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«La legge sulla tortura è pessima ma va difesa perché le destre vogliono abolire il reato»

A moment of the event in favor of the introduction of the crime of torture, organized by Amnesty International Italy, on the steps of Santa Maria in Aracoeli Basilica in Rome, Italy, 17 April 2015. ANSA/FABIO CAMPANA

Per quasi trenta anni, l’Italia ha atteso una legge che punisse la tortura. A nulla servì (allora e per lungo tempo) l’approvazione della Convenzione Onu contro la tortura, che ne prescriveva l’introduzione nel codice penale italiano. Adesso, oltre al fatto che la norma è stata lungamente rimpallata fra Camera e Senato e l’accelerazione verso la sua approvazione è stata impressa dall’esito di una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo in merito ai fatti di Genova, la legge approvata in via definitiva alla Camera il 5 luglio 2017 è piena di compromessi.

Il testo prodotto (peggiore di quello dei primi approcci) è lungamente criticabile e la valutazione è, da più parti, negativa. Non convince già a partire dalla definizione di tortura utilizzata: debole e interpretabile secondo una tendenza minimalista, restrittiva, quasi si trattasse di una pratica estrema e perciò negandone l’evoluzione verso forme più sofisticate e subdole.

Così impostata, oltretutto, è una soluzione che presenta serie difficoltà di applicazione: per esempio, ampliando la punibilità a chiunque commetta il reato, il testo rende scivolosa l’individuazione della “tortura di Stato”; poi, prevedendo la tortura come un reato che per essere punito deve presentare comportamenti reiterati, rende non semplice l’applicazione; e infine, richiedendo (per la punibilità) un verificabile trauma psichico conseguente alla tortura, costringe all’impotenza, sia per l’impossibilità (quasi sempre) di produrre perizie dimostrabili sia per i tempi (lunghissimi) che intercorrono tra il compimento dell’atto violento e la sua “apparizione” in tribunale.

«La legge sulla tortura, approvata circa un anno fa, risente di scelte di politica criminale di forte compromesso, che ne indeboliscono complessivamente l’impianto e aprono a una serie di problemi applicativi, minandone l’efficacia sul piano della repressione e della prevenzione», dice a Left Laura Liberto, la coordinatrice nazionale Giustizia per i diritti di Cittadinanzattiva, all’indomani del convegno Il reato di tortura: aspetti giuridici e applicativi, organizzato da Amnesty international e dalla sezione romana del Movimento forense e tenutosi, qualche giorno fa, presso la Corte d’appello civile di Roma.

«Tali scelte sono in buona parte frutto del dibattito fortemente ideologizzato che ha accompagnato il lungo e faticoso iter parlamentare di approvazione e della propaganda sulla introduzione del reato di tortura, presentato come provvedimento “contro la polizia”. Questo approccio è già evidente nell’aver qualificato la tortura come reato comune (cioè un reato che può essere commesso da chiunque, salvo poi prevedere un aggravamento di pena nel caso in cui il fatto sia commesso da pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio, nda), laddove, invece, la vera lacuna presente nel nostro ordinamento, che si richiedeva di colmare con l’intervento del legislatore nazionale, era proprio quella relativa alla cosiddetta “tortura di stato”», dichiara Liberto.

«Va comunque riconosciuto che – chiosa la responsabile -, dopo decenni di tentativi andati a vuoto e proposte rimaste nei cassetti, anche in Italia oggi la tortura è punita con uno specifico reato. Nonostante tutte le debolezze della legge, già questo risultato va difeso, soprattutto rispetto ai recenti tentativi di rimetterla in discussione con proposte di abrogazione che riesumano la solita propaganda delle destre, la stessa che ha ostacolato per decenni l’introduzione del reato».

“Sono imparziali solo quelli che confermano le mie idee”

Un foto dal profilo Twitter di Marcello Foa, nominato nuovo direttore della Rai, 27 luglio 2018. +++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++

Proviamo per una volta, con calma, a non azzuffarci per partito preso e a non lasciarci rapire dal tifo. Partiamo dalla fine: il can can che si è sviluppato in questi ultimi giorni sulla proposta di nomina di Marcello Foa a presidente della Rai è lo specchio di un momento che dura da molto di più di questo ultimo governo.

Foa innanzitutto: il 6 dicembre dell’anno scorso su Pandora TV dichiarava di avere parlato con dei medici (non si sa bene chi, non si sa bene dove, non si sa bene come) che gli avevano assicurato che i vaccini “creino shock al corpo del bambino molto forte che rischia di danneggiare il suo normale equilibrio”. Prove? zero. Nomi? Zero. In compenso c’è una sentenza della Cassazione che, volendo vedere, scrive proprio di una certa faciloneria che porta consenso a chi rumoreggia sul tema.

Poi, il 26 luglio twitta “Paradossi: Salvini propone di rendere obbligatorio il crocifisso ma lo paragona a Satana. Qualcosa non torna. O sbaglio?”. Sbagli. Perché il mondo, per fortuna, non funziona come una banale do ut des: se strumentalizzo una lisciata al tuo mondo non mi compro l’indulgenza per compiere cazzate.

Poi. Sempre il 26 luglio (che giornata di fuoco per il presidente in pectore della Rai) Foa ritwitta DefenseEurope. Ve li ricordate? Sono quelli della barchetta fascistella che avrebbe dovuto presidiare il Mediterraneo e invece, come tutti i fascisti, ha collezionato una vigliacchetta figura barbina. Uno dice: sarà un caso.

Andiamo avanti. Il 13 agosto dell’anno scorso Foa retwitta un articolo in cui si dice che gli immigrati sono dediti al cannibalismo.

Poi. Sempre il 13 agosto dell’anno scorso Foa retwitta un inconsueto assioma per cui Medici Senza Frontiere sarebbero i veri colpevoli della guerra in Iraq.

Il 15 agosto del 2017 propaga la notizia di un piano di sostituzione etnica voluto dalla Boldrina. Scritto proprio Boldrina.

Poi c’è tutta una letteratura contro le ONG. Poi c’è una elegante critica al giornalista di Repubblica Zucconi accusato di demenza senile. Una fulminante battuta sul primo arrestato per la legge Fiano a Predappio per avere fatto di tutta l’erba un fascio. Poi i rifugiati chiamati risorse. Poi Grasso che per ordini dall’alto apre ai migranti e li mantiene. Poi un denso tweet sul movimento #metoo in cui un utente conferma che lo sapevano tutti che il cinema è un gran bordello. Poi un meraviglioso retweet di quel fascistello di Casapound che definisce Mattarella blasfemo. ignobile, anticostituzionale. Poi una battuta sulle labbra di Lilli Gruber. Poi decine di tweet di incoraggiamento a Salvini. Poi un tweet contro Di Maio quando non voleva accordarsi con Salvini.

E questo è niente: basta spulciare i social di Foa per toccare con mano cosa sia la comunicazione (banale, tronfia e talvolta falsa) di questa nuova misera destra muscolare.

Si alzano giustamente voci di protesta.

Lui ringrazia per la fiducia bipartisan, sbagliando ancora una volta vocabolario. Bipartisan non significa le due metà del potere, caro Foa, tutt’altro: bipartisan significa ben voluto da tutti. E no. Tu no. Ciao.

Andiamo avanti: qualcuno fa notare che la lottizzazione della Rai è roba vecchia, che anche quelli prima hanno fatto lo stesso se non peggio. Vero.

Qualcuno però sottolinea come il cambiamento sia appunto una rivoluzione nelle pratiche. Altrimenti si chiamerebbe semplicemente meno peggio. Ma a questo non rispondono.

Forse la soluzione, semplice semplice, è un’altra: il potere (ma mica solo il potere, anche molti commentatori social, ad esempio) si sono convinti nel tempo che i bravi giornalisti siano quelli che riescono meravigliosamente a confermare le nostre tesi, anche le più disparate, magari addirittura con termini e ragionamenti più evoluti dei nostri. Il dubbio è un disturbo da scansare.

Allora il prossimo presidente della Rai davvero si potrebbe semplicemente sorteggiare tra i vostri amici, quelli che vi conoscono bene, che sanno sempre la parola giusta da dirvi al momento giusto. No?

Buon lunedì.

Perché il ministero dell’Istruzione propone agli studenti universitari prestiti dannosi e incostituzionali?

Salvatore Giuliano, sottosegretario all'Istruzione, Università e Ricerca, e Giuseppe Conte (D), presidente del Consiglio, durante la cerimonia di giuramento dei sottosegretari a Palazzo Chigi, Roma, 13 giugno 2018. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Nelle scorse settimane, il Miur (Ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca) ha inviato un curioso questionario agli indirizzi e-mail degli studenti universitari di Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, al fine di «valutare l’introduzione di uno strumento finanziario che faciliti l’accesso a studi universitari e post-laurea». L’imbarazzante form – elaborato da una nota società di consulenza, ma compilabile da chiunque, e un numero imprecisato di volte – ha come principale obbiettivo quello di «supportare la partecipazione degli studenti a percorsi di istruzione terziaria collegati alle aree individuate nella Strategia nazionale di specializzazione intelligente».

Dopo una prima parte anagrafica, il modulo si addentra in aspetti economici e finanziari, arrivando a formulare il quesito centrale: «Sei attualmente beneficiario di una borsa di studio? Hai mai contratto un prestito per finanziare i tuoi studi? Perché non hai mai chiesto un prestito? Quanto saresti disposto a chiedere?». In una condizione di normalità, soprattutto in un Paese come il nostro – dove la disoccupazione giovanile è ben oltre il 30% e i livelli di povertà educativa e le diseguaglianze sociali sono intollerabili – si penserebbe allo scherzo idiota di un funzionario. E invece no.

Pochi giorni fa, durante il question time alla commissione Cultura e istruzione della Camera, il sottosegretario del Miur Salvatore Giuliano – oggi in quota M5s, ma un tempo sostenitore della Buona scuola – ha rivendicato la paternità del questionario, appellandosi al regolamento europeo che disciplina le risorse comunitarie e spiegando che il ministero sta conducendo un’indagine preliminare sulla fattibilità dell’introduzione del prestito d’onore. In poche parole, gli studenti italiani beneficiari di una borsa di studio, assegnata per basso reddito familiare, potrebbero presto trovarsi nella condizione di dover chiedere un finanziamento personale per accedere all’istruzione universitaria.

In una sola mossa il governo gialloverde sembra riuscire nell’ardua impresa di fare peggio di chi lo ha preceduto, prendendo a schiaffi il secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione della Repubblica italiana – «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» – e dimostrando una prevedibile ignoranza sul tema in oggetto. Da almeno un decennio, infatti, la letteratura scientifica ha sconfessato ogni argomento a favore del prestito d’onore, sottolineando i danni sociali ed economici derivanti dall’affidare l’istruzione dei cittadini di uno Stato agli istituti di credito e alle oscillazioni finanziarie di mercati.

Se scopiazzare le pessime e inefficienti pratiche di altri Paesi – peraltro diversissimi dal nostro, basti ricordare il tema delle borse di studio e dei trust in ambito anglosassone – diventa sinonimo di “politica del cambiamento”, sorgono in maniera abbastanza spontanea dei seri dubbi sulla qualità di tutto il ceto dirigente coinvolto. La grave situazione in cui versano molti enti regionali che erogano le borse di studio è un dato di fatto, ma viene da chiedersi chi possa pensare che l’indebitamento delle fasce di reddito più deboli sia una soluzione. Qualora il provvedimento dovesse ottenere il successo che il sottosegretario Giuliano si aspetta, il volto dell’istruzione universitaria italiana cambierà per sempre, e in peggio. D’altra parte, già da qualche tempo, l’idea repubblicana e democratica, secondo cui la formazione è un valore in sé e non un mezzo (o un servizio a pagamento) utile a creare lavoratori frustrati, gode di scarsa fortuna, sia nelle stanze del potere politico e degli apparati burocratici, sia, più in generale, nella società della competizione.

Ad oggi, solo Unione degli universitari (Udu), che ha lanciato la petizione “No ai prestiti d’onore!” su Change.org, Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani (Adi), e Link coordinamento universitario hanno fatto sentire la loro voce. Il funerale che questo governo prepara per il ruolo del settore pubblico nel campo dell’istruzione non può lasciare indifferenti, in gioco c’è il futuro di tutti, nonché la qualità della nostra democrazia.

La riflessione di Lorenzo Ferrari è tratta da Left in edicola


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Liberata Ahed Tamimi, la giovane attivista palestinese diventata il simbolo della resistenza

Ahed Tamimi con il padre

La resistenza continuerà finché l’occupazione non finirà” dice l’attivista 17enne palestinese Ahed Tamimi  tornata libera dopo otto mesi di detenzione per aver schiaffeggiato due soldati israeliani. La ragazza è diventata il simbolo della lotta palestinese. E proprio mentre realizzava un murale su di lei sulla Barriera di difesa nella zona di Betlemme era stato arrestato dalle autorità israeliane lo street artist Jorit Agoch, di origini olandesi residente a Napoli. E’ stato poi in serata rilasciato insieme con gli altri due fermati e messo in libertà. La Farnesina ha confermato il rilascio da parte delle autorità israeliane dello street artist Jorit  e dell’altro italiano che era stato arrestato con lui a Betlemme.

La storia di Ahed Tamim

Ha 17 anni, è palestinese ed è stata portata via dai soldati israeliani, all’alba del 19 dicembre. La stessa sorte è toccata alla cugina Nour mentre il giorno prima era stata arrestata la madre, Nariman. Tutte e tre sono state portate nel carcere di Ofer, nel villaggio di Betunia. Lunedì 25 dicembre il tribunale militare di Ofer decide sulla loro sorte.

Lo scenario è il villaggio di Nabi Saleh, vicino a Ramallah, nella Cisgiordania. Le tre donne, come racconta Luisa Morgantini, presidente dell’associazione AssoPacePalestina, che si trova a Ramallah, sono simbolo della resistenza palestinese. Una storia lunga, pur essendo lei giovanissima.  Ahed infatti aveva addirittura 9 anni quando ha iniziato ad essere conosciuta in tutto il mondo come una attivista e pasionaria della resistenza palestinese. Semplicemente perché andava insieme al fratellino davanti ai “muri” dei soldati israeliani a chieder loro di andarsene dalla loro terra. Oppure per difendere una fonte d’acqua. Una ragazza forte, coraggiosa, per la cui liberazione nei giorni scorsi si è mobilitata una grande rete mediatica, con la raccolta di firme su varie piattaforme online.

Nel numero di Left in uscita sabato 30 dicembre il racconto di Luisa Morgantini su Ahed e la situazione in Cisgiordania.

L’opera di Jorit

Ahed Tamimi, 17 anni, attivista palestinese contro l’occupazione israeliana, nel tribunale militare della prigione di Ofer, nel villaggio di Betunia, in Cisgiordania, 20 dicembre 2017. L’esercito israeliano ha arrestato Tamimi il 19 dicembre 2017 (Photo credit AHMAD GHARABLI/AFP/Getty Images)

Il fratello di Ahed Tamimi durante la protesta per chiedere alla FIFA di sospendere Israele dal calcio mondiale, Ramallah, Cisgiordania, maggio 2015. (Photo by Shadi Hatem/Anadolu Agency/Getty Images)

Ahed Tamimi in un momento della protesta per chiedere alla FIFA di sospendere Israele dal calcio mondiale, Ramallah, Cisgiordania, maggio 2015. (Photo by Shadi Hatem/Anadolu Agency/Getty Images)

Ahed Tamimi durante la protesta per chiedere alla FIFA di sospendere Israele dal calcio mondiale, Ramallah, Cisgiordania, maggio 2015. (Photo by Shadi Hatem/Anadolu Agency/Getty Images)

Il fratello di Ahed Tamimi durante la protesta per chiedere alla FIFA di sospendere Israele dal calcio mondiale, Ramallah, Cisgiordania, maggio 2015. (Photo credit should read ABBAS MOMANI/AFP/Getty Images)

Ahed al-Tamimi durante una protesta contro il muro della discriminazione e gli insediamenti ebraici a Ramallah, in Cisgiordania, agosto 2015 . (Photo by Issam Rimawi/Anadolu Agency/Getty Images)

Tamimi durante una protesta contro il muro della discriminazione e gli insediamenti ebraici a Ramallah, in Cisgiordania. Settembre 2015 (Photo by Issam Rimawi/Anadolu Agency/Getty Images)

Ahed Tamimi e la sua famiglia nella loro casa a Nabi Saleh, un villaggio vicino alla città di Ramallah, in Cisgiordania. Il fratello Muhammad, 12 anni, con il braccio rotto è stato attaccato da un soldato israeliano il giorno prima durante le proteste settimanali contro l’espropriazione della terra d’Israele. 29 agosto 2015. (Photo by Issam Rimawi/Anadolu Agency/Getty Images)

Tamimi tenta di liberare un ragazzo palestinese (in basso) da un soldato israeliano, durante gli scontri tra le forze di sicurezza israeliane e i manifestanti palestinesi in seguito a una marcia contro la confisca dei palestinesi per espandere il vicino insediamento ebraico Hallamish. 28 agosto 2015 (Photo credit ABBAS MOMANI/AFP/Getty Images)

Tamimi durante la sua visita in Turchia a Sanliurfa a dicembre 2012. (Photo by Rauf Maltas/Anadolu Agency/Getty Images)

Ahed Tamimi nel 2012 sfida i soldati israeliani durante una protesta a Ramallah, in Cisgiordania (Photo by QAIS ABUSAMRA/Anadolu Agency/Getty Images)

Ahed Tamim nel novembre del 2012 contrasta un soldato israeliano durante una protesta contro l’espansione del vicino insediamento ebraico di Halamish, nel villaggio di Nabi Saleh vicino a Ramallah. (AP Photo/Majdi Mohammed)

 

Il razzismo è cecità sulla realtà umana

Il filosofo ed epistemologo del Cnr Gilberto Corbellini ha scritto un articolo su wired.it, in cui propone di combattere il razzismo con la somministrazione di ossitocina, il cosiddetto ormone dell’amore e dell’altruismo.
La tesi è la seguente: siamo tutti razzisti, perché la xenofobia è un tratto genetico presente in ognuno, e con proprie strutture nervose. Quindi non c’è nessuna possibilità di liberarsene, ma soltanto di controllarla con l’educazione e potenziando gli antagonisti circuiti neurologici dell’altruismo con l’utilizzo di una sostanza, l’ossitocina, che ne sarebbe coinvolta. Il razzismo inoltre non sarebbe neppure qualcosa di totalmente negativo in quanto, se da un lato stimola l’odio per gli altri, dall’altro aumenterebbe l’amore verso amici, parenti e i membri del proprio gruppo. Un primo effetto di questo articolo è stato quello di fornire un assist alla propaganda del ministro dell’Interno, che ha prontamente twittato per denunciare l’idea, di «qualche “scienziato”», di drogare gli italiani «per accogliere meglio gli immigrati clandestini e fare donazioni».
Mi sembra necessario fare un po’ di chiarezza.
1) l’ossitocina non è l’ormone dell’amore, ma un ormone prodotto dall’ipotalamo, le cui azioni note sono principalmente di indurre la contrazione della muscolatura dell’utero (per favorire il travaglio e il parto) e delle ghiandole mammarie (e quindi la fuoriuscita del latte in risposta allo stimolo della suzione). In medicina l’ossitocina sintetica viene somministrata infatti per…

L’articolo dello psichiatra e psicoterapeuta Luca Giorgini prosegue su Left in edicola


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I veri invasori siamo noi

Omar al Muktar, eroe della resistenza libica contro il colonialismo italiano, arrestato nel 1931. Gheddafi esibisce questa foto sul petto al suo arrivo a Roma, il 10 giugno 2009. ANSA / WIKIPEDIA / PAL

Nel giugno del 2009 Muhammar Gheddafi andò a Roma per la sua prima visita di Stato in Italia. Oltre che dal portato politico dell’evento, che chiudeva quarant’anni di contrasti e suggellava l’amicizia con l’allora premier Silvio Berlusconi, l’appeal mediatico della visita fu alimentato anche dall’apparato scenico predisposto per l’occasione. A partire dalla tenda piantata a villa Pamphili, per finire con la vistosa fotografia che il leader libico aveva appuntato sulla divisa, durante l’incontro col capo del governo italiano. L’anziano uomo vestito di bianco, in catene, che appariva sul suo petto era Omar al-Mukhtar, capo della resistenza libica contro l’occupazione italiana; la foto lo immortalava poco dopo la cattura, quando era in procinto di essere impiccato di fronte alla sua gente, in seguito a un processo-farsa. Gheddafi aveva scelto il palcoscenico della visita di Stato per mostrare al mondo un simbolo della fierezza libica e, al tempo stesso, della crudeltà italiana.

Seppure con un risalto mediatico decisamente inferiore, la stessa crudeltà è stata evocata lo scorso aprile a Milano, quando, sulla statua eretta in memoria di Indro Montanelli, le militanti di un gruppo femminista hanno scritto: “Stupratore di bambine”. Il riferimento era alla “moglie” dodicenne, acquistata dal giornalista quando si trovava nel Corno d’Africa, durante la guerra d’Etiopia. Era «un animalino docile», disse in un’intervista rilasciata a Enzo Biagi lo stesso Montanelli, che in altre occasioni aveva rivendicato le proprie azioni perché, diceva, in Africa una dodicenne è già una donna.

Capita spesso che la stampa, per commentare la cronaca, sia obbligata a tornare indietro nel tempo, sino al periodo in cui l’Italia possedeva delle colonie. È capitato durante la visita di Mattarella ad Addis Abeba del 2016, che si svolse nel giorno in cui l’Etiopia ricorda gli eccidi compiuti dagli occupanti italiani; ed è capitato più volte, a partire dal 2012, quando si è acceso il dibattito attorno…

L’articolo di Valeria Deplano prosegue su Left del 27 luglio 2018


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Libia, se questo è un porto sicuro

Libyan security forces detain illegal migrants, who reportedly wanted to cross the Mediterranean to Europe, during a raid in Tripoli early on April 17, 2016. / AFP / Mahmud TURKIA (Photo credit should read MAHMUD TURKIA/AFP/Getty Images)

Lo ha raccontato il sussurro di Josefa, fuggita dal Camerun e sopravvissuta 48 ore in balia del Mediterraneo. L’hanno raccolta gli operatori di Open arms, una delle Ong che gli sciacalli di casa nostra hanno chiamato «taxi del mare». E quel sussurro è un urlo assordante, da non dimenticare. Ripeteva «Pas Libye, pas Libye» (basta Libia). Non ce l’hanno fatta una mamma e suo figlio piccolo, i cui corpi sono stati raccolti in mare, a 80 miglia dalle coste libiche. La “buona Italia” disponibile ad accogliere Josefa non voleva cadaveri ad invadere il sacro suolo quindi l’Ong ha scelto di far rotta verso la Spagna, col suo carico triste chiuso in un container frigorifero.
Non bastavano video e testimonianze, Matteo Salvini continuava a parlare di “menzogne” ripeteva che «la Libia è un porto sicuro e che chi fugge va riportato lì». La storia di Josefa farà il giro del mondo, grazie anche al fatto che sulla nave viaggiava una star della Nba (il cestista spagnolo Marc Gasol, ndr) che dopo aver visto ha urlato la propria impotenza. A breve il silenzio donato a chi “va lasciato governare” farà sparire anche questi volti, fino alla prossima strage o alla prossima persona strappata alla morte.
E la bufala dei porti sicuri va smontata con argomentazioni concrete. Secondo la Convenzione di Amburgo (1979), chi viene soccorso in mare va condotto in un place of safety: non un porto sicuro ma un luogo in cui a ogni naufrago sia garantito il rispetto dei propri diritti. Il ministro dell’Interno Salvini non lo sa o finge di ignorarlo.
Adesso, con le strumentazioni fornite da Ue e Italia (grazie agli accordi firmati con l’ex ministro Minniti), la sedicente Guardia costiera libica potrà garantire professionalità nelle operazioni di salvataggio, si dice. E lo ha fatto riprendendosi 158 persone sopravvissute al naufragio citato all’inizio. Ma è sufficiente? Secondo Nancy Porsia, giornalista che ha vissuto per anni in Libia…

L’inchiesta di Stefano Galieni prosegue su Left in edicola


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Quelli che se ne vanno, i migranti che non ti aspetti

Lisbon, Portugal - September 27, 2015: Three elderly gentlemen having a chat in the sunset by the River Tejo - Tagus River - in Cacilhas across the river from Lisbon, Portugal

«Quando sono arrivato, nel 2011, di italiani eravamo tre. Da allora ne saranno passati trecento solo nella mia azienda». Dalla provincia abruzzese, Ivan è arrivato fino a Losanna per lavorare da operatore in un call center dove ora si occupa di formazione e controllo qualità. A Losanna ha vissuto a lungo anche Hugo Pratt proprio sul lago che pesca nelle acque del Rodano e dalla Francia conduce ogni giorno migliaia di frontalieri, in battello, nella città svizzera. L’emigrazione è un fiume di storie molto diverse fra loro e storicamente produce onde di piena. Come adesso. «Nel 2008 a Berlino c’erano 20mila italiani ora non si sa, perché i dati dell’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero) sono sottostimati, probabilmente siamo 100-120mila», tratteggia Nicola di Berlin migrant striker (Bms), collettivo di italiani, greci, spagnoli di nuova emigrazione. Iscriversi all’Aire (lo hanno fatto solo 6 su 70 italiani del suo collettivo) vuol dire perdere la copertura sanitaria italiana e non conviene quando si ha a che fare con un mercato del lavoro piramidale come quello tedesco dove in cima ci sono gli autoctoni e in fondo i richiedenti asilo che possono lavorare in deroga ai contratti per un euro l’ora. In mezzo ci sono i migranti europei e poi gli extracomunitari e i rifugiati, «ciascuno status corrisponde a specifiche nicchie del mercato del lavoro – spiega ancora Nicola – e vi si accede dai jobs center, strutture pubblico-private che sfornano working poor, lavoratori poveri».
«Italiani a Berlino vuol dire lavoratori della…

L’articolo di Checchino Antonini prosegue su Left in edicola


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E la chiamano fuga di cervelli

LONDON - MARCH 24: A Job Centre Plus office on March 24, 2005 in London, England. (Photo by Peter Macdiarmid/Getty Images)

Sono a un passo dal traguardo. Ho corso tra Europa e Regno Unito, tra cessi e burger-shit. Ho servito da mangiare a 7.643 ragazzini upper class nelle mense scolastiche, ho sostituito 843 rotoli di carta igienica, ho svuotato 36.542 vassoi sporchi e pulito 54.322 tavolini. Ho stasato 27 cessi otturati. Ho svuotato 476 bin di pannolini usati. Ho fatto due traslochi e imbiancato 27 stanze. Ho infornato 3.987 pizze e almeno la metà erano con l’ananas. Sono i miei record britannici.
Sono un europeo del Sud, un fottuto perdente. Ho corso la mia maratona al ritmo del minimum wage, del salario minimo legale. E con quello non vinci, anche se hai gambe buone e sei un cervello in fuga.
Eppure i quattrinai vogliono farci correre. Dobbiamo muovere le gambe. Andare, camminare, lavorare. Competere. Avanti, banda di pigri, muovete il sedere, fatevi il fiato. Alzate quelle gambe.
Dovete essere vincenti. Dovete essere ambiziosi. Dovete farvi il culo a vicenda. Quelli dell’agenzia interinale ci hanno messi ai blocchi di partenza. Dobbiamo correre, competere, vincere. Dobbiamo accettare la sfida. Ma sotto i cervelli ci sono i polmoni e i piedi. Con l’alloro della laurea sopra la testa qui puoi farci il brodo. Qui quel che conta è…

Alberto Prunetti è uno scrittore. Ha scritto 108 metri. The new working class hero, Laterza, 2018

Il racconto di Alberto Prunetti prosegue su Left in edicola


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La natura della bellezza

Tutti conoscono La grande onda di Kanagawa, lo tsunami che emerge da una xilografia di Hokusai del 1830.
Meno noto è ciò che realizzò con grande coraggio e capacità di riaprire il gioco della ricerca nell’ultimo spicchio della sua vita quando viveva con la figlia Eijo in case in affitto che, anche per ragioni economiche, cambiava di continuo. Anche Eijo, tornata a vivere con il padre dopo il divorzio, era una pittrice di talento e sicuramente contribuì alle opere dell’anziano Hokusai (1760-1849) ma non si è riusciti ancora con certezza a distinguere l’opera dell’uno e dell’altra. Questa è una delle tante ricerche aperte proposte da Timothy Clark nell’affascinante volume, Oltre la grande onda, edito da Einaudi, in cui il curatore del Department of Asia del British museum propone una lettura degli ultimi decenni della vita di Hokusai, esplorando «decadi ricche di innovazione e ispirazione». In novant’anni anni di vita l’artista giapponese delle Trentasei vedute del monte Fuji (che la tradizione indicava come fonte di acqua e di vita) seppe rinnovarsi costantemente, dedicandosi alle xilografie, alla pittura, all’illustrazione (circa 200 volumi) e alla letteratura popolare dai contenuti romantici e fantastici. La ricchezza di stili che emerge dalla sua produzione è impressionante: si passa dalle stampe a soggetto teatrale (con una forte influenza delle maschere del Teatro No, ma anche del più “espressionista” Teatro Kabuki), a raffinati fogli augurali, xilografie con l’ombreggiatura, grandi serie paesaggistiche. Cromia spregiudicata e forme essenziali caratterizzano in modo particolare i paesaggi, tanto che alcune mature creazioni arrivano a sembrare quasi astratte.

Da questa articolata monografia curata da Timothy Clark, che invita a vistare la collezione del British (e – aggiungiamo noi – la mostra dedicata a Hokusai e Hiroshige che approda dal 12 ottobre al Museo archeologico di Bologna) emerge un ritratto poliedrico di Hokusai, artista letterato che collaborava attivamente con altri artisti. La xilografia lo richiedeva espressamente: chi disegnava aveva bisogno di un incisore, di uno stampatore e di un editore. Ma non era solo questa contingenza a spingerlo a lavorare con gli altri; l’esigenza di rapporto nasceva dall’idea che l’arte non fosse una pratica elitaria, ma «un modo per essere in sintonia con il mondo».

Tutt’altro che solitario e bizzarro (come invece ce l’hanno raccontato molti libri), nonostante alterne vicende, Hokusai cercò sempre di sviluppare la propria poetica. Colpito da un fulmine e poi da una malattia, ebbe la forza ogni volta di rialzarsi. Avanti negli anni, tentò di recuperare dopo un ictus misurandosi con il disegno, come “esercizio”. «Ogni volta trovò strade nuove usando intelligenza, immaginazione, ingegnosità», racconta Clark. Una grossa svolta fu a 61 anni quando, cambiando nuovamente nome d’arte, si chiamò Iitisu (“diventare uno”), cercando di diventare tutt’uno con la propria creazione.

Comprendere il mondo attraverso la pittura era sempre stata la sua aspirazione, cercando di varcare il confine fra visibile invisibile. Da questo punto di vista l’ultimo quindicennio si dimostrò particolarmente fertile. Dopo un incendio in cui perse molte sue opere decise di concentrasi sulla pittura, lo fece per un decennio, sviluppando il proprio pensiero e il percorso creativo. Del resto era sempre stato convinto che la sua arte sarebbe maturata con gli anni.

«Avvicinandosi al buddismo Nichiren prese ad esplorare il mondo della natura, intesa come rapporto fra macrocosmo e microcosmo», spiega Timothy Clark. Ma il rapporto con il reale non fu mai piatta mimesis: dalle sue raffigurazioni di animali traspaiono potenti autoritratti, mentre le rappresentazioni di animali immaginari reinventano antiche tradizioni, come quella del leone portafortuna di origine cinese, simbolo di forza e maestà, come del resto la tigre, che tre mesi prima di morire rappresentò mentre avanza con leggerezza nella neve con sguardo sognante non da cacciatrice. Come molti giapponesi del periodo Edo, Hokusai leggeva correttamente sia il giapponese che il cinese. Dall’incontro fra queste due culture nascono opere che raccontano eroi della tradizione poetica cinese (amava particolarmente i poeti del periodo Tang 618-907) e scene dal giapponese Racconto di genji, come la zuffa del gatto cinese, che porta in primo piano una misteriosa principessa che appare dietro un paravento con un elegante kimono. Con figure mitologiche come il drago nelle nuvole della pioggia approda a una tecnica raffinatissima, dipingendo tonalità cromatiche via via sempre più scure su un foglio color avorio. Ma anche il sorprendente domatore di demoni, dipinto in rosso e ritratto di tre quarti, vive di complesse ombreggiature. Grande audacia pittorica caratterizza anche il biennio finale 1847-1849 quando aveva tra gli ottantotto e i novant’anni.

Accanto ai mondi reali e a quelli immaginati che arrivano fino ai racconti di fantasmi, non mancano nell’universo di Hokusai topoi dell’ukiyo-e (“immagini del mondo fluttuante”) come scene di vita quotidiana, schizzi d’immagini “fulminee”, in presa diretta, e ritratti di belle donne (bijinga). Sono immagini femminili che esprimono grazia e sensualità, rappresentate sole o in gruppo, con linee sinuose che, senza soluzione di continuità, danno una forma originale all’insieme. Ogni giovane (anche il ragazzo ritratto mentre pensa con accanto il calamaio) appare immerso in sensazioni e visioni interiori. Dall’estetica ukiyo-e che si era diffusa a partire dal Seicento a Edo (l’attuale Tokyo) sulla spinta delle classi medie, Hokusai trasse lo spunto per immagini molto delicate: le figure esprimono uno stato languido, quasi melanconico. Con grande maestria riesce a rappresentare istanti sospesi come quello in cui una fanciulla sembra fermarsi un attimo lasciandosi inebriare dal profumo dei fiori al primo cadere della pioggia. Una scena che ben esemplifica il concetto di bellezza “kire” della tradizione giapponese, di cui Ryōsuke Ōhashi ripercorre la storia nel volume Kire: il bello il Giappone (Mimesis) curato da Alberto Giacomelli. Bellezza che nella tradizione nipponica ha a che vedere con la gratuità, come gesto fine a se stesso, senza secondi fini. La bellezza come kire precisa lo studioso, non è solo “fanciullesca” o astrattamente ideale ma può risplendere nel volto di un vecchio nei segni lasciati dal «travaglio del diventare»; la bellezza intesa come kire-tsuzuki, esprime l’esperienza della «dis/continuità» rappresentata dal flusso interrotto della gestualità kabuki, oppure dalla caducità di un fiore di ciliegio, riecheggiando la nostra stessa fragilità. L’arte e la bellezza nascono da un dialogo incessante con la natura «impastata della stessa materia di cui siamo fatti noi», da qui nasce la concezione filosofica nipponica che si riflette nell’architettura, nella ricerca di paesaggi o piante o rocce insolite e singolari.

Questo tipo di estetica si diffuse anche in Europa alla fine del periodo di isolamento del Giappone, durato dal 1641 al 1853. Lo stesso in cui fiorì, anche per contestazione, il gusto per l’erotico, per il grottesco, per il nonsense. I libri di Bakin con illustrazioni di Hokusai rispondevano a questa esigenza. Interventi di curiosa, bizzarra, ironia si scorgono in molte opere di Hokusai, affidati a rane o altri piccoli animali. Si ritrovano anche nei più pacati e poetici paesaggi di Hiroshige, come si può vedere visitando la mostra alle Scuderie del Quirinale a Roma che questo fine settimana approda al finissage. Vent’anni dopo la morte di Hokusai si concluse l’isolamento nazionale, il Giappone si apriva all’Occidente. Ma già a dieci anni dalla sua morte (1849), Hokusai era una leggenda in Occidente. La sua presenza si fa sentire, in vario modo, nei lavori di Manet, Degas, Van Gogh, Gauguin, Lautrec o Seurat. Il suo approccio all’arte, appassionato e disincantato, era ammantato da un alone di eccentricità che nell’immaginario ottocentesco caratterizzava l’artista di genio. Le sue stampe arrivate come carta d’imballaggio, diventarono ben presto oggetto da collezione. Lo stesso Van Gogh ne custodiva molte. Lo studio delle linee nette e dei colori piatti stesi in ampie campiture furono di stimolo alla sua ricerca sul valore espressivo del colore, fuori da ogni intento naturalistico. Come racconta la mostra romana, amò particolarmente le stampe di Utagawa Hiroshige (1797-1858) vere e proprie invenzioni di fantasia in cui immagine e scrittura formano composizioni del tutto nuove.

L’articolo di Simona Maggiorelli è stato pubblicato su Left del 27 luglio 2018


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