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Quale realismo

Il realismo. Alla sinistra viene rimproverata soprattutto la mancanza di realismo.
I commentatori di quasi tutti i giornali ripetono in coro che una sinistra che non abbia come obiettivo un’alleanza con il Pd non tiene conto della realtà. Ed è questa anche la tesi di Giuliano Pisapia, aspirante federatore di quella stessa Sinistra: sempre in nome del realismo.

In nome del realismo bisognava votare sì al referendum costituzionale.
In nome del realismo oggi si invoca una legge maggioritaria che assicuri la “governabilità”.
In nome del realismo si continua a votare la fiducia al governo di Minniti. Anche se si restituisce contemporaneamente la tessera del partito di quest’ultimo, per un’insormontabile questione di diritti umani (così Gad Lerner).
In nome del realismo si continua a parlare di centrosinistra.

Ma che significa, davvero, realismo? Significa andare al governo. Ma per fare che cosa? Ecco, qua il realismo finisce: si vedrà. Per fare quello che si riesce a fare. Ma intanto, ecco, saremo al governo.
Una delle ragioni principali per cui metà del Paese non vota più è che la politica non riesce a cambiare la vita della gente: con un’eccezione importante, perché cambia la vita della gente che fa politica. È in questa confusione (non troppo innocente) tra mezzi e fini che la politica si è persa.
Per uscirne bisogna provare a ridefinire il “realismo”…

L’articolo di Tomaso Montanari prosegue su Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Hollywood contro Cremlino, la “guerra” corre nel web

«Siamo in guerra. Siamo stati attaccati». Da una spia del Kgb e quella spia è Vladimir Putin. Hollywood contro Cremlino: la battaglia la dichiara Morgan Freeman. È stato il famoso attore americano a dare fuoco alle polveri per la nascita del Cir, Comitee to investigate Russia, il comitato che investigherà il Russiagate, ovvero l’influenza russa nelle elezioni americane del 2016.
«Immaginate questa sceneggiatura: un’ex spia del Kgb, arrabbiata per il collasso della sua patria, sfrutta il caos per salire ai vertici più alti del potere e diventa presidente. Fonda un regime autoritario, poi si concentra sul suo nemico giurato, gli Stati Uniti. E proprio come l’ex spia che è, usa segretamente la guerra cybernetica per attaccare le società democratiche. E vince. Quella spia è Vladimir Putin. Abbiamo bisogno che il nostro presidente ci dica la verità. Il mondo libero conta su di noi. Lo dobbiamo a tutti quelli che hanno combattuto per questa grande nazione».

La Russia è in guerra con noi, dice Freeman. Il fuoco di risposta del Cremlino non si fa attendere: per Peskov, portavoce presidenziale, l’attore è «in sovraccarico emotivo». Per il canale tv Rossia 24 Freeman «fa uso di marjuana». Per la tv 5 di Pietroburgo l’attore«“per diffondere cliches antirussi ha perso milioni di fan». Il canale RT parla di isteria armata.

Due indagini – una del Congresso, una della Nsa, sicurezza nazionale americana – vanno avanti per determinare se «l’intervento russo durante le elezioni americane del 2016» ha determinato la vittoria di Donald Trump. Per il momento evidenze lampanti mancano, prove schiaccianti sono assenti e non hanno permesso agli inquirenti di procedere. Procede invece l’inchiesta della stampa americana contro il presidente Trump, che sta seguendo le impronte digitali russe sul web. Sono le tracce lasciate nella rete da circa 470 account finti, di “fake americans”, americani finti, con indirizzi ip tutti in cirillico. Questi account hanno speso 100mila dollari su Facebook per pubblicizzare post, articoli, materiale compromettente su Hillary Clinton nel 2016. Nonostante l’azienda di Cupertino si sia rifiutata finora di rendere pubbliche queste informazioni, proprio ieri dalla legge americana è stata costretta a cederle.

Una scienziata (scomoda) in Senato

Italian professor of pharmacology and a co-founding director of the University of Milan's Center for Stem Cell Research, Elena Cattaneo, during an audience between Pope Francis and Huntington's Disease patients in Nervi Hall, Vatican City, 18 May 2017. ANSA/CLAUDIO PERI

Senatrice Cattaneo, durante la discussione del ddl sulle vaccinazioni lei ha detto che questa «è una delle più importanti leggi di sanità pubblica della legislatura, quella che più di tante altre migliorerà le prospettive di salute dei cittadini italiani». Eppure la norma è stata approvata non senza “reazioni avverse”. A tal proposito Piero Angela dice in queste pagine (v. Left n. 34-2017) che forse più della scienza è sotto attacco il metodo scientifico, la linearità del pensiero che innerva il metodo scientifico. Lei cosa ne pensa?

Sono d’accordo con Piero Angela ed è grosso modo quello che anch’io sostengo da quando ho iniziato a interessarmi ai rapporti fra scienza e politica. Il metodo scientifico rimane lo strumento conoscitivo più portentoso che l’umanità abbia a disposizione, da alcuni secoli, per controllare i fatti e riconoscere il vero dal falso, procedendo attraverso la progressiva riduzione degli spazi di incertezza e tenendo a bada i nostri pregiudizi e le errate percezioni. È il primo strumento di difesa a presidio della razionalità delle scelte e decisioni. E ci porta delle prove. Non credo sia un caso che esso sia quotidianamente svilito e frainteso. Ad esempio, in decine di anni e studi sperimentali su vaccini o su Ogm (Organismi geneticamente modificati) sono state raggiunte evidenze oggettive circa l’efficacia dei primi o la non nocività dei secondi (cui si associano altri benefici per l’uomo). Considerarli pericolosi non è quindi un’opinione come un’altra. È solo una falsa credenza, una convinzione soggettiva e ideologica, che viene alimentata per raggiungere obiettivi diversi da quelli dichiarati. È questa la “post-verità” tanto in voga, cui almeno linguisticamente ci siamo arresi, e che non è altro che la difesa fanatica del “falso”, del “non empiricamente controllato”, promosso a “verità alternativa”.

Le reazioni “avverse” sono avvenute sia fuori che dentro l’aula.

Incredibilmente durante il dibattito sui vaccini da una (piccola) parte del Parlamento abbiamo ascoltato strampalati interventi nei quali, ad esempio, l’innocuo (etil)mercurio è stato confuso con il mercurio, il vaccino della pertosse dato per non protettivo verso la trasmissibilità del patogeno (è esattamente il contrario), erano citate inesistenti morti da vaccino e non ricordate le morti (vere) causate dai patogeni. Tutte cose false ma che costituiscono una verità di comodo perché congeniale agli interessi di chi la narra (e alle aspettative di chi la ascolta).

Come è possibile che nel 2017 in un Paese evoluto e laico ci siano ancora addirittura uomini delle istituzioni ostili nei confronti della cultura (e della storia) della scienza?

Ritengo che lo spieghi bene Andrea Grignolio, storico della medicina, nel suo libro Chi ha paura dei vaccini (ne parliamo a pag. 46, ndr): il cervello di Homo sapiens non compie scelte razionali, in altre parole spesso sbagliamo di fronte a decisioni in cui compaiono il rischio, la probabilità e le previsioni a lungo termine. Il nostro cervello ha avuto una lunga storia evolutiva durante la quale le scelte da compiere erano relative al presente (e con una aspettativa di vita intorno a 30 anni) e limitate al singolo individuo. L’uomo non si è selezionato per affrontare i temi di cui stiamo parlando, emersi solo recentemente. Diamo quindi maggior peso a informazioni che suggeriscono alti rischi anche se irrilevanti statisticamente, mentre sottostimiamo i benefici e le informazioni a basso rischio, sebbene siano forniti da istituzioni scientifiche e sanitarie. La scoperta e soprattutto la conoscenza di questi processi mentali, sono comunque utili non solo quando si intende fare una buona divulgazione scientifica ma anche per chiunque si trovi a dover mediare tra il mondo della scienza e quello della società, della politica e delle istituzioni. Possono essere tra gli elementi di conoscenza e consapevolezza necessari per capire perché ci sia questa resistenza a inserire nel contesto legislativo le competenze tecnico-scientifiche, ma anche per comprendere come, per fare un esempio recente, il Parlamento abbia potuto considerare attendibile, e materia su cui legiferare (salvo poi correggersi), il cosiddetto “metodo Stamina”.

In una intervista il medico e divulgatore Salvo Di Grazia ci ha detto: «L’ignorante di cento anni fa, era ignorante perché non aveva nessuna informazione, gli mancavano del tutto le notizie. Quello di oggi è ignorante perché ha troppe informazioni e gli mancano i mezzi per selezionarle». Qui sono chiamate in causa indirettamente le politiche scolastiche che non mettono (più) in grado i futuri cittadini di sviluppare il senso critico e quella sensibilità necessaria per distinguere ciò che è coerente con la realtà da ciò che non lo è. Cosa può fare lo Stato per contrastare questa sorta di ignoranza 2.0?

L’“ignoranza 2.0”, nasce dall’“ignoranza classica”, quella che vede il Paese con percentuali di analfabetismo di ritorno impressionanti, cui è difficile porre rimedio se non con programmi di incentivo alla formazione permanente, così come da performance scolastiche che non smettono di descrivere – con le dovute eccezioni – un Paese a più velocità nord/sud. Per altro verso, la rivoluzione digitale in corso, impone anche un ripensamento degli obiettivi propri della formazione, che dovrebbe mirare, non più e non solo al possesso delle nozioni, quanto al senso critico con cui riconoscere e gestire ogni informazione. Nel campo scientifico ad esempio, ancor prima della scoperta, è fondamentale far conoscere il procedimento e le modalità con cui si è arrivata a validare quella scoperta, senza tacere gli innumerevoli fallimenti che accompagnano ogni sfida alla conoscenza. Si tratta proprio di insegnare il metodo scientifico nelle sue fondamenta. Inoltre, in campo scientifico si sperimenta l’ignoranza anche della popolazione più acculturata cui spesso sfuggono alcune nozioni elementari, quali ad esempio la mera conoscenza del processo che da una molecola porta ad un farmaco, le fasi di sperimentazione etc. Si tratta di buchi conoscitivi propri di una classe dirigente che finiscono col lasciare aperte autostrade a chi su questa ignoranza voglia fare leva per interessi particolari.

Il diritto alla conoscenza, a essere informati, è un diritto costituzionale. È garanzia di democrazia. Questo basterebbe a spiegare perché è importante fare corretta/equilibrata informazione e divulgazione scientifica. Pensando anche alle sue ricerche sulla Corea di Huntington, perché questo concetto fa fatica a passare?

L’Huntington è una malattia ereditaria e neurodegenerativa. Il gene mutato può essere trasmesso di generazione in generazione e quando presente la malattia purtroppo accadrà. Vi sono intere discendenze colpite, con più casi per famiglia. Molti anni fa, in assenza di scienza e conoscenza, la malattia veniva ritenuta segno della presenza del “demonio” per i sintomi cognitivi e motori, caratterizzati da movimenti a scatti, bruschi, incontrollabili, del corpo, delle braccia e delle gambe, che alteravano anche la gestualità espressiva e la mimica facciale. Ai tempi dei nazisti l’Huntington era una malattia da eliminare, i malati e familiari venivano sottoposti a sterilizzazione obbligatoria e poi alle camere a gas. Ancora oggi c’è uno stigma da combattere, perché si tende a discriminare ciò che non si conosce, lo si ritiene diverso, posizionandolo in una scala inferiore. Le scoperte scientifiche su questa malattia, come su altre, ne hanno spiegato la biologia, dato riconoscibilità e visibilità al problema medico, fornito alcuni farmaci per combattere i sintomi, una forma di assistenza (anche se mai sufficiente), un test genetico e quindi la possibilità di operare in modo autonomo scelte di vita. La scienza può quindi insegnare a essere cittadini migliori rispettosi delle evidenze e insofferenti di fronte agli abusi. La democrazia è quella che riconosce e offre opportunità a tutti sulla base delle prove che si rendono disponibili.

Di recente un bimbo di 7 anni è morto per un’otite curata con l’omeopatia. Nel 2015, la rivista Nature ha inserito l’omeopatia in una speciale classifica dei nove falsi miti “medici” duri a morire. Lei cosa ne pensa?

In sistemi sanitari pubblici universalistici come il nostro, per cui le terapie di ciascuno sono sostenute dalle tasse di tutti, nessun atto medico o cura che non sia “evidence based”, fondato sulle prove, dovrebbe farvi ingresso. A ciascuno – adulto e capace di intendere e volere – la libertà di curarsi (o non curarsi) come preferisce, senza però pensare che questa libertà sia esercitata a spese di altri. Sul merito del tema omeopatia non posso che fare mio il documento del Comitato nazionale di bioetica (Cnb) dello scorso 20 aprile, predisposto da Cinzia Caporale, in cui si giudica criticamente che i preparati omeopatici in commercio in Italia non rechino specifiche indicazioni sull’etichetta, che invece dovrebbero comparire per trasparenza. Andrebbe cambiata la denominazione da: “Medicinale omeopatico senza indicazioni terapeutiche approvate” con “Preparato omeopatico di efficacia non convalidata scientificamente e senza indicazioni terapeutiche approvate”. Se la libertà di scegliere se e come curarsi resta indiscussa rimane il dovere di aiutare i cittadini a fare chiarezza e di eliminare ogni ambiguità tra ciò che ha un senso scientifico e ciò che non è mai stato dimostrato averne. A tal proposito è da rilevare una deprecabile timidezza sul tema dell’omeopatia da parte dell’Ordine dei medici. In occasione del voto sul documento del Cnb il rappresentante dell’Ordine si assentò. Né si possono dimenticare dichiarazioni cerchiobottiste in occasione della tragica morte di quel bambino.

Pensiamo al caso Stamina. Se un esperto di marketing laureato in scienza della comunicazione arriva a testare un intruglio su dei bambini malati terminali in un ospedale pubblico grazie a un decreto ministeriale, è chiaro che c’è una responsabilità da spartire tra diversi soggetti. Sul caso Stamina si è assistito ad un colossale deragliamento dalla ragionevolezza mediatica, parlamentare e giudiziaria. Di tutta questa terribile vicenda resta il danno fatto alle persone, ai malati ingannati, ai cittadini abusati nella loro credulità su argomenti che masticano a fatica. Resta anche il danno culturale dovuto al dileggio della medicina, della cultura, delle competenze, dei giovani che nelle aule universitarie si ribellavano all’idea che la propria preparazione potesse essere messa, dalle massime istituzioni nazionali, sullo stesso piano delle chiacchiere di un ciarlatano. Come può un normale cittadino difendersi da questi ciarlatani? 

É sulle spalle di tutti l’onere di informarci per difenderci da chi semplifica e banalizza i temi politici, ma è altrettanto vero che studiare per associarci e dialogare con gli eletti è una buona pratica. Solo se saremo informati e consapevoli dei fatti potremo capire se essere insoddisfatti di chi ci rappresenta, consentendoci di concorrere direttamente all’attività politica, partecipando a costruire la democrazia e, nel caso, determinarci nel «premere o addirittura sostituirci» a chi eventualmente riteniamo essere mediocre.

«In laboratorio l’errore è sempre in agguato ma la frode è un’altra cosa. La questione dell’integrità nella scienza richiede una particolare attenzione da parte del mondo accademico. Servono regole condivise in grado di proteggerla, valorizzarla e apprezzarla, tali da garantire anche la fiducia che è insita in questo lavoro». Questo lei ci disse in un’intervista a proposito del caso Infascelli-Ogm della Federico II. (Fu proprio la senatrice Cattaneo durante un’audizione alla Camera a mettere in discussione i dati prodotti da Infascelli in base ai quali il ricercatore affermava di aver riscontrato l’esistenza di un gene Ogm nei tessuti di animali nutriti con soia geneticamente modificata. In seguito si scoprì che aveva modificato in modo fraudolento i dati inseriti in tre pubblicazioni). Dopo lo scandalo, la Federico II si è dotata di un rigoroso regolamento a tutela dell’integrità scientifica nella ricerca. Era gennaio 2016, cosa è cambiato da allora? Ritiene che la ricerca sugli Ogm in Italia sia sufficientemente libera?

Ci sono ancora molte lacune in Italia relativamente alle regole a tutela dell’integrità scientifica nella ricerca. Non c’è una disciplina legislativa che intercetti o sanzioni simili comportamenti. E soprattutto non vedo sufficiente sforzo da parte degli atenei di “insegnare” che non si tradisce la ricerca della verità. Gli Ogm sono sempre stati una delle parole proibite in Italia e nei nostri tanti governi degli ultimi 20 anni. E’ un altro esempio di accecamento sociale e politico, stile Stamina, stile Di Bella, associato alla volontà di far credere che siano pericolosi per alimentare paure e crescere interessi di parte, anche di politiche vecchie di decenni e mai aggiornate ma che nessun politico ha la forza e la capacità di rivedere criticamente. La verità sugli Ogm non è troppo diversa da quella sui vaccini: nessuno ha mai avuto danni, tanti sono i benefici (sanitari ed economici per noi, incluso la riduzione dell’uso di pesticidi). Non solo la commercializzazione di piante ogm sicure per la salute e l’ambiente è vietata ma nel nostro paese con stratagemmi politici viene anche impedita la ricerca pubblica sugli Ogm. Così abbiamo perso tante piante, dal pomodoro San Marzano al riso Carnaroli, infestati da parassiti. Incomprensibilmente si vedono sostenute dalla politica agricolture “alternative”, come quella biologica di massa (spesso falsa) o peggio quella biodinamica, che si rifà a riti esoterici e non ha nulla di scientifico e validato. Servirebbe molta scuola e molta scienza e spirito critico anche in politica e nelle decisioni ministeriali e governative che su questi temi mirano ancora al consenso invece che alla ricerca delle prove oggettive.

A cosa serve la scienza?

Ad ancorare un Paese alla realtà delle prove accertabili, a rafforzare le premesse di una democrazia matura, a migliorare la vita di sempre più persone, ad affrontare il futuro e gli eventi avversi della natura con capacità, realismo e conoscenza, ad allontanarci dai riti magici, dalle superstizioni e dai ciarlatani di cui il mondo continua ad essere popolato. A volte faccio un esperimento con i miei interlocutori, presentandomi come ricercatrice o come scienziata. Le reazioni sono completamente diverse. Alla parola “scienziato” seguono spesso sorrisi e parole divertite, che richiamano l’immaginazione del pazzo studioso da sottoscala tra alambicchi e provette fumanti, sempre pronto a far saltar per aria un bancone di laboratorio. In Germania, Gran Bretagna o Stati Uniti alla parola scienziato si associano spesso frasi di riconoscimento sociale, di ammirazione, di consapevolezza degli anni di studio, di colui che indaga per tutti. Il secondo errore a livello di opinione pubblica è l’abbaglio che la ricerca scientifica serva a generare “prodotti” da vendere. E che quindi sia degna di considerazione solo quella che “cura domani”.

E qui torniamo al ruolo sociale svolto da chi fa divulgazione.

La ricerca, in tutti gli ambiti del sapere, anche ovviamente quello umanistico, serve a renderci capaci di interrogare tutto ciò che ci circonda, a prepararci moralmente e intellettualmente alle risposte magari diverse da quelle attese, a spingere i nostri pensieri oltre ciò che a prima vista “ci sembra” (basti pensare a come era “trattato” l’Huntington solo un secolo fa), sviluppando un metodo di indagine condivisibile e controllabile, cioè che riproduca lo stesso risultato una volta date le stesse condizioni sperimentali, e su questa oggettività affinare la nostra capacità di convivenza sociale, nel frattempo sviluppando metodi sempre più efficaci per studiare ambiti inimmaginabili, e raggiungere obiettivi imprevedibili. I “prodotti” della scienza sono persino meno importanti e certamente meno duraturi della scienza, perché ogni giorno si aggiornano. Quello che resta per sempre è l’acquisizione di un metodo, l’allenamento al pensiero critico, al fallimento, la consapevolezza della conquista per tutti. Sono acquisizioni che diventano modo di vivere, e dei quali, una volta provati, non ne puoi più fare a meno. Ben poco di questo è di dominio pubblico. Non bisogna raccontare la sublimità delle scoperte e la loro “inavvicinabilità”, diceva il premio Nobel Ramon Cajal. Bisogna parlare degli uomini che le hanno condotte, della loro fatica, dei loro fallimenti, delle tante strade sbagliate. Si scoprirebbe così – scriveva – «che i grandi intellettuali, i grandi studiosi per quanto geniali possano essere, alla fine sono esseri umani, come tutti gli altri». Questo è per me lo scienziato. Credo che si debba raccontare questa scienza.

 

Versione integrale dell’intervista pubblicata su Left n. 34 del 26 agosto 2017

La senatrice Elena Cattaneo interviene insieme a Cristina Battocletti ai Dialoghi di Trani nella conferenza dal titolo “La scienza del buon governo”

(sabato 23 settembre ore 18, Palazzo delle Arti Beltrani, Trani)

I piccoli comuni ribelli: «No alle fusioni, sono scelte calate dall’alto»

L’«elevata frammentarietà dei comuni italiani» proprio non va giù ai parlamentari, di qualsiasi schieramento. Gli 8mila comuni risultano troppi e ingombranti. Dopo il ddl Lodolini (Pd) che prevedeva la fusione dei comuni sotto i 5mila abitanti, ritirato dopo una protesta vivace dei sindaci e dei comitati spontanei sorti in tutta Italia, adesso è in ballo un’altra proposta di legge, presentata l’8 marzo 2017, questa volta targata Ap con primo firmatario Marcello Gualdini. Il ddl S 2731 si trova adesso in Commissione Affari costituzionali del Senato e “supera” il ddl presentato da Emanuele Lodolini. In questo nuovo testo di legge si prevede la fusione di centri che non raggiungono il numero di 10mila abitanti, con l’unico obiettivo: «ridurre l’elevata frammentarietà dei comuni italiani». Se entro il 1° gennaio 2020 ciò non dovesse avvenire, la regione che non ha provveduto alla fusione obbligatoria subirà un taglio del 50% dei trasferimenti statali, esclusi però, per fortuna, la sanità e i trasporti.
Come era accaduto per il ddl Lodolini è di nuovo partita la mobilitazione dal basso. I piccoli comuni non ci stanno a queste scelte obbligate. Non convince il motivo che sottende la proposta di legge, e cioè l’ottimizzazione dei servizi esistenti. La“sperimentazione” già avviata da alcuni anni con le unioni dei comuni, per esempio, non ha portato quei benefici che si pensava potessero arrivare. La stessa Corte dei Conti nella relazione sulla gestione finanziaria degli enti locali pubblicata all’inizio del 2017 e relativa al 2015 solleva alcune critiche alle modalità della sperimentazione delle unioni. Anche i sindaci sono scettici e sostengono che con le unioni dei comuni si sono creati organismi terzi che fanno diventare la gestione degli enti locali ancora più complicata. «Ma visto che l’unione dei comuni non funziona, non si può passare direttamente alla fusione», dice Marco Buselli, sindaco di Volterra che a marzo del 2016 ha ospitato la giornata dell’Orgoglio Comune con l’adesione di 4700 sindaci. Il suo comune non è toccato dall’operazione prevista dall’ultimo testo di legge, tuttavia Buselli, eletto per il secondo mandato in una lista civica, ne fa una questione di principio. «Identità e territorio sono termini che i nostri parlamentari non prendono in considerazione e invece sono fondamentali per la democrazia», dice. Identità e territorio che non si significano arroccamento e chiusura, concetti molto spesso cavalcati dal centrodestra e dalla Lega. «Non c’entro nulla con le destre, sono un uomo di sinistra e il mio comune è all’insegna dell’inclusione, abbiamo anche 50 richiedenti asilo», sottolinea il sindaco di Volterra. I problemi che racconta Buselli sono vissuti da centinaia di sindaci italiani attanagliati dalla crisi e dalle minori risorse statali. Ma sotto accusa sono soprattutto le scelte “dall’alto” che si basano sui numeri, su aride cifre e non tengono conto delle esigenze delle persone in carne e ossa che vivono in piccoli centri isolati che sono più complesse rispetto a chi vive nelle aree urbane e costiere. Le cosiddette aree interne d’Italia, i piccoli comuni dove vive il 17% della popolazione diventano le “vittime” di «politiche di austerità» che producono diseguaglianze tra i cittadini. Chiudere un poliambulatorio o un ufficio postale in un piccolo comune o in una frazione rappresenta un problema enorme per gli abitanti e perché no, un vulnus quanto ai diritti sanciti dalla Costituzione, sottolinea il sindaco Buselli. Ci sarà anche lui sabato 23 settembre alla seconda giornata di Orgoglio comune a Torrita di Siena. La manifestazione con tanto di corteo e banda e interventi dalla piazza del Comune è promossa tra gli altri dall’Associazione nazionale piccoli comuni italiani (Ancpi), dalla Società dei territorialisti e da alcuni sindaci soprattutto delle regioni “rosse” Emilia Romagna e Toscana. Tra gli organizzatori c’è anche il Comitato No fusione Torrita di Siena-Montepulciano, nato perché un anno fa, racconta Antonio Canzano, uno dei portavoci, le due giunte a maggioranza Pd degli splendidi paesi della Val di Chiana senese hanno presentato la proposta di fusione. Un fulmine a ciel sereno, «visto che si tratta di due comuni di 10mila e 7mila abitanti con il bilancio a posto. E non hanno fatto neanche un’assemblea per spiegarlo ai cittadini», dice Canzano che si definisce uomo di sinistra. Il comitato è costituito da cittadini di Torrita – il paese più piccolo -, in gran parte di famiglie dai nonni e padri comunisti, o fuoriusciti dal Pd e naturalmente anche da elettori di destra. La protesta è nata, ci tengono dirlo, proprio attorno alla proposta, senza alcun fine politico. «Secondo noi davvero questa fusione dipende dalle politiche di austerità che in Italia vengono portate avanti anche in ossequio della lettera della Bce del 2011. Altrove è diverso. In Francia i comuni sono 36mila, in Germania 12mila e non ci pensano a toccarli». «Le fusioni poi non convengono». Canzano cita i dati del Ministero dell’Interno relativi al 2013 secondo i quali in effetti la spesa pro capite cresce in modo esponenziale nei comuni grandi, dai 100mila abitanti in su, così come è elevata nei comuni piccolissimi, tra i 500 e i mille residenti mentre la spesa si dimezza nei comuni dai 3mila ai 20mila abitanti.
Andrea Rossi, sindaco di Montepulciano, stempera gli animi: «L’idea della fusione non c’entra niente con la legge nazionale, nasce due anni fa all’interno di due consigli comunali. Nei prossimi mesi faremo una campagna di comunicazione tra i cittadini. E poi, dopo, i referendum che saranno consultivi ma vincolanti, cioè terremo conto del voto delle persone. Se in ogni comune il 50 per cento più uno degli aventi diritto al voto, si esprime contro la fusione, la fusione certamente non si farà». Ma il sindaco di Montepulciano conferma però quella che è la tendenza a livello nazionale sposata a pieno dal Pd. « L’indirizzo è che al di sotto dei 15mila abitanti si andrà o all’unione o alla fusione. Siccome noi stiamo sperimentando l’unione dei comuni  e abbiamo verificato che è un meccanismo che svuota il territorio dei servizi, abbiamo proposto la fusione».
Rimane il fatto che “per forza” bisogna intervenire in territori in cui il comune – per storia, cultura – è un’istituzione molto sentita, in cui la presenza di un consiglio comunale direttamente espressione dei cittadini di quel luogo è garanzia di democrazia. In una realtà politica, economica e culturale italiana, questa sì sempre più frammentata e contraddittoria, togliere anche quel punto fermo, quel “presidio di collettività” come può essere un comune con la sua manciata di amministratori – che nei piccoli centri hanno rimborsi minimi – significa che il tessuto sociale sarà a rischio di ulteriore disgregazione.
Un’idea poi che circola tra i promotori della manifestazione è che “meno siamo e meglio ci controllano”, citando alcuni esempi di comuni ribelli che si oppongono o si sono opposti a progetti calati dall’alto. Se nascondesse questo disegno, «l’indirizzo per la fusione», non sarebbe certo un’operazione di democrazia.

Leggi anche La rivolta dei piccoli comuni contro la fusione obbligatoria, Left, 11 febbraio 2016

Spesso è una truffa, la competizione

C’è questa storia minore, così poco importante anche rispetto ai drammi del momento, che però merita attenzione perché porta con sé un germe che si scrolla e diventa seme e merita di essere letta, così di prima mattina, prima di tutti i bombardamenti e la propaganda che ci piovono in testa.

Il protagonista è uno chef francese, Sébastien Bras, figlio di quel Michel Bras (entrambi in foto, ndr) che ha sbancato negli ultimi anni tra la guida Michelin, libro di culto nel mondo della competizione culinaria. Sébastien Bras ha scritto al comitato esecutivo della guida Michelin per chiedere di essere escluso dall’edizione del 2018, per “tagliarsi fuori dalla competizione” come direbbero i felini briatorini e farinettiani dalle nostre parti:

«Oggi voglio offrire il meglio di me, con la leggerezza di sentirmi libero, senza chiedermi se le mie creazioni soddisfino gli ispettori Michelin o no», ha detto Bras in una lunga intervista a Le Monde, perché «mia moglie ed io vogliamo essere liberi per poter creare senza tensioni, far vivere la nostra Maison con una cucina, un’accoglienza e un servizio che sono l’espressione del nostro spirito e del nostro territorio. A quarantasei anni voglio dare un nuovo senso alla mia vita: professionale, sì, ma anche alla mia vita in generale e di ridefinire i valori essenziali».

Ora, per carità, non che io pensi che questa sia una lezione di vita da archiviare tra i memorabilia di questo secolo, ma l’intervista dello chef Bras mi ha riportato alla frase di un caro amico che da anni mi spiega del “capitalismo morale” che attraversa molto più del lavoro: siamo arrivati al punti, dice lui, per cui ci stremiamo per essere all’altezza e poi ci dimentichiamo esattamente all’altezza di cosa. Che è un po’ quello che dice Bras, che più che dal lavoro di cucina sembra essere schiacciato piuttosto dall’obbligo di “primeggiare in una competizione” che col tempo poi (stando a quel che ci dice lui) ha scentrato il punto.

E succede a noi tutti. Spesso, spessissimo. Così terribilmente affaccendati nella preoccupazione di affaccendarci, così ammaestrati all’esibire la voglia dell’esser primi in tutto, così mitragliati da chi ci dice che “la competizione” è il succo, che alla fine abbiamo distolto l’attenzione da altro che avremmo dovuto tenere d’occhio. Né leggeri né liberi.

Buon venerdì.

Cina, vietato parlare sul web di sesso, sbronze, bombe all’idrogeno e… Nord Corea

epa06184491 Chinese President Xi Jinping waves after he holds a press conference at the 2017 BRICS Summit in Xiamen, Fujian province, China, 05 September 2017. The ninth BRICS (Brazil, Russia, India, China and South Africa) Summit in Xiamen runs from 03 to 05 September. EPA/FRED DUFOUR / POOL

Il sesso, il gioco d’azzardo e la bomba nucleare nordcoreana. Tutto può finire incastrato nelle maglie della censura digitale cinese. Si chiama Great Firewall, grande muro di fuoco, il sistema di controllo di internet del Dragone asiatico. Non più solo temi politici, idee libertarie, notizie sui dissidenti e giornalisti in prigione. Ora in Cina una nuova ondata di divieti sembra riportare il Paese «ad un’era precedente, di pubblica moralità, rafforzata dal partito comunista al potere», scrive il New York Times.

Ci sono 68 diverse nuove categorie da censurare, scoprire e vietare sul web, in quella fetta di mondo che ha più utenti connessi online di qualsiasi altro Paese. Le recenti linee guida dettate dal governo hanno bannato qualsiasi materiale che riguardi le bevute eccessive o il gioco d’azzardo, casi criminali bizzarri o eccessivamente grotteschi, oltre tutto ciò che ridicolizza i leader della rivoluzione cinese o i membri attuali delle istituzioni e della polizia. Inoltre, anche tutto quello che potrebbe pubblicizzare o riguardare una vita agiata trascorsa nel lusso. Continuiamo: masturbazione, stupro, prostituzione sono temi vietati, perché fanno diffondere “valori morali insani”, esattamente come quasi tutto ciò che riguarda il sesso. Song Jie, una scrittrice cinese che pubblica i suoi romanzi online, sa esattamente cosa può scrivere e cosa deve omettere per evitare di essere censurata: tra le parole vietate ci sono gli organi sessuali o il sesso esplicito. I filtri della censura si attiveranno anche se si usano parole che riguardano la tematica in altri contesti.

Il nuovo corso disciplinare del presidente Xi JinPing è stato trasmesso e verrà eseguito alla lettera da tutti, dalla China Net Casting Services Association ai giganti dei social network, come Sina e Tencent, fino all’aggregatore di notizie Jinri Toutiao. Le autorità cinesi temono ripercussioni per il prossimo congresso del partito ad ottobre, è per quello che, pensano in molti, le maglie del controllo si stringono proprio adesso. Per i giornalisti si tratta di libertà di parola, per gli scrittori della libertà di creazione. Per tutti gli altri di libertà di comunicazione, ma se qualcuno si ribella sui social vede ovviamente cancellati i suoi post. Sul popolare sito di microblogging Sina Weibo o su Wechat vengono censurate le barzellette sui test dei missili nordcoreani. Anche l’espressione “bomba all’idrogeno” è stata censurata. Secondo il sito di monitoraggio della censura, Freeweibo, le parole più censurate su Weibo ultimamente sono Nord Corea, bomba all’idrogeno e Brics. È l’emanazione di un’ideologia paternalistica voluta dal presidente, scrivono gli ultimi ribelli online, per quello che lui chiama il “sogno cinese”.

Rashida e le altre. Il dramma delle spose bambine in Italia

Dal film la sposa bambina

All’indomani della chiusura delle indagini sul caso di Rashida, la quindicenne di Torino, alla quale era stato combinato un matrimonio con un uomo più grande di dieci anni (e non era il primo pretendente. I genitori l’avevano in precedenza “promessa” a un cugino, “ma” poi hanno scoperto che era già fidanzato), spunta il caso della tredicenne di etnia rom di Firenze, futura sposa (bambina) di un uomo, connazionale del padre, in cambio di quindicimila euro, di cui quattromila versati dopo dieci mesi dalla stipula dell’accordo che prevedeva la segregazione in casa della minorenne – rispettato per quattro anni – perché imparasse i lavori domestici, dimagrisse e si mantenesse vergine, pena la restituzione del denaro.
Difficile sciorinare numeri e statistiche per quantificare il fenomeno in Italia: «Dati non ce ne sono», racconta a Left, la presidente di Trama di Terre, Tiziana Dal Pra. «Quello più realista – aggiunge – è che l’80 per cento delle ragazze accolte nelle varie comunità di assistenza rischia di contrarre matrimoni precoci o forzati. Ce lo raccontano loro stesse». Non è dunque un problema che riguarda solo gruppi etnici a tradizione islamica, ma trasversale.

Piuttosto, «il comune denominatore – sostiene la presidente di Trama di Terre – è il controllo esercitato sulle donne». Perché, per molti gruppi etnici «non è previsto l’amore che supera la sfera intima. O meglio, è tutto privato e non c’è niente di pubblico: nulla che la donna possa manifestare apertamente di sé, a partire dalla scelta della sessualità». Tradotto, la libertà di esistere, Di essere.
«A dispetto di quello che cambia nel Paese d’origine dove, magari, sono già stati cancellati dal codice penale il matrimonio riparatore o il codice d’onore, nella migrazione in Italia, ma non solo, portandosi dietro un mix tra tradizione, cultura e patriarcato, si sviluppa una grande resistenza», aggiunge Dal Pra. Che continua: «Si approfitta del passaggio per fermare, sospendere il processo di affrancamento, applicando un controllo più ingombrante e agìto perché le ragazze immigrate di seconda generazione potrebbero rappresentare un esempio concreto di libertà».
Coraggiose e incoraggiate, anche, da una scolarità che permette loro, oltre che di studiare materie vietate nei paesi di provenienza, per esempio la filosofia o la sociologia, soprattutto di respirare una possibilità reale. Prendono consapevolezza dei loro diritti e della libertà: stanno rivendicando, anche dolorosamente, l’opportunità di opporsi. Trovando (comprensibilmente) degli escamotage per ovviare a grandi difficoltà che, certamente, la società ospitante non argina: la negazione della cittadinanza, in primis, e il razzismo serpeggiante, quando non conclamato, danno loro «prova evidente di non contemplare i loro diritti, preludio della agognata libertà», conclude Tiziana Dal Pra, lasciandosi andare a un racconto di vita che commuove.
Non solo. L’assenza del sostegno delle istituzioni è, per l’Associazione 21luglio, che da anni supporta le persone in condizioni di grave segregazione, un buco nero in cui «il matrimonio forzato o combinato è vissuto come un modo per assicurarsi una relazione di supporto, spesso una vera e propria forma di mantenimento da parte della famiglia del marito». Ed è per questo che «il matrimonio precoce dipende, più che dalle specifiche culturali dei singoli gruppi – prova ne sia la sua trasversalità – dalle condizioni socio-economiche in cui versano le famiglie», sostiene 21luglio. Che specifica: «Si prenda a esempio l’andamento circolare del rapporto tra istruzione e matrimonio precoce: da una parte, la precocità dell’atto interrompe il percorso scolastico, dall’altra, anche un basso livello di istruzione degli sposi o dei loro genitori, facilita le dinamiche del matrimonio forzato e, più in generale uno scarso investimento delle famiglie sull’istruzione delle figlie, oltre che la mancanza di alternative e opportunità al di fuori della ‘sicurezza’ matrimoniale». Percepita in questo modo, chiude l’associazione 21luglio, «la necessità di protezione e di miglioramento economico possono, invece, facilmente degenerare in forme di schiavitù domestica, violenza sessuale ed economica». Per non dire della costante violenza psichica a cui queste adolescenti sono sottoposte.

Pablo Picasso e la seduzione del Mediterraneo

Non solo Pompei e la potente seduzione del rosso degli affreschi. Anche Roma accese la fantasia di Pablo Picasso nel 1917 durante un soggiorno di un paio di mesi, esattamente cento anni fa. All’epoca in cui lavorava per i Ballets Russes – e con il giovane pittore Alberto Magnelli a fargli da guida – Picasso andò alla scoperta della capitale. Visitò la cappella Sistina, ma più che le «linee tormentate» di Michelangelo, fu conquistato dalla «linea pura e aerea» di Raffaello nelle Stanze vaticane. Tanto da arrivare a dire che l’Urbinate era riuscito a “volare” più, e meglio, di Leonardo da Vinci.

A Roma, il genio malagueño approfondì lo studio dell’antico e dei “primitivi”, si interessò al barocco e a Bernini in particolare. Ma da alcune lettere di compagni di viaggio, fra i quali Cocteau, sappiamo anche che volle andare a vedere Caravaggio. La full immersion nella storia dell’arte italiana e una certa curiosità per la commedia dell’arte alimentarono la sua ricerca in quel delicato momento di crisi e di ripensamento del proprio lavoro, dopo la rivoluzionaria svolta cubista. È questo il filo che percorre la mostra Pablo Picasso tra classicismo e cubismo 1915-1925  alle Scuderie del Quirinale (22 settembre 2017-21 gennaio 2018), curata da Olivier Berggruen riallacciando i nessi fra arte e biografia picassiana .

Picasso, Pablo in veste di Arlecchino

Dopo la morte della giovane compagna, Eva, il pittore aveva attraversato un lungo periodo buio da cui sembrò riprendersi lavorando alle scenografie degli spettacoli di Sergej Djaghilev, dove conobbe Olga Kochlova , ballerina russa che sposerà nel 1918. Il celebre ritratto del 1917 in cui appare come una bambola di cera, dice molto di quella fase.

Picasso le scattò una foto e proiettò la figura sulla tela, tracciandone i contorni, prima di dipingere. Il risultato è un quadro straniante, che segna il suo ritorno al naturalismo e al classico. Ma a ben vedere non è del tutto vero, c’è uno svisamento in quel quadro: il fondo grezzo nega ogni profondità, così come la posa scelta esclude ogni prospettiva. Olga appare come una figura bidimensionale, lontana, distaccata. L’artista la vedeva così? O con questa presenza algida, immobile, di “vetro”, Picasso coglie e rappresenta qualcosa di invisibile? Forse un vuoto o quella fragilità interna che di lì a poco sarebbe diventata una drammatica voragine? La critica si è limitata a sottolineare il neoclassicismo di Picasso.La mostra alle Scuderie del Quirinale che il 21 settembre viene presentata alla stampa promette nuovi spunti di riflessione.

Picasso, ritratto di Olga

Alle Scuderie del Quirinale si possono seguire le orme di  Picasso ripercorrendo a  a cent’anni di distanza, il viaggio che Picasso fece in compagnia di Cocteau e Stravinsky al seguito della compagnia dei Balletti Russi di Sergej Djaghilev. Dal 17 febbraio 1917 una sorta di Grand Tour che  mise  il pittore  in rapporto con la grande arte romana e etrusca ma anche con la cultura «popolare», della commedia dell’arte, degli spettacoli di marionette, delle cartoline con le giovani donne in costume tradizionale e con i fermenti del Futurismo. il racconto si snoda attraverso un centinaio di opere, prestiti da grandi musei come il  Musée Picasso di Parigi e il Metropolitan di New York: dal Ritratto di Olga in poltrona a quello di Paul, il loro figlio, vestito da Arlecchino; da L’italiana alla natura morta Chitarra, bottiglia, frutta, piatto e bicchiere su tavola; da Il Flauto di Pan alle Due donne che corrono sulla spiaggia.  senza dimenticare  il sipario realizzato per il balletto Parade e per la compagnia di Djaghilev proveniente dal  Centre Pompidou. La mostra delle Scuderie rientra nel progetto Picasso-Mediterranée avviato nel 2015 dal Musée Picasso di Parigi e dal presidente Laurent Le Bon.

Intanto prosegue fino al 7 gennaio 2018, la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia la mostra Picasso. Sulla spiaggia, a cura di Luca Massimo Barbero. Con tre dipinti, dieci disegni realizzati da Pablo Picasso tra febbraio e dicembre del 1937 e una scultura, esposte insieme per la prima volta, il curatore mette in luce i nessi della pittura di Picasso  con il Mediterraneo: un rapporto costante con il Mare nostrum connota tutto il percorso di Picasso cominciato a Malaga in Spagna, e proseguito nella Francia del sud. Nata dalla collaborazione con il Musée Picasso- di Parigi, la mostra si snoda attorno a una delle tele più amate da Peggy, il dipinto picassiano Sulla spiaggia (La Baignade), conservato nel museo veneziano. Anche questa mostra rientra nel progetto triennale “Picasso-Méditerranée”, promosso dal Musée national Picasso-Paris, che coinvolge più di sessanta istituzioni. A Venezia  la mostra sottolinea lo sguardo nuovo di Picasso capace di rileggere in maniera del tutto originale la tradizione, da Giorgione a Tiziano, da Ingres a Manet, Cézanne, Matisse, rileggendone l’iconografia e  le strutture compositive, concentrandosi sulla rivisitazione del  tema del nudo in movimento,  che Picasso ricrea in base a un vissuto personalissimo e profondo.

Il viaggio sulle orme di Picasso in Italia prosegue poi  Genova dove sono esposte  le opere che Picasso. Ci sono le ceramiche e i disegni, le celebri bagnanti e le fotografie  all’interno dello studio e di eccentrici atelier, dal Bateau-Lavoir alle dimore nella campagna provenzale, residenze degli ultimi anni.  Dopo la rassegna da poco chiusa  a Napoli – che ospitava Parade nell’appartamento Reale del Museo di Capodimonte, l’arte picassiana continua ad essere presente in Italia in un trittico di mostre a Roma, a Genova e Venezia.  UN triplice omaggio al suo  genio ludico, passionale, ribelle. In Palazzo Ducale a Genova, al 10 novembre al 6 maggio  si possono vedere le sue  bagnanti mediterranee e i ritratti di donna degli anni Trenta e Cinquanta. Molte delle opere in mostra sono quelle alle quali l’artista era più affezionato, al punto da portarle sempre con sé nel corso degli anni, anche durante i suoi ripetuti spostamenti.La mostra è curata da Coline Zellal e organizzata da Mondomostre Skira in collaborazione con il Musée Picasso di Parigi.

Gloria, finita di botte ma spenta già in vita

A mani nude, con calci e pugni, le hanno rotto una costola che poi è andata a infilzarsi tra il fegato e la milza. Gloria Pompili aveva 23 anni ed è morta di botte il 23 agosto, di sera tardi, dopo il lavoro. Si prostituiva, Gloria, e i suoi aguzzini erano il fratello di suo marito e una sua cugina: loro due, tutte le sere, la accompagnavano da Frosinone fin sul litorale romano per vendersi e poi tornavano notte fonda a recuperarla, contavano i soldi e la riportavano dai suoi due figli, di tre e cinque anni.

Una vita così, schiava della sua famiglia come spesso succede e come raramente si scopre. Solo che quella sera Gloria l’hanno ammazzata e gli omicidi, si sa, portano a galla queste storie che ti vergogni solo a scriverle; queste storie che di solito, se non ci scappa il morto, rimangono sepolte in famiglia e stiamo tutti tranquilli.

Gloria era orfana. Il primo marito, rumeno, finito in carcere e poi il secondo matrimonio e con quel secondo marito egiziano conosciuto grazie a una lontana cugina (Loide Del Prete, 39 anni) . Suo marito Saad Mohamed, 23 anni fa il fruttivendolo ad Anzio. Proprio il fratello di Saad le ha fatto credere forse di potersi ricostruire una famiglia.

Sbagliava, invece. Saad e Loide sono stati i suoi aguzzini: costretta a prostituirsi “per contribuire alle spese”, dice chi la conosceva. Fino a quella sera in cui si è ribellata ed è stata uccisa. “Voleva smettere” dice qualcuno: in molti sono andati a testimoniare per fare chiarezza.

Ma tardi. Troppo tardi. Sempre troppo tardi.

Buon giovedì.

Ventotene, il libraio Fabio Masi: «Faccio conoscere le storie di uomini liberi»

«Editore per forza. Un libraio al ‘confino’ non può che dedicarsi ai lavori forzati. Quindi ho fatto l’editore perché la grande editoria non era più interessata a stampare libri su Ventotene. Dalla semplice guida fino a testi più importanti. Ventotene è un luogo fondamentale per la storia d’Italia e non solo. E mi sembrava assurdo che ci fosse questo totale disinteresse e disattenzione».
Ci vuole coraggio, ma lui, Fabio Masi, libraio de L’Ultima spiaggia ed editore dell’omonima casa editrice , non si è perso d’animo. Così dopo la scelta di aprire una libreria sull’isola – da aprile ad ottobre – nel 2009 ha scommesso anche sull’editoria.

Un’avventura che ti vede un po’ libraio e un po’ ricercatore di storie…

Fui coinvolto da un libro pubblicato una prima volta nel ’56. Era l’autobiografia di un anarchico, Mariani, che aveva commesso un attentato particolarmente odioso. Nel 1921 aveva messo una bomba al teatro Diana di Milano uccidendo 21 innocenti. Per la gravità del reato viene condannato a 13 anni di isolamento nel carcere di Santo Stefano e riesce a resistere a questi anni durissimi. Non impazzirà e resterà vivo grazie ai libri. Saranno i libri a fargli compagnia. Terminato l’isolamento avrà l’incontro fondamentale con Sandro Pertini che ne resta colpito per la sua forte personalità. Terminata la seconda guerra mondiale Pertini riuscirà a fargli ottenere la grazia e Mariani, tornando libero, riconosce il ruolo fondamentale dei libri. E per sopravvivere farà il libraio. Fino alla fine dei suoi giorni in Liguria, la terra dove io vivo attualmente a parte i sei mesi che trascorro a Ventotene.

E quindi, Ventotene, la Liguria, ma come sei diventato editore?

Da questo libro, la storia di Mariani, ho scoperto che fare il piccolo editore è una cosa divertentissima. E i risultati poi si vedono perché chi viene a Ventotene cerca e compra testi sulla ricca storia locale, per cui oramai siamo arrivati a trenta pubblicazioni. E soprattutto la libreria diventa lo specchio della realtà nella quale opera attraverso le pubblicazioni riguardanti il territorio, sia quelle pubblicate da noi come Ultima Spiaggia che quelle di altre case editrici. Qui in libreria i libri su Spinelli sono i testi più venduti anche rispetto agli grandi autori.

Un buon libraio deve saper organizzare la libreria con equilibrio…

Bisogna non trascurare i bestseller che sono fondamentali per la sopravvivenza della libreria, andando incontro al gusto della maggioranza dei lettori senza dimenticare però i propri gusti e quella che viene definita la cosiddetta “libreria di proposta” con quei titoli spesso pubblicati dall’editoria meno conosciuta. Insomma, secondo me bisogna uscire da questa dicotomia fra piccoli e grandi editori.

Cosa pensi dei grandi editori?

Le grandi catene spesso si dimenticano che il mercato editoriale è composto anche da altri e non solo da loro. Questa è una cosa che mi piace rivendicare con forza. Non è il piccolo che combatte contro il grande per dire “io sono più bello”. Ma per dire che siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo cercare di remare tutti nella stessa direzione. Ci sono gli esempi concreti da seguire, come il mercato francese e quello tedesco.

Ventotene è diventata negli anni un crocevia di incontri.

Assolutamente si. L’esempio clamoroso è del 1943 quando gli americani sbarcarono sull’isola e con loro sbarca il più grande scrittore che abbia mai visitato Ventotene. Era un soldato, o meglio, un reporter dal fronte, il suo nome era John Steinbeck che racconta in maniera molto divertente e dettagliata come gli americani conquistarono l’isola, in un libro pubblicato oggi da Bompiani che si intitola  Cera una volta la guerra che raccoglie tutti i suoi articoli dal fronte. Ma di Ventotene ha parlato anche un altro grande che si chiama John Williams autore di Stoner il quale nel romanzo biografia su Augustus, padre di Giulia, nelle sua immaginazione ha riprodotto un ipotetico diario che Giulia teneva qui dall’isola di Ventotene nel quale raccontava la sua sventura ma anche il suo rapporto d’amore profondo con il padre benché l’avesse esiliata a Ventotene. Fino ad arrivare agli autori contemporanei che sono quelli ospiti del festival Gita al Faro. Tra questi numerosi premi Strega.

Come vedi il futuro delle piccole librerie?

Io penso che il mercato del libro cartaceo non morirà mai, come non moriranno le librerie. Il valore aggiunto che crea una libreria sul territorio è enorme sia per la valorizzazione della storia, ma anche perché proprio è uno dei pochi luoghi dove le persone tornano e amano incontrarsi. Io sono conosciuto come il libraio di Ventotene, ma ho la fortuna di “navigare” anche in una libreria a Camogli e una a Genova. Anche lì ugualmente si ripete lo stesso meccanismo. Ed a Genova abbiamo riaperto in una nuova sede chiamandola “L’amico ritrovato” anche  in omaggio al libro di Fred Ulman.

Come trovi le storie dei libri che pubblichi?

Uno tra i libri che abbiamo pubblicato nel 2011 è Mi odisea di Juan Matas nato dall’incontro fortuito all’Ultima spiaggia. Il figlio dell’autore del testo era venuto a Ventotene proprio per visitare i luoghi in cui era stato confinato il padre. Entrando in libreria cominciò a raccontarmi questa storia di cui non ne sapevo nulla. Non solo io ma neanche i ventotenesi. È la storia di nove spagnoli che avevano combattuto contro Franco e una volta persa la guerra, per evitare l’arresto prendono una barca e cercano di raggiungere il nord Africa. Dopo una serie di peripezie vennero arrestati in Italia e mandati al confino di Ventotene. Uno dei nove, il papà del turista che venne a Ventotene nel 2010, scrisse la loro avventura e proprio grazie al figlio ho avuto la fortuna di avere gratuitamente dall’editore spagnolo i diritti per poter pubblicare e tradurre il testo in italiano e portare questa testimonianza anche ai lettori italiani.

Storie di uomini liberi che lottano per difendere il loro pensiero e storie che si incrociano al di là dei confini.
Sì è così. Da questo pellegrinaggio fatto dal figlio nel 2010 nasce poi la traduzione nel 2011 e qualche anno dopo nasce un altro libro ancora. È La figlia del partigiano O’ Connors di Michele Marziani che trae ispirazione per il suo libro sia leggendo Mi odissea di Juan Matas, che da un grande cantante irlandese Christy Moore che gli narrò, durante una cena avvenuta a Dublino, le epiche avventure della V Brigata composta da soli irlandesi che partirono alla volta della Spagna per combattere al fianco dei repubblicani. Tutto questo è raccontato in una bellissima ballata di Christy Moore che si chiama viva la V brigata.

Le storie degli uomini liberi di Ventotene sono un’ispirazione per la libertà di un libraio e un editore indipendente?
Certo, è proprio così. È la storia che si respira qui, il mare, le vite di coloro che vi sono passati. Tutto questo è diventato un mio patrimonio culturale che amo restituire ai lettori.