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La scrittrice Ribka Sibhatu: «In Eritrea c’è ancora la schiavitù»

«Italiani brava gente è un’espressione che non usano solo gli italiani. Anche mia nonna la usava, per dire che si trattava di gente sapiente, dalla lunga civiltà. Intorno ai dieci anni, però, ho scoperto che gli italiani, appena arrivati in Eritrea, avevano espropriato i nostri terreni e che la mia famiglia era stata ridotta alla povertà», racconta la scrittrice Ribka Sibhatu, che abbiamo incontrato a Roma al Convegno dell’associazione Amore e Pische Diversità nell’uguaglianza  e che abbiamo ritrovato con i suoi libri di fiabe e racconti al Salone del libro di Torino allo stand dell’editore Sinnos.  Il colonialismo italiano in Eritrea è un buco nero nella nostra memoria. Ma non in quella di chi l’ha subito. «Ben presto non solo, ho scoperto le leggi razziali, che ci giudicavano inferiori e ci impedivano di frequentare il centro di Asmara. Allora, sconvolta, chiesi a mia nonna come mai amasse tanto gli italiani. E lei mi rispose: Figliola, stai attenta: non confondere gli italiani e la cultura italiana con la politica italiana. La politica è una cosa; gli italiani sono un’altra cosa. La penso così anch’io tanto che dovendo scegliere fra l’Inghilterra e l’Italia ho deciso di venire qui».

La realtà del colonialismo però era ben diversa.
I nostri colonizzatori sono stati uno peggiore dell’altro. C’è un detto eritreo che lo riassumebene: “Gli italiani ci dicevano mangiate e non parlate; gli inglesi, parlate e non mangiate; gli etiopi, non mangiate e non parlate”. La cosa grave del colonialismo italiano è l’eredità che ci ha lasciato: l’ignoranza. Per 60 anni ci è stata proibita l’istruzione. E questo nel ’41, nonostante l’Italia avesse investito parecchio in Eritrea e l’Eritrea fosse uno dei Paesi più sviluppati dell’Africa subsahariana. Poi ci hanno federato e l’Italia ci ha tradito, consegnandoci all’Etiopia. Ne sono seguiti 30 anni di guerra. E adesso dove siamo? Al processo di Khartoum, con il quale l’Italia ci ha tradito ancora una volta, rafforzando la dittatura più feroce del mondo, che ci sta letteralmente sterminando.

Qual è la situazione oggi sotto il presidente padrone Isaias Afewerki?
La peggiore possibile. Nel 2016 per l’ottavo anno consecutivo l’Eritrea è all’ultimo posto nella classifica di Reporters sans Frontières e Freedom House sulla libertà di stampa, occupando il 180° posto e venendo definita “una dittatura dove l’informazione non ha alcun diritto”. Dopo il processo di Khartoum, proseguito a Roma e a Malta, Isaias Afewerki si è sentito protetto peggiorando la schiavitù. Forse non tutti sanno che in Eritrea vige una schiavitù mascherata sotto forma di servizio militare. Un anno prima di finire le scuole superiori i giovani vengono portati nei campi militari, dove vivono con una paga di 10 euro al mese che non basta neanche  alla loro sussistenza. Prima del processo di Khartoum il limite di età per il servizio militare era 50 anni, ora è stato portato a 70 anni. Tutta la vita a 10 euro al mese, affamati e schiavi, privati del diritto di parlare. È per evitare la leva obbligatoria che molti ragazzini stanno arrivando in Europa. Il Paese si sta letteralmente svuotando. Eravamo 5 milioni, adesso non so neanche se siamo 3 milioni.

E l’Europa, l’Italia, cosa fanno? 
Invece di aiutare noi dissidenti, rafforzano una dittatura terribile, creando in Eritrea i germogli per una futura Siria dove crescono le vittime dell’Isis. Possiamo immaginare cosa può succedere a un popolo offeso, privato della propria cultura senza consapevolezza della propria storia.

Come se ne può uscire?
Con l’educazione, con la storia. Dobbiamo investire nella pace, nel futuro, perché siamo tutti sulla stessa barca.Quando sono arrivata in Italia, 30 anni fa, tanti vecchietti mi cantavano “Faccetta nera”, pensando di essersi comportati bene in Eritrea. Oggi i giovani non sanno neanche dove si trovi l’Eritrea. L’ignoranza della propria storia è la cosa peggiore che può succedere, perché ti fa perdere l’orientamento verso il futuro.

Lei è stata in carcere e poi è stata costretta all’esilio. Qual è la sua vicenda personale?
Sono stata in carcere durante il regime di Menghistu Hailè Mariàm, prima dell’arrivo di Isaias Afewerki. La mia unica colpa è stata quella di aver rifiutato di sposare un generale che mi voleva in moglie. Il governo però mi ha accusata di essere una spia di quei guerriglieri che ora sono al potere. Ovviamente non c’entravo nulla con le accuse che mi erano state mosse, anche il mio aguzzino se ne accorse già il primo giorno. Fortunatamente io parlavo perfettamente l’amarico, che è la lingua dei colonizzatori etiopi, perché sono vissuta in un ambiente interculturale fra etiopi, cristiani e musulmani. Perciò ebbi modo di spiegarmi. Sono stata fortunata, perché, le altre donne arrestate con me hanno subito violenze per mesi. Alle donne erivano le piante dei piedi e le costringevano a camminare nella ghiaia con i piedi sanguinanti. Molte svenivano per il dolore. Mentre tornavo in cella dalla sala delle torture, per il dolore delle percosse alla schiena mi sono accasciata e ho sentito il mio torturatore dire ai suoi colleghi che ero innocente, come se il mio esame fosse finito. Poi cercarono di arruolarmi come infiltrata e volevano inviarmi in Russia. Temendo ritorsioni per il mio “no”, decisi di fuggire dal Paese.

Quando ha trovato “la propria voce” come scrittrice?
Durante la mia fuga dall’Eritrea portai con me quattro libri. Uno era Il diario di Anna Frank. Mi colpì il fatto di vivere nascosta come lei. Mi sentii meno sola. “Ma come, i morti parlano con i vivi?” pensavo. Decisi  così di misurarmi con la scrittura.

L’Eritrea ha una grande tradizione di narrazione orale, fiabesca e poetica, in che modo ne ha tratto ispirazione?
Io vengo da una famiglia agiata, di cosiddetti feudatari, nella quale c’era un forte culto degli antenati. Quando ero bambina mia mamma mi parlava del nostro albero genealogico, raccontandomi storie che risalivano anche a 500 anni fa. In famiglia sono l’unica ad essere rimasta folgorata da questa tradizione e sto cercando, da un lato, di proseguire la mia ricerca e, dall’altro, di continuare a trasmettere la nostra storia.

I suoi libri sono pubblicati da Sinnos con testo a fronte, in italiano e tigrino. La possibilità di avere un doppio sguardo in che modo arricchisce la sua visione?
Ora le due lingue convivono dentro di me  in armonia. C’è stato un periodo della mia vita in cui stavo per perdere il tigrino, perché prevaleva l’italiano, poi l’ho recuperato e ora penso e sogno in tutte e due le lingue.  Dopo l’ultimo tradimento del processo di Khartoum, mi sono sentita offesa e per un attimo ho pensato di andare via e di rinunciare a scrivere in italiano, perché questi politici stanno facendo soffrire di nuovo il mio popolo. Ci ho riflettuto, parecchio, e mi sono resa conto che non siamo solo noi ad essere danneggiato. Parlo l’italiano  anche per denunciare la violenza che il mio popolo sta subendo.
Per aiutare gli immigrati e i rifugiati a diventare sempre più risorsa, lavorando e conoscendo i propri diritti e doveri. Anche per questo ho deciso di accettare l’invito dei Radicali a candidarmi alle prossime elezioni per la IX circoscrizione e per il Comune di Roma.

(Ha collaborato Jennifer Zocchi) @simonamaggiorel

I rifugiati di piazza Indipendenza: li vogliono mandare a Rieti per far scoppiare una guerra

«Ieri la polizia mi ha picchiata davanti a mio figlio. Guardate cosa mi hanno fatto», dice una giovane rifugiata eritrea mostrando il braccio destro, su cui è visibile un’evidente contusione. «Ecco come hanno trattato una donna incinta – dice –  hanno usato manganelli e idranti, come se fossimo animali. Dove dormiremo adesso? Siamo in Italia da 10 anni e non abbiamo nessuna libertà. Dov’è la libertà?».

Le storie di chi è stato sgomberato dal palazzo di via Curtatone a Roma e ha poi subìto le cariche della polizia ieri a piazza Indipendenza sono molte e sono state in parte raccontate questa mattina alla conferenza stampa che si è tenuta davanti al Municipio II. C’è chi ricorda le parole dei poliziotti di ieri: «ci hanno detto che dovevamo essere scacciati come i ratti». Durante le testimonianze vengono mostrate e tenute in alto le fotografie delle cariche di ieri mattina, la rabbia e la frustrazione sono visibili nei volti delle donne e degli uomini presenti.

Sono poi intervenuti anche i vari portavoce delle associazioni umanitarie presenti. «Gli alloggi offerti a Rieti di cui tanto si è parlato erano del tutto inaccettabili, non solo per le stanze, in cui ad esempio non c’era una zona adibita per la cucina e per il numero insufficiente ad accogliere le famiglie intere, senza dividerli, ma anche per l’ubicazione. A Rieti ci sono persone che hanno perso la casa per il terremoto, è una realtà martoriata e  ospitare dei rifugiati avrebbe sicuramente creato malcontento e altro disordine sociale», ha spiegato un portavoce dei sindacati di base intervenuto durante la conferenza. In ogni caso, se davvero venissero trasferiti alcuni rifugiati nelle zone dove è ancora in corso l’assegnazione di appartamenti ai terremotati del 2016, è facile intuire la tensione che si verrebbe a creare. Con il rischio concreto di un’ennesima guerra tra poveri.

E così, mentre la prefetta di Roma Paola Basilone in un’intervista al Corriere della Sera definisce le cariche della polizia di ieri un’ «operazione di cleaning» perfettamente riuscita, l’assessora alle Politiche sociali Laura Baldassarre è all’estero e dichiara in un comunicato che «sugli sgomberi abbiamo fatto la nostra parte a 360 gradi» e la sindaca di Roma non ha fatto sapere nulla e non è intervenuta, anche stanotte si è dormito per strada. Si organizza intanto una manifestazione per sabato 26 agosto che parte alle 16 da piazza Esquilino.

Psichiatri Usa contro Trump: Sta mettendo a rischio la sicurezza nel mondo

epa06158917 US President Donald J. Trump returns to the The White House after a trip with stops in Arizona and Nevada; in Washington, DC, USA, 23 August 2017. EPA/CHRIS KLEPONIS

Non lo dicono più solo i suoi avversari politici, i membri del Partito Democratico statunitense e i ragazzi delle strade nordamericane che manifestano contro la sua politica pro-suprematisti. Il presidente Donald Trump «è un chiaro e reale pericolo per il mondo, e non ci vuole più uno psichiatra per riconoscere gli allarmanti modelli di comportamento impulsivo, sconsiderato e narcisistico che assume».

Questa è una delle frasi chiave di una lettera spedita da un gruppo di medici e psichiatri al Congresso americano, per spiegare, e forse anche per svegliare, i suoi rappresentanti: Donald Trump è alarming, allarmante, reckless, sconsiderato e ha un narcissistic behaviour, un comportamento narcisistico. La lettera è stata spedita ad entrambi i rappresentati dei partiti, sia quello Democratico che quello Repubblicano. Secondo il parere degli psichiatri e dei medici, Donald Trump è instabile, soffre di disturbo narcisistico, non è capace di alcuna empatia. In una sola parola – scrivono gli scienziati – è un «pericolo».

Questo responso via lettera arriva nel momento in cui i titoli d’apertura dei maggiori quotidiani americani riguardano «le preoccupazioni bipartitiche e il dibattito acceso sulla salute mentale del presidente», scrive Usa Today. Ma, specialmente dopo la richiesta dei democratici, che hanno promosso la creazione di una «cross-party Oversight Commission on Presidential Capacity», una commissione bipartitica per la sorveglianza della capacità presidenziale, ovvero un team medico che diventerebbe responsabile della salute mentale e fisica del presidente dello Stato con l’arsenale più letale del mondo.

La prima voce ad alzarsi è stata quella di Jamie Raskin, un membro del Congresso del Maryland, e sono sempre più quelli che lo appoggiano. Raskin ha promosso la creazione del team medico e il giudizio della commissione potrebbe forzare Trump a lasciare la Casa Bianca se “unfit”, inadatto al ruolo. La creazione della commissione medica che determinerà lo stato della capacità fisica e mentale del presidente è prevista dal venticinquesimo emendamento della Costituzione statunitense, ratificata 50 anni fa, ma fino ad ora nessuno vi ha mai fatto ricorso.

Questo dibattito che sta scuotendo la società americana si è intensificato negli ultimi giorni, mentre Trump visitava i suoi elettori in Arizona, a Phoenix. Da quel palco, commentando la proposta del suo Congresso, Trump non ha detto niente di nuovo: è tutta roba fatta dai media disonesti, dai maledetti media disonesti, damned dishonest media.

Sedotti dai bei libri. La città dei lettori, da Firenze a New York

«Vivi la tua serata, chiacchiera con gli amici, bacia il tuo amore ma non dimenticarti di prendere un libro in regalo. La città dei lettori è questo: un progetto che vuole invitare alla lettura, con libri di qualità, regalando un libro proprio dove i libri non sono protagonisti. L’omaggio del libro è un gesto di condivisione della cultura e di responsabilità. Ogni libro regalato porta con se il piacere della lettura e la responsabilità del dono, che in questo caso è fortemente selezionato e deciso dall’Associazione Culturale Wimbledon, organizzazione promotrice dell’iniziativa». Così il giornalista e responsabile eventi della libreria Clichy, Gabriele Ametrano, racconta La città dei lettori, il progetto da lui stesso ideato con l’associazione culturale Wimbledon di cui fa parte insieme a Gianluca Caputo e Martina Lazzerini. Con questa iniziativa, da maggio a oggi,  ha già consegnato nelle mani di potenziali lettori quasi trecento libri, invitandoli a tuffarsi nelle pagine di grandi classici e di novità editoriali. «L’idea è quella di riacquistare lettori – spiega Ametrano – . Negli ultimi anni circa 4 milioni di persone si sono allontanate dalla lettura secondo i dati  dell’ Associazione Italiana Editori (Aie) . Un dato sconfortante, che in qualche modo deve essere combattuto». Da qui, dalla volontà di reagire a questa triste quadro italiano è partita il 4 maggio a Firenze l’iniziativa che nel frattempo ha già contagiato positivamente Volterra, Carrara e  Padova, mentre altre città si stanno attivando per  adottare il progetto. «Fino al 26 settembre sono stati programmati dodici appuntamenti in alcuni luoghi che faranno vivere la cultura nell’estate di Firenze. Lo scorso luglio è stato presentato il calendario dei quattro mesi successivi, da ottobre a gennaio, e – aggiunge Ametrano – ci si guarda a  dicembre quando saranno presentati gli eventi del 2018, da febbraio a maggio. Il traguardo sarà a giugno  del prossimo anno quando la Stazione Leopolda di Firenze diventerà “La città dei lettori” un evento che vuole cambiare la prospettiva degli appuntamenti editoriali nazionali ponendo al centro dell’attenzione il lettore e il libro».

La risposta a questo nuovo progetto è stata da subito di grande interesse. «Nei primi tre appuntamenti sono stati regalati 191 libri trasformando altrettante persone in lettori. L’obiettivo è arrivare nel 2018 a 4.000 volumi regalati, creando una nuova collettività di lettori». Il successo della manifestazione si deve anche all’abbinamento fra i luoghi scelti e i libri. «Chiunque passi la serata in uno dei luoghi scelti verrà omaggiato di un libro, che potrà scegliere tra almeno dieci titoli selezionati di case editrici italiane , una casa editrice per serata, con 100 copie disponibili». Come selezionate le case editrici?». Scegliamo fra quelle culturalmente più attive nel settore, sono tutte libere dall’ombra dell’editoria a pagamento o doppio binario, e le loro pubblicazioni rappresentano l’eccellenza nel mondo del libro», precisa l’ideatore del progetto. Fra i marchi coinvolti troviamo Sellerio, Voland, Edizioni Clichy, Sur, Newton Compton, Franco Cesati, Giulio Perrone e L’Orma. Scendendo più  nel dettaglio della casa editrice Sellerio è stata scelta la collana “Il divano” con, ad esempio, La casa del tesoro di Nathaniel Hawthorne e la traduzione di Eugenio Montale o Del Bello di Nicolò Tommaseo.  Nel carnet de La città dei libri c’è  la collana “Little Sur”, con autori sudamericani come Julio Cortázar o Juan Jose Arreola.  Le Edizioni Clichy sono presenti con la  collana “Sorbonne”, che ripropone figure di scienziati e intellettuali che hanno immaginato prospettive diverse del contemporaneo. Per Voland c’è Vanni Santoni  ma anche una popolare scrittrice come Amelie Nothomb. Con Newton Compton Editori e L’Orma arrivano Rimbaud, Verga, Emilie Bronte. Del lavoro di Giulio Perrone editore è stata selezionata Passaggi di Dogana che invita a viaggiare nella letteratura delle città europee. A questo nucleo iniziale si stanno aggiungendo anche altri esempi virtuosi di editoria. «Le case editrici coinvolte hanno un ricco catalogo a cui attingere e prestare attenzione, per qualità letteraria, scouting, idee e progetti editoriali». Nelle scelte spiccano l’interesse delle narrazioni, la contemporaneità dei testi o le peculiarità dei soggetti trattati, «perché il grande pubblico possa goderne e avvicinarsi alla lettura con interesse».

Se volete unirvi a “La città dei lettori”, l’appuntamento è per domenica 3 settembre al Bistrot Santarosa, sul Lungarno di Santa Rosa, il 13 settembre al Circolo AS Aurora in via Vasco Pratolini, 2 e il 27 settembre da Zenzero biocatering in via del Ponte Sospeso 22, a Firenze. «I libri –  precisano gli organizzatori – saranno distribuiti gratuitamente ai partecipanti, uno a testa, fino ad esaurimento della fornitura della serata, che sarà di cento copie ad appuntamento, con dieci titoli a serata, da Arthur Rimbaud a Julio Cortázar, da Jane Austen a Luigi Pirandello, passando per le nuove narrazioni di Amelie Nothomb e alle passeggiate letterarie insieme a James Joyce o Claudio Magris». Solo per fare degli esempi.  A chi riceverà il libro verrà chiesto di inviare una breve recensione che sarà  pubblicata sul sito www.lacittadeilettori.it e condivisa tramite social network.  Da Firenze, intanto,  il progetto si sta estendendo a  molte altre città, come accennavamo. Gli amici de La città del libro guardano lontano. Un’anticipazione? «Stiamo preparando un progetto per New York – rivela a Left Gabriele Ametrano -. A marzo 2018, porteremo libri di autori italiani nella Grande mela».

 

Il giorno nero. Nero

Italian law enforcement officers use water cannons to disperse about a hundred migrants protesting at Indipendenza square after the evacuation, on 19 August, of an occupied building in Rome, Italy, 24 August 2017. The building was mainly occupied by asylum seekers and refugees from Eritrea and Ethiopia. ANSA/ANGELO CARCONI

Ieri in piazza Indipendenza i poliziotti (che eseguono ordini, i responsabili sono quelli che li danno, gli ordini) hanno sparato in faccia  gli idranti contro i migranti (regolarmente rifugiati politici, per intendersi), prendendo donne, bambini e qualche disabile. Così. Con quell’arroganza e demenza umanitaria di cui di solito si scusano dopo una quindicina d’anni. Protetti da una coltre di ignoranza e disperazione che confondo tutto con le migrazioni e invece è solo una guerra di poveri. Mica una guerra tra poveri. Una guerra ai poveri. Che ha trovato il condono dietro la definizione di “decoro urbano”. Vigliacchi anche nelle parole.

Ieri un funzionario della Polizia a Roma, stazione Termini (non ci serve il numero di matricola, vogliamo conoscerne il nome) ha incitato i suoi uomini dicendogli “devono sparire, se tirano qualcosa spaccategli un braccio”. Rivolto ai rifugiati (sempre loro) che stavano cercando. Ieri, in piazza Indipendenza, sono stati registrati (e quindi chiaramente verificabili) alcuni agenti di polizia che chiamavano i rifugiati “feccia” e altri epiteti di questa solfa. E invitavano i giornalisti a prenderseli “a casa loro”. In pratica ieri i cretini da social network erano in divisa. A nome nostro. Per tutelare il diritto. Pensa te.

Ieri a Breno di Borgonovo Val Tidone, alcuni abitanti hanno innalzato un muro di fieno davanti al cancello della struttura che deve accogliere i richiedenti asilo, tutti minori non accompagnati. Bambini. Ieri degli adulti hanno accatastato fieno spaventati da bambini, senza genitori. Stranieri. Se ci fossero stati il bue e l’asinello sarebbe stato il perfetto presepe di un nugolo di fascisti. E coglioni.

Ieri a Milano. Soffriva di depressione e disturbi psichiatrici. Lo hanno trovato morto nel centro di accoglienza per migranti di via Corelli, a Milano, l’ex Cie. Il 34enne, afghano, si è impiccato in un locale della struttura dove era ospitato. Aveva tentato di uscire dall’Italia, proseguire verso l’Austria, ma i vergognosi accordi di Dublino l’hanno rimandato indietro. Morto.

Ieri a Jesolo una folla armata di telefonini per riprendere la scena ha assistito con applausi, risate e altre sconcerie al tentativo di suicidio di quarantunenne algerino. «Buttati!», gli ha urlato qualcuno.

Ieri quei patetici fascistelli di Forza Nuova in Toscana hanno lanciato l’anatema contro don Biancalani, il parroco crocifisso da Salvini perché si è permesso di portare alcuni bambini (rifugiati) in piscina. “Ormai alcuni preti pensano che fare una foto con immigrati in piscina e lanciare anatemi contro i fascisti sia fare religione – ha dichiarato Leonardo Cabras, il Coordinatore Regionale di Forza Nuova in Toscana – peccato che per noi il motto Dio Patria Famiglia sia oggi più che mai valido e di certo non lasceremo questi principi alla berlina di chi, più che alla dottrina cattolica, si rifà alle perverse idee del lobbista Soros”. Un comunicato che gocciola sterco e nausea. Nera. Dicono i fascistelli che domenica andranno alla messa del parroco per verificare “la sua cattolicità”.

Non serve altro. Per ora. Buon venerdì.

I rifugiati di piazza Indipendenza: Vogliono deportarci a Rieti, ma i nostri bambini vanno a scuola qui

Per i rifugiati di piazza Indipendenza non si trova una soluzione. Dopo le violente cariche della polizia di giovedì mattina i rifugiati sono stati quasi tutti dispersi. La centralissima piazza romana è stata completamente svuotata: i pochi bagagli e oggetti delle persone cacciate dal palazzo, sono stati portati via e le strade intorno all’ormai ex presidio sono sorvegliate da decine di poliziotti in tenuta antisommossa.

I rifugiati, che negli ultimi 5 giorni hanno dormito fra le aiuole di piazza Indipendenza nei pressi della stazione Termini, sono stati sgomberati dal palazzo occupato di via Curtatone in cui vivevano dal 2013. All’interno della palazzina occupata risiedevano 800 rifugiati: oltre 250 famiglie composte per la maggior parte da rifugiati eritrei ed etiopi. La proprietà dell’immobile occupato ha offerto alcuni villini nei pressi di Rieti e 80 posti in un centro d’accoglienza a Torre Maura a Roma per sei mesi. Ma le soluzioni sono del tutto inadeguate perché tra l’altro dividerebbero delle famiglie e renderebbero impossibile mandare a scuola i bambini.

«Mi è stato offerto un posto negli alloggi di Rieti, ma ho dovuto rifiutare: io lavoro a Roma, non possiedo una macchina e non avrei saputo come venire qui ogni giorno. Non posso permettermi di perdere il lavoro – ci ha raccontato una giovane rifugiata eritrea – Per fortuna stanotte dormirò al chiuso, i miei datori di lavori hanno saputo di quello che è successo oggi e mi hanno chiesto di dormire in ufficio, fino a quando non troverò una soluzione».

Gli 80 posti offerti sono poi del tutto insufficienti rispetto al numero dei rifugiati sgomberati dalla palazzina di via Curtatone: molte famiglie sarebbero quindi state divise. Gli alloggi offerti risultano inoltre del tutto inadeguati: grandi camerate spoglie in cui i rifugiati – tra cui numerosi bambini e donne incinte – avrebbero dovuto dormire tutti insieme. Un’altra giovane donna ci ha invece spiegato di aver rifiutato l’alloggio a Rieti dato che i figli, iscritti a scuola a Roma, non avrebbero saputo come raggiungere l’istituto.

Intorno alle 17 si è conclusa una riunione a cui ha partecipato una numerosa rappresentanza dei rifugiati sgomberati, due assessori del Municipio II (Anna Vincenzoni e Lucrezia Colmayer), Medici senza frontiere, Croce Rossa, Unhcr, Caritas e la Casa dei diritti sociali. La riunione si è conclusa in un nulla di fatto. Si è discusso perlopiù di dove poter dormire questa notte. Risultato? I rifugiati anche oggi dormiranno per strada e alla riunione si è discusso per capire quale piazza fosse più sicura, per evitare che i rifugiati subissero nuove cariche da parte della polizia. A tal proposito al termine della riunione, una delegazione fra cui i due assessori si è recata in prefettura.

In tutto questo il Comune di Roma rimane in silenzio e questo aggrava ancor di più una situazione indegna di un Paese civile. Alcune organizzazioni per i diritti umani stanno pertanto organizzando una grande manifestazione davanti al Campidoglio per protestare contro lo sgombero forzato. Appuntamento sabato 26 agosto. Nel frattempo centinaia di persone, tra cui decine di donne e bambini, continueranno a dormire per strada nella Capitale di uno dei Paesi più industrializzati del mondo.

La memoria di Teresa Mattei negata dal Consiglio regionale toscano

Teresa Mattei alla firma della Costituzione Teresa Mattei, L’approvazione e la firma della Costituzione Teresa Mattei, la più giovane eletta all’Assemblea Costituente, è la prima donna a ricoprire il ruolo di Segretario di Presidenza; si deve a lei la scelta della mimosa come simbolo dell’8 marzo.

L’intitolazione delle aule del Consiglio regionale della Toscana è una scelta simbolica, che cancella il rosa e il rosso dalla storia della Toscana: fra i nomi scelti non compare nessuna donna e nessuna figura del Pci.
Dopo aver chiesto in più occasioni una “correzione di tiro”, intitolando una sala a Teresa Mattei, partigiana e giovane deputata della Costituente, come capogruppo di Sì Toscana a Sinistra, ho scritto al presidente del Consiglio Giani, che sta procedendo a intitolare le principali aule del Consiglio a Piero Calamandrei, Giovanni Spadolini, Amintore Fanfani e Sandro Pertini. Intanto una prima sala è già stata intitolata a Piero Calamandrei e l’Auditorium del Consiglio a Giovanni Spadolini. In “termini cromatici” manca il rosa e manca il rosso.
La scelta dei nomi d’illustri figure istituzionali toscane cui intitolare le nostre aule non è irrilevante: è memoria storica. Il fatto che fra i nomi presentati da Giani non ci sia né una donna né una personalità riconducibile alla tradizione del comunismo democratico italiano è una mancanza sorprendente a cui chiedo di porre rimedio.
Che non sia venuto in mente un solo nome di donna e si proceda ad affrescare un olimpo tutto maschile è una scelta grave che nel 2017 si commenta da sé. Ma è altrettanto incomprensibile e preoccupante che si decida di rimuovere di sana pianta anche il Pci, il più grande partito d’opposizione di questo paese nel secondo Novecento. Il che è ancor più paradossale in Toscana, una regione che il Pci ha ben governato ininterrottamente dal 1970, anno di nascita della Regione, fino allo scioglimento del partito nel 1991. Gli orientamenti politico-culturali della così detta “seconda Repubblica” sono ormai tutti rappresentati, dato che le due sale stampa sono state recentemente intitolate a intellettuali di riferimento della destra, Indro Montanelli e Oriana Fallaci. Il Consiglio avrà aule che vanno dalla destra, al Pri di Spadolini, al Psi di Pertini, fino a Dc di Fanfani e al partito d’Azione di Calamandrei, manca solo una figura che venga dalla cultura politica del comunismo democratico. Una simile rimozione ci dice sicuramente cosa vuol essere il Pd nel 2017 ma è una ferita alla storia della nostra regione.
Propongo di intitolare un’aula a una donna straordinaria, Teresa Mattei, partigiana, comunista italiana autonoma e libertaria. È stata la più giovane deputata dell’Assemblea Costituente, eletta nel collegio Firenze – Pistoia, e fece parte dell’Ufficio di Presidenza della Costituente. Ha speso la sua vita per i diritti delle donne e dell’infanzia e fu lei ad inventare la mimosa come simbolo dell’otto marzo. C’è un episodio che rivela limpidamente la personalità di Teresa Mattei: ancora ragazzina, fu espulsa dal liceo classico Michelangiolo di Firenze e da tutte le scuole del Regno perché si rifiutò, in occasione delle leggi razziali, di accettare l’insegnamento della teoria della razza e l’allontanamento dei suoi compagni di classe e degli insegnanti ebrei.

Yemen, nella guerra dimenticata da tutti l’Arabia saudita fa strage di civili

epa06157614 Yemenis carry the body of a man allegedly killed in Saudi-led airstrikes on a two-floor building on the northern outskirts of Sana'a, Yemen, 23 August 2017. According to reports, at least 37 people were killed and 13 injured in Yemen when the Saudi Arabia-led international coalition allegedly bombed a control post in a Houthi rebel-held area of the capital Sana'a. EPA/YAHYA ARHAB

Nello Yemen, un Paese di venti milioni di abitanti, dove ogni giorno si registrano 5mila nuovi casi di colera, sono appena morte 35 persone. Qualcuno dice 40. La conta funesta è ancora in atto e per alcune fonti, le persone che hanno perso la vita sotto le bombe cadute a nord di Sana’a, capitale dello Stato arabo più povero del mondo, sono quasi 70. Settanta: ed erano tutti civili. L’obiettivo del raid aereo di ieri dell’Arabia Saudita, testa d’ariete della coalizione sunnita, era una base militare degli Houthi sciiti, i ribelli del nord che combattono per il riconoscimento del governo in esilio. Ma le bombe hanno colpito case, scuole, ospedali, alberghi. I bombardamenti di questi mesi hanno distrutto ponti, ospedali, fabbriche.

Due anni e mezzo, quasi tre, ma si continua a morire in Yemen. Si muore di bombe, di fame e soprattutto di silenzio. Di malattie che pensavamo confinate nelle pagine dei libri di storia. In tre mesi il colera ha ucciso 2mila persone e mezzo milione sono state contagiate: è la più grande epidemia della storia degli ultimi cinquant’anni. I dottori, il resto del personale medico e i soldati, non vengono pagati da tanti mesi che tra poco si potrà scrivere che per un anno avranno vissuto senza ricevere salario.

Due anni e mezzo, quasi tre. Quella in Yemen non è proprio come la chiamano – la “guerra dimenticata” -, ma piuttosto è la guerra ignorata, sempre e da sempre, da tutti i giocatori della comunità mondiale.

Le esplosioni uccidono in un istante e la malattia in poche ore. L’Arabia Saudita blocca i rifornimenti di benzina, gli aiuti medici non riescono ad arrivare ed è per questo che le organizzazioni non governative cominciano a parlare di un’epidemia man made, una catastrofe voluta ed organizzata dai sauditi, contro i sette milioni di abitanti che vivono in povertà, muoiono di fame e prima delle cure mediche, non riescono nemmeno a procurarsi cibo. Due terzi della popolazione hanno bisogno di quell’aiuto umanitario ora bloccato, per sopravvivere giorno dopo giorno, ancora un giorno, almeno fino a domani.

Per approfondire, leggi l’articolo di Chiara Cruciati su  Left n.34 del 26 agosto


SOMMARIO ACQUISTA

Idranti e manganelli contro i rifugiati

ANSA/ANGELO CARCONI

Dopo lo sgombero improvviso e 5 notti passate a dormire per strada i rifugiati eritrei (fra cui donne incinte e bambini) che vivevano nel palazzo di via Curtatone a Roma questa mattina sono stati caricati a piazza Indipendenza dalla polizia a colpi di manganello e con gli idranti.
Medici senza frontiere denuncia: «Eravamo solo noi a curare i feriti». E l’Unicef accusa la polizia: «Bambini terrorizzati portati in questura».

Almeno 13 persone hanno dovuto far ricorso alle cure mediche sul posto in seguito alle cariche delle forze dell’ordine e 4 rifugiati sono stati portati via in ambulanza per le lesioni riportate.

La storia dei rifugiati di piazza Indipendenza raccontata da Left:

21 agosto 2017

23 agosto 2017

Quella forza che è il cemento della ricostruzione

Mi si perdoni se, contravvenendo alle regole del giornalismo di massa, mi prendo la briga, per una mattina, di osservare il terremoto dalla parte inversa e in senso largo. C’è questa storia, bellissima, del ristorante Roma di Amatrice, il “tempio dell’amatriciana” l’hanno etichettato l’anno scorso quasi tutti tra giornali e telegiornali sempre presi dalla frenesia di sloganizzare tutto in nome di un scorrevole storytelling.

L’hotel Roma, per chi ha memoria di quelle immagini senza bisogno di didascalie, è l’albergo che abbiamo rivisto mille volte completamente afflosciato su se stesso in cui persero la vita sette persone. Se passavi da Amatrice e volevi mangiare amatriciana l’hotel Roma di Arnaldo Bucci era una tappa obbligatoria. Ed è significativo, dell’albergo come per altre attività, il fatto che il crollo abbia spazzato tutto: ciò che era casa ma anche il lavoro, la passione e la fonte di reddito. Tutto.

Tra le decine di interviste “un anno dopo” c’è n’è una a Bucci in cui la giornalista del Corriere della Sera gli chiede se è mai tornato ad Amatrice, sulle macerie del vecchio hotel, almeno per recuperare qualcosa e Bucci risponde:

«E cosa? Non sono rimaste che macerie. E poi non mi importa di recuperare niente, ormai quella è vita passata. Non mi interessa vedere che è tutto sbriciolato».

Oggi l’Hotel Roma e i suoi piatti di amatriciana sono attivi a pieno servizio nella nuova area consegnata ad Amatrice grazie anche alle donazioni. L’attività è ripresa alla grande: i clienti non mancano e gli affari vanno bene. Hanno ricostruito. Bucci e gli amatriciani si sono ricostruiti, soprattutto. E dentro quella frase c’è la forza del “lasciare andare”, con l’urgenza di rimettersi in piedi. C’è la forza (che io ammiro furiosamente) di essere già nel futuro senza abbandonarsi a funebri rimestamenti o addirittura a necrofile rivendicazioni. A me pare che quella frase sia un manifesto bellissimo. Da attaccare su tutti i muri, mica solo per i terremoti. È quello il cemento. Di ogni ricostruzione.