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A scuola di caporalato. A scuola

Un aula vuota del Liceo Tasso prima dell'inizio degli esami di maturità a Roma, 18 giugno 2014. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

C’è questa intervista da brividi, sul Corriere della Sera, in cui un professore delle scuole superiori racconta di avere guadagnato «quattro euro all’ora, anzi due perché ho avuto la sfortuna di ammalarmi». Sergio Mantovani ha 46 anni, insegna geografia, ha supplenze alle spalle, ed è «in ruolo» con contratto a tempo indeterminato un anno fa. «L’anno scorso ho lavorato con quattordici classi e trecento studenti, con passione e soddisfazione – racconta al Corriere -. Quello che è successo però è kafkiano. Ci sono regole punitive se un insegnante decide di lavorare qualche ora in più, rispetto alle diciotto canoniche per cui siamo pagati mediamente 1.500 euro netti al mese. Quest’anno ho avuto la pessima idea di accettare “spezzoni di cattedra” per tre ore settimanali. Mai più», dice. «Fra ore extra e la decurtazione scattata per la malattia si raggiungono cifre offensive».

Il professore s’è messo a fare i calcoli: «Confronto la busta paga calcolata sulle 21 ore con quella dell’anno prima, sulle 18. C’è una differenza di 67 euro netti, che divisi per quelle 12 ore mensili fa 5,58 euro. Occorre però considerare anche l’impegno extra aula, diciamo quattro ore al mese ed è sottostimato perché le ore aggiuntive erano in tre classi diverse quindi con rispettive verifiche da preparare e da correggere e riunioni fra docenti. Quindi ricalcolo la cifra, 67 diviso 16 ore e si arriva a 4,18 euro. Vedo che c’è la “decurtazione Brunetta”» per la malattia «che scatta nonostante la visita fiscale e anche se finisci all’ospedale con il morbillo e complicazioni, polmonite compresa, come è successo a me. Perché ammalarsi non è ammesso, come se noi statali fossimo tutti furbetti del cartellino». Non solo. In più la cifra è decurtata «per la colpa di aver lavorato tre ore in più», dice l’insegnante. «Con cinque giorni di malattia a causa della maggiore decurtazione legata alle ore extra la riduzione risulta di 43 euro, se li scalo ai 67 ne restano 24 per quelle dodici ore mensili che la scuola mi ha proposto di fare e che alla fine valgono due euro».

La “notizia” fa il paio con le migliaia di studenti (anche di liceo) che secondo gli “illuminati” del ministero dovrebbero fare “esperienza formativa” lavorando nei McDonald’s in giro per il Paese, oppure con una certa cultura generale secondo la quale lavorare gratis (per iniziare, pur di iniziare a lavorare) sarebbe un passo scontato per un’intera generazione. La “fast school”, sullo stile “fast food” in cui c’è da sbrigarsi, tutto e subito, per diventare in fretta carne fresca (poco specializzata) perfetta per essere sottopagata nel mondo del lavoro.

E mentre parlano di tutti di “fake news” si fa finta, ancora, che non sia la cultura l’unico antivirus. E mentre si parla di “integrazione”, dappertutto, si fa finta che la cultura ne sia solo un aspetto marginale.

Avanti così.

Buon lunedì.

Le menzogne su Regeni e una verità “inconfessabile”

Claudio e Paola Regeni mostrano la foto di un murale fatto da writers egiziani su un muro di Berlino che raffigura il volto di Giulio Regeni con un gatto stilizzato durante la conferenza stampa all'interno della sala Nassiria a Palazzo Madama 4 aprile 2017 a Roma ANSA/MASSIMO PERCOSSI

La campagna “Rimandiamo l’ambasciatore al Cairo” ha vinto. Progettata e portata avanti per sostenere la decisione presa dal governo italiano già mesi fa, è stata alimentata da decine di editoriali, articoli, interviste e interventi di importanti parlamentari. Una “potenza di fuoco” impressionante.

Ciò che inizialmente mi ha sorpreso, ma che adesso trovo il normale proseguimento di quella campagna, è l’accanimento contro Giulio Regeni e la sua famiglia, il fango che trasuda dalla nuova serie di articoli pubblicati dopo che il ministro degli Esteri Alfano, nella calura di un pomeriggio pre-ferragostano, aveva annunciato il ritorno dell’ambasciatore.
Nel suo primo sviluppo, la campagna “Rimandiamo l’ambasciatore al Cairo” aveva persino un ché di signorile: si portava avanti l’argomento dell’interesse nazionale, includendo in esso anche la ricerca della verità per Giulio Regeni che sarebbe stata favorita dall’arrivo al Cairo dell’ambasciatore Cantini. Un’ipotesi che, peraltro, continuo a ritenere irrealistica: basti osservare le reazioni compiaciute ed entusiastiche del Cairo, il senso di vittoria per il ritorno a relazioni normali.

Negli ultimi giorni, invece, sono stati raggiunti incredibili picchi di becerume. Occorre continuare a giustificare, ora a posteriori, la decisione del 14 agosto. Solo che, ecco la novità, Giulio Regeni non fa più parte dell’interesse nazionale. Gli è nemico, come gli era nemico in vita e come oggi gli è nemica la sua famiglia. Articoli e commenti pieni di livore, cinismo e menzogne scritte sapendo che di esse si tratta (ma magari a ripeterle ossessivamente qualcuno si convincerà che si tratta della verità) ripropongono la narrazione del Giulio spia usato da un’università infiltrata dai servizi britannici e manipolato da una docente fondamentalista islamica, contro gli interessi italiani.

Se è grave scrivere senza informarsi, trovo persino più grave rinunciare a quello che dovrebbe essere un naturale e istintivo senso di compassione, di immedesimazione nel dolore altrui.
Questo Paese, o almeno parte di esso, è in preda a un profondo mutamento culturale e morale: la storia di Giulio Regeni – così come quella delle Ong, a fine aprile passate il 48 ore da “angeli del mare” ad “angeli del male” – ci parlano dell’incapacità di riconoscere il bene e il bello delle azioni. Della facilità con cui si possono infangare, sporcare, diffamare.
Della decisione del 14 agosto resta poco da dire.

Occorre entrare in buoni rapporti col generale Khalifa Haftar. Dopo Serraj e le tribù della frontiera sud, è la “terza Libia” che ancora ci sfugge per poter portare avanti senza intoppi né ritardi la collaborazione con quel paese al fine d’impedire le partenze di migranti e richiedenti asilo verso l’Italia.

Sarebbe onesto se il governo Gentiloni, quando riferirà in parlamento, dicesse che l’ambasciata del Cairo torna a ranghi completi per ragioni d’interesse nazionale (la Libia, appunto; e poi il petrolio, il terrorismo, il turismo, eccetera). E se ammettesse quello che come abbiamo visto scrivono in tanti: che la difesa dei diritti umani non rientra in quell’interesse nazionale, neanche quando si tratta di quelli di un cittadino italiano ucciso in modo barbaro.
Per non parlare dei tanti egiziani che ogni anno fanno la stessa fine.

L’articolo del portavoce di Amnesty international Italia, Riccardo Noury, è tratto dal numero di Left in edicola


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Le stragi dimenticate alla periferia dell’Impero

A picture taken on August 15, 2017 shows broken windows and damage at the Aziz Istanbul Turkish restaurant in Ouagadougou, the site of a terrorist attack, during a visit by Mali's and Burkina Faso's Presidents. Eighteen people, including at least eight foreigners were shot dead in a Turkish restaurant in Burkina Faso, according to a provisional toll on August 14, in the latest attack in West Africa to target a spot popular with expatriates. / AFP PHOTO / SIA KAMBOU (Photo credit should read SIA KAMBOU/AFP/Getty Images)

Nairobi, 21 agosto 2017. Si rimane sbigottiti a sfogliare i quotidiani e a vedere le news in televisione in questi giorni. Sul vile attentato di Barcellona abbiamo potuto leggere e ascoltare di tutto. Paginate di carta e ore di filmati in cui si cerca di raccontare la cronaca e i retroscena, le analisi e gli scenari che si possono a questo punto verificare. Spesso opinioni contrastanti, e questo potrebbe essere non solo normale, ma anche logico e auspicabile, ma anche ricostruzioni divergenti delle quali una sola può essere azzeccata, le altre invece frutto di fantasia. Probabilmente l’obiettivo non è quello di informare il lettore, ma piuttosto di impressionarlo con una mole enorme di notizie; e poco importa se, il giorno dopo, le informazioni non saranno più inerenti alla realtà.

Ma quello che a un osservatore di cose africane più dispiace non sono certo i fiumi di parole che vengono spesi in questi casi, ma piuttosto i fiumi di parole che non vengono spesi per raccontare attentati che accadono sì in altri continenti, ma hanno anche un forte impatto sulle cose che accadono a casa nostra e più genericamente in Occidente. La vigilia di Ferragosto a Ouagadougou hanno piazzato una bomba in un ristorante frequentato da avventori stranieri. I morti sono stati 18. Secondo il ministero degli Esteri del Burkina Faso (di cui Ouagadougou è la capitale) si tratta di 7 burkinabè, un canadese, 2 kuwaitiani, un francese, un senegalese, un nigeriano, un libanese e un turco. Il giorno dopo l’attacco tre vittime non erano state ancora identificate. Ma poiché l’esplosione ha fatto anche alcuni feriti gravi, probabilmente il bilancio è più pesante. Non ci sono comunque italiani, così i giornali di casa nostra hanno potuto evitare di parlare di questo grave fatto di sangue.

Qualche giorno prima c’è stato un altro attacco in un ristorante di Mogadiscio e ancora prima è stata devastata una stazione turistica in Mali. È difficile continuare e fare un elenco preciso perché in Africa (ma non solo, anche in Asia) è uno stillicidio di attentati, bombe, omicidi mirati. Fatti quasi quotidiani che i media italiani, grazie a una certa colpevole superficialità, non registrano. Si, è vero, non sempre gli autori sono seguaci di Allah e altre volte la religione viene usata anche per regolare conti personali con avversari e antagonisti, possibili ora, più di prima, grazie alla violenza generalizzata che è sempre in agguato. Ma ciò non può e non deve giustificare il completo disinteresse su queste vicende.
I lunghi servizi che in questi giorni sono stati diffusi dalle televisioni sui blocchi di cemento piazzati a difesa delle strade delle città italiane, confermano quello che accade ormai da anni in tutta l’Africa e di cui pochi si sono occupati. In Kenya per esempio, ma non solo, per entrare in un centro commerciale si deve sottostare a una perquisizione che prima, fino a qualche anno fa, era fisica e ora, da molte parti, è affidata a macchine sempre più sofisticate.

Per entrare all’aeroporto Jomo Kenyatta International di Nairobi le automobili devono passare su una pedana/scanner che radiografa tutto quello che c’è sul veicolo. Un chilometro prima di arrivare allo scalo, è stato costruito un piazzale apposito, con 16 corsie canalizzate, dove si fanno tutti gli imponenti controlli. Si evita così che l’ingresso vero e proprio, più avanti, non venga intasato da lunghe file. Questi accorgimenti sono stati inaugurati nell’aprile 2015, cioè un anno prima del feroce attentato all’aeroporto di Bruxelles. Nella capitale keniota, date le misure di sicurezza un attacco così sarebbe stato difficile da realizzare.

Comunque certi tipi di attentati si possono impedire, ma la fertile mente dei terroristi può senza grande difficoltà escogitarne altri. Prima dell’attacco dell’anno scorso a Nizza, durante le celebrazioni per la festa della presa della Bastiglia, nessuno pensava si potesse noleggiare un camion da “sparare” in un’affollata strada di un centro cittadino.

L’obiettivo del terrorismo, lo dice la parola stessa, è terrorizzare le popolazioni. Al di là delle dichiarazioni di principio, molto ipocrite, («Non ci faremo spaventare. Mai» o quella, francamente risibile di Gentiloni all’indomani dei fatti di Barcellona «Non permetteremo che venga limitata la nostra libertà») resta il fatto che la gente è impaurita e intimidita e rinuncia spontaneamente alla propria libertà, pur di limitare i rischi di perdere la vita.

Devo rientrare in Italia e ho scelto un volo che parte l’11 settembre. Quando, per prendere un impegno o un appuntamento, comunico a qualcuno la data, osservo una reazione sconcertata, dove la meraviglia si mescola al timore: «Ma come? L’11 settembre non si vola». La paura dunque c’è e molti autolimitano la propria libertà. E se non si argina il terrorismo, non solo con i muscoli, ma anche e soprattutto con l’intelligenza, si rischia di vedere fortemente limitata la propria libertà e quella degli altri. Il terrorismo è pericoloso non solo per la violenza che esercita, ma anche perché costringe ad assumere comportamenti non in sintonia con i valori della nostra organizzazione sociale. A Nairobi dopo l’attentato al moderno centro commerciale Westgate, nei locali e nelle aree di shopping la folla è diminuita sensibilmente. Si entra, si compra e si esce. Un mesetto fa è stato inaugurato un mastodontico complesso che non ha nulla da invidiare a quelli enormi alle porte delle nostre metropoli. Attrazione principale un gigantesco Carrefour con banchi stracolmi di merce. I prezzi sono competitivi e, così, i primi giorni era strapieno di consumatori che volevano soddisfare la loro legittima curiosità.

I controlli alle auto per accedere ai parcheggi – sotterranei e no – e poi quelli personali con scanner corporali per entrare nei palazzi dove ci sono i negozi, hanno mostrato quanto fosse tangibile il pericolo. Intanto gli shebab – i terroristi legati ad Al Qaeda – dalla Somalia hanno annunciato che stanno per colpire il Kenya, reo di avere invaso l’ex colonia italiana per combattere gli estremisti islamici. Quindi la folla è scemata e la paura di un nuovo Westgate è serpeggiata.

Era il settembre 2013 quando un commando di terroristi prese il controllo del centro commerciale Westgate, il più moderno, elegante e prestigioso di Nairobi. Furono 4 giorni di inferno, la cui storia precisa e completa è ancora oggi circondata da misteri. Ufficialmente i morti furono 64, ma ai giornalisti risultano almeno 150. E poi incertezze sul numero di terroristi. Solo quattro, sempre secondo le autorità; ma dalle interviste fatte a caldo, quando il complesso era ancora controllato dagli uomini del terrore, noi giornalisti rilevammo che all’interno c’erano almeno sei gruppetti di due persone l’uno, sistemati nei quattro piani del grande palazzo.

I giornali italiani non si interessarono granché della vicenda. Quello che succede alla periferia dell’impero non importa per nulla. E invece proprio in questa periferia nascono i fermenti che portano al terrorismo esportato in Europa e in America. L’Africa con le sue guerre continue non è altro che la palestra dove ci si allena per poi giocare su altri campi, i nostri. Non solo, ma si è trovato che molte delle armi leggere usate negli attentati in Occidente arrivano dall’Africa dove erano state portate un po’ di tempo fa dagli occidentali per combattere altre guerre. E allora nell’indifferenza generale il cerchio si chiude. Forse qualcuno si meraviglierà il giorno in cui (speriamo proprio di no) si scoprirà che l’esplosivo contenuto nelle bombe fabbricate in Sardegna, vendute all’Arabia Saudita e da qui finite in Yemen e poi nelle mani di Al Qaeda ritornerà in Europa nell’ordigno di qualche attentatore.

Raccontiamo pure quello che accade a Barcellona ma vogliamo andare a vedere e (soprattutto) capire anche quello che succede a Ouagadougou, a Bamako, a Nairobi, a Mogadiscio? Trattare con sufficienza le storie che accadono quaggiù come se si trattasse di un altro mondo lontano, in un’altra galassia, è concettualmente sbagliato.

L’articolo di Massimo Alberizzi è tratto da Left n. 34 


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L’arte è sovversiva

L’artista iraniana, Leone d’argento, Shirin Neshat torna al Festival del cinema di Venezia con un film sulla leggendaria voce di Oum Kulthum. Left l’ha incontrata per parlare di questa sua nuova opera e della sua ricerca che fonde scrittura e immagine.

Aida di Verdi mancava da quarant’anni dal festival di Salisburgo. Con Riccardo Muti sul podio, la regista e artista visiva Shirin Neshat ne ha fatto un potente racconto per immagini, contro ogni guerra. Ora il suo “viaggio” in Egitto prosegue con Looking for Oum Kulthum che sarà presentato il 2 settembre alla 74° Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Da un lato il melodramma occidentale, dall’altro la musica monodica araba e una voce leggendaria. Due tradizioni forti e quanto mai differenti?
Per un caso fortuito, devo dire, mi sono trovata a lavorare simultaneamente su due progetti “egiziani”, un’opera e un film, ma il confronto è stato stimolante. Nell’Aida c’è l’antico Egitto, nel film c’è quello moderno con la storia della più grande cantante araba. Non essendo araba ma iraniana è stata una grossa sfida. Ma è stato emozionante mettere in discussione il mio modo di leggere e interpretare, provare a cimentare la mia visione in questi due progetti, che, per quanto molto diversi fra loro, riguardano entrambi la musica.
Come è stato per lei lavorare su quest’opera verdiana?
Il fatto più insolito per me è stato trovarmi a lavorare con un libretto preesistente e dalla storia piuttosto controversa. Ma ad affascinarmi è stata l’atmosfera assolutamente senza tempo (tanto più evocativa oggi) che Verdi è riuscito a conferire alla sua musica nel 1870. Una partitura avvincente, direi, anche se mi ci è voluto un po’ per apprezzarne il gusto.

Anche lei ha fatto qualcosa di analogo, raccontando al cinema la cantante egiziana Oum Kulthum?

Non volevo fare un film biografico in senso tradizionale, volevo raccontare una storia personale, interrogando le mie “fissazioni” e curiosità riguardo a questa leggendaria figura di donna e artista. Dopo tutto, Oum Kulthum è stata un vero fenomeno: una donna che è emersa dal contado in una società religiosa dominata dagli uomini, riuscendo a diventare la più grande artista del XX secolo nel mondo arabo. Ancora oggi, a 40 anni dalla sua morte, rimane la cantante più celebrata e popolare non solo in Egitto, ma in tutto il Medio Oriente. La sua voce ha toccato i cuori di milioni di persone, indipendentemente da sesso, razza, religione, estrazione sociale. Ho cercato di ripercorrerne la storia e l’eredità, ma con lo sguardo di una donna iraniana che ha affrontato le proprie sfide come artista contemporanea e donna mediorientale.

La voce di Oum fu una sorta di collante della lotta per l’indipendenza e un veicolo di panarabismo. L’arte ha questo potere straordinario?…. ( l’intervista prosegue su Left in edicola).

L’intervista a Shirin Neshat prosegue sul numero di Left in edicola


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Elena Cattaneo, una scienziata (scomoda) in Senato

«Le novità possono mettere a repentaglio le Repubbliche e gli Stati, e allora chi ha il potere, che è ignorante, diventa giudice e piega gli intelligenti». Questa nota vergata da Galileo Galilei sulla copia del suo Dialogo da cui non si separava mai, ci ricorda che la vita dello scienziato in Italia non è mai stata facile. Rivela inoltre quanto lui fosse consapevole dei rischi cui andava incontro sposando la nuova cultura scientifica rinascimentale. Quella nata tra il ‘500 e il ‘600 all’esterno delle università e fondata sull’idea del confronto, della «disputa attorno a qualsiasi cosa». Sia essa su matematica, fisica o ingegneria. Era una cultura pubblica, democratica quella che affascinò Galileo. Ed è nel suo tempo che iniziava a diffondersi il metodo secondo cui chi sostiene una teoria viene invitato a esporre pubblicamente le ragioni per cui pensa che ciò che sta dicendo è vero. Un metodo di pensiero e di confronto talmente attuale e “scomodo” che 400 anni dopo il “processo Galileo” c’è chi – pur senza minacciare più roghi – continua a gettare sabbia dentro il motore della creatività per tentare di piegare la ricerca e la cultura della ricerca a ideologie o logiche di guadagno che con la scienza non hanno nulla a che fare. Pensiamo al caso Stamina, che Left ha seguito sin dalla prima denuncia nel 2009. Nonostante gli appelli e le dettagliate informazioni prodotte dalla comunità scientifica mondiale, un ministro della Repubblica firmò un decreto per consentire la sperimentazione dell’intruglio sponsorizzato da un esperto di marketing (poi condannato per truffa) su dei bambini malati terminali in un ospedale pubblico. In un sol colpo il ministro della Salute Balduzzi ha gettato discredito sulla scienza “ufficiale”, negando 400 anni di storia del metodo scientifico. È in situazioni come questa che trovano ulteriore campo aperto ciarlatani, fattucchiere e sedicenti guaritori. Facendo leva sulla “crisi” del pensiero critico e cavalcando la credulità popolare, particolarmente diffusa in Italia. Venendo all’oggi, per esempio, come ci si può difendere dagli anti vaccinisti e dalle loro “teorie” antiscientifiche? Qual è l’antidoto giusto? Senza dimenticare che nel nostro Paese il rapporto tra opinione pubblica e mondo della ricerca rimane vivo – lo testimoniano i numerosi e affollatissimi festival scientifici di levatura internazionale lungo tutta la penisola -, nelle pagine che seguono, per contribuire a fare chiarezza sull’importanza e sul ruolo sociale della scienza, abbiamo rivolto queste domande a degli esperti che hanno dedicato la vita alla ricerca e alla divulgazione “per amor di verità”: la scienziata e senatrice a vita Elena Cattaneo, la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, lo storico della medicina Andrea Grigolio, il gastroenterologo e saggista Giorgio Dobrilla e i divulgatori Piero Angela e Sam Kean.  (ft)

Senatrice Cattaneo, durante la discussione del ddl sulle vaccinazioni lei ha detto che questa «è una delle più importanti leggi di sanità pubblica della legislatura, quella che più di tante altre migliorerà le prospettive di salute dei cittadini italiani». Eppure la norma è stata approvata non senza “reazioni avverse”. A tal proposito Piero Angela dice in queste pagine che forse più della scienza è sotto attacco il metodo scientifico, la linearità del pensiero che innerva il metodo scientifico. Lei cosa ne pensa? 

Sono d’accordo con Piero Angela ed è grosso modo quello che anch’io sostengo da quando ho iniziato a interessarmi ai rapporti fra scienza e politica. Il metodo scientifico rimane lo strumento conoscitivo più portentoso che l’umanità abbia a disposizione, da alcuni secoli, per controllare i fatti e riconoscere il vero dal falso, procedendo attraverso la progressiva riduzione degli spazi di incertezza e tenendo a bada i nostri pregiudizi e le errate percezioni. È il primo strumento di difesa a presidio della razionalità delle scelte e decisioni. E ci porta delle prove. Non credo sia un caso che esso sia quotidianamente svilito e frainteso. Ad esempio, in decine di anni e studi sperimentali sui vaccini sono state raggiunte evidenze oggettive circa la loro efficacia. Considerarli pericolosi non è quindi un’opinione come un’altra. È solo una falsa credenza, una convinzione soggettiva e ideologica, che viene alimentata per raggiungere obiettivi diversi da quelli dichiarati. È questa la “post-verità” tanto in voga, cui almeno linguisticamente ci siamo arresi, e che non è altro che la difesa fanatica del “falso”, del “non empiricamente controllato”, promosso a “verità alternativa”. 

Le reazioni “avverse” sono avvenute sia fuori che dentro l’aula.

Incredibilmente durante il dibattito sui vaccini da una (piccola) parte del Parlamento abbiamo ascoltato strampalati interventi nei quali, ad esempio, l’innocuo (etil)mercurio è stato confuso con il mercurio, il vaccino della pertosse dato per non protettivo verso la trasmissibilità del patogeno (è esattamente il contrario), erano citate inesistenti morti da vaccino e non ricordate le morti (vere) causate dai patogeni. Tutte cose false ma che costituiscono una verità di comodo perché congeniale agli interessi di chi la narra (e alle aspettative di chi la ascolta).

Come è possibile che nel 2017 in un Paese evoluto e laico ci siano ancora addirittura uomini delle istituzioni ostili nei confronti della cultura (e della storia) della scienza? 

Ritengo che lo spieghi bene Andrea Grignolio, storico della medicina, nel suo libro Chi ha paura dei vaccini (ne parliamo a pag. 46, ndr): il cervello di Homo sapiens non compie scelte razionali, in altre parole spesso sbagliamo di fronte a decisioni in cui compaiono il rischio, la probabilità e le previsioni a lungo termine. Il nostro cervello ha avuto una lunga storia evolutiva durante la quale le scelte da compiere erano relative al presente (e con una aspettativa di vita intorno a 30 anni) e limitate al singolo individuo. L’uomo non si è selezionato per affrontare i temi di cui stiamo parlando, emersi solo recentemente. Diamo quindi maggior peso a informazioni che suggeriscono alti rischi anche se irrilevanti statisticamente, mentre sottostimiamo i benefici e le informazioni a basso rischio, sebbene siano forniti da istituzioni scientifiche e sanitarie. La scoperta e soprattutto la conoscenza di questi processi mentali, sono comunque utili non solo quando si intende fare una buona divulgazione scientifica ma anche per chiunque si trovi a dover mediare tra il mondo della scienza e quello della società, della politica e delle istituzioni. Possono essere tra gli elementi di conoscenza e consapevolezza necessari per capire perché ci sia questa resistenza a inserire nel contesto legislativo le competenze tecnico-scientifiche, ma anche per comprendere come, per fare un esempio recente, il Parlamento abbia potuto considerare attendibile, e materia su cui legiferare (salvo poi correggersi), il cosiddetto “metodo Stamina”.

In una intervista il medico e divulgatore Salvo Di Grazia ci ha detto: «L’ignorante di cento anni fa, era ignorante perché non aveva nessuna informazione, gli mancavano del tutto le notizie. Quello di oggi è ignorante perché ha troppe informazioni e gli mancano i mezzi per selezionarle». Qui sono chiamate in causa indirettamente le politiche scolastiche che non mettono (più) in grado i futuri cittadini di sviluppare il senso critico e quella sensibilità necessaria per distinguere ciò che è coerente con la realtà da ciò che non lo è. Cosa può fare lo Stato per contrastare questa sorta di ignoranza 2.0?

L’“ignoranza 2.0”, nasce dall’“ignoranza classica”, quella che vede il Paese con percentuali di analfabetismo di ritorno impressionanti, cui è difficile porre rimedio se non con programmi di incentivo alla formazione permanente, così come da performance scolastiche che non smettono di descrivere – con le dovute eccezioni – un Paese a più velocità nord/sud. Per altro verso, la rivoluzione digitale in corso, impone anche un ripensamento degli obiettivi propri della formazione, che dovrebbe mirare, non più e non solo al possesso delle nozioni, quanto al senso critico con cui riconoscere e gestire ogni informazione. Nel campo scientifico ad esempio, ancor prima della scoperta, è fondamentale far conoscere il procedimento e le modalità con cui si è arrivata a validare quella scoperta, senza tacere gli innumerevoli fallimenti che accompagnano ogni sfida alla conoscenza. Si tratta proprio di insegnare il metodo scientifico nelle sue fondamenta. Inoltre, in campo scientifico si sperimenta l’ignoranza anche della popolazione più acculturata cui spesso sfuggono alcune nozioni elementari, quali ad esempio la mera conoscenza del processo che da una molecola porta ad un farmaco, le fasi di sperimentazione etc. Si tratta di buchi conoscitivi propri di una classe dirigente che finiscono col lasciare aperte autostrade a chi su questa ignoranza voglia fare leva per interessi particolari. 

Il diritto alla conoscenza, a essere informati, è un diritto costituzionale. È garanzia di democrazia. Questo basterebbe a spiegare perché è importante fare corretta/equilibrata informazione e divulgazione scientifica. Pensando anche alle sue ricerche sulla Corea di Huntington, perché questo concetto fa fatica a passare?

L’Huntington è una malattia ereditaria e neurodegenerativa. Il gene mutato può essere trasmesso di generazione in generazione e quando presente la malattia purtroppo accadrà. Vi sono intere discendenze colpite, con più casi per famiglia. Molti anni fa, in assenza di scienza e conoscenza, la malattia veniva ritenuta segno della presenza del “demonio” per i sintomi cognitivi e motori, caratterizzati da  movimenti a scatti, bruschi, incontrollabili, del corpo, delle braccia e delle gambe, che alteravano anche la gestualità espressiva e la mimica facciale. Ai tempi dei nazisti l’Huntington era una malattia da eliminare, i malati e familiari venivano sottoposti a sterilizzazione obbligatoria e poi alle camere a gas. Ancora oggi c’è uno stigma da combattere, perché si tende a discriminare ciò che non si conosce, lo si ritiene diverso, posizionandolo in una scala inferiore. Le scoperte scientifiche su questa malattia, come su altre, ne hanno spiegato la biologia, dato riconoscibilità e visibilità al problema medico, fornito alcuni farmaci per combattere i sintomi, una forma di assistenza (anche se mai sufficiente), un test genetico e quindi la possibilità di operare in modo autonomo scelte di vita. La scienza può quindi insegnare a essere cittadini migliori rispettosi delle evidenze e insofferenti di fronte agli abusi. La democrazia è quella che riconosce e offre opportunità a tutti sulla base delle prove che si rendono disponibili.

Di recente un bimbo di 7 anni è morto per un’otite curata con l’omeopatia. Nel 2015, la rivista Nature ha inserito l’omeopatia in una speciale classifica dei nove falsi miti “medici” duri a morire. Lei cosa ne pensa?

In sistemi sanitari pubblici universalistici come il nostro, per cui le terapie di ciascuno sono sostenute dalle tasse di tutti, nessun atto medico o cura che non sia “evidence based”, fondato sulle prove, dovrebbe farvi ingresso. A ciascuno – adulto e capace di intendere e volere – la libertà di curarsi (o non curarsi) come preferisce, senza però pensare che questa libertà sia esercitata a spese di altri. Sul merito del tema omeopatia non posso che fare mio il documento del Comitato nazionale di bioetica (Cnb) dello scorso 20 aprile, predisposto da Cinzia Caporale, in cui si giudica criticamente che i preparati omeopatici in commercio in Italia non rechino specifiche indicazioni sull’etichetta, che invece dovrebbero comparire per trasparenza. Andrebbe cambiata la denominazione da: “Medicinale omeopatico senza indicazioni terapeutiche approvate” con “Preparato omeopatico di efficacia non convalidata scientificamente e senza indicazioni terapeutiche approvate”. Se la libertà di scegliere se e come curarsi resta indiscussa rimane il dovere di aiutare i cittadini a fare chiarezza e di eliminare ogni ambiguità tra ciò che ha un senso scientifico e ciò che non è mai stato dimostrato averne. A tal proposito è da rilevare una deprecabile timidezza sul tema dell’omeopatia da parte dell’Ordine dei medici. In occasione del voto sul documento del Cnb il rappresentante dell’Ordine si assentò. Né si possono dimenticare dichiarazioni cerchiobottiste in occasione della tragica morte di quel bambino.  

Pensiamo al caso Stamina. Se un esperto di marketing laureato in scienza della comunicazione arriva a testare un intruglio su dei bambini malati terminali in un ospedale pubblico grazie a un decreto ministeriale, è chiaro che c’è una responsabilità da spartire tra diversi soggetti.

Sul caso Stamina si è assistito ad un colossale deragliamento dalla ragionevolezza mediatica, parlamentare e giudiziaria. Di tutta questa terribile vicenda resta il danno fatto alle persone, ai malati ingannati, ai cittadini abusati nella loro credulità su argomenti che masticano a fatica. Resta anche il danno culturale dovuto al dileggio della medicina, della cultura, delle competenze, dei giovani che nelle aule universitarie si ribellavano all’idea che la propria preparazione potesse essere messa, dalle massime istituzioni nazionali, sullo stesso piano delle chiacchiere di un ciarlatano.

Come può un normale cittadino difendersi da questi ciarlatani e da chi li sostiene?

É sulle spalle di tutti l’onere di informarci per difenderci da chi semplifica e banalizza i temi politici, ma è altrettanto vero che studiare per associarci e dialogare con gli eletti è una buona pratica. Solo se saremo informati e consapevoli dei fatti potremo capire se essere insoddisfatti di chi ci rappresenta, consentendoci di concorrere direttamente all’attività politica, partecipando a costruire la democrazia e, nel caso, determinarci nel «premere o addirittura sostituirci» a chi eventualmente riteniamo essere mediocre.   

A cosa serve la scienza?

Ad ancorare un Paese alla realtà delle prove accertabili, a rafforzare le premesse di una democrazia matura, a migliorare la vita di sempre più persone, ad affrontare il futuro e gli eventi avversi della natura con capacità, realismo e conoscenza, ad allontanarci dai riti magici, dalle superstizioni e dai ciarlatani di cui il mondo continua ad essere popolato. A volte faccio un esperimento con i miei interlocutori, presentandomi come ricercatrice o come scienziata. Le reazioni sono completamente diverse. Alla parola “scienziato” seguono spesso sorrisi e parole divertite, che richiamano l’immaginazione del pazzo studioso da sottoscala tra alambicchi e provette fumanti, sempre pronto a far saltar per aria un bancone di laboratorio. In Germania, Gran Bretagna o Stati Uniti alla parola scienziato si associano spesso frasi di riconoscimento sociale, di ammirazione, di consapevolezza degli anni di studio, di colui che indaga per tutti. Il secondo errore a livello di opinione pubblica è l’abbaglio che la ricerca scientifica serva a generare “prodotti” da vendere. E che quindi sia degna di considerazione solo quella che “cura domani”. 

E qui torniamo al ruolo sociale svolto da chi fa divulgazione.

La ricerca, in tutti gli ambiti del sapere, anche ovviamente quello umanistico, serve a renderci capaci di interrogare tutto ciò che ci circonda, a prepararci moralmente e intellettualmente alle risposte magari diverse da quelle attese, a spingere i nostri pensieri oltre ciò che a prima vista “ci sembra” (basti pensare a come era “trattato” l’Huntington solo un secolo fa), sviluppando un metodo di indagine condivisibile e controllabile, cioè che riproduca lo stesso risultato una volta date le stesse condizioni sperimentali, e su questa oggettività affinare la nostra capacità di convivenza sociale, nel frattempo sviluppando metodi sempre più efficaci per studiare ambiti inimmaginabili, e raggiungere obiettivi imprevedibili. I “prodotti” della scienza sono persino meno importanti e certamente meno duraturi della scienza, perché ogni giorno si aggiornano. Quello che resta per sempre è l’acquisizione di un metodo, l’allenamento al pensiero critico, al fallimento, la consapevolezza della conquista per tutti. Sono acquisizioni che diventano modo di vivere, e dei quali, una volta provati, non ne puoi più fare a meno. Ben poco di questo è di dominio pubblico. Non bisogna raccontare la sublimità delle scoperte e la loro “inavvicinabilità”, diceva il premio Nobel Ramon Cajal. Bisogna parlare degli uomini che le hanno condotte, della loro fatica, dei loro fallimenti, delle tante strade sbagliate. Si scoprirebbe così – scriveva – «che i grandi intellettuali, i grandi studiosi per quanto geniali possano essere, alla fine sono esseri umani, come tutti gli altri». Questo è per me lo scienziato. Credo che si debba raccontare questa scienza.

L’intervista alla senatrice a vita Elena Cattaneo prosegue su Left in edicola


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In Tunisia, tra i pescatori di Zarzis che respingono gli xenofobi

«I razzisti qui non entreranno», dice chiaramente Chamseddine Bourassine, presidente dell’associazione dei pescatori di Zarzis, città costiera del sud della Tunisia e vicina al confine libico. È appena tornato da cinque lunghi giorni di pesca, sotto un sole cocente di agosto che ha fatto alzare le temperature a ben oltre i 40 gradi. Stanchissimo e seduto al bar del porto, chiacchierando con colleghi e amici tra un caffè e una sigaretta, viene informato da altri pescatori dell’imminente arrivo della nave C-Star, noleggiata dal gruppo europeo di Generazione identitaria e partita con l’intento di sabotare le missioni di salvataggio delle Ong europee.
L’aria bonaria svanisce mentre inizia a girovagare in tutte le direzioni chiamando al telefono la capitaneria di porto, colleghi pescatori e amici. «Di qui non passano!» continua a ripetere in modo cupo.

In rete, il collettivo antirazzista del Nord Africa stava monitorando la C-Star, e si era mobilitato in tutte le città costiere tunisine, informando le capitanerie di porto e creando reti civili di appoggio per contrastare l’arrivo degli “identitari”. Ugtt, il potente sindacato tunisino, Ftdes, il Forum economico e sociale, la Lega dei diritti umani, tutti si sono uniti alla mobilitazione impedendo, di fatto, l’approdo di C-Star in suolo tunisino. Ma a rendere l’azione veramente significativa è stata la manifestazione spontanea dei pescatori di Zarzis.

Dal piccolo caffè del porto è partito un passaparola telefonico tempestivo. Salah Mcherek, capitano di una sardiniera, cammina avanti e indietro attaccato al telefono per allertare i colleghi ai porti di Gabes e di Sfax: «Si chiama C-Star, sono un gruppo di razzisti» agita la mano per spiegarsi. Con andatura fiera e sorridente porta due sacchi pieni di palloncini colorati per addobbare le tre piccole imbarcazioni che serviranno a fare il blocco del porto, mentre arrivano Andrea e Walid, coppia mista italo-tunisina. «Ho lavorato qui per anni prima di imbarcarmi nel 2011» sulle primissime imbarcazioni per l’Italia. «Quando Mohamed El Aoudi ci ha chiamati, siamo subito accorsi per dare il nostro sostegno alla protesta» continua Andrea…

Il reportage di Giulia Bertoluzzi prosegue su Left in edicola


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Lucia Ianniello, dipingere con i suoni

Lucia Ianiello

Un disco live regala l’imprevisto, racchiude l’imperfezione, costringe l’ascoltatore a un rapporto dinamico”. Queste le parole, quasi una melodia, con cui la musicista Lucia Ianniello ci presenta il suo nuovo progetto musicale: Live at Acuto Jazz, uscito il 30 giugno. Era agosto dello scorso anno, la notte delle stelle, nella chiesa di San Sebastiano ad Acuto, in occasione dell’omonimo e suggestivo festival frusinate, accompagnata dal suo quintetto (Diana Torti, voce; Andrea Polinelli, sassofono e flauto; Paolo Tombolesi, tastiere; Cristina Patrizi, basso elettrico), Ianniello si esibiva con i brani del precedente album, Maintenant. L’eccellente registrazione dell’evento ha portato l’etichetta a pubblicare questo live. Brani della stessa musicista che si alternano a quelli di Horace Tapscott e agli altri membri della P.A.P.A., acronimo della Pan Afrikan Peoples Arkestra, come Jesse Sharps, Michael Session, più un pezzo del contemporaneo Fuasi Abdul Khaliq, che il 27 agosto saranno presentati a Velletri nella rassegna Chiostro in musica; mentre il 30 agosto al Diva’s jazz, alla Casa internazionale delle Donne di Roma. Un lavoro, espressione di un rapporto, quello intenso con il gruppo, condizione imprescindibile ammette l’artista, e di un cambiamento, quello suo personale, quando anni fa ha incontrato Massimo Fagioli e l’Analisi collettiva: «Ho sentito l’esigenza di riacchiappare i suoni così ho cominciato a prendere di lezioni di canto. Man mano che andava avanti il rapporto con Massimo Fagioli, le cose mi si chiarivano, capivo come lavorare sulla voce, facendo scelte timbriche su paesaggi sonori come chi usa i pennelli. Poi mi sono innamorata degli ottoni. Massimo ha portato i suoni nella mia vita».
Potremmo dire che questo album è un’evoluzione del precedente?
A differenza del primo disco, questo va in profondità, essendo dal vivo. I brani si aprono ad ampie aree di improvvisazione collettiva nelle quali i musicisti dialogano tra loro, sperimentando e rischiando un linguaggio musicale mai scontato.
L’album, attingendo dal repertorio della P.A.P.A., è il frutto di una ricerca teorica, confluita nella tua tesi di diploma in jazz al Conservatorio.
Nel 2010 stavo cercando un argomento per la tesi e mi sono imbattuta in un’intervista fatta a Horace Tapscott, al festival Verona Jazz nel 1987. Ho scoperto un personaggio incredibile, in Italia ai più sconosciuto, di cui si parla troppo poco. Esponeva il suo concetto di musica contributiva e non competitiva; del fatto che non si può fare musica sotto il giogo del mercato, indirizzando la propria ricerca in finalità che non sono quelle della propria libera espressione. Molto spesso i contesti collettivi, sociali, soprattutto se problematici, vanno ricompattati e in questo il ruolo dell’arte, in particolare della musica, può essere risolutivo per la velocità che ha di essere veicolata tra la gente. Con queste idee, lui ha fondato la P.A.P.A., insieme ad altri artisti.
E quando hai sentito la loro musica?
L’ho trovata modernissima. Le composizioni mi hanno fatto venire i brividi, e poi le ho completamente reinterpretate, esprimendomi come sono io.
Intendere la musica che va oltre l’espressione artistica, ma ha forza di contenuto sociale, potrebbe essere una soluzione.
Le arti sono da potenziare e la musica in particolare. L’educazione musicale forma il pubblico, che all’estero è preparato perché ci sono molti luoghi dove fare musica e la gente è formata di più, senza parlare di Cuba dove c’è molta attenzione all’ educazione musicale. Da noi mancano le scuole per la formazione teorica, ma anche pratica, fin dalle scuole primarie. Nell’orizzonte delle politiche di sinistra è un tema importante…
Sì, visto che noi siamo alla ricerca di una nuova sinistra potremmo ripartire da qui. L’importanza delle arti all’interno del tessuto sociale è un bene primario, come l’acqua.

Francesca Bria, assessora di Barcellona: «Serve una politica aperta non lo stato di emergenza»

BARCELONA, SPAIN - AUGUST 21: Two women hug as they mourn during a demonstration against terror attacks and solidarity with the victims of the terror attack in Barcelona, Spain on August 21, 2017. (Photo by Albert Llop/Anadolu Agency/Getty Images)

«Abbiamo provato dolore, rabbia, disgusto, inquietudine. Ma anche un grande orgoglio per la reazione della città». Francesca Bria, economista italiana, è assessora all’innovazione tecnologica, chiamata dalla sindaca Ada Colau a coordinare la strategia digitale su cui si fonda la democrazia partecipativa a Barcellona.
Qual è stata la reazione dell’amministrazione?
La nostra priorità, nell’immediato, è stata la gestione operativa dell’emergenza per dare tutto il supporto possibile alle vittime e ai feriti. È stata esemplare la reazione di tutti: la polizia locale, il servizio d’emergenza e gli operatori comunali e c’è stata la collaborazione fra la polizia catalana e la guardia civile, la polizia centrale e i servizi di intelligence. Ma soprattutto è stata esemplare la reazione dei cittadini a livello umano: le persone hanno risposto a partire da piccoli ma significativi gesti come quello dei tassisti che hanno messo a disposizionei loro veicoli per l’emergenza. Oppure le centinaia di persone che hanno donato il sangue, i lavoratori dell’aeroporto che hanno interrotto lo sciopero in corso, gli abitanti che hanno offerto le proprie case a chi ne avesse bisogno e poi le migliaia di persone che si sono messe in fila al Comune per firmare il libro di condoglianze in solidarietà con le vittime e le loro famiglie.
L’attentato ha provocato rigurgiti xenofobi?
Il giorno dopo gli attacchi, oltre centomila persone hanno partecipato ad una manifestazione a Plaza Catalunya. Hanno anche cacciato i pochi neonazisti presenti al grido di «Fuori i fascisti dei nostri quartieri», non permettendo alcun gesto di intolleranza, razzismo e islamofobia. Oggi (21 agosto ndr), centinaia di persone hanno partecipato ad una cerimonia interreligiosa indetta da oltre 153 comunità musulmane per dire no al terrorismo e alla violenza barbarica. Tutti sono stati chiari nell’affermare la convivenza nella diversità e nel richiedere una riflessione profonda per espellere «ideologie perverse». Sabato 26 abbiamo lanciato una manifestazione cittadina al grido di «No tinc por!», non ho paura. Ci saranno centinaia di migliaia…

L’intervista a Francesca Bria prosegue su Left in edicola


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Non si può “combattere” senza capire

«Non c’è niente da capire solo da combattere» disse Manuel Valls dopo la strage al Bataclan, rivendicata dall’Isis. «Una frase profondamente sbagliata» dice lo scrittore catalano Javier Cercas. «Il problema è che non si può veramente combattere senza capire. Non bastano gli eserciti, non basta la polizia. Bisogna capire. Capire non significa affatto giustificare, al contrario significa dare a noi stessi le armi per combattere tutto questo. Se non capiamo perché un ragazzo di vent’anni compie un gesto così folle è impossibile mettere fine a questa pazzia», ha detto l’autore di Anatomia di un istante, intervistato da La Stampa. Poche parole, essenziali, quelle dell’autore di tanti romanzi che cercano di indagare l’invisibile, il latente, ciò che le cronache non riescono a dire di stragi, attentati, dittature. Come può accadere che un ragazzino si faccia esplodere uccidendo adolescenti a manciate durante un concerto come è accaduto a Manchester? Cosa è successo nella mente di quel ventenne che alla guida di un furgone si è lanciato su turisti e passanti come fossero birilli, oggetti e non persone in carne ed ossa? La cosmopolita Barcellona il 26 agosto torna a manifestare, ripetendo: «Non abbiamo paura». La coraggiosa reazione della città catalana, che ha una lunga tradizione di ospitalità e accoglienza, è raccontata in queste pagine dalla viva voce dell’assessore Francesca Bria.

Da Barcellona è arrivato in redazione anche il toccante messaggio del soprano Romina Krieger, che come tanti ragazzi italiani si è trasferita nella città catalana, per passione e lavoro. «Anni fa, Jaume Sisa, scrisse una canzone: “Han tancat la Rambla”, hanno chiuso la Rambla, hanno cacciato tutti, hanno spogliato gli alberi da uccelli e fiori», ricorda Romina. «17 agosto 2017: la Rambla ha chiuso a causa dell’orrore, del crimine orribile. Ma oggi? Oggi la città è viva, combatte, si rialza e non è disposta a cedere. La Rambla stamattina era di nuovo piena, per non dimenticare, per non arrendersi. Quel mezzo chilometro di via pedonale, simbolo della città, ha subito urlato “no temim por”, non abbiamo paura. No! Non abbiamo paura. Non si può chiudere uno spazio libero, non si può smettere di immaginare il futuro». «Non chiuderemo le porte, non alzeremo muri», le fa eco la sindaca di Barcellona Ada Colau, rifiutando la xenofobia delle destre che strumentalizzano la paura per cercare di criminalizzare l’immigrazione. La capacità di reagire è fondamentale per uscire dalla paralisi indotta dal terrore, lasciando fluire il dolore.

Per saper reagire è necessario capire. Tornano a risuonare le semplici parole di Javier Cercas. È urgente capire non solo cosa non abbia funzionato nei servizi di intelligence e in quei presidi territoriali che avevano avuto l’opportunità di cogliere segnali di profondo malessere in alcuni ragazzi della cosiddetta cellula spagnola che al grido di Allah Akbar ha ucciso e ferito persone inermi. Sono storie che si ripetono. In Spagna, in Inghilterra, come in Italia. L’abbiamo scritto nel caso della coppia dei giovani foreign fighters partiti dalla provincia torinese per andare a combattere per l’Isis, come nel caso del giovane italo marocchino, partito da Bologna, per prendere parte all’attacco terroristico sul London Bridge. La domanda che ritorna è, come può un ragazzino arrivare a perdere completamente gli affetti e il rapporto con l’umano al punto da uccidere in modo freddo e pianificato in nome di dio? Come possono dei compagni di scuola diventare un gruppo psicotico che compie azioni criminali sulla base di una ideologia religiosa che inneggia alla reconquista di Al Andalus, dove vissero i Mori dal 711 al 1492? Loro, ma neanche noi, ci ricordiamo che l’Andalusia per secoli è stata una straordinaria fucina culturale araba e musulmana. Per cercare di capire occorre tornare a interrogare la storia facendo i conti con quelle sedicenti radici cristiane dell’Europa che hanno prodotto feroci crociate e innumerevoli figure di martiri guerrieri. Occorre fare i conti con il passato colonialista e il persistente razzismo che si nasconde sotto il nostro orgoglioso eurocentrismo. Un lavoro immane. Intanto, ci siamo detti, potremmo andare a vedere la mappa degli attacchi terroristici nel mondo, potremmo cominciare andando a vedere quel che accade a Ouagadougou, a Bamako, a Nairobi e a Mogadiscio oppure in Yemen. La settimana scorsa l’Isis, Al Qaeda e Boko Haram hanno fatto stragi di civili, ma i giornali italiani non ne parlano, domandiamoci almeno perché.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto dal numero di Left in edicola


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La potenza distruttiva della religione

epa06156140 A message reads 'We are all Barcelona. Madrid cries with you but we will also smile again. We have no fear' next to other messages, soft toys and flowers placed at Blanquerna library in the Catalonian Government headquarters in Madrid, Spain, 22 August 2017, as tribute to the victims of the terrorist attacks in Catalonia. At least 15 people were killed and some 130 others injured after cars crashed into pedestrians on the La Rambla boulevard in Barcelona and on a promenade in the coastal city of Cambrils on 17 August. The so-called 'Islamic State' (IS) claimed responsibility for the attacks in Barcelona and Cambrils. EPA/DARWIN CARRION

L’esistenza di una agguerrita e nutrita cellula terrorista con base a Ripoll – piccolo centro della Catalogna a ridosso dei Pirenei -, la strage alla Rambla di Barcellona e la fallita strage (con uccisione dei cosiddetti “soldati del Califfato”) a Cambrils hanno colpito molto di più l’opinione pubblica, almeno quella italiana, rispetto agli attentati di Stoccolma o del London Bridge, in poco tempo digeriti e archiviati, nonostante la presenza, a Londra, dell’italo-marocchino Youssef Zaghba per il quale l’Italia era la seconda patria.
Questo perché la sensazione diffusa è che i destini della Spagna potrebbero essere simili a quelli che attendono l’Italia, che è sempre di più nel mirino della propaganda del Califfato. Roma, ossia il cuore della cristianità, è da tempo un obiettivo simbolico palesemente dichiarato, tanto che lo slogan utilizzato dopo la strage parigina del Bataclan (e di altri luoghi) era “Parigi prima di Roma”, per indicare che la capitale italiana aveva un destino segnato.
Ma, al di là dei timori, si può dire che la strage di Barcellona ha segnato un punto chiaro rispetto alle strategie dell’Isis. Ossia che con l’approssimarsi della sconfitta militare (e quindi con il venir meno dell’immagine “vincente” che è stato il principale volano per il reclutamento) è probabile che lo Stato islamico, non più “Stato” che governa un territorio, possa “qaedizzarsi” e diventare una temibilissima forza terrorista capace di colpire sull’intero pianeta, indipendentemente da calcoli politici che non sono propri dei seguaci di al-Baghdadi ma che…

L’articolo di Gianni Cipriani apre la cover story e prosegue su Left in edicola


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