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La ballata del ribelle Woody Guthrie

«Ti molestano i poliziotti, questo lo so / Ma quella gente non sa fare altro / E quando da morto in Paradiso andrai / Di poliziotti non ne troverai». Si chiude così una delle più belle ed evocative ballate di Woody Guthrie, forse non tra le sue più note, di recente resa in maniera splendida in un locale del centro di Roma dalla voce e dalla chitarra di Luigi “Grechi” De Gregori.

La canzone ha per titolo “The Hobo Lullaby”, ove il termine hobo, di origine incerta, identifica chi senza fissa dimora si sposta da un luogo all’altro, da una città all’altra, in cerca di lavoro. Si tratta di figure spesso accomunate a quelle dei semplici vagabondi di cui è piena la storia americana; e di cui erano pieni anche i vagoni dei treni, soprattutto di notte, dal momento che gli spostamenti avvenivano spesso in maniera clandestina proprio a mezzo rotaia.

Woody Guthrie è stato egli stesso a lungo un hobo, e in un certo senso non ha mai smesso di esserlo, anche negli anni in cui le sue canzoni, in un modo o nell’altro hanno cominciato a circolare in maniera più pervasiva in America; persino quando il senso della sua tournée infinita non fu più la necessità e l’impulso di andarsene da casa sua, ma quella di spargere musica e la voglia di stare sempre e indiscutibilmente dalla stessa parte, la parte degli oppressi.

Sempre o quasi lontano dal successo commerciale, la sua figura è però presto divenuta un mito, e le sue canzoni hanno fatto e fanno parte del repertorio di tanti grandi cantori della protesta di ieri e di oggi. Difficilmente saremmo in grado di immaginare uno spazio, nella nostra contemporaneità, per un canto ostinato e contrario senza l’eredità delle canzoni di rivolta lasciata da Guthrie.

È appena uscita in Italia la traduzione de La ballata di Woody Guthrie (Minimum Fax) proprio per mano…

L’articolo di Enrico Terrinoni prosegue su Left in edicola


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Alle origini dello schiavismo made in England

Nel 1802 i moli del West India Quay sul fiume Tamigi furono completati grazie agli investimenti dei mercanti. Del vecchio porto oggi resta solo l’edificio del museum of London Docklands che nel 2007, non senza polemiche, inaugurò la mostra permanente London, sugar and slavery. L’allestimento nel cuore dell’ex terminale dell’impero britannico di un’esposizione sulla plurisecolare barbarie che si consumò all’interno del “Triangolo degli schiavi” delimitato fra Inghilterra, Africa e America dalle rotte dei vascelli negrieri (3mila quelli salpati dalla sola Londra) fu interpretato da alcuni come un atto politico.

Colin Prescod dell’Institute for race relations, uno degli esperti interpellati per l’allestimento, replicò che qualsiasi fattore mettesse in discussione i rapporti fra Londra e lo schiavismo non poteva non avere un impatto politico. Fra coloro che dettero un contributo alla mostra anche Cy Grant, pronipote di schiavi della Guyana, attore, poeta e musicista, che affermò che su questo tema il popolo britannico era affetto da «amnesia collettiva». Oggi la mostra è ospitata al terzo piano di un edificio basso, sovrastato da grattacieli costruiti secondo la stessa logica del profitto in purezza di cui lo schiavismo fu frutto, nel cuore di quella gigantesca riconversione dei Docklands a città finanziaria che si svolse negli anni Ottanta sotto la spinta di un’entusiasta Margaret Thatcher. E, fra gli altri, è meta di scolaresche composte anche dai discendenti di coloro che fra queste mura furono…

L’articolo di Francesco Troccoli prosegue su Left in edicola


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Suad Amiry: Gerusalemme è di tutti, e appartiene al popolo

July 25, 2017 - Gaza City, Gaza Strip, Palestinian Territory - A Palestinian artist paints a mural drawing depicting the Dome of the Rock Mosque against Israeli security measures that were implemented at the Al-Aqsa mosque compound in Jerusalem the previous week prior to being removed after their installation triggered deadly violence in Gaza city on July 25, 2017. The Israeli move came in the face of intensive international diplomacy seeking to stop the dispute over the Haram al-Sharif mosque compound, known to Jews as the Temple Mount, sparking wider Palestinian unrest. The government said it would introduce subtler measures instead to secure the compound, which houses the revered Al-Aqsa mosque and Dome of the Rock, following a deadly attack on Israeli police nearby (Credit Image: © Ashraf Amra/APA Images via ZUMA Wire)

«Qui, un grande shock per noi, cara mia». La voce dolce di Suad Amiry si diffonde via whatsapp. Shock è una parola che pronuncia con coraggio, con l’audacia delle pagine dei suoi libri. Tra questi, c’è Golda ha dormito qui. Anche Golda Meir, primo ministro d’Israele, si è insediata in una casa che apparteneva ad un palestinese, una villa da cui aveva fatto cancellare tutte le scritte e decorazioni arabe, nel 1948. In quel libro, pubblicato in Italia da Feltrinelli, Suad lasciava fuori la geopolitica internazionale per affrontare i sentimenti universali come quello della perdita della casa, dei ricordi. «È uno stato d’animo che tutti possono capire: se perdi casa tua, se vedi che c’è un’altra famiglia dentro, quel trauma non ha confini, possono capirlo tutti, è una cosa concreta, uno stato psicologico comune». La Palestina come casa, come spazio intimo perduto. Architetto e scrittrice Suad è nata a Damasco, ora vive a Ramallah, e non può vedere sua sorella e suo fratello che vivono in Giordania né può andare a Gerusalemme est.

Come si vive a Ramallah?

A Ramallah la gente non sa cosa fare. Ma accadono molte cose. I ragazzi dopo la scuola vanno ai check point a protestare. Le persone si confrontano ogni giorno, ci sono manifestazioni al centro della città, e devo dire che si sentono in giro discussioni interessanti. È la prima volta che i giovani chiedono consigli agli adulti che hanno partecipato alla prima Intifada. I giovani non dimostrano la solita mancanza di fiducia che provano per la generazione precedente, per la politica, per esempio, della generazione Abu Mazen. Oggi (il 19 dicembre ndr) andrò a una di queste riunioni, perché dobbiamo capire cosa pensano i giovani. Incontrerò un…

L’intervista di Michela AG Iaccarino a Suad Amiry prosegue su Left in edicola


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All’alba, i soldati hanno portato via Ahed e Nour

Palestinian Ahed Tamimi (R), 17, a well-known campaigner against Israel's occupation, appears at a military court at the Israeli-run Ofer prison in the West Bank village of Betunia on December 20, 2017. Israel's army arrested Tamimi on December 19, 2017, after a video went viral of her slapping Israeli soldiers in the occupied West Bank as they remained impassive. / AFP PHOTO / Ahmad GHARABLI (Photo credit should read AHMAD GHARABLI/AFP/Getty Images)

Avigdor Liebermann, ministro della Difesa israeliano e residente in una colonia, illegale secondo la Convenzione di Ginevra e l’Onu, si è felicitato dell’arresto della giovane palestinese Ahed Tamimi, del villaggio di Nabi Saleh, ed ha subito dichiarato: «Nessuno – non solo la ragazza ma anche i genitori e tutti quelli intorno a loro – sfuggiranno a quello che meritano… Qualsiasi persona che diventa violenta durante il giorno verrà arrestata di notte». Eseguite le volontà di Lieberman, Ahed è stata sequestrata di notte con le solite incursioni di soldati alla ricerca di ragazzini che forse hanno tirato pietre nelle manifestazioni del venerdì. Anche Nour Tamimi, la cugina, è stata presa dai soldati mentre dormiva. Erano le 5.29 del mattino del 19 dicembre quando ho ricevuto da sua madre, Boshra, un messaggio: «Hanno preso Nour».

Il giorno prima al posto di polizia vicino alla colonia Adam, avevano arrestato Nariman, la madre di Ahed, indomita attivista, ferita più volte e già arrestata in precedenza dall’esercito israeliano. La mattina dopo il padre è andato alla prigione di Ofer, dove i palestinesi vengono giudicati da un tribunale militare, per assistere alla prima udienza di Ahed ed è stato arrestato e rilasciato dopo qualche ora con l’obbligo di recarsi il giorno successivo al posto di polizia.

Ahed, Nariman e Nour, sono state arrestate perché hanno osato “umiliare”, l’esercito “più…

 

L’articolo di Luisa Morgantini prosegue su Left in edicola


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Il Calendario laico 2018 di Left illustrato da Vauro

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Il Calendario laico 2018 illustrato da Vauro è pubblicato su Left in edicola


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Liberi di pensare

In questo tribolato fine anno che si conclude senza vedere riconosciuti diritti fondamentali come lo ius soli e senza nemmeno l’ombra di corridoi umanitari per i moltissimi che scappano da guerre, dittature e povertà, che fine ha fatto una prospettiva di sinistra? Qualche fragile segnale di una sinistra che prova a riorganizzarsi dal basso si intravede all’orizzonte, volendo essere molto generosi e ottimisti. Aduggiata dalla gigantografia del naufragio del Giglio magico che campeggia su tutti i giornali. Matteo Renzi s’incarta da solo, dopo aver invocato la commissione banche, affidandola a Casini (che udite, udite, potrebbe essere candidato nelle liste del Pd a Bologna). Sempre più difficile per il segretario del Pd ed ex premier nascondere il macroscopico conflitto d’interessi della sottosegretaria Maria Elena Boschi riguardo alla Banca Etruria (solo Matteo Orfini intigna). L’audizione dell’ex amministratore delegato di Unicredit Ghizzoni ha indirettamente confermato ciò che De Bortoli ha scritto nel suo libro. (L’ex ministro Boschi aveva minacciato querela poi ha deciso di procedere per via civile).

Mentre scriviamo, perfino fedelissimi di Renzi, come Lotti e Delrio, vacillano rispetto alla ipotesi di una ricandidatura della Boschi, fosse pure nel collegio più lontano dal distretto dell’oro aretino. Segnali che la sonorissima bocciatura della riforma costituzionale Renzi – Boschi al referendum del 4 dicembre 2016 (ostinatamente negata dai due firmatari) comincia a produrre effetti, seppur con effetto retard?
Certo, ribadiamo, non basterà de-renzizzare il Pd perché diventi un partito di sinistra. Perché la sinistra possa rinascere in quest’Italia che a marzo andrà a votare con la legge truffa detta Rosatellum, occorre un drastico cambio di punto vista, è necessaria una visione politica nuova, laica, moderna, che dia rappresentanza ai gruppi sociali più deboli, che si apra alle donne e ai migranti come soggetti politici… per cominciare.
Negli ultimi vent’anni la sinistra è andata in tutt’altra direzione: quella “radicale” si è persa dietro al pifferaio Bertinotti, che dal Brancaccio del 1991 voleva condurla sul monte Athos, celebrando una rifondazione catto-comunista in salsa radical chic. Quella più moderata era già caduta per terra, rumorosamente come il muro nell’89, mentre inseguiva una non meglio identificata Cosa rossa. Così dopo la svolta della Bolognina si è applicata a imitare il blairismo e si ostina a farlo ancora oggi (inseguendo Macron), non accorgendosi che il neoliberismo figlio della Thatcher ha fallito bellamente e che, anche in Inghilterra dove è nato, è stato rottamato da un vecchio signore di nome Corbyn che dialoga con le nuove generazioni. Il vuoto totale di idee in cui, purtroppo, si dibatte la sinistra oggi è reso evidente dal suo continuo invocare papa Bergoglio come leader. Non vedendo (o facendo finta di non vedere) l’assoluto conservatorismo della dottrina, che condanna le donne a fare figli come conigli, che le addita come assassine se decidono di abortire.

Quali e quanti danni faccia la politica italiana genuflessa lo vediamo con chiarezza anche in questo fine anno: all’indomani dell’approvazione della legge sul biotestamento, il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, dichiara di voler garantire l’esercizio dell’obiezione di coscienza sulle Dat (dichiarazioni anticipate di trattamento) a medici e strutture cattoliche. Anche se la legge appena approvata non prevede l’obiezione di coscienza. Anche se il diritto costituzionale al rifiuto e all’interruzione delle cure viene riaffermato nell’art. 1 della recente legge (sesto comma). È inaccettabile il violento paternalismo cattolico che annulla le esigenze, il sentire, il dolore della persona riducendola a mero corpo, mera biologia, da conservare ad ogni costo. Come si fa a non vedere quanto sia tutt’altro che misericordioso difendere la vita biologica come un valore inviolabile perché di proprietà divina? La laicità, al contrario, permette di fare leggi che tutelano i diritti di tutti, lasciando a chi crede la libertà di non sottoscrivere le Dat. Laicità è la parola chiave per la nuova sinistra. Ancor più ateismo. Un nuovo pensiero di sinistra non può essere fondato sulla trascendenza. Una nuova prassi di trasformazione non può essere basata sulla religione che nega ogni idea di trasformazione umana. Così alla fine di un anno molto duro e difficile l’augurio che facciamo ai nostri lettori e a noi stessi per il 2018 è che sia un anno all’insegna della ricerca, liberi di pensare e di non credere.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto dal numero di Left in edicola


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Sorvegliati speciali. A casa loro

Palestinians mark the 13th anniversary of Palestinian President Yasser Arafat death, in the West Bank City of Ramallah, Thursday, Nov. 9, 2017.(AP Photo/Majdi Mohammed)

«Molti parlano di colpo fatale portato al processo di pace dalla decisione di Donald Trump di trasferire l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme. Ma quale processo di pace? C’è mai stato un processo di pace? È pura ipocrisia», dice perentorio Walid, palestinese di Silwan, un quartiere di Gerusalemme est, raggiunto via Skype.

Walid, amaro, aggiunge: «Parliamo invece della sofferenza quotidiana dei palestinesi di Gerusalemme di cui nessun mai parla. Di geopolitica tutti parlano, ma della vita quotidiana c’è la totale omertà. Prima del 1947, la totalità di Gerusalemme era palestinese. Dopo il piano di partizione della Palestina delle Nazioni unite, lo stesso anno, l’Onu ha dato a Gerusalemme lo status di zona internazionale. Israele ha invaso Gerusalemme ovest e ha stabilito una frontiera di fatto chiamata Linea verde, cacciando migliaia di palestinesi da questa parte della città. Nel 1967, Israele ha occupato e poi annesso Gerusalemme est. L’occupazione e l’annessione di Gerusalemme est sono illegali secondo il diritto internazionale. I palestinesi che vivono a Gerusalemme est non hanno la cittadinanza israeliana. Dopo l’annessione, lo Stato israeliano ha effettuato un censimento di questa zona e ha concesso la residenza permanente a tutte le persone che si trovavano lì in quel momento. Le persone costrette dalla guerra a fuggire dalla città, hanno perso irrimediabilmente e da un giorno all’altro, il loro diritto di risiedervi. Nella loro città. La vita dei residenti permanenti (ufficialmente chiamati “residenti stranieri”), dipende dal cosiddetto “Center of life policy” introdotto nel 1995. I palestinesi devono provare costantemente che vivono in modo continuativo a Gerusalemme: devono radunare, conservare e esibire un mucchio di documenti, bollette della luce e dell’acqua, moduli di iscrizione a scuola, ricette mediche, ecc. pena la revoca della residenza».

Ma non basta racimolare e presentare questi documenti. «Una volta trasmessi al ministero dell’Interno – prosegue Walid – questi documenti vengono esaminati scrupolosamente e poi vengono organizzate dall’amministrazione visite a sorpresa per ulteriori accertamenti. Queste visite possono essere particolarmente crudeli: gli importi relativi al consumo di elettricità vengono scrupolosamente passati al vaglio, gli ispettori possono…

L’articolo di Tahar Lamri prosegue su Left in edicola


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Jeremy il rosso, fine d’anno guardando avanti: «Abbiamo tanta energia»

epa06389810 Labour leader Jeremy Corbyn joins workers to make coffee at a 'Change Please' mobile coffee stand in Borough Market, Central London, Britain, 14 December 2017. The 'Change Please' organisation retrains the homeless as baristas in a number of mobile coffee vans across London. EPA/WILL OLIVER

Le ultime parole di Jeremy il rosso nel 2017. No al secondo referendum sulla Brexit, si solo alla battaglia. «We will take battle out there». Noi daremo battaglia lì fuori. Corbyn forever. Fino al 2022. E lo dice lui.

Mangiando barrette energetiche ed evitando l’alcol e la carne, a 68 anni, – ed è lui stesso a dirlo-, combatterà la May, col porridge a colazione. «Il governo May è così instabile che potrebbe crollare nei prossimi 12 mesi», ma lui è disposto ad «aspettare fino al 2022», se la minoranza sugli scranni dei Tories dovesse durare. Lo ha detto al Congresso dei Labour del 28 dicembre, prima della fine di un anno che per lui è stato l’apogeo della carriera politica: continuerà così e potrebbe continuare così per altri cinque anni.

«Ho energia, abbiamo tanta energia». Solo un anno fa il partito di Jeremy il rosso era 21 punti dietro quello della May, che governava con una maggioranza solida che non si registrava dal 1983, poco prima della vittoria di Margaret Thatcher. Adesso, a fine anno, è tempo di tirare le somme e quelle di Corbyn tornano più che mai: lo share dei Labour è cresciuto con il 68enne di 9.6 punti, raggiungendo percentuali non registrate più dopo Clement Attlee, dopo la Seconda guerra mondiale.

«È stato un anno interessante, questo è certo, ho partecipato a 100 eventi, durante la campagna elettorale, ho viaggiato in lungo e largo questa terra. Non abbiamo vinto alle elezioni, questo è il mio rimorso. Ma abbiamo avuto il più grosso voto dei Labour in Gran Bretagna dal 1970, il più diffuso dalla Seconda guerra mondiale. Ed è stato raggiunto durante la campagna elettorale, e questo è insolito».

La sua campagna è stata lanciata solo a maggio scorso, il 16, all’università di Bradford. «Distribuivo copie del manifesto, sembrava strano, le persone premevano contro i vetri mentre parlavano, sembrava una scena del Laureato». Ora Corbyn deve affrontare le sfide del nuovo anno, come le prossime elezioni amministrative.

«Le elezioni più grosse ci saranno a Londra, Birmingham, Newcastle e lavoreremo sodo. A Londra ci concentreremo sulle abitazioni per tutti». Sulla Brexit non torna indietro: «facciamo parte dello stesso continente europeo, dobbiamo mantenere una relazione economica, le relazioni tra università, l’Erasmus. Ma non stiamo indicendo un secondo referendum. Accettiamo i risultati del primo, il referendum c’è stato, il Leave ha vinto».

L’ultima di Corbyn è questa: aspettare. Il leader laburista è pronto a combattere alle elezioni anytime, anche se il tempo per lui tarderà ad arrivare e il governo dovesse sopravvivere a se stesso. E aspettare – sarà capace, dice – fino al 2022.

Applaudono la campionessa di scacchi e intanto vendono bombe

epa05820772 Chinese player Tan Zhongyi (L) faces Anna Muzychuk (R) of Ukraine in the first game of their Women's World Chess Championship final in Tehran, Iran, 28 February 2017. EPA/ABEDIN TAHERKENAREH

L’ipocrisia è un ingrediente che va cotto con calma, servito con una certa impudenza e dissimulato con abilità: solo così ci si può permettere di dare una notizia con la leggerezza di un banale discorso da bar e fingere che “tutto va ben”.

L’ipocrisia oggi sta tutta nelle paginate di lodi sperticate riservate alla campionessa di scacchi Anna Muzychuk che ha deciso di non partecipare ai mondiali in Arabia Saudita per, come ha spiegato lei stessa, “non giocare secondo le regole altrui, non indossare un velo, non essere scortata in giro e non sentirmi una sottospecie umana”.

Via con gli elogi. Tutti a sottolineare come ci voglia coraggio per rinunciare ai titoli mondiali (due, nel caso della Muzychuk) per difendere i propri principi, tutti a sottolineare la grandezza di chi non legittima Paesi così poco democratici, tutti a insegnarci come lo sport ancora una volta sia un esempio altissimo.

Peccato che i sauditi dell’Arabia Saudita siano gli stessi a cui il governo italiano (Gentiloni e Pinotti in testa) hanno venduto ventimila bombe (e altro materiale bellico) che hanno provocato in Yemen almeno diecimila morti tra i civili. Peccato che il governo italiano sia lo stesso che in Europa ha votato una Risoluzione del Parlamento Europeo per “avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’UE di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita”, in considerazione delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale perpetrate dall’Arabia Saudita nello Yemen e poi è diventato il suo primo spacciatore bellico. Peccato che i sauditi che oggi su tutte le pagine figurano come “cattivi” siano gli stessi con cui alti esponenti del nostro governo si sono fatti fotografare con pose sorridenti.

Peccato, soprattutto, che i giornalisti di casa nostra si dimentichino questo piccolo particolare mentre raccontano la favola della campionessa di scacchi. Già. Peccato.

Buon venerdì.

Astrologi, maghi e indovini toppano ancora. Le previsioni alla prova del Cicap

Ormai tradizione consolidata, al pari di pandoro e lenticchie, torna anche quest’anno la verifica annuale del Cicap sulle previsioni astrologiche e le profezie che si sarebbero dovute avverare nel corso del 2017.

Come ricorda Massimo Polidoro, segretario nazionale del Cicap: «È un controllo che il Comitato porta avanti da oltre vent’anni, anche se nella maggior parte dei casi possiamo solo dire che le previsioni sono così vaghe e generiche che non si possono nemmeno smentire. Dire che nell’anno nuovo “morirà una persona famosa” o “ci sarà una catastrofe” non sono previsioni, ma ovvietà».

«E ugualmente», ribadisce ancora Stefano Bagnasco, fisico dell’Istituto nazionale di fisica nucleare e coordinatore del Gruppo di studio sull’astrologia del Cicap, «i casi di profezie avverate non significano necessariamente che si posseggano doti paranormali, ma piuttosto che a forza di tirare a indovinare qualcosa si azzecca. Soprattutto se la previsione è sufficientemente oscura e aperta alle interpretazioni».

Cosa, quest’ultima, che capita immancabilmente quando si tira in ballo Nostradamus. Racconta Sonia Ciampoli del Cicap e responsabile della raccolta delle previsioni: «In maniera piuttosto arbitraria, alcune delle Quartine del profeta francese sono state lette come riferite al 2017, ma anche stavolta nessuna sembra essersi realizzata».

Le catastrofi previste da Nostradamus

Secondo Nostradamus, infatti, sugli Stati Uniti occidentali si sarebbe dovuto abbattere un terribile terremoto (quello che gli scienziati pensano arriverà dalla faglia di Sant’Andrea in California, forse?), mentre il Vesuvio sarebbe tornato a provocare morte e distruzione con una gigantesca eruzione. Per fortuna, nessuno dei due eventi si è verificato, così come non risulta che abbiamo iniziato a parlare con gli animali, né che i raggi del sole arrivino più potenti sulla terra: più plausibile, per chi guarda con preoccupazione alle dinamiche politiche internazionali, è la previsione di un incombente terza guerra mondiale, che gli estimatori di Nostradamus legano indissolubilmente alla Quartina 40, che avrebbe previsto senza ombra di dubbio l’elezione di Trump. Recita infatti la Quartina nella sua traduzione inglese: «The false trumpet concealing madness will cause Byzantium to change its laws», dove, ovviamente, il “trumpet” sarebbe Trump e Bisanzio viene letta come Grecia e interpretata come paese centrale delle rotte di emigrazione.

«Possiamo leggere tutto dappertutto, se forziamo le interpretazioni ai nostri bias» continua Massimo Polidoro. «Perché mai Nostradamus nel Cinquecento avrebbe dovuto parlare di Grecia chiamandola Bisanzio, visto che quello è l’antico nome di Costantinopoli – come era nota ai tempi di Nostradamus – poi diventata Istanbul? E perché la Grecia sarebbe centrale nell’emigrazione verso l’America, che invece segue altri percorsi e proviene significativamente da altre zone? Senza contare che, andando a leggere l’originale della profezia di Nostradamus, si scopre che manca un pezzo: “La tromba falsa che finge follia farà Bisanzio un cambiamento delle leggi: uscirà d’Egitto chi vuole che ci si compiaccia editto che cambia monete e leghe metalliche”. Come sempre, con Nostradamus, qualcosa di completamente vago e interpretabile a piacere, ma che davvero non ha nessun collegamento con gli Stati Uniti o con Trump».

Trump e il mondo in guerra

Trump invece è centrale in molte delle previsioni raccolte dal Cicap, e questo è decisamente poco sorprendente, vista l’importanza della sua carica e la peculiarità del personaggio. La sedicente sensitiva Claudia Pinna prevedeva ad esempio che avrebbe fatto scoppiare la terza guerra mondiale, ma – quantomeno per quest’anno – non è andata così.

E su questo tema che crediamo preoccupi molti, qualcuno comincia già ad avanzare qualche ipotesi per il 2018, per esempio Craig Hamilton-Parker, celebre veggente inglese che avrebbe predetto tanto la Brexit quanto l’elezione di Trump stesso (ma in realtà quest’ultima no), secondo il quale il dittatore nordcoreano Kim Jong-un verrà rovesciato da una sommossa interna e il suo cadavere non verrà mai ritrovato, facendo sospettare molti che si sia rifugiato in Cina. Di questo parliamo l’anno prossimo, però, come di un po’ tutte le fosche previsioni di guerre e disastri e terribili conflitti per il 2018.

Catastrofi, attentati e politica internazionale

Tornando al 2016, diverse previsioni catastrofiche non si sono avverate, come quella di Gennaro D’Auria, che profetizzava un eccidio in metropolitana, a Roma o Napoli, o ancora di Claudia Pinna, che si aspettava anche lei degli ostaggi in metropolitana, un attentato Isis a Roma e «Caos e disordini al mercato del mercoledì di Chivasso», oltre a un terribile attentato a Trump, che avrebbe provocato morti e feriti.

Riguardo l’ISIS, è interessante la previsione dell’astrologa Grazia Mirti, che dichiarava: “Per Isis primavera agitata, poi dovrà calmarsi, in autunno, quando potrebbe perdere definitivamente la partita.” Ci sentiamo di attribuirle un punto perché in effetti, quantomeno in Siria, l’Isis ha perso, e proprio a inizio autunno.

In politica, sia Grazia Mirti sia Otelma prevedevano elezioni anticipate nel 2017, ma come si è visto, invece, la legislatura viene portata a termine e si andrà alle urne solo l’anno prossimo.

Il premio per la profezia più vaga dell’anno lo vince Astra, che ha dichiarato “laddove ci sono squilibri e risse, queste potrebbero accentuarsi o dar modo alle potenze oscuro e a nemici nell’ombra di mettere in atto i loro intenti, cercando di sopraffare la libertà altrui. Ma siccome questa eclissi si forma in trigono a Giove, è sperabile che le forze buone abbiano il sopravvento”. Vince invece la menzione speciale per tecnica profetica più improponibile Solange, che ha letto il piede alla candidata sindaca di Carrara, prevedendone la vittoria: Alessandra Caffaz ha invece ottenuto solo l’1,8% dei voti.

Juve vince, Juve perde

Il 2017 è stato generoso con quanti si sono avventurati nelle previsioni sportive: il mago Otelma ha ad esempio profetizzato con successo che la Juve non avrebbe potuto vincere la Champions League: in effetti i bianconeri sono stati sconfitti dal Real Madrid per 4 a 1, ma stiamo parlando di calcio: le probabilità di indovinare un risultato sono pari a quelle del lancio della monetina. Sempre Otelma, ma anche Grazia Mirti, avevano dato per certo il ritiro di Totti dal calcio, ma anche qui, che il capitano giallorosso avrebbe smesso di giocare era nell’aria da qualche tempo, un po’ per sopraggiunti limiti di età, un po’ per un lungo periodo di tensioni con la società sportiva.

Errore clamoroso invece in materia da parte dell’infallibile gatto Peo, famosissimo a Roma per i suoi pronostici sportivi, che assegnava la vittoria della Champions proprio alla sconfitta Juventus.

Fine del mondo (anche quest’anno)

Non sono mancate le consuete fini del mondo annuali: dopo avere clamorosamente bucato la propria stessa previsione dell’impatto fra la Terra e il solito pianeta X dato come certo al 23 settembre, David Mead ha ripiegato poi su un’apocalisse in differita che doveva iniziare il 15 ottobre e proseguire per ben 7 anni. Mentre secondo Terral Croft il 19 novembre si sarebbero dovute susseguire una lunga serie di catastrofi, fra terremoti, vulcani e faglie sotterranee.

Si potrebbero poi prendere in considerazione tutti gli eventi rilevanti che nessuno ha predetto, per esempio il tragico attentato a Manchester dopo il concerto di Ariana Grande o la terza gravidanza della duchessa di Cambridge Kate Middleton.

«Il problema è che affermare a posteriori che nessuno aveva previsto l’avvento degli alieni presta sempre il fianco alle obiezioni del tipo “non è vero, io l’avevo detto qui e qui”, dove per qui e qui si intende qualche oscura e criptica riga su un sito web o qualche frase che nella migliore delle ipotesi lascia spazio alle interpretazioni» riprende Stefano Bagnasco. «Senza considerare che, per forza di cose, questo del Cicap è un esperimento a campione che non ha la pretesa di essere un rigido studio scientifico, per cui non possiamo escludere che davvero un veggente dell’Agro Pontino abbia previsto la vittoria di un cinepattone agli Oscar, magari una sera a cena con gli amici».

«Quello che però possiamo ribadire» conclude Massimo Polidoro «è che se davvero le stelle fossero così prodighe di informazioni sul futuro forse le varie previsioni convergerebbero e sarebbero più uniformi, così come dovrebbe essere tutto sommato abbastanza semplice trovare quelle degli eventi più significativi. Invece, anche il 2017 si è rivelato per l’ennesima volta un fiasco per l’astrologia».

Il Cicap è un’associazione educativa e pedagogica, fondata nel 1989 da Piero Angela e da altre personalità del mondo della scienza e della cultura tra cui Margherita Hack, Umberto Eco, Rita Levi Montalcini e Umberto Veronesi, per favorire la diffusione di una mentalità scientifica e contrastare pseudoscienza e superstizione.