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Dentro la cava di Pissy, miniera del diavolo

© Ilaria Lazzarini, la miniera di Pissy in Burkina faso

 

Appena varcato l’ingresso, la prima cosa che colpisce è il suono delle centinaia di piccoli mortai, utilizzati per sminuzzare il granito. Un tintinnio costante che copre ogni altro rumore. Subito dopo arriva l’odore acre degli pneumatici bruciati, che rende l’aria quasi irrespirabile. E la polvere.
È un mondo a parte, fatto di pietre, fatica e sudore. Questa è la cava di granito di Pissy, a pochi minuti dal centro di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso. È conosciuta come “la miniera delle donne”, perché, a cielo aperto, ci lavorano circa tremila persone, tra cui soprattutto donne, appunto, e di conseguenza molti bambini.
La cava è vicina al centro abitato, per questo motivo è impossibile utilizzare esplosivi e tutto il lavoro viene svolto in forma esclusivamente manuale, dall’estrazione alla riduzione in pietre di varie dimensioni. L’estrazione viene facilitata dalla combustione di materiale plastico, che crea micro fratture all’interno della roccia. Facile immaginare quali siano le conseguenze di questi fuochi sulla salute di chi lavora in miniera.
Qui si lavora in condizioni estreme, privi di qualsiasi norma di sicurezza. I lavoratori passano ore e ore esposti al calore (la temperatura nella stagione secca può raggiungere i 50 gradi) e alla diossina prodotta dalla combustione degli pneumatici.
La giornata dura 10 o 12 ore e il guadagno dipende dalla quantità di pietra estratta o lavorata. Se è stata una buona giornata, si può arrivare a guadagnare poco più di un euro.
Nella cava non ci sono zone d’ombra e l’unico riparo è rappresentato da piccole baracche, costruite con materiali di fortuna, che diventano rifugio e luogo di lavoro. Accanto ai mortai ci sono piatti, pentole e qualche bottiglia. Alcuni bambini lavorano come venditori ambulanti di bibite e cibo e con i loro carretti passano la giornata percorrendo la cava in lungo e in largo. In un avanti e indietro incessante, le donne, con il viso segnato da rivoli di sudore, portano blocchi di granito dal cratere della miniera verso la superficie. Il trasporto del materiale è pericoloso ed è difficile percorrere questi sentieri ripidi e tortuosi, quando si deve mantenere in equilibrio un carico di non meno di 50 chili.
In miniera c’è una precisa gerarchia, l’organizzazione del lavoro e il commercio delle grandi quantità di granito sono gestiti esclusivamente dagli uomini. Sono loro, inoltre, a decidere chi può entrare nella miniera e controllare la produzione. Le donne, oltre al trasporto dei materiali, si occupano dello sminuzzamento delle pietre.
Come la ragazza che lavora al mortaio insieme al suo bambino. Il suo sorriso non è offuscato dalla polvere che la avvolge quasi completamente e che rende grigie le sue ciglia e le sue narici. Un’immagine di grazia e bellezza che contrasta con le reali conseguenze a cui può portare l’esposizione continua alle polveri del granito. Problemi respiratori e infezioni polmonari sono tra le malattie più diffuse.
Un bambino di meno di 10 anni trasporta una grande pietra sulla testa e cammina scalzo sotto il sole. Come gli adulti sopporta in silenzio la polvere e il calore. Per contrastare il lavoro minorile, all’entrata della miniera campeggia un grande cartello, dove si legge che il lavoro nella cava è pericoloso per i bambini, che invece dovrebbero andare a scuola. La realtà purtroppo è molto diversa. In Burkina Faso migliaia di bambini lavorano nelle miniere, cercando di sostenere se stessi e le loro famiglie. La cava di Pissy non è un’eccezione.

Il reportage da Ouagadougou con testo e foto di Ilaria Lazzarini è stato pubblicato su Left del 7 gennaio 2017

Un Paese poverissimo
Il Burkina Faso è uno dei Paesi più poveri al mondo. Con un Indice di sviluppo umano di 0.402 si colloca – secondo l’Human Devolopment Report Undp del 2015 – al 183° posto su 188 paesi. Secondo uno studio del 2010 realizzato da Unicef e dal governo nazionale, circa 20mila bambini venivano utilizzati nelle miniere artigianali, e oltre l’80% non erano mai stati a scuola. Per fronteggiare questo fenomeno, negli ultimi anni sono stati realizzati grandi sforzi e finanziati vari progetti al fine di allontanare i bambini dalle miniere e farli iscrivere a scuola, ma rimane ancora parecchio da fare. Molti continuano ad accompagnare le loro madri fin da piccolissimi e quando sono un po’ più grandi e in grado di sopportare il peso delle pietre, iniziano a lavorare in miniera.

Un euro al giorno
Un euro al giorno o anche due, ma solo se la giornata è andata bene. Tanto si guadagna a lavorare nella cava di Pissy dopo dieci o dodici ore di lavoro giornaliere. La paga è a cottimo, legata alla quantità di granito estratta, lavorata e trasportata. Sempre e solo a mano.

© Ilaria Lazzarini, la miniera di Pissy in Burkina faso

© Ilaria Lazzarini, la miniera di Pissy in Burkina faso

© Ilaria Lazzarini, la miniera di Pissy in Burkina faso

© Ilaria Lazzarini, la miniera di Pissy in Burkina faso

© Ilaria Lazzarini, la miniera di Pissy in Burkina faso

© Ilaria Lazzarini, la miniera di Pissy in Burkina faso

© Ilaria Lazzarini, la miniera di Pissy in Burkina faso

Otto anni di carcere al blogger cinese Wu Gan. Per le critiche ironiche al sistema

A che cosa servono le feste di fine anno in Cina? Ad uccidere la libertà. A far procedere i processi farsa. A mettere dietro le sbarre gli attivisti. Se n’è accorta anche Amnesty. Il Dragone procede silenzioso, piallando la libertà dei suoi cittadini, nel silenzio della stampa internazionale, soprattutto in questo periodo. Anzi. Lo fa sempre nel periodo delle feste natalizie, quando nessuno se ne accorge: è una comune tattica delle autorità per agire indisturbate sfruttando la distrazione delle vacanze.

È sempre così, e così è sempre stato: i dissidenti di più alto profilo a Pechino finivano nel buio delle celle ogni dicembre. È già accaduto al Nobel della pace Liu Xiaobo, morto in prigione a luglio, che il giorno di Natale del 2009 è stato condannato a 11 anni di prigione.

Oggi è accaduto all’attivista mandarino per i diritti umani, Wu Gan, 45 anni, noto per le sue campagne umoristiche su internet. Nel 2009 difese pubblicamente una donna che aveva ucciso un membro del partito nella provincia di Hubei, perché l’uomo aveva provato ad abusarla sessualmente. L’attivista nel 2015 era stato arrestato perché protestava contro la tortura di quattro persone fermate a Nanchang, a Sud est del Paese. Loro sono stati rilasciati in seguito, ma lui è rimasto in prigione.

I giudici cinesi hanno deciso che Gan rimarrà otto anni in prigione. La sentenza per lui è arrivata dopo due anni di detenzione, su di lui pende la pena di “sovversione del potere statale”, lo ha deciso la corte del popolo di Tainijin. Il suo amico, che si batteva per democrazia del dragone con lui, Xie Yang, un avvocato eminente, ha evitato la prigione solo dichiarandosi colpevole. Ma quando è uscito ha raccontato di cosa succedeva tra le mura del carcere: è stato torturato, picchiato e minacciato da chi lo interrogava.

Wu Gan, noto come il “macellaio super volgare”, è insoddisfatto del sistema: sono state le parole scelte dai giudici per condannarlo alle sbarre. “La corte ha trovato l’imputato Wu Gan insoddisfatto del sistema politico esistente, Wu Gan a lungo ha usato reti di informazioni per diffondere la sua retorica e attaccare il potere statale, il sistema stabilito dalla nostra costituzione”.

La provocazione con cui l’attivista ha controbattuto alla decisione è stata questa: “sono grato al partito per avermi garantito questo grande onore”. L’avvocato Yang e il “macellaio” sono stati arrestati quando su tutti quelli che si battevano per la libertà in Cina è caduta la scure delle autorità: duecentocinquanta persone sono finite in detenzione nel 2015.

Il Natale porta feste e distrazione e i giudici del presidente Xi Jinping lo sanno e fanno avanzare i loro processi farsa dei 250. “Evitano in questo modo lo scrutinio di stampa e comunità internazionale”. Le sentenze di Natale sono vergognose: “è vergognoso che le autorità cinesi abbiano scelto il giorno dopo Natale per risolvere la questione di due dei più grandi dissidenti del paese, ancora incastrati nel limbo legale dagli arresti di massa del 2015” ha detto Patrick Poon, un ricercatore di Amnesty International di Hong Kong. È vergognoso e ingiusto: “fare processi ingiusti ed emettere sentenze politicizzate contro attivisti e difensori dei diritti umani, nel periodo in cui diplomatici, giornalisti, osservatori internazionali e il pubblico stesso sono meno abili nel rispondere al cinico calcolo politico”.

Nuova linfa al Manifesto di Marx. In ottava rima

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Pilade Cantini, poliedrico esponente della provincia rossa, crea una versione in ottava rima del celebre manifesto comunista. Già autore di Piazza Rossa. La provincia toscana ai tempi dell’Urss ed animatore di esperienze come l’associazione Il resto del Cremlino ed il gruppo musical-teatrale degli Aereoflot. Collettivo Radio Mosca sublima in questo cimento l’altro filone di interessi che lo ha da sempre contraddistinto, il filone popolare dell’ottava rima, dei contrasti, degli stornellatori e dei maggianti, sulle orme del primo Benigni e di Carlo Monni (al quale ha dedicato il volume Carlo Monni, balenando in burrasca) .

Il suo nuovo Il manifesto  del partito comunista in ottava rima  si compone di  ottave nelle quali viene mirabilmente esposta in veste popolare – ma rigorosa dal punto di vista del contenuto – la quintessenza del marxismo. In realtà il ma avversativo è fuori luogo, perché spesso proprio dai lavori divulgativi sono scaturite interpretazioni ineccepibili che hanno mosso all’azione e fatto conoscere oltre i ceti colti le opere dei fondatori del comunismo scientifico, come il Compendio del Capitale di Carlo Cafiero e una delle prime versioni del Manifesto a cura di Pietro Gori nel 1891.

Nella terza ottava viene icasticamente resa la teoria del materialismo storico, “Da quando l’uomo è nato ed esistito / e sulla Terra ha mosso i primi passi / la storia – questo fatto è definito – / è sempre stata lotta tra le classi”, il cui sviluppo e antagonismo può condurre sia al progresso ed alla trasformazione che alla barbarie. Il tempo moderno rappresentato dall’industria semplifica ulteriormente le stratificazioni sociali inaugurando la polarità borghesia-proletariato, sussumendo il lavoro in ogni sua forma alla dimensione di merce, come si legge nella quinta ottava: “Il capitale, senza ipocrisia, / in merce ogni persona ha trasformato, / che faccia il pane o canti la poesia”. Ma il lettore potrà gustare di persona la sapienza della resa, assieme agli scritti storico-politici, antropologici e narrativo-letterari che impreziosiscono il volumetto, per la penna di Simona Baldanzi, Mario Caciagli, Guido Carpi, Max Collini, Carlo Lapucci e Federico Maria Sardelli. A noi preme rimarcare che Cantini ricorre ad una tradizione plurisecolare per dare nuova linfa al Manifesto, affidandogli una diffusione scritta che è funzionale ad una utilizzazione orale, pubblica, conviviale, proprio quando la provincia rossa della quale è esponente, narratore e storico declina e scompare. Proprio il professor Mario Caciagli descrive e sancisce la fine del mondo narrato da Pilade nel suo Piazza Rossa ne Addio alla provincia rossa. Origini, apogeo e declino di una cultura politica, (Carocci 2017), dedicato proprio alla zona del Cuoio narrata dallo “scrittore di Ponte a Egola”, giudizio confermato dall’esaustivo lavoro di Marco Almagisti sulla scomparsa della subcultura bianca in Veneto e di quella rossa in Toscana. Un patrimonio che originerebbe per alcuni addirittura dall’età comunale, che si alimenta dalla diffusione del socialismo municipale, che si radica nel mondo mezzadrile nei primi anni del Novecento nelle due tornate degli anni Dieci e Trenta, socialista prima e comunista dopo, grazie anche al ruolo di coerente forza antifascista svolta dal Pci clandestino. In realtà forse occorrerebbe rifarsi anche alla tradizione giacobina, latomistica ed anticlericale delle elités toscane del Settecento, così come all’evoluzione in senso socialista delle simpatie e delle forze mazziniane mediate dal mito del Garibaldi, esemplato a sua volta su quello del Cristo socialista, ricorrente nella pubblicistica toscana del 1848 per mano di propagandisti evangelici ma presente nella millenaria voglia di riscatto delle masse contadine, come l’esperienza di Davide Lazzeretti, il Cristo dell’Amiata cui lo stesso Gramsci prestò attenzione, ben dimostra. Ma di fronte ad un mondo che scompare si può scegliere: assistere impotenti oppure elaborato il lutto tornare alla pugna. Così come facevano e fecero i poeti contadini che attraversavano le campagne toscane, politicizzando le regressive veglie sull’aia, mischiandosi agli agitatori anarchici e socialisti che animavano gli altri luoghi della socialità popolare, le osterie e i barbieri soprattutto. E il mio pensiero va ad uno straordinario protagonista delle mie terre, Libero Falorni di Castelfiorentino, che ci ha regalato nelle sue Memorie della libertà preziose gemme di che tempra fossero gli uomini e le donne migliori d’Italia. Comunista, dirigente politico e militare della Resistenza, rimasto sotto le macerie per un bombardamento, militante della Cgil degli anni Cinquanta dove scioperava da solo nel suo posto di lavoro, rifiutando la proposta del partito di esser deputato o senatore per la modestia che ha sempre contraddistinto – fino a che ci sono stati – i comunisti di questo Paese. E leggendo il Manifesto in ottava rima di Pilade Cantini la mente che non erra, la memoria, mi ha fatto andare a Libero. All’osteria socialista distrutta dai fascisti, alla voglia di sapere e di libertà che lo spinse ad imparare le lingue per leggere la stampa degli altri Paesi, al dono che mi fece delle opere di Idalberto Targioni, poeta estemporaneo, sindaco socialista di Lamporecchio, agitatore straordinario tra mezzadri e contadini proprio attraverso gli strumenti della poesia e dell’ottava che Pilade ci ripropone. Di come fu un vero dramma familiare quando il Targioni da fervente socialista divenne, attraverso l’adesione all’interventismo, fascista. Ma questa è un’altra storia. Occorre, scomparso il Partito, l’Urss e il buongoverno della sinistra anche in Toscana, tornare ad alimentare quel mare carsico di aspirazioni all’eguaglianza che aveva costituito l’humus nel quale avevano prosperato e resistito i filoni anarchici, socialisti e comunisti, come ben ebbe a dire Ernesto Ragionieri e come, con la stessa metafora dei fiumi che possono anche scomparire alla vista ma giungono prima o poi al mare, l’amato segretario della Cgil Giuseppe Di Vittorio nell’ultimo suo intervento pubblico. Perché all’uguaglianza si leghi sempre la libertà, come Cantini fa chiudere un’ottava, la settima, con una resa degna dell’Ariosto: “ognun di libertà colga i suoi frutti / perché la libertà la colgan tutti”. Buona lettura.

Pilade Cantini

Minniticrazia, dal “macello” della Diaz ai vertici dell’Antimafia

Un giovane militante del Genoa Social Forum ferito dopo la perquisizione compiuta da polizia e carabinieri nella scuola Diaz, sede del Genoa Social Forum, a Genova il 21 luglio 2001. ANSA / LUCA ZENNARO

L’ultimo regalo è nascosto (male) tra il mazzo di nomine natalizie e richiama la scia di sangue rimasto sulle pareti della scuola Diaz nel luglio del 2001: Gilberto Caldarozzi è stato condannato per i fatti di Genova a tre anni e otto mesi per falso (in via definitiva), ritenuto responsabile della fabbricazione di prove false che sono servite per “coprire” la violenza della Polizia contro ragazzi inermi.

Una condanna odiosa, deprecabile e grave che avrebbe presumibilmente pesato sulla carriera di qualsiasi impiegato pubblico ma che evidentemente non ha frenato la carriera di Caldarozzi che nei cinque anni di interdizione si è occupato da consulente della sicurezza delle banche e poi è entrato nell’orbita di Finmeccanica (del suo ex capo De Gennaro) per diventare nei giorni scorsi il vice direttore tecnico operativo della Direzione Investigativa Antimafia, il numero 2 della Dia.

Gli strani percorsi della meritocrazia italiana, e peggio ancora della Minniticrazia, portano quindi in un ruolo di prestigio uno di quelli che, secondo la sentenza di Cassazione, «hanno gettato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero». Così, in scioltezza.

E come nota il giornalista Marco Preve (che ha scovato questa storia) aspettiamo con ansia che si pronuncino le grandi firme del giornalismo italiano (che scrivono di antimafia e intelligence) su una nomina che, dice Preve, «espone tutto il mondo dell’antimafia a un pericolo enorme: quello della totale inattendibilità. Se uno dei più importanti funzionari della polizia italiana è stato condannato per il più infame dei reati dei servitori dello Stato, ovvero la falsa prova, la falsa accusa, che per di più serviva a coprire le imprese di una banda di torturatori, ebbene se un soggetto del genere dopo essere stato condannato in via definitiva a una pena pesantissima, può diventare il numero due dell’esercito dell’antimafia italiana chi potrà mai garantire sulla qualità della raccolta delle prove, sul rispetto dei diritti da parte dell’intelligence italiana nella lotta al crimine organizzato?».

Buon martedì.

Gli animali fantastici dei Sapiens

Atacama, il drago a due teste. © Ugo Tonietti

Mentre alcune vallate del deserto di Atacama si stanno tingendo di colore per una inaspettata e leggerissima fioritura dovuta al fenomeno climatico del Niño, quello che in realtà è il luogo più arido della terra ci trascina, con le sue testimonianze rupestri, in una seducente riscoperta del primo affacciarsi umano sul pianeta.

Ci troviamo in Cile, accolti dalla municipalità di Santiago, per delle ricerche in comune con l’università statale sui caratteri delle culture costruttive locali, e non possiamo dimenticare la regione del Norte Grande che ospita il celeberrimo deserto di Atacama, luogo di primitiva bellezza, sorta di altopiano compreso tra due svettanti catene montuose costellate di vulcani, che deve a questa insolita protezione la sua estrema aridità, ma che ha sempre ospitato segmenti di popolazioni coraggiose e di cultura raffinata.
Il Cile è un incredibile territorio che offre, in una strettissima striscia di suolo abitabile, una gamma cangiante di situazioni climatiche e ambientali da lasciare senza fiato. Si passa dalle regioni preantartiche della Terra del Fuoco culminanti nel capo Horn alle regioni nordiche (e calde) a cavallo del tropico del Capricorno. L’orografia del paese è già un documento di identità: il corrugarsi in Cordigliera della crosta sudamericana, un tempo sommersa, sotto la spinta formidabile della placca oceanica ha generato un enclave protetta ad est dalla catena andina (cime sui 6000 metri) e limitata ad ovest dal Pacifico: nel mezzo una esigua fascia (mediamente larga poco più di un centinaio di chilometri ma allungata ben oltre i 4000) dove si può incontrare di tutto, dal deserto assoluto ai ghiacciai perenni, passando dai lama ai pinguini. Qui quella specie di Homo chiamata sapiens è arrivata assai tardi, passando dallo stretto di Bering, all’epoca percorribile, e poi scendendo velocemente a sud colonizzando tutte le Americhe. Siamo agli esordi del periodo neolitico a ridosso dell’ultima glaciazione (intorno ai 13.000 anni fa) e gli esseri che ora possiamo chiamare umani si erano già distinti per la loro instancabile mobilità che li aveva spinti, partendo dall’Africa, in Asia, Europa ed Oceania. Cosa fanno i sapiens in America? Mentre alcuni aspetti del modo di vivere della nostra specie sono in qualche misura conoscibili grazie ai rinvenimenti archeologici per scavo (dati anatomici, utensili, vasellame, dieta, sepolture, malattie..) il costume originale e tipico di questo particolare homo, che, va detto con chiarezza, lo distingue da tutti gli altri predecessori estinti, cioè la sua dedizione assoluta alla rappresentazione, non è facilmente documentabile se non in particolari situazioni ambientali (grotte sigillate, cunicoli) o climatiche che consentono una permanenza nel tempo delle opere. Questo è il banale motivo per cui i ritrovamenti sono così scarsi e questa la ragione dell’importanza delle regioni desertiche quali uniche aree museali della preistoria. Atacama è un altro dei rari siti rupestri che consentono al nostro sguardo di attraversare il tempo e collocarci in prima fila nel teatro delle origini.
Lungo il corso degli antichi fiumi Loa e Rio Salado, ad una quota compresa tra i 3000 e 4000 metri s.l.m., si raggruppano le località a maggior densità di arte rupestre, ma, purtroppo per noi, non sono facilmente identificabili nel groviglio di dune, anfratti, scisti e pinnacoli che disegnano un paesaggio lunare, totalmente inanimato. Ci salva il sito di Yerbas Buenas isolato grumo roccioso nel silenzio di una distesa di sabbia, interrotta da qualche coraggioso cactus, che ci offre una gamma commovente di incisioni, centinaia, appoggiate sulle lisce superfici di una pietra modellata dalla natura in forme decisamente abitabili. Prevalgono le rappresentazioni animali, cosa del resto tipica di questo periodo ovunque nel mondo, ma esse, come avemmo modo di sottolineare nella più antica enclave portoghese di Foz Côa, sono sempre un pretesto per un’interrogazione nascosta sul mondo umano. Animali fantastici scolpiti con raffinatezza fino a disegnarne la cangiante pelliccia (El dragon de dos cabezas), fenicotteri ripresi in un gruppo tenero di famiglia mentre accudiscono i piccoli, sequenze di lama colti nel movimento della corsa, infine il pensiero che maggiormente dovette intrigarli espresso attraverso la volpe con il piccolo in pancia o il profilo dell’alpaca gravida. Eccezionale un’intera parete dedicata ad un’assemblea di quegli interpreti dello spirito del tempo e dello stare al mondo (o qui, più prosaicamente, i conoscitori delle erbe benefiche che danno il nome al sito) che sono le figure che oggi vengono chiamate sciamaniche. Purtroppo le pitture in ocra del Rio Salado relative a immagini umane stilizzate di cui abbiamo letto in alcuni articoli specialistici ci sfuggiranno per colpa di un guado rischioso e mal riuscito che imprigiona, e in parte sommerge, la nostra vettura (poi salvata da generosi minatori indios).
Si tratta senza dubbio di un intero mondo di pensieri, ora acerbi ora struggenti, che si appoggiano ad un linguaggio per immagini di incantevole raffinatezza. E qui viene il punto: l’umanità, ovunque nel mondo, da quando compare con quella fisionomia originale e sconvolgente di specie dotata di immaginazione e capace di ribellarsi alla crudeltà della natura, non può esimersi dall’esprimersi attraverso toccanti rappresentazioni, riflessioni e racconti fatti solo di linee e colori. Sempre e ovunque, perché si tratta della sua identità. Le rocce e le balze illustrate ci dicono senza mediazioni della qualità essenziale della specie nuova. Ma chi è questo personaggio che è andato ben oltre la scheggiatura delle selci ed ha una mente capace di sognare (anche ad occhi aperti)? Non possiamo con certezza datare il momento di questa apparizione (i più antichi ritrovamenti di prodotti d’arte risalgono a 80.000 anni fa, a Blombos) ma dobbiamo ricordare che il sapiens ha circa 150-200.000 anni e che quanto rinvenuto non è che la minima parte di un patrimonio vastissimo in gran parte perduto a causa dell’azione del tempo.
Perché tutto questo è importante (oltre all’interesse per l’arte in sé)? Perché, appunto, ci dice della nostra identità (e delle sue origini). Questa non si definisce all’improvviso con le arguzie del logos bensì esiste da molte decine di millenni precedenti quando uomini, e molto più probabilmente donne, lenivano gli affanni del vivere con i loro straordinari affreschi pittorici perché avevano una mente, ed un rapporto con l’ambiente, mai visti prima. Ma che forma di pensiero era il loro? Semplice: era un pensare per immagini, un sentire carico di emozione, i cui esiti relazionali potevano tradursi in gesti, suoni e figurazioni. Di nuovo questo banale interrogativo ci ricorda che l’umanità non ha avuto bisogno di scrivere e di articolare un linguaggio verbale forbito per essere. Il tracciato dell’evoluzione sul pianeta testimonia di una lunghissima stagione, peraltro fondamentalmente non guerresca, caratterizzata da pensieri e comunicazioni affidati ad un mondo che non esiteremmo a chiamare prerazionale. Sarebbe interessante capire perché questa fase fondativa sia stata poi cancellata e vilipesa, certamente dimenticata. Forse perché dimostra, nel suo umanissimo svolgersi, l’inconsistenza delle ideologie basate sulla presenza del male radicale nell’uomo? E non possiamo a questo punto sfuggire al fascino della teorizzazione di Fagioli quando, anche su queste pagine, ci ha ricordato la similitudine col primo anno di vita del bambino, fatto di immagini e affetti senza coscienza. Il nesso è stringente: negare, cancellare il bambino è cancellare l’origine stessa dell’uomo. Certo impervio è il cammino che può portare alla comprensione di questa stagione umana in cui la forza dirompente del pensiero logico basato sulla percezione non ha del tutto ucciso l’ingenuità e la sensibilità primitive sacrificandole sull’altare della sicurezza e del progresso tecnico. Ed è altrettanto difficile immaginare come vivessero quegli uomini e quelle donne quando primitivo, e non decisivo e strutturato, era il linguaggio; quando, per seguire sempre e inevitabilmente Fagioli, forse già si delineava una diseguaglianza nel privilegiare, nella veglia, per l’uomo le caratteristiche di forza e lucidità utili per la sopravvivenza, mentre la donna, vera custode dell’identità di specie, poteva dedicarsi all’accudimento empatico della prole e a coltivare le qualità espressive e artistiche di cui poi sarà totalmente espropriata. È una ricerca affascinante che potrebbe cambiare il nostro destino: non sarebbe il momento di porla al centro dell’interesse di tutti?

Il reportage con testo e foto di Ugo Tonietti è stato pubblicato su Left del 6 maggio 2017

Atacama, I tre fenicotteri © Ugo Tonietti

Atacama, gruppo di sciamani, i conoscitori delle erbe buone. © Ugo Tonietti

Atacama, la volpe con il suo cucciolo. © Ugo Tonietti

Atacama, la valle dell’arcobaleno. © Ugo Tonietti

Atacama, il drago a due teste. © Ugo Tonietti

Atacama, il sito di Yerbas Buenas. © Ugo Tonietti

Atacama, il deserto e il vulcano Licancabur. © Ugo Tonietti

Egitto, nuovo giro di vite contro l’ateismo: sarà reato anche se non professato in pubblico

NEW YORK, NEW YORK - SEPTEMBER 20: President of Egypt Abdel Fattah Al Sisi addresses the United Nations General Assembly at UN headquarters, September 20, 2016 in New York City. According to the UN Secretary-General Ban ki-Moon, the most pressing matter to be discussed at the General Assembly is the world's refugee crisis. (Photo by Drew Angerer/Getty Images)

Sta per diventare legge al Cairo: l’ateismo diventerà un crimine. Nell’Egitto del “democratico” Al Sisi, promulgatore di un “islam moderato” se seduto accanto ai leader europei o gli imprenditori del Vecchio continente, l’ateismo diventa una scelta sempre più avversata. La libertà di irreligiosità in ogni sua forma è minata, l’orizzonte del futuro si prospetta impietoso: sarà peggio che in Arabia Saudita, dove dire in pubblico di non credere in dio è «promozione del pensiero ateistico», un’azione già classificata da Ryad come «atto di terrorismo». L’Egitto andrà oltre: non più solo esprimersi in pubblico, ma anche non credere in privato, sarà un crimine. Un nuovo giro di vite contro liberali, giovani, attivisti oppressi.

L’attuale legge egiziana dice che un ateo può essere perseguitato se esprime la sua non fede in pubblico, ma la nuova proposta delle autorità è di andare oltre, di criminalizzare l’ateismo in sé, come concetto e come pratica, anche se personale e privata, non espressa nella società.

Ad occuparsene è il comitato per la religione del Parlamento del Cairo, i cui piani sono di rendere questa proposta subito legge nella nazione nordafricana. Gli atei d’Egitto, dopo i fratelli musulmani, sono il secondo peggior nemico dello Stato, dice al Shabab, giornale legato al governo, che nell’editoriale cita uno psicologo che riferisce che «l’ateismo conduce a disturbi mentali e paranoia». In ogni caso, appena al Sisi prese il potere nel 2014, il governo annunciò il suo piano nazionale per mettere fine ad ogni forma di pensiero laico.

Solo su internet: ecco come comunicano gli atei nordafricani, tacciati e stigmatizzati come irreligiosi miscredenti nella società. Per loro, secondo un sondaggio del Pew research, il 63 per cento degli intervistati su un campione di 1798 persone, supportava la pena di morte per aver abbandonato la religione, ovvero l’islam.

Si stima che silenziosamente siano 3 milioni i non credenti a fronte di 89 milioni di fedeli in Egitto, ma non c’è un censimento degli atei nel paese dove è presente la più grande comunità cristiana del Medio Oriente e il resto della popolazione è musulmana. Gli agnostici e gli atei dal Cairo al Sinai, nel dicembre del 2014, secondo una ricerca del Dar al Ifta, un centro legato al governo, erano 866, ovvero lo 0,001% della popolazione, una cifra “sospettosamente precisa”, secondo il Guardian, che scriveva: «non si sa esattamente quanta gente vive al Cairo, quanti siano i milioni di cristiani e musulmani, ma il clero egiziano è certo di quanti atei esistano in Egitto». Un numero, 866, che era comunque la cifra più alta registrata in tutto il mondo arabo. Dopo l’Egitto, il Marocco ne aveva contati 325, la Tunisia 329, l’Iraq 242 e lo Yemen 32. Povera anche la Libia: ne aveva contati solo 34. 

Rimangono solo l’asinello e il bue

Sono andati a messa, i senatori assenti che hanno affossato lo Ius soli, si sono fatti accarezzare dal loro parroco e hanno pregato a mani giunte in bella mostra con tutta la giunzione che ci si aspetta da un Natale che precede di pochi mesi le prossime elezioni. Staranno inscenando tutta la bontà di cui sono capaci, protagonisti del pranzo in cui loro, da esimi senatori, danno lezioni di mondo come si addice a una classe dirigente sempre diligente alla proiezione che vogliono dare di se stessi.

Faranno foto tutto il giorno stando bene attenti a non inquadrare regali troppo costosi per non inimicarsi “la base”, con qualche spruzzata di qualche nonno ché la vecchiaia ha sempre il suo bell’effetto di tenerezza e, sicuro, inonderanno i propri social con mielose frasi di pace rubate da qualche sito di aforismi trovato grazie a google.

Poi, immancabile, ci sarà il presepe, che di questi tempi è l’olio di ricino a forma di statuette.

Fotograferanno, ignoranti, quell’immagine che rappresenta la nascita di un bambino palestinese rifugiato in Egitto, i tre Magi (un uzbeko, un somalo e un siriano), i pastori pieni di cenci e portatori di malattie, quella madre e quel padre che da irresponsabili hanno pensato bene di avere un figlio senza nemmeno avere una casa e nemmeno un lavoro e in più fotograferanno le pessime condizioni igieniche in cui sono abituati a vivere perché è “la loro cultura”.

Poi racconteranno ai figli e ai nipotini di Babbo Natale, di minoranza etnica lappone che vorrebbe fingersi finlandese.

E alla fine rimangono solo il bue e l’asinello. E l’ipocrisia, a fiumi, insieme al prosecco.

Buon Natale.

Gli atei crescono nel mondo. Ma in alcuni Paesi è caccia alle streghe

Un ampio meccanismo di discriminazione nei confronti dei non-credenti è all’opera a livello globale»: è questo il dato fondamentale che emerge dal Freedom of Thought Report 2017, nelle parole del suo editor, Bob Churchill.
Presentato lo scorso 5 dicembre al Parlamento Europeo di Bruxelles, il report è pubblicato dalla International Humanist and Ethical Union (Iheu), organizzazione che annovera tra i suoi obiettivi principali proprio la difesa dei diritti dei non-credenti nel mondo. Diritti che negli ultimi anni sono stati bersaglio di un pesante attacco da parte di società e governi più o meno fondamentalisti, in molte zone del mondo. Il tutto nonostante si registri, a livello globale, un generale aumento demografico della popolazione non-religiosa, come vedremo più avanti.
Lo scenario tracciato dalla Iheu nel suo report è preoccupante. Il primo dato che desta scalpore è il seguente: negli ultimi 12 mesi sette paesi nel mondo hanno perseguitato attivamente atei e umanisti. Parliamo di omicidi, linciaggi, rapimenti; di caccia alle streghe governative; di condanne a morte per “apostasia”.

In India, ad esempio, la notte del 14 marzo un giovane razionalista di 31 anni, H Farook, è stato ucciso da quattro assalitori, i quali, secondo le indagini della polizia, avrebbero voluto punirlo per aver criticato la religione su Facebook e in un gruppo Whatsapp del quale era amministratore. Ad aprile, in Pakistan, uno studente di soli 23 anni, Mashal Khan – nickname su Facebook: “the Humanist” – è stato letteralmente massacrato da centinaia di compagni d’università davanti agli occhi inermi della polizia e alle decine di smartphone che hanno ripreso il massacro in presa diretta – i video sono ancora visibili online. La colpa di Mashal? Aver condiviso sui social messaggi ritenuti «blasfemi», come blasfema era forse la scritta che ancora campeggia sul muro della sua stanza: «la libertà è un diritto di ogni individuo». Lo scorso agosto, poi, in Malesia, il governo ha annunciato una vera e propria caccia all’ateo dopo che una foto del meet-up Atheist Republic di Kuala Lumpur è diventata virale online, con tanto di conferenza stampa del ministro Shahidan Kassim che ha invitato le autorità malesiane a «scovare» (hunt down) questi gruppi, poiché, a suo dire, gli atei andrebbero «contro la Costituzione e i diritti umani».

Altro dato importante del report della Iheu: in 12 paesi l’apostasia – ovvero l’atto di abbandonare o cambiare religione – è punibile con la pena di morte. Questi Paesi sono…

L’articolo di Giovanni Gaetani prosegue su Left in edicola


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Ragazze dentro. Chi sono le minorenni recluse negli Istituti penali

La giustizia è (dovrebbe essere) uguale per tutti ma lo sforzo che il sistema compie per ricorrere al carcere per i minori in maniera residuale è ancora troppo condizionato non dalla gravità del reato quanto dalla difficoltà, dovuta al profilo di radicale marginalità e fragilità sociale da cui provengono, di trovare per loro una collocazione in percorsi diversi dalla detenzione.
E, a giudicare dai risicatissimi numeri, si sarebbe potuto sospettare che quello stesso sforzo fosse maggiore nei riguardi delle ragazze rispetto ai ragazzi. No. I dati fanno scoprire l’esatto contrario: tra il 2007 e il 2016, infatti, le ragazze in carico agli Uffici di Servizio Sociale per i minorenni (USSM) erano l’11 per cento ma la percentuale di quelle entrate nei sedici Istituti penali per minorenni (IPM) è stata pari al 12 per cento.
“Le ragazze vanno ‘molto’ in carcere probabilmente non perché sono ragazze, ma perché sono prevalentemente straniere”, si legge nel quarto Rapporto Guardiamo Oltre, redatto dall’Associazione Antigone. La prevalenza straniera della componente femminile all’interno del circuito del sistema giudiziario minorile italiano non è una novità ma è un dato, erroneamente, ancora poco considerato.
Dal 2002 a oggi, le ragazze straniere hanno sempre rappresentato la maggioranza di quelle in ingresso, con percentuali sempre sopra l’80 per cento e sopra il 70 per cento negli IPM; per il 57 per cento minori di sedici anni contro il 38 per cento delle italiane, ben nove ragazze straniere non sono neppure quattordicenni mentre nessuna ragazza italiana ha meno di quattordici anni.
Nel primo semestre del 2017, le ragazze rappresentano il 9 per cento dei minori detenuti negli IPM e il 15 per cento degli ingressi nei Centri di prima accoglienza (CPA) e, mentre le ragazze italiane rappresentano solo il 6 per cento degli ingressi di minori italiani nei CPA e poco più del 5 per cento delle presenze italiane negli IPM, quelle straniere rappresentano il 25 per cento degli stranieri entrati nei CPA e il 13 per cento di quelli detenuti.
I freddi dati quantitativi poco dicono, però, sulle loro storie personali, le esigenze, le reazioni, i legami affettivi capaci di spiegare la condizione in cui si trovano. “Non condividiamo – si legge nel Rapporto – quella rappresentazione sociale che fa leva esclusivamente sulla condizione di vittima di queste minori, mettendo a fuoco unicamente lo choc psicologico o il dramma sociale. Preferiamo fare riferimento al concetto di crisi, il cui etimo rinvia a discernimento, racchiudendo, dunque, la possibilità di una scelta e la promessa di una opportunità”.
Adolescenti provenienti da una “prigionia a priori”, la trappola in cui, spesso, si trovano strette le loro vite non è che l’antitesi al carcere: il passaggio dall’infanzia all’essere adulte avviene in modi segnati, sotto pressione degli adulti di riferimento da cui fanno fatica a liberarsi perché appartenenti a contesti che risentono dell’assenza di fattori identitari e affettivi.
Serbe e bosniache, coinvolte, più che altro, in reati contro il patrimonio, “alcune ragazze – racconta nel dossier, la dirigente del Dipartimento per la giustizia minorile, Donatella Caponetti – manifestano la voglia di restare fuori dalla cultura rom, ma quando si ipotizza un progetto, si cercano strade e si trovano soluzioni, la famiglia le riassorbe nella cultura rom”.
Poco scolarizzate e tanto oppresse da un’idea, molto viva nella loro cultura, di un rapporto impari fra uomo e donna, le ragazze non sono consapevoli dei loro diritti e si rimettono a un ruolo predeterminato, inclusa l’accettazione del carcere come rischio ineluttabile che fa parte della loro esistenza.
“Belle, simpatiche, allegre, piene di vita. Gli si illuminano gli occhi quando fanno cose nuove. Hanno molte capacità di adattamento”, sostiene un’educatrice dell’IPM di Roma, Elisabetta Ferrari – ma non è affatto facile motivarle all’istruzione scolastica. Deprivate dalle esperienze precedenti, a volte, però, sono più determinate dei coetanei perché inseguono l’impegno a superare la condizione di detenzione (e non solo) come un riscatto personale e verso l’autonomia (di pensiero).
“Probabilmente – si legge nel Rapporto – la motivazione scatta quando si comincia a scoprire se stessi, le proprie capacità su cui contare, attuali o potenziali, interessi ignoti prima (…) che permettono di non negare più le proprie aspirazioni e di immaginarsi in progetti di una vita altra”. Anche (o soprattutto) dentro gli Istituti di pena è “la creazione di relazioni umane che danno senso alle esperienze, tutto si appoggia sul rapporto che si stabilisce”. Altrimenti, per esempio, “le ragazze, se si sentono osservate come animali rari, si contrappongono apertamente”, diversamente, (e se) reggono al “ricatto affettivo” della famiglia, riescono a sostenere la cesura netta con la distruttività. E a guardare oltre le sbarre.

Da pescatori a contadini (del mare)

Tampolove, Madagascar. I mari sono sempre più poveri di pesci. È una piaga mondiale, e spesso colpisce popolazioni già da sé vulnerabili. Tra tutti, l’Oceano indiano è uno di quelli più colpiti: di pesce ne è rimasto poco, pochissimo. Per i pescatori del Madagascar è un autentico disastro. «Quando ero un bambino e pescavo insieme ai miei genitori, tornavamo con la piroga piena di pesci, oggi ne pesco un chilo o due», ricorda Samba Lahy, del villaggio di Tampolove, nel sud del Paese. «Nella baia c’erano molti delfini, ma oggi è raro vederli. Sono scomparsi, forse per come abbiamo condotto la pesca». È finita l’era dell’abbondanza, insomma.

La storia di Lahy e degli abitanti di Tampolove è però diversa. Nel piccolo villaggio costiero nel sud del Paese hanno cercato soluzioni per adattarsi al cambiamento. E forse una l’hanno trovata: il villaggio ha formato una comunità e ora sperimenta l’acquacoltura, la coltura dell’alga, un mercato che cresce e una produzione, si spera, sostenibile. Come nel resto degli oceani, anche in Madagascar le risorse marine sono stremate. Il 30% degli stock ittici è pescato a livelli insostenibili. Le risorse si riducono per il sovrasfruttamento, l’inquinamento, la distruzione degli habitat ed il cambiamento climatico. La pesca contribuisce a più del 7% del Pil del Madagascar. Nelle zone rurali essa è la principale fonte di guadagno del Paese, e la più importante sorgente di proteine per le popolazioni costiere.

A peggiorare la situazione c’è poi il cambiamento climatico. Secondo le Nazioni unite dal 2014 le piogge nel sud del Paese sono diminuite del 75% rispetto alla media degli ultimi 20 anni. Almeno 850mila persone vivono in uno stato severo di crisi alimentare. Le colline si inaridiscono e molte famiglie si spostano sulla costa, aumentando la pressione sulle già scarse risorse marine. Le coste faticano a riprendersi, soprattutto ora che le barriere coralline le abbandonano. «Quello delle barriere coralline è un problema che abbiamo trascurato, ma ora è chiaro: i coralli stanno morendo lungo tutte le coste», dice Gildas Todinanahary, dell’Institut halieutique et des sciences marines, della Università di Toliara (Madagascar). Secondo uno studio recente la grande barriera di Toliara, 33 chilometri quadrati di estensione, sta diventando uno scoglio senza vita. Negli ultimi 50 anni il 65% dei coralli è morto, e lui le osserva morire: ogni anno si reca sulla barriera di Toleara e…

Il reportage di Jacopo Pasotti è tratto da Left in edicola


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