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«Dalla mia Africa prendete tutto… ma rifiutate gli esseri umani»

Mentre mandiamo in stampa questo numero di Left è ancora viva l’eco dal vertice di Parigi sui migranti e il diritto d’asilo. I giornali mainstream hanno parlato di “europeizzazione” dell’azione italiana. All’Eliseo, il padrone di casa, Macron, la cancelliera Merkel, il primo ministro spagnolo Rajoy, il premier Gentiloni e i tre leader africani di Ciad, Libia e Niger hanno parlato di «necessario contenimento dei flussi migratori». Di fatto, non è emersa alcuna azione concreta. Al di là delle promesse di questo e di altri vertici internazionali nulla è stato fatto finora per costruire corridoi umanitari legali e sicuri. Autorevoli commentatori come Paolo Mieli parlano di grande successo leggendo il calo degli sbarchi (nei primi 25 giorni di agosto: 3mila nel 2017, 21mila nel 2016) come diretta conseguenza dell’«aver dichiarato guerra alle organizzazioni delinquenziali». Una guerra agli scafisti e alle Ong “ree” di non aver firmato il codice Minniti che l’ex direttore del Corsera non esita a paragonare alla «nobile battaglia inglese» contro i trafficanti di uomini, che il 23 febbraio 1807 portò il Parlamento inglese ad approvare a larga maggioranza l’abolizione della tratta degli schiavi. Ora, tralasciando che gli anti schiavisti inglesi ingaggiarono quella importantissima lotta per vendere macchine non per fini umanitari, mi domando come si fa a non vedere la differenza abissale che c’è fra gli intenti degli operatori umanitari e quelli di sanguinari mercanti di uomini.

Continua così, anche attraverso l’uso strumentale della storia, l’inaccettabile criminalizzazione dell’azione delle Ong e prosegue l’ipocrita riproposizione dello slogan «aiutiamoli a casa loro». Quando è ben noto (basta leggere le numerose denunce di Amnesty) che fermare gli sbarchi dei migranti significa ricacciarli in Libia a marcire in centri di dentenzione dove non c’è alcun rispetto dei diritti umani, oppure vuol dire mandarli a morire nel deserto. Nel frattempo anche il Niger rischia di diventare un grande lager sul modello della Libia, come ha denunciato Marco Bertotto di Medici Senza Frontiere ai microfoni di Tutta la città ne parla su Radio3. L’ottica neocolonialista che si nasconde dietro lo slogan «aiutiamoli a casa loro» appare sempre più evidente, così come l’uso strumentale della questione migranti per fini elettorali. Il segretario del Pd, Matteo Renzi, pensa davvero di poter rincorrere le destre sul loro terreno, senza pagare il prezzo di aver drammaticamente abdicato ad ogni valore e ideale di sinistra? La stretta securitaria imposta dall’attuale esecutivo di centrosinistra guidato da Gentiloni (in linea con il precedente governo Renzi) non ha prodotto solo la guerra contro i migranti e contro le Ong. Il 19 agosto scorso si è tradotta nello sgombero del palazzo occupato di via Curtatone a Roma dove, dal 2013, vivevano circa 800 rifugiati; seguito dal violento sgombero di piazza Indipendenza dove si erano radunate le persone rimaste senza casa e costrette a dormire all’aperto. Le immagini che tutti abbiamo visto e che in questo numero di Left abbiamo deciso di riproporre, parlano da sole. Richiamano le drammatiche sequenze della macelleria compiuta alla Diaz dalle forze dell’ordine nel 2001.

Lorenzo Guadagnucci del comitato Verità e giustizia per Genova in queste pagine lancia una precisa denuncia. Il lessico usato dal prefetto di Roma che ha parlato di «semplice» operazione di «cleaning» fa venire i brividi. La copertina di Left parla chiaro: pulizia etnica. È questo lo spettro evocato dallo sgombero coatto della scorsa settimana a cui si aggiungono, purtroppo, molti altri esempi di ostracizzazione dei migranti in altre parti d’Italia. Durante l’importante e pacifica manifestazione del 26 agosto quei rifugiati scappati dal feroce regime del dittatore Isaias Afewerki e sgombrati con la forza hanno risposto al prefetto con parole ben diverse dalle sue. I loro cartelli e quelli di tanti altri manifestanti dicevano «Siamo migranti non criminali», «Protect people not borders», e il più eloquente di tutti: «Dalla mia Africa prendete tutto: petrolio, gas, oro, ferro, diamanti, banane… ma rifiutate gli esseri umani».

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola


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Usa e Corea: 64 anni in 30 minuti. Breve storia di un conflitto (nucleare?) irrisolto

A pedestrian looks at a huge screen displaying a TV news program reporting North Korea's launching a ballistic missile over Japan's territory in Tokyo, Japan, 29 August 2017. According to the Japanese government, North Korea launched a ballistic missile over Japan that crashed in the Pacific Ocean, 1,180 km east of Hokkaido's Cape Erimo. No damage has been reported. The Japanese government issued a warning to its citizens after the launch of the North Korean missile. ANSA/KIMIMASA MAYAMA

Mezz’ora: è il tempo che impiegherebbe un missile intercontinentale lanciato dalla Nord Corea per raggiungere Los Angeles. In 30 minuti sono racchiusi 64 anni: perché per i nordcoreani la guerra non è mai finita. Anzi, va avanti dal 1953. «Anche se i bombardamenti sono finiti nel 1953, Pyongyang insiste: la guerra non è mai finita e tra i suoi obiettivi ufficiali c’è la riunificazione della penisola coreana sotto la dinastia di Kim» scrive Mark Bowden sul magazine The Atlantic. Ma quella che verrà, se verrà, non sarà come l’ultimo conflitto degli anni ’50: «Si crede che i nordcoreani abbiano scavato tunnel ovunque verso la Corea del Sud. Ed essendo dotati di sottomarini piccolissimi, potrebbero far detonare la bomba sotto la stessa Seul».

La Nord Corea ha un esercito con un milione di soldati, armi biologiche e chimiche. Può raggiungere gli Strati Uniti con un’arma nucleare – le uniche altre nazioni a poterlo fare sono Russia e Cina – ed è per questo «la più grande minaccia nei confronti degli Stati Uniti esistente in questo momento. Secondo la logica trumpiana, il costo della all-out war, la guerra totale, potrebbe essere accettabile perché rimarrebbe dall’altro lato del mondo. Gli America firsters – quelli dell’America prima di tutto – potrebbero vedere le vittime asiatiche come accettabili».

Secondo gli esperti interpellati dal giornale ci sono quattro opzioni per mettere fine alla questione. La prima è la prevenzione: un attacco per eliminare l’arsenale di Pyongyang e le armi di distruzione di massa, once and for all, una volta per tutte; la seconda è aumentare la pressione e usare forze aeree e navali per danneggiare e distruggere la loro capacità militare, compresi i piani missilistici; la terza è l’accettazione: accettare che Kim sviluppi le armi ma per contenerne le intenzioni; la quarta è la decapitazione: eliminare solo il leader con un assassinio e ripiegare su un Capo di Stato nuovo che «aprirà la Corea al mondo. Ma tutte le opzioni sono cattive», scrive the Atlantic.

Nonostante abbia fatto i suoi giuramenti spregiudicati, «Trump non ha detto niente di significativamente diverso rispetto ai politici americani del mezzo secolo precedente nei confronti della Nord Corea. Fare in modo che la dinastia di Kim abbandoni le nuke, le armi nucleari, era una priorità già prima che Pyongyang facesse il suo primo test missilistico nel 2006, durante l’amministrazione Bush. Poi i missili sono stati detonati quattro volte durante il governo di Obama. È da quando era al potere Richard Nixon che gli Usa tentano di porre fine alle minacce, alle esercitazioni di Kim facendo pressione sulla Cina, introducendo sanzioni, e più recentemente commettendo cyber sabotaggi. Nel 1969 il presidente Nixon è stato timido quando due caccia nordcoreani hanno abbattuto un aereo spia Usa». All’epoca nel mare del Giappone morirono 31 nord americani.

Il mondo si interroga sul suo futuro mentre nel regno autoritario di Kim Jong Un le provocazioni sono missili, in quello di Trump sono tweet. Il loro prezzo dovremmo però pagarlo tutti. Risalgono a luglio le ultime sanzioni contro Pyongyang dell’Onu. Subito dopo seguirono le parole del presidente americano che hanno indispettito quello nordcoreano: problema risolto, «la Corea del Nord ha imparato a rispettarci». Se da una parte c’è la promessa Usa di fire and fury, fuoco e furia di Trump, come in un film sull’apocalisse di Hollywood, dall’altra ci potrebbero essere armi biologiche e chimiche nascoste in tutto il paese. Robert D. Kaplan lo scrisse sull’Atlantic più di dieci anni fa, nel 2006: «Potrebbe essere per il mondo – ovvero, realmente, per l’esercito americano- l’operazione di stabilizzazione più grande dalla fine della seconda guerra mondiale».

La mappa delle atomiche nordcoreane pubblicata su The Atlantic

L’apologia dell’antifascismo è un dovere. Mica un reato

È un giochetto sporco che si ripete ciclicamente: appena qualcuno prova a sottolineare l’intensificarsi del puzzo fascista (che sia sui giornali, nei modi, nelle parole, nei gesti, nei manifesti o nei soliti squallidi editoriali di squallidi editorialisti) questi rispondono invocando la libertà. Peggio: invocando il fascismo e la censura in chi, secondo loro, non lascia “libertà di espressione”.

Giochetto semplice che si svolge solitamente in tre atti.

Primo: negare. “Vedete fascisti dappertutto” scrivono i maleodoranti editorialisti dei soliti giornali. Volete un esempio? Eccolo:

E fa niente che gli esempi degli ultimi giorni siano roba da mettersi le mani nei capelli. Volete un esempio? Eccoli:

Secondo: invocare la libertà d’espressione. Ieri Giuseppe Cruciani su Libero (e dove, altrimenti) si è sperticato in un articolo intitolato “voglia di censura” in cui si ululava “la sinistra vuole denunciare Forza Nuova (ma va?) per un cartellone contro l’invasione ispirato al Ventennio (l’hanno scritto loro, eh).  Ma se accettiamo di zittire un partito mettiamo fine alla libertà di opinione”.

E infatti è il terzo atto quello fondamentale: ignorare o fingere di ignorare. La legge 20 giugno 1952, n. 645 (cosiddetta legge Scelba) in materia di apologia del fascismo, sanziona «chiunque fa propaganda per la costituzione di una associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità» di riorganizzazione del disciolto partito fascista, e «chiunque pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche»

Insomma, piaccia a meno a quelli di Libero o a Cruciani, l’apologia di fascismo è un reato in Italia non perché siano fissati gli antifascisti ma perché a essere ossessionata (a ragione) è la nostra Costituzione.

Non solo: l’apologia di fascismo è vietata mentre l’apologia dell’antifascismo è un dovere, mica un consiglio.

Buon lunedì.

Luigi Ferrajoli: «La legge elettorale non è la panacea»

LUIGI FERRAJOLI DOCENTE

Professor Ferrajoli, all’inizio di settembre la legge elettorale sarà di nuovo al centro del dibattito politico. Adesso, dopo il fallimento del patto elettorale a tre, Pd, M5s e Forza Italia, quali prospettive vede?
Ho sempre pensato che il sistema elettorale più democratico, quello che meglio garantisce la rappresentanza politica, è il sistema proporzionale. Questo è tanto più vero nelle condizioni attuali: l’Italia, come gran parte degli altri Paesi europei, soffre di una crisi radicale della rappresentanza. Il nostro ceto politico non rappresenta quasi più nulla: il 50 per cento dell’elettorato non vota e l’altra metà è costretta a scegliere tra partiti che, nel loro insieme, come dicono i sondaggi di Ilvo Diamanti, non raggiungono il 4 per cento di gradimento. È perciò crollata non solo la quantità, ma anche la qualità del voto: si vota prevalentemente il partito meno penoso, per paura o disprezzo di tutti gli altri. Questo crollo della rappresentanza, mentre non danneggia la destra e le forze di governo, essendo perfettamente funzionale alle politiche liberiste – dato che consente la massima e indisturbata onnipotenza del ceto di governo nei confronti della società, in ossequio alle direttive dei mercati – a sinistra è letteralmente distruttivo, dato che equivale all’emarginazione di qualunque politica anti-liberista in difesa dei diritti sociali e del lavoro. Per questo, i sistemi maggioritari sono funzionali all’attuale crisi della rappresentanza: perché sono fondati sulla personalizzazione e sulla verticalizzazione dei sistemi politici e sulla passivizzazione dell’elettorato.
I sistemi maggioritari allontanano dalla politica?
Naturalmente sono solo uno dei fattori della distanza tra sistema politico e società. Sicuramente, grazie anche allo sradicamento sociale dei partiti, tali sistemi favoriscono la trasformazione delle elezioni in concorsi di bellezza e in gare di demagogia tra i diversi capi che litigano in televisione. Solo il sistema proporzionale garantisce invece, con l’uguaglianza del voto, la rappresentanza di tutti gli interessi, di tutte le forze politiche, di tutte le opzioni, di tutti i diversi progetti nella società. Solo il sistema proporzionale rende possibile la rifondazione dei partiti quali portatori di interessi e politiche diverse: perché, paradossalmente….

L’intervista di Donatella Coccoli al giurista Luigi Ferrajoli prosegue su Left in edicola


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Mairead Maguire (Premio Nobel per la pace): Migranti? Non c’è nessuna invasione

Alunni della II B della scuola elementare di Bottego di Bologna in un'immagine diffusa dall'UNICEF nell'ambito della Campagna ''IO come TU'' per la promozione del diritto alla non discriminazione dei bambini e degli adolescenti di origine straniera che vivono in Italia. ANSA / UNICEF/ITAL2011/Lombardi +++NO SALES - EDITORIAL USE ONLY+++

La sua vita è stata dedicata al dialogo quando questa parola sembrava perdersi nel clamore delle armi. Mairead Corrigan Maguire ha praticato la non violenza negli anni in cui in Irlanda del Nord la violenza era pane quotidiano. Ha praticato e non predicato. Nel fuoco di quel conflitto che sembrava infinito, lei, cattolica nordirlandese, dette vita con Betty Williams, protestante, alla Community of Peace People, un’organizzazione a favore della pace in Ulster, dimostrando che l’appartenenza religiosa e le spinte irredentiste o quelle lealiste non portavano inevitabilmente a imbracciare le armi gli uni contro gli altri. Insieme alla Williams, vinse il premio Nobel per la Pace nel 1976. La sua lotta per i diritti umani nasce anche da una dolorosa storia personale: tre suoi nipoti furono investiti e uccisi da un’auto, alla guida c’era un militante del Provisional Irish Republican Army, che era stato colpito dal fuoco di un soldato. Mairead Corrigan Maguire è anche presidente della Nobel Women’s Initiative, la fondazione che unisce le donne con questo prestigioso riconoscimento («Le donne sanno unire al meglio idealità e concretezza»).
«Da cittadina europea – afferma la Nobel per la Pace in questa intervista esclusiva concessa a Left – mi ribello a chi costruisce i muri, a chi riduce una immane tragedia umanitaria a un problema di ordine pubblico. Mi ribello in nome di quei valori umanistici che sono alla base della civiltà europea e che oggi vengono calpestati. Ho visitato i campi di accoglienza dei profughi siriani in Libano e Giordania, due piccoli Paesi che, insieme, ospitano più di due milioni di rifugiati. Due milioni su una popolazione complessiva che, tra Giordania e Libano, non supera i 14 milioni di abitanti. Nei miei incontri non c’è stato nessuno che ha usato la parola “invasione”, nessuno. Mentre in Europa di questa parola si abusa per giustificare frontiere blindate e respingimenti forzati. Di fronte a questo scempio, occorre una rivolta morale, l’esercizio del diritto-dovere all’indignazione. Non siamo in questo all’anno zero. L’Europa della solidarietà è molto più vasta, ricca, plurale, di quanto si pensi. Dobbiamo dare voce a chi non ne ha, e battersi perché venga finalmente adottato il diritto d’asilo europeo».
Quella del 2017 rischia di passare alla storia come l’estate dei respingimenti, oltre che del sanguinoso attentato nel cuore di Barcellona. Muri e terrore sono il segno dei tempi?
Ne sono parte, ma non sono il tutto. Guai ad arrendersi ai seminatori di odio, a quanti concepiscono le diversità come una minaccia e l’altro da sé come un nemico. Molto si discute…

L’intervista di Umberto De Giovannangeli al premio Nobel per la PaceMairead Corrigan Maguire, prosegue su Left in edicola


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Razzisti sì, ma con stile: arriva il design anti-povero

Grossi blocchi di cemento, disposti uno a fianco all’altro, sui quali insistono dei pezzi di ferro a forma di piramide. Sono stati disposti sotto ad un cavalcavia nella città – a guida Pd – di Bolzano. Lo scopo di questi oggetti così apparentemente bizzarri? Impedire ai senza tetto di poter sostare o dormire al riparo del ponte. L’oggetto, che ha suscitato numerose polemiche e la difesa del sindaco Caramaschi («è un intervento dettato da ragioni di sicurezza a garanzia dell’incolumità di chi cerca riparo sotto i ponti», «sotto i ponti passano i cavi dell’energia elettrica, le tubature del gas…»), potrebbe in effetti sembrare un marchingegno bizzarro e isolato ma basta aguzzare la vista nei centri delle città italiane per capire che si tratta dell’ultimo ritrovato di un inquietante catalogo di “dispositivi anti povero”, che stanno letteralmente riempiendo gli spazi pubblici.

Panchine con braccioli che impediscono di potersi sdraiare, spunzoni anti seduta disposti davanti a vetrine, pensiline del bus arredate con listarelle di legno inclinate a 45° su cui poter sostare solo pochi minuti, dissuasori sonori che emettono un sibilo deterrente, appena distinguibile per gli over 25 ma insopportabile per i più giovani (si, esistono davvero: è stato usato a Trento sul portale di Santa Maria Maggiore): tutto ciò viene chiamato “architettura ostile”, o “architettura difensiva”.

Che i centri urbani italiani siano sempre più inospitali verso chi si trova in stato di povertà assoluta non è certo una novità, lo dimostra anche il recente e drammatico sgombero della palazzina occupata da 800 richiedenti asilo eritrei in via Curtatone a Roma. Ma questi arredi, che richiamano (non troppo) vagamente strumenti di tortura medievali, sono una spia, un segnale rivelatore, che consente di disinnescare almeno per un attimo l’ideologia del “decoro” e le chiacchiere sulle “città vetrina”, e capire quanto siano diventate crudeli nei confronti della popolazione più in difficoltà i centri urbani – grandi e piccoli – in cui viviamo.

«I sociologi in Francia hanno dato una definizione per questi oggetti: “arredo a vocazione disciplinare”. Cioè, arredi vocati a disciplinare l’accesso agli spazi pubblici», spiega a Left Ilaria Agostini, ricercatrice di Tecnica urbanistica all’Università di Bologna.

«La panca senza schienale, le fontane che escono a getto da terra, per impedire lo stazionamento, tutte quelle forme di metallo a piramide che ti impediscono la seduta sui gradini – prosegue la ricercatrice – sono strumenti utilizzati non più solo dai privati ma anche dai comuni». Al contrario di quanto potrebbe sembrare, si tratta di una svolta importante a proposito di diritti. «Si sta applicando in città quello che i giuristi chiamano lo ius excludendi alios, ossia una facoltà connaturata da sempre alla proprietà privata – per cui posso escludere un terzo dall’uso di una cosa in mio possesso». Inoltre, «lo si fa in nome di una sicurezza che è una sicurezza “proprietaria”, è la tutela di una proprietà da difendere e non dell’incolumità dei cittadini. Perché a chi si impedisce di sedersi in genere? A un senza fissa dimora, non stiamo parlando di gente armata. Il sindaco in questi casi – sostiene Agostini – si comporta come il proprietario di un centro commerciale».

Si tratta di quel processo che lo storico dell’architettura Iain Borden ha definito mallification, centrocommercializzazione, la dottrina urbana a causa della quale è sempre più difficile trovare un posto per sedersi in uno spazio pubblico, senza essere costretti a consumare beni o servizi. In particolare nelle location nei luoghi in cui la povertà deve essere nascosta, messa sotto al tappeto. Località queste – direttrici principali, vie dello shopping, piazze storiche, ma anche stazioni dei treni – che diventano vere e proprie “zone rosse”, il cui accesso è regolato: se sei un turista o un acquirente sei il benvenuto, se sei un senza fissa dimora oppure vorresti solamente vivere la città senza spendere, allora la scomodità è garantita.

Ad assicurarla ci pensa un design “antipatico”, come scrive il blogger di cultura e tecnologia Flavio Pintarelli sulla rivista online The Towner, design dichiaratamente pensato per «limitare gli usi di un elemento di arredo urbano soltanto a quelli che il committente ritiene siano leciti e accettabili». Ma, prosegue Pintarelli, «il problema, alla sua radice, sta tutto qui ed è una questione di definizione: chi giudica se un comportamento (e non si parla di illeciti, ndr) è accettabile o meno? A chi spetta l’onore e l’onere della decisione?». I comportamenti accuratamente attaccati da tecnici e urbanisti – è chiaro – rappresentano tutta quella gamma di posture e atteggiamenti tipici della povertà: sia perché questi non hanno solitamente nulla a che fare con il consumo, sia perché potrebbero disturbare la vista del consumatore, e violare il suo “diritto” a fare shopping in metropoli vetrina senza essere disturbato dalla visione oscena dell’indigenza. Perché è il povero, e non la povertà, ad essere presa di mira, in questa lotta di classe dall’alto verso il basso a colpi di design, che provoca uno “sgombero continuo” di persone “indesiderate” dalle polis postmoderne occidentali.

Secondo il professor Enzo Scandurra, docente di Sviluppo sostenibile per l’ambiente e il territorio all’Università La Sapienza di Roma ed autore di Città morenti e città viventi (Meltemi editore, 2003), siamo di fronte al tramonto di una idea “ospitale” di città. Questi arredi – spiega – «sono la manifestazione più evidente di come il concetto di città sia cambiato, a partire dalle prime leghe dei comuni, quando essi gareggiavano fra loro per la costruzione di architetture di accoglienza». «Le prime grandi opere urbane come gli spedali lungo le rotte dei pellegrinaggi – prosegue il professore – in cui il pellegrino si fermava per avere soccorso e poi riprendere il proprio cammino, erano opere pensate per dare ospitalità a tutti. Questa tradizione architettonica è stata del tutto smantellata, oggi siamo appunto all’opposto. I comuni gareggiano tra loro per chi fa opere di “inaccoglienza”, per chi caccia l’estraneo, lo straniero».

Il grimaldello ideologico che ha permesso di compiere quella che Scandurra definisce una «mutazione genetica» dei comuni italiani è la cosiddetta “ideologia del decoro”. Il decoro, termine sempre più tirato in ballo dalle amministrazioni pubbliche: dai comuni con la galassia di ordinanze “per il decoro”, allo Stato col decreto Minniti Orlando sulla sicurezza urbana del febbraio 2017, nel quale il termine compare ben sette volte.
Ma cosa significa veramente la parola decoro? Come scrive Tamar Pitch, docente di filosofia del diritto all’Università di Perugia e autrice di Contro il decoro (Laterza, 2013) il decoro è «sinonimo, appunto, di “dignità, contegno, convenienza, discrezione”… Ma se i ricchi possono essere “discreti”, forse “dignitosi”, ben difficilmente saranno definiti “decorosi”. Decoroso è chi sta nei limiti… e dunque una analisi dei limiti può dire molto riguardo ai processi del controllo sociale».

«Decoro è una parola fascista – chiosa in modo tranchant Scandurra – e rappresenta la distorsione securitaria dell’idea di bellezza, idea che la città contemporanea ha rifiutato e che con il decoro non ha nulla a che fare». La bellezza, appunto. Forse la “riconquista” del senso di ospitalità nelle città potrebbe ripartire da qui.

 

L’articolo di Leonardo Filippi è tratto da Left n. 35 del 2 settembre 2017


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Jonas Hassen Khemiri: «La paura dell’altro avvelena la Svezia»

«La testa del vicino sbuca da dietro la siepe e mi chiede chi sono e cosa ci faccio lì… si scusa, mi spiega che dopo tutto quello che è successo è normale che siamo diventati un po’ sospettosi con gli estranei». Tutto quello che non ricordo (Iperborea) di Jonas Hassen Khemiri ci porta subito, fin dalle prime righe, nel cuore del problema. Si chiama sospetto, paura dell’altro, razzismo. Un tarlo nascosto dentro villette disseminate di allarmi, dentro un linguaggio educato che si rivolge all’altro in guanti bianchi per evitare ogni contatto, dietro una normalità razionale e ordinata. («La Svezia è l’unico posto al mondo dove anche i neonati imparano a evitare lo sguardo dell’altro»).

In questo romanzo lo scrittore svedese svela questa violenza invisibile in modo magistrale raccontando una città ideale, all’apparenza democratica e cosmopolita, come Stoccolma. E ne indaga gli effetti in modo sottile e profondo, spingendo il lettore a interrogarsi sulla vicenda di Samuel, giovane immigrato di seconda generazione, all’apparenza perfettamente integrato, che lavora all’ufficio immigrazione (come in passato il suo autore) ed è innamorato di Laide, attivista per i diritti umani. Più grande di lui, forse un po’ rigida, ha scelto di occuparsi di donne abusate, lo fa in modo militante, tenendo ossessivamente il conto degli stupri. Anche l’amica di Samuel, la Pantera, indossa una maschera dicendo di essere un’artista underground. Più scoperto è invece Vandad, che ha sperimentato il carcere, e ne porta i segni. È attraverso le loro voci, a cui se ne aggiungono via via altre, che veniamo a sapere che Samuel è morto. Un incidente? O «come certi dicono, era depresso e lo progettava da tempo»? Khemiri non ci dà la soluzione, ma ne tratteggia un ritratto sfaccettato e complesso attraverso una straordinaria polifonia di voci, dalle quali emerge la sensibilità, “l’innocenza” contagiosa di questo ragazzo che s’interroga sull’amore.

L’intervista di Simona Maggiorelli allo scrittore Jonas Hassen Khemiri, prosegue su Left in edicola


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Povera Liguria, tra cemento e red carpet

Il presidente della regione Liguria Giovanni Toti (s) e il sindaco Marco Bucci (d) durante l'inaugurazione del 'red carpet' sul molo d'attracco Navebus dal mare fino al Parco di Villa Pallavicini, nel quartiere di Pegli a Genova, 21 luglio 2017. ANSA/ LUCA ZENNARO

«I red carpet sono una meritoria iniziativa di promozione territoriale e la loro installazione è regolare, al punto che la Sovrintendenza non ha emesso alcun provvedimento». Giovanni Toti, governatore della Liguria da maggio 2015, non retrocede. L’ex direttore del Tg4, ex consigliere politico e probabilmente anche ex uomo di fiducia del Cavaliere, ex europarlamentare, continua a promuovere «La Liguria dei red carpet – emozioni da star», come si spiega sul sito web #LamiaLiguria, «un tappeto rosso da stendere sull’intera regione, su quella nota, conosciuta, famosa in tutto il mondo, ma anche su quella quotidiana, vissuta tutti i giorni da migliaia di persone».

La trovata ad effetto per l’estate 2017 è questa. Andare alla scoperta della Liguria passeggiando sul tappeto rosso, attraverso borghi, percorsi costieri e Comuni. Quelli che «che intendono valorizzare le loro eccellenze, sia gastronomiche che culturali e turistiche». Una striscia di circa 50 chilometri dall’entroterra al mare, che unisce simbolicamente tutta la regione. «È un simbolo, ma aiuta a cambiare la mentalità», secondo il governatore Toti. «I red carpet sono stati autorizzati come “installazioni temporanee”, secondo le normative sulle autorizzazioni paesaggistiche: significa che dopo l’estate ce li lasceremo alle spalle. E l’anno prossimo spero che non se ne parli più», dice invece il Soprintendente unico della Liguria Vincenzo Tiné.

Già, perché la questione fa discutere. Quelle strisce rosse srotolate in molti dei luoghi simbolo della Liguria corrono il rischio di omologare piuttosto che esaltare. Proprio per questo la Soprintendenza è corsa ai ripari decidendo che i red carpet non possano finire a ridosso di monumenti di pregio architettonico e storico. Così sono stati accorciati quelli di Cervo, di Portovenere, fino alla spianata antistante la chiesa di San Pietro e di Dolceacqua, fino all’inizio della salita che porta al castello. Pensare che il pericolo per la Liguria sia scampato sarebbe un’illusione. Anche qui, come altrove, spesso si prova a forzare la mano…

L’articolo di Manlio Lilli prosegue su Left in edicola


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Giulio Regeni, le tracce da seguire sono in una nota riservata inviata dall’Onu all’Italia

People hold signs depicting Giulio Regeni and reading ''365 days without Giulio'' as they attend a march in memory of the Italian researcher at Sapienza University on the first anniversary of his disappearance in Egypt, Rome, Italy, 25 January 2017. Italian President Sergio Mattarella on the same day called for cooperation to bring the killers of Regeni in Egypt to justice. 'Italy has mourned the killing of one of its studious young people, Giulio Regeni, without full light being shed on this tragic case for a year, despite the intense efforts of our judiciary and our diplomacy', Mattarella said on the first anniversary of Regeni's disappearance. 'We call for broader and more effective cooperation so that the culprits are brought to justice'. Guilio Regeni was an Italian PhD student researching the independent trade unions in Egypt, he disappeared on 25 January 2016 in Cairo, then his body was found in a ditch on Cairo-Alexandria road outside of Cairo on 03 February 2016 with signs of torture. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

C’è una linea sottile che unisce l’omicidio di Giulio Regeni, ucciso al Cairo tra il gennaio e il febbraio 2016, e quello di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, ammazzati a Mogadiscio il 20 marzo 1994. Non si tratta, ovviamente, di un’analogia nei due fatti di cronaca. Ma della reazione che entrambi hanno provocato nell’opinione pubblica: la voglia di verità, di conoscere, di sapere.

Purtroppo chi reclama trasparenza non pare voglia la verità oggettiva, ma miri invece a far riconoscere come verità la sua tesi precostituita. Una pretesa che non porta a nulla, se non ad allontanare sempre più la verità vera. Non conosco tutte le sfaccettature del mistero Regeni (quelle del caso Alpi invece sì). Ho letto soprattutto il reportage del New York Times, scritto dal Declan Walsh con cui ho lavorato a lungo quando, qui a Nairobi, era il corrispondente dell’Irish Times. Declan è un collega scrupoloso e puntiglioso come ce ne sono tanti anche in Italia. Solo che nel nostro Paese pare che non ci sia nessun editore (di quelli ricchi e facoltosi) disposto a spendere un consistente gruzzolo di denaro e impegnare per quasi tre mesi un suo giornalista in un’inchiesta che riguarda il misterioso omicidio di un ricercatore. In Italia si preferisce fare un gran polverone indicando genericamente un complotto da svelare, usando toni più scandalistici che seri.

E allora Regeni viene presentato via via come studioso al soldo dei servizi segreti britannici o, dalle autorità egiziane, come un drogato o un omosessuale dalle cattive frequentazioni ucciso da un compagno geloso. E si risponde con accuse rivolte ai servizi segreti del dittatore egiziano Abd al-Fattah al-Sisi, quelli ufficiali e quelli deviati. Io non so se sia stato Al Sisi ad aver armato la mano dei servizi segreti, ma mi domando perché nessuno si è preso la briga – almeno ufficialmente – di chiamare in causa i servizi segreti britannici e francesi, che al Cairo hanno una rete notevole di informatori arabi.

Sappiamo che in Egitto gli interessi italiani dell’Eni si scontrano con quelli delle compagnie petrolifere britanniche e francesi, soprattutto dopo che il cane a sei zampe ha messo le mani su un enorme giacimento di gas naturale (850 miliardi di metri cubi, pari a 5.5 miliardi di barili di petrolio) a Zohr a poco meno di 200 chilometri al largo della costa mediterranea del Paese arabo. L’annuncio della scoperta è stato dato qualche settimana prima dell’arrivo al Cairo del ricercatore italiano…

L’articolo di Massimo Alberizzi prosegue su Left in edicola


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Stato di Polizia

Italian law enforcement officers use water cannons to disperse about a hundred migrants protesting at Indipendenza square after the evacuation, on 19 August, of an occupied building in Rome, Italy, 24 August 2017. The building was mainly occupied by asylum seekers and refugees from Eritrea and Ethiopia. ANSA/ANGELO CARCONI

Franco Fedeli, fondatore della pionieristica rivista Polizia e democrazia, nei cruciali anni Settanta propose con forza l’immagine del “lavoratore-poliziotto” e ne fece una leva decisiva per arrivare alla riforma che nel 1981 smilitarizzò il corpo. Gli agenti non dovevano più essere “sbirri”, mero braccio armato del potere, bensì lavoratori fra lavoratori e quindi cittadini. Fedeli se n’è andato nel 1997 e non può commentare l’evoluzione della polizia di Stato e degli altri corpi di sicurezza dell’ultimo ventennio, ma è difficile pensare alla figura del lavoratore-poliziotto e cittadino-fra-cittadini mentre scorrono le immagini del brutale sgombero delle famiglie di profughi e richiedenti asilo da piazza Indipendenza a Roma. Come fu difficile, nell’estate del 2001, collegare il progetto della “nuova polizia” con le violente scorribande, gli abusi, le torture, i falsi praticati da centinaia e centinaia di agenti nelle piazze, nelle strade, nelle caserme, nelle scuole di Genova durante il vertice G8.

Nel 2001, increduli e scioccati, ci chiedevamo: che cos’è successo nei venti anni trascorsi dalla riforma? Che ne è stato della “polizia democratica” che dialoga con i cittadini e privilegia la prevenzione? Non c’erano risposte a disposizione: né il potere politico, né i sindacati e tantomeno i vertici di polizia seppero offrire spiegazioni convincenti circa la caduta di legalità costituzionale che caratterizzò le giornate genovesi e anzi si alzò rapidamente un muro di protezione – fatto di silenzi e di omertà – che a malapena la magistratura, negli anni successivi, è riuscita a scalfire.

Nel luglio scorso il nuovo capo della polizia di Stato, Franco Gabrielli, in virtù di un’intervista fin troppo celebrata, è stato accreditato del merito di avere messo un punto fermo nel lungo e irrisolto dopo Genova-G8. «La gestione dell’ordine pubblico fu una catastrofe», ha dichiarato…

Lorenzo Guadagnucci è portavoce del Comitato Verità e giustizia per Genova

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