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Conservatori, i precari Afam ora respirano. Ma la lotta per la musica in Italia non si ferma

La 'protesta musicale' in piazza Montecitorio a Roma, messa in scena dai precari dell' 'Afam', il settore dei conservatori e delle accademie d'arte in Italia, 28 novembre 2012. ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

Nella legge di bilancio 2018 sono state inserite delle norme volte alla risoluzione del precariato nelle istituzioni Afam (Alta formazione artistica, musicale e coreutica). Della vicenda si era occupato Left nel numero del 9 dicembre con un articolo intitolato “Schiaffo del governo ai precari”. Nei giorni successivi poi c’era stata una grande mobilitazione del settore che ha portato al coronamento di lotte decennali condotte da docenti con ben oltre dieci anni di servizio alle spalle e un’età media di cinquanta anni, che ormai costituiscono circa un quarto del personale docente Afam. Ora bisognerà vigilare affinché il Miur applichi la legge in tempi e modi ragionevoli, e c’è da augurarsi che questi provvedimenti segnino l’inizio di un rinnovato interesse per accademie e conservatori, in questi anni abbandonati dalla politica al loro destino.

Per operare nella giusta direzione sono convinto che saranno necessarie riflessioni e analisi per comprendere come mai nel nostro Paese l’arte, la musica e la cultura in generale contino così poco.
Per quello che riguarda il mio settore, quello musicale, c’è da dire che l’Italia è tuttora considerata nel mondo un punto di riferimento per il contributo fondamentale che fino al XVIII secolo ha dato alla musica occidentale; basti pensare che la notazione musicale è nata qui e l’italiano è la lingua internazionale per la terminologia tecnica. Con l’avvento del colonialismo, della rivoluzione industriale e della rivoluzione francese nelle nazioni del nord Europa vi fu uno sviluppo economico, sociale e culturale repentino. La musica, che fino a quel momento era stata appannaggio della nobiltà e del clero, iniziò a essere promossa dalla borghesia emergente, cui si devono la diffusione delle orchestre sinfoniche e la nascita delle società dei concerti. Ciò ebbe delle ricadute anche sugli strati sociali più bassi, portando a una grande diffusione delle pratiche musicali. L’Italia non fu toccata che marginalmente da questi processi storici, e per i compositori italiani l’unica possibilità di continuare a esprimersi con successo fu scrivere per il teatro musicale.

Ad ostacolare ulteriormente il diffondersi delle pratiche musicali tra la popolazione vi fu la determinazione con cui la Chiesa cattolica, al contrario di quelle protestanti, ha sempre osteggiato l’utilizzo di strumenti musicali che non fossero l’organo o la voce nei luoghi di culto. Agli inizi del ‘900 eravamo uno Stato unitario da pochi anni, afflitto dall’emigrazione e con tasso di analfabetismo enorme rispetto al resto d’Europa. Il problema fu affrontato con la riforma della scuola del 1923, che rispecchiava il pensiero elitista del filosofo idealista Giovanni Gentile, suo principale artefice. Il Liceo classico, destinato a formare la classe dirigente, era la scuola da cui il “fare” era bandito, dove si studiava Storia dell’arte senza mai impugnare una matita. Bastava scendere di un gradino, al Liceo scientifico, e allo studio della Storia dell’arte si affiancava la pratica del disegno, per arrivare fino alle scuole professionali, dove le attività manuali prendevano il sopravvento. La musica era comunque assente da tutte le scuole, in quanto considerata un mero svago, e non un’esperienza e una possibilità di espressione da garantire a tutti i cittadini. Nel 1930 i vecchi conservatori di musica furono integrati in un sistema nazionale con programmi comuni, ma ai diplomi non venne riconosciuto valore di laurea, e nemmeno di diploma di maturità.

I primi conservatori erano nati a Napoli alla fine del XVI secolo sulla falsariga dell’attività di più antiche istituzioni di beneficenza nelle quali si garantiva un futuro a orfani e trovatelli insegnandogli un mestiere. Alle attività artigianali, insegnate dal “mastro” (da cui l’appellativo “maestro” oggi usato per i musicisti), si affiancarono presto quelle musicali, dato che nel XVII secolo si aprivano prospettive di lavoro in questo campo. Alla fine del XVIII secolo, quando l’esercito francese occupò Napoli, la scuola musicale napoletana, sviluppatasi nel Conservatorio della pietà dei Turchini, era considerata una delle massime eccellenze europee per la formazione musicale. I francesi, affascinati dal modello italiano, tanto da fondare nel 1795 a Parigi il Conservatoire National de Musique et de Déclamation, non condividevano però l’impostazione didattica italiana, basata sulla vecchia pratica artigianale in cui l’esempio del maestro e la pratica precedevano lo studio teorico, incoraggiando gli studenti a mettere le mani sugli strumenti musicali prima di saper leggere o scrivere la musica.

Nella Francia illuminista si stavano diffondendo pratiche pedagogiche basate sull’idea che ogni disciplina degna di studio necessitasse di un metodo razionale, e che nell’apprendimento lo studio della teoria dovesse essere anteposto alla pratica, confondendo conoscenza e classificazione con quell’esperienza grandemente inconsapevole che porta dall’ascolto del suono alla capacità di produrlo usando il corpo. La didattica francese che prevedeva lo studio della lettura della musica prima di poter approcciare uno strumento, negli anni successivi perfezionata con l’invenzione del solfeggio parlato, fu imposta nel Conservatorio di Napoli durante l’amministrazione francese e poi, anche in seguito alla presenza francese nell’Italia settentrionale, si diffuse in tutt’Italia. I programmi ministeriali del 1930 purtroppo presero come modello di riferimento la didattica musicale francese, scarsamente considerata nel resto d’Europa, bloccando il rinnovamento che molti musicisti e intellettuali dell’epoca auspicavano. Solo nel 1999, in seguito al processo di Bologna, che aveva il compito di riformare i sistemi di istruzione superiore dell’Unione europea, vi fu una seconda riforma, con l’emanazione della legge 508/99.

Lo studio superiore delle arti, della musica e delle arti performative, fu inquadrato nell’Afam e ai diplomi fu riconosciuto finalmente valore di laurea. Purtroppo fino a oggi, dei 9 regolamenti di attuazione che la legge prevedeva ne sono stati emanati solamente due. Nel disinteresse della politica in questi anni hanno prevalso interessi particolari tesi a bloccare il processo di riforma o a indirizzarlo verso direzioni inconfessabili. Ai docenti e agli studenti è stato impedito di partecipare al processo di applicazione della riforma, e la gestione dell’ordinario è stata lasciata in mano alla burocrazia ministeriale che, senza una direzione e regole certe, ha gestito il sistema spesso improvvisando o dando ascolto a questa o quella suggestione o corrente di pensiero. Oggi la fine del precariato storico, rendendo più stabile il sistema, allontana eventuali propositi di ridimensionamento di delegittimazione dell’Afam a favore di istituzioni private, ed è un’occasione perché si apra una nuova stagione di lotte affinché non solo la riforma sia portata velocemente a termine, ma anche perché i conservatori di musica siano visti non come cattedrali nel deserto, ma come elemento fondamentale di una vita musicale e civile degna di una nazione moderna.

Mi auguro di non sentire più dire “in Italia ci sono troppi conservatori”, bensì “ci sono poche orchestre, poche bande musicali, pochi laboratori musicali nelle scuole, troppo pochi sono gli italiani che per diletto suonano uno strumento musicale e sanno leggere la musica, troppo poche sono le risorse investite nella musica e nello spettacolo”.

Rappresentare l’invisibile. Il senso della bellezza per Jalongo

Il senso della bellezza

Il senso della bellezza – Arte e scienza al Cern, film documentario di Valerio Jalongo è stato inizialmente proiettato nelle sale italiane unicamente il 21 e 22 novembre, riscuotendo un inaspettato successo tra il pubblico specializzato e non, tanto da richiedere una nuova programmazione in tutta Italia Quest’opera che indaga le connessioni tra arte e scienza, meraviglia il pubblico, aprendo le porte del laboratorio di ricerca più grande al mondo. Ed è proprio questa comunità scientifica internazionale, che in momento di crisi politica europea, rappresenta una realtà non più utopica, in cui la ricerca, il desiderio di conoscenza e libertà di pensiero sono animate da una passione collettiva.

Valerio Jalongo, lei è di formazione filosofo e solo successivamente si è dedicato al cinema. Cosa l’ ha portata a prendere questa strada?

Devo dire che erano due passioni che coesistevano fin dall’inizio. Uscito dal liceo non avevo le idee chiare ma la filosofia è una chiave per aprire tante porte. Non ho mai pensato di fare il filosofo, soprattutto quella del cinema è stata una passione che avevo fin da quando avevo 15-16 anni e che poi negli anni ha trovato un’ espressione. Forse questo film di speciale ha di mettere insieme queste due passioni e anche due sguardi diversi, cioè quello più scientifico, che ho ereditato dalla mia famiglia e quello artistico che invece è stata una mia scelta personale. Questa esigenza di mettere insieme arte e scienza è qualcosa che avverto molto forte dentro di me, non solo per il mio vissuto ma anche perché credo che la scienza ha ormai un ruolo così grande, sta cambiando le nostre vite, e non può più essere appannaggio di pochi. Ne faccio un discorso se vuoi di democrazia: spesso al Cern dicevano “La scienza non è democratica” perché non si fa una votazione per decidere chi ha ragione: chi riesce a fare l’esperimento, ha la teoria che funziona, vince. Però questo non vuol dire che non debba essere in qualche modo compresa da un grande numero di persone e in qualche modo ricondotta a degli obiettivi comuni.

Che cosa ha scoperto al Cern e come ha arricchito questa esperienza?

Il Cern per me rappresenta un’immagine della scienza libera da applicazioni immediate, da finalità di arricchimento, o utilizzi in campo militare ed economico. Una scienza, come appunto la filosofia, che è l’immagine più bella della volontà di conoscere dell’uomo, del coraggio di andare oltre quello che conosciamo. Credo che questo sia stato un po’ il primo motore per me, perché non è che avessi questa grande curiosità sul mondo delle particelle ma quando ho visto quelle macchine e come per farle funzionare servisse una collaborazione tra tutte le nazioni, mi è sembrata un’immagine potentissima di come potrebbe funzionare il nostro mondo e di come in realtà già funziona.

 

Come è nata l’idea di questo film?

Mi viene da dire come nelle cose artistiche, ma non solo, ci sono cose che hanno un’origine un po’ misteriosa. C’era un grande regista, Ingmar Bergman, che diceva che quando iniziava a scrivere un film era come se tirasse un filo e piano piano si srotolava tutta la matassa. Come si diceva prima, probabilmente era qualcosa di latente dentro di me rispetto a mie passioni come la filosofia, la scienza. E poi se devo dire come è nato, è nato in una maniera assolutamente poco cosciente. Sono andato a fare una visita al Cern mi hanno fatto scendere in queste caverne, ho visto queste macchine e ho pensato: come è possibile che non ne so nulla di questo luogo? Lì vedi davvero la potenza, anche in qualche modo spaventosa, della tecnologia, vedi una macchina alta venticinque metri come quei rilevatori con miliardi di cavi, di tubi, di sensori.. ma come è nata una cosa del genere? Noi fino a poco tempo fa eravamo delle scimmie e abbiamo costruito una cosa così complessa che sembra quasi oltre la nostra capacità. A questo si aggiunge che non ha un’utilità pratica. E proprio in questo vedo la sua origine profondamente umana: il desiderio di conoscere, la curiosità, mentre spesso noi la tecnologia la viviamo o come minaccia o come qualcosa che teniamo in tasca, che è utile. Lì vedi l’essenza quasi trascendentale della tecnologia, che pure è nata da noi, dalla nostra mano – che è il nostro primo strumento tecnologico.

E ha incontrato delle difficoltà nel processo di lavorazione?

Devo dire di fondo c’era una ricerca personale, anche di un percorso più libero, artisticamente quindi uscire da certi schemi. Voi conoscete il cinema italiano, molto spesso si è confinati un po’ in certi schemi. Io qui ho avuto una grandissima libertà, un po’ perché sono co-produttore del film, un po’ perché avevo i produttori svizzeri dalla mia parte. Ma il grande scarto che ha avuto il film è stato quando mi sono reso conto che al Cern in realtà non producevano delle vere immagini. Come avete visto c’è volutamente un’alternanza nel film, non si capisce quando è un’immagine del Cern e quando è un’immagine fatta dagli artisti. Ad esempio i tracciati colorati sono immagini prodotte dai rivelatori del Cern. Ma poi ho scoperto che quelle immagini in realtà servono per comunicare al pubblico normale qualcosa di comprensibile, di visibile, ma gli scienziati usano i numeri: dietro ognuno di quelle linee ci sono dei numeri che esprimono il tracciato di quelle particelle. Lì è stato un momento di grande crisi perché mi sono detto: sto facendo un film sull’invisibile, e con quali immagini, se queste linee colorate sono le sole immagini delle particelle prodotte dal Cern? Io che cosa faccio vedere in un’ora e mezza di film? E ho capito che la sceneggiatura che mi era costata tanti studi e preparazione alla fine non mi permetteva di fare il film ma avevo bisogno di qualcos’altro. La comunità del Cern mi aveva ispirato a un’idea diversa dell’essere autore, cioè che l’autore non è necessariamente quello che fa tutto, specialmente nel cinema, ma è anche colui che ha un’idea e mette insieme una squadra, dei talenti di altri artisti. Quindi il fatto di mettere insieme questi dodici artisti è stato qualcosa che non era previsto fin dall’inizio. Il fatto di aver lavorato cinque anni ha fatto sì che il film sia cresciuto grazie agli incontri, al percorso e a questa idea di dire: “Ok chi può visualizzare l’invisibile o l’inimmaginabile? Non è solo che non si vede ma è anche che non sono in grado di rappresentarle queste cose”. Ti dicono: “Noi usiamo le equazioni e le immagini sono fuorvianti per noi”, oppure: “Abbiamo un’immagine ma cosi, latente molto vaga…”. Essendo dei fisici sperimentali o anche dei fisici teorici ma legati a una tradizione sperimentale come quella del Cern, tendono a non approfondire le conseguenze filosofiche delle loro conoscenze.

Il documentario affronta molti temi, qual è quello più importante, rilevante per lei, come regista?

Secondo me l’idea più forte del film è che in questo momento noi non abbiamo un’immagine della natura, la natura visibile è qui sotto i nostri occhi ma questa natura visibile è il risultato di un invisibile che non riusciamo neanche a immaginare. Siamo quindi in un momento, dal punto di vista filosofico, ma anche dal punto di vista se volete esistenziale, in cui non siamo in grado di rappresentarci la natura, il mondo… mentre nella sua storia l’uomo l’ha sempre fatto, magari con rappresentazioni illusorie, magari con racconti religiosi, filosofici, però abbiamo sempre avuto un’immagine di come è fatto l’universo, come è fatta la natura. Qui invece non solo abbiamo l’irrappresentabile della fisica quantistica che dà dei risultati assurdi che non riusciamo a capire, ma anche la consapevolezza che l’universo non è per niente come pensavamo, e addirittura conosciamo solo il 4% all’interno di quello che è visibile. Tutto questo per me ha significato capire che il fascino della scienza non è tanto in quello che sappiamo ma nella coscienza di non sapere.

Il Cern poterebbe diventare un riferimento sociale, culturale, politico?

Questa è una delle cose che mi è più care: io credo che se fosse stato soltanto un film sulla Fisica non mi avrebbe appassionato così tanto. È stato come un cortocircuito, incontrare la scienza fondamentale, che si occupa delle grandi domande che da sempre interessano l’uomo e insieme scoprire la grande comunità del Cern, che dimostra che il mondo è già pronto per questa condivisione senza frontiere, se ci fosse ovviamente non solo la volontà e la passione ma anche una cultura che la rende possibile. Lì incontri fisici di tutto il mondo con diverse tradizioni, diverse lingue, diverse religioni, che però non hanno problemi a condividere il loro lavoro, ma soprattutto hanno una passione e uno scopo. Per fare una macchina così complessa e farla lavorare vuol dire che c’è una totale armonia di scopi, di intenti e loro dicono: “Noi riusciamo a fare questo perché non c’è la politica, non c’è l’interesse personale”. Questa loro risposta poi mi ha spinto a pensare: io conosco un altro mondo che è così, che è il mondo dell’arte, cioè un artista è mosso dalla stessa passione e dallo stesso interesse in qualcosa di astratto che può essere un’idea, un progetto… credo che il successo della collaborazione che c’è dietro e questo film lo dimostri meglio di qualsiasi discorso.

Ecco parlare del film è importante secondo me proprio perché viviamo in un momento di regressione, di gente che propone secessioni, di tornare al dialetto. Questi sono tutti segnali di paura, di chiusura, come dire questo mondo è troppo complesso, guardo indietro invece di guardare avanti. Questo chiaramente sappiamo che per la storia dell’Europa è sempre molto pericoloso: i nazionalismi, i particolarismi sono devastanti proprio perché dettati dalla frustrazione, dalla paura, dalla rabbia. Credo che il film abbia una sua forza politica, nel senso di dire: vedete? È possibile, non dobbiamo guardare con paura alla complessità al futuro, dobbiamo farci i conti, anzi dobbiamo abitarla. Il grande pericolo è che se noi ci ritraiamo da questa complessità e la deleghiamo soltanto a degli specialisti, non sapremo questi specialisti che cosa faranno. Diventeranno un élite probabilmente potentissima che potrebbe essere strumentalizzata dal potente di turno. Abbiamo bisogno di diventare una società che è in grado di capire, di digerire questa complessità, di non sentirsene minacciata, credo che sia un segnale soprattutto per il nostro paese che viene da tanti anni di impoverimento culturale. Credo che l’esperienza del Cern sia un esempio che si può espandere in tanti altri campi. Dobbiamo ripensare al nostro modo di fare arte, di fare cinema, per partire da comunità e non da un isolamento. Questo film è nato dall’incontro di due comunità, quella degli scienziati e quella degli artisti, e credo che questo sia un passaggio necessario, bisogna che l’arte riscopra il suo ruolo nel ricreare un senso di comunità. Credo che per rispondere alla vostra domanda, il Cern sia un esempio che può diventare un riferimento e un’ispirazione in altri ambiti.

In questo documentario è evidente la passione e l’umanità degli scienziati e ci mostra così un’altra faccia della scienza. Ha pensato all’importanza di diffondere questo documentario nelle scuole?

In questo momento stiamo organizzando un gruppo di persone che lavorerà su questo perché ce lo stanno chiedendo molte scuole. E anche perché penso che se io avessi incontrato quegli scienziati quando ero a scuola, se avessi capito che la matematica ha questa bellezza, questa funzione, per me la scuola sarebbe stata diversa. Credo che sia da parte degli studenti che da quella dei professori una frustrazione nel non riuscire a comunicare questo aspetto e gli stessi universitari sono entusiasti perché finalmente trovano un film che in maniera anche emozionale, parla del loro lavoro, li umanizza. Perché non è buono neanche per gli scienziati essere in qualche modo emarginati in un contesto specialistico in cui nessuno capisce cosa fanno.

A me piacerebbe che la gente dicesse: è bello che esista in Europa un centro dove si fa’ scienza pura, senza bisogno di trovare la scusa: “Sì il Cern costa molto però abbiamo fatto cose utili”, perché secondo me questo è già un modo di svilire la nostra grande tradizione scientifica, filosofica.

Quello che l’Europa ha dato al mondo è proprio l’amore per la conoscenza. Come Dante diceva su di Ulisse che si avventura al di là delle colonne d’Ercole, l’uomo Europeo non si affida alle tradizioni ma vuole scoprire l’ignoto e questa è una delle cose importanti che ci contraddistinguono come Europei, dovremmo rivendicarle. Al momento l’Europa è un orizzonte da tenere aperto, ci sono tanti segnali che invece ci vorrebbero ributtare indietro, forze italiane anti-europeiste sono allarmanti perché appunto vogliono catalizzare la paura della gente prospettando soluzioni che sono false in quanto sono semplicistiche, soddisfano la paura del momento.

Nell’opera viene affermato che gli scienziati sono “ministri del dubbio” per questa loro instancabile capacità di mettere tutto in discussione, al contrario di un pensiero dogmatico che non permette alcuna ricerca. Secondo lei la presenza di una cultura cattolica nel nostro paese è responsabile in parte di questo appiattimento culturale?

Molte persone preferiscono avere delle certezze e questo è chiaramente un lascito del cattolicesimo, non dimentichiamo che non solo il libro di Galileo è stato messo all’indice ma anche la Bibbia era all’indice perché poteva essere interpretata solo dalla Chiesa, quindi il buon cattolico non doveva andarsi a leggere la Bibbia da sola. Questa è la grande differenza per esempio tra noi e i protestanti, ed è il motivo per cui siamo indietro culturalmente: c’è una grande fetta di cattolici che hanno mantenuto questa attitudine gregaria rispetto alla conoscenza. Effettivamente, il modello della scienza come si pratica al Cern è un grande modello proprio per questa rivendicazione che tutto può essere messo al vaglio della conoscenza, al vaglio del dubbio e secondo me uno dei momenti più alti del film è quando il grande scultore Gormley dice questa cosa, “Come strumento di misura ci è rimasto il dubbio”. Credo che sia una verità scomoda. Non tutti sono pronti.

La frase di chiusura del film allude al ruolo dei sogni nel processo di conoscenza. Cosa sono per lei i sogni? Allucinazioni o la sede dell’animalità come proposto da Freud? Oppure come un vero e proprio linguaggio possono, non solo essere compresi, ma farci arrivare a una verità più profonda?

È una domanda difficile.. però posso dirti come sono arrivato a quell’ultima scena. Fin dall’inizio c’era quest’idea di finire il film in una caverna, con quelle rappresentazioni… intanto per una sorta di senso di fratellanza con i nostri avi che si erano posti anche loro dei problemi su come è veramente il mondo. L’idea della deprivazione sensoriale, di andare nell’oscurità, nel silenzio, nella caverna, per percepire delle cose che nel mondo non riusciamo a vedere, è in contatto con la dimensione onirica…Probabilmente una delle teorie che più mi ha affascinato sul perché gli uomini preistorici entrassero nelle caverne, è che ci andavano in uno stato particolare, probabilmente generato da droghe, uno stato di coscienza particolare, entravano in trance. Quindi erano in cerca di quell’elemento se vogliamo irrazionale che è anche nei sogni, quell’elemento misterioso che in qualche modo giustifica tutta la nostra vita. Grazie al lavoro su “Il senso della bellezzaho scoperto che la scienza, la vera scienza, non uccide il mistero, non è quella appunto degli esperti che dicono “Abbiamo capito tutto di questa cosa”. No! secondo me la vera scienza è quella che, come per gli scienziati del Cern o di tanti altri, comprende che nel fondo ci sarà sempre un mistero. Possiamo arrivare a un milionesimo di un milionesimo di secondo dal Big Bang, come hanno fatto con gli esperimenti del Cern ma a che cosa c’era prima di quel milionesimo no. Perciò elemento del mistero si ricollega al momento della bellezza. Perché noi percepiamo la bellezza? Cos’è veramente la bellezza? Io non sono d’accordo con gli scienziati che dicono: la bellezza è solo una nostra proiezione. Penso che noi siamo capaci di percepire questa bellezza perché ne siamo profondamente parte. Quindi il sogno in fondo è questo legame misterioso che noi abbiamo con il tutto. Paul Dirac, considerato il più grande fisico del ‘900 dopo Einstein, diceva: “Io tra un’equazione bella e una giusta scelgo sempre quella bella”. C’è qualcosa di misterioso nella bellezza così come c’è qualcosa di misterioso nei sogni. Freud diceva: tu puoi continuare ad analizzare un sogno, ma a un certo punto arrivi a una specie di ombelico dove ti ricolleghi a qualcosa che non ha più a vedere solo con l’individuo che ha sognato, arrivi a qualcosa di più universale, in ultima analisi misterioso. Quindi quando Paul Dirac trova questa equazione che nel film viene tracciata sulla lavagna dal vecchio fisico cinese, quell’equazione che esprime come si muovono gli elettroni intorno a un atomo, lui era attratto dall’enorme bellezza e semplicità di questa equazione. Qualche anno dopo rileggendo l’equazione in un altro modo si rese conto che prediceva l’esistenza dell’antimateria.

Qui tocchiamo un aspetto misterioso della matematica e della conoscenza, per cui poi le intuizioni di Einstein, di Dirac, etc. sono molto simili al sogno del primitivo, partono da un’intuizione, non da un esperimento: l’esperimento arriva dopo, e serve per falsificare o verificare l’ipotesi.

Come se il nostro inconscio fosse più intelligente della nostra coscienza.

, per me questo è sicuro: anche nel fare un film funziona così. A un certo punto mi sono perso, non sapevo più dove stavo andando. Mi guidava il film, e io seguivo quello che succedeva, perché ad un certo punto ti rendi conto che i “suggerimenti” che arrivano da non si sa dove, come una intuizione spontanea, sono molto più profondi e potenti. Se invece pretendi di avere sempre un controllo razionale, non vai da nessuna parte.

Migranti, nell’isola di Lesbo la Guantanamo d’Europa è al collasso

Migrants wait under an heavy rain, outside the Moria registration camp, on October 23, 2015, on the Lesbos island. Many Syrian families with small children are currently forced to walk a distance longer than the Athens Marathon from the beaches where they land to the points of registration near the port capital of Mytilene. Buses provided by local authorities and rides by volunteers do not suffice, especially as many refugees continue to land at night. Over 400,000 people have landed on Greek islands from neighbouring Turkey since the beginning of the year, most of them fleeing the civil war in Syria. AFP PHOTO / ARIS MESSINIS (Photo credit should read ARIS MESSINIS/AFP/Getty Images)

Strazio, freddo, fame e dolore. È il lungo inverno dei rifugiati in Grecia. Più di 8500 persone sono prigioniere nell’isola di Lesbo, rinchiuse in un campo di detenzione che era adibito ad accogliere al massimo tremila richiedenti d’asilo. «Gli animali vivono meglio, questa non è una vita per umani» dicono i siriani rimasti bloccati sulla costa greca da quando la rotta balcanica è stata chiusa, nel 2016, dopo un accordo tra Ankara ed Unione europea, per mettere fine all’esodo di oltre un milione di migranti.

Da metà ottobre seimila richiedenti d’asilo sono stati trasferiti sulla terraferma, ma in migliaia ancora vivono in condizioni disumane. L’inverno comincia a mordere e bisogna combatterlo, accelerare i tempi, le strutture sono inadeguate a sopportare il freddo. Molti rifugiati vivono nelle tende e non hanno spazio nemmeno nei container. Sono state trasferite sulla terraferma greca dalle isole 15mila persone nell’ultimo anno, ma non è abbastanza.

Tra le onde freddissime dell’Egeo, sono sbarcati 254 migranti sulle coste greche nelle ultime 24 ore, mentre 55 su un gommone sono stati invece intercettati e trasportati indietro sulle coste turche dalla Guardia costiera di Erdogan. Ora i nuovi rifugiati si uniranno ai migranti all’interno del campo di Moria: negli ultimi 18 mesi la capacità di accoglienza della struttura ha superato di tre volte la sua effettiva capacità di ricezione. I rifugiati vivono in condizioni disumane. Lo stesso accade a Leors, Chios, Samos, Kos, ma è sull’isola di Lesbo che la situazione è peggiore che altrove.

L’Unhcr continua a mettere pressione alle autorità greche per i trasferimenti mancati e per le condizioni in cui versano le strutture d’accoglienza. «Le tensioni nei centri di ricezione dei migranti e sulle isole stanno aumentando da questa estate, quando il numero degli arrivi ha cominciato ad aumentare» ha detto Cecile Pouilly, portavoce dell’agenzia Onu per i rifugiati. In alcuni casi le autorità locali si sono opposte agli sforzi per introdurre miglioramenti nei centri di detenzione.

Le condizioni sono così cattive che anche il ministro greco per la migrazione si è detto preoccupato. Per il sindaco dell’isola di Lesbo, Spyros Galinos, è «una disgrazia nazionale, le condizioni sono più che deplorevoli», all’interno della rete del campo di registrano episodi di alcolismo, prostituzione, scontri tra gruppi etnici rivali. Il sindaco ha definito la struttura una prigione a cielo aperto e incita a protestare e scioperare.

A Mytilini, la più grande città dell’isola, i migranti ora sono un terzo della popolazione: «è una situazione d’emergenza che richiede soluzione d’emergenza» ha detto il sindaco. «Bisogna fare qualcosa a Moria, se le infrastrutture non miglioreranno, le persone moriranno». Il campo di Moria, dicono i volontari delle organizzazioni per i diritti umani che lavorano all’interno, è più abitato di Manila, la città più densamente popolata al mondo.

Bloccati in quello che era un campo militare, ora trasformato con tende e container in un centro per rifugiati, i migranti affrontano la stagione più gelida. La scritta che qualcuno ha lasciato con un graffito all’entrata dice «benvenuti alla prigione di Moria». Con l’attenzione mediatica ormai spenta, i rifugiati si fanno sentire come possono. E anche il sindaco disperato dell’isola: «ho paragonato il campo a Guantanamo, non ci sono mai stato a Guantanamo, ma forse effettivamente lì vivono meglio».

La teoria del senatore dem Esposito: “Se non vinco non partecipo”

Stefano Esposito durante la seconda giornata di lavori della kermesse organizzata da Matteo Renzi al Lingotto, Torino, 11 Marzo 2017 ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Tra le (poche) giustificazione dei senatori assenti alla votazione dello ius soli al Senato, quando è mancato il numero legale con la diserzione generale del Movimento 5 stelle insieme alla mancata presenza di ben 29 senatori del Partito democratico, spicca la singolare teoria del senatore Stefano Esposito (sì, lui, lo sfegatato pro-tav, un uomo un’iperbole) che su Twitter (che costa sempre poca fatica e pochi caratteri) scrive:

«Io dopo aver fatto i conti e visto che non ci sarebbe stato mi sono andato a prendere l’aereo. Come dico da settimane al senato i voti per lo ius soli non ci sono. Non basta il pd purtroppo»

Ci spiega, Esposito, di non aver voluto assistere ai festeggiamenti di Calderoli e compagnia e di aver preferito «prendere l’aereo» e tornare a casa dai suoi figli.

Qualcuno giustamente gli fa notare che il significato politico della sua presenza forse avrebbe meritato una più cauta attenzione e (populisti!) che in fondo il suo lavoro consista soprattutto nell’esserci, in Senato, oltre che vincere, e così il senatore dem insiste postando una foto dei suoi figli sotto l’albero raccomandando a tutti di “rilassarsi”.

Così, a colpi di tweet, ancora una volta questi riescono a fare la misera figura dei bulletti strafottenti come se fossero una mandria di impertinenti in gita, insistendo sull’atteggiamento che continua ad affossarli.

“Se non vinco non partecipo”, ci insegna Esposito. Prendendolo alla lettera quindi immaginiamo di non doverci nemmeno prendere il disturbo di votare alle prossime elezioni, quindi, in cui non vincerà nessuno.

Buon giovedì.

1 gennaio 1948-2018: Nasce l’anagrafe nazionale antifascista

A moment of a ceremony at the Sant'Anna di Stazzema memorial, dedicated to the victims of the massacre committed in the village of Sant'Anna di Stazzema by the Nazis in 1944 during World War II, Italy April 10, 2017. ANSA/DALLE LUCHE

Il Comune di Stazzema ed il Parco nazionale della pace istituiscono l’anagrafe nazionale antifascista. Si potrà aderire all’inizio del 2018. «L’obiettivo è diventare il comune più grande d’Italia» dice Maurizio Verona, il sindaco della cittadina toscana intervistato da TgRegione.it, ideatore dell’iniziativa.

A Sant’Anna di Stazzema fu commesso uno dei crimini più vigliacchi perpetrati dalle SS naziste e dai collaborazionisti fascisti nei confronti della popolazione civile italiana tra il 1943 e  il 1945. All’alba del 12 agosto 1944 fino al pomeriggio, la 16. SS-panzergrenadier-division reichsführer SS, comandata dal generale Max Simon, e la 36ª brigata Mussolini, i cui militi erano travestiti con divise tedesche, fucilarono 560 persone, tra cui 130 bambini. È dunque molto più che simbolica la proposta lanciata da Maurizio Verona in difesa dei valori della Costituzione a settanta anni dalla sua entrata in vigore (1 gennaio 1948). L’idea è di istituire una anagrafe degli antifascisti in Italia, arriva peraltro nel momento in cui si diffondono sempre più episodi di intolleranza, di razzismo, di discriminazione, oltre alla rievocazione del Ventennio persino nella scuola pubblica a opera di movimenti neofascisti “giovanili” (vedi Left del 16 dicembre 2017) nel solco dei totalitarismi dello scorso secolo, che fecero della violenza lo strumento di affermazione contro oppositori politici, minoranze etniche e religiose. Per entrare a far parte del Comune virtuale antifascista basterà sottoscrivere un form on line o mandare una mail o scrivere al Parco Nazionale della Pace così da raccogliere tutti coloro che condividono i valori che sono propri dell’antifascismo e che sono alla base della convivenza civile tra i cittadini. Potranno aderire tutti coloro che sottoscriveranno i principi della Carta che verrà predisposta nei prossimi giorni e che sarà attiva dal prossimo anno.

«Il nostro riferimento è la nostra Costituzione – dice ancora il sindaco Verona -, i cui valori da tempo abbiamo espresso e recepito nel nostro statuto comunale con un riferimento chiaro a questi principi che devono e sono di tutti coloro che si riconoscono nella nostra democrazia. Da anni parliamo ai giovani sulla necessità di ricordare per costruire un mondo in cui non si ripresentino i totalitarismi. Lo facciamo nel Parco nazionale della pace di Sant’Anna di Stazzema che è un luogo di dialogo, di incontro e di confronto e non di scontro».

Info: santannadistazzema.org; www.comune.stazzema.lu.it

Inammissibile che il Museo campano non sia rilanciato

Museo campano Capua

Un’altra beffa da parte delle istituzioni locali ai danni del Museo campano. Non è stato considerato ammissibile per mancanza di copertura finanziaria l’ennesimo emendamento presentato in sede di votazione del Bilancio da quasi tutti i consiglieri regionali – eletti in Provincia di Caserta (ad eccezione di quello dei 5 Stelle). È la seconda volta che capita, dopo la precedente clamorosa bocciatura.

Va rimarcato il fatto che dopo quasi due anni ancora non si hanno riscontri concreti in merito alla proposta lanciata dal sottosegretario Cesaro di costituire un tavolo tecnico e scientifico per elaborare e definire un adeguato progetto di rilancio, valorizzazione e sostenibilità del Museo Campano. Alla Provincia di Caserta – titolare del monumento bene comune – spetta il compito e dovere istituzionale di convocare l’incontro con invito formale ai vari enti competenti: Mibact, Regione Campania, la stessa Provincia e Comune di Capua, anche con il coinvolgimento dell’università e del mondo del terzo settore. Questa esigenza è stata avanzata e ribadita in più occasioni, proposta in modo solenne il 3 marzo 2016 in occasione del convegno sulle radici del futuro nella Sala Liani. È stata riproposta in sede di audizione della Commissione cultura regionale (c’erano tutti/e gli attori interessati). In più occasioni pubbliche se ne è occupato lo stesso presidente De Luca. Inoltre è stata rilanciata in diversi summit in sede di Mibact. E da ultimo è stata confermata dal nuovo Presidente della Provincia di Caserta a conclusione di un incontro nel mese di novembre con una delegazione della rete di associazioni, che da tempo si stanno battendo per il futuro e per la rinascita del prestigioso monumento, un vero scrigno di arte e di cultura, un pilastro fondamentale della memoria storica e della identità di Terra di Lavoro e della Campania. Nel frattempo lo stesso Sottosegretario Cesaro ha predisposto un progetto di valorizzazione contenuto in un apposito Protocollo, che da mesi è stato trasmesso agli enti territoriali di riferimento. Finora nessuno lo ha tirato fuori dai cassetti in cui è stato tenuto relegato.

Nei giorni scorsi sulla stampa locale la professoressa Jolanda Capriglione è ritornata sull’argomento in modo ironico con un richiamo paradossale ai riti woodoo, facendo riferimento anche ad una ipotetica intesa unitaria dei “giovani consiglieri regionali” eletti in Terra di Lavoro per presentare di nuovo un emendamento finalizzato a sbloccare le risorse già disponibili per poter finanziare e sostenere in modo adeguato le attività di promozione, manutenzione, restauro e catalogazione (a partire dalla digitalizzazione informatica dell’Archivio, della Biblioteca con annessa Emeroteca, di valore inestimabile) – che allo stato non sono accessibili agli studiosi ed ai visitatori per carenza di personale. Per questi motivi chiediamo al Presidente della Provincia Magliocca ed alla dottoressa Romano (Direttrice Settore Cultura della Regione) di sbloccare una situazione che rimane precaria, stagnante, decidendo un atto di responsabilità e di dovere istituzionale con la convocazione del tavolo tecnico e scientifico presso la sede naturale (quella del Museo o della provincia di Caserta).
E stiamo parlando di quello che il grande archeologo Amedeo Maiuri definì “il monumento più significativo della civiltà italica in Campania e nel Sud”, il Museo Campano di Capua, scrigno della sua millenaria storia. Come ebbe a sottolineare anche il valente studioso Carlo Belli: “Può considerarsi oggi una delle gemme più fulgide tra i mirabili musei dell’Italia meridionale”. Nel 1965 ai sensi della legge 1080 emanata per tutti i musei appartenenti ad enti diversi dallo Stato, nel nostro caso la Provincia di Caserta, fu classificato tra le categorie: multiple, grandi, medie e minori, come Grande. Fondato nel 1870 dallo storico ed erudito capuano, canonico Gabriele Iannelli, ha sede nell’antico palazzo Antignano di Capua. Occupa 5000 mq espositivi con 34 sale e 3 sezioni: archeologica, medioevale e moderna. Inoltre comprende una Pinacoteca che conserva preziose opere d’arte che vanno dal XIII al XVIII secolo, nonché una biblioteca ed emeroteca con oltre 70mila testi includenti pergamene, manoscritti, carte geografiche e prime edizioni a stampa di altissimo pregio; con annesso un Archivio Storico-topografico che conserva documenti di Capua e dei suoi 36 Casali in altre epoche ad essa afferenti.

Il Museo Campano è universalmente noto non solo per la molteplicità delle sue terrecotte architettoniche e delle sue ceramiche e vasi di antica ed eccellente fattura, ma soprattutto perché custodisce più di 150 statue votive in tufo denominate Matres Matute, collezione unica al mondo nel suo genere. Orbene, in seguito alla discussa riforma delle province essendo stato azzerato il precedente Consiglio di Amministrazione senza aver emanato alcuna legge di riordino delle funzioni da parte della regione Campania, il Museo vive in un drammatico vuoto di governo. Basta dire che il personale che nel 2005 ammontava a circa 20 unità, oggi ridotto a pochi adetti. L’unica nota positiva è la nomina di un nuovo Direttore Amministrativo, in carenza di figure più competenti come quelle di esperti in archivi e storia dell’arte. Dopo di che, difficile a credersi, ma vergognosamente vero, nell’inventario degli innumerevoli enti destinatari di fondi milionari da parte della Regione, da cui Capua ha dato il nome, il Museo Campano non solo risulta da tali erogazioni totalmente escluso, ma non viene neppure menzionato quasi sia inesistente. Da ultimo la beffa di un riparto di fondi stanziati ad hoc dal Mibact di 4 milioni di euro, che dal 2016 servono a riequilibrare i danni prodotti dalla sgangherata riforma delle province: anche per responsabilità di chi amministrava l’ente, al nostro Museo sono state assegnate le briciole, poco più di 200mila euro all’anno. A fronte di riparti ben più sostanziosi destinati agli altri musei provinciali: circa due milioni di euro a Salerno, quasi un milione a Benevento ed Avellino. Un vero sfregio, uno scandalo che ancora oggi si perpetua e su cui il presidente della Regione De Luca e quello della provincia Magliocca sono chiamati a porre rimedio con urgenza – così come hanno richiesto alcune interrogazioni parlamentari rivolte al ministro Franceschini, da parte degli onorevoli Camilla Sgambato ed Arturo Scotto, della senatrice Vilma Moronese.

Venerdì 29 dicembre la rete delle associazioni Le piazze del sapere si incontra all’Hotel Capys a Capua per fare il punto su iniziative relative al Museo campano, come il nuovo bando della Fondazione con il Sud sui beni comuni (ATS), il progetto di Art Bonus per digitalizzare l’Archivio e la Biblioteca del Museo, il programma di concerti in omaggio alle Matres come patrimonio Unesco, incontri su Federico II e la Casa museo dedicata a Martucci.

Le piazze del sapere

Vaccini o antibiotici? Alla ricerca dell’arma più efficace contro i superbatteri killer

Partiamo da un dato, ogni anno nel mondo muoiono 700.000 persone a causa di quegli agenti infettivi che sono definiti superbugs: batteri, virus, funghi, parassiti che hanno “imparato” a resistere ai farmaci. Poi seguiamo la Wellcome trust e il governo britannico, che nel rapporto The review on antimicrobial resistance. Tackling drug-resistant infections globally: final report and recommendations del 2016, e nel precedente report sul medesimo tema del 2014, presenta un quadro piuttosto inquietante: nel 2050 la resistenza ai farmaci di questi agenti infettivi diventerà una causa di morte più tragicamente efficace del cancro, ucciderà ogni anno 10 milioni di persone con perdite economiche valutate in 100mila miliardi di dollari.

Infine diamo uno sguardo al passato e proponiamo un’analisi comparata col presente. Limitiamoci, per semplicità, ai batteri e ai loro farmaci antagonisti, gli antibiotici. Ebbene, tra gli anni 50 e gli anni 80, ogni anno almeno cinque o sei antibiotici nuovi si sono aggiunti al paniere di farmaci che hanno aiutato i medici a contrastare le malattie infettive di origine batterica. Negli ultimi trent’anni e più invece, dagli anni 80 ad oggi, la spinta produttiva degli antibiotici si è esaurita: nessuna nuova classe di questi farmaci è stata messa a punto. E nel frattempo molti batteri hanno iniziato a resistere agli antibiotici. Alcuni – come il Neisseria gonorrhoeae o lo Staphylococcus aureus – a resistere ad ogni antibiotico. La selezione naturale ha creato, per l’appunto, dei “superbatteri”.

Non c’è dubbio: dobbiamo cambiare strategia se vogliamo evitare che il numero di questa classe di organismi monocellulari resistenti agli antibiotici aumenti, spianando la strada al ritorno del “quarto cavaliere dell’Apocalisse”: le malattie infettive mortali. Questo è, almeno, il pensiero o, se volete, l’appello che tre scienziati molto noti – David E. Bloom, professore di economia e demografia presso la Harvard T. H. Chan School of public health, della Harvard university di Boston; Steve Black, professore di pediatria presso la Division of infectious diseases del Cincinnati children’s hospital di Cincinnati; e soprattutto l’italiano Rino Rappuoli, che guida la GalxoSmithKline vaccines Italia di Siena ed è tra i maggiori esperti di vaccini al mondo – rivolgono dalle pagine della rivista Nature alla comunità scientifica, ma anche e soprattutto a governi e case farmaceutiche. Nell’apporre la prima firma a questo appello, Rino Rappuoli rende noto che si trova in una condizione di “conflitto di interesse” (per la precisione di competing financial interests, secondo la definizione accettata dalla rivista Nature). Ciò nulla toglie alla forza della proposta dei tre studiosi: puntare la gran parte delle carte sulla ricerca di vaccini in grado di prevenire le malattie infettive causate da batteri e “superbatteri”.

Rappuoli, Bloom e Black individuano i due limiti degli antibiotici. Il primo e forse il più importante è che essi iniziano ad agire quando l’infezione è esplosa e nell’organismo circolano già miliardi di batteri. È relativamente facile, dunque, che nel Dna di uno di quegli innumerevoli organismi unicellulari si produca una qualche mutazione che rende il batterio resistente a un antibiotico. E che, dunque, questo batterio mutante continui a moltiplicarsi indisturbato. E magari a subire nel tempo ulteriori mutazioni che rendono un ceppo capace di resistere a ogni antibiotico noto. Il processo è facilitato dal fatto che la scoperta di nuove classi di antibiotici sia rallentata fortemente fino a fermarsi del tutto. La difficoltà della ricerca di nuovi farmaci è stata individuata: gli antibiotici, per raggiungere il loro obiettivo, devono superare la membrana cellulare dei batteri: una barriera formidabile, che risulta molto spesso invalicabile a molecole aliene.

Molto diversamente vanno le cose per i vaccini. Essi vengono somministrati prima che l’infezione abbia luogo. E si trovano a dover contrastare non miliardi e miliardi, ma pochi avversari. Dunque la battaglia – a prescindere dalle armi usate, che sono diverse – è certamente più facile. E in ogni caso si consuma in modo che gli agenti infettivi attaccanti abbiano possibilità minima o nulla di mutare e, dunque, di “imparare” a resistere alla difesa. Prova ne sia il fatto che, tra tutti i vaccini finora usati, nessuno ha mai determinato una capacità di resistenza nei batteri. I vaccini, inoltre, che contengono interi batteri o virus e molti antigeni sono, per così dire, multitasking: si lanciano contro diversi obiettivi, al contrario degli antibiotici che contengono una sola molecola attiva che attacca un singolo obiettivo.

Per tutti questi motivi i vaccini, diversamente dagli antibiotici, vantano enormi successi. Dalla vittoria definitiva sul vaiolo (consumata negli anni 80 del secolo scorso) all’estrema efficacia contro malattie come la difterite e il tetano. Il tutto, ripetiamo, senza aver mai generato negli agenti infettivi una qualche forma di resistenza. Contro la difterite e il tetano i vaccini sono in uso da settanta anni e neppure in questo lungo lasso di tempo hanno prodotto agenti resistenti. Inoltre, la ricerca di nuovi vaccini non ha perso smalto nel tempo. Essi continuano a essere individuati e sviluppati con ritmo costante nei laboratori di tutto il mondo. Anche grazie alle nuove biotecnologie. Dagli anni 80 a oggi, ricordano Rappuoli e colleghi, sono stati messi a punto ben ventidue nuovi vaccini grazie alle tecniche di ingegneria genetica, compresi quelli contro l’epatite B o contro il papilloma virus che causa il cancro.

Alcuni vaccini sono già impiegati con efficacia nella lotta ai batteri resistenti ai farmaci. Sia direttamente, è il caso del vaccino contro lo pneumococco capace di ridurre sia la capacità di penetrare che di diffondersi nell’organismo del batterio resistente agli antibiotici, sia indirettamente, come avviene con i vaccini contro i virus dell’influenza che abbattono l’incidenza della febbre e fanno così diminuire le complicanze che ne possono derivare, e di conseguenza anche l’uso degli antibiotici necessari per contrastarle. Gli effetti dell’uso del vaccino coniugato contro lo pneumococco, introdotto nel 2009, è stato studiato nei bambini fino a due anni in Sud Africa. Ebbene, le infezioni da “superbatteri” resistenti alla penicillina, al cefriaxone e anche a diversi farmaci sono diminuite tutte di almeno l’80 percento in appena tre anni. La strategia funziona.

Dunque, sostengono Rappuoli e i suoi colleghi americani, bisogna rimuovere gli ostacoli che ne rallentano la piena implementazione. Tra i principali c’è quello economico. Intanto perché la ricerca dei vaccini costa e, dal punto di vista della cause farmaceutiche, rende molto meno di quella sui farmaci antibiotici. E poi c’è un contrasto non risolto. Che è culturale, ma forse non solo culturale. Se, infatti, la britannica Wellcome trust, la Bill & Melinda Gates foundation e il National institutes of health degli Stati Uniti hanno fatto propria l’idea che quella fondata sui vaccini è di gran lunga la migliore strategia per combattere le malattie resistenti ai farmaci, restano di diverso avviso l’Organizzazione mondiale di sanità, l’agenzia della Nazioni Unite che invece individua la strada principale per combattere i “superbatteri” nello sviluppo di nuovi antibiotici.

La questione deve essere risolta in un modo o nell’altro o in una combinazione equilibrata di entrambe le strategie. Bisogna farlo in tempi rapidi e in maniera assolutamente trasparente, con ricerche approfondite. Perché gli interessi economici in gioco sono molti. Ma l’obiettivo prioritario per tutti non può che essere uno solo: impedire che ogni anno muoiano 700mila persone per malattie generate da agenti resistenti ai farmaci e impedire che questo numero aumenti di dieci o quindici volte da qui al 2050, diventando il principale problema di salute dell’umanità.

Sono 24 milioni i profughi climatici nel mondo. Ma non hanno alcun riconoscimento

Terremoti, maremoti. Inondazioni. Tempeste. Uragani. Riscaldamento globale. L’umanità è in movimento, si sposta da una costa all’altra, da un lato all’altro del mondo, dall’alba dell’umanità. La prima causa per cui questo accade, è accaduto ed accadrà è legata alla natura e non alla storia, alle conseguenze che si pagano quando cambia la geografia, il meteo, l’ambiente che ci circonda. Il cambiamento climatico sarà la prima causa della migrazione futura degli uomini.

Oggi i rifugiati, negli ultimi giorni del 2017, hanno raggiunto il più alto numero dalla seconda guerra mondiale: 65 milioni di persone nel mondo sono attualmente lontane dalla loro casa. Tra loro sono 25 milioni i rifugiati e richiedenti d’asilo che vivono fuori dal loro Paese d’origine. Ma questi numeri non includono i profughi del cambiamento climatico.

Secondo la legge internazionale, solo chi scappa da guerre e persecuzioni ha diritto allo status di rifugiato, ma non chi abbandona le mura di casa per i disastri dell’ambiente che lo circonda. Sono 24 milioni – una cifra stimata, perché non c’è un vero censimento – le persone scappate dal loro luogo d’origine per i disastri naturali, senza però varcare i confini del loro paese. Lo dice l’ultimo rapporto del Center Internal Displacement, appena pubblicato.

Sono più di tre milioni i nuovi rifugiati per i disastri del 2016. Se dall’Africa subsahariana si scappa più che dal Medio Oriente, a causa dei violenti scontri tra fazioni armate, la regione da cui si scappa di più per i disastri naturali è il sud-est asiatico. Sono state le tempeste la prima causa delle catastrofi naturali nella regione.

È stato un politico della Nuova Zelanda, James Shaw, leader del partito dei Verdi, a proporre un visto per i profughi del cambiamento climatico alle Nazioni Unite lo scorso novembre: “E’ un’opzione, è uno speciale visto umanitario, che permette alle persone di migrare a causa del cambiamento climatico”, che riconosce ufficialmente e legalmente lo status del “migrante climatico”, che oggi non esiste. Sarà il suo governo a tentare di creare il primo visto del mondo per “rifugiati climatici”, di cui beneficeranno soprattutto gli abitanti delle isole del Pacifico, operando secondo il principio della “giustizia climatica: la Nuova Zelanda ha contribuito storicamente ad inquinare di più rispetto alle isole”.

Più si alzeranno le temperature della terra, più aumenteranno anche le richieste d’asilo nel mondo, conferma uno studio del giornale Science pubblicato quattro giorni fa. Nel 2100 le richieste d’asilo, secondo lo stesso report citato dal National Geographic, saranno maggiori del 28% rispetto ad oggi, se i governi dovessero rispettare gli impegni presi contro il riscaldamento globale. Invece secondo lo scenario peggiore, – se il cambiamento climatico non dovesse fermarsi, se gli uomini non dovessero modificare le loro abitudini per rispettare la natura-, le richieste triplicherebbero, con un milione di rifugiati climatici all’anno.

Biotestamento: la legge vieta l’obiezione di coscienza sulle Dat annunciata da operatori cattolici

Già prima che la legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento (testamento biologico) compaia sulla Gazzetta ufficiale, una componente della gerarchia cattolica, alcune organizzazioni cattoliche di operatori sanitari e rappresentanti di strutture sanitarie private cattoliche hanno annunciato che si rifiuteranno di applicarla, appellandosi ad una obiezione di coscienza non prevista dalla legge, anzi esplicitamente vietata per le strutture sanitarie pubbliche e private.
Il comma 9 dell’art. 1 della legge appena approvata, infatti, così recita: “Ogni struttura sanitaria pubblica o privata garantisce con proprie modalità organizzative la piena e corretta attuazione dei principi di cui alla presente legge, assicurando l’informazione necessaria ai pazienti e la formazione del personale.”
Forse è bene chiarire semplicemente quali conseguenze prevedono le leggi sanitarie attuali della Repubblica italiana a partire dalla riforma del 1992-93 (decreti legislativi n. 502 e n. 517 e successive modificazioni) nel caso in cui una struttura sanitaria violi leggi in materia sanitaria.
Nel caso di una struttura pubblica (cioè di proprietà e gestione pubblica) l’art. 3bis (comma 7 e 7bis) del D.Lgs. 502 prevede che “in caso di violazione di legge ”la Regione debba risolvere il contratto dichiarando la decadenza del direttore generale” della struttura sanitaria.
Le strutture private per poter erogare prestazioni sanitarie a pagamento per i cittadini debbono essere “autorizzate” dalla Regione. Per poter erogare prestazioni sanitarie per conto della Regione (cioè rimborsate da essa) devono essere “accreditate” da quest’ultima.
Senza entrare in dettagli tecnici ciò significa che sia le strutture private autorizzate che quelle accreditate sono sottoposte ad una serie di controlli della Regione riguardanti gli impianti, la presenza e professionalità del personale e il rispetto della normativa in materia sanitaria.
Dunque se una struttura privata (autorizzata o accreditata) dichiara di non applicare una legge dello Stato in materia sanitaria, la Regione ha l’obbligo di revocarne l’autorizzazione ad erogare qualsiasi prestazione sanitaria, anche a pagamento, cioè a chiuderla sino a quando non dimostri di applicarla.
In sintesi se una struttura sanitaria non garantisce l’applicazione di una legge, la Regione se la struttura è pubblica ha l’obbligo di nominare un nuovo direttore generale, se la struttura è privata ha l’obbligo di chiuderla sino a quando il rispetto della legge non venga ripristinato.
Nel caso in esame, l’obiezione di coscienza per le strutture sanitarie non esiste neanche teoricamente. L’obiezione di coscienza è altra cosa: riguarda infatti la coscienza individuale, non il contratto giuridico di accreditamento o di autorizzazione di una struttura sanitaria. L’obiezione di coscienza o la disobbedienza nei confronti di una legge ritenuta ingiusta è una scelta individuale (anche se condivisa con altri) e può essere densa di conseguenze personali per chi la percorre.
Contro l’obbligatorietà del servizio militare ha comportato il carcere per Roberto Cicciomessere e altri radicali. Contro l’aborto clandestino ha comportato il carcere per Adele Faccio, Gianfranco Spadaccia ed Emma Bonino. Contro le norme di epoca fascista sul suicidio assistito è sotto processo Marco Cappato.
Mai una decisione o un annuncio di operatori sanitari cattolici ha portato ad una qualche conseguenza pur lieve, anzi generalmente ha facilitato carriere ospedaliere e maggiori finanziamenti alle strutture.
Dubito che anche in questo caso ci saranno comportamenti trasparenti da chi in questi giorni proclama la propria obiezione “di struttura” ma, ove vi fossero, i presidenti e gli assessori delle Regioni avranno l’obbligo di intervenire.
Il Lazio è una delle regioni a maggiore densità (numerica ed economica) di strutture sanitarie private cattoliche: è bene che il presidente Zingaretti, responsabile istituzionale della sanità regionale, abbia ben presente i termini del problema.

 

Marcello Crivellini è docente del Politecnico di Milano e consigliere generale dell’associazione Luca Coscioni

Restare umani e solidali, anche nel lavoro

La vicenda arriva da Prato dall’azienda Biancalani attiva nel settore meccanotessile dal 1957, anno in cui Fiorenzo Biancalani la fondò partendo dal nulla. È una di quelle storie di imprenditoria italiana che ha tutti gli ingredienti, positivi e negativi, di questi anni: c’è l’idea vincente originale, c’è il passaggio di consegne ai figli e poi ai figli dei figli, c’è il periodo di crisi (che in questo caso arriva nel 2008 e coinvolge più o meno tutto il settore), c’è l’export (la Biancalani esporta circa l’80% della sua produzione) e poi l’innovazione continua per rimanere forti sul mercato.

Mancano però, in questa storia, due ingredienti deleteri di cui si sente troppo spesso in giro: qui infatti non ci sono furbi giochetti finanziari (la Biancalani è un’azienda come pensavano le azienda i nonni, quelli che “facevano” un lavoro perché “producevano” cose senza bisogno di incespicare nella finanza) e soprattutto c’è un riconoscimento del valore del lavoro e quindi dei lavoratori.

Così quando i dirigenti dell’azienda hanno deciso di festeggiare un anno in forte crescita raddoppiando la tredicesima a tutti i dipendenti (offrendo un bonus supplementare di circa 3mila euro, ndr) come premio per l’ottimo lavoro svolto improvvisamente la notizia ha cominciato a rimbalzare a livello locale e nazionale come se fosse qualcosa di straordinario. Del resto già aveva fatto notizia il fatto che la Biancalani avesse rispettato un patto firmato con i sindacati onorando la promessa di nuove dieci assunzioni giusto qualche mese fa.

Incredibile, davvero, che degli imprenditori rispettino gli accordi e condividano i successi con i propri lavoratori? No, davvero. Se non fosse che anche qui da noi ormai l’ingordigia e lo sfruttamento siano diventate pratiche accettabili e accettate come se nulla fosse e così il lavoro “come dovrebbe essere” finisce nel cassetto delle storie strappalacrime natalizie.

Bravi i Biancalani, quindi, ma soprattutto malissimo quegli altri che ancora non hanno capito che conviene a tutti.

Buon mercoledì.