Home Blog Pagina 870

Convegno su Salò nella sala “Allende”? Si, grazie al comune targato Pd

Fonte: Wikimedia Commons

Una sala comunale intitolata a Salvador Allende concessa per tenere un convegno sulla “Storia della repubblica sociale” a cura degli estremisti di destra di Forza Nuova, e dell’associazione Nuove Sintesi. Succede nel comune di Nereto, un centro di poco più di 5000 abitanti in provincia di Teramo, in Abruzzo. Piccolo particolare: l’amministrazione è guidata dal Pd.

Una decisione piuttosto scellerata, che sta scatenando polemiche sul web. A segnalare per primi il caso su Twitter è stato l’account del collettivo di scrittori emiliani Wu Ming.

«Presentare la storia della Rsi in una sala dedicata ad Allende dimostra che la legge del karma esiste», è uno dei primi commenti online evidenziati dagli scrittori. E poi: «E la prossima tappa dovrà essere la presentazione del libro nell’aula del Senato dedicata a quel criminale comunista di Carlo Giuliani». Peccato che non esista alcuna aula intitolata a Giuliani presso palazzo Madama: si tratta di una bufala, una fra le tante che si circolano nel web.

 

Al gruppo di Nuove Sintesi pare che la sala fosse già stata concessa in passato, lo scorso sabato 14 Gennaio, come si evince da una locandina.

Ma non è la prima volta che le strade di simpatizzanti e dirigenti del Partito democratico si incrociano con quelle di estremisti di destra e “fascisti del terzo millennio”.

 

 

 

Ne abbiamo parlato in Left n.29 del 22 luglio 2017, nel quale riportiamo una infografica basata sul lavoro di raccolta di questi episodi curato sempre dai Wu Ming, e frutto di un ricerca collettiva su Twitter, all’interno dell’articolo “Il Pd si è perso l’antifascismo per strada”. La ripubblichiamo, per l’occasione.Nella serata di ieri, è arrivata la smentita dall’account Facebook del Comune di Nereto: «…Si precisa che la notizia è del tutto priva di fondamento perché la Giunta Municipale non ha mai assunto decisioni in merito perché non ha mai ricevuto da parte di tale forza la richiesta dell’utilizzo della sala e che non sono state date e non saranno date strutture pubbliche per manifestazioni di apologia neofascista».

https://www.facebook.com/comunedinereto/posts/1529490370406318

 

In passato però, stando a varie locandine reperibili online, non solo la sala “Salvador Allende” sarebbe stata concessa dal comune a guida dem alla formazione di estrema destra, ma l’amministrazione avrebbe anche concesso loro il patrocinio.

Si veda questo flyer relativo al 2015. Il tema dell’incontro era il famigerato Piano Kalergi, un’altra nota bufala razzista, secondo la quale esisterebbe un complotto europeo finalizzato al genocidio programmato dei popoli europei.

 

 

 

Articolo aggiornato il 31 agosto 2017, alle 13.30

 

Per i rifugiati di piazza Indipendenza ancora nessuna soluzione

Una delegazione di migranti in prefettura per l'incontro con il Prefetto di Roma e la sindaca, Virginia Raggi, dopo lo sgombero di via Curtatone a Roma, 30 agosto 2017. ANSA/CLAUDIO PERI

Le immagini del violento sgombero del 24 agosto scorso hanno fatto il giro del mondo, ma per i rifugiati eritrei che vivevano nello stabile occupato di via Curtatone non c’è pace: dal 19 agosto continuano infatti a dormire per strada.

Oggi alle 12 si è tenuto il tavolo di discussione in Prefettura insieme ai rappresentati di Regione e Comune durante il quale si sarebbe dovuta trovare una soluzione per gli sgomberati. Purtroppo però l’esito è stato negativo: nessuna soluzione per i rifugiati di piazza Indipendenza, a cui vengono proposti solo un numero esiguo di posti in centri di accoglienza per donne incinta e bambini. «La posizione del Comune è molto chiara, noi sul tema dell’emergenza abitativa dobbiamo dare priorità a chi sta aspettando una casa da decenni», ha dichiarato la sindaca di Roma Virginia Raggi. Dura la contestazione delle donne eritree ed etiopi presenti al Campidoglio, e dei movimenti per l’abitare, che hanno ribadito: «il Comune sta rifiutando i soldi già stanziati, esiste già una delibera regionale per questa emergenza».

Dopo la manifestazione di sabato 26 agosto, in cui migliaia di persone hanno sfilato per le strada di Roma protestando pacificamente contro le violenze di piazza Indipendenza, i rifugiati di via Curtatone hanno formato un presidio in piazza Venezia. In accordo con la Prefettura il presidio era stato autorizzato fino a lunedì 28, ma i rifugiati hanno continuato a dormire sotto l’Altare della patria ad oltranza in segno di protesta, contro un Comune ed uno Stato che butta in strada 800 rifugiati politici senza offrire una valida sistemazione alternativa, che eviti di separare le famiglie, e dia un tetto non solo ai bambini e alle donne, ma anche agli uomini.

Musica e impegno: il Jazz italiano per le terre del sisma

«Il jazz è un linguaggio che può adattarsi ai centri storici feriti, non ha bisogno per forza di grandi palcoscenici, puoi avere un piano solo o un quintetto in una basilica, è una musica della scoperta che si guarda intorno e costruisce – e mi pare un termine calzante», dice Paolo Fresu. Tra jam session e progetti solistici, dal duo alla banda di paese alle orchestre, dai nomi più noti ai giovani emergenti anche del luogo, Il jazz italiano per le terre del sisma 2017 con la direzione artistica del grande trombettista coinvolge con concerti pomeridiani e serali Scheggino in Umbria (31 agosto), Camerino nelle Marche (1° settembre), Amatrice nel Lazio (2 settembre, nel piazzale dell’ex Istituto Alberghiero), e per l’intero 3 settembre L’Aquila con appuntamenti finanche per strada e dai balconi oltre che a Collemaggio.
Con il Mibact in testa e i quattro sindaci come promotori, Left tra i media partner, Ada Montellanico presidente di Midj – Midj è tra gli organizzatori insieme all’associazione I-Jazz e alla Casa del Jazz di Roma – evidenzia il sostegno forte della Rai, tra Rainews 24, i tre canali radio e altro, e cita l’impegno di Gianni Pini di I-Jazz (e Music Pool) tra gli organizzatori. Distribuiti in oltre 140 concerti suonano oltre 700 musicisti di cui 600 nel capoluogo abruzzese dove ha dato il suo apporto il comitato per la ricorrenza della Perdonanza. La maratona musicale collabora con Io ci sono Onlus per costruire il Centro polifunzionale di Amatrice. Vanno citate le associazioni Visioni in Musica (Scheggino), Musicamdo Jazz e Tam-Tutta un’altra musica (Camerino) e Fara Music (Amatrice). Info: italiajazz.it

Nel prossimo numero di Left in uscita sabato 2 settembre ampio sfoglio su Il Jazz italiano per le terre del sisma 

Foto di Paolo Soriani

Nell’anniversario del Grande Terrore il rigurgito stalinista della Russia di Putin

epa05830745 Russian communists take part in a wreath laying ceremony at Joseph Stalin's tomb as they mark the 64th anniversary of his death near the Kremlin wall in the Red Square in Moscow, Russia, 05 March 2017. In 2017, Russians will mark the 100th anniversary of the 'Great October Socialist Revolution', or 'Bolshevik Revolution' of 1917. EPA/MAXIM SHIPENKOV

Mentre negli Stati Uniti le statue dei generali confederati sudisti vanno giù, in Russia vanno su quelle di Stalin. Ad Ovest abbattute, ad Est erette. L’uomo che uccise milioni di russi, condannandoli all’esilio, al carcere o all’esecuzione, che ordinò purghe massive contro oppositori politici, semplici sospetti, innocenti, vive un nuovo momento di gloria, come uomo bastione contro i fascismi.

Dieci nuove statue di Stalin sono riapparse in Russia dal 2012, insieme a un suo ritratto nella metro della capitale, Mosca, e una placca commemorativa all’accademia statale giudiziaria, che ha fatto discutere i cittadini. Le sue foto su magneti, tazze, magliette monopolizzano le bancarelle dei venditori ambulanti sulla strada dell’Arbat. È nei libri in libreria. Nei bar, sui bicchierini della vodka. I russi non lo avevano dimenticato: Stalin era stato solo spostato in un angolo della storia, poco visibile, insieme ai garofani rossi – sempre più presenti – sulla sua tomba in Piazza Rossa.

Il Levada center, il centro sondaggi più affidabile in Russia, ha registrato nel febbraio 2017 che il 46% dei russi prova ammirazione, rispetto e simpatia per Stalin, ed erano solo il 37% a marzo 2016. Il 39% dei russi – dice sempre il Levada – crede che le deportazioni e repressioni massive siano state un crimine, nel 2012 ci credeva il 51%.

Stalin, insomma, sta tornando ad essere l’eroe che sconfisse i nazisti nella Seconda guerra Mondiale, omaggiato di nuovo dai vecchi nostalgici sovietici e da una novella generazione di nazionalisti, proprio durante l’ottantesimo anniversario dall’inizio di quello che è passato alla storia come il “Grande terrore”. Era il 30 luglio 1937 quando il leader georgiano, con la sua polizia segreta, lanciò una campagna che portò all’arresto di 1.5 milioni di persone, alla morte di 700mila, oggi sopravvissuti solo in quegli archivi che nessuno legge più. Il trentennio di Stalin è finito nel 1953. Milioni di persone morirono in campi di lavoro o di fame. C’è chi ha calcolato 15 mln di morti, chi addirittura 30, ma la cifra non è ancora certa nonostante il lavoro incessante degli storici (ma gli esseri umani non sono numeri – tranne che per i nazifascisti – cambierebbe qualcosa se anche fossero stati “solo” 5?, ndr).

Articolo aggiornato alle ore 12 del 31 agosto 2017

 

Il genio di Facebook. E i numeri di una deriva

Lui si chiama Antonio Di Santo e dal suo profilo Facebook si intuisce solo che ha lavorato come direttore generale presso un’azienda ospedaliera di Parma. Ma non è questo che ci interessa. Antonio Di Santo, come molti di noi, è uno dei tanti frequentatori di social che ha capito benissimo come la vitalità sia spesso il giusto termometro di quello che è stata elegantemente ribattezzato come “analfabetismo funzionale” marche in realtà è più facilmente riconducibile al cretinismo.

Antonio sul suo profilo Facebook ha condiviso una sua foto. Una foto palesemente sua: ci si mette un secondo a notare che la sua immagine del profilo e la fisionomia dell’uomo ritratto nella foto sono la stessa persona. Ci arriverebbe anche un pollo.

E invece.

Come didascalia alla foto (che lo ritrae) ha scritto:

«Questo è Augusto Boldrini ed è il cugino della Presidente della Camera Laura Boldrini. Pur avendo solo la 5° elementare è stato assunto nella segreteria dell’ufficio verifiche atti di Palazzo Chigi e guadagna e guadagna 37.000€ al mese e nessun telegiornale ne parla… VERGOGNA!!!»

E sotto l’immancabile CONDIVIDI SE SEI INDIGNATO.

Voi penserete che nessun cretino potrebbe pensare credibile una cosa del genere. Che nessun cretino potrebbe davvero credere a uno stipendio di 37.000€ al mese per un qualsiasi funzionario.

E invece.

Mentre scrivo, il post di Antonio Di Santo conta circa 55.000 condivisioni, 610 commenti e un migliaio di reazioni. Commenti come “Non meritano commenti persone cosi ,fare i fatti……“, decine di “che schifo“, “a zappare la terra deve andare“, “bhe non peggio degli aumenti della raggi ai suoi collaboratori,per avere una citrà,nella merda totale“, “Si doppia vergogna!!!! Schifosi e noi che ci arrabbattiamo giorno per giorno!!!! Mah!!!😠“, “Queste politichi bastardi anno portato alla rovina la bella ITALIA“, “Sono più VERGOGNOSI i milioni di persone che se avessero l’opportunità di essere al suo posto accetterebbero ad occhi chiusi. MA PIANTATELA CON QUESTE CAGATE 💩💩💩“, ” un altro cornuto come l’altro della settimana scorsa cugino della Boldrini la più zoccola dellitalia colpo grosso e finito ma lei continua a fare la mignotta con i neri ,li ha provati quando lavorava a colpo grosso se ricordate lei già era zoccola da giovane adesso e baldracca al senato siamo robinati” (scritto proprio così, eh), “io sono disgustato di questo governo di ladri” e così via. Fino al geniale: “L’ennesima stronzata e l’ennesimo stronzo. Fa bene Boldrini a denunciare penalmente questi soggetti.” di chi non capisce che si tratta di una provocazione.

Se volete leggervi tutti i commenti li trovate qui.

Poi, beh, le conclusioni oggi tiratele voi.

Buon giovedì.

Venezia 74, spazio al cinema d’autore e all’impegno per i diritti umani

Human flow, buy Ai Weiwei

Ultimi preparativi  per la 74esima Mostra Internazionale del cinema di Venezia, che dal 30 agosto al 9 settembre presenta un programma molto centrato sul cinema italiano ma anche con interessanti proposte internazionali, alcune delle quali toccano brucianti questioni che riguardano i diritti umani. Come Human Flow il film che  l’artista cinese dissidente Ai Weiwei ha girato per due anni in varie parti del mondo, tra migranti e profughi.  È un «percorso personale, un tentativo di comprendere le condizioni dell’umanità ai nostri giorni», ha dichiarato presentando il film: un’opera dedicata a 65 milioni di migranti e rifugiati costretti a lasciare la propria terra. Un’opera realizzata con un preciso obiettivo, affermare il valori umani universali, innegabili, eppure oggi disconosciuti da governi che si dicono democratici, come quelli di un’Europa che ad oggi è priva di corridoi umanitari.

«In questo momento di incertezza – ha sottolineato l’artista che fu picchiato quasi a morte dalla polizia cinese – più che mai abbiamo bisogno  fiducia per l’altro diventando consapevoli del fatto che tutti siamo uno». Il film di Ai Weiwei sarà presentato a Venezia il primo settembre, sperando possa gettare un sasso di riflessione nella laguna accesa di riflettori internazionali.

Ecco un’anticipazione dell’opera:

Restando nel mondo dell’arte, a Venezia, il 2 settembre sarà presentato, in concorso nella sezione dei Venice Days – Giornate degli Autori  anche il film  Looking For Oum Kulthum, dell’artista visiva e regista iraniana Shirin Neshat,  dedicato alla leggendaria cantante e ad anni cruciali della storia dell’Egitto. Da sempre attenta all’universo femminile  Shirin Neshat è conosciuta per il raffinato lavoro artistico e fotografico, le difficili condizioni sociali delle donne all’interno del mondo islamico. Il mondo femminile, con i suoi drammi, le sue battaglie e la sua innegabile e drammatica bellezza ritorna al centro della sua ricerca attraverso la figura e il canto di  Oum KulthumPer parlare di questo importante ritorno al festival del cinema dell’artista iraniana dopo il film Man without women  l’abbiamo incontrata per  una ampia intervista sul numerodi Left  in edicola.

 

Ma addentriamoci ora nel  programma, segnalando brevemente alcuni film che sulla carta potrebbero essere interessanti: a Venezia ci sarà Hirokazu Koreeda ( il regista di Ritratto di famiglia con tempesta) con The Third Murder , ci sarà anche la star George Clooney con Suburbicon,  con cui realizza un progetto portato avanti per quasi dieci anni: un film tratto da una sceneggiatura originale di Joel e Ethan Coen, con un plot completamente folle com’è nello stile dei due fratelli: al centro c’è la storia kafkiana di una famiglia che abita nei sobborghi di una cittadina ( che si trova a dover affrontare di tutto dopo  un’effrazione). Tra gli interpreti Julianne Moore, Josh Brolin e Oscar Isaac e Matt Damon, che ritroviamo anche in Downsizing, l’atteso film di Alexander Payne, che apre la Mostra. 

Un altro divo e icona di un certo cinema “liberal”  che sarà a Venezia è il messicano Guillermo Del Toro con The shape of water un fantasy con moltie imprevisti  risvolti politici.

Ampia la partecipazione dei film francesi al festival di Venezia 2017 dove saranno presentati L’insulte di Ziad Doueiri, La villa di Robert Gueèdiguian, Mektoub, my Love:Canto uno di Abdellatif Kechiche ( il regista de La vita di Adele), Jusq’à la garde di Xavier Legrand.

E ancora guardando al programma generale dei film  in corsa per il Leone d’oro,  Lean on Pete di Andrew Haigh, M.Foxtrot di Samuel Maoz, Three billboards outside Ebbing, Missouri di Martin McDonagh, Jia nian hua (Angels wear white) di Vivian Qu,, Sweet country di Warwick Thornton, Ex libris – The New York public library di Frederick Wiseman, First Reformed del decano del cinema Paul Schrader.

Quest’anno è foltissima la presenza a Venezia di film italiani, con interpreti internazionali. In concorso ci sono The leisure seeker di Paolo Virzì con Helen Mirren e Donald Sutherland, Una famiglia di Sebastiano Riso con Micaela Ramazzotti,  sceneggiato dallo scrittore Andrea Cedrola. Hannah di Andrea Pallaoro con Charlotte Rampling  e Ammore e Malavita dei Manetti Bros . Altrettanti in gara a Orizzonti: Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli, Brutti e cattivi di Claudio Gomez con Claudio Santamaria, il film di animazione La gatta cenerentola di Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone, infine, La vita in comune di Edoardo Winspeare). Fuori concorso ci sarà Il colore nascosto delle cose di Silvio Soldini e Stefano Solima porterà due puntate della sua serie per Netflix Suburra. E, ancora, tra gli eventi speciali è stato annunciato Casa d’altri, il corto che Gianni Amelio ha girato a Amatrice.

 

L’ultima trovata del leader ceceno Kadyrov contro la libertà delle donne

epa05117923 Chechen men hold a poster reading 'Kadyrov - Russian patriot' during a rally in support of Chechen Head Ramzan Kadyrov and the policies of Russian President Vladimir Putin in Grozny, Chechen Republic, Russia, 22 January 2016. According to mass media reports, about one million people took part in the rally. EPA/KAZBEK VAKHAYEV

Ceceni, non divorziate, state insieme per i figli, altrimenti diventeranno terroristi. Le autorità lo stanno chiedendo sul serio e in maniera grottesca nella Repubblica caucasica della Federazione russa: se avete divorziato, tornate insieme, perché questo, cittadini, ci aiuterà a battere il terrorismo.

La tv della regione continua a mandare in onda reportage sulle vite delle coppie separate che si riuniscono nella stessa casa dopo tanto tempo e vivono sotto gli occhi di una commissione governativa religiosa. Spesso anche sotto gli obiettivi delle telecamere di quello che sembra un reality surreale della Grozny tv. La commissione si chiama “Consiglio dell’armonia matrimoniale e relazioni familiari” e negli ultimi due mesi ha fatto “riunire” 948 famiglie, dopo anni di separazione.

Le coppie vengono riunite per un programma voluto dal leader regionale, Ramzan Kadyrov, il controverso -nonché accusato di crimini – presidente che ha soggiogato una regione con i suoi miliziani giurando fedeltà al Cremlino e dal Cremlino, per questa ragione, viene tollerato. Figlio di un imam sufi che ha cambiato barricata durante la guerra, passando dalla controparte russa, Ramzan ha la libertà di fare quello che vuole nel territorio. Per esempio, imporre il velo alle donne all’università. O inventare questo tipo di programmi di ricongiungimento matrimoniale islamico.

Un islamismo violento risorge proprio nella regione dove due guerre sono state combattute dopo il crollo dell’Urss e quindi Kadyrov lo ha motivato cosi: «Non conoscete la religione. I figli di genitori separati hanno più probabilità di diventare islamisti militanti, terroristi, specialmente se a crescerli sono le madri. Se i genitori vivono insieme e hanno 3, 4, 5 figli perché mai poi devono separarsi? Se andava tutto bene prima dei figli, perché non deve andare bene dopo? Dobbiamo lavorare tutti per questo scopo: clero, polizia, capi villaggio, capi quartiere. Dobbiamo risolvere il problema, riportare le donne che se ne sono andate dai mariti».

Kadyrov continua alla tv: «Di un centinaio di queste famiglie separate, solo cinque o sei sono normali». Il Consiglio per l’armonia familiare in Cecenia fa questo. Mentre l’uomo e la donna sono seduti a tavola, i leader religiosi li osservano, chiedendo le ragioni della loro separazione. Poi le autorità dichiarano che no, non c’è davvero motivo per cui i due non debbano riunirsi. Questo programma è una farsa dai toni tragici: chi non torna a casa dal coniuge, ne paga le conseguenze severe, perché va “contro il volere del leader». Conseguenze molto peggiori del tornare a vivere con un o una ex da cui ti eri separato.

Tutto va in onda su Grozny tv, che riferisce che il numero di riunioni continua ad aumentare ogni giorno: «Adesso guardano i loro programmi preferiti insieme alla tv, mangiano allo stesso tavolo». Gli uomini, che spesso trovano altre mogli, tornano sui loro passi, come dicono in tv, «per obbedire al capo della repubblica».

Il leghista che augura lo stupro alla Boldrini (e alle “donne del PD”)

Forse la notizia l’avete già letta ma conviene rinfrescare l’accaduto: il 26 agosto Saverio Siorini, segretario cittadino di San Giovanni Rotondo (Foggia) di Noi con Salvini, ha condiviso sulla propria bacheca Facebook (che per alcuni ha ormai sostituito lo sfogatoio di un po’ di solitudine nel proprio cesso) la notizia dello stupro avvenuto a Rimini ai danni di una coppia di turisti. Come commento alla notizia ha aggiunto: «Ma alla Boldrini e alle donne del Pd, quando dovrà succedere?». Qui l’immagine. Perché poi questi sono anche vigliacchetti che corrono a cancellare, beccati in fallo.

Fermi. Siamo solo all’inizio. Svegliati da cotanto tanfo alcuni utenti su Fb cominciano giustamente a sottolineare il lerciume di un’uscita del genere. E che fa Saverio Siorini (che a San Giovanni Rotondo tutti conoscono come un recente salviniano ma un protofascista destrorso già da lunga data)? Corregge il suo post. Normale, direte voi: si è accorto di avere fatto una cazzata e interviene. Già. Siorini lo corregge così:

In pratica non cancella, no. Aggiunge una tortuosa spiegazione in cui enuncia i motivi per cui alla Boldrini (e alle donne del PD) dovrebbe capitare un bello stupro. Riesce addirittura a fare perdere la pazienza al coordinamento regionale del suo partito: viene espulso. Essere espulsi da “Noi con Salvini” equivale più o meno al riuscire a istigare una rissa tra monaci tibetani, per dire. Finito? No. Siorini scrive ancora:

«Capisco che il mio post sia stato frainteso e anche strumentalizzato a favore di qualcuno, ma è tanta la rabbia per questa giovane donna stuprata, e il silenzio di Boldrini e di tutte le femministe (che hanno preferito accanirsi su di me), che non ci ho visto più. Ovvio che non era mia intenzione augurare il male a nessuno, con questo non cambio idea: auguro una castrazione chimica a tutti gli stupratori e la rabbia del popolo a tutti i complici del Pd»

Avere letto bene: è stato frainteso.

Ora il partito di Salvini l’ha espulso e si è messo “a posto così” ma ciò che è sfuggito a molti commentatori sono i commenti che Siorini aveva ricevuto (ora sono stati cancellati): Michele Giagnorio scrive “spero presto”; “Glielo auguro” scrive Emma Impagliatelli, e poi ancora Michele dice “Saverio la gente normale la pensa come noi, tira dritto”. Addirittura epico un certo Jovanni Joe che scrive: “Amici di Noi con Salvini ribaltiamo questa vile sentenza su Siorini ed incitiamo Salvini a promuovere Siorini al coordinamento regionale. Facciamolo tutti, senza paura, con decisione. Cambiamo la tendenza dell’ipocrisia che regna sovrana in politica, Tutti insieme chiediamo la promozione di Siorini coordinatore regionale».

Ecco, la domanda è questa: ma Salvini oltre a espellere Siorini rifiuta anche i voti di questa gente? Ce lo dice chiaramente? Questo è il punto.

Buon martedì.

(ps. so che vi rovina l’appetito ma a Rimini, quella sera e probabilmente dalle stesse persone, è stata stuprata anche una trans. Fate uno sforzo, colleghi, scrivetelo.)

Che fine ha fatto Santiago Maldonado? Desaparecido nell’Argentina di Macri

Scomparire nel nulla dopo essere stato arrestato. Siamo in Argentina ma non si tratta di una storia di desaparicion forzata risalente agli anni della dittatura civico-militare. È il primo agosto 2017 e questa è la sorte toccata a Santiago Maldonato, un giovane artigiano di 28 anni, che durante una manifestazione in difesa dei diritti del popolo mapuche è stato fermato dalla gendarmerìa nacional «e non si è più visto». L’ultima denuncia in ordine di tempo è dell’organizzazione di giornalisti “Comunicadores de la Argentina” che tramite una nota diffusa in queste ore ha chiesto collaborazione alle associazioni internazionali affinché mantengano alto il livello di attenzione mediatica su questo caso. «Chiediamo il vostro aiuto perché diate notizia della sparizione forzosa di Santiago Maldonado, come tale è stata definita dalla procura che si occupa del caso a dagli organismi per i Diritti umani. Vi sollecitiamo a chiedere del detenuto-desaparecido in ogni occasione che vi si presenti, davanti ai rappresentanti diplomatici, ai funzionari del governo argentino che visitano i vostri paesi e anche agli artisti, sportivi ed accademici».

In Italia, la campagna è stata immediatamente rilanciata dall’associazione per i diritti umani 24marzo onlus che ha messo la storia di Maldonado in relazione alla vicenda di violazione dei diritti umani nei confronti di Milagro Sala (nella foto a destra), la deputata al parlamento del Mercosur e fondatrice del movimento Tupac Amaru di Jujuy, arrestata durante un picchetto in sostengo dei contadini senza terra e detenuta senza processo dal 16 gennaio 2016. Dieci giorni fa le autorità argentine, solo in seguito a una risoluzione delle Nazioni Unite che hanno dichiarato arbitraria la sua detenzione, hanno deciso di concedere alla deputata almeno gli arresti domiciliari. Ma, come scrive l’agenzia Pressenza, si tratta di una casa di proprietà della deputata che è stata saccheggiata da ignoti durante la sua prigionia, è senza luce, acqua, servizi igienici ed elettricità.

La scorsa settimana, la Commissione per i diritti umani dell’Organizzazione degli Stati americani ha chiesto al governo argentino di «prendere le misure necessarie» per ritrovare il giovane Santiago Maldonado e «indagare sui fatti relativi alla sua scomparsa». «Nulla si sa sul suo destino», ha precisato la commissione. L’ultima volta che il giovane è stato visto si trovava nella comunità mapuche di Chubut, durante una protesta per chiedere il rilascio del leader della collettività, Jones Huala. Testimoni hanno riferito che alcuni dei manifestanti sono fuggiti all’arrivo della gendarmeria sul posto: il giovane, hanno precisato, è stato arrestato e subito portato via su una camionetta. Da quel momento non si è più saputo nulla. Secondo quanto riporta l’Ansa, il ministro per i Diritti umani, Claudio Avruj, ha escluso «ogni indizio» su una presunta «sparizione forzata» del giovane, cioè per mano dello Stato come avveniva durante la dittatura civico-militare degli anni 70. «Tutte le possibilità sono aperte», ha precisato dicendo che il governo sta facendo tutto il possibile per chiarire il caso. Staremo a vedere.

I bambini come bombe umane e la doppia violenza di Boko Haram

epa05149785 Nigerian women gather their belongings to depart the village of Mairi in the Konduga local government area of Borno State, North-East Nigeria following Boko Haram attacks over the weekend, Nigeria 08 February 2016. Three women and one man were killed during the attack which led to the destruction of the village. Nigerian military have been carrying out operations against Boko Haram following the recent Boko Haram attacks. Boko Haram insurgents have been waging a terror campaign in Northeast Nigeria for over 5 years. EPA/STRINGER

Il numero quest’anno è 83, lo dice l’Unicef. Dall’inizio dell’anno in Nigeria i miliziani neri di Boko Haram hanno usato decine e decine di bambini come bombe umane. Questa metodologia, che sta diventando la più usata del gruppo che terrorizza il Paese, è crudele e calcolata. La differenza rispetto agli anni scorsi è che ora ad essere scelte come ordigni umani dai terroristi sono anche le bambine.

Al nord est della Nigeria, nei territori di nessuno, dove disperazione e povertà stringono gli abitanti in una morsa letale, l’aumento dei child bombers nel 2017 è stato del 400 per cento rispetto all’anno scorso: 127 bambini sono stati usati come armi mortali dal gennaio 2014, 19 di loro avevano meno di dieci anni. Secondo gli esperti, questa tattica estrema è segno dell’incapacità dei militanti di compiere e portare a termine attacchi militari complessi, di cui prima erano capaci.

«Solo pochi anni fa, il target erano le caserme, i quartieri generali militari delle forze armate nella capitale, ma non hanno più quella capacità tattica. Stanno usando bambini e donne per terrorizzare la società» ha detto Carl LeVan, professore di storia americana a Washington. «Boko Haram ha raggiunto un punto in cui gli obiettivi sono più oscuri, più ambigui. Altri gruppi del terrore, come al Quaeda, avevano obiettivi chiari, questo gruppo sta perdendo lucidità e deve affrontare il dissenso interno a se stesso».

«L’uso dei bambini è un’atrocità, i bambini sono vittime, non esecutori» ha detto Done Porter, rappresentante Unicef. Atrocità che riguarda ormai 8mila bambini scomparsi dal 2009, rapiti dall’organizzazione di sangue e terrore islamista, il cui nome letteralmente vuol dire: “l’istruzione occidentale è proibita”.

L’Unicef ora punta i riflettori su un altro problema. Quando alcuni dei bambini riescono a sottrarsi al destino di child bombers, o quando vengono liberati dalle mani crudeli dei loro sequestratori, nel clima di sospetto e paura del paese, vengono comunque rifiutati dalla loro comunità originaria, dalla società impaurita nigeriana che non riesce più a reintegrarli. Non sono più minori prigionieri, ma dopo il rapimento affrontano l’esilio.

Tra i quasi due milioni di sfollati nigeriani – sono un milione e 700 gli abitanti in fuga a causa dei disordini del paese – ci sono altri 450mila bambini e loro rischiano la morte per malnutrizione, perché la fame, la povertà uccidono ancor più del terrore.