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Hate speech. Laura Boldrini: «Non mi faccio intimidire»

presidente della Camera Laura Boldrini contro la violenza sulle donne

Raggiungo la presidente della Camera Laura Boldrini di ritorno da un incontro con un liceo a Trieste,“rigenerata”, come dice lei stessa, dalla passione dei “tanti giovani presenti”. “Ho avuto la possibilità di parlare al liceo di Giulio Regeni ed è stata una bella mattinata: mi hanno regalato una Costituzione trascritta a mano da loro, in segno di vicinanza per le battaglie che porto avanti. Dicendomi che non me l’hanno regalato come Presidente della Camera ma come Laura Boldrini perché mi hanno detto che non devo sentirmi sola. Ed è una grande soddisfazione”.

Allora, Presidente, non resta che aspettare che diventino loro classe dirigente…

Gli ho detto proprio questo: devono mettere in atto il cambiamento che vorrebbero vedere e quindi partecipare, dare corpo alla Costituzione. Non possono rimanere passivi: devono essere capaci di determinare il loro presente e il loro futuro. Serve un orizzonte alto per cui vivere, altrimenti la vita è una miseria.

A proposito di diritti e orizzonti: ha destato molto scalpore la sentenza del Tribunale di Torino che ha assolto un uomo accusato di stalking grazie alla sua “condotta riparatoria” e ai 1500 euro che ha versato alla vittima. Partendo da qui, come giudica l’attenzione della politica per la violenza sulle donne (in tutte le sue forme)?

Intanto mi faccia dire che quella sentenza ha messo in evidenza una falla che è riconducibile alla riforma penale: lo stalking non doveva essere tra i reati estinguibili con l’equo indennizzo. Capisco bene perché questa ragazza abbia rifiutato il denaro: è umiliante anche la sola idea. Uno che ti stalkerizza è uno che ti rovina l’esistenza, che provoca ansia, angoscia, controllo e tutto questo non si cancella con il denaro; qui serve giustizia. Io penso che si debba rimediare il prima possibile: già due settimane fa, sulla scia degli ultimi femminicidi e stupri avevo sentito il dovere di rivolgermi alle forze politiche per colmare le lacune che erano emerse nelle recenti norme contro la violenza. Evidentemente se le donne continuano a morire per mano di uomini che erano già stati denunciati c’è qualcosa che non va.

Ci sono state risposte?

La gran parte dei partiti ha risposto. Ma c’è un ma: hanno risposto solo le deputate, come se la violenza sulle donne non fosse un gigantesco problema maschile. Io non mi capacito sul perché i politici uomini non sentano il bisogno di fare proprio questo tema. Delegano alle donne, eppure il problema è tutto maschile. Dovrebbero essere loro in prima linea. Questo è il cambiamento che mi attendo che avvenga nel nostro Paese.

Anche perché sembra che il problema delle donne in questo Paese non si riduca solo alla violenza, no?

Certo. Pensiamo alle donne sul lavoro: il 49% delle donne ha un lavoro ma l’altro 51% non è che non lo vorrebbe, non riesce ad ottenerlo. Poi, il Fondo Monetario Internazionale – non stiamo parlando di una Og di attiviste – dice che se le donne lavorano la produttività aumenta e dice che l’Italia perde svariati punti di Pil perché non stimola il lavoro femminile. E anche di questo non si parla. Noi siamo a crescita demografica sotto zero perché le donne se non lavorano non fanno figli. E poi c’è la rappresentazione mediatica della donna nella nostra società, che è quantomeno imbarazzante rispetto agli altri Paesi europei: spesso le ragazze per apparire in Tv devono essere seminude e mute, come se non avessimo giovani scienziate, matematiche, fisiche letterate o artiste. Anche questo è un grande tema politico. E poi c’è la questione della rappresentanza politica: in Italia a differenza che in Germania e nel Regno Unito ad esempio, non ci sono leader donne, tranne il caso di Giorgia Meloni. E questo lo dico soprattutto alla sinistra. Negli ultimi tempi ci sono stati incontri, vertici e fotografie con la pressoché totale assenza di donne. Ho lavorato per 25 anni in ambito internazionale e la parità di genere era un criterio tenuto in gran considerazione, anche nei convegni una delle prime cose di cui ci si preoccupava era l’equilibrio tra il numero di relatrici e relatori.

A proposito di violenze, ha fatto molto rumore la sua campagna contro l’hate speech in rete e la sua decisione di ribellarsi agli odiatori seriali. Quali sono i risultati? Quali sono le iniziative che dovrebbero intraprendere Facebook e simili?

Innanzitutto mi faccia dire che i risultati sono molto buoni. Io ho pensato a lungo all’opportunità di denunciare, l’ho maturata con il tempo perché vedevo che non farlo era come autorizzare il peggio: i cattivi maestri non si stancavano di fomentare l’odio e quindi a un certo punto ho pensato che fosse mio dovere – non solo diritto – denunciare. E da quando ho iniziato a farlo – perché in uno Stato di diritto non si risponde all’odio con l’odio ma lo si fa con la legge e i social media non sono al di fuori della legge – è crollato il numero delle sconcezze, delle volgarità e delle minacce. Io non abbasserò mai la testa, mai. Ora gli haters sono in ritirata, questa gentaglia può essere rimessa al proprio posto: continuo a firmare tantissime querele con mia grande soddisfazione.

Ma esiste un problema di comportamenti sulla rete?

La rete è uno spazio troppo importante per lasciarlo in mano ai violenti. Ognuno di noi deve assumersi la propria responsabilità. I grandi social dovrebbero fare di più, almeno per essere coerenti con quello che dicono. E invece nel nostro Paese lesinano risorse e presenza fisica: laddove non c’è un investimento in risorse umane non c’è nemmeno la possibilità di intervenire prontamente di fronte all’odio, di cancellare i messaggi, di fare azioni di contrasto. Io rimprovero a Facebook e agli altri di non investire: fanno un sacco di soldi, noi in Italia abbiamo 30 milioni di utenti, e cosa aspettano ad aprire un ufficio qui? Oltre al fatto che dovrebbero cominciare a pagare le tasse nei Paesi in cui fanno business: è inaccettabile una situazione di questo genere ed è una scorrettezza nei confronti delle aziende tradizionali che invece pagano le tasse dove fatturano. È una questione di giustizia sociale. Alla base imponibile mancano tra i 30 e i 32 miliardi di euro. Vale a dire circa 5/6 miliardi di tasse. Questi soldi potrebbero essere utilizzati per aumentare il numero di famiglie che hanno diritto al reddito di inclusione. Bisogna essere più esigenti con i giganti del web.

Nelle nostre interviste spesso ci interroghiamo sul fatto che “essere buoni” (meglio: buonisti) sia diventato terribilmente fuori moda come se la solidarietà, la bontà e la gentilezza siano “debolezze” imperdonabili. Che ne pensa?

Rivendico la centralità di questi valori perché sono gli unici che garantiscono a una società di reggersi. Da anni stiamo assistendo all’esproprio del senso profondo delle parole. C’è chi cerca di alternare il significato per proporre un modello improntato alla ferocia, all’ostilità reciproca. Tutto questo viene fatto senza che nessuno si opponga: addirittura quel modello lo si acquisisce. Una vera debacle politico-culturale. Che il termine buonista rappresenti un disvalore ne è la conferma. Mi chiedo: si vivrebbe forse meglio in una società cattiva e egoista? Essere buonista non significa essere fesso o voler far del male ai propri simili a vantaggio di altri. Questo è sbagliato, un’alterazione di senso. Bisogna essere più assertivi, respingere queste interpretazioni linguistiche e rivendicare certi valori con forza e a testa alta.

Possiamo dire che la sinistra ha le sue responsabilità da questo punto di vista?

Certo! Possiamo dirlo. Il linguista statunitense Lakoff dice di “non rincorrere l’elefante”, e lo dice ai democratici per invitarli a non rincorrere i repubblicani: quello che sta accadendo è proprio questo ed è un grande errore politico.

Ma su questo non crede che si senta anche la mancanza di intellettuali?

È una categoria che forse ha un po’ “mollato” dal punto di vista dell’influenza politica, come se si fosse rotto un patto, come se ci fosse uno scollamento. La politica invece ha bisogno della cultura, delle idee e delle prospettive. Ed è per questo che ho aperto Montecitorio a tante iniziative culturali.

Lei è quotidianamente bersaglio di un certo giornalismo che la “usa” per improbabili tesi di “sostituzione etnica” e altro. Gli attacchi, spesso, sono sul suo essere donna piuttosto che sulle sue tesi politiche. Come convive con questo stillicidio? Crede che l’Ordine dei giornalisti dovrebbe intervenire più duramente?

Cerco di non farmi rovinare la giornata da tutto questo né tantomeno mi faccio intimidire. Ma qui non siamo nel giornalismo: siamo nell’ambito molto torbido del fango e dell’invenzione che ha come obiettivo quello di rovinare la reputazione delle persone. Sono imprenditori della disinformazione, sono specialisti dell’imbroglio. In un Paese normale tutto questo non dovrebbe andare sotto l’egida del giornalismo. L’Ordine dovrebbe almeno tutelare la categoria che rappresenta dai mistificatori di professione. Perché le falsità e le invenzioni contro di me non dovrebbero essere solo un mio problema, ma di tutti. C’è un inquinamento dell’intero sistema mediatico e a rimetterci sono i cittadini e il loro diritto a una corretta informazione.

Diceva Pasolini che i diritti sono quasi sempre quelli degli altri. Forse la disperazione del momento sta spingendo molti a credere che i diritti degli altri debbano per forza incidere sui propri. Così anche la battaglia per lo Ius soli è diventata una narrazione tutta fondata sulla paura. Come invertire la rotta?

Intanto la definizione di Ius Soli è già un equivoco. Non si tratta di questo. Nella legge esiste una serie di condizioni che devono essere rispettate: è una legge equilibrata, fatta a tappe. Dovrebbe essere vista come il giusto compromesso di esigenze diverse. E invece passa la narrazione fuorviante che tutti quelli che arrivano in Italia diventano italiani. La si racconta per creare paura. Io penso che bisogna spiegare questo provvedimento attraverso i principi e i valori che contiene: solo così si capirebbe che è una questione di giustizia. Parliamo di figli che vanno a scuola con i nostri figli, che conoscono l’italiano come noi e che considerano questo Paese il loro Paese. Come si rende una persona capace di dare il meglio? Quando la si include. Quando la si rende parte di una comunità. E quindi, se la politica è l’arte del futuro, questa legge s’ha da fare.

Russia 1917. Lo sguardo lungo di Emma la rossa

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La Rivoluzione d’ottobre vista con gli occhi di Emma Goldman. Abbiamo chiesto a Carlotta Predazzini redattrice di A rivista anarchica di raccontarci la straordinaria avventura politica e umana dell’attivista anarchica, di cui Pedrazzini ha appena tradotto e curato un libro, Un sogno infranto. Russia 1917, edito da Zero in condotta.

“Sono onorata di essere la prima agitatrice politica deportata dagli Stati Uniti”. Emma Goldman si rivolse così ai giornalisti accorsi al porto di New York, in una fredda mattina invernale, per documentare la sua imminente partenza. Era il 21 dicembre 1919 ed “Emma la rossa” – come la definivano i giornali – era in procinto di salire a bordo del transatlantico Buford che l’avrebbe condotta in Unione Sovietica, per sempre lontano dagli Stati Uniti, sua terra di adozione e di battaglie politiche.
Con la rivoluzione russa, la paura di un contagio politico aveva colpito il governo statunitense come una febbre. Sbarazzarsi di tutti i ribelli, gli agitatori sociali, gli instancabili militanti politici era diventato un obiettivo primario. Goldman era in cima alla lista degli indesiderati, per la sua fervida attività di anarchica e rivoluzionaria e per il ruolo avuto nelle battaglie sociali dell’epoca. Dall’emancipazione femminile all’antimilitarismo, dalle lotte dei lavoratori alla rivoluzione sociale, sempre nel segno dell’anarchismo.
Erano trascorsi più di trent’anni da quando Goldman, nel 1885, aveva lasciato la Russia zarista. Accolta nella comunità di immigrati russi di Rochester, sul lago Ontario, i suoi membri l’avevano subito messa in guardia: lì la vita non era meno difficile. La povertà schiacciava i lavoratori come un macigno e quei principi di libertà e di uguaglianza contenuti nella famosa Dichiarazione di Indipendenza erano rimasti perlopiù lettera morta.
In quel periodo, l’onda degli scioperi e delle mobilitazioni si era propagata in tutto il paese e la campagna per il diritto alle otto ore lavorative infiammava gli animi della classe operaia. Emma, ancora ragazzina, iniziò a frequentare un circolo socialista per tentare di comprendere i problemi e le contraddizioni della società in cui era immersa. Fu poi la vicenda dei “martiri di Chicago” ad accelerare il suo processo di apprendimento, spingendola tra le braccia del movimento anarchico statunitense, di cui divenne presto uno dei membri più attivi, conosciuti e temuti di tutta la storia degli Stati Uniti.
Nel 1889, all’età di vent’anni, Goldman diede inizio alla sua attività militante. Da quel momento la si poteva trovare ad arringare i lavoratori nelle piazze, distribuire volantini davanti alle fabbriche, scrivere articoli e tenere conferenze in tutto il paese. L’obiettivo? Esortare gli oppressi a modificare il proprio destino, fatto di povertà e miseria; ma anche sovvertire l’ordine sociale e politico, responsabile di quella diseguaglianza che così marcatamente caratterizzava l’America.
Dopo appena quattro anni, Goldman finì in carcere con l’accusa di “incitazione alla rivolta”. Fu un discorso tenuto a Union Square, New York, di fronte a circa tremila lavoratori e lavoratrici, a costarle un anno di galera.
Nei dodici mesi trascorsi nel penitenziario di Blackwell’s Island, ebbe modo di incontrare le donne ai margini: prostitute ed emarginate di ogni genere con cui strinse un legame di amicizia. Fu grazie ai loro racconti e alle loro storie che si rese conto di quanto fosse necessaria l’emancipazione femminile. Una volta rilasciata, iniziò ad occuparsi della questione, scrivendo e tenendo conferenze contro il matrimonio e la morale religiosa – colpevoli di imprigionare le donne -, in favore della contraccezione e della maternità consapevole, ma anche per la libertà sessuale, il libero amore e l’autodeterminazione. I suoi incontri pubblici erano sempre tanto affollati quanto minacciati dalla polizia, e in seguito ad una conferenza sulla contraccezione venne nuovamente arrestata.
In quel periodo, le suffragette si trovavano al centro dei dibattiti femministi e a loro Goldman indirizzò molte critiche. Per Emma, le femministe suffragiste stavano ingannando le donne, fornendogli la sola arma del voto per uscire da una grave condizione di subalternità. Le donne, piuttosto, avrebbero fatto meglio a liberarsi da quei tiranni che concretamente ostacolavano la loro emancipazione: lo Stato, la Chiesa e l’opinione pubblica.
La sua azione politica si sviluppava su più fronti. Quando in Europa scoppiò la guerra, Goldman fu in prima fila a denunciare il militarismo. E appena il governo introdusse la leva obbligatoria, per spedire nelle trincee quanti più giovani americani possibile, Emma fondò la Lega contro la coscrizione. Allo scoppio della Rivoluzione Russa, poi, difese i bolscevichi dagli attacchi mediatici. A quel punto, per il governo, l’anarchica aveva oltrepassato il limite e ne dispose l’allontanamento.
Goldman trasformò lo stigma della deportazione in un’opportunità: era felice di tornare nella Russia post-rivoluzionaria, che incarnava “lo spirito dell’umanità, la sua redenzione”. Si sarebbe messa subito a disposizione del popolo, avrebbe fatto la sua parte. Purtroppo, però, il sogno di essere approdata nella terra dell’uguaglianza e della libertà si trasformò presto in un incubo. Al suo arrivo, nel gennaio del 1920, il regime dispotico instaurato dai bolscevichi era già nel pieno delle sue forze. Le carceri traboccavano di oppositori politici, tra cui quegli anarchici e quei socialisti rivoluzionari che avevano contribuito ad abbattere lo zarismo. Nei suoi ventitré mesi di permanenza in Russia, Goldman ebbe modo di viaggiare per il paese, verificando la situazione sociale e confrontandosi direttamente con operai e contadini. La militarizzazione del lavoro e le requisizioni forzate dei raccolti avevano colpito duramente i lavoratori e la povertà aveva raggiunto un livello insostenibile. I soviet avevano perso la loro autonomia e le classi sociali erano state abolite, ma solo per far spazio ad un sistema di privilegi che premiava alcuni gruppi sociali a scapito di altri. Inoltre la mancanza di libertà, le incarcerazioni indiscriminate, le uccisioni sommarie aggravavano una situazione già molto critica. Goldman si rivolse a Lenin, chiedendo spiegazioni per la generale situazione del paese e per la repressione degli anarchici, ma non cambiò nulla.
Con la soppressione nel sangue della rivolta dei marinai di Kronstadt, che avevano preso le difese dei lavoratori entrati in sciopero, Goldman capì che in Russia non c’era posto per chiunque non fosse allineato con il governo e abbandonò il Paese in forte contrasto con i comunisti al potere, “traditori della Rivoluzione”. Fu la sua più grande delusione politica.
Lasciata la Russia, si dedicò alla stesura di articoli e libri a denuncia del regime dittatoriale instaurato dai bolscevichi. Nel 1936 poi, all’età di 67 anni, partì per la Spagna per sostenere la rivoluzione sociale, la lotta contro il generale Franco e le istanze di emancipazione femminile portate avanti dal gruppo anarco-femminista Mujeres Libres.
Gli scenari cambiarono, ma il suo impegno dalla parte delle classi subalterne, per la giustizia sociale e per la libertà non si esaurì mai. «Fino alla fine dei miei giorni, il mio posto sarà con gli oppressi e i diseredati. Non mi importa se i tiranni si trovano nel Cremlino o in un altro centro del potere».

 

Una bomba sotto il giornalismo documentato

Se fossimo Europa, Europa davvero, oggi ci sarebbe un vero cordoglio europeo per la morte di Daphne Caruana Galizia, un cordoglio allarmato in grado di cogliere la gravità, oltre al dolore, di una bomba che esplode sotto il giornalismo documentato che prova con fatica a raccontare i paradisi fiscali che rendono l’Unione Europea un giardino libero per il sollazzo dei potenti.

Se fossimo Europa, Europa davvero, lo scandalo Panama Papers (che probabilmente ha ucciso Daphne, che da quello scandalo aveva preso slancio per la sua inchiesta sui paradisi fiscali) non sarebbe durato giusto il tempo di qualche copertina dedicata ai nomi italiani ma sarebbe tutt’oggi una discussione di elaborazione politica (che, guarda caso, avviene nel Parlamento europeo e invece non ne parla quasi nessuno).

La bomba che ha ucciso Daphne a Brinjia, Malta, è una bomba che punta dritto al giornalismo documentato, proprio quello che qui miseramente latita, che richiede studio, applicazione e risorse: che qui, appunto, mancano.

Mentre qui da noi ci si concentrava sulle inezie Daphne Caruana Galizia raccontava la corruzione che attraversa il potere e il petrolio: proprio una di quelle storie che ci piace ascoltare senza troppo impegno solo quando riguardano gli altri.

E Malta (e Daphne) sono altro. Appunto. Una sensazione lontana che gestiamo convinti che non ci tocchi. E che salta in aria con le bombe. Come nei film. Ma non è un film.

Buon martedì.

Così le spie inglesi controllavano i “ragazzi di sinistra” di Corbyn

epa05567109 Anti austerity protesters, holding a 'Momentum' banner march through the city centre during a TUC demonstration on the first day of the Conservative Party Conference in Birmingham, Britain, 02 October 2016. British Prime Minister Theresa May said at the conference that she would activate a mechanism to begin the process of the UK's withdrawal from the European Union - known as the Article 50 of the Lisbon Treaty - before the end of March 2017. EPA/FACUNDO ARRIZABALAGA

«Abbiamo spiato i trozkisti che consigliano Corbyn». Ha usato proprio questa frase ad effetto l’ex numero uno dello spionaggio inglese, l’MI5. Ha ribadito: allora «abbiamo spiato le persone che lo promuovono» oggi. A parlare è Stella Rimington, direttore generale dell’MI5 dal 1992 al 1996. È stata la prima donna a guidare i servizi segreti e la prima ad essere pubblicamente riconoscibile. E adesso le rivelazioni

All’epoca, negli anni 80, era addetta alla sorveglianza dei “sovversivi”, quando a risucchiare tutta l’attenzione delle spie della Regina c’erano i membri del partito comunista britannico e «varie organizzazioni trozkiste». Giovani allora, adulti oggi, alcuni finiti nel movimento Momentum, vicino al partito Laburista. Il movimento è stato fondato da Jon Lansman nel 2015 ed è stato cruciale per la vittoria alle elezioni politiche di Jeremy il rosso, lui stesso monitorato per decenni dai servizi segreti perché rischiava di «minare la democrazia».

Alla Rimington qualcuno ha chiesto se allora, in quegli anni, i “rossi”, la sinistra, il partito comunista costituissero davvero una minaccia alla sicurezza del Paese, viste tutte le risorse dispiegate per spiarli e di cui si parla solo oggi. «Erano una minaccia, volevano distruggere il sistema democratico. Erano collegati ai membri del Partito Comunista Sovietico, li finanziavano, loro gli ordinavano di fare varie cose», ha aggiunto rifiutandosi però di nominare singolarmente i soggetti sorvegliati. Ma «i loro nomi sono familiari, conosciuti» adesso. Dichiarazioni che hanno aperto, ovviamente, una ridda di interrogativi.

Di quei ragazzi di sinistra degli anni 80 di cui sta parlando, alcuni sono in attività ancora oggi, come Andrew Murray. È stato il segretario generale del sindacato Unite, in seguito si è dimesso, ha scritto una lettera in solidarietà della Nord Corea e ha lasciato il partito comunista per quello laburista, per entrare nel team di Corbyn su suo invito.

Quei ragazzi di sinistra «sono cresciuti adesso», ha detto la Rimington, quei ragazzi di allora «che ora consigliano Corbyn, il would-be primo ministro, gli dicono come prepararsi per il potere. È quantomeno un ironico destino».

Il leader laburista è stato più volte accusato di essere troppo vicino al movimento Momentum, di essere troppo di sinistra per la sinistra britannica ed è una notizia di ieri. Quella di oggi invece è la non risposta della Rimington, quando le hanno chiesto se ancora adesso ci sia qualcuno del circolo Corbyn sotto il monitor e le lenti d’ingrandimento dei servizi segreti.

Quanto a Momentum, un portavoce ha dichiarato: «Le accuse senza nome danneggiano il nostro dibattito politico e raccomandiamo a Stella Rimington di astenersi dal farle in futuro».

#quellavoltache la rete diventa testimonianza

Che poi, in giornate così, pensi anche a tutto quello che di buono si potrebbe fare, facendo rete oltre che nella rete: ieri con l’hashtag #quellavoltache sono state moltissime le testimonianze di abusi (e soprusi) subiti. Scritti in 140 caratteri, incorniciati dentro un’app, fatti di bit, eppure così letterari che non hanno bisogno di commenti. Basta leggerli.

AsiaArgento
#quellavoltache un regista/attore italiano tirò fuori il suo pene quando avevo 16 anni nella sue roulotte mentre parlavamo del “personaggio”
15 ott 2017, 18:35
JVacchino
#quellavoltache ero una bambina e lui un adulto di cui i miei si fidavano, tanto da lasciare che mi portasse in barca con lui.
16 ott 2017, 01:24
kamillafilippi
#quellavoltache a 12 anni al parco un signore si masturbó guardandomi, io gli tirai una pietra e corsi veloce come mi aveva insegnato mamma
16 ott 2017, 01:32
micholivieri
#quellavoltache un produttore mi invitó a bere qualcosa per parlare di un film che voleva dirigessi… e poi cercó di baciarmi.
16 ott 2017, 01:20
LaSkilly
#quellavoltache sono sposato ma posso farti arrivare dove vuoi se sarai un po’carina con me… Non fui carina, non fui confermata
16 ott 2017, 00:51
PaolaAguggia
#quellavoltache l’anziano vicino di casa cacciò le sue mani sotto l’abitino Quanti anni avesse quella bimba non lo ricordo più
16 ott 2017, 00:46
artemide_15
#quellavoltache sono stata palpeggiata da due ragazzi contemporaneamente alle 10 di mattina e mi è stato di non usare vestiti aderenti
16 ott 2017, 00:40
PasqualeCero
#quellavoltache ero al cinema con le amiche. 14anni. Un estraneo adulto mi infilò la mano sotto la gonna, spinsi via la mano e lui scappò
16 ott 2017, 00:34
NadiaNunzi
#quellavoltache denunciai e mi dissero: «Signora è sicura? Lo sa che la denuncia è una cosa seria?» e in seguito non accadde nulla.
14 ott 2017, 19:52
KarinProia
#quellavoltache a 13anni mi dissero “questo dev’essere il nostro segreto” andai a dirlo a mamma, al preside e poi in tribunale. Fatelo tutte
15 ott 2017, 12:05
nadiolinda
#quellavoltache a una cena elegante uomini stimati raccontavano le loro vacanze da turisti sessuali con le bambine nell’ilarità generale.
14 ott 2017, 11:55
MariaAdeleNari
#quellavoltache mia figlia trovò il coraggio di denunciare il marito per le violenze subite ed ebbe inizio un calvario senza fine
15 ott 2017, 15:40
ma__non__troppo
#quellavoltache dissi a un carabiniere che il mio molestatore somigliava a Kakà e mi rispose che fosse stato Kakà non avrei denunciato
14 ott 2017, 11:07
ilaria1278
#quellavoltache Sono due giorni che scrivo e cancello perché ancora risuonano in testa i commenti delle persone a cui lo raccontai allora.
15 ott 2017, 16:29
CostanzaRdO
#quellavoltache alla denuncia al Commissariato Trevi, la mattina dopo l’aggressione, mi chiesero, “Ma scusi, lei com’era vestita?”
14 ott 2017, 23:04
alessiaesse
#quellavoltache lui mi disse “Sei troppo chiusa, devi scopare di più” e cercò di toccarmi: era il mio psicologo.
16 ott 2017, 00:22
catiacorbelli
#quellavoltache il prof all’università mi disse “Lei è molto preparata ma x darle il 30 ci dovremmo vedere soli qnd ho finito con gli altri”
16 ott 2017, 00:21
gabriellainsana
#quellavoltache in azienda il capo durante una transferta m ha detto di andare nella sua camera.ho detto no.dopo 15 gg non avevo + un lavoro
16 ott 2017, 00:20

 

vermessina86
#quellavoltache un datore di lavoro mi infilò le mani sotto la maglietta, e io per la vergogna lasciai il lavoro il giorno stesso
16 ott 2017, 00:18
sabrinatamanini
#quellavoltache facevo volantinaggio in nero, e prima di pagarmi mi ha toccato il seno e mi ha detto “se vuoi, te ne do di più.”
16 ott 2017, 00:18
MaPtiVa
#quellavoltache il dentista mi disse di spogliarmi per farmi un massaggio alle spalle visto che ero così “tesa”
16 ott 2017, 00:14
ferrerogiorgia
#quellavoltache il dentista aspetto’ che la segretaria andasse di là per accarezzarmi e baciare le labbra. Oggi ha chiuso la sua attività.
16 ott 2017, 00:01
lumacapop
#quellavoltache tassista si fermò e mi disse: “se invece di andare dove dici ti porto al mare?” Finì lì ma ancora odio prendere taxi 27 anni
15 ott 2017, 22:46
Ciandreamy
#quellavoltache un muratore chelavorava vicino casa con una scusa mi ha spinta contro il muro eccitato perché voleva un Avevo dieci anni.
15 ott 2017, 22:30
tinellissima
#quellavoltache mi lasciò un biglietto con scritto: quando torni a casa vedi che ti faccio. Non sono più tornata in quella casa.
15 ott 2017, 22:11
caterinazanfi
#quellavoltache un professore di 43 anni più di me mi accarezzò i capelli, mi chiamò “biondina” e mi invitò a richiamarlo per avere sostegno
15 ott 2017, 21:53
Ondivagheggio
#quellavoltache il capo in riunione rivolto alle mie colleghe: “la gravidanza le fa proprio un bel culo”. e le colleghe risero
15 ott 2017, 21:24
giuliaranzini
#quellavoltache il mio istruttore di scuola guida chiedeva un bacio prima che scendessi dall’auto, ogni volta. E non si è fermato quando…
15 ott 2017, 19:10
francescademart
#quellavoltache l’insegnante di recitazione ripeteva quasi tutti i giorni: datela bene, passate i letti giusti
15 ott 2017, 18:53
claudiapuddu11
#quellavoltache mia cugina denunciò mio nonno per stupro e gran parte della mia famiglia si schierò compatta nel darle della puttana.
15 ott 2017, 18:09
tomicictatjana
#quellavoltache primo lavoro, 14 anni, lui una quarantina capo della e tutor, mi mette la mano sotto la gonna “ti piace eh!”
15 ott 2017, 16:26
Simona_Manzini
@AsiaArgento #quellavoltache in vaporetto io e un uomo che inizia a toccarsi lo vedo solo io e lo sa. Paralisi. Tornata ogni sera a cercarlo per menarlo
15 ott 2017, 16:09
gattasuletto
#quellavoltache si è avvicinato, ci ha provato, me ne sono andata, ho perso il lavoro. Fine.
15 ott 2017, 15:28
nellina99
#quellavoltache diedi uno schiaffo pazzesco a un regista che mise la sua mano tra le mie gambe #sonosoddisfazioni
15 ott 2017, 15:15
anna_manente
#quellavoltache il mio medico di base mi disse che ero bella come un’attrice, mi abbracciò e iniziò ad ansimare. E mi divincolai a fatica.
15 ott 2017, 15:04
nepvune
#quellavoltache in pullman un uomo osò mettermi le mani addosso e quando lo dissi a mia madre: ”avevi solo da non mettere la canottiera“.
15 ott 2017, 14:34
NadiaNunzi
#quellavoltache mi mise le mani addosso perché volevo lasciarlo e mi disse: «Guarda che cosa mi hai fatto fare!»
15 ott 2017, 13:09
GrazCorsaro
#quellavoltache il prof chiamava solo me dietro il piano. Esercizi cantati e faceva i suoi comodi sotto la mia gonna. Paralisi. A 13 anni.
15 ott 2017, 12:38
Giulia28582032
#quellavoltache il mio capo si è sentito in obbligo di dover fare commenti su come faccio sesso, a suo modestissimo parere
15 ott 2017, 12:13
Arts_Life_Soul
#quellavoltache un ragazzo in divisa mi ha proposto di fargli un servizio definendolo “un’esperienza”. E non si è fermato alle proposte.
15 ott 2017, 11:59

 

giuliamakeuppro
#quellavoltache mi hanno detto che la stagiste stanno in ginocchio sotto le scrivanie…
15 ott 2017, 11:39
frantando
#quellavoltache un dirigente mi ha detto che se fossi stata sua moglie mi avrebbe picchiata
15 ott 2017, 11:24
ljuba_davie
#quellavoltache in ospedale per le botte del fidanzato poliziotto e dei suoi colleghi. Mi risero in faccia quando sporsi denuncia.
15 ott 2017, 11:05
RominaLaurito
#quellavoltache molto giovane, in pieno giorno in un giardino pubblico, lui voleva essere toccato, lui voleva SOLO essere toccato e del resto chi se ne frega e ha insistito, insistito e insistito. Mai dimenticato il senso di disagio. Solo ora capisco che ne ho subito un trauma
15 ott 2017, 10:45

 

paoladelusa
#quellavoltache il Rettore dell’Università mi disse: “vuole restare a lavorare qui? Venga a letto con me. Per quanto sia troppo magra. Noi maschi vogliamo toccare carne”.
14 ott 2017, 19:15

Nuova scossa a Norcia che aspetta ancora la messa in sicurezza

E’ dal 30 ottobre 2016 che la Basilica di Norcia aspetta. Dal crollo provocato dal terremoto che ha devastato il centro Italia. Aveva resistito alla scossa di fine agosto, ma non a quella di ottobre . Il priore Benedetto Nivakoff aveva postato su twitter la foto della basilica crollata. La foto fa il giro del mondo. I siti di molti media internazionali la rilanciano. Bbc e Cnn la mettono in apertura, così come lo spagnolo El Pais, il Telegraph o Russia Today. Sembrava che la messa in sicurezza e poi la sua ricostruzione fossero diventati una priorità. Non è stato così.
“Occorrono 500-600 mila euro per completare la messa in sicurezza della Basilica di San Benedetto”. Marica Mercalli, soprintendente alle Belle Arti dell’Umbria è stata categorica con la commissaria alla ricostruzione, Paola De Micheli, nel corso della sua visita al centro storico di Norcia alcuni giorni fa. “Questi fondi sono essenziali per rimuovere le macerie all’interno della Basilica e procedere alle puntellature”, ha spiegato la soprintendente, aggiungendo che “La rimozione delle macerie inizierà dalla controfacciata della Basilica, per poi proseguire verso la parte centrale e absidale”. Insomma è anche una questione di fondi. Eppure nel novembre 2016 il presidente della Commissione Europea, Juncker, aveva annunciato a Bolzano che, “quale simbolo duraturo di solidarietà e di amicizia nei confronti dell’Italia, la Basilica di San Benedetto di Norcia sarà restituita al suo antico splendore con il sostegno finanziario dell’Ue”. Impegno ribadito a febbraio quando Corina Cretu, Commissaria europea per la Politica regionale, ha visitato Norcia. La circostanza che il problema della basilica non fossero le risorse economiche riaffermato ancora a settembre. “Stabilire i tempi per la ricostruzione della basilica di San Benedetto oggi non è possibile, dato che si tratta di un lavoro particolarmente complesso. La politica e le istituzioni possono intervenire solo sul fronte degli stanziamenti economici, ma non sugli aspetti tecnici”, la dichiarazione del presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani e del commissario europeo, Tibor Navracsics.
La richiesta della soprintendente alla Commissaria per la ricostruzione “smonta” quel che si sapeva. A giugno la messa in sicurezza della parte esterna ad agosto di quella interna. Si pensava che la questione fosse risolta. Non è così, servono nuovi fondi per la messa in sicurezza. Si tratta di rimuovere ancora macerie e di provare a recupere le opere d’arte che sono rimaste sepolte. Dopo quasi un anno la situazione è questa. Non è polemica, ma la constazione di quel che si verifica.
Se così incerta si presenta la sorte di uno dei simboli di Norcia, come stupirsi di quel che accade ai tanti monumenti cosiddetti “minori” disseminati nell’area, tra Marche, Umbria e Lazio, colpiti dal sisma?

Intanto in questa zona profondamente provata dai terremoti del 2016 la terra trema ancora: Una nuova scossa di terremoto è stata avvertita poco fa in Centro Italia. La scossa, di magnitudo 3.2, è avvenuta alle 18.43, nel distretto di Norcia (Pg) Una nuova scossa di terremoto è stata avvertita poco fa in Centro Italia. La scossa, di magnitudo 3.2, è avvenuta alle 18.43, nel distretto di Norcia (Pg). L’epicentro è stato rilevano a Preci, mentre l‘ipocentro a 8.4 Km di profondità.

La pace di Corbyn contro le armi di May

Labour Party leadership candidate Jeremy Corbyn (C) is mobbed by supporters as he arrives to attend the ballot result for the new Labour leader, in London on September 12, 2015. Voting closed September 10, 2015 in the leadership contest for Britain's main opposition Labour party as radical leftist favourite Jeremy Corbyn vowed to "change politics" to rapturous applause at his final campaign rally. AFP PHOTO / JUSTIN TALLIS (Photo credit should read JUSTIN TALLIS/AFP/Getty Images)

Risolvere i conflitti, piuttosto che alimentarli. Pace e rispetto dei diritti umani. Su questi binari si muoverà la politica estera inglese se sarà eletto premier in Inghilterra. Parola del leader laburista Jeremy Corbyn. Se ci fossero stati ancora dei punti da chiarire sulla sua agenda politica internazionale, il suo discorso a Brighton di fine settembre ha fugato definitivamente gli ultimi dubbi. «Il terrorismo sta prosperando in un mondo che i nostri governi hanno aiutato a creare con i suoi Stati falliti, con gli interventi militari e le occupazioni che hanno causato la fuga di milioni di persone per fame e guerra – ha dichiarato dal palco del meeting laburista – La democrazia e i diritti umani non sono un optional di cui fare un uso selettivo». Da qui il passaggio è stato breve: «Non possiamo restare in silenzio sulla guerra crudele in Yemen mentre continuiamo a fornire armi all’Arabia Saudita, né tacere sulla repressione della democrazia in Egitto o Bahrain o la tragica perdita di vite umane in Congo».

Il conflitto yemenita è al centro della riflessione di Corbyn. Intervistato a luglio da al-Jazeera, il leader laburista si era detto «davvero sconvolto» per la violenza della guerra. «Condanniamo l’uso delle armi da parte dell’Arabia Saudita in Yemen – aveva poi aggiunto – Chiediamo di sospendere la vendita di armamenti a Riyadh per dimostrare che lì vogliamo un processo di pace, non un’invasione saudita». Una posizione condivisa anche dall’Organizzazione araba per i diritti umani nel Regno Unito (Aohr) che a giugno aveva chiesto al governo May di bloccare i rifornimenti militari ai sauditi, agli emiratini e agli egiziani perché usati per compiere «abusi» in Yemen e Libia.

Le solide relazioni tra Londra e Riyadh risultano sempre più…

L’articolo di Roberto Prinzi prosegue su Left in edicola


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Le vere gambe della Rivoluzione

Vladimir Ilyich Ulyanov called Lenin (1870-1924), Russian sattesman and revolutionary. On the Red Square in Moscow in 1919. Coloured photograph. (Photo by adoc-photos/Corbis via Getty Images)

Cento anni fa il mondo fu sconvolto in dieci giorni. Finalmente, nel bel mezzo della guerra mondiale mentre ci si massacrava nella prima carneficina di massa, uomini e donne soggiogati per secoli al regime assolutista zarista osavano alzare la testa e chiedere pace, terra e potere ai Soviet. Lenin era giunto dalla Svizzera col treno qualche mese prima e aveva diffuso le sue Tesi d’aprile. Dopo il febbraio del 1917, nell’ottobre di quel fatidico anno sembrava finalmente che tutti gli esseri umani fossero uguali per davvero: non più distinzioni di censo e di sangue, le donne potevano votare e lavorare come gli uomini e i contadini avere le terre e barattare i loro prodotti. Rispetto al mondo intero, il grande orso asiatico pareva aver fatto balzi di millenni e, grazie a quei dieci giorni, fu introdotto il matrimonio civile, le donne potevano conservare anche il loro cognome e i figli illegittimi avere gli stessi diritti di quelli legittimi. Le donne vedevano i loro diritti rispettati al pari di quelli dei maschi e questo bastò per sconvolgere il mondo intero e una cultura che per millenni aveva ritenuto il genere femminile un minus, esseri assolutamente difettivi. A Mosca ragazzi e ragazze si riversavano nelle strade e nelle piazze e l’amore, oltre che l’arte e la fantasia, volavano liberi, al di là degli antichi steccati e dei passati divieti e moralismi. Ma l’ondata di novità durò assai poco: già nel 1918 contadine e operaie dovevano sopportare i duri problemi della fame e del lavoro, mentre i bolscevichi erano assorbiti dalla guerra civile contro le forze anti rivoluzionarie dei Bianchi, dalla politica economica e dal socialismo di guerra. La questione femminile cadde ben presto in secondo piano, anzi Lenin temeva che a dare troppa attenzione alle donne, esse avrebbero finito per cadere in posizioni estremiste e separatiste. Al tempo stesso però il partito comunista non poteva fare a meno di loro e fu per questo che Lenin dette l’incarico ad Aleksandra Kollontaij, la prima donna con la carica di ministro, di organizzare un grande congresso nazionale a cui parteciparono più di mille donne e da cui nacque lo Żenotdel, un organismo per la promozione della partecipazione delle donne alla vita pubblica, per le iniziative sociali e la lotta contro l’analfabetismo. Grazie alle battaglie di Aleksandra vennero ….

L’articolo di Elisabetta Amalfitano prosegue su Left in edicola, nello speciale “Rivoluzione russa, cento anni dopo”


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Il rimedio contro il Capitale? Una moneta solidale

A neon Bitcoin logo is displayed at Boost VC bootcamp in San Mateo, CA on Tuesday, October 28, 2014. Boost is a venture capital investment company that provides office space and housing for young entrepreneurs and startups. (Photo by Ramin Talaie/Corbis via Getty Images)

«Si tratta di una frode, di una bolla finanziaria che andrà a finire male», ha dichiarato il mese scorso Jamie Dimon, Ceo della banca d’affari JP Morgan. «Sono fuori dal controllo delle riserve monetarie mondiali e potrebbero risultare strumenti a disposizione della ’ndrangheta e altre organizzazioni mafiose», si legge in un rapporto della Direzione investigativa antimafia al Parlamento della prima metà del 2016. Mentre la Cina si prepara a frenare su investimenti e speculazioni. Il terrore di autorità, istituti economici classici e potenze mondiali ha un nome: Bitcoin. Fa parte della famiglia delle criptovalute, porta con se un’aura di mistero – almeno per i non addetti ai lavori -, per acquistarne uno bisogna sborsare più di 4600 dollari. Ed è uno dei principali accusati dell’evasione hi-tech.

Per fare luce sul fenomeno, occorre ricostruirne le origini. Nato nel 2009 da Satoshi Nakamoto (si tratta di uno pseudonimo), non è stampato da alcuna banca centrale, e non è validato da alcuna zecca dello Stato. Ci pensa un algoritmo crittografato a fornire la valuta, che può essere immagazzinata in portafogli elettronici. Tutto si svolge in una rete orizzontale e democratica – peer to peer, in gergo tecnico – nella quale i nodi, cioè i membri della comunità bitcoin coi loro dispositivi elettronici, validano reciprocamente le transazioni e impediscono la falsificazione delle monete virtuali. Ogni utente verifica le operazioni degli altri utenti a lui vicini nella rete. Tutto avviene in automatico: un controllo reciproco permesso dalla tecnologia blockchain, che sta rivoluzionando non solo il mondo economico, ma anche quello dell’informatica e della logistica.

Nato come folle scommessa nel mondo hacker, all’inizio un bitcoin valeva pochi dollari. Il suo valore si è poi alzato nel momento in cui più persone hanno iniziato a credere nel progetto, e ad estrarre moneta. Mining, letteralmente “attività mineraria”, è il nome della pratica con cui si può generare criptovaluta: a scavare ci pensa il processore dei computer, risolvendo algoritmi sempre più complessi. L’investimento in energia elettrica e potenza di calcolo, utile a tenere in piedi l’intera l’infrastruttura, viene poi ricompensato in coin digitali, ma più soldi vengono estratti più aumenta la difficolta delle operazioni, in modo esponenziale. Se all’inizio bastava un semplice pc, adesso per racimolare cifre consistenti è necessario radunarsi in pool di macchine, tanto che aziende di investimento hanno costruito farm di server ad hoc che si occupano 24 ore su 24 di compiere calcoli e incassare il premio in valuta digitale. Fino a quando il tetto di 21 milioni di bitcoin sarà raggiunto, e il processo andrà in stallo (ad oggi abbiamo oltrepassato quota 16,6mln). Nel frattempo, speculazioni finanziarie fanno ballare il prezzo della valuta con oscillazioni spaventose. Ma, si sa, è proprio ai mercati più incerti che la finanza punta per fare affari. Il tutto nel (quasi) completo anonimato, visto che ad ogni portafoglio elettronico è collegato un codice, e non un volto o un nome. Siamo dunque di fronte ad un fenomeno in crescita, che i media non riescono più ad ignorare (Left ne parlò già nel n.20 del 2013, con un pezzo di Sofia Basso ndr).

Tanto si è scritto e detto, dunque, ma senza mai chiarire fino in fondo un punto: che idea di società porta con sé questa moneta? A che immaginario si rifà e quale scenario prefigura? Al di là di “apocalittici” scettici e “integrati” che parlano di rivoluzione digitale, qualcosa di buono c’è. «All’inizio il Bitcoin ha rotto le uova nel paniere a certe oligarchie finanziarie, dimostrando che creare una moneta alternativa senza bisogno di grandi banche non è una utopia. Ma poi, da potenziale “contropotere”, la moneta è stata rapidamente “sussunta” dalla finanza, per usare un termine marxiano», spiega Andrea Fumagalli, economista e docente presso l’Università di Pavia. Secondo il professore, il triste destino del Bitcoin era scritto nel suo Dna. «Il Bitcoin nasce nell’ambito del pensiero libertario americano conosciuto come anarcocapitalismo, favorevole ad una totale libertà di mercato, per far fronte ad una situazione di forte emissione privata di moneta ad uso e consumo delle grandi speculazioni internazionali, che hanno portato ad avere un 1% molto ricco e un 99% molto povero. Per questo – prosegue – la moneta è nata con alcuni “problemi”».

Il primo, la moneta è soggetta a scarsità. Il secondo, la moneta ha tassi di cambio variabili. Ingredienti che l’hanno resa sin da subito appetibile proprio a quegli scommettitori e broker finanziari che, in teoria, voleva combattere. «Il 1° ottobre 2013 un bitcoin valeva 198 dollari, trenta giorni dopo eravamo passati a 1112 dollari – racconta Fumagalli -. Un aumento di 10 volte in un mese. Altro esempio, a marzo di questo anno la valuta costava 1081 dollari, ora più di 4600 dollari. Mai una attività finanziaria ha avuto squilibri – e possibilità di speculazione – cosi grandi, in così poco tempo».

Tutto da rifare, dunque? No. «La sinistra – chiarisce l’economista – se una volta si proponeva di riappropriarsi dei mezzi di produzione, perché era lì che nasceva la ricchezza, oggi dovrebbe puntare a riprendere possesso degli strumenti finanziari, cosa che i movimenti e le forze alternative hanno troppo spesso ignorato. E le criptovalute come i bitcoin – se emendate! – incarnano una incredibile opportunità». Provare a “manomettere” le criptovalute, insomma, dire addio a limiti di emissione e stabilire tassi fissi di cambio, per creare strumenti che disegnano società alternative, dove al profitto viene anteposta la solidarietà e il mutualismo, è la proposta che arriva da sinistra. Un sogno? No, la tecnologia per provarci esiste, e c’è anche chi si è rimboccato le maniche (ha acceso i pc) e l’ha messa in pratica.

«Qui a Milano al centro d’arte Macao, da tempo abbiamo lavorato alla costruzione del Commoncoin, valuta che ora viene regolarmente utilizzata per far incontrare domanda e offerta di forza lavoro nei nostri spazi». A parlare è Emanuele Braga, artista e attivista di Macao. «Una parte dei ricavati in euro delle attività artistiche del centro sociale viene destinato ad un fondo, periodicamente ripartito tra gli utenti attivi della comunità commoncoin. Non importa quanto tu abbia lavorato: a tutti – per ora quasi 60 persone – viene dato un reddito di base fisso». È una sperimentazione “di frontiera”, una avanguardia che apre all’idea di una società più equa. E non nasce da sola. Il Commoncoin rappresenta una appendice del Faircoin, a sua volta figlia dell’esperienza della cooperativa globale Faircoop, fondata nel 2014 in Catalogna dall’attivista anticapistalista Eric Duran. Egli balzò agli onori delle cronache nel 2008 come il “Robin Hood” delle banche, per aver sottratto circa 492.000 euro a 39 istituti di credito spagnoli chiedendo prestiti non garantiti, e poi denunciando tutto nell’articolo “Ho rubato 492mila euro a coloro che ci hanno rubato molto di più”. Adesso lavora ad una moneta ecologica, sicura, etica e democratica.

«Niente tassi variabili e niente mining: il prezzo del Faircoin viene deciso da una assemblea di soci globali. Così la valuta diventa davvero utile alla comunità. E non è necessario mettere dei veti all’ingresso di nuovi soci: gli speculatori non sono interessati ad una moneta con questa struttura», prosegue Braga, che con Fumagalli ha curato il testo La moneta del comune (coedizione alfabeta edizioni e DeriveApprodi, 2015). Circa 150 realtà nel mondo accettano Faircoin, principalmente in Spagna e in Grecia, ma anche in Sudamerica, Belgio e Italia: gruppi di acquisto, piccoli produttori agricoli, negozi, caffetterie. Un mondo alternativo, che dal basso combatte le monete del Capitale. «Questa estate come Macao, insieme tra gli altri al gruppo Dyne di Amsterdam e del team di Faircoin abbiamo lanciato una banca. Si chiama Bank of the commons, permette di attivare conti correnti misti in euro e faircoin, che si possono spendere tramite app o con carta prepagata. Per ora si appoggia ad una cooperativa bancaria spagnola, ma stiamo lavorando ad una sede in Italia». Una banca, insomma. Né pubblica, né privata, ma del comune. Con una grammatica, dunque, di cui il neoliberismo non si può appropriare.

L’articolo di Leonardo Filippi è tratto da Left n. 41/2017


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Vincenzo Visco: «Renzi non ha voluto fare una vera lotta all’evasione»

Matteo Renzi, ex premier e candidato alle Primarie per la segreteria Pd durante la trasmissione Rai ''Porta a Porta'' condotta da Bruno Vespa, Roma, 27 Aprile 2017. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Mentre gli ultimi numeri dell’evasione fiscale, 111 miliardi, sfilano sui giornali, si rifà vivo l’economista che ha cercato di colpire a fondo questo fenomeno. E non a caso si intitola Colpevoli evasioni (Egea editore) il nuovo libro di Vincenzo Visco, tre volte ministro delle Finanze, ministro del Tesoro e autore vent’anni fa della grande riforma dell’amministrazione finanziaria.
Professor Visco, nel suo libro a proposito di “morale fiscale” sostiene che c’è una differenza tra il nostro Paese e gli altri. Perché?
Noi siamo un Paese che ha solo 150 anni di vita, dove il senso dello Stato non è mai stato particolarmente forte, dove il senso della comunità è carente, dove c’è un familismo più o meno amorale e un individualismo spinto e anche una sfiducia molto forte nelle classi dirigenti. Queste, a loro volta, sono sì emanazione di chi le elegge, ma tendono a perpetuarsi e sono sempre in grado di manipolare il consenso. E ci sono poi i problemi irrisolti: tra Nord e Sud, e tra le regioni più sviluppate del Nord e il governo centrale. C’è infine una morale lassista per cui l’evasione fiscale non viene considerata una cosa grave.
Quali sono i segnali più evidenti?
Una cartina al tornasole di tutto questo è la posizione dei Cinque stelle che sono legalitari, molto schierati contro la corruzione ma prudentissimi in materia fiscale. Invece è chiaro che malavita organizzata, corruzione ed evasione fiscale vanno di pari passo. Anzi, l’evasione fiscale c’è …

L’intervista di Donatella Coccoli a Vincenzo Visco prosegue su Left in edicola, nello speciale “Evasione fiscale”


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