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Ius soli: se politica e razzisti hanno paura dei bambini

Il sit-in a Montecitorio a favore del IUS SOLI 12 settembre 2017 a Roma. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

«Vengo dalla dittatura del Cile ed è assurdo che in un Paese democratico abbia dovuto aspettare di compiere 33 anni per poter votare per la prima volta». È molto amareggiata Paula Baudet Vianco, del Comitato Italiani senza cittadinanza, per l’ennesimo rinvio all’approvazione della legge sul diritto di cittadinanza (altrimenti detta “ius soli temperato”). Amareggiata, ma non arrendevole. «Aspettando la riforma sulla cittadinanza molti di noi sono diventati adulti, genitori. I politici devono trovare il coraggio e i voti necessari per l’approvazione dello ius soli, è il loro lavoro».

La legge per il riconoscimento della cittadinanza ai figli nati in Italia da cittadini stranieri è da mesi al centro di un acceso dibattito politico ed è diventata oggetto di animate discussioni e strumentalizzazioni, tipiche di ogni campagna elettorale. Si tratta di una riforma della legge del ’92, che non intacca il principio di naturalizzazione a cui accedono i residenti adulti, ma solo i bambini e i giovani entro i diciotto anni. Non si tratta di svendere la cittadinanza italiana o regalarla a tutti. Non si reclama uno ius soli assoluto come negli States o in Australia, dove è sufficiente nascere sul suolo nazionale per diventare cittadini.

In pratica, l’attuale legge prevede che un bambino nato in Italia da genitori stranieri resti straniero sino ai diciotto anni, dopodiché può diventare cittadino italiano presentando la domanda entro il diciannovesimo anno di età. La domanda può essere respinta se il soggetto non ha risieduto continuativamente per diciotto anni sul suolo italiano, se non ha tutti i documenti dalla madre patria, tra cui la fedina penale pulita richiesta anche ai minorenni, o se non ha potuto versare contributi per almeno tre anni consecutivi. Anche chi arriva in Italia da minorenne resta straniero fino alla maggiore età e può naturalizzarsi dopo aver presentato domanda. La stessa può essere respinta se il giovane non ha risieduto continuativamente in Italia per dieci anni, se mancano documenti concessi dal Paese d’origine e se non ha versato i contributi per tre anni consecutivi. Se entrasse in vigore lo ius soli temperato, i bambini nati in Italia da genitori stranieri con carta di soggiorno o un permesso di lungo periodo possono diventare subito italiani su richiesta dei genitori o presentando essi stessi domanda al compimento del diciottesimo anno. Lo ius culturae, invece mette sullo stesso piano bambini nati in Italia da genitori stranieri e minori arrivati con la famiglia entro i dodici anni. Se la riforma entrasse in vigore, questi bambini potrebbero diventare cittadini italiani dopo aver completato con profitto un ciclo di studi di cinque anni o dopo aver completato un corso di formazione professionale almeno triennale. Nel caso in cui il minore straniero sia arrivato in Italia dopo il dodicesimo anno di età, può diventare italiano dopo sei anni di residenza e dopo aver completato un ciclo di studi.

Rispetto alla proposta di riforma sono state avanzate dai detrattori molte argomentazioni che non hanno però alcun fondamento. Si è parlato, ad esempio, di islamizzazione e di sostituzione etnica in Italia, ma i numeri provano il contrario. Secondo i dati della Fondazione Moressa, il 44% dei bambini interessati dalla riforma sono cristiani, 16,1% cattolici o protestanti e 28% ortodossi. I musulmani sono circa un terzo, il 38,4%. Per quanto riguarda i Paesi di provenienza, ben 157mila tra gli 814 mila bambini interessati dalla riforma sono rumeni, seguiti da 111mila albanesi, 102mila marocchini, 45mila cinesi, 26mila filippini, 25mila indiani, 25mila moldavi, 19mila ucraini, 19mila pakistani e 18mila tunisini. Niente arabistan dunque, niente svendita dell’italianità.

Per migliaia di giovani in attesa, lo stop all’approvazione della riforma è stata una grande delusione. «Abbiamo appreso la notizia mentre eravamo in sit in a Roma, lo scorso 12 settembre», racconta Marwa Mahmoud, membro del Coordinamento nazionale nuove generazioni italiane. «Per noi è stato l’ennesimo tradimento, ci siamo sentiti lasciati soli in una battaglia che è soprattutto di civiltà. Siamo molto delusi da questa politica che sacrifica il presente e il futuro di oltre 800mila bambini in nome dei consensi elettorali. Continueremo il nostro impegno per far comprendere la reale natura della riforma. Non vogliamo più che ci siano bambini che si sentano discriminati. I bambini devono avere tutti gli stessi diritti e la stessa dignità, non possono subire il trauma di un rifiuto, di non essere accettati, di sentirsi diversi».

«La politica non può avere paura dei bambini, né dei risultati elettorali. Deve avere il coraggio della verità e del cambiamento», commenta Mohamed Rmaily, tra i fondatori del comitato Italiani senza cittadinanza. «Il 13 ottobre, in occasione del secondo anniversario della presentazione della riforma alla Camera, saremo di nuovo in piazza per ribadire le nostre ragioni. Solleciteremo i politici a prendere una decisione che cambierebbe positivamente la vita di migliaia di bambini che sono già in tutto e per tutto italiani, ma che la burocrazia considera ancora stranieri».

L’anima nera che gocciola a Pontida

Non servono articolate analisi politiche. Basta leggere, ascoltare e avere memoria.

C’è l’attivista in prima fila che fiero sfodera il saluto romano (il video è qui) e tutto intorno i suo camerati di partito che se la prendono con i giornalisti.

Ci sono le frasi di Salvini. Ne bastano poche:

«La Lega al governo proporrà un progetto di legge per avere giudici eletti direttamente dal popolo. E chi sbaglia paga. E siccome siamo un movimento nato per la libertà, cancelleremo la legge Mancino e la legge Fiano. Le storie e la legge non si processano»

Oppure:

«Fanno il processo al ventennio mussoliniano – ha aggiunto – e poi si comportano come il regime nel 1925 che imbavagliava chi non la pensava come volevano”. Gli oppositori. Inoltre “quando andremo al governo, daremo mano libera a uomini e donne delle forze dell’ordine per darci pulizia e sicurezza».

E basterebbe tornare al 1994 quando Umberto Bossi, al tempo segretario, durante il congresso disse: “La Lega continua la lotta di liberazione partigiana, mai coi fascisti, mai”. Ecco cos’è cambiato: questa Lega è semplicemente una pozzanghera colata dallo sdoganamento di un fascismo di cui Salvini vorrebbe essere la faccia “moderata”. Vorrebbe fare politica ma è andato a prendersi quel putrido spazio a destra che era stato lasciato scoperto. Tutto qui.

Buon lunedì.

Claudio Fava: «Ecco perché in Sicilia facciamo paura»

Il Vice Presidente della Commissione Antimafia, Claudio Fava, posa per i fotografi in occasione della conferenza stampa di presentazione del programma televisivo ''Cose Nostre'', nella sede Rai di viale Mazzini a Roma, 8 gennaio 2016. ANSA/GIORGIO ONORATI

Claudio Fava è molte cose: giornalista, scrittore, sceneggiatore e poi politico. Da poche settimane è anche il candidato alle prossime elezioni siciliane, sostenuto da una coalizione che tiene insieme Mdp, Sinistra Italiana, Possibile e Rifondazione Comunista. La prima domanda, quindi, è inevitabile.
Caro Fava, chi te lo fa fare?
(Sorride). È una domanda più che legittima, certo. Ma la risposta è da collocare in questo tempo della mia vita. Sono infatti in una fase di commiato dall’impegno politico attivo e quando mi è arrivata questa sollecitazione ne ho colto tutto il significato e l’importanza: dimostrare che non solo esiste uno spazio di sinistra in questo Paese ma che è addirittura uno spazio fondativo di una sinistra. Dimostrare poi che tutto questo parla a un pezzo di Paese e dell’opinione pubblica anche lontano dalle nostre bandiere e che esiste ancora un voto libero, d’opinione. Dimostrare anche che la Sicilia non è irredimibile e che la rassegnazione è l’alibi dei peggiori. E vorrei dimostrare infine tutto questo mettendoci ancora una volta, anzi, l’ultima, la faccia. E non perché il mio impegno finisca qui, continuerà in altri cento modi. Ma non c’è nessuna convenienza in questa mia candidatura: c’è una forte necessità politica e morale di mettersi a disposizione. E direi che questi primi giorni ci dicono che forse non ci sbagliavamo: c’è infatti un pezzo di Sicilia che sta dimostrando di non essere qualcosa a disposizione del ceto politico pronta a farsi spostare da una casella all’altra come se fossero mandrie di buoi.
Sei d’accordo con chi dice che queste siciliane siano il preludio delle elezioni politiche nazionali? Renzi da parte sua insiste nel dire che siano un “caso a sé”.
A giudicare dal fuoco di sbarramento che abbiamo ricevuto sulla mia candidatura direi proprio di sì: se si mobilitano i più illustri editorialisti dei più illustri quotidiani accusandoci di essere minoritari e disfattisti vuol dire che la proposta politica fa paura perché apre una contraddizione all’interno del partito democratico, insomma, li mette allo specchio. Tra costruire un percorso politico insieme alla sinistra che vuole affermare discontinuità con l’esperienza Crocetta (tra l’altro cosa che il Pd da cinque anni chiede a se stesso) loro hanno preferito avere altre alleanze.
Del resto la trattativa

L’intervista di Giulio Cavalli a Claudio Fava prosegue su Left in edicola


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Wright, l’architetto che sfidava la forza di gravità

Con quasi cinquecento edifici costruiti, Frank Lloyd Wright, ha lasciato un’impronta indelebile nell’arte del costruire. Nel centocinquantesimo anniversario della nascita, negli Stati Uniti sono state organizzate mostre, conferenze e visite guidate alle sue opere. La straordinaria e curatissima retrospettiva Frank Lloyd Wright at 150: Unpacking the archive allestita al MoMA di New York (aperta fino al primo ottobre) è senza dubbio l’evento più importante. L’enorme quantità di materiali esposti, modelli, disegni, fotografie, documentari, film e manoscritti, racconta magnificamente la sua impressionante attività professionale e culturale. Ma di estremo interesse è anche la pubblicazione legata alla mostra strutturata non come un semplice catalogo ma come una serie di indagini e approfondimenti per un riesame critico dell’opera dell’architetto.
Frank Lloyd Wright era nato l’8 giugno 1867 a Richland Center nel Wisconsin. Prima di terminare gli studi abbandonò la famiglia e si trasferì a Chicago dove fu assunto dal prestigioso studio di Adler & Sullivan. Fuori dall’orario dell’ufficio iniziò a progettare i suoi primi edifici residenziali, eclettici e sperimentali. Negli anni tra 1901 e il 1909, quelli delle Prairie Houses, sviluppò uno stile personale, libero dai codici convenzionali e dai rifermenti storici, evidente in capolavori come il Larkin Building, la Coonley House e la Robie House. «Per Architettura organica io intendo un’architettura che si sviluppi dall’interno all’esterno, in armonia con le condizioni del suo essere, distinta da un’architettura che venga applicata dall’esterno». La progettazione degli edifici sulla base di un sistema modulare, lo spazio interno come elemento fondante, gli elementi a sbalzo, le planimetrie aperte, l’accentuazione della dimensione orizzontale, l’integrazione della struttura con la topografia, sono alcuni degli elementi tipici. «Questa fase assorbente e logorante della mia esperienza come architetto si concluse nel 1909. Stanco, andavo perdendo la capacità di lavorare e persino l’interesse per il mio lavoro. Qualsiasi cosa, personale o non personale, mi pesava moltissimo. L’esistenza domestica più di ogni altra. Affrontai i rischi del mutamento e la rovina che nella nostra società è la conseguenza inevitabile di ogni lotta interiore per la conquista della libertà…

 

L’articolo di Remo Di Carlo prosegue su Left in edicola


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Filippine, l’incubo Isis e gli sfollati di Marawi

Iligan, importante centro economico della provincia di Lanao del Norte nell’arcipelago di Mindanao, è una città spiccatamente cristiana, con una devozione particolare per l’arcangelo Michele. Da più di tre mesi, suo malgrado, è diventata il quartier generale di tutte le istituzioni – governative, non governative, caritatevoli, militari… – impegnate a vario titolo nella gestione di quella che qui chiamano la Marawi Crisis: la battaglia tra l’esercito filippino e un gruppo di terroristi islamici affiliati all’Isis che, lo scorso 23 maggio, a sorpresa è riuscito a prendere il controllo dell’intera città di Marawi, la città più musulmana di tutte le Filippine.

Il gruppo di miliziani che da più di tre mesi è assediato dalle forze speciali è formato dalla fusione di due cellule terroristiche, attive da anni nelle Filippine meridionali: Abu Sayyaf, guidata da Isnilon Hapilon, l’uomo nominato “Emiro del Sudest Asiatico” dai vertici dell’Isis nel 2016; e il cosiddetto Gruppo Maute, dal cognome dei due fratelli Omar e Abdullah Maute.

La campagna delle due provincie di Lanao – del Norte e del Sur – è ricca di palme da cocco, banani, campi di riso e corsi d’acqua dolce che fanno di queste terre un paradiso naturale votato alla produzione agricola nazionale. Ed è qui, nei 40 km che dividono Iligan e Marawi, che centinaia di migliaia di persone hanno cercato rifugio scappando dal conflitto di Marawi, abbandonando le proprie case in fretta e furia in una migrazione interna che nessuno si aspettava né così imponente, né così duratura.

Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, comunicati dal Dipartimento per il Social Welfare e lo Sviluppo filippino (Dswd), gli sfollati di Marawi sarebbero almeno 360mila: una stima che già supera il numero di residenti della città, lasciando intendere che la crisi ha avuto ripercussioni in tutta la regione.

Con Remil della Ong internazionale Action Against Hunger, che fornisce latrine e kit igienici agli sfollati di una decina di centri tra Iligan e Lanao del Sur, abbiamo raggiunto un piccolo centro di evacuazione di Pantaria, a meno di tre chilometri da Marawi, ricavato dai locali di una scuola coranica (madrasa) a ridosso di una moschea. Sette famiglie allargate, cinquanta persone, si sono divise il pavimento delle classi ricavando dei cubicoli con dei teli di plastica tesi per tutta l’aula…

Il reportage di Matteo Miavaldi prosegue su Left in edicola


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Desaparecidos, la mappa mondiale del terrore di Stato

Non solo Argentina ed Egitto: sono molti gli Stati nei quali la pratica della sparizione forzata è tuttora all’ordine del giorno. Per constatarlo, è sufficiente sfogliare l’ultimo report del gruppo di lavoro sulle sparizioni forzate o involontarie dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr), che si è riunito a Ginevra dall’11 al 15 di settembre per esaminare circa 350 nuovi casi sospetti da 43 diversi Paesi. I quali potrebbero sommarsi al totale di quelli analizzati, 56.363, di cui ben 45.120 tuttora irrisolti.

Il gruppo, formato da cinque esperti indipendenti (Marocco, Corea del Sud, Canada, Argentina e Lituania), si occupa di incontrare parenti e conoscenti di coloro dei quali è stata denunciata una possibile sparizione forzata, di visitare periodicamente le nazioni più “critiche” e di fare pressioni sui governi responsabili perchè la verità venga a galla. Non solo.

In occasione della Giornata nazionale delle spartizioni forzate (30 agosto) è stato chiesto ai governi inadempienti di ratificare la Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalla sparizione forzata. Il documento – del 2006, in vigore dal 2010 – contiene 45 articoli…

L’articolo prosegue su Left in edicola con la mappa delle sparizioni forzate nel mondo


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Desaparecidos, lo psichiatra Masini: La violenza della pulsione d’annullamento non è più sconosciuta

Preparations For The 70th Anniversary Of The Liberation Of Auschwitz-Birkenau OSWIECIM, POLAND - NOVEMBER 15: The infamous German inscription that reads 'Work Makes Free' at the main gate of the Auschwitz I extermination camp on November 15, 2014 in Oswiecim, Poland. Ceremonies marking the 70th anniversary of the liberation of the camp by Soviet soldiers are due to take place on January 27, 2015. Auschwitz was a network of concentration camps built and operated in occupied Poland by Nazi Germany during the Second World War. Auschwitz I and nearby Auschwitz II-Birkenau was the extermination camp where an estimated 1.1 million people, mostly Jews from across Europe, were killed in gas chambers or from systematic starvation, forced labour, disease and medical experiments. (Photo by Christopher Furlong/Getty Images)

Il 20 dicembre 2006 l’assemblea generale delle Nazioni unite ha adottato la “Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalla sparizione forzata” (risoluzione 61/117). L’Italia l’ha ratificata nell’estate del 2015. Secondo la Convenzione si intende per “sparizione forzata” «l’arresto, la detenzione, sequestro o qualunque altra forma di privazione della libertà da parte di agenti dello Stato o di persone o gruppi di persone che agiscono con l’autorizzazione, il sostegno o l’acquiescenza dello Stato, a cui faccia seguito il rifiuto di riconoscere la privazione della libertà o il silenzio riguardo la sorte o il luogo in cui si trovi la persona sparita, tale da collocare tale persona al di fuori della protezione data dal diritto». Il termine “desaparecidos” venne coniato nel 1978 da Videla. Riferendosi alle migliaia di «sovversivi» scomparsi in Argentina dal 1976 in poi, durante un’intervista televisiva alla Bbc il dittatore argentino affermò impunemente: «Non ci sono né vivi né morti, solo desaparecidos». Queste stesse parole erano urlate con insistenza dai torturatori agli internati nei centri clandestini di detenzione: «Voi qui non siete nulla», «siete senza nome», «non siete né vivi né morti», «non esistete». Dal punto di vista giuridico tutto questo dal 2006 è un crimine e, in alcune circostanze stabilite dal diritto internazionale, rappresenta un crimine contro l’umanità.

Abbiamo chiesto ad Andrea Masini, direttore della rivista di psichiatria e psicoterapia Il sogno della farfalla, se riguardo alla “sparizione” oltre quella giuridica c’è anche una chiave di lettura psichiatrica. «Nella teoria psichiatrica cioè nella teoria della nascita di Massimo Fagioli, la storia della sparizione, intesa come “fantasia di sparizione” è un punto cardine e ha un valore enorme, ma in questo caso la sparizione viene utilizzata in termini assolutamente distruttivi. La dittatura argentina e trent’anni prima i nazisti – prosegue lo psichiatra Masini – hanno colto e sfruttato un meccanismo psichico potentissimo. Che è più forte della violenza fisica che c’è nell’imprigionare, nel torturare una persona inerme. Far sparire una persona è un’aggressione ancora più devastante perché implica la non esistenza di quella persona, la perdita di qualunque diritto. Un detenuto “normale” si può appellare a tante cose, può parlare con un avvocato, può fare ricorso, può incontrare i familiari. Una persona che è stata fatta scomparire non ha alcuna possibilità di difendersi. Inoltre, dal punto di vista psichiatrico, l’azione di far sparire qualcuno è un concetto diverso».

Vale a dire?

Lo psichiatra Massimo Fagioli ha sempre parlato di pulsione di annullamento.

L’intervista allo psichiatra Andrea Masini prosegue su Left in edicola


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Enrico Calamai: Dall’Argentina alla Libia la strage delle “non persone”

BARCELONA, SPAIN - FEBRUARY 18: Lifejackets in the beach during a simulation in front of the beach of Barcelona while thousands demonstrate in support of refugees and the opening of borders, under the slogan "Volem Acollir" (We want to welcome) in Barcelona, Spain, on February 18, 2017. (Photo by Albert Llop/Anadolu Agency/Getty Images)

Non solo non vengono considerati dei cittadini, ma nemmeno uomini, non gli viene cioè riconosciuta la personalità umana» dice Enrico Calamai dei casi di desaparición nell’America Latina ma anche di quelli, diversi, ma simili per certi aspetti, dei migranti e dei rifugiati “fatti sparire” nei campi di detenzione in Libia o scomparsi nelle acque del Mediterraneo. Ha tutte le carte in regola per affermarlo, il diplomatico italiano in Argentina ai tempi della dittatura militare di Videla. A Buenos Aires – ma prima si era trovato in Cile durante il golpe di Pinochet -, il giovane vice console Calamai riuscì a salvare centinaia di connazionali perseguitati dal regime, come ha raccontato nel libro Niente asilo politico. Alcuni anni fa è stato uno dei promotori del comitato Giustizia per i nuovi desaparecidos, stabilendo un’analogia tra le sparizioni dei giovani oppositori di un regime ben definito come quello argentino e la scomparsa dei migranti vittime della politica degli Stati europei e dei Paesi Nato.
Enrico Calamai, partendo dalla sparizione dell’attivista Santiago Maldonado, che impressione le fa sentir parlare ancora di desaparición in Argentina?
Premetto che conosco poco l’Argentina di oggi. So però che c’è un governo neoliberista e che il neoliberismo è l’opposto del rispetto dei diritti umani con politiche che sono al limite fra il rispetto e l’abuso dei diritti umani. So che ci sono tanti casi di abuso aperti, sfrontati, voluti, come minaccia in un Paese in cui queste violazioni in passato sono state massicce e lasciano ancora oggi un’ombra di terrore sulla popolazione. Nel caso di questo ragazzo non so esattamente cosa possa essere successo, certo, il governo argentino non risponde alle sollecitazioni che vengono dalle Nazioni unite. E la cosa triste è che mi pare che neanche tanti governi europei facciano pressione. Tra questi c’è anche quello italiano. Se Roma facesse un passo diplomatico serio, duro, negoziato con gli altri partner comunitari, verso il governo argentino, qualcosa di più si verrebbe a sapere. A questo proposito mi viene in mente una realtà totalmente diversa come la sparizione di Giulio Regeni. Soltanto quando il governo italiano…

L’intervista di Donatella Coccoli a Enrico Calamai prosegue su Left in edicola


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Sparire in democrazia per mano dello Stato

TOPSHOT - People march during a protest for Santiago Maldonado, who disappeared on August 1st during a Mapuche protest in Chubut province, during a demonstration called by human rights associations asking for his whereabouts, in downtown Cordoba, Argentina, on September 1, 2017. Maldonado disappeared last August 1 when the Gendarmerie dispersed a Mapuche protest in the Pu Lof community, Resistencia, Cushamen Department, some 1850 km southwest of Buenos Aires. He is said to have last been seen being put into a military police vehicle by officers who broke up a demonstration in the southern province of Chubut. / AFP PHOTO / EITAN ABRAMOVICH (Photo credit should read EITAN ABRAMOVICH/AFP/Getty Images)

Questo è quanto sappiamo fino al momento di andare in stampa: il primo agosto 2017 Santiago Maldonado – un artigiano tatuatore di 28 anni – è sparito dalla faccia della terra. Si trovava a Cushamen, nella provincia di Chubut, con i suoi nuovi amici i mapuche della comunità Pu Lof. Siamo in Argentina. Quel giorno i mapuche avevano organizzato una manifestazione di protesta, più simbolica che volta allo scontro, per richiamare l’attenzione sul caso del loro leader Facundo Jones Huala in carcere da un mese. Per tutta risposta, i manifestanti sono stati attaccati da più di un centinaio di militari della gendarmeria locale. I gendarmes sparavano proiettili di gomma e di piombo: si trattava di un attacco illegale sul territorio dei nativi. Infatti nessun giudice li aveva autorizzati a farlo. Durante l’incursione, alcuni mapuche sono fuggiti attraversando un fiume. Santiago Maldonado ha tentato di fare la stessa cosa, ma non è stato in grado per un motivo molto semplice: non sapeva nuotare.

Secondo i testimoni che hanno già deposto davanti al giudice, l’ultima volta che è stato visto Maldonado è stato preso e malmenato dalle guardie (le sue ultime parole documentate sono state: «Fermatevi, basta»), prima che il suo corpo fosse buttato su un fuoristrada (Unimog) che poi si è allontanato. Da allora e per più di un mese, l’Argentina ha assistito incredula alla messa in scena della presidenza Macri: un’operazione formidabile che mette insieme tattiche diversive, distruzione di prove a carico e diffamazione, con il sostegno prezioso dei nostri media più potenti. Sebbene molte organizzazioni per i diritti umani abbiano immediatamente reagito, reclamando l’habeas corpus già il giorno dopo, la giustizia ha proceduto a passo ridotto (il giudice Otranto ha un motivo per indugiare: ha fatto una domanda di promozione che richiede l’approvazione di Macri). La gendarmeria prima ha negato l’esistenza di quel fuoristrada. Ma è stata smentita dalle impronte che il veicolo ha lasciato sul terreno dei mapuche. Dopo di che ha mostrato un paio di veicoli che erano già stati puliti, tirati a lucido come uno specchio.

I giornali Clarin e La Naciòn con le loro televisioni – praticamente non ci sono voci indipendenti nel nostro panorama mediatico, con poche eccezioni che Macri sta strozzando economicamente – hanno iniziato la campagna denigratoria: Maldonado non era a Cushamen, Maldonado è stato visto in Cile, Maldonado era stato visto a Entre Rìos da un camionista, Maldonado apparteneva alle Farc della Colombia, Maldonado ha legami di sangue con l’ex genero di Cristina Kirchner, Maldonado è una spia addestrata dai Curdi, Maldonado è fuggito via in macchina con un paio di esponenti di media amici, Maldonado era un hippie buono a nulla e pertanto la sua vita era inutile. L’intera comunità Mapuche è stata messa alla gogna. I media hanno affermato che non erano nemmeno argentini, ma cileni, spingendosi oltre etichettandoli tutti facenti parte di un gruppo chiamato Ram (Resistencia ancestral mapuche), descritta come una «pericolosa» cellula terrorista con legami internazionali e finanziata da associati di dubbia fama (alcuni asseriscono persino che i Ram siano finanziati da flussi di denaro inglesi), quando non sono altro che un gruppo etnico senza potere. Per sottolineare la loro indole sinistra, il ministro delle Sicurezza, Patricia Bullrich (una ex esponente Montonera degli anni 70, che si è riproposta quale rediviva esponente della destra che ama indossare la divisa di soldato e ordinare le percosse sui dimostranti), ha mostrato le fotografie dell’“arsenale” dei Ram appena catturati: un paio di accette, una falce, alcune banconote di piccolo taglio.
La demonizzazione dei Mapuche è riuscita solo a sottolineare il problema che spiega non solo la sparizione forzata di Maldonado…

L’articolo di Marcelo Figueras prosegue su Left in edicola


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Attentato alla metro di Londra, 22 feriti. L’esperto: «Potrebbe essere un segno di debolezza dell’Isis»

epa06205989 A forensics officer works at the scene of an incident on the District line in London, Britain, 15 September 2017. A bomb exploded on an underground train near the 'Parsons Green' station injuring a number of people in an apparent terror attack. Emergency services have responded to reports of an explosion on an underground tube train. Media reports citing Scotland Yard say that the explosion on the train is being treated as terrorism. EPA/ANDY RAIN

Il bilancio dell’esplosione all’interno della metropolitana di Londra, avvenuta stamattina alle 8.20 in un treno all’altezza della fermata Parsons Green, è di 22 feriti. Diciotto di loro sono stati trasportati dal London ambulance service, intervenuto sul posto dopo pochi minuti, altri quattro si sono presentati autonomamente presso gli ospedali della capitale britannica, come conferma il Servizio sanitario nazionale del Regno Unito. Nessun ferito è in pericolo di vita. La maggior parte di loro hanno riportato ustioni.

Scotland Yard ha confermato che si tratterebbe di un «attacco terroristico», causato da un «ordigno improvvisato» (in gergo tecnico un “Ied”, improvised explosive device), che sul quale si stanno ancora svolgendo analisi forensi.

Le indagini vengono condotte dal nucleo anti-terrorismo della polizia metropolitana, le indagini sono sostenute dai colleghi dell’Mi5, i servizi segreti britannici. La premier Theresa May ha trasmesso la sua vicinanza ai feriti, e ha subito convocato un incontro d’emergenza del comitato Cobra, l’unità di crisi del governo britannico.

Il sindaco di Londra Sadiq Khan ha dichiarato:«La nostra città condanna gli orribili individui che cercano di utilizzare il terrore per danneggiarci e distruggere il nostro stile di vita». E, ai microfoni di radio Lbc, ha affermato che è in corso una caccia all’uomo, senza specificare altri dettagli. Per il momento, la polizia metropolitana non ha confermato nessun arresto.

Alcuni passeggeri hanno dichiarato di essere stati colpiti da una «palla di fuoco». Si tratterebbe di un ordigno che è esploso solo parzialmente, collegato ad un timer, nascosto all’interno di una busta della spesa.

https://twitter.com/andyjohnw/status/908596138537779200

L’ordigno è stato ripreso anche da un video amatoriale, circolato su vari network internazionali.

Renzo Guolo, professore di sociologia dell’Islam presso l’Università di Padova, ai microfoni di Rai News24 ha sottolineato come «l’Isis non è più in grado di operazioni “in grande stile”, tipo il Bataclan» e come questo attacco sia frutto della «fase di acuta debolezza dello Stato islamico in Medio oriente legata alla fine della sua esperienza statuale». Questo declino però «non porterà alla fine del radicalismo jihadista». «Tanto più lo Stato islamico viene ridimensionato, tanto più assisteremo a gesti “in scala minore”, ma non per questo meno pericolosi», conclude Guolo.

Si tratta del quinto attacco terroristico che ha colpito Londra da marzo scorso, quando una auto guidata da Khalid Masood si è lanciata sulla folla sul ponte di Westminster: morirono 5 persone, oltre al terrorista.

Il Guardian sta seguendo in diretta gli sviluppi delle indagini, con aggiornamenti costanti.