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A caccia di Kim Jong-un. Usa e Corea del sud addestrano la “decapitation unit”

epa06205604 Pedestrians walk under a large-scale monitor displaying North Korean leader Kim Jong-un on a TV news broadcast in Tokyo, Japan, 15 September 2017. Earlier in the day, North Korea launched a ballistic missile over Japan that reportedly crashed in the Pacific Ocean, more than 2,000km east of the Japanese northern island of Hokkaido. There are no immediate reports of damage. According to reports quoting the South Korean and Japanese governments, the missile was purportedly fired from the North's capital Pyongyang. At the request of the USA and Japan, the United Nations (UN) Security Council will meet on 15 September. EPA/KIMIMASA MAYAMA

L’ultima volta che ci hanno provato, è andato tutto storto. Quando hanno pianificato l’assassinio della leadership del Nord, in Sud Corea nulla è andato come doveva. Erano gli anni ’70 e i comandanti nordcoreani progettavano di assaltare il palazzo presidenziale nemico a Seul. Intanto, i vicini del sud addestravano uomini – acrobati, vagabondi, lustrascarpe, galeotti in cerca di redenzione- per attraversare il confine a nord e tagliare la gola del leader, all’epoca Kim Il Sung. La missione abortì, seguì un ammutinamento: acrobati e lustrascarpe uccisero chi li addestrava e si fecero saltare in aria nella capitale sudcoreana. Non a nord. Erano membri dell’Unità 684: la chiamavano così.

Questa è la storia della vecchia “unità decapitazione” che doveva uccidere suo nonno, ma ora Kim Jong-un ne ha una tutta per lui. È quella che sudcoreani e americani alleati oltre confine, dopo le esercitazioni militari congiunte, chiamano la “decapitation unit”, che dovrebbe attraversare il confine di notte, compiere un raid, anche aereo, usando elicotteri e penetrare nell’impenetrabile per uccidere Kim.

L’ultimo drammatico passo dell’escalation nella penisola è il missile di Pyongyang che ha sorvolato il Giappone e l’isola di Hokkaido prima di cadere nell’oceano Pacifico ieri. È stato lanciato alle 6.57 ora locale ed è sprofondato negli abissi alle 7: 16 del mattino. Durante quei minuti, in cui viaggiava a 3.700 km orari, a 770 km di altezza, l’America e il Giappone hanno parlato a telefono con i paesi confinanti e l’hanno definita una “provocazione intollerabile”.

Per quanto raro sia che un governo annunci pubblicamente la sua strategia a quello nemico, il sud è riuscito nell’intento di innervosire il nord, che continua a far aumentare il suo arsenale. Tutto questo ha un fine: far si che Kim accetti il dialogo con il presidente sudcoreano appena eletto, Moon Jae In. Far si che Kim tema per la sua vita e non quella della sua nazione, è un deterrente che potrebbe spingerlo ad intraprendere una soluzione diplomatica nell’intricata escalation militare e nucleare della penisola.

Rashomon

Alle volte è difficile spiegare perché è fondamentale che perlomeno ci si interroghi sulla realtà umana e in particolare sulla realtà del pensiero, perché una sinistra possa esistere. Qual è la verità? Quale pensiero è giusto e quale sbagliato? Come fare ad orientarsi? Come decidere cosa è vero e cosa è falso? Il pensiero scientifico moderno ha sviluppato un metodo, di pensiero e di processo, per decidere se una teoria sia una rappresentazione corretta della realtà oppure no, ossia se una teoria è vera o falsa. Se dico che la terra gira attorno al sole seguendo un orbita ellittica in cui il sole occupa uno dei fuochi c’è un metodo di lavoro che permette di verificare se questa teoria è corretta oppure no. La realtà della natura si manifesta nell’esperimento.

Esiste una oggettività che non è discutibile. In altre parole la realtà non mente mai. Gli scienziati hanno compreso la natura perché l’hanno interrogata. I grandi esperimenti scientifici sono come delle aule di tribunale dove gli scienziati interrogano la natura. Si ascoltano voci flebilissime, si seguono tracce pressoché invisibili, si usa il pensiero logico deduttivo per vedere quello che non si può vedere. I risultati sperimentali sono le “prove” scientifiche, la teoria il teorema accusatorio, la comunità scientifica internazionale è il giudice che dovrà stabilire in base ai risultati sperimentali se una teoria è verità oppure no. Il principio di non contraddizione regna sovrano nella scienza della realtà materiale. Cosa si può dire per il pensiero umano?

Esiste una verità? Esiste un pensiero corretto e uno non corretto? Le possibilità del pensiero sono infinite. Come si può decidere se un pensiero è vero o falso, se è giusto o sbagliato? Come decidere se un pensiero sia una fantasia geniale oppure no? Non è solo una questione filosofica o psichiatrica. È anche una questione politica. Certamente possiamo affermare che c’è un pensiero malato e un pensiero sano. La malattia mentale esiste. Ma qual è la sua caratteristica? Il malato conclamato è evidente nella sua dissociazione più o meno manifesta. Ma c’è anche una malattia invisibile che magari si manifesta all’improvviso, come spesso capita di leggere sui giornali. Come si riconosce? Quali sono i pensieri nascosti del malato? Per esempio come possiamo valutare il pensiero di chi apprezza che si impedisca ai migranti di venire in Europa? Chi dice questo, sono persone normali, come noi. Magari ottime persone per mille altri motivi. Come facciamo noi ad affermare che abbiamo ragione noi e non loro? Per la gran parte delle persone è solo un pensiero, non c’è azione fisica. Come si può affermare che sia un pensiero sbagliato? Che non sia una semplice opinione?

C’è un vecchio film di Akira Kurosawa: Rashomon. La storia accade a seguito di un temporale: tre persone, un monaco, un boscaiolo ed un viandante, si trovano ad aspettare che la pioggia finisca sotto la porta di accesso alla città di Kyoto ed ognuno di essi racconta la sua versione di un assassinio. Le immagini raccontano quattro storie tutte diverse. Sono i diversi punti di vista di chi era presente al fatto. Qual è la verità? Ce ne sono tante quanti sono i personaggi più lo spettatore che deve decidere qual’è la verità. Ognuno di essi ha mentito. Ognuno di essi racconta la propria verità per un proprio tornaconto personale. Non sembra esserci speranza. Non sembra esserci una possibile oggettività umana. Ma ecco che il grande artista Kurosawa ha l’idea geniale.

Finito l’ultimo racconto si ode il pianto di un bambino appena nato. Un ladro gli sta rubando la coperta in cui è avvolto. Nessuno dei presenti ha alcun dubbio o incertezza. Il bambino non si tocca. Perché il bambino è verità umana. Ed è un fatto universale. È una verità inconfutabile, oggettiva. Al di là di ogni verità personale. Questa semplice idea, che la nascita del bambino sia una realtà universale uguale per tutti, è la grande idea. Ciò che può permetterci di separare il grano dal loglio, che può farci stabilire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, cosa sia buono e cosa sia cattivo, cosa sia sanità e cosa malattia. Perché ci permette di capire cosa sia realtà umana e cosa non lo sia e quindi cosa sia violenza e cosa non lo sia. È il frutto dell’albero della conoscenza, ciò che permette di distinguere il vero dal falso. Perciò comprenderla è fondamentale.

Per questo il dio dei monoteismi proibisce che l’uomo la abbia. Perché è la nascita che fa il pensiero dell’essere umano. È una dinamica universale, caratteristica unica dell’essere umano, scoperta e teorizzata da Massimo Fagioli nel 1972. È la possibilità di avere un pensiero nuovo, chiaro e certo su qual è la verità umana e quindi di fare una politica nuova, con idee chiare e certe. Una politica finalmente di Sinistra.

L’editoriale di Matteo Fago è tratto da Left in edicola


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La colpa è di Cappuccetto Rosso che si ostina ad attraversare il bosco

Quando una reazione, anche se corale, non vi convince allora insistete. Sempre. Perché la coralità spesso potrebbe nascondere comunque una deformazione che forse vale la pena sottolineare, almeno per provare a parlarne. Vi rubo qualche minuto: nella settimana che l’informazione e la politica sta dedicando tutta agli stupri (alcuni più alla colorazione degli stupratori, altri più concentrati su una presunta faciloneria alcolica delle stuprate) le donne (le vittime, poi, a ben vedere) sono scomparse. Non c’è tifo per loro, né da una parte né dall’altra: gli opposti schieramenti si scornano sugli stupratori. Funziona sempre così: gli avvoltoi si cibano con brandelli di pornografia, dandosi di gomito sul cameratismo e fregandosene delle stuprate.

Ma c’è un altro aspetto ancora più inquietante: consapevoli di avere esagerato con le strumentalizzazioni gran parte degli editorialisti ha dedicato la giornata di ieri al finto pietismo e a una diffusa preoccupazione simulata che forse ha fatto ancora di peggio. Sono comparsi, qua e là, addirittura articoli che vorrebbero essere veri e propri «manuali delle buone maniere per non farsi stuprare» come nel caso de Il Messaggero che propone campagne di informazione «per mettere in guardia turiste e studentesse che arrivano per la prima volta a Roma» e altre amenità come il non mettersi «in situazioni pericolose» e la necessità di conoscere «i rischi e le debolezze del destino femminile» come se ancora essere una donna sia una malattia.

In generale, tra certa stampa e certa televisione, gira quest’aria per cui sta alle donne imparare in fretta come stare all’erta (“educhiamo le ragazze alla diffidenza” è il titolo dell’articolo di Valentina Saini per Gli Stati Generali) e imparare come stare alla larga da un delitto da cui conviene stare lontani, mica sradicarlo. Sarebbe come leggere domani un editoriale in cui si consiglia a tutti di non acquistare auto (peggio ancora: belle auto) per poi lamentarsi nel caso di furto; più o meno come mandare in onda un servizio al telegiornale in cui si consiglia di non essere troppo intelligenti per non attirare antipatie; oppure immaginate un processo per omicidio in cui alla vittima viene messa a carico la colpa di essersi fatta ammazzare senza nemmeno un’arma in tasca o almeno un giubbotto antiproiettile.

La colpa, insomma, non è mica del lupo: la colpa è di Cappuccetto Rosso che si ostina ad attraversare il bosco.

Buon venerdì.

Bergoglio e i migranti nuovi desaparecidos

Bergoglio benedice la linea di Minniti e la tolleranza zero nei riguardi delle Ong colpevoli di «estremismo umanitario», ovvero di fare tutto il possibile per salvare vite umane. Di più: il papa raccomanda «prudenza» nell’accogliere migranti e rifugiati che scappano da guerre, devastazioni, carestie, epidemie… «Non si possono accogliere tutti». Ipse dixit. I giornali di destra esultano. La sinistra che non perde occasione di citare il papa aprirà gli occhi? La maschera è caduta. Bergoglio finalmente dice ciò che pensa e da sempre fa, in accordo con la legislazione vigente in Vaticano, blindatissimo rispetto a migranti e rifugiati. Ritroviamo in queste recenti esternazioni del pontefice in viaggio dalla Colombia quel tono tutt’altro che misericordioso che in passato gli abbiamo sentito usare in più occasioni. «Se uno mi offende la madre gli do un pugno» ebbe a dire nel gennaio del 2015 dopo la strage nella redazione di Charlie Hebdo. Puntando il dito contro gli evasori fiscali nel 2013 disse che andrebbero gettati in mare. Evocando l’immagine da brivido di quei voli della morte che negli anni 70 in Argentina furono usati dalla dittatura per far sparire nel nulla una intera generazione di giovani oppositori al regime di Videla. All’epoca Bergoglio era il capo dei gesuiti argentini.

Ora quella storia agghiacciante, che speravamo di poterci lasciare definitivamente alle spalle, purtroppo, si riaffaccia. Il caso di Santiago Maldonado, attivista pro indios Mapuche è tragicamente emblematico: di lui non si sa più nulla dopo l’arresto avvenuto il primo agosto. Lo scrittore argentino Marcelo Figueras in queste pagine ricostruisce questo nuovo caso di desaparición che getta inquietanti ombre sulla amministrazione Macri. Il presidente dell’Argentina ha demonizzato i Mapuche, colpevoli di rivendicare le proprie terre che oggi fanno gola a grandi gruppi commerciali. Milagro Sala intanto è ingiustamente detenuta ormai da quasi due anni e il caso di Santiago non è l’unico. L’atlante della nuova desaparición è vasta: comprende l’Argentina, il Messico, l’Egitto e oltre. Appare subito evidente se si mettono insieme le denunce di Amnesty international e quelle di altre organizzazioni che lottano per i diritti umani. La sparizione forzata di Maldonado denunciata su Left anche da Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Majo trova analogie in Egitto, dove spariscono tre persone al giorno. Ed è “svanito” dal web il sito che di giorno in giorno tracciava il quadro delle sparizioni di Stato. Anche Giulio Regeni è stato desaparecido prima che ne venisse ritrovato il cadavere. Il governo di Al-Sisi non ha fornito informazioni necessarie a fare giustizia. Nonostante ciò il ministro Minniti, lo stesso del codice di comportamento delle Ong, ha deciso di rimandare al Cairo l’ambasciatore italiano. E qui torniamo all’inizio. Il cerchio drammaticamente si chiude nel Mediterraneo dove non si contano nemmeno più i migranti che sono desaparecidos. Annegati in mare, dispersi nel Sahara, inghiottiti dai lager libici, dove i diritti umani non hanno alcuna cittadinanza, come hanno documentato gli attivisti di Medici senza frontiere.

Illuminanti, nelle pagine che seguono, sono le parole di Enrico Calamai, l’ex diplomatico dell’Ambasciata italiana a Buenos Aires che riuscì a far fuggire in Italia 412 persone e che oggi si batte per ottenere verità e la giustizia per i nuovi desaparecidos nel Mediterraneo. La dittatura civico militare argentina non si accontentava di torturare e uccidere, ma puntava a far sparire la persona; il corpo doveva scomparire e così la memoria dei giovani oppositori, come se non fossero mai esistiti. Allo stesso modo i nazisti, con la soluzione finale, avrebbero voluto cancellare l’esistenza degli ebrei dalla storia. «Far sparire significa la non esistenza. Viene agita una violenza che è più forte di quella fisica», dice lo psichiatra Andrea Masini in questo nuovo numero di Left. Per capire quel che accadde e quel che sta accadendo occorrono lenti nuove.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola


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iPhone X, ecco perché lo smartphone per “foolish” rende davvero “hungry”

Apple CEO Tim Cook kicks off the event for a new product announcement at the Steve Jobs Theater on the new Apple campus on Tuesday, Sept. 12, 2017, in Cupertino, Calif. (ANSA/AP Photo/Marcio Jose Sanchez) [CopyrightNotice: Copyright 2017 The Associated Press. All rights reserved.]

Quanti giorni di lavoro costa un telefono? Molti in alcune parti della terra, troppi in tutto il resto del globo, se si tratta di quelli di Steve Jobs. Quando nemmeno 24 ore fa Tim Cook ha annunciato al mondo il nuovo iPhone X, presentandolo come il «più grande passo in avanti dal primo modello», la Bbc si è chiesta se si riferisse alle caratteristiche del cellulare che aveva in mano o al suo prezzo sul mercato. Molti utenti esperti hanno associato subito quella X ad eXpensive, costoso. X che poi starebbe per modello numero dieci, anche se l’iPhone 9 non è mai apparso e non si sa se apparirà mai.

In Gran Bretagna costerà 1149 sterline, in Europa 1189 euro, negli USA 999 dollari e non è molto diverso rispetto al vecchio modello che hanno in tasca gli eventuali compratori. Al Jazeera ha calcolato chi si potrà permettere il gioiello digitale in base alla rendita mensile media in alcuni dei più grandi paesi del mondo. Chi lo comprerà in Brasile, dove ogni famiglia guadagna in un mese 627 dollari, chi in Cina, dove si raggiunge la soglia dei 515 dollari e chi in Nigeria, dove i più fortunati ogni 30 giorni ne guadagnano 222 – cioè un quarto del prezzo dell’iPhone?

Il motto di Steve Jobs era: Stay hungry, stay foolish. Rimanete folli e affamati. Appunto.

La novità principale di questo prodotto è costituita soprattutto da un’app che permette il riconoscimento facciale tramite uno scanner capace di leggere i dati biometrici del proprietario: grazie al Face ID, le possibilità di sbloccarlo da un ladro sono una su un milione. Lo stesso scanner permetterà alla tua faccia di trasformarsi in quella di un maiale, una gallina, un topo emoji che parleranno imitando il movimento dei muscoli del tuo viso.

Il nuovo telefono si caricherà senza fili, sarà solo di vetro, senza alluminio, con 256 giga di memoria e sarà disponibile dal prossimo 3 novembre. Il titolo del marchio però – schizzato in borsa dopo la presentazione dell’Apple Watch – ha perso punti proprio con l’ultimo prodotto, il nuovissimo X. Forse per il suo prezzo eccessivo: se nel 2007 il primo telefono Apple costava 500 dollari, oggi, nel 2017, ne costa più del doppio.

Emanuele Fiano nel mirino dei neofascisti da tastiera: L’apologia del Ventennio non si tocca

Il saluto dei nostalgici del fascismo che ha celebrato la fucilazione di Benito Mussolini e Claretta Petaccci avvenuta il 28 aprile del 1945, a Giulino di Mezzegra, sul lago di Como, 29 aprile 2012. MATTEO BAZZI / ANSA

Il primo ok di martedì, alla Camera, del disegno di legge Fiano contro l’apologia di fascismo ha scatenato il risentimento dell’ultradestra, che di abbandonare gesti e immagini del Ventennio proprio non ne vuole sapere.

La proposta, lo ricordiamo, prevede un unico articolo:

«Chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero delle relative ideologie, anche solo attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti, ovvero ne richiama pubblicamente la simbologia o la gestualità è punito con la reclusione da sei mesi a due anni. La pena di cui al primo comma è aumentata di un terzo se il fatto è commesso attraverso strumenti telematici o informatici»

Ma per Roberto Fiore – leader di Forza Nuova – limitare la diffusione di immagini proprie della ideologia fascista farebbe parte di una «furia iconoclasta», fomentata da «un odio “democratico” – ma profondamente anticostituzionale, oltre che antistorico» proveniente da ambienti definiti «neotrotzkisti». «Fiano e Boldrini – scrive – sembrano delirare».

Anche il militante di estrema destra Maurizio Murelli – protagonista degli scontri del cosiddetto “giovedì nero” di Milano e dell’omicidio dell’agente di polizia Antonio Marino, il 12 aprile 1973, e condannato per questo a 18 anni di carcere – non ci sta. E (come sottolinea anche Paolo Berizzi su La Repubblica) scrive «Fiano: “giusto abradere la scritta ‘Dux’ dall’obelisco”. Io credo che sia più giusto abradere Israele dalla Palestina… non prima di averci mandato Fiano». E poi suggerisce a Fiano di mollare la presa sull’antifascismo e sulla sua «legge idiota»:  «fai il bravo e fatti bastare questo momento di gloria (sic!) che il troppo stroppia».

Giudizio decisamente tranchant anche da Simone Di Stefano, vicepresidente di Casapound, che risponde ad alcune domande su Il primato nazionale (diretto dal responsabile cultura dello stesso movimento): «Il Ddl Fiano è una schifezza. Ma non può danneggiare CasaPound, che il fascismo non lo ha mai sventolato ma sempre incarnato nella sua dimensione rivoluzionaria, di sguardo verso il futuro». Anche se poi precisa che alcune eccezioni ci sono state e continueranno ad esserci: «difficilmente CasaPound potrà essere colta in fallo da una legge del genere», «a parte le commemorazioni, in cui continueremo a fare il saluto romano per ricordare i caduti».

Fermo restando la piena solidarietà della redazione di Left al senatore Fiano, di fronte a queste reazioni aumenta la nostra convinzione che – come ha scritto lo storico Sergio Luzzatto sul numero 29 del nostro settimanale – il vero antidoto all’estremismo nero non sia una nuova legge, bensì scuola e cultura della Costituzione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ventotene, la scuola non chiude. E nel 2018 il piano per i bambini migranti

«Abbiamo lanciato il sasso nell’acqua e qualcosa si sta muovendo». Il sindaco di Ventotene è contento. Left lo ha sentito appena poco dopo l’incontro di ieri in Regione e le prospettive per la scuola dell’isola, destinata alla chiusura per mancanza di studenti, sono un po’ più rosee. Tra l’altro, mentre soffia il vento xenofobo un po’ in tutta Italia che arriva perfino alla bocciatura dello ius soli anche da parte di chi, come il partito democratico aveva sempre sostenuto la legge sulla cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia, l’appello del sindaco per far arrivare famiglie di migranti con figli, va decisamente controcorrente.
Gerardo Santomauro, eletto in una lista civica a giugno, qualche giorno fa aveva lanciato, appunto, l’appello che ha fatto notizia: «Vogliamo salvare la nostra scuola, siamo pronti ad accogliere famiglie di migranti con figli», aveva detto. Suscitando, almeno stando alle dichiarazioni apparse sui media, non poche preoccupazioni e resistenze da parte dei genitori dei pochi bambini – due alle medie e otto alle elementari – dell’isola e che frequentano la scuola intitolata ad Altiero Spinelli. Le mamme intervistate erano state piuttosto lapidarie: non c’è posto per altre persone a Ventotene e poi cosa faranno?
Dopo l’incontro con Massimiliano Smeriglio vicepresidente con alla delega alla Scuola e formazione, Santomauro è soddisfatto. «Ho trovato passione e impegno per contrastare lo spopolamento dell’isola». Il piano concordato prevede alcuni punti che lo stesso sindaco spiega: «Il primo è rendere memorabile l’ultimo anno della scuola alle due bambine alle quali è stato garantito l’anno scolastico. Potranno svolgere attività che non hanno mai avuto, dallo sport alla musica e al teatro. Insomma, stiamo cercando di rendere la scuola di Ventotene una scuola vera, con un livello elevato di istruzione che scoraggerà le persone ad abbandonare l’isola». Pieno appoggio anche sulla possibilità di accogliere famiglie di migranti con stranieri. «Prima di tutto ne parleremo con la popolazione per coinvolgerla ma anche in questo caso la Regione ha garantito risorse. E il luogo per ospitarli c’è già, la casa alloggio per anziani che per metà è vuota. Spero che questo piano entri in funzione il prossimo anno, quando la scuola media rischia davvero la chiusura». Il sindaco non esclude nemmeno la possibilità di ospitare i minori stranieri non accompagnati, coloro per i quali è stata promulgata la cosiddetta legge Zampa. «Conosciamo il tema e la legge, ne abbiamo parlato anche qui a Ventotene in un convegno», dice Santomauro.
Ma è il terzo punto che rilancia la formazione nell’isola. «Non solo non chiudiamo la scuola ma creiamo a Ventotene un triennio di istruzione professionale che non c’è mai stata. Formazione professionale legata al turismo, e quindi i ragazzi invece di andare via potranno svolgere un corso triennale nella loro isola. Alcune mamme hanno detto “se vengono questi ragazzi, ma dopo cosa gli facciamo fare”. Ecco, noi cerchiamo di dare un futuro a questi bambini».
Infine l’ultima notizia, il piano di salvataggio del carcere di Santo Stefano, nell’isolotto di fronte a Ventotene, dove venne incarcerato anche Sandro Pertini. Qui dovrebbe sorgere la scuola di alta formazione europea. Il progetto per la “rifunzionalizzazione” della enorme struttura, 70 milioni di euro stanziati va avanti. «Il progetto è operativo, sta andando avanti, è stato istituito un tavolo tecnico permanente e il 2 agosto è stato firmato il contratto istituzionale di sviluppo, dall’amministrazione di Ventotene, dal ministro Franceschini per i beni culturali e dalla sottosegretaria Boschi. Ora tutto è nelle mani di Invitalia che deve bandire il concorso internazionale di progettazione».

Un parcheggio per i cretini leghisti. Mica solo a Pontida

Non c’è niente da ridere nel commentare le scelte del sindaco leghista di Pontida Luigi Carozzi che a corto di provocazioni ha deciso di stilare un regolamento dei parcheggi che rasenta la follia.

Dice il “regolamento comunale per la disciplina della sosta nei parcheggi riservati alle donne gestanti e alle donne puerpere” (lo trovate qui) che “possono richiedere il rilascio gratuito di idoneo permesso risultante da tessera, esclusivamente le donne appartenenti a un nucleo familiare naturale e cittadine italiane o di un paese membro dell’Unione Europea”. Niente extracomunitarie e niente lesbiche e nemmeno madri surrogate, quindi: questo è il “non detto” che sta tra le righe. Le mamme no, non sono tutte uguali.

Ma non è tutto. I leghisti pretendono anche di spiegarci cosa sia una “famiglia naturale”: nell’introduzione infatti si legge: “Pontida intende promuovere il sostegno alle famiglie naturali, formate dall’unione di un uomo e una donna a fini procreativi, nucleo fondante della società civile”. Poi, all’articolo 2, troviamo anche la definizione di “donna”: “ai fini del presente regolamento per “donna” si intende un individuo umano con sesso femminile risultante dai registri anagrafici della città di Pontida”.

E non c’è niente da ridere almeno per due motivi che saltano subito all’occhio. Primo: non si tratta solo di  una scellerata iniziativa di un singolo ma il provvedimento rientra evidentemente in una propaganda che da anni Salvini propugna con veemenza e che vede nella provocazione l’unico modo di fare politica (evidentemente incapaci di amministrare senza farsi notare e senza solleticare la pancia del Paese). E infatti lo stesso Salvini, sempre prodigo di tweet, risulta sempre “distratto” sulle aberranti provocazioni dei suoi sindaci sparsi per il nord Italia. Secondo: il richiamo ai bus riservati ai bianchi, il divieto dei matrimoni misti o le scuole separate è troppo vivo (anche per l’incultura generale di leghisti e affini) per non essere richiamato da una misura del genere.

Servirebbe, insomma, un parcheggio riservato ai leghisti e ai loro compari, con una sbarra sempre abbassata regolamentata dalla Costituzione, che li tenga separati nella loro inciviltà. Se ci sono clandestini, in Italia, sono loro.

Buon giovedì.

A Pordenonelegge “L’ultimo concerto” il nuovo romanzo di Paola Cadelli

L’ultimo concerto di Paola Cadelli è un libro di pure emozioni che rapisce. I suoi capitoli, brevi ma intensi, sono scanditi da un linguaggio semplice e profondo, asciutto e senza sbavature, capace di raccontare tutte le declinazioni e le sfumature degli affetti umani. I suoi personaggi sono personaggi che possiamo incontrare in qualsiasi momento della nostra vita reale. Eppure essi non sono mai scontati, rigidi o usuali. Vivono spesso ai limiti del sogno, senza per questo essere meno concreti e palpabili.
Jeanne, la protagonista, è una pianista francese che vive a New York: ribelle, anticonformista, con un talento musicale straordinario e una storia durissima che si snoda via via nel libro in una serie infinita di flashback e di rimandi al presente. Al suo fianco Leonardo, “medico eccentrico e visionario”. Abilissimo nella medicina del corpo, ad essa unisce una straordinaria e particolare acutezza nell’indagare i meccanismi più profondi dell’umano e una capacità singolare di percepire intensamente i battiti del cuore di chi ha vicino.
La loro è una storia particolare e misteriosa. Si incontreranno solo 4 volte nella vita ma rimarranno segnati e legati da un rapporto intenso, profondo e originale. Intorno ad essi si muovono altri protagonisti, le cui storie si intrecciano tra loro avanti e indietro nel tempo, attraversando la Seconda guerra mondiale; l’occupazione nazista con le deportazioni, le violenze, i dolori indicibili, la resistenza; il crollo delle Torri gemelle; il disastro di Cernobyl.
Le atmosfere a volte surreali, a volte oniriche, a volte convulse che avvolgono le vite dei personaggi si dissolvono tra le vie di New York, sulle spiagge della Bretagna, della Normandia, nell’Italia del Nord, in luoghi fiabeschi come l’isola che non c’era e che poi appare in una notte, all’improvviso, simultaneamente a un evento drammatico, in mezzo ad un lago imprecisato e sconosciuto, dove vivono Matilde e Janos, bizzarri scultori di statue di sabbia, viaggiatori immaginari. “Noi non siamo pazzi, Ilka, e nemmeno dei ciarlatani. Siamo solo dei viaggiatori, sì, questo è il termine esatto. Quando inizi a conoscere il mondo, ti rendi conto di quanto è piccolo il giardino di casa tua. Non è un pensiero profondo, è normale, è così per tutti. Ma quando inizi a viaggiare dentro te stesso, l’esperienza è ancora più entusiasmante e può lasciarti senza fiato. Chi non riesce a svelare il mistero che ha dentro di sé non capirà nemmeno il mistero del mondo, Ilka.“Paola Cadelli racconta le sue storie ricche di suggestioni forti con agilità ed eleganza, in una continua rêverie scandita dalla musica. Versi dei Muve marcano idealmente attimi di umana tensione, mentre il preludio op. 28 n.4 di Chopin è il fil rouge misterioso che, come un fiume carsico, continuamente appare e scompare tra le pagine dove le vicende si sovrappongono come i tasti neri e bianchi di un pianoforte, altro protagonista del libro che Jeanne incontra come fosse uno sconosciuto e comincia a suonare per caso, senza sapere una nota e senza sapere come. “Io non amo la musica- dice Jeanne -io sono la musica.”
Come se la musica rendesse tutti uguali e diversi. Permettesse di cambiare, di essere invincibili di fronte al dolore e di restare insieme.

L’appuntamento è a Pordenonelegge. in Palazzo Montereale Mantica. Paola Cadelli  presenta L’ultimo concerto sabato 16 Settembre alle  20, 30 con Roberto Calabretto. Presenta Paola Dalle Molle. In collaborazione con Circolo della cultura e delle arti di Pordenone

Ius soli, la resa del Pd sulla legge è una ferita per la democrazia

Una delegazione del 'Movimento Italiani senza cittadinanza', rilascia una dichiarazione ai giornalisti, dopo aver incontrato Giusi Nicolini a margine della segreteria del Pd, Roma, 20 luglio 2017. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Il dubbio cominciò a serpeggiare dopo i ballottaggi alle elezioni amministrative di giugno. Vuoi vedere che se approviamo lo ius soli perdiamo elettori? Questo deve essere stato il pensiero – davvero elementare – circolato nella testa degli esponenti del partito democratico, in primis del segretario, Matteo Renzi, che aveva speso buone parole sull’argomento. Il 27 giugno infatti aveva rassicurato tutti: «Non si rimettono in discussione battaglie come quella sullo ius soli. Non si può cambiare idea per un sondaggio che dice che gli italiani sono meno favorevoli, tendenza che non è legata all’insicurezza sugli attentati. Noi siamo capaci di prenderci le nostre responsabilità», aveva detto in merito al sondaggio di Nando Pagnoncelli pubblicato dal Corriere della Sera  proprio il giorno del ballottaggio – guarda un po’ che caso – e che sugli italiani favorevoli allo ius soli presentava cifre in calo (dal 71% del 2011 al 44% del 2017). Tante belle parole, tante rassicurazioni, Graziano Del Rio, portavoce della campagna nazionale sulla cittadinanza L’Italia sono anch’io, che continua a sostenere la legge, il premier Gentiloni che promette che a settembre, certo, si farà sicuramente, dopo i rinvii dell’estate. Anche la relatrice al Senato Doris Lo Moro (Mdp) alla fine di giugno era speranzosa: «La maggioranza al Senato c’è, eccome».

E invece ecco la beffa. O meglio, il calcolo politico. Ieri, 12 settembre, la conferenza dei capigruppo in Senato ha stabilito che non c’è spazio per la legge sulla cittadinanza a settembre. Il capogruppo dei senatori Pd Luigi Zanda spiega: «Non c’è maggioranza».

«Ma come, non c’è maggioranza? Il Pd se avesse voluto, avrebbe potuto benissimo portare a compimento la legge», sostiene Filippo Miraglia vice presidente dell’Arci, tra i promotori della campagna L’Italia sono anch’io. Ieri pomeriggio era insieme ai ragazzi degli Italiani senza cittadinanza a protestare davanti a Montecitorio – non avevano ottenuto il permesso per andare davanti a Palazzo Madama – . «Abbiamo parlato con Loredana De Petris, di Sinistra italiana, loro erano disposti a votare anche la fiducia sullo ius soli, una fiducia di scopo, la chiamano». E poi il M5s che se ne va dall’aula fa scendere il quorum, quindi i numeri, se il Pd avesse veramente voluto far approvare la legge, ci sarebbero stati tutti, eccome. Per non parlare poi, continua Miraglia, di alcuni senatori di Forza Italia che avevano già espresso il loro voto a favore. Quindi, di che parliamo? «La responsabilità cade tutta sulle spalle del Pd, ed è inutile che diano la colpa al M5s e al loro dietrofront e all’opposizione di Alfano», sostiene Miraglia. Tra l’altro, il Pd in questo modo regala un grandissimo potere al leader di Ap Angelino Alfano. Ma questa è un’altra storia. La cosa importante è che un partito che si è battuto in prima fila fin dalla campagna elettorale del 2012 per concedere la cittadinanza ai figli di immigrati nati in Italia o venuti qui da piccoli, per timore di perdere i consensi, faccia questa incredibile retromarcia.

Il fronte dei movimenti che sostengono lo ius soli  – ricordiamo l’appello promosso da Luigi Manconi, Gianfranco Bettin, Furio Colombo ed altri, l’Arci e le tante associazioni dell’Italia sono anch’io – ha in programma altre mobilitazioni. «Probabilmente faremo qualcosa in Senato con il presidente Grasso», annuncia Miraglia che commenta amaramente: «È una vigliaccata». Certo è che la resa del Pd sullo ius soli dal punto di vista culturale e politico è un passo falso dalle conseguenze gravissime. Forse il Partito democratico non si rende conto che così infligge un forte vulnus all’idea stessa di democrazia e di uguaglianza stabilita dalla Costituzione.