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A scuola di pensiero critico

Students hold a banner reading "But what future" as they walk in front of the Colosseum trying to reach the Italian Chamber of Deputies to protest against the vote on an education reform on November 30, 2010 in Rome. Riot police blocked all access to the center of Rome to prevent demonstrators to reach Montecitorio, the lower house of the Italian parliament. Students and academics are outraged at cuts of around nine billion euros (12 billion dollars) and 130,000 jobs in the education system that Prime Minister Silvio Berlusconi's government has engaged to carry out by 2013. AFP PHOTO / ALBERTO PIZZOLI (Photo credit should read ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images)

Puntano a riformare la scuola in modo da far crescere obbedienti signorsì, non cittadini liberi e capaci di esercitare un controllo su chi li governa. Ci provano da oltre trent’anni. E più di recente con “innovazioni” come l’alternanza scuola lavoro, riducendo al minimo le materie umanistiche perché gli istituti tecnici siano sempre più tali, cancellando l’insegnamento della storia dell’arte (fu il colpo grosso della riforma Gelmini). Ora minacciano di manomettere le scuole superiori, riducendole a quattro anni di studi. Dai governi Berlusconi a quelli di Renzi e Gentiloni, senza soluzione di continuità, la scuola è stata depauperata di risorse, fiaccata nei programmi, svuotata di contenuti. Rincorrendo modelli americani che perfino Oltreoceano oggi sono considerati superati. L’obiettivo è chiaro: crescere operatori di catene produttive (anche se high tech), tecnici obbedienti, in possesso solo di un sapere parcellizzato. Ed è davvero scoraggiante che questo ennesimo, malsano, progetto di riforma annunciato come «sperimentazione» dal ministro della Pubblica istruzione, Valeria Fedeli, venga ancora una volta dal Pd. Dopo la Buona scuola di Renzi, che era tutto tranne quello che prometteva, eccoci alla scuola ridotta al lumicino. A dirla tutta non pensiamo che questo sciagurato progetto arrivi davvero in porto. Ma che un governo di centrosinistra l’abbia anche solo annunciato ci sembra un fatto assai preoccupante da leggere e analizzare a fondo. Anche perché abbiamo già alle spalle un percorso di trentennale, progressiva, “autonomia” della scuola, che si è tradotta in una progressiva perdita di qualità e contenuti. Che gli insegnanti hanno cercato di tamponare, nonostante siano fra le categorie più bistrattate e meno pagate in Italia. Perciò, conoscendo il rigore e l’impegno quotidiano di tantissimi docenti, abbiamo deciso di raccogliere le loro testimonianze. Non esprimono solo critiche ma avanzano articolate proposte che lasciano intravedere quella visione alta che, purtroppo, è mancata a tanti politici che negli anni si sono susseguiti alla guida del ministero della Pubblica istruzione. Doveroso era intervistare il ministro Fedeli come hanno fatto la collega Donatella Coccoli e il docente Giuseppe Benedetti con domande puntuali e incalzanti. Ma oltre a interrogare il ministro e le carte, abbiamo pensato che fosse importante dare spazio direttamente ai docenti, chiedendo di raccontarci la loro esperienza sul campo, che come ben documentano i loro contributi in queste pagine, va ben al di là degli standard. Siamo profondamente grati alle docenti Elisabetta Amalfitano e Paola Gramigni perché ci permettono di far conoscere ai lettori di Left una scuola che di solito non viene raccontata, in cui operano docenti impegnati nell’insegnamento e nella auto formazione continua (che i 500 euro della Buona scuola di certo non bastano a finanziare). Abbiamo conosciuto così professori che, insoddisfatti dalla ridda di manuali che escono ogni anno solo per necessità commerciali, hanno deciso di rimboccarsi le mani scrivendo insieme ad altri colleghi testi in dispense, più validi e approfonditi nei contenuti e insieme assai meno cari per le famiglie. Ma questa non è che una piccola parte di ciò che potrete scoprire leggendo questo numero. Le loro storie ci ridanno speranza e fiducia in una scuola che, nonostante la miopia della nostra classe politica, può rinascere dal basso, dall’auto organizzazione di docenti che sanno costruire rapporti veri e validi con gli studenti. Solo grazie al loro lavoro e alla loro competenza la scuola può diventare ciò che dovrebbe già essere: un baluardo contro i pregiudizi, contro il razzismo, contro il fondamentalismo religioso. Se la classe di governo italiana negli ultimi trent’anni non ha fatto altro che negare la Carta, disapplicandola, i suoi valori fondamentali circolano fra i banchi di scuola grazie a insegnanti che conoscono il valore della cultura, inteso come pensiero autonomo e critico, non come un insieme di nozioni, consapevoli che «la Repubblica è chiamata a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale… che impediscono il pieno sviluppo della persona umana».

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto dal numero di Left in edicola


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Se la scuola insegue il mercato

«Che fretta c’era…!» cantava Loretta Goggi nei lontani anni 80; il ritornello mi assale nel leggere i giornali di questa torrida estate. E non è un caso che nel bel mezzo di agosto giunga tra i vacanzieri distratti e addormentati la notizia della riforma delle superiori il cui percorso verrà ridotto da 5 a 4 anni.
La ministra Fedeli completa un’operazione che si stava tentando di portare a compimento dai tempi di Luigi Berlinguer quando si era pensato di riformare i cicli scolastici con un primo ciclo di sette anni, un secondo di due anni comune e un terzo di tre specifico per i vari indirizzi. Poi, in questi 17 anni, ciascuno degli otto ministri che si sono succeduti ha provato a rilanciare la riforma berlingueriana, ma senza risultati tanto che la Fedeli si difende affermando che in fondo lei “doveva” farla, poiché era stata avviata dai suoi predecessori e non poteva lasciare il lavoro a metà. Fatto sta che da quest’anno in Italia 100 scuole capofila di secondaria superiore daranno avvio alla sperimentazione per “allinearsi” al resto dei Paesi d’Europa. Già perché è questa la motivazione ufficiale: far sì che i nostri ragazzi siano pronti al mondo dell’università e del lavoro a 18 e non a 19 anni come negli altri Paesi europei! E di nuovo mi torna il ritornello: «Che fretta c’era…».
Perché i nostri politici hanno questa spasmodica ansia di mandare a lavorare le nuove generazioni? Qual è l’obiettivo, quale la filosofia di fondo di chi si ostina ad accorciare i tempi di una primavera che inesorabilmente fugge, in barba a progetti e attese di noi esseri umani? C’è chi parla di iscrizione anticipata a 5 anni alle scuole primarie; chi invece si proclama fiero e strenuo difensore dell’alternanza scuola-lavoro per professionalizzare gli adolescenti fin dalla terza superiore e infine, appunto, chi intende abbreviare la frequenza alle superiori e addirittura alle medie. Per non pensare alla riforma universitaria del tre + due che ha sdoganato le lauree brevi triennali, pensando di accorciare i tempi di permanenza – peccato che, notizia di questi giorni, il numero dei laureati italiani continui a diminuire e che il numero di anni di permanenza all’università resti lo stesso di chi frequentava ai tempi del “vecchio ordinamento”. Al di là dei casi specifici per cui magari è anche giusto per un bambino particolarmente sveglio e nato entro il 30 aprile dell’anno in corso essere iscritto prima alla scuola elementare; così come negli istituti tecnici o professionali è auspicabile una buona azione di indirizzo verso le attività lavorative; vorrei riuscire a svolgere una serie di considerazioni per rispondere al ritornello che mi assilla: perché questa corsa spasmodica a porre termine a un percorso che ha come scopo principale la formazione dell’identità umana?

L’articolo di Elisabetta Amalfitano prosegue su Left in edicola


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Il suo nome è Yacob e non ha fatto del male a nessuno, quindi non fa più notizia

Un ospite del Presidio Umanitario di Via del Frantoio nella Giornata Mondiale del Rifugiato [CR di Roma]

Un’accusa ingiusta, inventata. Solo per la “colpa” di essere un migrante. Eritreo, si affrettano (e si limitano) a precisare le cronache. Senza nome e senza storia, purché sia straniero. Di lui si è parlato tanto a fine agosto quando è stato accusato di aver tirato delle pietre contro alcuni bambini del quartiere romano Tiburtino III. Ma nel momento in cui la ricostruzione della vicenda da parte della madre di uno dei bimbi ha cominciato a fare acqua da tutte le parti, il caso è immediatamente scomparso dalle cronache, e di lui – che è finito in ospedale per aver ricevuto una coltellata durante la spedizione punitiva nei suoi confronti – non si è occupato più nessuno. A restituirgli un volto è bastato sentire chi ha accolto la sua umanità.

«Si chiama Yacob, ha quaranta anni ed era in attesa di completare le procedure per il ricollocamento in Svizzera» racconta a Left la presidente del Comitato area metropolitana di Roma Capitale della Croce rossa italiana, Debora Diodati. «Arrivato al centro di via del Frantoio (a Roma) nel gennaio del 2017 – prosegue – è rimasto fino al 27 luglio scorso, data in cui, proprio perché stava per finire le procedure necessarie, è stato trasferito al centro di accoglienza Centro di accoglienza straordinaria di via Staderini».

Sarebbe potuto partire legalmente per la Svizzera tra qualche giorno, Yacob, ma «sarà costretto a rimanere in Italia, anche in attesa di testimoniare nel processo» spiega la Diodati. «Il timore è, soprattutto, per la sua salute psichica: vive un momento di forte depressione sia perché dopo un’attesa molto lunga era, finalmente, arrivato il tanto agognato momento della partenza, sia per l’accaduto».

In via del Frantoio – aperto da fine ottobre del 2015 e che ospita tutte le persone che sono fuori dal circuito di accoglienza, le quali rischierebbero di finire o per strada o nelle mani dei trafficanti -, gli operatori sono molto preoccupati e, a ridosso di una manciata di giorni dal violento episodio, continua a esserci una tensione ancora alta, anche fra gli ospiti. I quali, però, «hanno ripreso la vita quotidiana, intrisa di normalità, in un ambiente in cui, abitualmente, si respira un’aria di serenità, fra mamme e bambini (tanti) che continuano come se niente fosse accaduto, con la leggerezza e la bellezza che li contraddistinguono».

E nel presidio umanitario ci convivono, pacificamente, tante nazionalità: «Fino a oggi – dice la presidente – abbiamo accolto e immesso nel circuito della legalità 1850 persone, delle quali circa 300 hanno ottenuto il ricollocamento in Europa. E, da dicembre 2016, anche molti italiani (e ci tiene a precisare che, seppure, a volte, necessario specificare la nazionalità, per lei esistono gli esseri umani, ndr)».

È un quartiere molto difficile, il Tiburtino III ma, certamente, «non è un quartiere razzista». Mai, fino a oggi, alcun episodio di violenza e tantomeno della portata di quest’ultimo: «Seppure gli abitanti della zona – che, tra l’altro, vivono e affrontano i loro problemi con grande dignità – non erano favorevoli all’apertura del presidio, non hanno mai manifestato intolleranza. Anzi, una parte di loro ha mostrato grande solidarietà, finanche partecipando alle attività del Centro», conclude Diodati. Contro il presidio umanitario qualche decina di residenti, contesi da piccoli movimenti che vivono di una sovraesposizione mediatica. Cronache (false) di ordinario razzismo.

 

ps. Questa sera al Presidio umanitario tiburtino della Croce rossa in via del Frantoio si terrà una cena eritrea organizzata dai migranti.

Dalla Brexit al Brexodus ecco perché nel Regno Unito sale la tensione

epa06189717 Protesters dressed as former English King Henry VIII (C) and Tudor royal aides demonstrate outside parliament in London, Britain, 07 September 2017. Campaigners from Another Europe are protesting against the government's Brexit, Great Repeal Bill calling the bill the biggest threat to parliamentary democracy in decades. Parliament is set to debate the bill 07 September. The British Government has announced it will repeal the 1972 European Communities Act with the Great Repeal Bill but concerns have been raised over the use of called Henry VIII clauses. King Henry VIII published a 'Statute of Proclamations' in 1539, which gave him the power to legislate by proclamation. In the current Parliament this would give the British Government powers to change old laws that have already been passed by Parliament. EPA/ANDY RAIN

Brexit o non Brexit? Brexodus. Gli accordi commerciali con l’Unione, il problema al confine alla riottosa Irlanda – che all’Europa deve la sua crescita e non ha intenzione di abbandonarla -, i lavoratori stranieri. Riguardano questi dilemmi economici e sociali i documenti della Brexitleak ottenuti dal the Guardian che riguardano l’uscita del Regno Unito dall’Unione: su quei fogli c’è anche la posizione del governo sulla migrazione, giudicata «completamente confusa, economicamente illetterata, un progetto per strangolare l’economia di Londra».

David Davis, segretario Brexit, adesso ha più pressione sulle spalle e forse di notte non dorme sereno, proprio come Michael Barnier, capo negoziatore per l’Unione Europa. La data d’addio tra il Vecchio Continente e la Gran Bretagna è fissata per il 29 maggio 2019. È di questo che stanno parlando oggi a Bruxelles ma «questa fuga di notizie rivela la crepa tra Europa e Regno Unito».

Le cifre: 3,300 è il numero dei copyright dei prodotti che l’Europa vuole proteggere, riguardano soprattutto il cibo. Ma non è questo il lato peggiore. Per l’Home Office, l’immigration policy dopo la Brexit, per le industrie sarà “catastrofica”: 2, 2 milioni di europei lavorano in Gran Bretagna e sono solo il 7 per cento della forza lavoro, ma alcuni settori dipendono completamente dai lavoratori migranti. Svolgono professioni che gli inglesi non farebbero mai, sono attivi nelle attività domestiche, dei trasporti, dello stoccaggio. Nell’industria manifatturiera, delle cave, della costruzione, della riparazione. E infine perderà per la Brexit soprattutto l’industria dell’accoglienza: in Gran Bretagna il 75 per cento dei camerieri è straniero e lo è anche il 25 per cento degli chef. Ogni anno le industrie dell’accoglienza- hotel, ristoranti, bar- assumono circa 60mila dipendenti extrabritannici.

Oltre a Davis e Barnier, anche la premier May di notte non dorme e non sogna. Il suo premierato scricchiola ogni giorno di più, ma lei continua a ripetere da mesi “I am no quitter”, non sono una che molla, facendo eco a quel “go on and on” della Thatcher nel 1987. L’unica altra donna premier della Gran Bretagna abbandonò la politica tre anni dopo, proprio mentre ripeteva che sarebbe andata avanti. Ma quell’ “on and on” non le portò fortuna. Né ne sta portando a Theresa, appena tornata dal viaggio in Giappone per dire a Shinzo Abe che il Regno Unito “sta spalla a spalla” con i nipponici contro l’aggressione missilistica della Corea del Nord. È andata a Kyodo, vecchia capitale imperiale, soprattutto per cementare i rapporti commerciali in Asia, rinegoziare i termini del business tra i due paesi, per fare insomma trade deals, accordi commerciali.

Oggi i media continuano a ribattere la notizia non confermata ufficialmente che il 30 agosto 2019, cioè tra quasi esattamente un anno, la May rassegnerà le sue dimissioni. Ma scegliere una data e confermarla significherebbe già rischiare di essere intralciati da un potenziale successore, diventare quella che nel mondo anglofono è chiamata “anatra zoppa”.

Insomma, in questo settembre, il glorioso Regno Unito assomiglia a quel Big Ben che non segna più l’ora esatta perché in ristrutturazione. Alcuni inglesi sono ancora di incapaci di credere a quello che è successo: lasceranno l’Europa. Altri notano che i politici non fanno seguire le azioni alle parole. “Stiamo ripulendo il casino dei laburisti”, è il ritornello che arriva dal lato tory, che risuona «finché le orecchie degli elettori non sanguinano», scrive Owen Jones sul Guardian. «I tories hanno fatto un incubo e ci siamo tutti chiusi dentro». Il referendum è stato fatto non nell’interesse nazionale, ma perché «Cameron aveva parlamentari irritanti e l’Ukip con cui fare i conti. La premier che gli è succeduta per estinguere l’opposizione, ha indetto elezioni rapide e, al contrario, ha estinto solo la sua autorità».

La Britain dopo la Brexit cosa sarà? Un Brexodus di certo. Nessuno sta fornendo risposte adeguate e ad essere sommersa dalle critiche è il capo dello Stato insieme al ministro del commercio estero, l’euroscettico Liam Fox. Vince Cable, leader liberale democratico, lo ha ridicolizzato dicendo che questa è una “cut and paste Brexit”, una Brexit copia e incolla: «ai Brexiters era stato promesso un nuovo inizio di accordi commerciali nel mondo. Invece che fare jet set intorno al globo, Liam Fox poteva pure starsene in una stanza con una fotocopiatrice».

Scuola pubblica laica e gratuita: i comitati Lip ci riprovano con la legge di iniziativa popolare

Un momento della manifestazione in Piazza Montecitorio "Riformiamo la scuola, ma riformiamola insieme" per dire No al ddl scuola e per difendere priprincipi fonamentali dell'istruzione, Roma, 18 Maggio 2015. Alla protesta hanno preso parte i sindacati di Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola, Snals e Gilda. ANSA/ FABIO CAMPANA

Quelli dei comitati Lip ci riprovano. Dopo essere stati lo “zoccolo duro” del vasto movimento di insegnanti, associazioni e comitati che nel 2015 aveva cercato di contrastare – senza essere minimamente ascoltati – il passaggio parlamentare della Buona scuola, adesso passano al piano b. I comitati che avevano presentato alcuni anni fa una legge di iniziativa popolare per la scuola della Costituzione, hanno rielaborato un nuovo testo di legge e oggi, 8 settembre, alle ore 11 viene depositato in Cassazione. Fallita la raccolta di firme per i referendum abrogativi della legge 107, adesso si tenta la carta della legge di iniziativa popolare.

A partire dalla fine di settembre inizierà una campagna per illustrare il nuovo testo e raccogliere i fondi per l’autofinanziamento delle iniziative. Non ci sono partiti dietro, i promotori sono, come si legge nel sito, «genitori, insegnanti, studenti e cittadini che hanno elaborato la legge d’iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica, che hanno raccolto le firme per proporre la legge al parlamento o semplicemente che ne hanno condiviso l’idea di scuola, i suoi principi fondanti». La raccolta di firme dovrebbe partire all’inizio del 2018.

Ma cosa c’è scritto nel testo rielaborato? Intanto sono norme generali della pubblica istruzione per la scuola di base (dal nido alla scuola media di primo grado) e per la scuola secondaria di secondo grado. Nel testo vengono definiti i livelli essenziali delle prestazioni in materia di nidi d’infanzia, quantomai necessari, vista la situazione a macchia di leopardo con evidenti disuguaglianze da Nord a Sud della penisola (dove peraltro esiste una cronica assenza). Nel testo della Lip infine c’è anche la delega per il riordino degli organi collegiale centrale, periferici e d’istituto. Insomma, una ventata di collegialità dopo la sterzata verticistica della legge 107.

Basta vedere i principi della Lip per notare il legame con la Costituzione. Il sistema educativo della pubblica istruzione, si legge, si ispira a principi di pluralismo, laicità, democrazia e inclusione.
Il sistema scolastico «è finalizzato alla crescita e alla valorizzazione della persona umana» secondo i principi della Costituzione, della Dichiarazione universale dei diritti umani e della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia. Se si scorre il testo, le finalità generali, notiamo subito l’acquisizione consapevole di saperi (conoscenze, linguaggi, abilità, atteggiamenti e pratiche di relazione), visti come aspetti del processo di crescita e di apprendimento permanente, con un’attenzione costante all’interazione ed all’educazione interculturale.

Si parla di libertà d’insegnamento e della progettualità collegiale, con la pratica scolastica che si avvale di lezioni frontali in alternanza con attività laboratoriali, momenti ludico-educativi, lavoro individuale e cooperativo, scambi culturali con altri istituti e con scuole di altri Paesi, oltre a interventi aperti al territorio.

Leggiamo poi le poche frasi del Diritto all’istruzione e notiamo l’abisso rispetto alla scuola di adesso. Si prevede la spesa per l’istruzione pubblica del 6% del Pil (adesso è il 4), nessun finanziamento statale per le scuole private, corsi per l’Educazione degli adulti, il grande tassello mancante, cioè l’istruzione permanente che Tullio De Mauro chiedeva sempre, gratuità dei libri di testo e del trasporto scolastico per le scuole dell’obbligo e accesso ai saperi gratuito.

L’articolo 8 è quello che riguarda la laicità del sistema educativo e vale la pena pubblicarlo integrale: «È garantito nell’intero percorso scolastico il rispetto della libertà religiosa e di pensiero.
L’insegnamento della religione cattolica, garantito a chi ne faccia richiesta ai sensi dell’articolo 9 del Concordato e dei successivi provvedimenti attuativi, è collocato in orario extracurricolare.
Cerimonie religiose e atti di culto non hanno luogo nei locali scolastici, né in orario scolastico».

Aggiornamento di venerdì 8 settembre alle ore 13:35

Il comitato Lip di fronte alla scalinata della Corte di Cassazione, dopo aver depositato il testo per la legge di iniziativa popolare, venerdì 8 settembre

 

Per approfondire, Left in edicola da sabato 9 settembre


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Le vittime che insegnano a giornali e politici la giustizia piuttosto che la vendetta

“Ma quali torture e pena di morte, noi vogliamo solo che li arrestino e che quelle belve paghino per quello che hanno fatto. Per poi tornare a Rimini da turisti qualunque”. A dirlo è la turista polacca vittima dell’orrendo stupro di Rimini. Forse in giro questa frase l’avete letta poco, troppo poco. Molti quotidiani erano troppo concentrati a raccontarvi i particolari sessuali per acchiappare qualche clic. Questa frase che invece è aria fresca in questo momento così buio ha trovato poco spazio: del resto una donna ferita dallo stupro che dimostra più equilibrio di qualche segretario capopopolo di partito e di qualche direttore di giornale è una lezione che svela la loro grettezza morale.

Come ha detto la ragazza, dal suo letto di ospedale: “Le solite strumentalizzazioni politiche, da questo punto di vista la Polonia non è diversa dall’Italia”. E ha aggiunto: “Ora noi vogliamo solo voltare pagina, tornare alla normalità, al nostro lavoro, alla nostra vita quotidiana. E magari, tra qualche tempo, tornare in questa città meravigliosa”. Ecco, appunto.

Così anche il nonno di Sofia (la piccola deceduta all’ospedale di Trento per la malaria) ieri ha detto: “non accusate le bimbe africane”. E poi, con una misura superiore a tanti editorialisti indegni di appartenere alla categoria dei giornalisti, ha aggiunto: “Noi non accusiamo nessuno. Tocca ai medici dirci come e perché Sofia è stata uccisa dalla malaria. Forse però negli ospedali qualcosa va aggiornato”.

Ecco: siamo in un punto talmente basso che i sopravvissuti, ancora immersi nelle loro ferite, sono i portatori della analisi più lucide. Perché, ricordiamocelo, a questi non interessano le vittime: hanno solo un disperato bisogno di creare nemici per dare un senso al proprio abbaiare. Poi, davanti a un pensiero compiuto, si sciolgono.

Buon venerdì.

(p.s: Dei carabinieri sono stati accusati di stupro a Firenze. Usarli contro Salvini e compagnia è una vendetta, mica giustizia. Non diventiamo come loro)

“Gli immigrati portano la malaria”, ipotesi di reato per i titoli xenofobi

Articolo 21, A mano disarmata, Progetto Diritti e Rete Nobavaglio, hanno dato mandato ai loro legali di valutare la presentazione di un esposto-denuncia alla magistratura contro i quotidiani “Libero” e “Il Tempo” per violazione dell’articolo 658 del codice penale (“procurato allarme”) e della legge 25 giugno 1993, n. 205.

Questa norma sanziona e condanna gesti, azioni e slogan legati all’ideologia nazifascista, e aventi per scopo l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali.

L’inziativa ha ottenuto il sostengo anche di Amnesty international Italia.

Nel numero in edicola il 6 settembre 2017, il quotidiano “Libero” ha titolato “Dopo la miseria portano malattie” e il catenaccio “Immigrati affetti da morbi letali diffondono infezioni…“. Lo stesso giorno “Il Tempo” titolava “Ecco la malaria degli immigrati“.

Titoli e sommari hanno preso spunto da ipotesi tutt’altro che dimostrate e invece date per certe.

«Riportare fatti mai avvenuti, con titoli sensazionalistici, al solo scopo di additare all’opinione pubblica presunte responsabilità di un intero gruppo di persone non rientra affatto nella libertà d’espressione. Rientra nel seminare odio e razzismo, che il giornalismo dovrebbe contrastare e non propagare», ha dichiarato Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia.

Simona Bencini: «Vi racconto i Dirotta su Cuba e quell’appassionante voglia funky»

Chi non li ricorda o non conosce un loro pezzo. Negli anni Novanta, la musica funky in Italia, improvvisamente, esplose con i Dirotta su Cuba. Brani come “Gelosia”, “Liberi di liberi da”, cantati dalla splendida voce di Simona Bencini, ebbero un successo enorme, durato fino al nuovo millennio. Nel 2002 la band si scioglie. Bencini inizierà una carriera solista, intraprendendo anche una fortunata attività teatrale. È del 2012 la reunion del gruppo in formazione originale con Stefano De Donato al basso e Rossano Gentili alle tastiere, per riportare in auge un genere musicale molto poco mainstream come il funky. Un anno fa è uscito Studio Session Vol. 1, album omaggio al loro primo disco omonimo del 1995, e che, insieme al vasto e, ancora caro al pubblico, repertorio, la band porta in tournée senza sosta. Altra occasione per godere dal vivo di un loro spettacolo, quella del 9 settembre all’Open air Theatre di Experience a Milano, per A funky night: strepitosa serata a tutto funky, insieme ai “cugini” Incognito! Tra gli ospiti anche Mario Biondi e l’eccellente tromba di Fabrizio Bosso. Pura energia parlare con la cantante fiorentina, emozionatissima per questa occasione live: «Per la prima volta, suoneremo con gli Incognito, certamente in due set separati perché siamo numerosi sul palco. Non sarebbe possibile fare una cosa tutti insieme, abbiamo due repertori diversi, anche se le nostre storie si sono anche allineate: negli anni Novanta eravamo chiamati gli Incognito italiani. Mi auguro di riuscire a fare una jam tutti insieme, a fine serata!».
Un po’ di rimpianti, pensi sia troppo tardi?
Forse, ma comunque è importante che i nostri due nomi vengano accoppiati; appunto, siamo stati sempre vicini a loro per genere e periodo storico, abbiamo avuto successo nello stesso periodo, ci conosciamo. È comunque bello che in Italia ci sia ancora voglia di funky, non è un genere così frequentato, ma noi crediamo che lo sia più di quanto si pensi.
Dopo un simile successo perché decideste di sciogliervi?
Ci sono state motivazioni personali, artistiche, legate alla nostra sintonia artistica. Più un fatto nostro interno di alchimia nostra. Poi cambiò anche il discografico.
Poi, dopo dieci anni dallo scioglimento, di nuovo insieme.
Sì e abbiamo ripreso il filo del discorso interrotto dieci anni prima; gli stimoli, e le richieste per ricominciare, erano davvero tante. Da quel momento, siamo sempre in giro per l’Italia e abbiamo notato che c’è un seguito, un pubblico, che ama questa musica e che si lamenta che non abbia tanto spazio in Italia e nel mainstream.
All’estero, il funky è un genere molto frequentato, in Italia lo avete suonato voi.
Negli anni Novanta abbiamo avuto la possibilità di arrivare al successo, attraverso tutti i media, ma nel momento in cui noi abbiamo interrotto la nostra attività e nessuno ha preso il nostro posto, il funky non c’è più stato. Quando nel 2012 ci siamo ritrovati, è stata una spinta emotiva per riunirci che i fan che ci facessero notare che questa musica non la suonava più nessuno. A noi questa cosa dà forza ed entusiasmo. Siamo talmente appassionati e contenti, abbiamo ancora nuovi obiettivi. Questo 9 settembre per noi è il coronamento di un sogno, di fare una serata bella con questi ospiti, tutta dedicata alla nostra musica, su un palco prestigioso.
Perché in Italia è così poco fruibile questo genere?
Non è un genere culturalmente italiano. Potremmo definirlo disimpegnato, leggero, ma non nel senso negativo del termine. L’Italia è la terra dei cantautori impegnati, la gente è più concentrata sui testi. Anche io ascolto Fossati, ma la nostra è una musica diversa, che ha bisogno di testi diversi,  che permettano di staccare la spina, ma che allo stesso tempo abbiano sonorità ben strutturate. Intendo, non di disimpegno sociale, ma per non pensare ai problemi, che oggi è importantissimo fare, anzi fondamentale. Lo è per me: quando vado in giro con i Dirotta, è una vacanza, ma questo non vuol dire che io non sia una persona socialmente e politicamente impegnata.
Quale tipo di pubblico vi segue?
Il target per questo tipo di musica è più alto, non sono i ragazzini che ci ascoltano, ci vuole un’altra preparazione per capire un genere che è più da musicista; i nostri fan sono musicisti e capiscono che quello che facciamo, pur essendo fruibile da parte di chi lo ascolta, ha un background difficile da suonare.
Solo live o altri progetti?
A parte tutti i live, che per noi sono un motore di energia, alla fine di settembre ritorneremo in studio per mettere mano agli inediti nuovi, che non erano ancora maturi e che abbiamo lasciato da parte per Studio Session vol. 2.
Quando uscirà?
Non abbiamo più vincoli, non ne vogliamo, per cui usciremo quando saremo pronti, quando avremo un prodotto che ci soddisfa. Suoneremo anche questo inverno nei club. La nostra tournée non finisce mai.

Medici senza frontiere, cinque motivi per non bloccare migranti e rifugiati in Libia

«Presidente Gentiloni, permettere che esseri umani siano destinati a subire stupri, torture e schiavitù è davvero il prezzo che, per fermare i flussi, i governi europei sono disposti a pagare?». Queste le parole finali della lettera che oggi 7 settembre Medici senza frontiere ha inviato non solo al primo ministro italiano, ma anche a tutti i leader europei. Una lettera che denuncia le atrocità subite quotidianamente dai migranti in Libia e mette nero su bianco le gravi responsabilità dell’Unione europea.

«Accecati dall’obiettivo di tenere le persone fuori dall’Europa, le politiche e i finanziamenti europei stanno contribuendo a fermare i barconi in partenza dalla Libia, ma in questo modo non fanno che alimentare un sistema criminale di abusi», si legge nella denuncia.

«La detenzione di migranti e rifugiati in Libia è vergognosa. Dobbiamo avere il coraggio di chiamarla per quello che realmente è: un’attività fiorente che lucra su rapimenti, torture ed estorsioni».

Medici senza frontiere ha assistito le persone nei centri di detenzione di Tripoli per più di un anno, come racconta la video testimonianza diretta della presidente nazionale di Msf Joanne Liu. «Quello che ho visto in Libia, lo descriverei come l’incarnazione della crudeltà umana al suo estremo. Ho ascoltato storie che mi tormenteranno per giorni, se non per anni», racconta nel video Liu.

«Le persone sono trattate come merci da sfruttare – prosegue poi la lettera, entrando nei dettagli -. Ammassate in stanze buie e sudicie, prive di ventilazione, costrette a vivere una sopra l’altra. Gli uomini ci hanno raccontato come a gruppi siano costretti a correre nudi nel cortile finché collassano esausti. Le donne vengono violentate e poi obbligate a chiamare le proprie famiglie e chiedere soldi per essere liberate. Tutte le persone che abbiamo incontrato avevano le lacrime agli occhi e continuavano ripetutamente a chiedere di uscire da lì. La loro disperazione è sconvolgente».

L’organizzazione umanitaria ha prodotto anche un altro video, 5 motivi per non bloccare migranti e rifugiati in Libia. Un mix di drammi, concentrati in un unico luogo: detenzioni arbitrarie e violenza, lavori forzati, rapimenti e le torture, violenza sessuale, fame e umiliazione. Il tutto è corredato da testimonianze dirette.

Il sito di news francese Infomigrants, nei giorni scorsi, aveva denunciato la medesima situazione, evidenziando la vera e propria riduzione in schiavitù di numerosi esseri umani bloccati in Libia.

Dalla Ue, risponde Cecilia Malmstroem, commissaria europea al Commercio, confermando di fatto le tesi della organizzazione non governativa. «È difficile – dice la commissaria – commentare un rapporto appena pubblicato ma ho visitato io stessa la Libia e ho visto le prigioni: la situazione era abominevole qualche anno fa e non ho informazioni che indichino che la situazione sia migliorata. L’Ue dà molti soldi alle organizzazioni internazionali, per lavorare con Unhcr e Iom per tentare di migliorare le condizioni in Libia, perché in effetti sono atroci»

Medici senza frontiere ha infine presentato 4 disegni (che abbiamo raccolto nella foto di apertura) che raccontano gli abusi. Disegni realizzati da migranti, tra cui un bambino di 10 anni.

Nella mente di Donald Trump la giustizia è in bianco e nero

epa06186544 US President Donald J. Trump delivers remarks during a meeting with Speaker of the House Paul Ryan, Senate Majority Leader Mitch McConnell (R), Chairman of the Senate Finance Committee Orrin Hatch, other members of congress and his administration regarding tax reform in the Roosevelt Room of the White House in Washington, DC, USA, 05 September 2017. EPA/SHAWN THEW

Il muro in Messico, Joe Arpaio, the dreamers. Per interrogarci sull’atomica di Kim, abbiamo dimenticato che sulla poltrona della più ricca e potente democrazia occidentale siede lui. Biondo, razzista e nucleare.

Lui che in realtà non vuole fare di nuovo grande “l’America”, vuole farla solo Bianca, come la Casa da cui proclama slogan, taglia budget pubblici e riposta frasi da account come “whitegenocide”alle prime luci dell’alba. Lui, Donald Trump, è quello del Russian Gate, quello del birther movement, perché Obama era nero, quindi non era davvero americano, nato sul suolo degli Stati Uniti. Era sicuramente un musulmano, quindi un terrorista, con un attestato di nascita falso. Lui: quello degli slogan. Quello che grab by the pussy, acchiappala per la figa. Quello che “ci mandano i loro criminali oltre confine: wall, wall, wall!”. Muro! Nella nazione fondata da migranti – dopo il più massacrante genocidio dell’umanità, quello degli indiani d’America-, costruita e coltivata dai muscoli degli schiavi neri d’Africa, è lui il presidente nel 2017.

Lui che voleva fare l’America grande, la sta facendo sempre più piccola. Dopo la marcia contro i nazisti e suprematisti americani a Charlotsville, lui disse più volte che la violenza veniva da entrambi i lati. Da uno di quei lati c’era il KKK.

Lui offre perdono, concede grazia. Prima di lui il presidente Harry Truman non rivelò mai a chi la riservò. Il presidente Gerald Ford la diede al suo predecessore, Richard Nixon, una domenica mattina, senza alcun preavviso. Il presidente George H. W. Bush la usò per una figura chiave dell’Iran-Contra affair, dopo aver perso la rielezione. Regan gli stessi membri dell’operazione non volle perdonarli perché “li avrebbe lasciati sotto un’ombra di colpevolezza per il resto della vita”. Il presidente Bill Clinton riservò la grazia al finanziere fuggitivo Mark Rich, due deputati democratici del Congresso, un colpevole dello scandalo Whitewater e per suo fratello. E tutto questo lo fece nel suo ultimo giorno in ufficio alla Casa Bianca. Lui il suo perdono lo ha annunciato da uno dei suoi palchi preferiti, a Phoenix, Arizona. Ha concesso la grazia allo sceriffo di 85 anni che ha kept Arizona safe, che ha mantenuto sicura l’Arizona. Altro slogan che ricorda il suo.

Joe Arpaio era uno che faceva racial profiling, registrava le persone in basa alla razza, abusava dei detenuti, specialmente se donne e ispaniche. È sospettato della morte di 160 prigionieri, di suicidi, pestaggi, crudeltà varie, come mancata assistenza sanitaria durante i parti, fabbricazione di accuse false per chiudere i latinos nelle sue tendopoli della morte, dove li costringeva a mangiare cibo scaduto, indossare in pubblico biancheria intima rosa. La chiamava la sua Tent City, il suo campo di concentramento personale. Arpaio, per lui, presidente di quella che ama definirsi la democrazia più grande del mondo, “ha fatto solo il suo lavoro”. Arpaio, condannato per oltraggio alla Corte: non ha eseguito l’ordine di un giudice che lo obbligava a liberare persone che aveva messo in cella solo perché sospette di immigration offenses, cioè prive dei documenti. Arpaio: lo sceriffo anti-migranti dal pugno di ferro, leggenda della destra bianca. Arpaio: lui che senza migrazione, non sarebbe nemmeno nato, figlio degli Arpaio, migranti verso il Mondo Nuovo nel secolo che è appena passato dalla provincia di Avellino, regione Campania, Italia.

E ora l’ultima. Svegliatevi, sognatori, dreamers. Quello che sperate ad occhi aperti e chiusi è diventato illegale con una firma del presidente attuale che cancella la decisione del precedente. Tornano in clandestinità 800mila persone, figli di migranti irregolari, cresciuti tutta la vita sotto la bandiera a stelle e strisce. Addio Daca: Deferred action for childhood arrivals. Una specie di ius soli in ritardo. Era lo status legale che proteggeva dalla deportazione giovani adulti che da bambini sono arrivati negli Stati Uniti con i genitori senza documenti. Con Obama gli 800mila avevano ottenuto il permesso di residenza e quello di lavoro, da rinnovare ogni due anni, ma ora torneranno come gli altri nella categoria di illegal aliens.

Da oggi possono essere deportati dopo aver studiato nelle stesse scuole, lavorato nelle stesse fabbriche, bevuto negli stessi bar, sparato nello stesso esercito, pagato le stesse tasse di tutti gli altri cittadini. Perché lo ha deciso lui. C’è qualcuno che marcia in queste ore in America per i suoi diritti. Chi non è lì può osservare da lontano, forse consolarsi. La Daca riguardava quelli che avevano meno di 31 anni all’epoca, cioè nel 2012. Il muro ancora non c’è. Il futuro è di chi lo abiterà. I dreamers sono ancora giovani, Donald Trump invece no.