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XX Settembre e memoria storica

Alcuni anni fa, a una celebrazione del 25 Aprile, incontrai un partigiano ultraottantenne che si lamentava del fatto che le commemorazioni fossero divenute ormai ritualistiche, e che lo spirito della Liberazione non fosse più così diffuso all’interno della popolazione, specialmente quella più giovane.

Bene: paragonata alla situazione del 25 Aprile, quella del 20 Settembre è comunque incomparabilmente peggiore. Non solo le celebrazioni sono organizzate da un numero veramente limitato di amministrazioni ma, soprattutto, nella situazione attuale, ci farebbe un enorme piacere sostenere che «lo spirito del Venti Settembre non è più così diffuso all’interno della popolazione». Perché presupporrebbe, quantomeno, un’estesa informazione sulla ricorrenza. Purtroppo, la desolante realtà è che la stragrande maggioranza della popolazione non sa nemmeno cosa accadde il 20 settembre del 1870.

E questa “lacuna” (eufemismo), si badi bene, coinvolge anche la popolazione più colta. Per fare giusto un esempio: giorni fa, un attivista laico aduso a consegnare di persona le proprie lettere al quotidiano cittadino ha dovuto amaramente constatare che, all’interno della redazione, quasi nessuno sapesse cosa è successo 147 anni fa.

Questa lacuna, aspetto altrettanto grave, ha pesanti ripercussioni sulla realtà attuale.

Non si sa, ad esempio, che c’era un papa, Pio IX, che governava uno Stato da vero e proprio monarca: lacuna grave soprattutto oggi, quando le gerarchie ecclesiastiche danno ai nostri politici consigli interessati in materia di governo.

Non si sa nemmeno che quello Stato era uno dei più inefficienti e illiberali d’Europa: lacuna grave soprattutto oggi, quando le gerarchie ecclesiastiche danno consigli ai nostri politici in materia di economia e diritti umani.

E non si sa che quel papa era risolutamente contrario all’Unità d’Italia: lacuna grave soprattutto oggi, quando la Conferenza Episcopale Italiana rivendica le radici cristiane del Paese.

Non si sa neppure che quel papa negava i diritti civili a tutti i cittadini non cattolici (ebrei, protestanti e non credenti): lacuna grave soprattutto oggi, quando il cardinal Ruini definisce «una splendida lezione» un discorso che ha rischiato di creare uno scontro di civiltà con l’islam.

Infine, non si sa che quel papa si espresse contro la democrazia, la libertà di espressione e la libertà religiosa: lacuna grave soprattutto oggi, quando la Chiesa cattolica rivendica spazi sempre più ampi di intervento, dai mezzi di informazione alle grandi questioni bioetiche, con ciò scivolando pericolosamente verso una configurazione in senso “etico” dello Stato.

È triste constatare come si sia caduti in basso. Ma la disinformazione, del resto, coinvolge anche la conoscenza della storia stessa della laicità. Pochi sanno che il concetto occidentale di laicità è nato in Italia, con Dante e Marsilio. E quasi nessuno, nello stesso mondo laico, è al corrente che anche il concetto di libertà religiosa ha un’origine italiana: ma i nomi di Lelio e Fausto Sozzini non sono inseriti nei libri di testo scolastici, non sono citati nei tanti incontri interculturali, non sono nemmeno ricordati dalla toponomastica dei municipi (forse perché dedicare strade agli eretici è ancora oggi alquanto problematico).

Tutto questo per dire che c’è un gigantesco problema di memoria storica. Vi è certamente, in tutto questo, una gravissima responsabilità della classe politica: che, da sola, non sarebbe però bastata a creare un baratro così profondo. Probabilmente le gerarchie ecclesiastiche hanno operato efficacemente. Forse si è sopravvalutata troppo la (presunta?) laicità del popolo italiano. Ma quel che è sicuro è che, per invertire la tendenza, non possiamo limitarci solo a pur doverose rivendicazioni e celebrazioni: dobbiamo anche operare concretamente, giorno per giorno, per la concreta applicazione del supremo principio costituzionale della laicità dello Stato.

Raffaele Carcano, Uaar.it

Questo referendum non s’ha da fare. L’avvertimento di Madrid al governo catalano

epa06214881 People demonstrate outside the regional Economy Ministry in Catalonia during a police search for documents connected with the organization of the Catalan independence referendum, in Barcelona, Spain, on 20 September 2017. EPA/ALEJANDRO GARCIA EDITORIAL NOTE: POLICEMEN'S FACES BLURED DUE TO SPANISH LAW

A Barcellona stamani la Guardia Civil ha eseguito un blitz in diverse sedi del governo catalano ed ha arrestato 14 persone. Tra di loro ci sono i collaboratori più vicini al vicepresidente catalano Oriol Junqueras, come il suo braccio destro Josep Maria Jovè. Ma anche Jordi Graell, direttore del dipartimento di attenzione ai cittadini del governo, e Jordi Puignero, presidente del Centro delle telecomunicazioni. Il chiaro intento del governo spagnolo è quello di impedire il referendum sull’indipendenza della Catalogna del 1 ottobre. Junqueras su Twitter ha ribadito: «Stanno attaccando le istituzioni di questo paese e quindi i cittadini. Non lo permetteremo».

https://twitter.com/junqueras/status/910405737989509120

La mossa di Madrid ha provocato una protesta spontanea davanti alla Generalitat, dove si sono radunate centinaia di persone con cori e striscioni contro le “forze di occupazione”. Persone che hanno invaso anche Rambla Catalunya.

La Guardia Civil ha inoltre effettuato delle perquisizioni in diversi ministeri del governo regionale, alla ricerca di prove sulla organizzazione del tornata elettorale.

Podemos ha parlato subito di «involuzione autoritaria». La sindaca Ada Colau di «scandalo democratico».

https://twitter.com/AdaColau/status/910410999328624640

Ma il presidente catalano Carles Puigdemont non arretra di un centimetro: «Manteniamo la convocazione del referendum del 1 ottobre per difendere la democrazia di fronte ad un regime repressivo e intimidatorio». Il ministro delle finanze spagnolo Cristobal Montoro nel frattempo ha confermato il blocco delle finanze del governo catalano, sancito venerdì a Madrid.

Il quotidiano catalano La Vanguardia sta seguendo gli sviluppi con un pezzo in costante aggiornamento.

Delle prospettive che si aprono in Catalogna alla vigilia del referendum per l’indipendenza ne parleremo nel prossimo numero della rivista, con un articolo di Steven Forti da Barcellona. Left n.38 sarà in edicola da sabato 23 settembre (3€) e in digitale da venerdi (2€).

 

 

Una commedia su Stalin mette in crisi il Cremlino

Un film può destabilizzare uno Stato? Un cinema può diventare teatro della protesta? Forse no. O forse si. Il ministro della Cultura in Russia sta decidendo se vietare la diffusione di una commedia straniera nel Paese, perché “è opera compiuta dall’Ovest per destabilizzare la Russia”. Il film in questione è La morte di Stalin, la cui proiezione in Russia potrebbe generare un’ondata di manifestazioni, ma soprattutto, far arrabbiare i comunisti russi, che hanno già definito l’opera “rivoltante”.
Basato su un fumetto dallo stesso titolo, il film avrà per protagonisti Nikita Khrusev, interpretato da Steve Bushemi, e Vyacheslav Molotov, che sarà Michael Palin. La morte del capo supremo dell’Urss è l’inizio della storia che riguarda la lotta per il potere dopo, appunto, la sua morte. La produzione del film è britannica e francese, l’autore ha un nome italiano e nazionalità scozzese: si chiama Armando Iannucci, ed è l’uomo che sta dietro le satire politiche in onda nel Regno Unito, come Veep e The Thick of it.

Pavel Pozhigailo, ufficiale della camera pubblica statale, ha riferito che il ministero della Cultura russo non permetterà la proiezione del film se deciderà che si tratta di un potenziale “incitamento all’odio”. Ormai è questione di Stato, cioè di Cremlino. Anche Dimitry Peskov, il portavoce del presidente, ha rinnovato la sua fiducia nella scelta e nella decisione del ministro, da cui dipenderà la possibile o la mancata distribuzione del film, già in uscita in Europa e Nord America il prossimo mese.

Film si, film no: in Russia proiettare film è tornata ad essere questione di Stato da quando nelle sale cinematografiche è arrivato Matilda, ovvero la storia di una ballerina polacca amante dello zar Nicola II, giustiziato dai comunisti e poi canonizzato come santo dalla chiesa russa. Film e fiamme: gli ortodossi di tutto il Paese hanno minacciato di bruciare i cinema che non si sarebbero rifiutati di proiettare Matilda. “Se quello di Stalin è provocatorio come Matilda, allora non bisognerà proiettarlo, se ci sarà pericolo, allora insisteremo affinché non attenga la licenza di proiezione” ha detto Pozhigailo.

I prezzi stracciati di Ryanair? Li pagano i lavoratori. Ovvio

epa06213821 A cancelled Ryanair flight is seen on a departure board at Stanstead Airport in Stanstead, Britain, 19 September 2017. The Ryanair airline has cancelled more than 200 flights due to a scheduling error for staff leave. More than 400,000 passengers will be effected between now and October 28. EPA/NEIL HALL

In un anno più o meno 700 comandanti piloti hanno lasciato Ryanair per andarsi a prendere un posto di lavoro presso le compagnie concorrenti. Per frenare l’emorragia il capo della compagnia irlandese, Michael Hickey, ha spedito a tutti i piloti della compagnia una lettera con cui li invita per quanto possibile a “rinunciare” a dei giorni di permesso nelle prossime settimane (anche per ridurre il “taglio” di voli che sta facendo infuriare i clienti in tutto il mondo) e prova a lisciarli offrendo bonus dai 6 ai 12.000 euro oltre alla promessa di restare almeno per un anno.

E la parola “bonus” suona, ancora una volta, in tutto il suo vuoto sciocco: qui si tratta semplicemente di una crema (che bene venga) all’interno di una compagnia che si è spinta a proporre contratti di lavoro dove dei diritti venivano negati in nome della “politica aziendale”: i piloti Ryanair, per dire, non prevedono né ferie né malattie. E questo estremo tentativo rappresenta semplicemente due aspetti che forse sarebbe bene tenere a mente anche qui da noi, anche e soprattutto in previsione della prossima campagna elettorale.

Primo: i lavoratori, tutti, lavorano dove vengono rispettati e pagati dignitosamente e anche se questo può disturbare i padroni continueranno a cercare sempre un approdo più dignitoso. I voli cancellati da Ryanair in questi giorni non sono banalmente “ferie non pagate” come insistono a dire i vertici dell’azienda ma sono piuttosto il collasso di una società che insiste a voler essere low cost facendo pagare ai lavoratori il prezzo del presunto “risparmio”.

E qui tocchiamo anche il secondo punto: se qualcosa costa poco è perché c’è qualcuno che sta pagando l’abbattimento dei costi e quel qualcuno sono sempre i dipendenti e i collaboratori. E forse varrebbe la pena ricordarsene perché la ricaduta poi, con tutti i suoi diversi giri, arriva in testa a noi anche se continuiamo a disinteressarcene. Sì, anche su di noi. E per questo ci dovrebbe essere una soglia, nel reddito ma anche nel costo orario del lavoro, sotto cui non ci si può permettere di andare. Ed è un compito della politica, questo.

Buon mercoledì.

Verbitsky: Con Macri l’Argentina rivive gli incubi del passato

epa05879907 Thousands of people march during a protest organized by Argentina's trade unions against the economic measures of the government of President Mauricio Macri in Buenos Aires, Argentina, 30 March 2017. EPA/DAVID FERNANDEZ

Il 10 dicembre 2015 Mauricio Macri è diventato presidente della Repubblica argentina vincendo il primo ballottaggio della storia del suo Paese, contro il candidato peronista Daniel Scioli. E da quando esiste il suffragio universale, cioè dal 1916 (allora votavano solo gli uomini), è anche il primo presidente che non è sostenuto né dal partito di centro, l’Unione civica radicale, né dal partito peronista. Il suo partito è di destra e si chiama Impegno per il cambiamento. Fu lui a fondarlo nel 2003 nel pieno della gravissima crisi economica iniziata a fine XX secolo. Nel 2005 è confluito nella coalizione Proposta repubblicana, presieduta dallo stesso Macri. Ma come vedremo, questi non sono i suoi unici primati. Left ha chiesto a Horacio Verbitsky, uno dei più attenti e precisi giornalisti d’inchiesta latinoamericani, di aiutarci a far luce sulle conseguenze delle politiche liberiste di Macri sulla democrazia e sul tessuto sociale del Paese. Ne emerge un quadro che ha sinistre analogie con un passato, quello degli anni della dittatura civico militare (1976-83), che la parte sana della società civile argentina pensava di non dover vivere mai più. “Nunca mas!”.

Come valuta l’attuale governo?

Mauricio Macri è il primo presidente della destra dura e pura che arriva al governo in Argentina attraverso il voto e non por las botas (modo di dire colpo di Stato militare, ndr). E guida un partito nuovo che il sistema politico argentino non ha ancora del tutto assimilato. Nel 2001 in Argentina la parola d’ordine era: «Che se ne vadano tutti». Oggi si è trasferita dalla periferia al centro, nel cuore della finanza mondiale, come dimostrano in Europa la Brexit e le prospettive inquietanti in Francia, Olanda, Austria e Germania, e, negli Usa, l’elezione di Donald Trump il cui presunto isolazionismo è stato peraltro smentito dall’annuncio di un aumento del budget per le spese militari.

Cosa implica che la destra argentina abbia raggiunto questo peso elettorale?

La chiusura di un ciclo nel quale le classi dominanti non hanno mai avuto una espressione politica propria e per prendere il potere sono dovute ricorrere ai colpi di Stato oppure sfruttando i partiti popolari come dei parassiti.

Quando e come è iniziato questo ciclo?

L’oligarchia agricola che nel XIX secolo organizzò la Nazione Argentina inserendola nel mercato mondiale come perfetto complemento della industria britannica, in base a quanto teorizzato da David Ricardo, non ha mai potuto istituzionalizzare la sua egemonia. Nel 1916, di fronte alla forte pressione popolare, per la prima volta convocò libere elezioni e le perse. Avendo così scoperto che oltre alla forza lavoro l’immigrazione portava con sé idee socialiste e anarchiche, quella borghesia liberale terminò immediatamente il processo di secolarizzazione del Paese e si buttò nelle braccia della Chiesa cattolica. La dottrina ecclesiastica sull’origine divina del potere e dell’ordine naturale, gerarchico e immutabile, razionalizzò l’avversione dei capitalisti per l’imprevedibilità della democrazia rappresentativa e per qualunque alternativa rivoluzionaria. Quella stessa Chiesa convertì le Forze armate nel partito militare che tra il 1930 e il 1990 realizzò almeno un colpo di Stato per decennio con il fine di impedire che i partiti popolari (la Union Civica Radical di Ippolito Yrigoyen prima, e il Justicialismo di Juan Peron dopo) consolidassero un’agenda politica basata sull’equa distribuzione del reddito e sulla partecipazione popolare alla cosa pubblica.

Restiamo in tema di economia per capire dove affondano le radici dell’operazione politica di Macri. Può dirci qualcosa in più sul rapporto tra la destra e la Chiesa argentina?

Sul piano economico, fino alla seconda guerra mondiale, l’Argentina è dipesa dalla Gran Bretagna. Dopo la fine del conflitto è entrata nell’orbita statunitense. Va tuttavia rilevata una forte influenza della estrema destra cattolica francese che, con il sostegno della Conferenza episcopale, introdusse nell’esercito argentino i metodi che i militari di Parigi impiegavano per stroncare le rivolte nei domini coloniali. Le misure neoliberali e l’iper indebitamento della dittatura militare del 1976-1983 e in seguito dei presidenti Carlos Menem e Fernando de la Rua negli anni 90, hanno avuto l’appoggio ecclesiastico.

Bergoglio ha spesso puntato il dito contro le politiche liberiste, questo segna un punto di rottura con Macri e con il passato?

Oggi papa Francesco condiziona i vescovi argentini con le sue critiche al liberismo. Ma si tratta di una posizione che non è affatto basata su idee progressiste. Le radici vanno ricercate nel solco del populismo conservatore tracciato alla fine del XIX secolo da Leone XIII, poi ripreso negli anni 30 da Pio XI, infine da Giovanni Paolo II con le cosiddette encicliche sociali. Questa strategia, che consente alla Chiesa di contendere ai partiti popolari e alle ideologie di sinistra il controllo delle classi subalterne, è in piena esecuzione.

Torniamo a Macri, quali sono le caratteristiche principali del suo governo?

Il nonno del presidente, Giorgio Macri, fu uno dei fondatori in Italia del Partito dell’Uomo qualunque, che dopo la seconda guerra mondiale esprimeva i timori e l’insoddisfazione delle classi medie rimaste orfane del fascismo. L’ideologia qualunquista era fondata sull’antipolitica, ed esprimeva mancanza di fiducia nella cosa pubblica, ed esaltando l’individualismo si opponeva al pagamento delle tasse. Quel partito si insinuò nel tessuto sociale, fin quando il Vaticano si adoperò affinché gli Stati Uniti dessero alla Democrazia cristiana il compito e il potere di contenere l’avanzata del comunismo. Giorgio arrivò in Argentina nel 1946, qui nel 1959 nacque il nipote che avrebbe portato il programma dell’Uomo qualunque alla Casa Rosada. La svalutazione della moneta, la riduzione delle tasse ai più ricchi, l’eliminazione delle sovvenzioni pubbliche all’energia e ai trasporti hanno raddoppiato l’inflazione. Nonostante questo il governo dice che è riuscito a controllarla, in un scandaloso divorzio tra quello che afferma pubblicamente e la realtà dei fatti.

Che tipo di governo è?

Il più omogeneo governo classista. Il punto di accordo tra le diverse fazioni capitaliste che si articolano nel nuovo blocco di potere, è il controllo della classe lavoratrice. Con la promessa di “Povertà zero” ha fatto crollare il livello di attività economica, l’occupazione e la partecipazione dei lavoratori alla produzione di reddito. L’economista Eduardo Basualdo ha analizzato un campione di oltre cento di funzionari di governo insediati da Macri come intellettuali organici dei settori dominanti dell’economia e della finanza per dirla come Gramsci. La conseguenza è che l’egemonia del Paese è slittata. Spostandosi dai gruppi economici locali nella direzione delle banche transnazionali e delle imprese straniere. Più del 70% dei funzionari proviene dal mondo del capitalismo. Sono imprenditori o membri delle “patronales” (una sorta di Confindustria, ndr), oppure di fondazioni private, studi di consulenza o legali, commercialisti o finanziari. La maggior parte ha occupato incarichi nelle banche transnazionali, a seguire ci sono coloro che provengono da posizioni di rilievo in multinazionali straniere di idrocarburi, elettricità, telefonia e informazione. La metà ha conseguito dottorati e master in università statunitensi o britanniche, dove si consolidano le identità ideologiche e le relazioni istituzionali e sociali.

Il 16 gennaio 2016 la deputata del Parlasur, Milagro Sala, nota per il suo sostegno alla causa delle comunità indigene, è stata arrestata e da allora è detenuta senza prove né processo. In che modo Macri attua la politica dei diritti umani? Durante l’era dei Kirchner sembrava una questione risolta.

Il governo ha provato a utilizzare la questione dei diritti umani come arma contro il Venezuela e come scudo protettore di Israele. Un’impresa audace direi. Macri ha girato il mondo chiedendo il rilascio di Leopoldo López, un leader dell’opposizione venezuelana, ma il mese scorso il gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria – che ha definito arbitrario l’arresto di López e ha chiesto al presidente Maduro la sua immediata liberazione – ha deciso lo stesso riguardo Milagro Sala. La sua retorica si è quindi scontrata con la realtà. Pensava che il mondo si limitasse alle banche transnazionali dalle quali ha preso in prestito fiumi di denaro a un tasso folle (50 miliardi di dollari in undici mesi, il più grande debito nel più breve arco di tempo della storia argentina e senza paragoni al mondo) ma si è sbagliato: la comunità internazionale gli chiede di non criminalizzare i movimenti sociali e di rispettare i loro diritti. E incalzeremo Macri come ha già fatto il premier canadese Justin Trudeau, fino a quando non adempirà all’obbligo di liberare Milagro Sala.

Come si pone Macri verso i processi alla dittatura tuttora in corso?

Vorrebbe rallentarli ma non può. Perché non sono opera di un governo ma il risultato di decenni di lotta delle organizzazioni dei diritti umani. Sono profondamente radicati nella coscienza della società e condizionano le relazioni internazionali. Trudeau, ma prima di lui Hollande e Obama, sono andati al Parco della Memoria a rendere omaggio ai detenuti desaparecidos. La nullità delle leggi di punto finale e obbedienza dovuta (che in sintesi stabilivano l’impunità dei militari genocidi, ndr) fu ottenuta nel 2001 su richiesta del Centro de Estudios Legales y Sociales. Quando Nestor Kirchner andò al governo nel 2003 c’erano già un centinaio di processi in corso e decine di condannati, tra cui gli ex dittatori Videla e Massera. La spinta di Kirchner fu decisiva, ma i processi c’erano prima di lui e continuano oggi. Gli ultimi dati raccolti a settembre dicono che in tutto ci sono state 726 condanne e 337 liberazioni per mancanza di prove (201 inesistenze di merito, 73 assoluzioni e 63 annullamenti). Come conseguenza naturale del suo orientamento di classe il governo sta facendo pressione per tramutare il carcere in arresti domiciliari (dopo i 70 anni e se le condizioni di salute lo consigliano, sono legali) e ostacolare l’avanzamento dei processi in cui sono imputati i complici civili dei militari, siano essi imprenditori o ecclesiastici. Macri ha anche tolto fondi alle politiche dei diritti umani e sta cercando il modo di assegnare nuovamente compiti di sicurezza interna alle Forze armate con il pretesto della lotta contro il terrorismo e il narcotrafico.

Dopo gli Usa con Obama, anche Bergoglio ha annunciato l’apertura di archivi sui desaparecidos. L’incaricato dalla Santa Sede di riordinare le carte ha raccontato a Left che questi sono a disposizione dei magistrati e delle organizzazioni umanitarie, ma possono accedervi solo caso per caso e i giornalisti non saranno autorizzati. Cosa ci si può aspettare da questa operazione?

È l’ennesimo tentativo di ripulire una storia vergognosa senza compiere nessuno dei passi che peraltro impone il catechismo della Chiesa cattolica con il sacramento della riconciliazione, il perdono e la penitenza: riconoscere i “peccati” commessi, impegnandosi a non ripeterli e a riparare il danno causato.

Il capo dei vescovi, Jose Arancedo, ha detto che quando si conosceranno i documenti ci saranno più luci che ombre.

Papa Bergoglio dice che vuole una Chiesa povera e dei poveri, e vescovi che odorano di pecora. Cioè stiano con il gregge. Ma Arancedo odora di mucca e non di pecora, perché lui fa parte di una ricchissima famiglia di imprenditori bovini. I giornalisti stiano pure lontani, questa degli archivi è una operazione pubblicitaria e non ha niente a che fare con la ricerca della verità. Nei miei libri e articoli ho pubblicato molti documenti segreti che non fanno parte della declassificazione annunciata. Si va da una riunione del comitato esecutivo della Conferenza episcopale in cui si discute amabilmente sul modo migliore per eludere le domande circa i desaparecidos, a quello per non compromettere i militari che li hanno uccisi, fino alla richiesta di una sontuosa sede per l’episcopato come prezzo del silenzio, e alle lettere in cui il segretario della Conferenza spiega al suo presidente come la polizia si incaricò di disperdere le Madres de Plaza de Mayo che i vescovi avevano rifiutato di ricevere.

Articolo pubblicato su Left del 3 dicembre 2016

 

Per approfondire, Left n. 37 in edicola fino al 22 settembre 2016


SOMMARIO ACQUISTA

Morire di blasfemia, Pakistan 2017

epa05187125 Protesters shout slogans during a protest against the execution of Mumtaz Qadri, the ex-police guard who had in January 2011 killed a former governor for opposing the country's blasphemy laws, after he was hanged to death, in Lahore, Pakistan, 29 February 2016. Pakistan on 29 February hanged Mumtaz Qadri, the ex-police guard who killed Salman Taseer, the former governor for opposing the country's controversial blasphemy laws, which impose the death penalty in some cases. The execution took place at a prison in Rawalpindi near the capital Islamabad amid tight security around the prison and in the capital. EPA/RAHAT DAR

In Pakistan, Nadeem James, 35 anni, è stato condannato a morte per aver ridicolizzato il profeta Maometto su whatsapp con una barzelletta. Dopo essere stato denunciato dall’amico con cui comunicava sulla chat, il tribunale lo ha giudicato e condannato alla pena capitale per blasfemia. Nella sentenza, la colpa che gli è stata imputata, è la pubblicazione di materiale che si prendeva gioco dell’islam su una piattaforma digitale, in una chat risalente a giugno 2016.

Spesso le accuse di blasfemia in Pakistan vengono mosse a membri delle minoranze di confessione non musulmana che vivono nel Paese. Nadeem appartiene a quella cristiana. Il suo avvocato, Riaz Anjum, ha reso noto che si appelleranno al verdetto del tribunale di Gurjat della corte pakistana. Solo ad aprile scorso, uno studente, Mashal Khan, è stato picchiato a morte nella sua università a Mardan, in dormitorio, per aver preso parte poche ore prima ad un dibattito sulla religione di Maometto. Venti studenti sono stati arrestati perché ritenuti colpevoli della fine del giovane pakistano ed il Parlamento ha considerato di istituire un corpo di guardia addetto solo alla problematica, perché sono stati 67 gli omicidi per “blasfemia senza prove” dal 1990 in Pakistan ma sono dati indipendenti e approssimati per difetto.

Un mese dopo la morte di Mashal, a maggio, un bambino di dieci anni è morto durante un tentato linciaggio ai danni di un negoziante indù, accusato della medesima colpa di Nadeem: aver postato un’immagine derisoria dell’islam sui social network. Cinquecento persone hanno tentato di ucciderlo nella stazione di polizia in cui si trovava.

Nel 2011 il governatore Salman Taseer ha tentato di riformare la legge che consente allo Stato di uccidere un suo cittadino se lo considera blasfemo, ma è stato a sua volta ammazzato da un islamista. Quando il suo omicida è stato arrestato, è stato condannato morte. Ora è considerato un martire dai radicali religiosi.

Che peccato le “luiginarie” del Movimento 5 stelle

Luigi Di Maio lascia l'hotel Forum al termine dell'incontro con Davide Casaleggio, Roma, 27 giugno 2017. ANSA/ANGELO CARCONI

Il Movimento 5 stelle, come qualsiasi altro partito politico, ha tutto il diritto di puntare per le prossime elezioni su chi ritiene più opportuno. Ha tutto il diritto, anche, di scegliere le modalità di selezione della propria classe dirigente e di proporre il proprio metodo utilizzando la narrazione che preferisce. Non ha il diritto però (e questo sembrano in molti a non capirlo) di sottrarsi al giudizio dei propri meccanismi (ebbene sì, anche quelli interni, perché da come gestisci il tuo stesso partito evidentemente si intuisce come potresti gestire una città, una Regione o magari un Paese intero) e le “luiginarie” che porteranno all’incoronazione (bulgara, proprio come le primarie che hanno sempre contestato agli altri) di Di Maio come candidato premier del Movimento 5 stelle sono qualcosa che risulta addirittura contrario al messaggio originario di Grillo e dei suoi. E mi spiace ma no, non ci credo, non posso credere, che la corsa alla premiership del Movimento sia ben accetta dai militanti e dai parlamentari.

Intendiamoci: non è Di Maio il punto. Sono piuttosto quegli altri sette piccoli indiani (sconosciuti e senza nessuna possibilità di vittoria) e l’assenza di qualsiasi altro candidato di peso gli elementi che trasformano queste primarie nell’ennesimo stanco rito di decisioni già prese da altri.

La contendibilità della leadership all’interno di un partito è l’elemento fondante della democrazia. Che piaccia o no. Le incoronazioni o le successioni ereditarie sono altro. Il passaggio tra Casaleggio padre e Casaleggio figlio nei modi non è diverso dal passaggio di consegne di De Luca padre a De Luca figlio e la primarie di Di Maio non sono diverse nei modi dalle contestatissime primarie dell’ultimo Renzi (vi ricordate le accuse di “mancata competizione” per la guida del Pd?) o, per tornare più indietro, a quelle che portarono Prodi alla guida de l’Unione nel 2005. Ha tutto il solito vecchio rancido gusto. Tutto.

Certo, potrebbe essere un sistema per “proteggere” il M5s dalle lacerazioni interne. E viene da chiedersi allora perché non dirlo, semplicemente, senza fingere una competizione aperta che (legittimamente) non si è voluta. Oppure c’è chi dice che in fondo il programma del M5s in realtà ha solo bisogno di un semplice portavoce: sfugge allora perché il personaggio di Di Maio sia stato “costruito” in questi ultimi anni in quegli stessi salotti (televisivi e di potere) così lungamente osteggiati. Poi ci sono quelli che davvero sono convinti e provano a convincerci che si tratti di “primarie aperte” senza tenere conto del fatto che la sovraesposizione mediatica di Di Maio (spinta a mille da Grillo e Casaleggio) possa non confliggere proprio con “l’uno che vale uno”. Basta mettere scritti uno di fianco all’altro Luigi Di Maio a Gianmarco Novi (tanto per citarne uno, tra gli altri contendenti) per rendersi conto che “la rete” no, non ha “sconfitto” la televisione.

Oppure semplicemente i mali della politica in fondo sono comodi. Per tutti. E questa è una brutta notizia, per tutti.

Buone primarie.

Buon martedì.

Il jihad nascosto nel paradiso dei turisti

Parigi, a Bruxelles, a Tunisi, parli dei jihadisti con i musulmani e tutti ti rispondono mortificati, quasi a volersi scusare, ti dicono: Sono fuori di testa. Qui ti dicono: Sono degli eroi. Le Maldive sono il paese con il più alto numero procapite al mondo di foreign fighters. Ma in fondo chi di noi, intanto, sa che sono un paese musulmano? All’aeroporto, la sala arrivi è in realtà un’altra sala partenze: si atterra, e ci si imbarca subito per una delle isole riservate agli stranieri. Per noi le Maldive sono un arcipelago di 1192 isole: ma per i maldiviani, sono un’isola sola: Male. La capitale. Qui tutto è concentrato nei suoi 5,8 chilometri quadrati. Uffici, ospedali, negozi. Scuole. Banche. E circa 250mila persone: Male è una delle città più sovraffollate del pianeta. Si vive pressati in queste case minuscole e scalcinate, buie, umide, sature di caldo e sudore, in dieci in due stanze: e cioè si vive per strada, perché poi, in spazi così ristretti, diventa tutto un inferno – le Maldive sono il paese con il più alto tasso di divorzi. E dal momento che l’Islam proibisce l’alcol, sono anche il paese con uno dei più alti tassi di eroinomani: il 44 percento degli abitanti ne ha uno in casa. «Perché se non puoi cambiare la tua vita», mi dice un ragazzo, «non ti resta che dimenticarla». Ha 31 anni, si chiama Kinan. Ed è uno dei nomi più noti, e temuti, della criminalità di Male. Il principale datore di lavoro delle Maldive. Perché nei resort, in realtà, sono tutti stranieri: non solo i clienti. «I camerieri, i cuochi, ormai vengono tutti dal Bangladesh, sono tutti immigrati per cui cento dollari al mese sono una fortuna», dice. «Mentre per i ruoli a contatto con i turisti, vogliono solo occidentali. Solo bianchi». I 3,5 miliardi di dollari l’anno del turismo finiscono in larga parte a cinque, sei affaristi con solide amicizie in parlamento. Agli altri, non restano che gli spiccioli. Mance, letteralmente. Male è spartita tra una trentina di gang: ognuna legata a un certo deputato, a sua volta legato a un certo imprenditore. «Siamo al loro servizio», dice. «Per qualsiasi cosa. Per un volantinaggio come per un’aggressione. E con tanto di tariffario: è un mestiere come gli altri». 1200 dollari per spaccare una vetrina. 600 per bruciare un’auto. In un sondaggio commissionato dal governo, il 43 percento degli abitanti di Male ha detto di non sentirsi sicuro neppure a casa propria. Per quelli come Kinan, la Siria è una specie di seconda opportunità. Una forma di redenzione. «Qui accoltelli fino a quando non vieni accoltellato», dice. «Nient’altro. E per una guerra che non è la tua. In Siria, se non altro, sarei ucciso per una ragione migliore». Mohamed ha 20 anni, e studia alla facoltà di Sharia. Sta preparando un esame: e la partenza per la Siria. «L’Islam è giustizia», dice. «Giustizia come è intesa ovunque. Come uguaglianza di diritti e di opportunità». Le Maldive potrebbero essere come Dubai, dice. Come la Svizzera. E invece il 5 percento della popolazione possiede il 95 percento della ricchezza. «E invece è tutto un favore. Se ti ammali, bussi alla porta del presidente, e ti pagano le cure all’estero. Che poi è il motivo per cui nessuno si ribella. Perché ognuno risolve i suoi problemi così. Pensando solo a se stesso», dice. «Non siamo cittadini. Siamo mendicanti». Il suo modello, dopo Maometto, è Malcolm X. E la sua scelta non è una scelta clandestina. Si entra in Siria dalla Turchia, e il viaggio costa 3mila dollari: li ha chiesti al padre. I jihadisti predicano il ritorno al vero Islam. All’Islam dei tempi di Maometto. Ma ai tempi di Maometto le Maldive, in realtà, erano buddiste […].

Il reportage di Francesca Borri prosegue su Left in edicola


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Ecco come nazisti e antisemiti su Facebook diventano un target pubblicitario

BERLIN, GERMANY - FEBRUARY 24: A visitor snaps a photo of the Facebook "Like" symbol at the Facebook Innovation Hub on February 24, 2016 in Berlin, Germany. The Facebook Innovation Hub is a temporary exhibition space where the company is showcasing some of its newest technologies and projects. (Photo by Sean Gallup/Getty Images)

Sui social, indirizzare pubblicità sulle pagine frequentate da razzisti produce profitti, spammare pubblicità agli haters aumenta i guadagni. Ne sa qualcosa Facebook che, suo malgrado, è diventato veicolo di pubblicità “calibrate” sulle idee (o presunte tali) di chi inneggia all’odio, alla razza bianca e all’Olocausto. In assenza di filtri su determinate parole, il più grande social network del mondo consente infatti di far comparire, a pagamento, dei post – per esempio – su pagine gestite da gruppi antisemiti e/o filonazisti, i cui topic presentano frasi di questo tipo: “odiatori di ebrei”, “come bruciare gli ebrei” e così via. Salvo poi intervenire con la cancellazione di queste pagine e di queste pubblicità una volta ricevute le doverose segnalazioni di utenti indignati.

A documentare tutto ci hanno pensato tre giornaliste di Pro Publica, Julia Angwin, Madeleine Varner e Ariana Tobin, che hanno avviato un’inchiesta con soli 30 dollari per promuovere alcuni post scritti appositamente in modo risultare “interessanti” per uno specifico target. Nello specificare i criteri per i potenziali clienti da raggiungere su Facebook hanno inserito delle parole come “ebrei”, “nazismo”, “Hitler”. Dal canto suo il social network ha impiegato 15 minuti per approvare il tutto. E la pubblicità ha iniziato a circolare per esempio sulla pagina intitolata “Hitler did nothing wrong”, Hitler non ha fatto niente di male.

Non è la prima volta che l0azienda di Cupertino si trova a dover rispondere ad accuse di “scarsa attenzione” verso le derive antisemite che caratterizzano numerose pagine.

Dopo l’inchiesta di Pro Pubblica è stato chiesto a Zuckerberg o chi per lui di commentare, ma nessuno ha risposto direttamente. Ed è stata oscurata la categoria “odiatori di ebrei”. «Sappiamo che abbiamo ancora lavoro da fare, per evitare che questi episodi si ripetano in futuro» ha detto Rob Leathern, direttore e product manager di Facebook. E’ la replica più ricorrente. In pratica è stato l’algoritmo a creare la categoria su Hitler e sui genocidi, non csi tratta di un errore umano.

Sempre Pro Publica un anno fa aveva dimostrato che Facebook era riuscito a impedire che alcune pubblicità di case in vendita negli Usa non apparissero su pagine frequentate da neri americani. «”Se sei nero, non vedrai queste pubblicità”. Immaginate un giornale che permetta di fare pubblicità solo sulle copie che andranno in mano a lettori bianchi. È quello che sta facendo Facebook» scrisse Pro Publica. Facebook si scusò anche allora. Ed anche allora la colpa fu dell’algoritmo… razzista (e non della persona che lo ha impostato).

 

Ius soli subito, l’appello del mondo della scuola

Un momento della manifestazione sull'approvazione della legge per la cittadinanza, 28 febbraio 2017. ANSA/ANGELO CARCONI

Per lo ius soli arriva un appello dal mondo della scuola che promuove anche una mobilitazione per il 3 ottobre, Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione. A promuovere l’appello di insegnanti ed educatori Franco Lorenzoni, maestro ed educatore, fondatore del laboratorio educativo di Casa Cenci (Terni). Ecco il testo.

 

INSEGNANTI PER LA CITTADINANZA

Appello di docenti ed educatori per lo ius soli e lo ius culturae.

Noi insegnanti guardiamo negli occhi tutti i giorni gli oltre 800.000 bambini e ragazzi figli di immigrati che, pur frequentando le scuole con i compagni italiani, non sono cittadini come loro. Se nati qui, dovranno attendere fino a 18 anni senza nemmeno avere la certezza di diventarci, se arrivati qui da piccoli (e sono poco meno della metà) non avranno attualmente la possibilità di godere di uguali diritti nel nostro paese.

Ci troviamo così nella condizione paradossale di doverli educare alla “cittadinanza e costituzione”, seguendo le Indicazioni nazionali per il curricolo – che sono legge dello Stato – sapendo bene che molti di loro non avranno né cittadinanza né diritto di voto.

Questo stato di cose è intollerabile. Come si può pretendere di educare alle regole della democrazia e della convivenza studenti che sono e saranno discriminati per provenienza? Per coerenza, dovremmo esentarli dalle attività che riguardano l’educazione alla cittadinanza, che è argomento trasversale, obbligatorio, e riguarda in modo diretto o indiretto tutte le discipline e le competenze che siamo chiamati a costruire con loro.

Per queste ragioni proponiamo che noi insegnanti ed educatori martedì 3 ottobre ci si appunti sul vestito un nastrino tricolore, per indicare la nostra volontà a considerare fin d’ora tutti i bambini e ragazzi che frequentano le nostre scuole cittadini italiani a tutti gli effetti.

Chi vorrà potrà testimoniare questo impegno anche astenendosi dal cibo in quella giornata in uno sciopero della fame simbolico e corale.

Il 3 ottobre è la data che il Parlamento italiano ha scelto di dedicare alla memoria delle vittime dell’emigrazione e noi ci adoperiamo perché in tutte le classi e le scuole dove è possibile ci si impegni a ragionare insieme alle ragazze e ragazzi del paradosso in cui ci troviamo, perché una legge ci invita “a porre le basi per l’esercizio della cittadinanza attiva”, mentre altre leggi impediscono l’accesso ad una piena cittadinanza a tanti studenti figli di immigrati che popolano le nostre scuole.

Ci impegniamo inoltre a raccogliere il numero più alto possibile di adesioni e di organizzare, dal 3 ottobre al 3 novembre, un mese di mobilitazione per affrontare il tema nelle scuole con le più diverse iniziative, persuasi della necessità di essere testimoni attivi di una contraddizione che mina alla radice il nostro impegno professionale.

Crediamo infatti che lo ius soli e lo ius culturae, al di là di ogni credo o appartenenza politica, sia condizione necessaria per dare coerenza a una educazione che, seguendo i dettati della nostra Costituzione, riconosca parità di doveri e diritti a tutti gli esseri umani.

Al termine del mese consegneremo questa petizione ai presidenti dal Parlamento Laura Boldrini e Pietro Grasso tramite il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, perché al più presto sia approvata la legge attualmente in discussione al Parlamento.

Le e gli insegnanti ed educatori che operano in diverse realtà, associazioni, gruppi o scuole possono aderire all’appello collegandosi ad Appello degli insegnanti per lo ius soli e lo ius culturae, cliccando qui.

Abbiamo anche creato il gruppo Facebook “INSEGNANTI PER LA CITTADINANZA”, esclusivamente per raccogliere proposte, esperienze e suggerimenti da condividere, per preparare le iniziative che si realizzeranno il 3 ottobre e nel mese successivo. Chiamiamo tutti a collaborare e cooperare per costruire una campagna di largo respiro che parta dalle scuole. Per entrare nel gruppo facebook clicca qui

Dichiaro di essere informato, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 13 del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, che i dati personali raccolti saranno trattati, anche con strumenti informatici, esclusivamente nell’ambito del procedimento per il quale la presente dichiarazione viene resa.

Primi firmatari:

Franco Lorenzoni, maestro elementare

Eraldo Affinati, insegnante e scrittore, fondatore della scuola Penny Wirton

Giancarlo Cavinato, segretario del MCE, Movimento di Cooperazione Educativa

Giuseppe Bagni, presidente del CIDI, Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti

Clotilde Pontecorvo, presidente della FITCEMEA

Gianfranco Staccioli, segretario della FITCEMEA

Roberta Passoni, coordinatrice della Casa-laboratorio di Cenci

Paola Piva, coordinatrice scuole migranti

Alessandra Smerilli, scuola per stranieri ASINITAS

Sara Honegger, scuola per stranieri ASNADA

Fiorella Pirola, rete scuolesenzapermesso