Home Blog Pagina 869

Non solo Nereto: il senso (di ospitalità) delle amministrazioni Pd per le camicie nere

Un paio di giorni fa, come riportato anche dal nostro giornale, il piccolo comune abruzzese a guida Pd di Nereto è finito nell’occhio del ciclone per la notizia della concessione della sala comunale “Salvador Allende” a Forza Nuova e all’associazione di estrema destra Nuove sintesi, per un incontro sulla Repubblica di Salò. Uno gesto – denunciato dapprima dagli scrittori Wu Ming – dal significato simbolico forte (poi il Sindaco Giuliano Di Flavio ha negato di avere approvato richieste di Forza Nuova, ma in genere gli spazi erano prenotati da Nuove sintesi, stando a numerosi precedenti).

La scoperta di quell’episodio ha scoperchiato una realtà ben più ampia: l’ospitalità a forze di estrema destra da parte di giunte dem non è limitata al perimetro di Nereto, ma è prassi consolidata anche a Bellante (a 10 km di distanza, sempre in provincia di Teramo, sempre un piccolo centro di alcune migliaia di anime). Come riportato anche sul blog Giap, risultano almeno 8 delibere della giunta bellantese, con le quali non solo si concedono spazi comunali a Nuove sintesi, ma si opta anche per il patrocinio. Queste delibere partono dall’agosto 2016, fino ad arrivare a maggio 2017.

 

 

Ma quale è stato, in passato, il tenore degli incontri di Nuove sintesi? Bastano pochi esempi per intuirlo.

Stando a questo volantino, il 14 novembre 2015 nella sala consiliare del municipio di Bellante il tema all’ordine del giorno era “Socialismo nazionale. Nuova prospettive!?”.

Socialismo nazionale, appunto.

 

 

 

L’anno precedente – siamo al 25 ottobre 2014 – sempre nello stesso luogo, si sarebbe tenuta invece la presentazione della rivista “L’uomo libero” e del saggio “Logiche olocaustiche”, dal titolo piuttosto eloquente.

Dal blog: pocobello.blogspot.it

Onde evitare qualsiasi ambiguità (se mai ve ne siano, anche ad uno sguardo rapido), gli organizzatori specificano online che si trattava di una conferenza revisionista.

Ciononostante, come si può apprezzare in questa foto – scattata nel 2012 nella sala del consiglio comunale di Bellante – pare che i rapporti tra il sindaco Pd Mario Di Pietro, Nuove Sintesi e Forza Nuova non fossero di aperta ostilità.Da Giugno 2016 il sindaco di Bellante si rinnova, e viene eletto l’avvocato Giovanni Melchiorre, con più del 50% dei voti. L’ospitalità nel palazzo comunale e i patrocini della giunta ad iniziative di Nuove Sintesi, però, non sembrano mutati, stando a questa immagine che immortala il neosindaco insieme al vice-responsabile di Nuove sintesi. La location è sempre il palazzo comunale, some si evince facilmente anche dalla foto del presidente Mattarella sullo sfondo.

Abbiamo contattato dunque l’attuale primo cittadino Melchiorre.

«Mi riserverò di approfondire», ma «non mi risulta che, ad oggi, sia tra le iniziative patrocinate sia tra quelle in cui si è semplicemente concesso spazi pubblici , siano stati presentati eventi in cui si è stata violata la Costituzione,  oppure nelle quali sono state rilanciate tesi negazioniste»

E poi, sulla associazione in questione, precisa: «Conosco Davide D’Amario (responsabile della associazione Nuove sintesi nda), è un signore che fino a qualche anno fa andava in giro con le magliette di Che Guevara, e ora va in giro con magliette nere. Ma io non sto a pormi il problema di dove voti o di cosa propugni».

Del caso si sono interessati anche il deputato Pd Emanuele Fiano, che ha ringraziato gli scrittori Wu Ming per la segnalazione

e Andrea Catena del Pd Abruzzo, che ha parlato di una circolare inviata ai sindaci Pd, per cercare di mettere un freno a questa situazione

Ma il sindaco, per il momento, resta sulle sue posizioni: «Finche questa associazione non verrà dichiarata contra legem io intendo concederle spazi pubblici, in tutti i casi in cui verranno affrontati argomenti che io riterrò degni di essere affrontati in uno spazio pubblico».

Dei numerosi contatti fra Partito democratico e forze della galassia neofascista ne abbiamo parlato anche qui.

Articolo aggiornato alle 19.13 del 1 settembre 2017

«I libici ci vendono come schiavi». Ecco cosa succede ai migranti dopo il Codice Minniti anti Ong

«Quando la Guardia costiera libica ci prende in mare, non ci rimanda nel nostro Paese. Ci vendono tutti come schiavi a Sabratah e a Tripoli». È la drammatica testimonianza di un ragazzo camerunense di nome Prince, raccolta da InfoMigrants in un reportage in Libia svolto nelle settimane successive al varo del cosiddetto “Codice Minniti” imposto alle Ong che si occupano di salvataggio in mare dei migranti partiti dalle coste nordafricane.  «Sappiamo che non è più possibile attraversare il Mediterraneo – dice il ragazzo nel video – e siamo consapevoli di quello che sta succedendo in mare». A quanto pare la guardia costiera, o quanto meno delle persone in uniforme, che bloccano le navi dei trafficanti dicono alle persone imbarcate che le avrebbero riportate sulla terra ferma prima di rimandarle nel Paese d’origine. In realtà, afferma Prince, vengono tradotte in prigione e Sabratah e a Tripoli. «Qui, dopo alcuni giorni arrivano i mercanti di schiavi che li comprano».

La vicenda raccontata da InfoMigrants sembra fare il paio con un’altra storia emersa in questi giorni che chiama in causa il governo italiano. Secondo un’inchiesta svolta dall’Associated Press, il governo italiano avrebbe stretto accordi con due milizie libiche implicate nel traffico di migranti per bloccare le imbarcazioni dirette verso le coste europee. Le due milizie, scrive Nicole Winfield, autrice dell’inchiesta rispondono al nome di Al-Ammu e Brigata 48 e hanno sede a Sabratah: uno dei principali punti di partenza per i migranti che vogliono attraversare il Mediterraneo. Le milizie sono guidate da due fratelli della famiglia Dabbashi conosciuti a Sabratah come i “re del traffico”. Grazie alla tratta di esseri umani, dalla caduta di Gheddaffi nel 2011 sono diventati sempre più potenti riempiendo una parte del vuoto di potere che si è creato dopo la morte del dittatore. Stando a quel che racconta il portavoce di Al-Ammu, Bashir Ibrahim, il governo italiano e quello libico guidato da Al Serraj avrebbero raggiunto un accordo verbale circa un mese fa con le due milizie per bloccare la tratta in cambio di denaro, attrezzature e imbarcazioni. Il ministero degli Esteri italiano riporta AP ha negato ogni coinvolgimento: «Il governo italiano non negozia con i trafficanti».

Benvenuti nella (presunta) villa segreta di Putin

Alexei Navalny, leader dell’opposizione civile russa, ha pubblicato un video diventato virale da Mosca a Vladivostok, visto in meno di 24 ore più di due milioni di persone. Protagonista delle riprese dall’alto di una villa al confine finnico è il suo proprietario, che la usa per le vacanze in segreto: Vladimir Putin.

La mansione – nota come Villa Segren, conta 50 acri e si trova sull’isola di Lodochny nel Golfo di Finlandia – veniva usata come set per una serie tv su Sherlock Holmes negli anni 80. Oggi la villa è stata espansa, si trova sotto stretta sorveglianza delle guardie, ai residenti è vietato avvicinarla, non si può rimanere nelle sue vicinanze in possesso di cellulare, perché è uno spez objekt, un oggetto speciale sotto osservazione, è sotto sekretnij rezhim, regime segreto.

Dal settimo minuto in poi, per chi volesse vederla, è qui:

Nel video Novalnij riferisce che è di proprietà di un amico di Putin. «Tutte le prove dimostrano come siamo davanti a uno schema standard corruttivo messo in atto da Putin. Le sue proprietà private sono registrate a nome dei suoi amici più cari, che sono diventati incredibilmente ricchi negli ultimi 17 anni» dice Navalny. La villa in questione è dell’uomo d’affari Sergey Rudnov, a suo volta amico del violoncellista Sergey Roldugin, altro amico del presidente, il cui nome è apparso nei Panama Papers accanto a quello di compagnie offshore del valore di oltre un miliardo di dollari.

Una piscina interna, pista d’atterraggio per elicotteri, un molo, un’aquila simbolo della Russia placcata in oro: in Russia la chiamano già la “dacha segreta del presidente”, con il nome delle case di campagna usate dai russi. Questo è il secondo episodio video dell’investigazione dell’oppositore Navalny che riguarda le proprietà dei politici russi. Il primo era stato dedicato alle proprietà del primo ministro Medvedev, alla sua mansione da 5 miliardi di rubli vicino Mosca e al suo vigneto. Il video su Medvedev su Youtube è stato visto 24 milioni di volte. Poi – qualche giorno dopo – Navalny, al termine di una marcia organizzata, era finito un’altra volta in prigione.

Cecità

È necessario ringraziare il funzionario di polizia che ha detto le parole esatte.
«Devono sparire. Se qualcuno oppone resistenza spaccategli un braccio».
Tutti i commentatori si sono concentrati sullo “spaccategli un braccio”.
No. Non è questo il problema. Perché un braccio rotto si aggiusta. È una lesione fisica e basta. Senz’altro non auspicabile e deprecabile. Ma si guarisce.
Quello che il funzionario ha rivelato è la vera volontà dei suoi superiori, con questo intendendo non solo i suoi diretti superiori. Come ogni bravo impiegato, attento a fare quello che gli viene richiesto, anche senza che questo venga detto esplicitamente, ha interpretato il loro pensiero: “DEVONO SPARIRE”.
Gli immigrati, i richiedenti asilo, i rifugiati, i non italiani. Devono sparire. Devono scomparire dalla vista.
È la soluzione più semplice e veloce. Si fa sparire il problema. Non c’è. Gli immigrati non esistono, non devono esistere. Meglio: non sono mai esistiti.
Poco male si dirà. Meglio che spaccare un braccio…
No. È la violenza più terribile. Perché non è fisica. Perché non è contro il corpo. È la sparizione la violenza più grande. Perché una cosa sparita è come se non fosse mai esistita.
Come se il problema posto da quella esistenza non fosse mai esistito.
Più facile che affrontare la crisi dell’esistenza di una realtà diversa da noi stessi.
Devono sparire.
Pensaci, caro lettore. Quante volte semplicemente facciamo sparire qualcosa che ci crea angoscia. È la soluzione facile, la più comoda, la più economica.
Ha un solo grave, gravissimo inconveniente. Se realizzata nei confronti di un altro essere umano rende stupidi e ciechi. Perché c’è un po’ meno di umanità dentro noi stessi. Poi rimane solo il problema pratico, razionale.
Come in questo caso: un problema di ordine pubblico, un problema legale, un problema patrimoniale… tutte cose legittime. Solo che gli esseri umani, in tutto ciò, non ci sono più. Sono spariti.
Pensaci caro lettore. Cosa era in fondo la persecuzione nazista degli ebrei? Era solo un problema di ordine pubblico, al limite un problema patrimoniale e legale. Perché loro non erano più esseri umani.
Far sparire l’altro essere umano, o meglio il suo essere un essere umano, è la realizzazione della pulsione di annullamento, scoperta e teorizzata da Massimo Fagioli in Istinto di morte e conoscenza. È la violenza invisibile alla base di ogni razzismo e nazismo.
È ciò che fa sparire l’umanità dell’altro rendendolo oggetto. Che quindi si può buttare via. Si comprende allora anche l’uso delle parole come cleaning, pulizia. Va fatto sparire lo sporco. Non ci sono più degli esseri umani.
Il funzionario di polizia ha detto quello che gli è stato chiesto di fare. Realizzare la pulsione di annullamento verso… chi non è uguale a noi.
La teoria della nascita di Fagioli in fondo è semplice:
c’è prima l’uguaglianza di base che è universale e che ci rende tutti esseri umani. È la dinamica della nascita.
Poi ognuno sviluppa le proprie specifiche capacità realizzando una identità che è unica e che è realizzazione di una libertà personale di essere e di fare ciò che ognuno di noi è.
Poi c’è il rapporto con il diverso da sé che mette alla prova l’identità faticosamente realizzata.
I vari Salvini & co. sono persone impaurite da fantasmi creati da loro stessi. Credono che mandando via il diverso, facendolo sparire, la loro libertà sarà finalmente riconquistata. In realtà peggiorano la loro condizione.
Sono i ciechi di Saramago.
Come potremo salvarci dalla cecità? Saramago lo ha scritto: è la donna che è indenne alla cecità. È lei che salva l’umanità.
Fagioli lo ha scritto in Bambino, donna e trasformazione dell’uomo: il diverso della società razionale sono la donna e il bambino. Sono loro che possono salvare gli esseri umani dalla condanna cui la società li ha destinati: essere Olimpia o Nathaniel come nella favola de L’uomo della sabbia.
È il rapporto con la donna, sempre annullata nella sua realtà umana, ciò che può salvare l’umanità dalla cecità verso la realtà umana.
È il rapporto con la donna che permette di vedere la realtà umana del bambino che esiste fin dalla nascita.
È il rapporto con la donna e la realizzazione della propria nascita, il bambino interno, che permette di affrontare e superare la crisi del rapporto con il diverso.
Che permette di vedere che l’altro è un essere umano. Uguale e diverso da noi.

L’editoriale di Matteo Fago è tratto da Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

15 persone ad ascoltare il ministro Poletti alla Festa dell’Unità. A Modena

Il ministro del lavoro Giuliano Poletti arriva al Nazareno per il seminario PD ''Non è una pensione per giovani. Rapporti tra generazioni e riforma del sistema previdenziale'', Roma 17 Luglio 2017, ANSA/GIUSEPPE LAMI

C’erano 15 persone, forse 18, ad ascoltare il ministro Giuliano Poletti alla Festa dell’Unità a Modena. Quindici persone in una delle zone da sempre floride per il partito che fu e che oggi si sbriciola sotto i colpi del renzismo e del nuovo corso che tende a destra.

Ma soprattutto il vuoto in platea per il ministro Poletti è la cartina di tornasole di un ministro che per mesi si è divertito (che si sia divertito, almeno questo) a prendere per i fondelli qualche migliaio di giovani con battute che non hanno fatto ridere nessuno: dai giovani che emigrano perché non hanno voglia di lavorare fino al consiglio di “giocare a calcetto” con le persone giuste il ministro ha dimostrato di avere un atteggiamento altezzoso, irrispettoso, stomachevole e distante dalla realtà.

Il video è stato condiviso da La Presse Modenese (qui)

In un Paese normale un’occasione come questa sarebbe motivo di riflessione profonda. Un ministro che “a casa sua” viene accolto con lo stesso entusiasmo di un frigorifero all’Antartide dovrebbe essere un segnale significativo.

E invece niente.

Vedrete, niente.

Buon venerdì.

Brotini, Cgil: «I dati Istat? Ma è solo lavoro a termine e non cambia nulla per i giovani»

Manifestazione dei precari Istat a margine della direzione del Pd al Centro Congressi di via Alibert, Roma, 13 febbraio 2017. ANSA/ANGELO CARCONI

«Renzi può dire quello che vuole, ma più che occupazione si è creata precarietà», commenta così Maurizio Brotini, segretario Cgil Toscana il fiume di reazioni positive che i dati Istat sull’occupazione hanno generato. I dati raccolti dall’istituto segnalano infatti che gli occupati superano per la prima volta dalla crisi del 2008 i 23 milioni: in un anno si sono creati 294mila posti di lavoro in più. A luglio 2017, 23.063 persone risultano essere occupate, nonostante il tasso di disoccupazione a luglio sia salito all’11,3% con un aumento dello 0,2 punti percentuali da giugno.

Subito sono scattate le reazioni positive da parte del governo. Matteo Renzi scrive: «+918mila posti lavoro da febbraio 2014 a oggi. Il milione di lavoro lo fa il Jobs Act», mentre il Ministro del lavoro Giuliano Poletti esulta: «si tratta di un altro passo nella giusta direzione, che ci avvicina ai livelli pre-crisi». Ma Maurizio Brotini ammonisce: «il lavoro che si è creato è tutto a termine. Ad esempio nel gennaio-giugno 2016-17 ci sono state 1 milione 563mila cessazioni a tempo indeterminato e 2 milioni 351mila a tempo determinato e abbiamo avuto 149mila di differenziale tra assunzioni e cessazioni a tempo indeterminato. Sono quindi cessati 790mila contratti a tempo indeterminato e son stati attivati 640mila contratti a tempo indeterminato, quindi siamo a meno 149mila».

«Sostanzialmente – continua Brotini – non si crea occupazione stabile, ma si ridistribuisce al ribasso l’occupazione che già c’è». Il contratto a tempo determinato viene infatti favorito dalle aziende, dato che sono stati eliminati gli incentivi per i contratti a tempo indeterminato. «Ovviamente per il datore di lavoro è più conveniente continuare a fare contratti a tempo determinato – dice Brotini – una volta questi ultimi si potevano considerare un ingresso nel mondo del lavoro, ma ora non è più così: ci sono milioni di persone che lavorano da anni continuativamente con il rinnovo di contratti a tempo determinato».

Un dato preoccupante tra quelli raccolti dall’Istat è quello riguardante la disoccupazione giovanile, che tocca il tasso del 35,5%.  Brotini a questo proposito è deciso: «Non si crea lavoro per i giovani, non c’è un turnover dei lavoratori: non si crea ricambio, le persone non vanno in pensione e non si assumono giovani lavoratori. E se gli unici contratti che vengono offerti, specialmente ai giovani, sono a tempo determinato non cresce l’occupazione, cresce solo il lavoro povero e di conseguenza i precari».

Sul tema del lavoro sempre più dequalificato e a termine aveva scritto Simone Fana il 29 luglio su Left.

Quei borgatari in camicia nera con il mito di Alba dorata

ROME, ITALY - JUNE 30: Italian far-right movement CasaPound, protest and asks the closure of The Centre for migrants transiting "FRANTOIO" run by the Red Cross to the District Tiburtino III. The center hosts 85 migrants on June 30, 2017 in Rome, Italy. Anti-fascists and migrants have manifested in defense of the center of the Red Cross (Photo by Stefano Montesi - Corbis/Corbis via Getty Images)

Dicembre 2016. Un gruppo di abitanti delle case popolari impedisce fisicamente a una famiglia marocchina (con tre bambini: uno, quattro e sette anni) di accedere all’appartamento a loro regolarmente assegnato. Tra le urla, «qui non vogliamo negri», «tornate a casa col gommone». CasaPound, con il vicepresidente Simone Di Stefano, prende subito posizione: «Solidarietà incondizionata a quegli italiani che non si arrendono nei quartieri». Trullo, zona a sud-ovest, 23 gennaio 2017. Parte opposta della Capitale, medesima situazione. Una famiglia egiziana, cinque figli, si prepara ad accedere alla casa Ater (Azienda territoriale per l’edilizia residenziale del Comune di Roma) che gli spetta, dopo lo sgombero della giovanissima coppia italiana che la occupava. Lui ventenne precario, lei 17enne incinta. Ma un picchetto impedisce l’assegnazione. A prendervi parte anche Forza Nuova e CasaPound con le rispettive ali popolari: Roma ai romani e Casa agli italiani. «Abbiamo deciso di agire di forza, facendo rientrare la famiglia italiana e barricandoci nella casa» chiariscono in una nota congiunta. Per finire, Tor Bella Monaca, 17 giugno. Dulal Howlader, 52 anni, di origini bengalesi ma con cittadinanza italiana, cardiopatico. Dopo cinque anni di attesa va a conoscere il palazzo dove gli è stata assegnata una abitazione. Chiede informazioni a quattro ragazzi, ma la loro risposta è netta. «Negro, vattene via, qui non c’è posto per te. Qui le case sono tutte occupate». Poi botte, e una ginocchiata alla schiena che lo atterra. Dulal sporge denuncia, ma rinuncia all’appartamento. Preferisce cambiare zona, lì è troppo pericoloso. Persino il poliziotto che raccoglie la denuncia conferma, «se ci vai a vivere, quelli ti ammazzano». Tre episodi di razzismo, nei quali le vittime sono state costrette a ripiegare su altre zone della città in cui vivere. Tre sconfitte dello Stato, dunque, incapace di fornire una risposta istituzionale seria alle insurrezioni xenofobe, che non sia quella dell’individuare una abitazione alternativa. Ma, innanzitutto, tre vittorie importanti per la galassia dell’ultradestra italiana che ha scelto di investire forza ed energie in una pratica, quella della lotta per la casa, tradizionalmente di sinistra, declinandola però in chiave razzista. Ma non è questa l’unica novità. Per capire quale sia la ricetta politica che i neofascisti hanno adottato per incassare consensi in periferia, manca ancora un ingrediente. Tiburtino III, 30 giugno. La “strana” associazione Tiburtino III millennio, legata in modo ambiguo a CasaPound organizza un corteo per la chiusura del presidio umanitario della Croce Rossa di via del Frantoio. È una battaglia che porta avanti da mesi, sempre sotto il vessillo dell’apoliticità. Ed è solo uno tra i comitati che si muovono in questo modo. Ora l’impasto è chiaro. Lotta per la casa agli italiani e aggregazione all’interno dei comitati cittadini: è intorno a queste due pratiche che l’estrema destra ha scelto di giocare la sua partita.

Non si tratta però di una invenzione italiana. Guido Caldiron, giornalista e autore di Estrema destra, l’ha battezzata «modello Alba dorata», formazione ellenica con la quale peraltro CasaPound e Forza Nuova hanno ormai rapporti consolidati. Prevede un impegno parallelo, giocato di sponda, tra intervento sociale (si pensi alla distribuzione di generi di prima necessità di Alba dorata ai greci poveri) e lotta all’«invasione degli immigrati», per speculare su una guerra fra poveri. Solo cogliendo entrambe i lati di questa “medaglia nera” si capiscono i progetti odierni dei nostalgici del Ventennio.

Monitorare il territorio, cercare un pretesto – casa, immigrati, roghi tossici – formare in fretta e furia un’associazione o un comitato di quartiere e creare una pagina Facebook. La strategia è ormai rodata: «Voi avete i problemi, noi siamo qui per risolverli e lo faremo insieme». Le piccole e grandi proteste che hanno animato le periferie romane degli ultimi anni hanno avuto alle spalle sempre comitati popolari. Complici la pressione della crisi economica e il disinteresse dei principali partiti politici, le destre hanno iniziato a soffiare sul malcontento dei quartieri più marginali, spronando i residenti a ribellarsi alla propria condizione e coniando un gergo bellico: «Resistenza nazionale», «fronte patriottico», «sostituzione etnica». Comitati tutti rigorosamente “apolitici”, ma solo a parole. Se si analizza l’iconografia di alcuni di essi, se ne ascoltano le parole d’ordine, si studiano le pratiche, emergono le loro idee.

Il “fascio-font” (il tipico carattere grafico nero, stile Ventennio, utilizzato sui manifesti), l’alloro, il moschetto e il tricolore sono tra i simboli di riconoscimento dell’associazione Tiburtino III Millennio nel IV municipio. Un’allusione trasparente ai militanti di CasaPound a cui piace essere chiamati “fascisti del terzo millennio”. Nel comitato ci sono inoltre volti noti di CasaPound, come Mauro Antonini, candidato alle elezioni del 2013 e del 2016 al municipio.

Tiburtino III, quartiere dormitorio dominato da cemento, incuria e spaccio, ospita tre centri di accoglienza. Degrado e immigrazione (messi sullo stesso piano) sono stati i temi dell’associazione che è scesa in piazza più volte per chiederne la chiusura. Mancano case e luoghi di aggregazione, perché quindi lasciare agli immigrati gli stabili vuoti? Il coro «Difendiamo la nazione non vogliamo immigrazione» racchiude l’anima razzista dell’ultima protesta organizzata dal comitato il 30 giugno, contro la proroga comunale di sei mesi al presidio umanitario della Croce Rossa in via del Frantoio, una struttura osteggiata sin dalla sua apertura nel 2015. Ma pochi giorni fa c’è stata una grande vittoria per il comitato: la recente chiusura dei due Sprar.

A Roma ovest, nel XIII municipio, decoro e italianità sono le parole d’ordine del comitato “Fenix 13”, che come simbolo ha l’aquila imperiale. Il suo presidente è Simone Montagna, esponente di spicco di CasaPound e cantante dei “Bronson”, band punk hardcore formatasi proprio intorno al movimento di estrema destra. Fenix 13, con pratiche e vocabolario simili a quelli di Tiburtino III Millennio, si è intestato la chiusura del Centro Enea, che accoglieva 400 migranti a Casalotti, periferia ovest di Roma. Anche a Infernetto, “gli italiani che non si arrendono” hanno trovato voce nel Comitato per la “Difesa del X municipio”, che come simbolo ha uno scudo crociato. Luca Marsella è il responsabile di CasaPound presente nel gruppo ed è lo stesso che lo scorso 8 luglio ha guidato l’azione anti-(immigrati) abusivi di CasaPound sulle spiagge di Ostia.

Roma ai romani, coordinamento di lotta popolare, è il nuovo giocattolo di Giuliano Castellino. Un comitato di estrema destra per il diritto all’abitare, che scimmiotta e reinterpreta le parole d’ordine dei movimenti di lotta per la casa. Il noto esponente dei gruppi neofascisti romani, ad oggi responsabile politiche sociali di Forza Nuova, è il punto di raccordo con il passato. Un’opera di traslazione: dai vecchi organigrammi dell’organizzazione si passa istantaneamente ad un nuovo vocabolario. «Ogni sgombero sarà una barricata! Roma ai romani, case agli italiani!» e la chiara adesione ai codici e alla simbologia del fascismo. Le Fac (Famiglia azione casa) balzate agli onori della cronaca per gli scontri del 22 novembre scorso al Campidoglio, con gli inquilini del residence di via Giacomini sotto sfratto, sono state il primo esperimento forzanovista da cui prenderà poi vita il coordinamento di lotta popolare. Forza Nuova infatti è il partito, e la neonata creatura di Giuliano Castellino è “l’ala popolare”.

Un mix di propaganda complottistica – “la sostituzione etnica” è la purezza romana -, «regolari dal 753 a.C» con un attivismo sfrenato «al fianco degli italiani». Il 28 gennaio 2017 Roma ai romani occupa la sede dell’Ater richiedendo l’abolizione della delibera 117 con cui la Giunta Capitolina approvava l’istituzione di un tavolo cittadino per l’inclusione dei rom, sinti e camminanti. Dopo i fatti del Trullo, la radicalizzazione delle pratiche è immediata. «Ormai siamo ospiti (indesiderati?) a casa nostra […] Continuano quindi le politiche anti-italiane della Giunta Raggi. Noi siamo pronti a organizzare la lotta contro chi vorrebbe sostituire il popolo romano con immigrati provenienti da ogni angolo del globo» scrive Roma ai romani.

Non solo picchetti anti-sfratto e ronde vecchio stile, il 21 marzo alcuni militanti occupano una palazzina in zona Trionfale per impedire che lo stabile venga convertito in centro di accoglienza. «Gli italiani stanno alzando la testa, ribellandosi ad un sistema che antepone gli immigrati alla dignità e ai bisogni dei nostri connazionali» è il commento di Roberto Fiore, segretario nazionale di Forza Nuova.

E ancora – con gli eventi di Tor Bella Monaca e la manifestazione dell’11 luglio annullata dalla questura, lo sgombero della sede di viale dell’Archeologia e il presidio antifascista -, la retorica della vittima e la fantomatica «rivolta di popolo contro i traditori della patria» irrompono nel resoconto del coordinamento popolare. «La gente è scesa in strada per protestare contro l’ingiustizia. Immediata la risposta dei militanti di Forza Nuova e Roma ai Romani, che, insieme ai residenti, hanno dato vita a violenti scontri, mettendo in fuga gli antagonisti, letteralmente cacciati dal quartiere».

Sarà il sindacato Usb a chiarire la dinamica dei fatti – un manipolo di militanti dell’estrema destra respinti dagli attivisti antifascisti del quartiere – ribadendo che «le frange di estrema destra si offrono come strumento di “distrazione di massa”: la colpa è dei migranti e non, per esempio, del fatto che il governo ha appena destinato alcune decine di miliardi al salvataggio delle banche mentre non investe un soldo nel risanamento del patrimonio immobiliare pubblico e lascia nell’abbandono le periferie come Tor Bella Monaca.

Il reportage è stato pubblicato su Left n. 29

Su www.left.it è possibile acquistare la copia digitale (2€)


SOMMARIO ACQUISTA

Nuova Internazionale sciita: il ruolo di Hezbollah (secondo il NYT)

epa06046021 A Hezbollah member holds a portrait depicting Hezbollah leader Sayyed Hassan Nasrallah as he stands in front of a replica of the Dome of the Rock during a rally to mark Al-Quds (Jerusalem Day) in a suburb of Beirut, Lebanon, 23 June 2017. In a televised speech, Hezbollah leader Nasrallah spoke about the Palestinian and Arabic situations. Many Muslim countries mark Al-Quds day, an annual day of protest decreed in 1979 by the late Iranian ruler Ayatollah Khomeini, on the last Friday of the holy month of Ramadan. The day is celebrated in a move to express support for the Palestinian people and their resistance against Israeli occupation. EPA/WAEL HAMZEH

L’Iran sta per riscrivere le mappe del Mideast, del Medio Oriente, come lo chiamano gli Stati Uniti, grazie a una potenza in particolare: Hezbollah. L’anno di fondazione dell’organizzazione risale intorno al 1980 e il motivo della loro nascita era legato ad una causa sola: combattere l’occupazione israeliana del Libano meridionale. Per tre decenni non si sono dedicati ad altro. «Ma oggi il Medio Oriente è cambiato e quindi anche Hezbollah è cambiata», scrive il New York Times.

Hanno espanso il loro quadro geografico operativo, hanno spedito legioni di combattenti in Siria, istruttori in Iraq. Hanno aiutato i ribelli in Yemen. Hanno organizzato battaglioni di militanti dell’Afghanistan che possono ora combattere praticamente ovunque. Molto si è scritto dei foreign fighters che si univano allo Stato islamico, «meno attenzione è stata prestata alle operazioni che addestravano e sviluppavano una rete di combattenti nel mondo sciita». In Iraq e Iran sono state utilizzate truppe reclutate tra i rifugiati, in una milizia chiamata Brigata Fatemiyoun, che agiva addestrata da hezbollah e con la logistica iraniana. Fervore ideologico e mille dollari al mese, questi gli ingredienti secondo il NYT. «L’Iran ha attirato combattenti con appeal and cash, fascino religioso e contanti, un’effettiva jihad contro l’altra. Philip Smyth, esperto di milizie dell’università del Maryland, ha detto che c’erano 10mila iracheni in Siria per la battaglia di Aleppo, un migliaio di altri paesi».

«Il risultato è che Hezbollah ora sono un importante strumento per la supremazia regionale dello stato che li supporta: l’Iran». Il gruppo di miliziani sciiti libanesi sono coinvolti ormai in quasi tutti i conflitti che riguardano l’Iran e hanno aiutato a reclutare, addestrare e armare nuovi gruppi che potrebbero rivelarsi utili all’agenda della potenza di Tehran. Eppure, internazionalmente, il loro potere non è riconosciuto.

Iran – paese persiano in una regione araba – e Hezbollah sono complementari potenze sciite in un mondo sunnita e i secondi, che parlano la lingua dei nemici, aiutano i primi ad integrarsi in un universo che si esprime, opera, combatte solo in lingua araba. «Per gli hezbollah l’alleanza vuol dire servizi, network, tecnologia, salari, ospedali, scuole e ovviamente armi. È stato il network di Hezbollah a cambiare i conflitti», scrive Ben Hubbard e «in Siria, le milizie hanno appoggiato Assad, in Iraq combattono combattono lo Stato Islamico, in Yemen hanno preso la capitale e trascinato in un pantano l’Arabia Saudita».

Sulla linea di fuoco siriana c’erano loro, insieme ad afghani, pakistani, iracheni, mentre la testa che guidava la battaglia era iraniana. Il preludio di collaborazione tra i libanesi e gli iraniani risale all’invasione dell’Iraq nel 2003, quando la potenza sciita a due teste ha ucciso centinaia di americani e di divise irachene, ma sono state le guerre recenti che hanno incendiato la mappa del mondo arabo a far allargare la loro sfera d’influenza. «Adesso molti si chiedono che ne sarà di tutti questi miliziani addestrati alla battaglia e i leader di Hezbollah hanno risposto che saranno dispiegati contro Israele, ma è stata l’aura di influenza di Tehran a farli diventare un target di Arabia Saudita, Israele e Stati Uniti, che da sempre li hanno bollati come un’organizzazione terroristica». Quando hanno chiesto al Libano di fix, di risolvere il problema, Alain Aoun, membro del parlamento e del partito del presidente, ha risposto che sono stati proprio USA e Israele ad aiutarli a crescere. «Tutti questi Paesi hanno contribuito per 30 anni ad alimentare il loro potere, ora dicono “andate e risolvete il problema”, ma è un problema più grande di noi».

Salvini, il paladino contro le ingiustizie, chiede “buonsenso” sui 49 milioni che la Lega deve restituire agli italiani

Federal Secretary of Lega Nord (North League) Italian party, Matteo Salvini, during his visit at the "Punta Canna" beach establishment in Chioggia, near Venice, northern Italy, 18 July 2017. Venice Prefect, Carlo Boffi on 10 July signed an order for the beach establishment to 'immediately remove all references to Fascism on signs, posters and banners'. The move comes after reports of images sympathetic to Fascism and Benito Mussolini at Chioggia's Punta Canna establishment caused a furor. ANSA/ALESSANDRO SCARPA

Che tenero personaggio è il Matteo Salvini capofila della Lega Nord (che è anche “Centro”, “Sud” e “Isole comprese” pur di rimediare qualche voto in più): issatosi sulla montagna dei paladini in difesa dell’Italia passa tutto il giorno con la calcolatrice in mano per fare da conto degli spicci che ci costano tutti quelli che hanno un’epidermide che si discosta dalla sua e veleggia fiero sulla sua promessa di “fare pulizia”, di “mandarli tutti a casa” (sì, lo so, l’abbiamo già sentita) e di combattere chiunque distragga risorse “degli italiani” che devono andare “prima agli italiani” (anche se, in qualche caso, lo slogan cambia con “prima i lombardi” in Lombardia, “prima i veneti” nel Veneto e “prima quelli che hanno il cognome che inizia con s” nelle sue riunioni di condominio).

Insomma Salvini vorrebbe essere il custode del “tesoretto italiano”, unico affidabile (secondo lui) sulla piazza. E allora mettiamoci le mani dentro le capacità di tesoreria di Matteo e del suo partito: il 24 luglio il tribunale di Genova ha condannato per truffa ai danni dello Stato il fondatore della Lega Nord, Umberto Bossi, e l’ex tesoriere del partito, Francesco Belsito, oltre ad altri tre dipendenti del partito e due imprenditori coinvolti nello scandalo dei rimborsi falsi che nel 2012 coinvolse la Lega. Ma c’è dell’altro: il tribunale ha deciso di procedere alla confisca di 49 milioni di euro al partito, come risarcimento per i rimborsi ingiustamente riscossi nel periodo 2008-2010. 49 milioni di euro. Semplificando: la Lega Nord ha indebitamente incassato, grazie a rendiconti irregolari, 49 milioni di euro, soldi degli italiani. Mica le coop o i buonisti, no: la Lega Nord.

Farebbe già ridere così (Salvini che si straccia le vesti per la notizia falsa dei 35 euro ai rifugiati e intanto sta seduto su un malloppo degno della Banda Bassotti) se non fosse che Matteo, che ama da sempre interpretare tutte le parti in commedia, in queste ore si sta sperticando in un’autodifesa che ha del patetico. Il contrappasso del gladiatore che diventa pecorella da fuori dà sempre una certa soddisfazione, del resto.

Prima parla di “sentenza politica” (“ci vogliono eliminare”, tuona dalle pagine di tutti i quotidiani) confermando la tesi per cui improvvidamente si giudica un reato in base a chi lo compie e poi, addirittura, riesce a parlare di un danno economico di cui la Lega Nord “è vittima”. Capito? Un po’ come i ladri che si lamentano di essersi presi un ceffone, come scriverebbe un Sallusti qualsiasi. Anche se proprio la Lega si è “dimenticata” di costituirsi parte civile al processo. Sbadati che sono. In compenso chiede “buonsenso”. Salvini. Buonsenso.

Poi va oltre: dall’alto della sua purezza (perché chi vuole pulizia deve per forza considerarsi pulito, evidentemente) si è preoccupato di “nascondere” i soldi come una Ong qualsiasi (come scriverebbe un Feltri qualunque). Il meccanismo lo spiega benissimo Bechis su Libero di ieri:

«Grazie a un’ idea avuta un paio di anni fa e che è diventata un fatto compiuto proprio durante il 2016: i flussi finanziari della Lega non sono più centralizzati, ma sono diventati federali e posseduti dalle strutture regionali o parzialmente regionali che hanno propria autonomia giuridica (alcune nate anche solo recentemente) e finanziaria e che quindi assai difficilmente potrebbero essere coinvolte nei sequestri».

Serve aggiungere altro?

Buon giovedì.

Convegno su Salò nella sala “Allende”? Si, grazie al comune targato Pd

Fonte: Wikimedia Commons

Una sala comunale intitolata a Salvador Allende concessa per tenere un convegno sulla “Storia della repubblica sociale” a cura degli estremisti di destra di Forza Nuova, e dell’associazione Nuove Sintesi. Succede nel comune di Nereto, un centro di poco più di 5000 abitanti in provincia di Teramo, in Abruzzo. Piccolo particolare: l’amministrazione è guidata dal Pd.

Una decisione piuttosto scellerata, che sta scatenando polemiche sul web. A segnalare per primi il caso su Twitter è stato l’account del collettivo di scrittori emiliani Wu Ming.

«Presentare la storia della Rsi in una sala dedicata ad Allende dimostra che la legge del karma esiste», è uno dei primi commenti online evidenziati dagli scrittori. E poi: «E la prossima tappa dovrà essere la presentazione del libro nell’aula del Senato dedicata a quel criminale comunista di Carlo Giuliani». Peccato che non esista alcuna aula intitolata a Giuliani presso palazzo Madama: si tratta di una bufala, una fra le tante che si circolano nel web.

 

Al gruppo di Nuove Sintesi pare che la sala fosse già stata concessa in passato, lo scorso sabato 14 Gennaio, come si evince da una locandina.

Ma non è la prima volta che le strade di simpatizzanti e dirigenti del Partito democratico si incrociano con quelle di estremisti di destra e “fascisti del terzo millennio”.

 

 

 

Ne abbiamo parlato in Left n.29 del 22 luglio 2017, nel quale riportiamo una infografica basata sul lavoro di raccolta di questi episodi curato sempre dai Wu Ming, e frutto di un ricerca collettiva su Twitter, all’interno dell’articolo “Il Pd si è perso l’antifascismo per strada”. La ripubblichiamo, per l’occasione.Nella serata di ieri, è arrivata la smentita dall’account Facebook del Comune di Nereto: «…Si precisa che la notizia è del tutto priva di fondamento perché la Giunta Municipale non ha mai assunto decisioni in merito perché non ha mai ricevuto da parte di tale forza la richiesta dell’utilizzo della sala e che non sono state date e non saranno date strutture pubbliche per manifestazioni di apologia neofascista».

https://www.facebook.com/comunedinereto/posts/1529490370406318

 

In passato però, stando a varie locandine reperibili online, non solo la sala “Salvador Allende” sarebbe stata concessa dal comune a guida dem alla formazione di estrema destra, ma l’amministrazione avrebbe anche concesso loro il patrocinio.

Si veda questo flyer relativo al 2015. Il tema dell’incontro era il famigerato Piano Kalergi, un’altra nota bufala razzista, secondo la quale esisterebbe un complotto europeo finalizzato al genocidio programmato dei popoli europei.

 

 

 

Articolo aggiornato il 31 agosto 2017, alle 13.30