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«Quel giorno alla Moneda, mio padre…». Storia di Montiglio, l’italiano che voleva salvare Allende

In foto: Tamara Paola Montiglio Belvederessi durante la sua testimonianza al Processo Condor di Roma, (Lilia Di Monte ©)

Con il nome di battaglia ‘Joaquín’, Julio Soto Céspedes era uno dei sei autisti personali di Allende. L’11 settembre 1973 aveva 24 anni ed era un uomo del Gap (Grupo de amigos del presidente), un nucleo scelto di giovani militanti del Partito socialista, la scorta più fidata del “Dottore’ – così lo nomina per tutta l’intervista che mi ha rilasciato a Roma in occasione della sua testimonianza al processo Condor. È lui che portò il presidente alla Moneda la mattina del golpe a bordo della famosa Fiat 125 scura. «Chiesi al Dottore cosa stesse accadendo», racconta Soto. «‘Si è insubordinata la marina’, rispose. ‘Corri, dobbiamo arrivare alla Moneda prima della marina’. In auto non abbiamo più parlato. Impiegai meno di dieci minuti per coprire i 15 chilometri tra casa sua e il palazzo. Siamo arrivati verso le 7:20 e sembrava tutto calmo». Già il 29 giugno c’era stato un tentativo di golpe, ma allora le stesse forze armate guidate dal generale Carlos Prats erano intervenute per sedarlo. Poi erano venuti gli scioperi generali, come quello dei camionisti che aveva paralizzato il Cile affamando le città prive di rifornimenti. Allende si rivolse al paese via radio, chiedendo ai lavoratori di recarsi nelle fabbriche e di attendere istruzioni.

Nella Moneda tutti erano pronti a combattere fino all’ultimo, armati alla meglio con quanto avevano potuto trovare in quelle ultime ore. «‘Combattiamo per difendere la democrazia, la Costituzione e lo Stato di diritto. Chi vuole arrendersi ora può farlo’, ci disse Allende una volta dentro il palazzo. Eravamo in 34, nessuno depose le armi», ricorda Soto. «Secondo un piano prestabilito ci dividemmo in due gruppi. Io mi appostai con altri sette sul tetto del ministero dei Lavori pubblici che è molto più alto della Moneda. Avevamo un lanciagranate, un fucile mitragliatore e degli Ak47. Da lì sopra avremmo potuto colpire chiunque». L’idea di Allende era di resistere fino a quando il popolo cileno non avesse preso coscienza della gravità degli eventi. Ma la situazione in breve precipitò. Dopo pochi minuti arrivò la fanteria inviata dal generale Augusto Pinochet, nominato comandante dell’esercito il 23 agosto 1973 dallo stesso presidente socialista. I soldati cominciarono a sparare. I difensori del palazzo risposero al fuoco. Poi però giunsero anche i carri armati in appoggio dei golpisti; infine gli aerei.

«Scendevano verso la Moneda per sganciare le bombe, ci passavano davanti. Non siamo riusciti ad abbatterli. Eravamo stati addestrati per difendere il Dottore in caso di attentato, non per combattere una guerra. Pinochet era riuscito a mettere insieme esercito, marina e aviazione». La voce di ‘Joaquín’ cambia tono. «Se devi sventare un golpe con un fucile, non sparare mai a un aereo mirando alla fiancata. Ricorda: devi colpirlo davanti, dove c’è il pilota». Mentre sibila questa frase mi guarda fisso negli occhi e il suo volto si indurisce per un brevissimo istante; capisco che non sta facendo dell’ironia. In quel momento morì la democrazia cilena e con essa il presidente socialista e i suoi compagni. Dopo il suo ultimo messaggio alla nazione, poco prima che il generale Javier Palacios ordinasse l’assalto finale, i golpisti telefonarono ad Allende offrendogli un aereo per andare in esilio. Lui rifiutò urlando: «Traditori». Quindi intimò ai suoi di arrendersi e li salutò. Imbracciando il mitra ricevuto in regalo da Fidel Castro si chiuse nel suo studio privato e si sparò. «Forse pensò che in questo modo ci avrebbero risparmiato. Purtroppo non è andata così. Se i miei compagni avessero intuito cosa li aspettava, non si sarebbero lasciati ammanettare. Sarebbero morti combattendo».

[….]

Tra le prime vittime del golpe cileno c’è un giovane di origini piemontesi, Juan José Montiglio Murúa. La moglie, Rina Belvederessi, e i figli Tamara e Alejandro chiedono giustizia in virtù della norma del codice di procedura penale che consente allo Stato italiano di processare anche in contumacia i presunti responsabili di crimini contro l’umanità compiuti all’estero nei confronti di cittadini italiani. «A testimoniare», racconta Tamara Montiglio, «abbiamo chiamato tra gli altri la presidente del Senato cileno Isabel Allende Bussi, figlia di Salvador e di Hortensia Bussi, che lasciò la Moneda pochi istanti prima dell’attacco su ordine del padre». Nato a Santiago del Cile nel 1949, Montiglio era un militante del Partito socialista e capo del Gap (Grupo de amigos del presidente), la scorta personale e più fidata di Allende, con il nome in codice ‘Anibal’. «Fu arrestato l’11 settembre dalle milizie di Pinochet», prosegue Tamara, «ed è stato visto insieme ad altri prigionieri alla caserma Tacna, dove si presume che sia stato ucciso pochi giorni dopo insieme ad altri Gap prelevati al palazzo presidenziale». In Cile c’è un processo che riguarda la sua vicenda iniziato circa vent’anni fa. Ma Rina e i due figli non hanno mai testimoniato di persona prima di oggi in un’aula giudiziaria sull’omicidio di Montiglio. «Per ora», prosegue Tamara, «ci sono state solo indagini, nessuna udienza vera e propria. Molto probabilmente la sentenza di Roma arriverà prima di quella cilena e per questo la nostra famiglia è molto grata allo Stato italiano». «Montiglio fu imprigionato, torturato, fucilato a colpi di mitra e fatto saltare in aria con delle bombe a mano nella caserma Tacna insieme ad altri Gap dai militari comandati da Rafael Francisco Ahumada Valderrama. È uno dei 3.000 desaparecidos cileni: il suo corpo non è mai stato ritrovato», ricostruisce Soto.

Nel 1979 Pinochet, seguendo l’esempio della dittatura argentina, con l’operazione ‘Ritiro dei televisori’ ordinò di far sparire i resti dei prigionieri politici, riesumandoli e gettandoli in mare. Qualche frammento osseo rimase comunque nella fossa comune della Tacna e grazie all’esame del Dna alcune spoglie sono state restituite alle rispettive famiglie. Anibal non è tra queste. «Per identificarlo», spiega Tamara Montiglio, «occorrerebbe trovare mia nonna che lo aveva partorito in una relazione extraconiugale. Si sa solo che potrebbe avere il cognome Venezia. Poiché il Dna mitocondriale di una persona si ricava da quello della madre, la questione resta irrisolta. Tant’è che mia mamma in Cile risulta ancora sposata con lui. Non è considerata una vedova».

Tamara nel 1973 aveva meno di 2 anni e come suo fratello ha conosciuto la vera storia di suo padre solo a ottobre del 1988. «Per proteggerci eravamo sempre stati tenuti all’oscuro. Il 5 ottobre 1988 ci fu il plebiscito che si è concluso con la vittoria dei ‘no’ al prolungamento del mandato di Pinochet per altri otto anni. Vennero pertanto indette nuove elezioni: fu l’inizio della fine della dittatura che è caduta l’anno dopo. Nei giorni precedenti, poiché iniziavano a circolare più notizie del solito anche sugli anni del golpe, mia madre e mia nonna pensarono che avremmo potuto vedere qualche foto o leggere qualche articolo su papà e i suoi compagni, quindi decisero di raccontare a me e a mio fratello Alejandro di un anno più grande che cosa era successo alla nostra famiglia l’11 settembre 1973». La storia comincia una settimana prima. «Il 4 settembre il governo socialista aveva assegnato ai miei genitori una casa popolare. Fino a quel momento avevamo vissuto con i miei nonni ma terni. Per tre giorni papà e mamma sono stati a pulire, il 7 settembre siamo andati a vivere tutti insieme nella nuova casa. Pochi giorni dopo ci venne improvvisamente a prendere mio nonno con una zia. Insieme a mamma siamo tornati a casa dei miei nonni. Avevo 2 anni, ci sono rimasta fino a 25». La vita della famiglia Montiglio cambiò bruscamente. «Nonno era dentista, durante la dittatura abbiamo vissuto in un quartiere borghese e con mio fratello abbiamo studiato nella scuola italiana. Non abbiamo mai sospettato nulla. Mia madre negli anni ci raccontò tanti particolari della vita e del carattere di papà. Sapevamo che era stato un dirigente dei giovani studenti socialisti, che gli piaceva ascoltare gli Inti-Illimani. A poco a poco ci mostrava come era Montiglio ma senza mai arrivare a raccontare qualcosa che potesse far pensare alla sua presenza a fianco di Allende nel giorno della fine. Ci diceva che era morto per una brutta malattia, la tenia».

Una metafora che Rina non scelse a caso per alludere al regime fascista di Pinochet. «Poi», prosegue Tamara, «quel giorno del 1988 finalmente ho saputo. Lei ha cominciato a raccontare come aveva conosciuto papà all’università. Che prima erano amici e che dopo è nato l’amore. E poi che lui era molto più che un semplice studente socialista impegnato politicamente. Nel 1970 il partito gli aveva chiesto di entrare nel dispositivo del Gap per fare da scorta ad Allende. Lui lo raccontò a mamma quando aveva già preso la decisione di accettare. Entrò nella scorta il 23 novembre 1970, due giorni dopo è nato mio fratello Alejandro. Quando ci disse come è morto papà sono stata male. Il colpo è stato durissimo. Ricordo però che in quel momento mi sono resa conto di averlo sempre saputo. I racconti di mamma, alcune sue conversazioni a mezza bocca con la Figli rubati nonna. È stato come se improvvisamente si mettessero insieme tanti frammenti di un puzzle». Secondo Julio Soto, la ferocia con cui sono stati eliminati Anibal e gli altri compagni del Gap alla caserma Tacna è stata una conseguenza dal fatto che 34 persone sono riuscite a tener testa a un attacco militare coordinato per quasi otto ore. «Io mi sono salvato confondendomi tra il personale del ministero durante l’evacuazione. A fine settembre fui arrestato e condannato a cinque anni di carcere. Dopo due anni di torture, il 25 settembre 1975 la pena mi venne commutata in esilio». Una volta ‘libero’, Julio Soto è partito per il Regno Unito per poi trasferirsi in Svezia dove il premier socialista Olof Palme garantiva l’asilo ai militanti sudamericani. Infine si è stabilito in Germania, a Berlino. Qui si è innamorato di una donna tedesca, ha svolto molti lavori ed è stato consulente di Baltasar Garzón nell’inchiesta che si concluse nel 1998 con il mandato d’arresto internazionale emesso dal giudice spagnolo contro Pinochet. Oggi Joaquín è un pensionato. «Viviamo tra la Svezia e la parte est di Berlino, nostra figlia studia medicina. Ogni tanto ritorno in Cile dove non ho potuto rimettere piede fino al 1987, ma non mi trovo granché bene. C’è una democrazia molto fragile che ancora poggia sulla Costituzione scritta da Pinochet. Con il caso Montiglio a Roma per la prima volta al mondo in un’aula giudiziaria si parla degli eventi accaduti nel giorno del colpo di Stato cileno. Furono compiuti crimini contro l’umanità, ma nel mio paese la polizia fa solo finta di indagare». «15.516: sono i giorni passati dall’omicidio di mio padre », ha scritto in un sms dal Cile il figlio di Montiglio, Alejandro, all’avvocato di parte civile Andrea Speranzoni al termine della prima udienza romana, il 12 febbraio 2015.

 

In foto: Tamara Paola Montiglio Belvederessi durante la sua testimonianza al Processo Condor di Roma, (Lilia Di Monte ©)

La cupa avanzata dell’Afd, a “braccia tese” contro la Merkel

epa06188518 Protestors show red cards, that read 'red card for Merkel', against German Chancellor Angela Merkel in a demonstration against her in an election campaign event of the Christian Democratic Union party (CDU) in Finsterwalde, eastern Germany, 06 September 2017. General elections in Germany are scheduled for 24 September 2017. EPA/FELIPE TRUEBA

Manca poco per essere “quattro volte Angela”. Dopo che il suo terzo mandato volge a termine, è quasi certo che Merkel verrà rieletta di nuovo il 24 settembre a capo dello Stato più ricco dell’Unione Europea. Eppure nella cittadina tedesca di Finsterwalde, nel cuore di quella che è stata la sua regione natale nell’ex Germania dell’est, “la donna più potente d’Europa” non riusciva a far sentire la sua voce. Ad accoglierla c’era una folla che urlava “vattene”.

Angela Merkel ha tentato di ribadire a chi protestava nella cittadina le ragioni che l’hanno spinta ad accogliere oltre un milione di profughi, ma in cambio ha avuto fischi e proteste. Più potenti dei suoi microfoni, ai piedi del palco, c’erano i neonazisti dell’Afp, che alle elezioni si piazzeranno probabilmente davanti a verdi e liberali.

«La Merkel mi fa vomitare, ha ammesso tutti questi parassiti islamisti, questi criminali in Germania, non ha chiesto il permesso a nessuno». A parlare era un attivista dell’Afd, Alternativa per la Germania, il partito populista nato nel 2013 con posizioni anti-euro ed ora è apertamente anti-islamico. Durante la manifestazione, due di loro sono stati prontamente ammanettati, appena hanno alzato la mano e teso il braccio per compiere il saluto nazista.

Nell’est del paese l’Afd ha fatto presa con campagne contro migrazione e globalizzazione. I membri dell’ultra destra dell’Afp oggi si battono esplicitamente contro turchi, ebrei, neri e la ministra dell’Integrazione Aydan Ozoguz. Hanno conquistato il 33% nelle elezioni regionali lo scorso anno, e il loro rating nei sondaggi è cresciuto dall’otto all’11%. Il 24 settembre sapremo se sono diventati il terzo partito del paese e quasi certamente sarà così.

Perché mancano ormai pochi giorni alle elezioni tedesche, e nessuno ha troppi dubbi. Rinnovando la loro forza politica nella maggiore coalizione in Parlamento, vinceranno di nuovo i cristiano democratici di Angela Merkel, che vantano nei sondaggi un 37% di preferenze tra i cittadini rispetto al 20% dei social democratici.

Nel suo ultimo dibattito televisivo, da cui la cancelliera della Cdu è uscita vincente, anche il social-democratico Martin Schulz, in altri termini, ha criticato la politica “delle porte aperte” di due estati fa, quando un milione di migranti giunsero in Germania. La Merkel ha controbattuto come ha fatto in Germania Est.

«Non permetteremo che l’estate del 2015 si ripeta», ha detto alla folla a Finsterwalde, dove c’era anche chi la supportava, ed erano quasi in mille. Neppure loro riuscivano a coprire le urla dei manifestanti che impedivano alla Cancelliera di parlare. Sui cartelloni che agitavano c’era scritto “Noi Amiamo Angela”, erano radunati intorno alle staccionate intorno al palco ed alcuni di loro sapevano di cosa stava parlando quando ricordava il flusso umano che scappava dalla guerra: erano siriani.

 

Libia: è pizzo di Stato?

Un fermo immagine tratto da breve video postato sul profilo Twitter della Ong spagnola Proactiva Open Arms che ha denunciato di essere stata oggetto di spari da parte di un'unità della Guardia Costiera libica in acque internazionali il 7 agosto 2017. Secondo la Marina libica l'imbarcazione della ong si sarebbe trovata a 12 miglia dalla costa della Libia e i colpi al suo indirizzo sarebbero stati sparati in aria. Roma, 8 agosto 2017. ANSA/ TWITTER PROACTIVA OPEN ARMS +++ NO SALES - EDITORIAL USE ONLY +++

Il reportage dell’altro ieri di Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera è solo l’ultimo tassello di un quadro che va componendosi da settimane. Sono molti i servizi giornalistici che ci raccontano come la Libia sia diventata un inferno (Medici Senza Frontiere l’ha detto senza giri di parole) e, soprattutto, che i trafficanti libici si sono riciclati nel ruolo di “tappo” degli imbarchi verso l’Italia.

“Zio” Dabbashi, di cui scrive il Corriere, è solo uno dei tanti schiavisti che ora si è messo a disposizione con le sue milizie per fermare i migranti.

Scrive il Corriere: “Con gli agenti dei servizi italiani si è incontrato più volte in alcuno hotel di Gammarth, la costa turistica di Tunisi. Sarà e gli italiani si sono assicurati la sua collaborazione in cambio di 5 milioni di euro e la promessa che i Dabbashi ne usciranno puliti  le loro milizie saranno legalizzate”.

Quindi: un criminale viene pagato (da chi, esattamente?) e ottiene una promessa di impunità.

Sembra una puntata di Narcos e invece sono gli «amici libici» di Minniti.

Chi ha pagato? Chi garantisce copertura politica? Possibile che tutti coloro che si sono “eccitati” per le indagini conoscitive di Zuccaro sulle ONG oggi non trovino stimoli sui fatti raccontati da fonti autorevoli?

Per intendersi, pagare dei criminali per tenere lontano il crimine è “pizzo”: un favoreggiamento politico e criminale. Un po’ come funziona con quei commercianti che sono disposti a pagare un obolo ai criminali perché ammazzamenti e ladrocini non avvengano sotto le loro insegne. Non sono contro il crimine: sono contro i fastidi del crimine nel proprio giardino.

Pizzo, appunto. In questo caso pizzo di Stato.

Qualcuno ha qualcosa da dire?

L’ex ministro greco Varoufakis mette a nudo la retorica dell’establishment europeo

Varoufakis e Correa a Bruxelles

E’ stato uno degli eventi politici che ha contrassegnato la riapertura dei lavori nella capitale dell’Unione europea. Al Bozar, tempio culturale di Bruxelles, lo scorso 9 settembre è andato in scena il “vero stato dell’Unione” organizzato da DiEM25 (Movimento per la Democrazia in Europa 2025), primo ritrovo nel cuore pulsante dell’Ue per il movimento co-fondato dall’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis. All’appuntamento si sono presentate più di mille persone, tra cui molti giovani. L’obiettivo  era mettere a nudo la fatua retorica dell’establishment europeo, a pochi giorni dall’omonimo discorso ufficiale, pronunciato dal presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker.
“Lasciate perdere i numeri ingannevoli, noi sappiamo bene che la crisi in Europa non è finita, anzi sta peggiorando”, afferma l’ex ministro delle finanze di Atene, pungendo: “Immagino già cosa dirà Juncker settimana prossima: elogerà i dati sulla ripresa economica e dirà che la crisi è finita, continuando così la tradizione di diniego della realtà portata avanti da tempo dai principali politici europei”. Varoufakis ne ha per tutti, a cominciare dai fautori delle politiche di austerità, imposte dalla “tecnocrazia in cui si è trasformata l’Unione europea”, in modo autoritario (vedi il caso della Grecia, ma non solo): “Hanno creato un deserto e lo chiamano pace”.
I problemi dell’Europa attuale non si fermano tuttavia alle politiche economiche, né all’euro. “L’Ue fa le sue mosse tenendo conto del sentimento del mercato, non ascolta più i suoi cittadini, ignorando i loro interessi. Siamo in mano a politici incompetenti, che fanno scelte irresponsabili e a volte sono persino corrotti”, denunciano altri relatori di spicco, come Philippe Legrain, ex consulente del presidente della Commissione Manuel Barroso, e la senatrice irlandese Alice-Mary Higgins dal palco del Bozar, per l’occasione allestito con un’installazione di grandi stelle bianco-rosse a richiamare quelle della bandiera europea. “I burocrati europei hanno mantenuto il loro lavoro grazie alla vittoria di un solo uomo: Emmanuel Macron”, ammonisce Varoufakis, sottolineando: “Proprio Macron ha dichiarato recentemente che l’UE ha bisogno di essere completamente ristrutturata, altrimenti si disintegrerà”. Insomma, l’Europa per come l’abbiamo vista finora, dicono quelli di DiEM, si trova di fronte a un bivio e rischia di crollare.
Come rilanciare allora il progetto comunitario, messo in scacco da una parte da un’élite incapace di cambiare lo stato delle cose, dall’altra da movimenti xenofobi e populisti che ne invocano la disintegrazione? Lontani dall’abbracciare l’idea di un ritorno allo stato nazione, Varoufakis e i membri di DiEM25 hanno le idee chiare: propongono innanzitutto un “New Deal europeo”, sulle orme di quello statunitense voluto dal presidente Roosevelt all’indomani della grande depressione del ’29. “Abbiamo bisogno di un’Europa sociale, che protegga i suoi cittadini. Solo in seguito potremo discutere di una riforma costituente e democratica per l’Ue”, scandisce Varoufakis, annunciando i punti principali della proposta: un programma di “transizione verde” per l’economia europea, che punti sull’innovazione e sulla ricerca; un piano di “stabilizzazione economica” che garantisca il lavoro e la casa all’interno delle loro comunità ai cittadini; infine l’adozione di un “dividendo universale europeo”, basato su “una tassa comune sulle intelligenze artificiali che sostituiscono il lavoro dell’uomo”, a disposizione di tutti gli europei. A queste idee, si aggiungono proposte specifiche per l’eurozona, come “la creazione passo dopo passo di un’unione bancaria” simile a quella federale creata da Roosevelt negli anni Trenta, e l’introduzione di “un meccanismo di ristrutturazione del debito pubblico per gli stati membri che non sono più in grado di rimborsarlo”.
Accanto all’economista greco, si alternano personaggi di spicco della politica mondiale: dall’ex presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, che parla dell’esempio ecuadoregno nell’affrontare i poteri della finanza globale; al noto economista statunitense Jeffrey Sachs, consulente del democratico Bernie Sanders e da anni impegnato all’Onu nella lotta in favore dello sviluppo sostenibile. Figure che, con il loro sostegno al progetto di DiEM, danno all’evento un tono da comizio elettorale. Solo sensazioni, perché per ora DiEM resta un movimento transnazionale fatto dai cittadini per i cittadini, molto lontano dal diventare un partito politico.
C’è però chi non si nasconde, come Lorenzo Marsili, co-fondatore del movimento insieme a Varoufakis: “L’evento di oggi è la prova che un’altra Europea esiste già”, afferma Marsili nel corso della serata, ricordandone le battaglie recenti, dall’addio al Ttip (il trattato di libero scambio con gli Stati Uniti) alla protesta contro i nuovi regimi autoritari in Polonia e Ungheria, passando per il sostegno ai rifugiati che arrivano in Italia e Grecia. “Quest’Europa”, umana e democratica, “non si arrende ed è determinata a vincere”, aggiunge l’indomani su Facebook l’attivista italiano, celebrando l’elevata partecipazione di Bruxelles. Durante l’evento qualcuno del pubblico chiede (su Twitter) se DiEM si appresti a scendere in campo, come si dice in Italia. Nessuno risponde, ma il dado sembra essere tratto. Per ora i Diemers si mobilitano per condividere il loro programma con un numero sempre maggiore di cittadini europei. Ad essere onesti, già riempire il Bozar non era scontato. Ma DiEM, nato soltanto nel 2016, cresce di mese in mese. E chissà che alle elezioni europee del 2019 non sia già pronto a fare il grande passo.

Non chiamateli più consultori

Woman 's hand waiting for doctor in hospital.

«Per favore non chiamateli più consultori», con questa frase Giuseppina Adorno chiude la sua lettera di denuncia pubblica sul declino dei consultori ponendo il problema del loro snaturamento, cioè di servizi con una “natura politica sociale sanitaria” diversa da quella dovuta, attesa e auspicata
Le cause? La lettera le riconduce sostanzialmente a delle tecnicalità cioè a problemi organizzativi (accoglienze limitate in spazi e tempi ridotti, visite ginecologiche ogni 15 minuti come nei poliambulatori, scarsi operatori, percorso nascita effettuato in luoghi diversi dal consultorio, gestiti dall’ostetrica in modo separato dalle altre attività ecc).
Ma i problemi tecnici e organizzativi (innegabili) provengono da fenomeni più profondi rispetto ai quali mi limiterò ad indicarne solo alcuni.
La legge istitutiva dei consultori (come altre leggi degli anni 70) appartiene a una strategia in cui si concepiva la salute come emancipazione. Il consultorio nasce come uno strumento al servizio dell’emancipazione della donna e nel tempo rispetto ai problemi di sostenibilità questa natura politica si perde.
Nella logica della sostenibilità, i servizi diversi (territoriali e ospedalieri) entrano in competizione tra loro per assicurarsi le risorse. I consultori sono servizi penalizzati perché perdendo gli obiettivi di emancipazione cioè la loro specificità politica finiscono per essere considerati servizi come gli altri per di più deboli o complementari o addirittura secondari. La legge istitutiva dei consultori, che resta, per tante ragioni una grande legge da difendere, nasce sulla base di una serie di compromessi: il “compromesso storico” tra Pci e Dc dal quale proviene la definizione di “maternità consapevole libera e responsabile” e senza il quale non sarebbe nata la legge per l’ivg, la riproposizione dell’indissolubilità dell’organo riproduttivo con il prodotto concepito abbinato questa volta alla sessualità, alla contraccezione, quindi un consultorio per la famiglia e non solo per la donna come era stato teorizzato dal movimento femminista. Oggi i vari compromessi sono saltati. Non perdo tempo a fare degli esempi perché sono sotto gli occhi di tutti.

L’articolo di Ivan Cavicchi prosegue su Left in edicola


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Datemi una mappa e solleverò il mondo

Chiudiamo gli occhi e, per un attimo, proviamo a ricordare la fisionomia dell’aula dove andavamo ogni giorno a scuola; elementari, medie o superiori, poco importa. È difficile che tra le varie immagini che riaffiorano alla mente non ci sia almeno una cartina, una grossa mappa appesa alla parete. Oggi, però, è lo studio della geografia che rischia di essere per tutti solo un lontano ricordo. Una disciplina strategica per comprendere la contemporaneità, ma disprezzata e svalutata da chi ha riformato il sistema educativo nostrano.

«A dare il colpo di grazia alla materia è stata la riforma Gelmini, che ha rivoluzionato i quadri orari delle scuole». A denunciarlo – senza mezzi termini – è Riccardo Canesi, docente dell’istituto tecnico Zaccagna di Carrara. Il suo curriculum è davvero ricco: portavoce del coordinamento Sos geografia (il nome è eloquente), candidato lo scorso anno all’Italian teacher prize (il riconoscimento del ministero dell’Istruzione per gli insegnanti italiani più meritevoli) ma anche un passato da deputato tra le file dei Verdi.

«All’istituto tecnico commerciale geografia era insegnata seriamente, ma la ministra Gelmini ha spostato la disciplina dal triennio al biennio, ridimensionando le ore – rammenta Canesi -, negli alberghieri poi si fa ormai un’ora sola, nel primo o secondo anno, così come nei tecnici industriali e negli istituti per geometri. Un’ora regalata dall’ex ministra Maria Chiara Carrozza, che la ripristinò, dando un piccolo segnale di interessamento alle istanze di noi geografi».

E nei licei? «È accorpata con le 3 ore settimanali dedicate a storia», spiega il professore. Ma non è finita qui. «La materia spesso non viene insegnata da geografi, bensì da biologi o da insegnanti di lettere…

L’articolo di Leonardo Filippi prosegue su Left in edicola


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Morire per una vignetta. L’assassinio di Naji al-Ali

La notizia è arrivata un po’ a sorpresa nel trentennale della sua morte: la polizia londinese ha riaperto l’inchiesta sull’uccisione del fumettista palestinese Naji al-Ali, il padre di Handala. La Metropolitan police ha fatto appello a chiunque abbia informazioni rispetto ai due sospettati dell’omicidio di farsi avanti: «Abbiamo in passato rivisto il caso e seguito una serie di piste che non hanno portato all’identificazione dei due uomini» ha dichiarato Dean Haydon, capo dell’unità antiterrorismo del Met. «Tuttavia – ha aggiunto – tante cose possono cambiare in 30 anni e persone che non hanno voluto parlare al tempo dell’omicidio potrebbero essere oggi pronte a dare informazioni cruciali. Qualunque informazione avete potrebbe costituire la tessera del puzzle necessaria a compiere progressi nelle indagini».

Bisogna quindi ripartire da quel 22 luglio del 1987 a Ives Street di Knightsbridge a Londra quando, intorno alle 17 ore locali, il 51enne Naji al-Ali, dopo aver parcheggiato la macchina a Ixworth Place, fu raggiunto da un colpo di pistola al collo vicino alla sede del quotidiano kuwaitiano al-Qabas per il quale lavorava. Allora i primi testimoni raccontarono agli inquirenti di aver visto un uomo sui 25 anni di aspetto mediorientale che lo aveva inseguito e di un secondo uomo cinquantenne sempre dai tratti mediorientali che era scappato dal luogo dell’agguato, era salito su una Mercedes con il compagno ed era fuggito.

A rendere ancora più misterioso il caso fu il ritrovamento due anni dopo a Paddington della pistola automatica che aveva ferito gravemente al-Ali. Poi più nulla. Le indagini si chiusero senza alcun indagato e con un solo dato certo: chi premette il grilletto della Tokarev 7.62 rischiò di non portare a compimento il suo obiettivo criminale. Il vignettista, infatti, non morì sul colpo ma sarebbe spirato in un ospedale londinese dopo cinque settimane di coma…

L’articolo di Roberto Prinzi prosegue su Left in edicola


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Salvatore Settis: Se anche l’architettura nega i diritti umani

Con il libro Se Venezia muore, (Einaudi, 2014) ha lanciato un appassionato J’accuse contro le grandi navi che distruggono la laguna. Ora con Architettura e democrazia – uscito per Einaudi quasi in contemporanea con Cieli d’Europa (Utet) – l’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis allarga lo sguardo a livello globale indagando i fallimenti di questa antichissima disciplina quando, schiava della speculazione, del profitto o di manie di grandezza del potere, perde di vista la propria finalità civile.

In questo nuovo volume, nato da una raccolta di lezioni tenute all’Accademia di architettura dell’università della Svizzera, Salvatore Settis punta il dito contro la «Bigness» (per dirla con Gregotti), la moda di costruire grattacieli in barba al paesaggio, ma anche e soprattutto contro quella mancanza di disegno urbano che fa delle periferie dei luoghi senza identità, cacofonici, invivibili, dove confinare e far sparire alla vista poveri e immigrati. Non è dunque solo un problema di bruttezza, di insopportabile kitsch come quello a cui si sono prestati alcuni architetti toscani che hanno costruito in Cina un outlet che riproduce le fattezze di San Gimignano. Non è “solo” una questione di sfregio al paesaggio ma – rimarca il professore – è anche una fondamentale questione di diritti e di democrazia. Che viene a mancare quando si costruiscono nuovi ghetti, ma anche quando l’upper class va a vivere in quartieri blindati e sorvegliati.

Da una questione di diritti siamo partiti. Vedendo cosa sta accadendo in città storiche come Roma, Venezia e Firenze dove i cittadini, sempre più, sono costretti ad andarsene dai centri storici, presi d’assalto dai turisti e sempre più spesso teatro di sgomberi, come è avvenuto a Roma il 19 e il 24 agosto, quando sono stati cacciati con la forza 800 rifugiati che dal 2013 occupavano un palazzo abbandonato in via Curtatone. Solo Magistratura democratica ha avuto il coraggio di parlare di «prevalenza dei diritti sociali e umani su quelli di proprietà», ma è rimasta inascoltata.

Professor Settis come legge il crescente ostracismo di poveri e migranti in città come Roma?
Le nostre città storiche – Roma come molte altre – hanno avuto una evoluzione nel tempo legata alla cultura dell’ospitalità, una cultura dell’accoglienza che ci può sembrare arcaica, ma è su questa base che si è formata la nostra civiltà. Credo che i due aspetti da lei evocati siano strettamente collegati: l’ostracismo verso i migranti e l’allontanamento degli italiani meno abbienti. Le città sempre più si chiudono in sé stesse innalzando confini interni basati sul censo. È la cosiddetta gentrification. Disoccupati, giovani e meno giovani, non possono permettersi di abitare nei quartieri più qualificati e curati, sono costretti ad andare in periferia. Quelle che un tempo erano le mura urbane sono diventate barriere interne alla città. È una vera discriminazione ad esempio, quella che a Napoli, impedisce a giovani e precari di trovare casa in centro. Se la trovano è in vicoli assolutamente malsani. Si configura così una sorta di «pulizia etnica»…

L’intervista di Simona Maggiorelli a Salvatore Settis prosegue su Left in edicola


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Arsenali atomici, si guarda solo il dito ma il problema è anche la luna

TOKYO, JAPAN - SEPTEMBER 03: Pedestrians walk past a monitor showing an image of North Korean leader Kim Jong-Un in a news program reporting on North Korea's 6th nuclear test on September 3, 2017 in Tokyo, Japan. South Korea, Japan and the U.S. detected an artificial earthquake from Kilju, northern Hamgyong Province of North Korea. State news agency KCNA announced Pyongyang have successfully carried out a test of a hydrogen bomb, which could be loaded to the Intercontinental Ballistic Missile (ICBM) missile. (Photo by Tomohiro Ohsumi/Getty Images)

Sembra che il rischio di una guerra nucleare che riporterebbe l’umanità all’età delle caverne sia tutto da imputare a quel pazzo di Kim Jong Un. Bisogna in primo luogo ristabilire il giusto ordine delle cose. Il pericolo di un conflitto atomico incombe da tempo. Il crollo dell’Urss rese evidente che gli arsenali nucleari accumulati durante la Guerra Fredda perdevano ogni “scopo” (in realtà pretestuoso poiché il coinvolgimento dell’Urss nella folle corsa agli armamenti fu un fattore non secondario del suo crollo), e iniziò un processo di riduzione delle testate che erano 75.000 a metà degli anni ‘80. Ma alla fine degli anni ‘90 le tensioni internazionali si acuirono e sorsero altre potenze nucleari tra cui, nel 1998, India e Pakistan che oggi hanno 120-130 testate a testa.

Il processo di disarmo non solo andò progressivamente rallentando ma – cosa più grave – i generali e i governanti “sdoganarono” queste armi, considerandole realmente utilizzabili, e risolutive, in un conflitto. Gli Stati Uniti, e con loro la Russia, hanno mantenuto migliaia di missili intercontinentali in stato di allerta immediata, pronti al lancio (launch on warning): come tenere il dito sul grilletto, una vera ricetta per il disastro. Si intuisce da analisi e preparativi che gli Usa si sono preparati per essere nelle condizioni di fare tuttavia il rischio non è soltanto che un presidente megalomane come Trump lanci un first-strike nucleare. Vi è il pericolo concreto che un attacco nucleare scatti per un falso allarme, o un errore. È un pericolo al quale l’umanità è miracolosamente scampata molte volte durante l’era nucleare.

E la situazione diventa sempre più grave con l’aumento delle tensioni che si aggiungono a quello della sofisticazione e degli automatismi dei sistemi di allarme e di controllo. In tutto questo i media occidentali hanno un’enorme responsabilità. Avendo alimentato nell’opinione pubblica la convinzione che ormai, dopo il crollo dell’Urss, le armi nucleari non abbiano più costituito un problema. Ora il brusco risveglio? Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica la Corea del Nord è stata spesso sotto tiro da Washington e dall’inizio degli anni ‘90 ha cominciato ad agitare la minaccia di sviluppare armi nucleari. La storia è lunga e complessa, ma i punti significativi sono due….

L’articolo di Angelo Baracca prosegue su Left in edicola


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Valeria Fedeli: «Non sono una ministra che improvvisa»

La ministra dell'Istruzione Valeria Fedeli durante la conferenza stampa "Edilizia Scolastica 2014 - 2018" a palazzo Chigi, Roma, 18 luglio 2017. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Ministra Fedeli, perché i 18 anni? Non è riduttivo dire di volersi allineare con i Paesi europei? A parte il fatto che in Finlandia, Svezia, Danimarca, nei Paesi dell’Est la scuola superiore termina a 19 anni (anche in Olanda, Austria e Germania a seconda degli indirizzi), perché allinearsi a Paesi diversi per tessuto sociale, identità culturale e storia scolastica?
Questa estate, con la riflessione fatta al meeting di Rimini, ho voluto avviare un dibattito sulle prospettive del nostro sistema di istruzione. Credo che i prossimi mesi, quelli di fine legislatura, vadano dedicati a questo: ad una riflessione su cosa il Paese pensa sia necessario per la scuola, per rafforzarla e farne un asse portante dello sviluppo. La riflessione sull’obbligo a 18 anni non guarda tanto, o comunque non solo, a cosa accade oltre i nostri confini, ma tiene conto, innanzitutto, della necessità, oggettiva, di innalzare i livelli di istruzione in Italia – qui sì per raggiungere i tassi di diplomati che si hanno altrove – e di intercettare e rispondere ai cambiamenti sociali. Si tratta di questioni delle quali si discute da almeno 20 anni e per le quali è necessario il coinvolgimento di tutto il mondo della scuola, dei decisori politici, di intellettuali ed esperti, di tutti i soggetti coinvolti a vario titolo. Una discussione della quale si è tornati a parlare in questi giorni è, poi, quella che riguarda la riforma dei cicli scolastici, un tema distinto ma in qualche modo legato a quello dell’obbligo. Il primo a parlarne, pensando ad una uscita anticipata a 18 anni, fu il ministro Berlinguer, nel 2000. La sua azione fu bloccata, poi, dalla ministra Moratti, ma ripresa nel 2013 da una commissione istituita dal ministro Profumo. La prima sperimentazione di corsi di 4 anni è partita nel 2013/2014 con la ministra Carrozza, con solo due istituti coinvolti. Da allora 12 scuole hanno fatto richiesta per aderire e hanno avuto l’autorizzazione per intraprendere questo percorso. Ora abbiamo deciso di estendere la sperimentazione a livello nazionale: 100 scuole potranno candidarsi e gli esiti di questa sperimentazione verranno valutati nel 2023, in maniera trasparente e chiara. A quel punto i rappresentanti del mondo della scuola e delle istituzioni cui spetta il compito di decidere a tal proposito discuteranno dei risultati e prenderanno le decisioni conseguenti. Che potranno essere il recupero dell’intera riforma dei cicli e, contestualmente, l’innalzamento dell’obbligo scolastico fino al diciottesimo anno di età.
Da quando è iniziata la stagione delle riforme e delle sperimentazioni è un dato di fatto che la scuola incide sempre meno rispetto alle differenze sociali e gli esiti scolastici dipendono sempre più dalle condizioni sociali. La sperimentazione dei licei e istituti tecnici brevi porterà inevitabilmente alla variazione dell’offerta formativa e quindi alla logica del supermarket: chi ha più prodotti diversi ha più clienti. Questo creerà una “guerra” tra istituti e nuove disuguaglianze per la riduzione del tempo scuola che graverà soprattutto sugli studenti provenienti da famiglie meno abbienti.
Variare l’offerta, aprire alle sperimentazioni non vuol dire assolutamente agire secondo una logica da “supermarket”. Le sperimentazioni ci sono sempre state ed è bene che ci siano. Servono per fare innovazione. Non si può pensare che un sistema di istruzione rimanga immutato nel tempo senza tenere conto dei cambiamenti locali e globali che attraversano le società di riferimento. Nel caso specifico dei percorsi quadriennali estendendo la sperimentazione a tutto il territorio nazionale riusciremo a garantire pari opportunità a tutti gli studenti italiani e a evitare diseguaglianze territoriali. Finora le 12 scuole che avevano partecipato a questo tipo di percorso erano concentrate nel Centro-Nord. La scuola che immaginiamo – e per la quale stiamo lavorando – è una scuola che ….

L’intervista al ministro Valeria Fedeli prosegue su Left in edicola


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