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Altiero Spinelli, nel libro di Mario Leone la forza del pensiero di chi sognò l’Europa unita

Il richiamo agli ideali di libertà, all’antifascismo ed a qualsiasi azione coercitiva che voglia agire sul pensiero, si percepisce sempre forte sbarcando a Ventotene, specialmente se l’occasione è data dalla figura storica indissolubilmente legata all’isola, Altiero Spinelli, incarcerato e lì confinato dal regime fascista. Una storia raccontata in una nuova e preziosa offerta editoriale.
Quest’anno la trentaseiesima edizione del Seminario di formazione federalista di Ventotene, (che si svolge fino all’8 settembre grazie all’Istituto di Studi Federalisti “Altiero Spinelli”, alla Regione Lazio e al Comune di Ventotene), ha permesso a 150 giovani provenienti da tutto il mondo di approfondire i loro studi su nuove iniziative per rilanciare l’Europa contro nazionalismi e populismi.
Ed è proprio nell’ambito dei sei giorni di seminari che si è tenuta la presentazione del libro scritto da Mario Leone La mia solitaria fierezza edito dalla piccola casa editrice Atlantide di Dario Petti. L’incontro si è svolto in piazza Castello presso la libreria L’ultima Spiaggia di Fabio Masi (noto libraio ed editore dell’omonima casa editrice, che trascorre sei mesi sull isola e sei a Camogli dedicandosi alla ricerca storica e culturale). Erano presenti, Giorgio Anselmi e Federico Brunelli, presidente e direttore dell’Istituto di Studi federalisti “Altiero Spinelli”, l’editore Dario Petti e Marilena Giovannelli, direttore dell’Archivio di Stato di Latina dove il libro verrà presentato il 23 settembre (ore 10.30).

Altiero Spinelli , bollato dal regime in quanto “sovversivo, irriducibile e pericolosissimo”, non in grado da riuscire a fermare la sua ricerca immensa sulla “libertà intellettuale” che mai come ora sembra essere attualissima, viene raccontato da Mario Leone senza alcuna pretesa accademica, ma con la forza della passione dello studioso e cultore, grazie anche alla prima pubblicazione di documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Latina sulla vita del confino, e grazie anche alla ferma determinazione di Dario Petti. Un giovane editore che ha voluto portare avanti questa pubblicazione che racconta di quei quattro lunghi anni, dal luglio 1939 al 17 agosto 1943, trascorsi da Spinelli – dall’età di 32 anni a quella di 36 anni – al confino a Ventotene dove avrebbe concluso la sua condanna. «È un libro basato su documenti originali ma al tempo stesso è rivolto ad un pubblico ampio, formato non solo da specialisti. Il nostro obiettivo infatti era quello di far conoscere a tutti l’esemplare figura politica di Altiero Spinelli», sottolinea Dario Petti.
Marilena Giovannelli, direttore dell’Archivio di Stato di Latina, tra i relatori della presentazione, nel suo intervento in premessa al libro scrive che «il nucleo centrale del fondo Questura, che l’Archivio di Stato di Latina ha in consegna, è composto di circa 5000 fascicoli personali inseriti in un database, che a breve saranno digitalizzati grazie ad un progetto nazionale finanziato dalla Direzione generale archivi del Mibact. La riproduzione dei fascicoli consentirà in primo luogo di preservare la documentazione e di sfruttare tecnologie digitali nei processi di elaborazione delle informazioni e di progettare percorsi didattici che coinvolgano un pubblico più ampio, dando la possibilità di mediare tra vecchi e nuovi sistemi di diffusione culturale».

Riuscire a sintetizzare in poche ma ricchissime pagine (fitte di bibliografia utilissima a chi volesse approfondire ) la figura di Spinelli è riuscito perfettamente a Mario Leone che realizza un quadro utile ad un’ampia diffusione. «Alto di spalle larghe, quasi atletico. Quando cammina su e giù (è il modo di passeggiare dei confinati, dei detenuti e delle bestie in gabbia) i suoi affiancatori faticano a stargli dietro; a ogni suo dietrofront fan la figura di mezze cicche nelle esercitazioni reggimentali. È il cervello più completo che abbia incontrato al confino; conosce sette lingue, e seriamente, la matematica e la fisica, serissimamente la filosofia e l’economia. Aperto a tutte le manifestazioni artistiche. Soprattutto ha la facoltà della sintesi. (…) E Spinelli ha la stoffa di un fondatore di movimenti (…). Era comunista, è federalista. È disordinato, incurante, indisciplinato e nel contempo capace di qualsiasi adattamento. La vita più è rude e più sembra far presa su di lui. Forse più temperamento d’artista che di filosofo e i suoi scritti portano sempre l’impronta della sua personalità».
Alberto Jacometti , confinato a Ventotene insieme a vari personaggi come Ernesto Rossi , Riccardo Bauer, Sandro Pertini, Eugenio Colorni e e Eugenio Curiel, descrive così Altiero Spinelli.

Saranno Rossi e Colorni i suoi “ due più grandi amici” vicini nella nascita dell’impegno politico nuovo. «Due anime – si legge nel libro – non solo inquiete per quel che accadeva, ma anche insoddisfatte per le risposte inadeguate che gli antifascisti davano a questa gigantesca sfida che non era più la vittoria del fascismo in questo o quel paese, ma il crollo dell’Europa. Eugenio Colorni e Ernesto Rossi non erano fra coloro che avevano trovato come il resto dei confinati politici, ma fra coloro che cercavano».
Nel lavoro di Mario Leone si racconta degli aspetti dell’“uomo” Spinelli, che per desiderio di lavorare sull’isola, si occupa anche di fare l’orologiaio, spinto in realtà da «il desiderio di avere un luogo appartato, una solitudine più protetta che nei cameroni. Dove, però la precisione di movimenti che esige il lavoro da orologiaio mi piaceva perché mi obbligava a diventar padrone dei muscoli delle mani assai più di quanto lo si è normalmente».

Sull’isola di Ventotene i confinati alloggiano in grandi cameroni. I controlli sono accuratissimi ed ogni confinato è provvisto del “libretto rosso” dove sono menzionate le prescrizioni a cui bisogna attenersi. Lo spazio di passeggiata è circoscritto e gli agenti svolgono anche operazioni di pedinamento serrato nei confronti dei più “irriducibili” confinati . Gli appelli venivano svolti nella piazza principale, oggi piazza Castello, con orari obbligatori di uscita e rientro nei cameroni, divieto di parlare di politica, possibilità di scrivere una lettera a settimana con lunghezza massima di 24 righe, sottoposta a censura. Una vita molto dura che nonostante tutto non è riuscita a fermare la forza del pensiero. L’organizzazione delle mense in cui si ritrovavano i confinati era molto capillare ed articolata. Divise per movimento politico di appartenenza. Sette sono quelle dei comunisti, due di anarchici, due dei manciuriani («termine coniato al confino di Ponza, dove nel locale dormitorio vi erano due stanzoni molti freddi, l’uno chiamato Siberia l’altro Manciuria: in quest’ultimo vennero isolati dalla componente politica alcuni confinati, perché ritenuti delatori al soldo della direzione politica»).
Spinelli diventerà a Ventotene il capo della nuova mensa “E”, così battezzata da Pertini e Jacometti, in cui si raccoglieva tutto il gruppo federalista.
Proprio e casualmente la mensa denominata “E” come Europa. Le pagine di Leone raccontano dettagliatamente come si svolgeva la vita sull’isola, dove nonostante il regime fascista, si riuscì a realizzare il Manifesto di Ventotene. Un lavoro che lascia trapelare al lettore quell’intima e unica determinazione umana, ben riassunta nel titolo del libro La mia solitaria fierezza.

Portano miseria e malattie. E vogliono marciare su Roma. Ancora

Saluto romano da parte dei manifestanti di Forza Nuova durante la manifestazione contro lo ius soli 15 giugno 2017 a Roma ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Quel partito anticostituzionale che è Forza Nuova (che infatti è etimologicamente sbagliato denominare partito, essendo un’accolita di nostalgici illegali, come i cacciatori di elefanti, solo che sono qui in mezzo a noi) si è messo in testa di marciare su Roma il prossimo 28 ottobre.

«Bandiere, striscioni, auto, pullman, benzina – si legge nell’annuncio su Facebook – Compatriota, la macchina organizzativa è in moto e ha bisogno del tuo sostegno concreto. Il 28 ottobre Roma ospiterà la grande marcia forzanovista contro un governo illegittimo, per dire definitivamente no allo ius soli e per fermare violenze e stupri da parte degli immigrati che hanno preso d’assalto la nostra Patria»: manca solo la sigla dell’Istituto Luce per essere una feccia completa.

Il 28 ottobre non è un caso, ovvio: il 28 ottobre sono 95 anni dopo rispetto a quella delle camicie nere che portò al potere Mussolini. Non è folklore, no. C’è del marcio in marcia, da un bel pezzo: nei titoli falsi di quotidiani che valgono come carta straccia, nelle informazioni false rivendute come vere, nel manipolo di persone che cercano affannosamente solo le conferme dei propri pregiudizi e in chi minimizza il ritorno del fascismo come pittoresco, com’era pittoresco il sangue su cui è nata questa nostra Repubblica.

Per questo è necessario che l’argine sia eterogeneo: politici (brava Virginia Raggi), giornalisti, genitori, insegnanti, imprenditori, artigiani, agricoltori, liberi professionisti, disoccupati e anche i depressi, gli spaventati e i senza speranza. L’opposto del fascismo non è il comunismo (come dicono i fascisti) ma è la libera democrazia.

E chissà che magari a Minniti non scappi una parola anche su questo rischio della “tenuta democratica” del Paese. Chissà.

Buon giovedì.

 

Dalla marcia su Roma alla marcetta via Facebook, Forza Nuova le tenta tutte pur di violare la Costituzione

La formazione neofascista Forza nuova chiama a raccolta i simpatizzanti, per organizzare quella che definisce «marcia dei patrioti», un evento che si terrà il 28 ottobre a Roma, data e luogo della tristemente nota marcia del 1922 organizzata dal Partito nazionale fascista di Mussolini.

L’annuncio arriva con un post su Facebook che conta, a poco meno di tre giorni dalla sua pubblicazione (nel momento in cui scriviamo), 639 condivisioni e 1.200 reactions.Tanti, troppi. Perché anche un unico singolo apprezzamento costituisce uno sfregio alla democrazia e alla Costituzione. Ma si tratta comunque di una audience 2.0 che non supera quella di altri post dell’organizzazione di estrema destra, post altrettanto deplorevoli e incitanti all’odio. E anche la celebrazione dell’anniversario della “marcia su Roma” non è esattamente una novità. Ogni anno a Predappio (dove peraltro è in progetto un museo del fascismo) una nutrita pattuglia di nostalgici celebra il 28 ottobre, con classica tappa alla tomba del Duce, e siparietto di rito a favore delle telecamere dei giornalisti appostati in paese.

Ad ogni modo questo non è certo un valido motivo per abbassare la guardia e non denunciare la manifestazione, che pare in evidente contrasto con le leggi Scelba e Mancino, e viene annunciata a pochi giorni dal caso del volantino sui migranti ispirato quelli della Repubblica di Salò e dal nuovo appello ad ultrà, tassisti e pugili per organizzare ronde contro la criminalità degli extracomunitari. Ma anche dopo il flop della visita al parroco Don Biancalani di Pistoia, reo di aver accompagnato alcuni richiedenti asilo per una giornata in piscina.

Nel frattempo, dura la reazione dell’Anpi. Il presidente Carlo Smuraglia, sulle colonne de La Repubblica, afferma «Voglio sperare che questa vergognosa provocazione venga impedita». E Andrea Liparota, ufficio stampa nazionale, ribadisce a Left: «Stiamo ragionando sul da farsi. In ogni caso, se la “marcia su Roma” venisse autorizzata non mancherà una nostra iniziativa pubblica di risposta».

 

Tutti devono accogliere i profughi, schiaffo della Ue ai “quattro di Visegrad”

Migranti e profughi bloccati nella 'terra di nessuno' al confine serbo-ungherese di Horgos davanti alla barriera di filo spinato eretta dagli ungheresi, 15 settembre 2015. ANSA/DRAGAN PETROVIC

Tra i muri costruiti in Europa e quelli “lontani dagli occhi” che stanno nascendo in Africa – grazie agli aiuti italiani ed europei -, oggi una sentenza della Corte di giustizia Ue rimette a posto gli Stati “anti immigrati”. Sono stati infatti respinti i ricorsi di Slovacchia e Ungheria – due dei Paesi del gruppo di Visegrad – contro le “relocation” dei richiedenti asilo da Italia e Grecia. Nella sentenza i giudici spiegano che «il meccanismo contribuisce effettivamente e in modo proporzionato a far sì che la Grecia e l’Italia possano far fronte alle conseguenze della crisi migratoria del 2015».

In altre parole, cari Stati vi dovete prendere le quote dei migranti che vi spettano per legge, non si può lasciare tutto sulle spalle dei Paesi che accolgono in prima istanza i profughi in arrivo dal mare. Il ricorso era stato presentato dall’Ungheria guidata dal popolare premier nazionalconservatore, euroscettico e amico di Putin, Viktor Orbán, e dal capo del governo socialista-populista slovacco Robert Fico.

Slovacchia e Ungheria, che nel 2015, in Consiglio avevano votato contro la misura temporanea (come Repubblica Ceca e Romania) avevano chiesto alla Corte di giustizia di annullarla, sia per motivi intesi a dimostrare che la sua adozione era viziata da errori di ordine procedurale o legati alla scelta di una base giuridica inappropriata, sia perché non idonea a rispondere alla crisi migratoria, né necessaria a tal fine. Nel procedimento davanti alla Corte, la Polonia è intervenuta a sostegno della Slovacchia e dell’Ungheria, mentre Belgio, Germania, Grecia, Francia, Italia, Lussemburgo, Svezia e la Commissione europea sono intervenuti a favore del Consiglio Ue. Con la sua odierna sentenza, la Corte ha respinto integralmente i ricorsi proposti da Slovacchia e Ungheria. E ha stabilito che il problema dei profughi è un problema di tutta l’Unione.

Soddisfazione da parte di quanti conducono una dura battaglia per i diritti umani. «La sentenza della Corte di giustizia Ue mostra che nessun Paese si può sottrarre alle proprie responsabilità sui profughi. Slovacchia e Ungheria hanno cercato di evitare il sistema di solidarietà Ue, ma ogni Paese ha il proprio ruolo nella protezione delle persone in fuga da guerre e persecuzioni», afferma Iverna McGowan, direttore di Amnesty International per l’Ufficio delle istituzioni europee.

E Ska Keller, presidente del gruppo dei Verdi al Parlamento europeo commenta: «Ora che la Corte europea ha respinto i ricorsi di Slovacchia e Ungheria contro la redistribuzione dei profughi, non ci sono più scuse. Gli Stati membri che fino ad ora hanno boicottato, devono attuare. La solidarietà in Ue non è una strada a senso unico». E visto che anche i quattro di Visegrad ogni anno ricevono dall’Europa ingenti fondi per le politiche di coesione, Keller sottolinea che «i leader di governo come Viktor Orban non possono chiedere più soldi per la protezione delle frontiere, mentre bloccano l’accoglienza dei profughi da Italia e Grecia».

Bombe umane o schiave: così Boko Haram distrugge la vita di migliaia di donne e bambine

Ci sono vittime del terrorismo religioso per cui non si spreca inchiostro né titoli d’apertura sui media occidentali. Eppure si tratta di esseri umani, peraltro tra i più indifesi. Sono ragazzine, sono bambine, sono bambini, sono donne. Sono le prede di Boko Haram li utilizza, in Nigeria e altri Paesi sub sahariani per compiere attentati, come “bombe umane”. L’Unicef li chiama così, “human bombs” e non attentatori suicidi, perché ad essere vittime sono in primis loro: minori rapiti, plagiati, abusati da quel gruppo che fa sanguinare la mappa centrale africana. È il nuovo codice del terrore di una vecchia strategia, scrive Al Jaazera, una nuova tattica disciplinata, possibile grazie al mancato controllo del territorio da parte dell’esercito governativo ed è già diventata una nuova impronta, una nuova firma macabra del gruppo.

Le ragazze sono una nuova arma da guerra: solo nel 2017 sono state 80 le donne e le bambine usate negli attentati come kamikaze dai miliziani di Boko Haram. Lasciando dietro di sé la scia di sangue di 400 vittime da aprile in poi, il doppio rispetto ai cinque mesi precedenti. Lo riferisce Amnesty. L’organizzazione terroristica ha perso territorio, controllo delle front line e ha portato la sua guerra nelle moschee, nelle piazze, nelle università, nei mercati, nelle chiese, nei luoghi affollati. Il più mortale è stato compiuto a Waza, in una sala giochi, lo scorso luglio: 16 ragazzini sono morti per una cintura esplosiva indossata da una minore, una bambina costretta così a mettere fine al suo destino, insieme a quello di altri bambini.

L’Unicef è giunta alla stessa conclusione di Amnesty: nel 2017 sono stati 84 gli attentati compiuti da minorenni per il gruppo del terrore il cui nome significa “l’istruzione occidentale è proibita”. Uno studio sul terrorismo del centro di West Point e della Yale University ha esaminato 434 attacchi suicidi compiuti da Boko Haram dal 2011 al 2017: solo in 338 è stato possibile riconoscere l’identità dell’attentatore e nel 244 dei casi si trattava di ragazze o donne.

Boko Haram punta i fucili sulle ragazzine, l’occidente punta gli occhi altrove. Si dice migrazione ma è fuggire soprattutto dalla morte, tutte le morti che puoi incontrare per strada in Africa. Schiavi religiosi i bambini, doppie schiave le bambine. Per le donne, gli elementi più sacrificabili della società africana, è un nefasto record, a cui non c’è antidoto se non la fuga. Se non bombe umane, le ragazze rischiano di diventare schiave sessuali, mogli dei militanti contro il loro volere. Alcune di loro sono state liberate, ma ne hanno partorito i figli e adesso devono rimanere con loro. Alcune sono bambine che hanno messo al mondo altri bambini e hanno poco più di 14 anni. «Non eravamo mogli, ma schiave, non mangiavamo nemmeno, eravamo oggetti» dicono alle telecamere di Al Jazeera.

Tutto è difficile, niente è efficace. Amnesty nell’ultimo dossier dice che 223 civili sono morti in Nigeria da aprile, ma ricorda che i dati sono approssimati per difetto e nessuno conosce davvero l’esatto numero delle vittime: «tra maggio ed agosto il numero di civili uccisi è 7 volte maggiore che nei quattro mesi precedenti, mentre, solo ad agosto, sono cento i civili che hanno perso la vita». Non solo in Nigeria, ma anche in Camerun: «Da aprile 158 civili sono morti per gli attacchi di Boko Haram, quattro volte in più che nei cinque mesi precedenti».

A nord est della Nigeria sono in marcia, si lasciano dietro le case e i vicini di casa morti, cibo e documenti. Afferrano i loro figli, abbandonano le fattorie e scappano via correndo dalla violenza cieca di Boko Haram. A Monguno, nello stato del Borno sono arrivati un numero maggiore di migranti che in Europa nei primi nove mesi dell’anno: dei 17 milioni di profughi interni del continente nero, il 93,7% rimane in Africa, solo il 3,3% raggiunge l’Europa. L’UN avvisa: quest’anno in centinaia di migliaia moriranno di fame.

La vera crisi migratoria è all’interno dell’Africa stessa e non in Europa: per Boko Haram 2 milioni e 600mila persone hanno abbandonato la loro terra. Sono più dei siriani rifugiati in Turchia eppure la loro non la chiamiamo guerra.

«Boko Haram è tornato a compiere crimini su vasta scala, questo è esemplificato dalla depravazione di usare ragazzine costringendole ad indossare esplosivi, col solo intento di uccidere quante più persone può» ha detto Alioune Tine, direttrice per l’Africa centrale e occidentale di Amnesty International. I miliziani non perdono vigore, continuano a marciare, kalashnikov e tunica nera. Il loro potere cresce, ma in silenzio, perché non accade qui, in Europa, ma in stati i cui profughi ci rifiutiamo di accogliere. Sono morte almeno 20mila persone nelle violenze compiute da Boko Haram dal 2009 in Africa, perché il terrore non diminuisce, non in Africa. Diminuiscono solo le voci che lo denunciano.

«Se l’è andata a cercare»: reazioni italiche e le “nostre” donne

La bambina, dicono le carte dell’inchiesta, è “alta un metro e 55 e pesa 40 chili”. Oggi ha 16 anni ma ne aveva 13 quando sono iniziate le violenze: la violentavano in nove. A volte a turno. A volte tutti insieme. Poi, quando avevano finito, la costringevano anche a rifare il letto, come ultimo sfregio di una donna che, piaccia o no ai Salvini di turno, qui da noi è spesso vista come strumento di piacere e di riordino.

I responsabili dello stupro (rei confessi e condannati in via definitiva) sono italiani, italianissimi: c’è il rampollo di mafia Giovanni Iamonte, che la Procura descrive come «rampollo di un esponente di spicco della locale cosca della ’ndrangheta, soggetto notoriamente violento e spregiudicato», c’è Antonio Verduci, figlio di un maresciallo dell’Esercito e c’è anche Davide Schimizzi, fratello di un poliziotto che al telefono lo istruiva su come affrontare gli interrogatori.

Tutto accade a Melito Porto Salvo, in uno di quei paesi in cui l’arrivo di migranti, seppur minori non accompagnati, viene vissuto come un “rischio per la sicurezza” mentre in realtà la “sicurezza” ha cominciato a marcire da un bel pezzo. La storia, che risale a un anno fa, è stata presto dimenticata poiché cozza con l’idea strumentale dello stupro come arma politica contro il migrante, qualsiasi migrante.

Così vale la pena ripescarla per riportare le frasi degli italianissimi compaesani di quella bambina sfregiata durante la marcia di solidarietà organizzata esattamente un anno fa: «Se l’è cercata!». «Ci dispiace per la famiglia, ma non doveva mettersi in quella situazione». «Sapevamo che era una ragazza un po’ movimentata», «Una che non sa stare al posto suo». Il preside si affrettò a dire che «la scuola non c’entra, ognuno deve pensare alla sua famiglia».

Ed è una storia che provoca nausea e indicibile dolore. Come molte altre. Ma vale la pena esporla ancora perché la ferocia, qui da noi, soprattutto se italiana, ci mettiamo pochissimo a seppellirla.

Buon mercoledì.

Bibihal, 106 anni, la rifugiata più anziana al mondo che la Svezia respinge in Afghanistan

105-year old Afghan woman. Bibihal Uzbeki from Kunduz, Afghanistan, rests in Croatia's main refugee camp at Opatovac, Croatia, near the border with Serbia, Tuesday, Oct. 27, 2015. Centenarian Bibihal Uzbeki, crossed into Croatia on a stretcher from Serbia with a large group of refugees, including her son and several other relatives, among tens of thousands who have traveled across continents, fleeing war and poverty to search for a happier, safer future in Europe. (AP Photo/Marjan Vucetic)

È sopravvissuta alle guerre. Alla fame. Alle bombe. Al suo Paese: l’Afghanistan. La sua città: Kunduz. Poi al viaggio nel deserto. E in Europa è stata portata sulle spalle di suoi figlio, di 67 anni, e suo nipote, 19 anni, attraverso montagne e foreste, insieme ad altri 17 dei suoi parenti. Bibihal Uzbeki ha 106 anni e la sua domanda d’asilo è stata rifiutata dal governo svedese.

È la rifugiata più anziana del mondo e ora le dicono di dover tornare indietro, verso una casa che non ha più.

La sedia a rotella gliel’hanno data solo in Germania, ha detto suo figlio Muhammadhulla, che l’ha trasportata sulle spalle per giorni e chilometri. In Svezia ormai non può più parlare né camminare. A stento si muove. La famiglia si è appellata ai giudici della Corte dei Migranti dopo il rifiuto, ci saranno vari stadi d’appello ma riprocessare la richiesta potrebbe richiedere molto, troppo tempo. «L’età non è di per sé una ragione d’asilo» ha fatto sapere l’agenzia della migrazione svedese, commentando il caso, che ha decretato che deve tornare in Afghanistan o in qualsiasi altro Paese disposto ad accoglierla.

L’anziana – di cui hanno parlato i giornali di tutto il mondo nel 2015, quando è stata intervistata nel capo di Opatovac in Croazia – faceva parte di quel flusso umano che arrivava da Siria, Afghanistan, Iraq, attraverso quella rotta balcanica verso il sogno nordico in un’Europa che adesso dice che no, non c’è posto, né più tempo, per lei, che a 106 anni ancora sogna di vivere.

Sulla Svezia oggi e il rapporto con gli immigrati leggi intervista allo scrittore Jonas Hassen Kemiri

Alfano il cameriere, l’Italia lo zerbino: così si frolla il cadavere di Giulio Regeni

Il ministro degli Esteri Angelino Alfano, tra i presidenti delle commissioni Estero di Camera Fabrizio Cicchitto (D) e Senato, Pierferdinando Casini, nel corso dell'audizione sui rapporti tra Italia ed Egitto, in particolare sul caso Regeni, nella Sala Mappamondo di Montecitorio a Roma 4 settembre 2017. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

Angelino Alfano ha strizzato il proprio povero vocabolario per difendere la scelta del governo di rispedire in Egitto l’ambasciatore italiano seppur in assenza di qualsiasi passo in avanti nella ricerca della verità sulla morte di Giulio Regeni. “L’Egitto è un partner ineludibile dell’Italia, allo stesso modo come l’Italia è imprescindibile per il Cairo” ha dichiarato ieri di fronte alle commissioni di Camera e Senato riunite ieri per fare il punto sulla vicenda.

In sostanza il Ministro agli Esteri ha preso ispirazione da Il Trono di Spade citando Stannis Baratheon: “Cos’è la vita di una sola persona di fronte a un regno?”. Nulla. Certo.

Poi è riuscito a trattare l’inchiesta del New York Times come se fosse uno spiffero di corridoio.

La chiamano “realpolitik” e invece è la codardia di chi molla il colpo fingendo che ci siano interessi più alti di una verità negata. È la solita Italia: quella che commemora con aule universitarie morti di cui non ci hanno raccontato abbastanza, provando a convincerci che davvero funzioni commemorare una storia che non ci è nemmeno stata raccontata.

Sullo sfondo c’è la Procura di Roma, incagliata in una mancata collaborazione con l’Egitto che è vergogna aggiunta alla vergogna, che ora deve farsi carico anche del peso politico, oltre che giudiziario.

Sullo sfondo gode Al Sisi, governante dalla scarsissima democrazia, che sorride mentre usa l’Italia come lettiera. C’è sempre un motivo superiore, quando i governanti non hanno il coraggio di dichiarare la resa.

Ma ve lo ricordate quando il governo egiziano ci disse che Regeni era morto in un incidente stradale? Ve lo ricordate Al Sisi quando mentì dicendo che Regeni non era conosciuto dai servizi segreti egiziani? Ecco. Non è nemmeno più indignazione: è uno scoramento, che puzza.

Buon martedì.

Ahmad, il pianista di Yarmouk: «Il mio Paese è la musica»

epa05105359 Syrian-Palestinian musician Aeham Ahmad, recipient of the International Beethoven Prize, plays piano at the demonstration 'Syrian refugees say no to the Cologne assaults!' in Cologne, Germany, 16 January 2016. According to police reports, numerous women were sexually harassed and robbed in the throng in front of Cologne central station on New Year's Eve. EPA/MAJA HITIJ

Prima che scoppiasse la guerra, Aeham Ahmad ( che  giovedì 7 settembre suona nel Cortile della Biblioteca civica al Festival Con-vivere a Carrara),  era solito girare in bicicletta per le strade affollate di Yarmouk, andare con gli amici a fare due chiacchiere in qualche caffé della zona, dare lezioni di piano, passeggiare con sua moglie. Yarmouk è un campo profughi palestinese a sud di Damasco nato dopo la Nabka, l’esodo palestinese, del ’48. Ma Yarmouk non è solo questo, è anche il simbolo dell’orrore che ha travolto la Siria con l’arrivo della guerra civile da un lato e l’avanzata di Isis dall’altro, delle barrel bomb lanciate dal governo di Bashar al-Assad contro i ribelli e delle decapitazioni e atrocità portate da Daesh. Soprattutto della complessità della Siria, sempre più dilaniata dalle fazioni. Qui infatti hanno lottato per il predominio sul territorio Hamas, gli affiliati di al-Qaeda, i ribelli siriani, il governo di Assad, i miliziani di Isis. Eppure per Aeham questo campo profughi a sud di Damasco, prima di essere un perfetto esempio da manuale di geopolitica, era soprattutto e nonostante tutto, casa. La sua vita scorreva tranquilla, certo c’erano delle difficoltà, ma lavorava con il padre, un violinista cieco, nel loro negozio di strumenti musicali. Studiava e suonava il suo pianoforte, si era sposato e aveva avuto dei figli. E se è vero che in effetti non aveva una Nazione della quale dirsi cittadino, proprio il padre gli aveva spiegato che: «Il nostro Paese è la musica».

Poi è venuta la guerra. Aeham la ricorda bene la prima volta che un jet del governo siriano ha bombardato Yarmouk: era il 16 gennaio 2012 e ricorda bene, fin troppo, anche tutto il resto, «la follia della guerra, il sangue, i morti». Ma il suo Paese è la musica, si dice come un mantra, e allora non si dà per vinto: trascina il suo pianoforte in strada fra le macerie e suona, qualche ragazzo comincia a cantare, nasce una specie di complesso e, paradossalmente, quella musica, anche se non riesce a coprire il rumore delle bombe, a ricostruire le case o riparare l’ospedale da campo andato distrutto, diffonde un briciolo di entusiasmo e di speranza fra la gente. Ricorda a tutti per un attimo com’era Yarmouk prima della guerra.

«Era la mia piccola rivoluzione, un tentativo di contrastare l’orrore», ci racconta Aeham al telefono «una rivoluzione musicale per restituire alle persone almeno un po’ di speranza, un po’ di forza. Eravamo assediati, mancava tutto… non avevamo acqua, cibo, cure, le persone morivano a centinaia. Ma la speranza era fondamentale per andare avanti, per noi, ma soprattutto per i nostri bambini» e mentre parla sentiamo all’improvviso in sottofondo irrompere una voce e chiamare «papi…». Niente poteva riuscire a rendere più chiaro il racconto del nostro pianista. «A un certo punto siamo stati costretti a fuggire. Volevamo restare, abbiamo lottato in tutti i modi per restare in Siria…»

 

Immigrati, stupri e bugie

A leggere certi giornali italiani parrebbe che il reato di violenza sessuale sia stato introdotto di recente nel codice penale. Quasi in concomitanza con il fenomeno migratorio. Come a ribadire stoicamente che la pratica dello stupro appartiene (storicamente) a tutti gli invasori. Anzi, addirittura, sembrerebbe che “i nuovi barbari siano peggiori di quelli del ‘43/’45, oggi come allora fiancheggiati dai traditori della Patria”.

Tanto da stimolare anacronistici rigurgiti fascisti, risalenti all’epoca della Repubblica Sociale Italiana e riadattabili all’uopo. Campeggia (in rete, con più di diecimila like, undici mila condivisioni e quasi mille e cinquecento commenti a due giorni dalla pubblicazione) un manifesto di Forza Nuova che rielabora la propaganda razzista del periodo: “Difendila dai nuovi invasori, potrebbe essere tua madre, tua moglie, tua sorella, tua figlia” è scritto nel titolo. Perché «gli stupri, si sa, sono il barbaro e infame corollario di ogni guerra di conquista. Le violenze contro le donne dell’epoca del manifesto a cui ci siamo ispirati (Forza Nuova, ndr), furono contestualizzate all’interno della sconfitta che chiamarono ‘liberazione’, quelle di questi anni e di questi giorni le occultano spudoratamente, tacendo il fatto che sono state attuate da nuovi invasori a cui paghiamo vitto, alloggio, bollette, schede telefoniche, cellulari e sigarette».

Criminalizzare intere nazionalità assicura un cortocircuito pericoloso che, nell’opinione pubblica, si traduce in un’equazione alquanto becera, anziché no, violenta, corrispondente a immigrato uguale stupratore. Che, oltretutto, è falsa. E non solo perché la responsabilità penale è personale. Stando a un dossier elaborato dall’istituto di ricerche Demoskopika, il numero di stranieri denunciati o arrestati per stupro è più basso dei toni farciti d’odio: negli anni che vanno dal 2010 al 2014, il 61 per cento delle violenze sessuali è stato compiuto da italiani contro il 39 per cento degli stranieri. Una ulteriore conferma viene da una recente nota del Viminale secondo cui i crimini contro le donne perpetrati da italiani sono aumentati passando da 1474 del 2015 a 1534 del 2016, mentre quelli di cui sono responsabili persone straniere oltre a essere diminuiti sono anche numericamente inferiori (904). In soldoni, in sei casi su dieci, il colpevole è italiano. Ma fin qui il cortocircuito non è del tutto scongiurato.

Perché si potrebbe obiettare che la popolazione di stranieri residenti in percentuale è di molto inferiore al 39 per cento (circa 11%), e quindi i dati confermerebbero la validità dell’equazione. Ma è sufficiente scorporare le percentuali in base alla nazionalità per riportare tutto nei binari della realtà e della correttezza. Dopo quel 61% di italiani, denunce e arresti hanno riguardato romeni (8,6), marocchini (6), albanesi (1,9) e tunisini (1,3%). Ripensiamo per un attimo al manifesto di Forza Nuova e all’“invasione” di immigrati propagandata non solo dai partiti di destra. Anche il governo parla in continuazione di invasione (dai luoghi di guerra del Medio Oriente e dall’Africa sub sahariana) per giustificare il Codice Minniti anti Ong e gli accordi con il governo libico. Ebbene in questa “speciale” classifica la nazionalità non coincide con nessuno dei Paesi da cui partirebbero i presunti invasori. Infine un ultimo elemento ma non per questo meno importante.

È cosa nota che differenza di altri reati le denunce per stupro sono solo una piccola percentuale di quelle compiute. La violenza sulle donne è un fenomeno in gran parte ancora sommerso. Come nel caso della pedofilia, moltissimi stupri avvengono in famiglia per opera del partner o di una persona conosciuta (spesso l’ex marito o fidanzato). Questo rende difficilissimo per la persona violentata trovare la forza di denunciare. Ovviamente la difficoltà vale sia in contesto “italiano” sia in un contesto non italiano. Ma, vale la pena riportare una dichiarazione di Lella Palladino dell’associazione “Donne in Rete contro la violenza”, a cui aderiscono 80 centri antiviolenza in tutta Italia. La quale intervistata da Repubblica ha detto: «Attenti al sommerso, cioè alle violenze tra le mura di casa, che arrivano raramente a livello di denuncia. Tra le donne che si rivolgono ai nostri centri, gli episodi di violenza domestica si rivelano infatti nell’80% dei casi anche episodi di violenza sessuale. E qui parliamo di situazioni in cui vittime e stupratori sono in stragrande maggioranza italiani».

Non fare i conti con le statistiche esistenti e con le storie personali degli immigrati – alle quali, peraltro, è destinato solo il 3 per cento dei servizi giornalistici italiani, interpellandoli, per giunta, soltanto nelle cornici di degrado, stigmatizzati in gruppi massificanti, senza facce, interscambiabili fra di loro e, perciò, senza identità – (dis)orienta verso una figura stereotipata dell’immigrato, estraneo, non conosciuto, che violenta la donna italiana. Senza considerare che ogni accentuazione veemente e bolsa della nazionalità di un colpevole – così come di quella della vittima – è, quantomeno, strumentale. Perché non fa altro che alimentare l’orientamento razzista travisando che, certamente, non aggiunge maggiore rilevanza al reato né maggiore responsabilità al criminale.

E dimenticando che fino a quando l’orrore e l’indignazione dipenderanno dalla cittadinanza dell’autore, allo stupro non sarà mai imputata la giusta gravità.