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Diario da Quito, stop a mine anti uomo: verso uno storico accordo tra governo colombiano ed Eln

epa06043630 A photography dated on 16 June 2013 (reissued on 22 June 2017) shows members of the National Liberation Army (ELN), the second most important guerrilla in Colombia after the Farc, in Cali, Colombia. The ELN claimed on 22 June 2017, that they will release the two Dutch men kidnapped at the municipality of El Tarra, in Catatumbo, Colombia, journalist Derk Johannes Bolt, 52, and his cameraman Eugenio Ernest Marie Follender, 68. 'The ELN's Northeastern War Front reports that the two captured Dutch men are in good health and will be released with a statement', said the guerrilla in Twitter. EPA/CHRISTIAN ESCOBAR MORA

25 luglio 2017. Ore 7.15. La sveglia è già stata posticipata per tre volte. Nel gruppo di whatsapp qualcuno ha mandato un messaggio vocale… È la registrazione della voce di Bernando Tellez, portavoce e delegato di pace dell’Esercito di Liberazione Nazionale (Eln), gruppo di guerriglia colombiano, che annuncia alla radio l’individuazione dei possibili territori dove avviare un progetto pilota di sminamento umanitario: sono i comuni di Samaniego e Santacruz.

Prossima decisiva tappa a Quito il 18 settembre, giorno in cui è stato fissato l’incontro per la negoziazione tra governo e Eln. Al tavolo sono stati invitati anche parlamentari friulani del Partito Democratico.

Ma facciamo un passo indietro…

Il distretto di Samaniego è un comune di 50mila abitanti della Regione del Nariño, a sud della Colombia. È una zona rurale e di cordigliera, conosciuta per la produzione di caffè, uno dei migliori del Paese, soprattutto grazie alle condizioni climatiche e al suolo di origine vulcanica, e per il concorso di bande regionale, un evento annuale per la cittadina, che con orgoglio vanta questa tradizione musicale. A partire dalla fine degli anni ‘80, l’insediamento sul territorio delle diverse forze di guerriglia (Eln e Farc-Ep) e dei gruppi paramilitari e, parallelamente, la diffusione delle coltivazioni di coca, marijuana e oppio, hanno iniziato a stravolgere la tranquillità di questa zona. La conformazione geografica montuosa e di difficile accesso riduce, infatti, le capacità dello Stato di mantenere il controllo sul territorio.

Inoltre, la posizione strategica della Regione, quale territorio di confine, nel tempo, ha conferito alla zona un ruolo chiave per la produzione e il traffico di coca, con conseguenze devastanti sul tessuto politico e sociale cittadino. La situazione di violenza derivante dallo scontro tra le forze armate, aggravata dalla lotta di potere della mafia e del narcotraffico, hanno dato forma a un connubio che ha corrotto la società civile e costretto migliaia di persone ad abbandonare le proprie case e a cercare rifugio in altri comuni. 
La Unidad de Victimas, ente preposto all’assistenza delle vittime del conflitto, registra 13.819 persone residenti nel Municipio di Samaniego come vittime di fatti relativi al conflitto armato avvenuti tra il 1985 e il 2016. A questi dati si aggiungono le statistiche del Piano di Sviluppo del Municipio di Samaniego, nel quale il numero delle vittime salirebbe a 19.337, equivalente al 38,5 % degli abitanti del comune.

Una delle principali conseguenze della disputa tra i gruppi armati per il controllo del territorio è stata la disseminazione delle mine antiuomo in diverse aree strategiche: nel comune di Samaniego, tra il 2005 e il 2013 si contano circa 135 persone, tra civili e militari, vittime di artefatti esplosivi. Questi dati, tuttavia, sono parziali, poiché molte persone non hanno denunciato le perdite familiari subite per timore di ripercussioni. La prima vittima di mine antiuomo del Municipio è stata un minore nel 2005 nel settore la Varazón, che ha perso la vita a causa dell’esplosione di una di esse. Molte persone, negli anni, sono state costrette ad abbandonare le proprie case, perché i giardini erano minati, non potevano più coltivare i propri campi e molti sentieri non erano più sicuri. I bambini in quell’epoca avevano smesso di andare a scuola, troppo pericoloso. Oltre alle vittime umane, anche molti animali da bestiame sono morti a causa delle mine, con gravi ripercussioni sul fabbisogno economico e sociale. Alla paura e all’impotenza di fronte a questa condizione, si aggiunge un senso di profonda ingiustizia nell’ascoltare che «se una mucca incappava in una mina e la faceva saltare, oltre ad aver perso un animale e quindi una possibilità di ingresso economico, eravamo costretti a ripagare ai gruppi armati la mina che era saltata..»

Il legame con il territorio, unito forse alla mancanza di alternative, ha spinto queste comunità a reagire e a trovare forme di pervivencia, come quella di una maestra della zona del Chinchal che creò dei cammini sicuri e organizzò dei corsi di prevenzione per i bambini della scuola, in modo che potessero continuare a studiare. Nonostante la diffusione della violenza, infatti, sono state diverse le iniziative individuali e collettive di pace e di resistenza. A partire dagli anni ’90 nacque un movimento della società civile di promozione dei diritti umani e di costruzione di pace, che si consolidò nel triennio 2004 – 2007 durante l’amministrazione comunale di Harold Montufar attraverso la promozione di un patto locale di pace, strutturato in dieci punti. Con esso si richiedeva ai gruppi armati illegali (Farc-Ep, Eln e gruppi paramilitari) di rispettare i diritti della popolazione civile e, tra questi, le tradizioni culturali, come il concorso di bande musicali. Nel 2006, le comunità, guidate dall’amministrazione comunale, riuscirono a presentare una proposta di sminamento umanitario al tavolo di negoziazione instaurato a Cuba tra il Governo, presieduto allora da Alvaro Uribe, e l’Eln. La proposta, relativa allo sminamento di 14 frazioni del comune di Samaniego e del territorio indigeno del Sande del comune di Santacruz, venne approvata dal tavolo di pace. Tuttavia, il processo di negoziazione naufragò e non fu possibile realizzare l’obiettivo fissato.

Un ulteriore tentativo di avviare uno sminamento umanitario nel territorio di Samaniego si ebbe, poi, nel 2008, purtroppo però si modificò il carattere dell’azione e da sminamento umanitario divenne sminamento militare, con la bonifica di una sola finca (una tenuta, ndr) e l’estrazione di 8 mine, mentre le risorse economiche restanti furono utilizzate per rafforzare l’esercito. Come conseguenza di quest’azione, la guerriglia, allertata per la vicinanza dell’esercito, rispose disseminando maggiori mine sul territorio per disincentivare l’avanzata della forza militare. Tra il 2007 e il 2009 si è assistito a un’acutizzazione del conflitto con forti ripercussioni sulla società civile che visse un periodo di “confinamento” non potendo uscire dalle proprie case per l’intensità degli scontri tra i gruppi di guerrilla e l’esercito.

Molte famiglie abbandonarono i propri territori, soprattutto nel settore montuoso di Samaniego, confluendo nel casco urbano (centro abitato, ndr), e qui, non sapendo dove rifugiarsi, iniziarono a occupare terreni pubblici e a costruire delle baracche dove ripararsi. La Corte Costituzionale colombiana, nel 2008, emanò due risoluzioni con cui intimò alle istituzioni di assumere le misure necessarie per garantire il soddisfacimento delle necessità basiche (abitazione, alimentazione, assistenza sanitaria, educazione) alla popolazione desplazada nel comune.

A nove anni dalle risoluzioni, le famiglie continuano a vivere nei terreni occupati in una situazione di precarietà, ricevendo aiuti minimi da parte delle istituzioni. Questo abbandono provoca in molti casi un fenomeno di re-vittimizzazione per cui oltre ad aver subito delle violenze legate al conflitto armato (omicidio, desplazamiento, sequestro, torture, minacce, sparizioni forzate, abusi e violenza, reclutamento forzato, sequestro dei terreni), la condizione di abbandono e isolamento successiva, lede ulteriormente la dignità della vittima e ne riduce le possibilità di recupero.

L’attuale momento storico costituisce un’opportunità per la società civile e le comunità minoritarie di intervenire e contribuire attivamente per la costruzione della pace nell’implementazione degli accordi di L’Avana e nelle negoziazioni di Quito. In seguito alla firma degli accordi di La Avana, avvenuta il 26 settembre 2016, tra il Governo e le FARC-EP, sono state avviate le procedure di implementazione degli accordi, tra cui la smobilitazione del gruppo di guerriglia e la concentrazione nei territori designati, la consegna delle armi, l’avvio del sistema di giustizia transizionale e la definizione dei programmi di sviluppo e sostituzione delle coltivazioni di uso illecito. Parallelamente, a febbraio di quest’anno, è stato annunciato l’avvio della fase pubblica dei negoziati tra Eln e Governo, essenziali per poter garantire al Paese una pace completa.

Nell’agenda di pace tra Eln e Governo, il tema trasversale a tutto il processo è la partecipazione della società civile, la quale è chiamata a presentare le proprie iniziative di pace. Sulla base di questo punto fondamentale, il 26 febbraio 2017, nel comune di Samaniego si è tenuta un’assemblea, a cui hanno preso parte comunità campesine, vittime del conflitto, comunità indigene, accompagnate dalle istituzioni locali e da organizzazioni internazionali, tra cui l’Organizzazione degli Stati Americani (Mapp- Oea) e Geneva Call, per far sentire la propria voce, come pervivientes di un conflitto che ha un debito incalcolabile nei confronti dei civili e dei territori. In questa occasione, approfittando della discussione nei tavoli di pace di Quito del punto 5f dell’agenda “dinamiche e azioni umanitarie”, le comunità, riunite nel movimento sociale regionale Minga por la paz de Nariño, hanno presentato la proposta di riattivazione del patto locale di pace del 2004 e sette iniziative di pace, tra cui lo sminamento umanitario della frazione del Chinchal di Samaniego e dei territori indigeni de El Sande e La Montaña, le stesse che erano state presentate nel 2006. Le iniziative sono state accolte positivamente dalle delegazioni ai tavoli di pace del Governo e dell’Eln, che tramite dei video hanno espresso la loro approvazione.

La prima fase di negoziazione si è conclusa ed è stata avviata la seconda ma il 25 luglio, l’Eln ha annunciato ai giornali l’approvazione da parte del gruppo dello sminamento umanitario nei territori proposti. Questo significa che dopo 12 anni di richieste di sminamento umanitario, finalmente le comunità hanno ricevuto una risposta. Questo processo è frutto della partecipazione dal basso della società civile che in tutti questi anni ha continuato a costruire, instancabile, una proposta collettiva in “minga” (termine di origine quechua, usato per identificare il lavoro comunitario).

Ed è così, quindi, che la voce di Bernardo Tellez, alle 7.15 di mattina, non può che dare speranza: una porta si è aperta per le comunità, che potranno avere un ruolo protagonista nella rivendicazione dei propri diritti, e per la Colombia, che, anche se un po’ traballante, pone le basi per il raggiungimento di una pace completa.

 

Gli autori

Oikos Onlus ha conosciuto il processo di resistenza al conflitto delle comunità di Samaniego nel 2006, a un incontro internazionale di una rete di realtà urbane europee e latino-americane a Porto Alegre (Brasile), durante il quale il coordinatore dell’associazione ascoltò per la prima volta le parole di Harold Montufar, oggi coordinatore dell’Instituto Sur Isais. Da quell’incontro nacque un’amicizia che sfociò poi in una collaborazione quando, nel 2015, la Regione Friuli Venezia Giulia, nell’ambito del programma regionale di cooperazione, approvò un progetto di promozione dei diritti umani in Colombia, che fu l’inizio di un percorso di scambio, tutt’ora in corso, con le comunità locali del Comune di Samaniego.

Il primo progetto, avviato a gennaio 2016 e denominato DUPLA PAZ, ha l’obiettivo di promuovere i diritti umani e la partecipazione, attraverso corsi di formazione, realizzati in collaborazione con il Centro de Estudios Sociales di Coimbra, diretti a rappresentanti di organizzazioni comunitarie e sociali, membri delle comunità indigene, campesinos e vittime del conflitto armato, per approfondire il tema del processo di pace. Contemporaneamente, è stata avviata la costruzione dello Spazio educativo per la pace e il buen vivir, un centro di formazione, dialogo e incontro in cui promuovere una educazione di qualità, attraverso programmi tecnici e universitari. Formare le future generazioni con i valori del dialogo, della reciprocità, della riconciliazione e del perdono e fornire loro le competenze necessarie per la gestione di questo cambiamento storico rappresenta uno dei compiti e delle sfide fondamentali del post-conflitto, ancor più nelle zone rurali dove l’esclusione e la scarsità di risorse economiche impediscono ai giovani di poter accedere a un’istruzione di qualità. Infine, il progetto sostiene un’associazione di vittime del conflitto, formata da circa 64 famiglie, attraverso attività di accompagnamento giuridico e psico-sociale.

Il secondo progetto SABOR ECO Y JUSTO, avviato a fine dicembre 2016, in collaborazione con la Cooperativa Sociale Itaca di Pordenone, ha l’obiettivo di sostenere i produttori locali attraverso la formazione e il sostegno alla commercializzazione dei prodotti tipici, come il caffè e l’artigianato locale. Al contempo, mira a migliorare le condizioni di vita di un’associazione di vittime del conflitto attraverso l’avvio di un centro di raccolta e riciclo della plastica e promuovendo pratiche in linea con la protezione dell’ambiente.

 

Attenzione allo spreco alimentare, gettiamo oltre 15 miliardi di euro all’anno

Sacchi contenenti spazzatura lasciati in un angolo a Trastevere a Roma, 30 maggio 2016. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

A un anno dall’entrata in vigore della legge per la limitazione degli sprechi alimentari, l’uso consapevole delle risorse e la sostenibilità ambientale,  (la “legge Gadda”), si iniziano a tirare le prime somme grazie alla campagna europea di sensibilizzazione “Spreco Zero”. Ed ecco i risultati. La campagna rileva che lo spreco alimentare vale oltre 3,5 miliardi di euro. La cifra è desumibile dall’agricoltura (euro 946.229.325), dalla produzione industriale (euro 1.111.916.133) e dagli sprechi nella distribuzione (euro 1.444.189.543).

Una cifra che rappresenta, tuttavia, solo un quinto dello spreco totale di cibo in Italia, da sommare poi allo spreco alimentare domestico che ci porta a oltre 15,5 miliardi di euro gettati ogni anno (lo 0,94 per cento del Pil), calcolato sulla base dei test “Diari di Famiglia”, una sorta di agenda scaricabile online che sensibilizza la famiglia sullo spreco del cibo, eseguiti dal ministero dell’Ambiente con il Dipartimento di scienze e tecnologie agroalimentari dell’Università di Bologna, nonché l’apporto delle ricerche di mercato della Swg, nell’ambito del progetto “Reduce 2017”.
I dati dei “Diari di Famiglia”, condotti le scorse settimane su un campione statistico di 400 famiglie di tutta Italia, saranno resi noti nell’ambito di un convegno internazionale nel febbraio 2018, in occasione della quinta Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare. La quantificazione reale dello spreco domestico in Italia smentisce così le stime dei sondaggi semplicemente percettivi, che sono nettamente sottostimati.

Ogni giorno, per una settimana, 400 famiglie hanno annotato su formulari composti da parti compilative e chiuse il cibo gettato a ogni pasto, con annessa motivazione, sul modello inglese del programma di azione sui rifiuti e risorse Wrap. Il dato confortante è che, tra i cittadini, cresce la sensibilizzazione intorno al tema spreco: l’Osservatorio waste watcher (Last Minute Market / Swg) informa che 7 cittadini su 10 sono a conoscenza della nuova normativa, e oltre il 91 per cento considera grave e allarmante la questione spreco legata al cibo, mentre l’81 per cento dei cittadini si dichiara consapevole che il cambiamento deve avvenire innanzitutto da se stessi e dalla propria famiglia, nel quotidiano.

La campagna prevede anche un premio, che si chiama, non a caso, “Vivere a Spreco Zero”: nella categoria “testimonial”, per questa quinta edizione, va al disegnatore Francesco Tullio Altan. Queste le motivazioni del riconoscimento ad uno degli interpreti più sensibili della società italiana: “Per aver illustrato con fulminea incisività il paradosso del nostro tempo bulimico e sprecone, dando voce e matita, nell’ultimo decennio, ai temi dello spreco alimentare, idrico ed energetico. E per aver così contribuito a sensibilizzare adulti e giovani, amichevolmente ma con straordinaria efficacia, intorno a una questione tema centrale e ineludibile del nostro tempo”.

L’illustratore sarà premiato martedì 28 novembre a Bologna, presso la Quadreria Palazzo Magnani, insieme ad aziende, enti pubblici, scuole e cittadini in gara per questa quinta edizione del concorso, organizzato con il ministero dell’Ambiente, l’Università di Bologna Distal e il progetto “Reduce”, al via il prossimo mese di ottobre, in occasione del “World Food Day 2017”. La campagna è sostenuta da un pool di aziende dell’agroalimentare italiano e del packaging nazionale. Promuovere e condividere le buone pratiche di prevenzione degli sprechi alimentari adottate sul territorio nazionale da soggetti pubblici e privati: questo l’obiettivo del premio “Vivere a Spreco Zero” per l’edizione 2017.

Ogni giorno, tutti i giorni, uno schizzo sull’Italia e su Giulio Regeni

People hold signs depicting Giulio Regeni as they attend a march in memory of Italian researcher at Sapienza University on the first anniversary of his disappearance in Egypt, Rome, Italy, 25 January 2017. Italian President Sergio Mattarella on Wednesday called for cooperation to bring to justice the killers of Regeni in Egypt. "Italy has mourned the killing of one of its studious young people, Giulio Regeni, without full light being shed on this tragic case for a year, despite the intense efforts of our judiciary and our diplomacy," Mattarella said on the first anniversary of Regeni's disappearance. "We call for broader and more effective cooperation so that the culprits are brought to justice". ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

Ma dove sono tutti i sovranità e i difensori della Patria di fronte a questa Italia calpestata, stropicciata, abusata e derisa da Al Sisi e il suo Egitto che trattano l’Italia come scema del villaggio? Ma dove sono Gentiloni e Alfano, quelli che si ostinano a garantirci che l’Egitto è un partner “corretto e affidabile” se non addirittura “ineludibile” mentre la verità sulla morte di Giulio Regeni non solo si allontana ma addirittura viene sfigurata ogni giorno di più? Ma che dice l’ambasciatore italiano in Egitto, fresco di nomina che ci hanno detto essere indispensabile, di ciò che accade? Non ha tempo, l’ambasciatore, di rilasciare una dichiarazione, divergere almeno un tiepido comunicato stampa? E dove sono i difensori dei marò di fronte a questo giovane italiano ucciso e alla sua famiglia senza risposte?

Ieri l’avvocato egiziano Ibrahim Metwally Hegazy, uno dei componenti dell’associazione che cura la difesa di Giulio Regeni in Egitto, è apparso davanti al magistrato della sicurezza in stato di arresto. Era “scomparso” domenica mentre si imbarcava per Ginevra invitato dalle Nazioni Unite per presentare una relazione sugli “scomparsi” in Egitto. L’accusa? Dice Al Sisi che farebbe parte di un gruppo che vorrebbe sovvertire la democrazia in Egitto. Funziona sempre così: nei governi tirannici, anche se travestiti, la parola “democrazia” diventa un vuoto sinonimo della volontà del capo.

In pratica, secondo Al Sisi, non solo Regeni si è ammazzato da solo (se non ci sono colpevoli alla fine la colpa è dei morti) ma addirittura chi difende la sua famiglia sarebbe un pericoloso terrorista. Terrorismo italiano in terra d’Egitto.

E in tutto questo rimbomba tetra la frase nuda di un tiepido Gentiloni che ieri ha ripetuto il ritornello della “verità su Giulio Regeni” come “dovere di Stato”. Ogni giorno uno schizzo. Tutti i giorni.

Buon mercoledì.

Iran e alcol. Gli ayatollah aprono ai gruppi di auto aiuto

Islam e alcol in Iran: bere è ancora un crimine nel paese degli ayatollah, eppure le cliniche di recupero per alcolisti e i gruppi di auto aiuto compaiono uno dopo l’altro. Per gli abitanti è comunque un progresso rispetto alle celle della prigione dove venivi fustigato solo per averlo assaggiato.

Non è solo illegale per legge dal 1979: in Iran l’alcol è praticamente un tabù per i musulmani più devoti. Ma qualcosa sta cambiando: il governo lascia che si aprano cliniche private, centri di trattamento per aiutare chi ne abusa, reparti speciali in ospedale e gruppi di aiuto, compreso quello degli AA, alcolisti anonimi, per far uscire dall’ombra e dalla vergogna chi vive la dipendenza dall’alcol come uno stigma. Gli alcolisti non sono più criminali, ma persone che hanno bisogno di aiuto per contrastare la dipendenza.

La decisione è stata presa dal ministero della Salute ed è un cambiamento d’attitudine, un’evidenza di apertura di una realtà che cambia: nelle statistiche ufficiali oggi finalmente si può leggere – perché è stato finalmente ammesso- che almeno il 10% della popolazione usa l’alcol nel paese islamico. Le cliniche aperte riflettono un miglioramento sociale, certo sempre ordinato e controllato dal radar governativo.

È facile procurarsi l’alcol in Iran, nonostante sia illegale. Gli “spacciatori” hanno un numero di telefono a cui tutti possono chiamare e arrivano sulla soglia di casa tua con la bottiglia. Il network fa affari d’oro, gli alcolici entrano contrabbandati dal confine con l’Iraq e ormai c’è talmente tanto alcol nel paese “che è impossibile punire chiunque”, dice un organizzatore degli alcolisti anonimi. Questi gruppi ormai sono migliaia in tutto il paese, centinaia a Tehran.

Molti muoiono perché la qualità dell’etanolo consumato è pessima. Prima della rivoluzione c’era l’aragh sagi, lo “spirito di cane”, un distillato di uva passa che ti spaccava le viscere. Un mese fa, dopo che tre persone sono morte e l’intera cittadina di Sirjan è rimasta intossicata, è stato un ex poliziotto a scrivere una lettera aperta affinché l’alcol non fosse più vietato.

Il presidente Rouhani, al potere dal 2013, “sta tentando di inserire realismo nella severa ideologia del paese” scrive oggi Thomas Erdbrink sul New York Times. Nonostante sia vietato dal Corano e dalla legge iraniana, “il governo sta anche facendo campagne pubbliche avvisando i cittadini di non bere e guidare insieme, cosa che non avrebbe mai fatto nel passato. Lungo la strada verso il mar Caspio dove si va in vacanza, ci sono cartelloni che mostrano bottiglie di whiskey e macchine incidentate e questo ha sorpreso molti guidatori. Nel passato la linea ufficiale era – nessuno ha un problema con l’alcol in Iran, perché nessuno beve alcol in Iran”.

Kento e la resistenza rap: «La parola che forza, per la lotta politica in musica»

È un rap impegnato quello di Kento, al secolo Francesco Carlo. Quarant’anni freschi freschi, di Reggio Calabria, romano di adozione, per lui la musica, il ritmo, in primis la parola, sono un’arma per comunicare ideali di buona convivenza, antifascisti. Lontanissimo dal mainstream dei vari  tormentoni estivi, Kento vanta un curriculum pazzesco, che quest’anno ha arricchito con la partecipazione, in qualità di ospite, al Premio Tenco e a Umbria Jazz, palchi solitamente non appannaggio dei rapper. La carriera inizia nel 2009, con l’album Sacco e Vanzetti, prosegue con Resistenza sonora nel 2011, prodotto finanziato con i proventi dei beni sequestrati ai boss. Sì perché Francesco/Kento è di questo che canta. Si guarda intorno e denuncia il malaffare, l’ingiustizia, tutto ciò che rende marcia la nostra società. Ha un blog ed è membro del consiglio della Lega Italiana Poetry Slam. Tutto il resto è la sua musica, per i palchi d’Italia, e non è poco.
Che ci fa un rapper sui palchi d’autore?
Che emozione, è stato un anno di prime volte incredibili. Anche la prima che un rapper reinterpretasse le canzoni di Luigi Tenco. Esperienze molto positive, che stanno continuando perché con l’orchestra porto avanti le mie versioni dei pezzi di Tenco. Le vivo come un riconoscimento nei miei confronti, ma anche dell’hip hop e del rap italiano che ha la forza di confrontarsi con palchi di questo livello e non solo con quelli del mainstream, dei grandi numeri. Sono fiero di essere l’esponente della scena che ha raggiunto un simile risultato.
Quando e perché ti sei avvicinato al rap?
Negli anni Novanta, nel periodo che viene considerato la golden age del rap, anche in Italia. Mi sono avvicinato a questa forma di espressione perché basata molto sulla parola, sul concetto, sul contenuto, sul dire qualcosa, sul trasmettere. La chiave è stato il ritmo unito alla parola.
Un anno fa usciva Da Sud, un album pieno zeppo di storie, contenuti, proteste, denunce, ricchissimo insomma. Parli di mafia, di corruzioni, di ingiustizie in ogni ambito. Un album che porti in giro con la tua band, The Voodoo Brothers, per far conoscere il tuo messaggio.
Siamo ancora in tour, ci sono tante altre date in programma. Stiamo portando in giro anche il libro, Resistenza rap, che è uscito insieme al disco e, se tutto va bene, a breve ne annunceremo l’uscita, tradotto in inglese, negli Stati Uniti. Un periodo intenso di date e concerti. Io continuo a scrivere sempre, non mi fermo mai. È il momento di comunicare, di parlare con la gente, di portare la mia musica ovunque.
Per esempio, nel brano “H.I.P. H.O.P.”, che poi sta per “Ho Idee Potenti, Ho Obiettivi Precisi”, parli proprio della parola come arma da utilizzare «…con forza e precisione».
Sì perché la cosa importante non è solo la potenza dell’arma, ma la precisione. Nel momento in cui io utilizzo la parola, devo essere in grado di utilizzarla in maniera precisa e questo è il messaggio principale che mi sento di dare ai giovani rapper: la consapevolezza di avere un’arma in mano e di saperla usare.
In “Piazzale Loreto” c’è una presa di posizione netta nei confronti del fascismo, del razzismo e di tutta quella “zona grigia” che con loro scende a patti. Mi sembra un tema attualissimo. Che cosa e chi denunci?
Ci sono riferimenti abbastanza espliciti a Mafia capitale. Parlo, in generale, di tutti coloro che non si fanno scrupolo di fare affari con delle realtà implicate con il neo fascismo. Dico che il fascismo si è lavato la faccia e ha indossato la giacca.
A proposito di Mafia capitale, qual è stata la tua reazione alla sentenza per Buzzi e Carminati?
A me non interessano le verità giudiziarie, ma quelle storiche e sociali. Dal punto di vista sociale, non c’è dubbio che si tratti di un’organizzazione di tipo mafioso. Poi, la pronuncia del giudice non la condivido, ma non è di questo che mi occupo. La mia è una lotta politica attraverso la musica e da quel punto di vista io non ho dubbi da che parte stare o che cosa dire. La sentenza è un errore, ma io non costruisco la mia battaglia sulle sentenze, ma sulle realtà politiche.
A cosa dobbiamo, partendo da Roma e dalla presenza di CasaPound, questo preoccupante ritorno ai principi e comportamenti di estrema destra?
Dipende da molti fattori, sono realtà sdoganate; dipende dalla mancata applicazione, secondo me, delle leggi sull’apologia del fascismo e sulla ricostituzione del regime fascista. Al di là delle leggi, bisogna ricostruire l’attualità dell’antifascismo. Finché l’antifascismo viene visto solo in chiave storica, ci dimentichiamo la lezione più importante dell’antifascismo e della lotta partigiana.
Che riscontri hai, di ciò che canti e denunci, da parte del pubblico?
Ho un pubblico eterogeneo: il messaggio della musica arriva a tipologie di persone diverse, poi ognuno le filtra con le propria sensibilità e con le proprie esperienze. È importante quello che ricevo, e questo cambia ogni volta. Non riuscirei a scrivere così tanto se non frequentassi così tanti palchi.
In questo momento che cosa stai scrivendo?
Sto iniziando a scrivere il mio decimo disco e l’ispirazione viene dalla strada, dai palchi, dai viaggi. Lo sto scrivendo in treno, in aereo. Tutto quello che mi dà la gente che mi ascolta finisce nella mia musica.
Il rapporto con la tua Calabria?
Ancora più intenso e viscerale. Amo moltissimo quello che c’è di bello e quello che c’è di brutto.
Mai avuto problemi, minacce o cose simili?
Nel libro ne parlo molto, ho avuto episodi spiacevoli, che però, ci tengo a dire, non sono successi soltanto in Calabria, ma anche a Milano. Io tengo a mettere l’accento non solo sugli episodi spiacevoli, che comunque sono stati pochissimi, quanto sulle centinaia di episodi di solidarietà e incoraggiamento che ho avuto. Per quanto c’è di brutto, c’è una voglia di riscatto enorme, sono ottimista. La musica è un piccolo ingranaggio nella macchina che ci porta verso il futuro.
Kento sta per…
Si chiama così un personaggio di un cartone giapponese, Daltanious, ma è anche l’anagramma fonetico di Tenco!

Migranti, papa Francesco ha finito la Misericordina?

L’ultima sortita aerea di Jorge Mario Bergoglio in poche ore è già diventata la «giustificazione per fede» di nerboruti securitaristi e sollevatori di muri, anche se è soltanto la fotocopia di quanto il capo della Chiesa romana ebbe già a dire, forse con eco minore, a inizio novembre dell’anno scorso. Allora come oggi, gli Stati europei non stavano certo gareggiando a chi ospitasse il maggior numero di rifugiati, tuttavia il pontefice volle rimarcare che la «prudenza» dovrebbe essere «il buon consigliere» dei governanti in tema di accoglienza. Tornando dalla Colombia, ha spiegato che prudenza «significa valutare quanti posti si hanno». Forse Bergoglio ogni tanto finisce le pillole di Misericordina oppure la pressurizzazione dei voli papali è sempre regolata male, fatto sta che è già la seconda volta che i suoi discorsi celestiali piovono come meteoriti sulle file di migranti alle frontiere, rianimando animi e anime di chi vorrebbe solo “ricacciarli a casa loro”. Possibile che nessuno trovi il coraggio laico di insorgere di fronte al massimo esponente della religione cattolica che afferma si debbano tenere socchiusi il cuore e le porte, con tanto di pallottoliere alla mano?

Harriet, la schiava e rivoluzionaria che mette in crisi il presidente Trump

Una immagine di Harriet Tubman tratta da Wikipedia. L'effige di Alexander Hamilton, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, rimarr‡ sulla banconota da 10 dollari. Mentre l'ex presidente americano Andrew Jackson scomparir‡ dal biglietto da 20 dollari sostituito da una donna: l'eroina della lotta contro lo schiavismo Harriet Tubman. ANSA/WIKIPEDIA +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

È una donna, è nera, è una rivoluzionaria ed è morta. Ma può ancora fermare Trump.

Harriet Tubman nel 1822 era una schiava. La fuga dai padroni, poi la solidarietà che diede agli altri schiavi nell’Underground Railroad Movement, – un movimento di liberazione clandestina per i neri degli Stati Uniti-, cementarono la sua leggenda. In seguito diventò una spia dell’esercito nordista, ma morì mentre combatteva un’altra lotta: quella compiuta per permettere alle donne di votare, nel 1913, quando era già un mito della battaglia per i diritti e per l’uguaglianza.

Il suo volto, per decisione dell’amministrazione Obama e dell’allora segretario al Tesoro Jack Lew, doveva finire sulla banconota più diffusa in America, quella da venti dollari. Ma la faccia di Harriet Tubman, eroina di colore che ha lottato contro lo schiavismo, non starà nel portafogli degli americani, perché l’attuale segretario americano del Tesoro Steve Mnuchin ha detto che a metterla sulle banconote nemmeno ci pensa, «perché abbiamo altro su cui focus on, altre questioni a cui prestare attenzione».

La diatriba va avanti da tempo, ma il Washington Post, uno dei suoi ultimi editoriali l’ha titolato così: “Non rinunciate a Harriet Tubman”. Si sta erodendo la nostra democrazia, «rappresentare un membro simbolo di metà della nostra popolazione sarebbe stata un’idea rivoluzionaria. L’inversione della decisione di mettere Harriet Tubman sulle banconote da venti è un perfetto esempio dell’amministrazione Trump che distrugge i nostri valori fondamentali. L’aggiunta di un volto di donna sulle nostre banconote non era semplicemente una direttiva dell’allora presidente Barack Obama. C’è stata una lunga campagna nazionale, audizioni pubbliche svolte dal Dipartimento del Tesoro. Gli Americani avevano fatto la loro scelta per i 20 dollari».

Per un presidente che ha fatto leva sui più brutali istinti dell’uomo bianco tra il suo elettorato, sui pensieri più xenofobi e misogini della massa impoverita, trovarsi davanti al volto della donna che ha fatto un pezzo della storia nera americana, sarebbe stata quanto meno una beffa storica. Oggi Abraham Lincoln vale cinque dollari, Alexander Hamilton dieci banconote verdi. Negli Stati Uniti in piena guerra delle statue e dei simboli, dove si uccide per mantenere in piazza i marmi dei generali sudisti e dove si decapitano quelli di Cristoforo Colombo, i venti dollari di Harriet non varrebbero più solo venti dollari.

Sarebbero un simbolo, un tributo da pagare, in questo preciso momento storico, ad una delle figure più eroiche, che ha plasmato la storia dei neri e delle donne d’America. Intanto, al suo posto, sui venti dollari, rimane invece Andrew Jackson: settimo presidente americano, latifondista, a suo tempo possidente di terreni e schiavi, propagatore di idee populiste, “difensore dell’uomo comune”. In pochi lo conoscono, in pochi lo amano. Tra quei pochi c’è ovviamente il presidente Donald Trump.

Ius soli, è il giorno in cui la politica farà vedere il suo vero volto

Un momento della manifestazione sull'approvazione della legge per la cittadinanza, 28 febbraio 2017. ANSA/ANGELO CARCONI

Ci sono anche loro, gli Italiani senza cittadinanza oggi dalle 15 davanti a Montecitorio (non gli hanno dato il permesso per protestare davanti Palazzo Madama). Rappresentano gli 820mila giovani nati in Italia da genitori stranieri che attendono l’approvazione dello ius soli. Una legge tanto voluta dal Pd da essere al primo punto della campagna elettorale del 2013, tanto decantata dallo stesso ex premier Renzi, e ultimamente oggetto di una solenne promessa da parte del presidente del consiglio Gentiloni – che a luglio aveva detto di iniziare i lavori a settembre proprio con lo ius soli – e invece destinata a essere rinviata. Un’altra volta.

Quella sulla cittadinanza è una legge che trova ostacoli a ogni angolo, in pratica, segue gli umori dell’opinione pubblica alimentata da posizioni xenofobe e dalle aride cifre dei sondaggisti. Lo si è visto anche con la giravolta al Senato del M5s che pure nel 2013 aveva presentato un testo di legge simile a quello presentato dalla relatrice è Doris Lo Moro (Mdp). Come ha fatto notare il giurista Luigi Ferrajoli su Left, lo ius soli «non ha niente a che fare con le migrazioni e l’unica ragione per non concederlo è di carattere razzista». Ma il nesso ius soli e migrazioni viene ulteriormente coltivato e la stessa “cautela” del Pd dimostra la non chiarezza del partito democratico che facendo così contribuisce ad alimentare la confusione. Il capogruppo Pd Zanda ha promesso che se ne parlerà a ottobre dopo il Def e prima della legge di Stabilità. Vedremo.

Oggi la riunione dei capigruppo al Senato deciderà se calendarizzare o meno.
«Per me le promesse dei politici sono spesso per calmare l’opinione pubblica ma quello che spero è che Zanda rispetti quello che ha detto, non voglio credere che l’Italia non voglia riconoscere i suoi figli», dice Youness Warhou, 23 anni, tra i fondatori del movimento Italiani senza cittadinanza, molto attivo in questo ultimo periodo. « Però visto che non mi fido continuo ancora con il mio gruppo, scendiamo nelle piazze, facciamo incontri e vogliamo andare nelle scuole per spiegare ai bambini qual è la situazione».

«Oggi la patria è dove trovi pace e rifugio, e che rende possibile una convivenza civile. La patria è dove ti puoi fermare», si legge nell’appello promosso da Gianfranco Bettin, Ginevra Bompiani, Furio Colombo, Goffredo Fofi, Carlo Ginzburg, Luigi Manconi e diretto al presidente della Repubblica, ai presidenti del Senato e della Camera e a tutti i cittadini italiani. Un appello in cui si pone l’accento sul fatto che l’idea di cittadinanza cambia in questo mondo sconvolto da guerre e esilii e che il diritto di sangue si apre al diritto del suolo. «È così che un paese ritrova se stesso riconoscendosi nel suo prossimo».

Vedremo se queste idee aperte verso un orizzonte che arricchisce tutti i cittadini riusciranno a concretizzarsi in una legge a lungo attesa, oppure se prevarranno ragioni più misere che chiuderanno quell’orizzonte nel buio dei pregiudizi.

Aggiornamento delle ore 18,39. Per tutto il mese di settembre il ddl sullo ius soli non compare nel calendario dei lavori del Senato. Lo ha deciso la Conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama.

Non c’è mai una seconda prima impressione. E qui nemmeno una fine

Non so se vi ricordate, è passato qualche anno, quando per alcune settimane in Italia deragliarono tutti i treni: fu un impareggiabile filotto cosparso su tutti i giornali (e telegiornali) per giorni interi che ci convinse (tranquilli, poi passa, sempre, passa) che salire su un treno fosse uno dei gesti più spericolati che un padre di famiglia potesse compiere. Poi, all’improvviso, all’unisono, più nulla: notizia sparita, problema risolto.

Poi (ve lo ricordate?) ci furono i sassi dal cavalcavia: migliaia di teste di persone alla guida che si sollevavano ogni volta che la propria auto passava sotto un ponte: una sensazione generale di spada di Damocle a forma di sasso attanagliava i viaggiatori e sui quotidiani (e nei telegiornali) si coglieva la paura di essere sterminati da un attacco che arrivasse dal cielo. Come in Indipendence Day. Ma poi basta. Tutto a posto.

Nelle scorse settimane (siamo nei giorni dello sgombero di piazza Indipendenza a Roma, per capirsi) si è schiacciato l’acceleratore sulle violenze degli “immigrati” (scritti così, senza distinzioni, mettendoci dentro l’irregolare insieme al minore non accompagnato o al perseguitato politico o al profugo di guerra come se fosse tutto materiale di risulta) e risultò utilissimo il racconto di Pamela, una donna romana trentacinquenne che raccontò di essere stata “rapita” insieme alla nipote da un gruppo di immigrati. Tempismo perfetto: “ora provate a dire che non andavano sgomberati!”, hanno urlato i giornalacci. Facendo di tutto lo stesso impasto. E notizia sparata in prima pagina.

Ora è la settimana degli stupri: un’Italia sotto la morsa della violenza di questi negri sporchi brutti e cattivi condita da numeri inventati, cronache vaginali, pornografia del dolore e presunti studi scientifici sulla predisposizione allo stupro di questa o quella razza, addirittura. Poi è successo il fattaccio dei carabinieri e allora subito di corsa a cambiare atteggiamento fissandosi sulle americane che bevono troppo e sulle donne ammaliatrici: il ritorno di Eva, bentornato Medio Evo. Fino a stamattina quando fortunatamente è successo ancora con uno straniero accusato di stupro su una turista a Roma e quindi la “linea della narrazione” è tornata sui binari più comodi.

Poi fa niente che gli incidenti su ferrovia siano in linea (e lo erano anche nei tempi dell’allarme) con il trend degli ultimi decenni; non importa che i sassi dal cavalcavia (per fortuna) continuino ad essere i rari gesti sconsiderati di qualche cretino; non importa che la donna romana che diceva di essere stata “rapita” sia stata smentita dai fatti e nel frattempo sia stata beccata mentre rubava in un supermercato e arrestata per furto; e non conta nemmeno che la Questura di Firenze abbia bollato come “fake news” le presunte statistiche sugli stupri “inventati” dalle straniere per screditare i fiorentini e, vedrete, non conterà nemmeno illustrare come le violenze sulle donne sia un fenomeno fomentato soprattutto da italiani su donne italiane e per di più in famiglia.

L’importante è la prima impressione. Giornalisti, politici e presunti intellettuali di latta si scatenano sull’onda emozionale dimenticandosi di avere il dovere di sapere e raccontare come va a finire. Tutti presi da un’analisi che si basa sul “sentimento popolare” come se fosse l’unico fatto da cui attingere. E così, ovvio, ci intirizziamo sempre di più ad essere un Paese con la credibilità che dura poco più di un tweet, convinto che la cultura e la credibilità si misuri solo nel tempismo e che la complessità del reale sia una perdita di tempo che non interessi a nessuno. Non è solo un analfabetismo di ritorno, no: è un Paese intero che vive la contemporaneità con la foga dello scommettitore alle corse dei cavalli e che smisuratamente esulta se vince o si dispera se sbaglia la puntata. Tutto qui.

Buon martedì.

L’appello di Ken Loach per Blue Desk, polo culturale indipendente che rischia di scomparire

Che la città di Roma viva una profonda crisi del settore culturale è una realtà oggettiva; che questa crisi sia determinata da molteplici fattori (economici, politici, progettuali etc.), retaggio di una storia passata oltre che situazione attuale, è un discorso noto; che nel cono d’ombra della crisi finiscano per precipitare le attività culturali meno protette, spesso le più vitali, certamente quelle maggiormente legate alla vita del territorio e della comunità civile, è un triste monito. Ecco perché, quando si tratta di associazioni culturali, come Blue Desk, scatta l’esigenza di intervenire.

Nata nel 2008, Blue Desk opera nella capitale dal 2013, nel quartiere Appio latino-Tuscolano, tra due importanti strade di percorrenza (Appia e Tuscolana): traffico inarrestabile, parcheggio introvabile, metropolitana, molti esercizi commerciali, altissima densità di popolazione, rari gli eventi e le iniziative culturali. Il locale, poco meno 50 metri quadri, è stato ristrutturato da Simone Amendola e Floriana Pinto, nel senso che hanno comprato pittura, pennelli, secchi e doghe di legno e, sebbene facessero l’uno il regista e l’altra l’operatore culturale, l’hanno rimesso a posto nel giro di tre mesi, lavorando il giorno, ma soprattutto la sera e la notte, per non sottrarre tempo agli impegni prefissati. Gli hanno dato una mano gli amici, è vero, nessuno di loro era muratore, parquettista, pittore-competenze importanti, di cui erano sprovvisti – ma erano tutti animati da un intento comune ovvero partecipare alla creazione di un laboratorio di idee e di confronto tra diversi linguaggi espressivi. Un luogo di incontro, in cui convergessero e da cui ripartissero energie, immaginazione, discorsi, bellezza nell’improvvisazione e organizzazione del tempo libero. Da allora, Blue Desk ha messo su appuntamenti con il miglior cinema di finzione e il vivace mondo del documentari, il teatro, la fotografia, la musica – tantissima, travolgente, etnica soprattutto – ma si è dedicata anche a progetti nelle scuole, temi sociali, grandi eventi gratuiti. Con la Casa del Cinema e il contributo della Regione Lazio ha realizzato retrospettive su alcuni importanti cineasti del presente, tra cui Ken Loach e Philip Groening. In solitaria ha investito su documentari, progetti editoriali, spettacoli teatrali. Spesso ha fatto da battistrada nel proporre temi caldi o progetti scomodi, come il documentario sulle Pussy Riot, l’anarchica band femminile, che ha pagato con la prigione la rivolta a Putin. In dieci anni il suo pubblico è aumentato ed è diventato sempre più eterogeneo, interessato, disponibile all’avventura di un intrattenimento non convenzionale ed a proposte artistiche inusuali. Accanto ad amanti del cinema, professionisti, studenti, amici e conoscenti si sono seduti curiosi, adolescenti, famiglie, post-punk, orfani di Rifondazione e non solo, tanti stranieri, artisti, pensionati, annoiati del vicino centro commerciale o anche della Tv. Ci sono stati fine settimana gremiti…

Questo luogo ora rischia di chiudere, e non importa quale sia il contraddittorio in corso, quanto entusiasmo da sempre abbia permeato questa esperienza, se i risultati siano eccellenti e anche questo sia un modo intelligente di fare impresa, la burocrazia ha un linguaggio incomprensibile ai più e non serve entrare nel merito. Resta il problema che nel 2018 Blune Desk forse non ci sarà più, versare la somma di 15 mila euro è la condizione necessaria per mantenerlo in vita, ottenere un contratto di affitto, non perdere quello che, con dedizione e costanza, Simone e Floriana hanno costruito in questi anni. È stato chiesto loro di resistere allo scoramento, non lasciarsi spaventare da una cifra fuori dalle loro contingenti opportunità e “provarci” ancora: glielo hanno chiesto amici, spettatori, iscritti all’associazione, gente del quartiere, esercizi delle vie circostanti. E’ nata così l’idea di lanciare un crowdfunding con “Produzioni dal basso” per ottenere risorse economiche e sponsorizzazioni da chiunque desideri partecipare al progetto e contemporaneamente lasciar agire sui social una campagna di visibilità #mydeskisblue  per difendere il lavoro di 10 anni. Hanno immediatamente aderito: Ken Loach, Philip Groening, Pussy Riot, i registi Massimiliano Bruno e Silvano Agosti, l’Orchestra di Piazza Vittorio, il portavoce di Amnesty Italia Riccardo Noury, la sceneggiatrice Doriana Leondeff, la montatrice Francesca Calvelli, il fonico di presa diretta Maricetta Lombardo, l’attrice Elda Alvigini e aderiranno ancora in tanti. La redazione di Left e il direttore Simona Maggiorelli sono con loro.

Link alla campagna di crowdfunding

Contribuisci con quello che vuoi al crowdfunding e segui Blue Desk sui social. Scattati una foto con la scritta #MYDESKISBLUE , pubblicala sulle tue bacheche insieme al link di produzionidalbasso e poi inviala anche a [email protected] Sarà inserita sulla wall del sito di Blue Desk