento al Decreto Dignità chiedendo la reintroduzione dell’articolo 18, il famigerato articolo 18 e M5S e Lega bocciano l’emendamento. Si leva improvvisamente la protesta dei Democratici, tutti impegnati a raccontare che “Di Maio non mantiene le promesse” e rilanciando il fatto dappertutto. Badate bene: loro sono quelli che l’articolo 18 l’hanno tolto (con sontuosa soddisfazione di Renzi, Confindustria e compagnia cantante) e sono gli stessi che non devono avere letto che il loro Jobs Act piace a meno del 10% degli italiani secondo un recente sondaggio (che poi basterebbe il risultato delle elezioni, senza ulteriori sondaggi). Anzi, fanno di più: ne approfittano per rivendicare il loro Jobs Act. Così, in scioltezza. Geni.

Ma il bello deve ancora venire: uno pensa che se sono così convinti di avere fatto bene al governo avranno votato contro l’emendamento per la reintroduzione dell’articolo 18, no? E invece no. Si sono astenuti. E dentro quell’astensione c’è tutto il sotto vuoto spinto di un partito che ha presente chi siano i propri nemici ma appare piuttosto confuso sul da farsi e drammaticamente smemorato su ciò che ha fatto. Diventa difficile immaginare che siano credibili, Minniti mentre parla degli sbarchi in Libia o i padri del Jobs Act sul lavoro. La loro strategia (suicida) è che nei prossimi mesi gli elettori tornino a loro a mani giunte dicendo “avevate ragione, avevate fatto tutto giusto, bravi così”? Sì, ciao. Proprio ieri, intanto, Gori e Calenda si sono accorti che negli ultimi anni c’è stato un fenomeno di accumulazione delle ricchezze che ha impoverito quelli più in basso. Ma va?

L’articolo 18, intanto, viene usato ancora un volta come il fuoco intorno a cui inscenare il balletto, confidando che nessuno si accorga che nell’opposizione al Decreto Dignità il PD continua a sposare le posizioni di Confindustria. Forte questa opposizione: se domani tornasse il figliuol prodigo pentito (no, non Matteo, ma quello della parabola) lo lascerebbero fuori chiedendogli di ripassare dopo il congresso. Me li vedo, mentre litigano nascosti dietro allo spioncino.

Buon giovedì.

La vera dignità è dei lavoratori

La pubblicazione di Frida Nacinovich per la casa editrice della Cgil Con parole loro. L’amore per il lavoro nella tempesta del postfordismo, Ediesse è un atto d’amore e di profonda fiducia nei confronti della classe operaia, in tutte le sue molteplici manifestazioni, dal ricercatore all’operaio, dal produttore di birra all’operatore del call center.
È il contributo di una giornalista che ha lavorato con Sandro Curzi impegnandosi nella lunga lotta di resistenza che i lavoratori e le loro organizzazioni sociali stanno conducendo contro l’attacco al lavoro, in particolare dal 2013 ad oggi, ovvero gli anni della gestione politica della crisi del 2008 da parte del capitale e delle sue espressioni politiche, in Italia rappresentate dall’asse Monti-Renzi e più complessivamente dal Pd paladino delle politiche dell’austerità e dell’attacco al sindacato e ai lavoratori e alle lavoratrici.
Gli anni recenti di quella lunga lotta di classe che i padroni stanno vincendo, come ricordava Luciano Gallino.
I lunghi anni della svalorizzazione del lavoro e della sua marginalizzazione nelle sfere della discussione politica, dove la pubblica opinione viene irretita dalle parole d’ordine della destra politica, sociale ed economica con le più trite parole d’ordine del neoliberismo.
Una lotta, tuttavia, che i più di cento membri Rsu ed Rsa intervistati in queste pagine non mostrano affatto di temere, permettendo all’autrice un ardito paragone rispetto alla disparità dei mezzi nella odierna lotta tra capitale e lavoro che rimanda alla battaglia tra spartani e persiani, dove gli arcieri di questi ultimi erano così numerosi che il lancio delle loro frecce poteva oscurare il cielo. Così ci appare oggi il dislivello delle forze in campo. Un po’ della sfrontatezza dello spartano Dienece, per nulla spaventato, potrebbe rincuorarci e spingerci al contrattacco, superando l’elaborazione del lutto e facendo cadere tutte le auto assolutorie giustificazioni per restare nella passività e nell’indolenza.
A fronte del cielo coperto dalle frecce nemiche, così rispose: «Bene. Almeno così combatteremo all’ombra».
Perché tornare a combattere bisogna, sul piano dei valori, della cultura, degli interessi, dei bisogni, delle aspettative e dell’idea di società dove non perduri lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e l’assenza di relazioni pienamente umane: dove l’egoismo e la smodatezza del capitale trovi una radicale critica ed alternativa.
Sfrontati non sono i racconti dei lavoratori e delle lavoratrici che animano le pagine, ma pacati, consapevoli, forti nelle difficoltà e portatori di una conoscenza e di un amore del lavoro come possibile strumento di emancipazione e di costruzione di una identità individuale e collettiva che pensavamo ormai smarrita nel nostro Paese.
Dei veri ed effettivi partigiani della Costituzione e del lavoro come suo imprescindibile fondamento.
Il loro essere espressione diretta dei lavoratori in produzione, in produzione essi stessi, – ed è questo il tratto giornalisticamente e politicamente caratterizzante di questa inchiesta operaia -, li permette e costringe ad affrontare la lotta sindacale con precisa conoscenza del posizionamento dell’azienda nei mercati, l’effettiva redditività, le politiche di decentramento produttivo e segmentazione della catena del valore, le materialissime articolazioni degli orari e dei carichi di lavoro, le catene degli appalti e subappalti, il peso della dimensione finanziaria e fronte di quella direttamente produttiva, il peso delle scelte politiche, nazionali ed europee, nei destini di ogni singolo lavoratore.
Un patrimonio che non va disperso, e che temiamo abbia subito una profonda erosione col voto del 4 marzo, che ha visto gli iscritti della Cgil  votare al 35% Partito democratico, 33% Movimento5Stelle, ben 10% se non di più Lega e solo l’11% Liberi ed uguali e al 4% per Potere al popolo, dove il voto per Leu è concentrato nei gruppi dirigenti e quello a Pap nei lavoratori politicizzati.
E come emerge dalle interviste non è più eludibile il tema della mancanza di rappresentanza politica del lavoro: i delegati intervistati si sono formati in un’altra stagione sociale e politica, dove essa esisteva in varie significative forme e dove non mancava una visione d’insieme dei processi e fenomeni.
Non è più così, da tempo.
Il lavoro senza dimensione politica subisce i processi di atomizzazione neoliberale e di sussunzione postfordista nel totalitarismo aziendalistico.
E’ assolutamente necessario ridare rappresentanza politica al Lavoro, e forse occorrerebbe fare come nell’Inghilterra dell’Ottocento, dove le Trade Unions fondarono il Labour party (e proprio dal laburista di sinistra Corbin utilmente trarre spunto nel rapporto fecondo e imprescindibile tra classe, sindacato e partito).
Magari valorizzando proprio quella straordinaria rete di delegati di posti di lavoro che ancora caratterizza un Sindacato Confederale come la Cgil, che potrebbe decidere – nel Congresso che si accinge a svolgere – di lanciare il cuore oltre l’ostacolo.

Non si combatte la camorra facendo finta che non esista

Confesso che ho peccato. Gomorra (il libro) non mi ha mai convinto fino in fondo. L’ho sempre trovato approssimativo, in qualche passaggio addirittura banale. Un giudizio non esaltante che ha condizionato il mio atteggiamento perfino nei confronti dell’omonima serie televisiva, dalla quale mi sono poi tenuto a debita distanza. Fatta questa premessa, che Roberto Saviano abbia però contributo ad attivare una significativa attenzione nazionale sui drammi e sulla devastazione determinata dalla presenza camorristica, credo che nessun sano di mente possa onestamente negarlo. Non si tratta di prendere partito in difesa del giornalista, soprattutto perché l’interessato non ne ha alcun bisogno. È molto combattivo, fin troppo attento, assai presente e si difende di suo. Non di meno, credo che sia necessario chiarire un punto di fondo che la recente polemica del Vincenzo De Luca, presidente della Giunta regionale della Campania, torna a sollevare con lo stile che gli è ormai universalmente riconosciuto. In breve, pur non nominando esplicitamente Saviano, secondo il vertice dell’amministrazione campana «ci sono quelli che vivono di camorra, prendono i diritti sugli sceneggiati tv e si fanno i milioni rovinando giovani generazioni che per emulazione si comportano come quegli imbecilli della fiction» (30 luglio 2018). A parte la virulenta convergenza di toni tra De Luca e Matteo Salvini, colpisce molto che questa avvenga attraverso un classico capovolgimento dialettico, secondo il quale le responsabilità sarebbero di coloro denunciano, perché alzano polveroni disvelando magagne e gettando fango su territori, categorie, apparati. È lo stesso artifizio utilizzato per attenuare le responsabilità dello stupratore, provocato dai costumi eccessivamente liberi di una donna. La vittima diventa allora il carnefice, la minigonna un incitamento alla violenza, chi denuncia atti razzisti un sobillatore di odio, uno sceneggiato l’ufficio di reclutamento criminale, mentre un giornalista viene eretto a produttore e facilitatore di eventi mafiosi.

Sarebbe bene informare De Luca (ma molto ci sarebbe da dire anche all’attuale reggente del Viminale) che la camorra esisteva ben prima del racconto di Saviano, difficile che basti censurare una serie tv per sconfiggerla e bonificare le coscienze. Sarebbero invece necessarie misure concrete, attenzione e sensibilità sociale, buona politica e buona amministrazione. Ecco, lavorerei su questo, piuttosto che sulla ricerca del capro espiatorio. Magari dando una mano a quelle amministrazioni – penso a Casal di Principe, solo per fare un esempio concreto – che combattono in prima linea per provare a rompere con un certo passato, reclamando misure tutt’altro che rivoluzionarie: realizzare scuole, servizi e infrastrutture idriche, magari anche già finanziate, ma impantanate nei meandri di burocrazie e disattenzioni davvero intollerabili. Domandare per credere al sindaco della cittadina, poi ne potremmo anche ridiscutere.

Lo stesso ragionamento vale per il ciclo dei rifiuti e le opposizioni dei comitati locali, altro tema sollevato da De Luca. È indubbio che sia necessario un salto di qualità, anche nella definizione dell’impiantistica. Ma se intere comunità sono recalcitranti e sollevano dubbi è necessario farsi carico del malessere, evitando d’indirizzare loro trancianti e ingenerose considerazioni. Sembra quasi che il decisionista campano si senta scavalcato dalla determinazione di qualche esponente della maggioranza giallo-verde nazionale e voglia dimostrare maggior energia, recuperando quel primato che gli veniva riconosciuto all’epoca della sua sindacatura salernitana. Tuttavia, la sfiducia delle comunità locali nasce dalla cattiva gestione, dai disastri ai quali ha assistito, dagli affari che sono stati condotti sulla pelle di uomini e donne. Ascoltare, coinvolgere, convincere, includere, decidere insieme diventa in questo clima non solo un dovere, ma l’unica strada per realizzare un cambiamento. Possibilmente con qualche cautela in più e l’umiltà che viene dalla consapevolezza di dover svolgere un servizio, con dignità e onore come recita la Costituzione. Un atteggiamento impossibile da assumere senza fare mostra di quotidiano equilibrio e rispetto per gli altri, soprattutto per quelli che la pensano diversamente da te.

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Giovanni Cerchia è coordinatore regionale di Articolo Uno-Mdp della Campania e professore associato di Storia contemporanea all’Università del Molise

Cari esasperati, qualche consiglio per esasperarsi davvero

Sta bene su tutto, come il cacio sui maccheroni, come il “non sono razzista ma” o come il “e allora il Pd?”: gli esasperati sono una nuova forma autoctona organizzata che si arroga il diritto di compiere reati di diversa gravità (che siano verbali, fisici e comunque sempre intrisi d’odio) parandosi dietro a una voglia rivoluzionaria di giustizia e di libertà. Giustificati dalle ingiustizie. Dicono così.

Sono esasperati gli italiani che non perdono occasione per prendersela con i neri: hanno il diritto di essere spaventosi (dicono loro) perché sono terribilmente spaventati. Non è colpa loro se non ce la fanno più (dicono loro) e quindi hanno il diritto di trasformarsi da presunte vittime a sicuri carnefici. “Non credi che se gli italiani improvvisamente sono diventati razzisti la colpa è di questi stranieri che delinquono?” mi chiedeva ieri un astuto commentatore con la bandierina italiana accanto al nome e un filotto di simboli fascisti. No. Non credo.

Però questa mattina potrei sforzarmi di seguirvi nel vostro ragionamento contorto. Anzi, posso fare di più e porvi qualche domanda. Cari esasperati, quanta esasperazione vi deve esasperare per accogliere a uova in faccia i malavitosi di qualche clan di una a caso delle mafie italiane che vengono a chiedervi il pizzo? Cari esasperati, non vi esasperano abbastanza i vostri connazionali primi al mondo per turismo sessuale sui minori, quei pedofili estivi che poi vi raccontano al ritorno le loro avventure sessuali con bambine dell’età di vostra figlia? Cari esasperati, quando pensate di esasperarvi quel che basta per organizzare le ronde contro i corruttori e i corrotti che tirano i fili accomodati su poltrone da classe dirigente delle vostre università, dei vostri ospedali, dei vostri lavori pubblici, dei servizi che non funzionano per sfamare i corrotti, dei ponti che crollano o delle gallerie che non si tengono in piedi per il lucro sui materiali?

Cari esasperati, ci fate un fischio quando vi esasperate contro il vostro amico che evade le tasse ma offre sempre almeno un giro di aperitivi? Cari esasperati, quanto fastidio vi procurerebbe sapere che qualcuno ci deve restituire 49 milioni di euro e invece si gode la bella vita con i vostri soldi (per i difensori ad oltranza di Salvini: Umberto Bossi, senatore candidato dal segretario Salvini e eletto e pagato con i vostri soldi)? Cari esasperati, davvero vi esaspera di più il piccolo spacciatore nero sotto casa vostra della lobby capitalista? Cari esasperati, davvero il nigeriano vi ha impoveriti andando a lavorare da schiavo per il vostro ex datore di lavoro disposto a tutto pur di risparmiare due soldi alla faccia dei diritti? Perché non riuscite a prendervela con lui? Cari esasperati dai 35 euro e dai venditori di braccialetti in spiaggia lo sapete quanti immigrati servirebbero per fare un miliardo di euro? Sono i soldi che Apple ha evaso in Italia (ha patteggiato per 318 milioni, per dire). E ce ne sarebbero altri mille di esempi così.

Sapete perché vi esasperate solo con i disperati? Perché è vigliaccamente facile, solo per questo. E vi illudete di fare la rivoluzione ma state solo facendo il solletico al tallone del potere.

Buon mercoledì.

Selly Kane, Cgil: La deriva razzista è colpa della politica che costruisce capri espiatori non essendo capace di creare lavoro

C’è un filo, un filo nero, tra l’ondata di razzismo e le condizioni di lavoro. Prendiamo la reintroduzione dei voucher in agricoltura. Se cerchi la responsabile Cgil per le politiche sull’immigrazione la trovi in piazza con i braccianti della Flai, la federazione dei lavoratori dell’agricoltura, uno dei comparti con la più alta densità di lavoro migrante, il 36% che diventa il 57% nelle regioni a trazione leghista. La Cgil si sta attrezzando per «costruire appuntamenti importanti, ad assumere iniziative di difesa e tutela dei nostri nuovi cittadini».
Selly Kane, senegalese, iscritta da 22 anni alla confederazione sindacale, fa la spola tra Ancona, dove vive, e Roma dove è anche vicepresidente del direttivo nazionale di Corso Italia. Spiega a Left che «i buoni lavoro sono un passo indietro rispetto a quello che avevamo conquistato con la legge contro il caporalato». Vuol dire dare alle aziende la possibilità di nascondersi dietro a un voucher per negare il diritto a un lavoro contrattualizzato. «Significa riprecarizzare soprattutto i migranti – continua – senza diritti e coperture come disoccupazione, maternità, malattia. È il ritorno del lavoro nero, una concorrenza sleale con le aziende virtuose, uno stop alle lotte per il collocamento pubblico, per i trasporti e il diritto all’accoglienza». Il 90% del lavoro in agricoltura è stagionale ed è indegno pagarlo con i voucher. Nei campi, uno su tre non raggiunge le 51 giornate annue e non percepisce quindi prestazioni assistenziali.
Se c’è quel filo nero, «il razzismo non inizia da ora, la deriva, l’imbarbarimento culturale sono iniziati da anni anche se ora presentano dei connotati preoccupanti e riguarda la democrazia di questo Paese – continua Kane -. La responsabilità precisa è della politica che, per non rispondere ai bisogni, parla alla pancia e questo, dopo dieci anni di crisi fa presa. Si cerca di sviare l’attenzione su un capro espiatorio. Prima è toccato agli albanesi, poi agli islamici, ora sono soprattutto gli africani». Non sfuggono alla responsabile Immigrazione del più grande sindacato d’Europa, le occasioni perdute: «l’autolesionismo della sinistra» dei decreti Minniti Orlando, degli accordi con la Libia firmati dal precedente governo, della rinuncia a una legge sullo ius soli, «con l’addio alla cittadinanza per un milione di ragazze e ragazzi nati e cresciuti qui».
«Bisogna capire le motivazioni dei flussi migratori, il ruolo delle multinazionali nella depredazione dell’Africa, nel sostegno a governi funzionali al neoliberismo. È in atto uno sfruttamento senza precedenti legato allo sviluppo tecnologico dell’Occidente». Kane ricorda la correlazione tra il genocidio nella regione dei Grandi Laghi, la guerra in Congo e i conflitti centrafricani con il controllo dell’estrazione del coltan. Dal coltan si estrae il tantalio, metallo raro usato massicciamente nella tecnologia di punta per cellulari, computer, industria aereospaziale e quella degli armamenti. L’80% proviene proprio dalla Repubblica democratica del Congo. «Anche il land grabbing, l’accaparramento delle terre da parte delle multinazionali in aree come quella subsahariane per monoculture legate all’esportazione – aggiunge la sindacalista – stravolge la vita di aree in cui il 70% sono giovani e vivono in zone rurali da cui sono costretti a migrare». Dare una giusta lettura della crisi è il primo compito del sindacato, specie quando è l’unica organizzazione di massa a dichiarare, all’articolo 1 del proprio statuto, la propria plurietnicità: «In Cgil i migranti possono votare per eleggere i loro delegati dai tempi di Bruno Trentin, mentre non hanno ancora diritto di voto amministrativo – ricorda Kane – la nostra scelta di campo è l’universalità dei diritti. Noi restiamo umani di fronte all’insopportabile negazionismo di questo governo sugli omicidi, gli attentati, i pestaggi e gli oltraggi nei confronti degli immigrati. Dobbiamo raccontare la verità, che questa crisi è stata determinata dalle stesse politiche neoliberiste che impongono austerità e aggiustamenti strutturali in tutto il mondo. E anche che il lavoro migrante contribuisce all’8% del Pil e, parola di Boeri, con i contributi degli immigrati vengono pagate 663mila pensioni italiane».
La Cgil rilancia:«L’unica via d’uscita è la libertà di circolazione. Il diritto di migrare è antico, oggi i flussi sono bloccati ma vuol dire che le persone sono imprigionate in Libia. Quei soldi che si spendono grazie agli accordi con la Turchia o la Libia per l’esternalizzazione delle frontiere potrebbero essere utilizzati per politiche di inclusione o per una vera cooperazione allo sviluppo. Noi chiediamo di stracciare quegli accordi e di favorire i corridoi umanitari. L’Europa Fortezza non funziona. L’immigrazione è il banco di prova per una civiltà democratica – ricorda – oltre ad essere fondamentale per il ricambio generazionale. Invece a essere criminalizzate sono la povertà e la solidarietà».

Il jazz italiano torna nelle terre del sisma. Con 400 musicisti e 100 concerti

Palo Fresu (s) e la sua band durante l'evento "Il jazz italiano per L'Aquila", kermesse di 12 ore, da mezzogiorno a mezzanotte, nel centro storico con 500 artisti e 20 location organizzata per ridare luce alla città vecchia distrutta dal terremoto del 6 aprile 2009, L'Aquila, 6 settembre 2015. ANSA/PROFILO TWITTER SIAE +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

Anche quest’anno il jazz torna a sostenere la rinascita e la ricostruzione dei luoghi colpiti dal sisma nel cuore del nostro Paese. L’evento “Il Jazz Italiano per le terre del sisma”  si svolgerà in quattro giornate: il 30 e 31 agosto rispettivamente a Camerino (MC) e Scheggino (PG), il primo settembre ad Amatrice (RI) e domenica 2 all’Aquila. Quattro giorni in cui il movimento e la trasformazione saranno i caratteri salienti dei percorsi geografici, della musica che si esprime attraverso l’improvvisazione, delle idee e dei progetti. Dopo quattro anni in cui, gratuitamente, «i musicisti si sono ritrovati per fare musica, con lo scopo principale di sostenere e aiutare le comunità afflitte dai terremoti», ricorda Simone Graziano, presidente Midj (Musicisti italiani di jazz), quella di quest’anno sarà l’ultima edizione. Ma, come afferma, durante la presentazione il 27 luglio al Mibact, Paolo Fresu, direttore artistico dell’iniziativa e presidente della Federazione Nazionale Il Jazz Italiano, «nel 2019 il jazz italiano non lascerà i territori colpiti ma cambierà pelle. Dopo avere ospitato circa 2500 musicisti con oltre 400 concerti lasceremo questa creatura nelle mani del Comune dell’Aquila e della Regione Abruzzo oltre che in quelle degli altri comuni coinvolti. La Federazione IJI fornirà il supporto e la consulenza per fare diventare la prima domenica di settembre un appuntamento stabile del jazz italiano».

Molte cose sono cambiate dalla prima edizione del 2015 all’Aquila, quando un fiume di persone si riversò nella città martoriata dal sisma del 2009 ad ascoltare 600 jazzisti che donavano emozioni attraverso la loro musica. Tantissimi gli spazi e le strade inaccessibili allora, scenari di rovina e miriadi di gru immobili all’orizzonte. «Quest’anno – continua Fresu – oltre 400 musicisti suoneranno in più di 100 concerti, molti dei quali si terranno in luoghi magnificamente restaurati del centro storico della città abruzzese. Centro che, grazie anche al jazz che ha contribuito all’opera di sensibilizzazione indirizzata ad accelerare i tempi della ricostruzione, rivive e rinasce nello sviluppo del pensiero creativo che permea l’arte dei nostri borghi e delle nostre città».

Nel 2016 l’improvviso sisma di Amatrice e dei comuni limitrofi costrinse al cambiamento. Ancora una volta il jazz italiano si trovò a dimostrare grandi capacità organizzative e di adattamento spostandosi, in soli dieci giorni, in 25 città italiane e garantendo lo spirito solidale anche agli altri centri colpiti la notte del 24 agosto. Purtroppo, lo sciame sismico non si arrestò e coinvolse, nei mesi successivi, numerose altre località nelle Marche e nell’Umbria, e nel 2017 nacque “Il jazz italiano per le terre del sisma”. Il coordinamento generale è realizzato dalla Federazione IJI, da I-Jazz che rappresenta i maggiori festival in Italia, da Midj e dalla Casa del Jazz di Roma. L’intero progetto è promosso e fortemente voluto dal Mibac e dai Comuni coinvolti.

«Trovo che jazz e ricostruzione sia un felice connubio – dichiara Gianluca Vacca, sottosegretario con delega alla ricostruzione e al restauro dei beni culturali – credo fortemente che l’arte e la cultura siano un mezzo di rilancio e di rinascita di una comunità, e che il jazz sia un suggestivo tramite perché affonda le sue radici nella tradizione, ma è sempre proiettato al futuro grazie alla sperimentazione e all’improvvisazione». È dunque un evento che rappresenta una novità assoluta per il panorama culturale nazionale, come ci spiega infine Ada Montellanico, responsabile Midj nella Federazione IJI, perché «è un modello di sinergia tra tutte le componenti del jazz unite per una grande causa di solidarietà. Un messaggio forte di vicinanza, arrivato al cuore della popolazione che, attraverso la vitalità della nostra musica, ha vissuto con noi e il numeroso pubblico, giornate che rimarranno nella storia del nostro Paese».

Su Left n. 35, in edicola da venerdì 31 agosto, interviste ai musicisti Ferruccio Spinetti, Petra Magoni e a Joe Barbieri, a cura di Alessandra Grimaldi.

A me non interessa che Daisy Osakue sia italiana

Daisy Osakue, la giovane atleta di origine nigeriana ferita ad un occhio lanciato da un'auto in corsa a Moncalieri, Torino, 30 luglio 2018. ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

Non aumenta il mio dispiacere per ciò che è successo a Daisy Osakue il fatto che sia italiana e che sia protagonista della nostra nazionale di atletica. A ben vedere non mi interesserebbe nemmeno che sia nera se il particolare non fosse utile per svelare il filo (nero, appunto) che collega gli ultimi fatti di cronaca (nera, appunto) e che testimonia un razzismo (e un fascismo, scriviamolo pure: fascismo) che non ha niente a che vedere con il popolo italiano tirato in ballo da Salvini e dai suoi alleati ma racconta piuttosto lo sdoganamento e il senso di impunità di pochi utili idioti.

Provo dolore, solidarietà e sgomento per Daisy come per gli immigrati del Mali colpiti a Caserta da ragazzi che inneggiavano a Salvini, come per Bouyagui, il cuoco malese colpito a Napoli da un fucile ad aria compressa, come per i due nigeriani colpiti in due giorni diversi a Forlì da colpi ad aria compressa, come per il gruppo di nigeriani colpiti a Latina mentre aspettavano il bus da una pistola ad aria compressa uscita dal finestrino di un’auto, come per la bambina rom colpita da un pallino e che rischia di non poter tornare a camminare, come per il richiedente asilo colpito a San Cipriano D’Aversa, l’operaio capoverdiano colpito in provincia di Vicenza, come il marocchino morto dopo il pestaggio di qualche giorno fa a Aprilia, come il barista pestato a Partinico. Solo per citare i casi avvenuti negli ultimi cinquanta giorni. E come gli italiani all’estero quando loro erano i negri di qualcuno.

Non sopporto che gli oppressi vengano rivenduti come oppressori per un pugno di voti da qualche ciarlatano e ne paghino le conseguenze. Non sopporto ogni volta che una persona viene giudicata per il colore della pelle, per la presunzione di appartenenza a un’etnia, per il proprio osceno disagio, per le sue fragilità. Di quale Stato sia non ha nessun interesse, nessuno. Se Daisy è stata colpita perché scambiata per una delle prostitute della zona mi domando quante di loro abbiano dovuto subire ciò che ha subito Daisy senza poterlo denunciare. Sarò strano io.

E non sopporto certa solidarietà urlata più forte perché rivolta a una connazionale. Mi sembra che si richieda di fare lo stesso gioco, in fondo: “questa ragazza fa parte della nostra nazionale sportiva, è una nostra rappresentante, non vedo perché la si debba aggredire…”. ha detto ieri  la senatrice leghista Marzia Casolati. Appunto. Capite? Se il fatto che Daisy sia italiana ci può servire per raccontare l’idiozia dei razzisti (ma servono altre prove?) mi permetto di consigliare a certa stampa nostrana di avere il polso di scrivere che questi odiano i poveri e i negri. Tutti. L’italianità è uno slogan di cui non tengono conto quando versano bile contro i poveri e i negri. E mi dolgo quando sento, come mi è capitato ieri in una trasmissione televisiva, un conduttore televisivo che si complimenta con Daisy perché parla perfettamente l’italiano come se un suprematista bianco americano si stupisse per l’eloquio di Obama.

Se ci interessano le persone torniamo alle persone. In fretta. Grazie.

Buon martedì.

Ci vorrebbe un vaccino per le proposte di legge contro le vaccinazioni

20090826 - ROMA - HTH - INFLUENZA A: PEDIATRI, VACCINARE ANCHE BIMBI SOTTO 2 ANNI. Un bambino viene vaccinato, in una immagine di archivio. Vaccinare prioritariamente contro la nuova influenza anche i bambini sotto i due anni di eta'. La richiesta arriva dalla Federazione dei medici pediatri (Fimp): proprio i bambini piu' piccoli, affermano gli esperti, sono infatti maggiormente esposti al contagio. La sollecitazione parte dalla constatazione che la campagna vaccinale antipandemica predisposta dal ministero del Welfare, e che partira' dalla meta' di novembre, prevede la vaccinazione prioritaria di alcune fasce di popolazione (come soggetti a rischio e personale sanitario) e solo in una seconda fase a partire da gennaio dispone che il vaccino venga offerto alla popolazione dai 2 ai 27 anni. ANSA/VALDRIN XHEMAJ/DRN

La proposta di legge quadro regionale in tema di vaccinazione, presentata dall’M5s al consiglio regionale del Lazio, con primi firmatari Davide Barillari e Roberta Lombardi, vieta (senza nessuna base scientifica a sostegno, ndr) qualsiasi vaccinazione nel primo anno di vita, mentre attualmente ne sono previste per obbligo dieci (art. 3); fa appello ai benefici di una generica buona nutrizione come alternativa preventiva alla vaccinazione, riguardo alla quale i genitori devono essere correttamente informati (art.7); infine, nell’art. 11, il più discusso, al comma 2 viene previsto un periodo di quarantena da quattro a sei settimane per i bambini vaccinati con un virus attenuato, mentre al comma 3 viene ribadito che cura della scuola è garantire che non vi siano discriminazioni, nel formare le classi, tra vaccinati e non vaccinati. Inoltre, sempre in questo articolo, si stabilisce che, per sottoporsi ad una vaccinazione, è necessario un percorso personalizzato, da realizzare obbligatoriamente con i medici delle Asl, in cui tener conto della più rigorosa anamnesi del vaccinando e di quella di tutti (?) i suoi parenti più stretti. Tutti, in ogni caso, per vaccinarsi avranno bisogno di un nulla osta rilasciato dalla Asl, entro le 48 ore precedenti la vaccinazione Non è difficile immaginare le Asl intasate da questo. La vaccinazione poi, e ci mancherebbe altro, viene vista come un fatto che deve essere affrontato con la più scrupolosa informazione, soppesando col bilancino tutti i pro e tutti i contro, che verranno valutati nel corso dell’iter personalizzato, che, anche qualora intrapreso, deve poter essere abbandonato facilmente al minimo segno di volontà in tal senso da parte dell’interessato.
Sembra, quindi, tutto un voler penalizzare per via burocratica chi intende ricorrere alle cure tradizionali, alla faccia della libertà di scelta.

Ma per quello che riguarda la quarantena per i vaccinati con virus attenuato, c’è anche una pretesa di scientificità. La vaccinazione con virus attenuato è quella della varicella, una malattia che si contrae per virus aereo (VZV, Virus Zoster Varicellae), che colpisce soprattutto i bambini tra i 5 e i 10 anni, ma che può restare latente per decenni e colpire più pericolosamente da adulti, con l’Herpes Zoster, detto anche Fuoco di Sant’Antonio. Il tasso di mortalità va dallo 0,5 su 100.000 casi in epoca pre-vaccinale, a un tasso 5-7 volte maggiore in adolescenza, 10-15 volte maggiore in età adulta, fino ad un tasso 100 volte maggiore, se contratto da anziani. La malattia, particolarmente pericolosa in generale se contratta da adulti, lo è ancora di più se contratta in gravidanza, per la donna e per il rischio che possa trasmettersi al feto.

Ora, chi viene vaccinato con un virus attenuato può sviluppare rash cutaneo, con delle pustole da cui può fuoriuscire un liquido, che può portare al contagio. Ebbene, l’OMS ha riscontrato nel mondo, in trent’anni, non più di nove casi di persone che hanno contratto il virus della varicella da persone vaccinate, e non si trattava di giovani vaccinati- il rash cutaneo è più probabile in soggetti anziani, immunodepressi, etc.-. Inoltre, solo tre dei nove casi citati hanno sviluppato un Herpes Zoster.

Nove casi riscontrati in trent’anni di impiego del vaccino, su soggetti non giovani, non sembrerebbero francamente giustificare una quarantena su soggetti in età scolare o pre-scolare. O perlomeno, le indicazioni a favore di una possibile quarantena dei vaccinati contro la varicella, così come quelle a favore di una possibile scelta di non vaccinarsi affatto, sembrerebbero di gran lunga inferiori a quelle sull’opportunità di vaccinarsi comunque.

A questo proposito va ricordato che l’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda di non avviare campagne di vaccinazione di massa in bambini sotto i due anni di età, se non si è sicuri di raggiungere una copertura di gregge dell’85-90%, perché, in tal caso, la circolazione del virus tra la percentuale di persone rimaste scoperte in età adulta rischierebbe di essere più perniciosa.

Il che, ovviamente, è da leggersi più come un incentivo a vaccinarsi contro la varicella, che non come il contrario. I Paesi che non possono assicurare una copertura dell’85% ad una campagna di vaccinazione di massa, sono quelli con un sistema sanitario gravemente carente.

Per quanto concerne poi, in linea più generale, le vaccinazioni entro il primo anno di età, queste sono consigliate proprio per via del fatto che il sistema immunitario non è ancora formato ed ha dunque bisogno di essere sostenuto. L’unica controindicazione, anche qui, riguarda il vaccino con virus attenuato, la cui efficacia potrebbe essere ridotta, nei primi dodici mesi, dalla presenza di alcuni anticorpi materni. Ma è già previsto dalla normativa vigente che il vaccino quadrivalente MPRV (morbillo, parotite, rosolia e varicella) non sia effettuato prima dei dodici mesi di età. Sono queste le linee guida in materia dell’OMS e del nostro Istituto Superiore di Sanità.

A proposito: lo scorso anno nel Lazio, nonostante tutto, la copertura delle vaccinazioni obbligatorie è stata pari al 97%. Controindicazioni? Nessuna. Motivo in più per non intervenire con una legge, a dir poco, piena di contraddizioni.