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Boom demografico, il Pakistan in difficoltà. Impossibile garantire cibo, sanità e istruzione

«Ho imparato come nascono i bambini da un magazine che si chiamava Happy Home. Era stato pubblicato dal dipartimento pakistano del Ministero della Popolazione, che doveva incoraggiare le persone ad avere meno figli». Mohammed Hanif, l’autore di queste righe, vincitore di svariati premi prestigiosi destinati agli scrittori di lingua inglese, aveva dieci anni all’epoca e si ricorda l’illustrazione su quel giornale.

«Un uomo, una donna, due bambini paffuti sono seduti intorno ai fornelli e mangiano. Ho concluso allora che i bambini venivano concepiti mangiando, intorno ai fornelli. Quando i risultati del censimento della popolazione in Pakistan sono stati resi noti il mese scorso, sembravano indicare che il messaggio di Happy Home era stato frainteso da molti». La popolazione pakistana conta oggi 207 milioni di persone. È aumentata del 57% dall’ultimo censimento datato 1998. Il Pakistan è diventato così il quinto stato più popoloso del mondo.

«In 150 anni, ha detto il fisico Pervez Hoodbhoy, il Paese sarà come una stanza dove tutti potranno solo stare in piedi». Dove non c’è spazio. Dove non stanno crollando solo le limitate risorse e i carenti servizi. «Un ottavo dei bambini che al mondo non vanno a scuola, sono in Pakistan. E le conversazioni su come si fanno i figli non sono cambiate molto dai tempi di Happy Home, quaranta anni fa». Nonostante gli avvertimenti sull’esplosione demografica, nel Paese non si parla ancora di controllo delle nascite, «perché parlare di controllo demografico, vuol dire parlare di sessualità e non puoi farlo né in tv, né alla radio, né nei villaggi, né in Parlamento». Le pubblicità di preservativi sono vietate e «sesso rimane una parola sporca. Come se pronunciarlo e farlo fossero la stessa cosa», scrive Hanif: «Noi non parliamo di sesso nemmeno con la persona con cui lo facciamo».

Per i poveri del Paese, la stragrande maggioranza della popolazione, i bambini sono fonte di reddito, cominciano a lavorare a 5 o 6 anni. Il governo pakistano poteva coinvolgere il clero per sfatare il mito della contraccezione, considerata anti-islamica, ma non l’ha fatto. Potevano fare lo stesso con il vaccino contro la polio, che per molti «era solo una copertura di una cospirazione americana per sterilizzare i pakistani. Poi il governo ha mandato gli imam in tv per spiegare che non era desiderio di Allah rendere zoppa la nuova generazione».

Com’eri vestita? Eccolo in mostra

Un maglione rosso e una gonna nera. C’è un costume da bagno, un normale costume da bagno. E poi una polo. Una maglietta arancione. «Com’eri vestita» è la domanda velenosa e liquida che si pone alle donne vittime di violenza, il primo senso di colpa si infila proprio lì, sulla colpa di essere “sembrata disponibile” addirittura per gli abiti che indossi.

Così al quarto piano dell’Università del Kansas studenti e professori hanno deciso di metterli in mostra, quegli abiti della vergogna che diventano un’onta per le vittime prima ancora dei carnefici: «vorremmo – ha detto Jen Brockman, direttore del centro – che la gente possa rendersi conto che questa idea dei vestiti che sono causa delle violenze è completamente falsa».

La giornalista Rebecca Gannon ha pubblicato alcune foto dal suo profilo Twitter e basta guardare le immagini per percorrere in pochi istanti l’abisso che c’è tra le mostruose strumentalizzazioni che agitano le bocche marce di certa stampa e di certi politici e la drammatica normalità del dolore e della violenza.

Una mostra che è un manifesto perché “manifesta” le bugie mostrando la verità. E ho pensato che è un atto bellissimo: politico, artistico, culturale e sociale tutto insieme. Come dovremmo essere noi ogni volta che incrociamo una bugia che, anche se ripetuta milioni di volte e infiocchettata con una narrazione irresistibile, abbiamo il dovere di affondarla con l’emersione dei fatti, piuttosto. La cultura, appunto.

Buon lunedì.

La fabbrica della bellezza Salviamo il museo Ginori

La fabbrica della bellezza

«L’acquisto è una bella notizia: finalmente si sblocca una situazione di stallo che durava da troppo tempo e la splendida collezione di porcellane avrà il rilancio e la visibilità che merita», commenta il sindaco di Firenze Dario Nardella: «Adesso è il momento di rilanciare l’azienda e di salvare i posti di lavoro superando l’empasse che ha portato i dipendenti a proteste come scioperi e occupazioni». Il sindaco di Sesto Fiorentino Lorenzo Falchi ha invece detto: «Manifesto, oltre alla grandissima soddisfazione, la massima disponibilità del Comune di Sesto a discutere con tutti i soggetti interessati alle forme di gestione del Museo Ginori che, dopo l’acquisto dovrà essere il primo punto dell’agenda per il suo rilancio. E per questo ripropongo l’idea della fondazione di partecipazione: una fondazione mista pubblico privata con soggetti istituzionali e soggetti del territorio». Così commenta l’acquisto del museo da parte del Mibact il sindaco di Sesto fiorentino Lorenzo Falchi. «Spero che questo possa essere di stimolo verso il governo per continuare a lavorare con ancora più forza alla soluzione per la permanenza e il rilancio della manifattura Ginori a Sesto Fiorentino».

«Non fermate le mani che creano la bellezza». Queste parole campeggiavano su uno striscione apparso nel Museo nazionale del Bargello sabato scorso. Nell’ultima settimana di apertura della mostra La fabbrica della bellezza (fino al primo ottobre) dedicata alle più importanti creazioni della Richard Ginori sono gli stessi operai della storica manifattura di ceramiche a far sentire la propria voce perché 300 posti di lavoro sono a rischio dopo che la DoBank, banca creditrice di Ginori Real Estate, ora in liquidazione, assieme a Bnl e Popolare di Vicenza, ha detto no alla vendita alla Richard Ginori dei terreni su cui sorge. L’offerta vincolante, si legge in una nota sindacale, era stata presentata il 6 giugno scorso quando l’accordo sembrava ormai raggiunto tra le parti e con il ministero dello Sviluppo economico, il Comune di Sesto Fiorentino e la Regione Toscana.

Si carica dunque di nuovi significati politici l’esposizione al Bargello curata da Tomaso Montanari e Dimitrios Zikos. Con il catalogo edito da Mandragora il progetto era nato per salvare il museo collegato alla Richard Ginori. Chiuso da tre anni e ormai pieno di muffe non fu acquistato dal marchio Gucci quando acquisì la fabbrica nel 2013. Ma ora, come accennavamo, il quadro si complica: da salvare non è più solo la collezione di 8mila ceramiche e maioliche prodotte a Sesto nel corso di quasi quattro secoli ma anche la produzione odierna a cui concorrono con arte e competenza numerosi ceramisti oggi. In una serie di 21 video-ritratti Matilde Gagliardo ne ha raccolto le storie. Grazie alla video-installazione La fabbrica della bellezza la Manifattura Ginori e il suo popolo, i loro volti, le loro parole, il loro lavoro, il 23 settembre, sono comparsi sulle pareti del cortile del Bargello. La storia della manifattura Ginori così ha acquistato umanità e maggiore spessore; visitando la mostra suddivisa in sei sezioni tematiche, parevano meno fredde le monumentali figure di porcellana uscite dall’azienda fondata dal marchese Carlo Leopoldo Ginori nel 1737 a Doccia, vicino a Firenze.

Per allargare la produzione anche alle grandi sculture andò a caccia di forme nelle botteghe appartenute agli scultori del tardo Rinascimento e del Barocco e acquistò modelli dagli atelier degli scultori del suo tempo: così le fornaci di Doccia furono in grado di produrre anche gruppi scultorei di grandi dimensioni. Accanto a quelle realizzazioni complesse e un intero camino antico in ceramica spiccano soprattutto le riduzioni dell’Aurora e del Crepuscolo ideate da Michelangelo per le Cappelle Medicee.

Aggiornamento del 27 novembre 2017:
Il ministero dei Beni culturali acquisterà il Museo Ginori e la sua collezione di ceramiche antiche, grazie a un procedimento regolato dalla norma del 1973, che prevede la possibilità di pagare le imposte dirette tramite cessione di beni culturali. Il nuovo museo farà parte del Polo museale della Toscana. Ma resta aperta la questione della fabbrica Ginori (rilevata dal marchio Gucci) dove molti lavoratori sono a rischio.

Non c’è femminismo senza antirazzismo

foto dal fb di nonunadimeno Firenze

Le opposte chiavi di lettura che media e politica hanno adottato per parlare del caso degli stupri di Rimini, per i quali sono state arrestate quattro persone di origine africana, e di quello di Firenze, dove gli accusati sono due italianissimi carabinieri, hanno messo in luce quanto gli usi strumentali del corpo delle donne e dei migranti siano radicalmente intrecciati. Due fatti simili, due letture diverse, ma in ballo ci sono migliaia di voti da mettere in cascina, quale che sia il prezzo da pagare. C’è pero chi se ne è accorto, e lo denuncia con forza.

«Quando è utile ai fini razzisti, allora la donna è una “povera vittima indifesa” da proteggere dall’immigrato, maschio, brutto, stupratore delle “nostre” donne, retorica utilizzata dalla destra ma anche da alcune delle forze cosiddette “di sinistra”; quando invece ad essere indagati sono membri delle forze dell’ordine, allora la discussione scivola incredibilmente sulle responsabilità delle donne, sulla loro imprudenza, sulle loro condotte, sui rischi dello sballo del sabato sera».

A parlare è Tatiana Montella, avvocato e attivista romana del collettivo Degender Communia e di Non una di meno: un movimento vivace, femminista, che muove una feroce critica a queste strumentalizzazioni, tiene insieme lotte diverse, e ha dimostrato di essere in grado di riempire piazze in tutto il mondo. Dopo aver portato nel cuore di Roma 200mila persone lo scorso 26 novembre, e dopo lo sciopero dell’8 marzo che ha cnoinvolto circa 40 Paesi, Montella spiega quali sono prossimi obiettivi del movimento e qual è il segreto di tale successo.

«Una delle carte vincenti è stata sicuramente la capacità di assecondare la volontà di mobilitazione delle donne, a partire da questioni sulle quali da tempo si era sedimentata una necessità diffusa di reagire: il femminicidio, il diritto alla salute e all’aborto, l’uso strumentale del corpo delle donne. Il movimento è stato in grado di tradurre questa necessità in azioni concrete».

Tutto ciò, in una prospettiva che supera non solo i confini nazionali, ma anche quelli generazionali…

L’intervista a Tatiana Montella prosegue su Left in edicola


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Bolaffi: La Germania vuole imporsi come “modello”

Election posters of German Chancellor Angela Merkel (CDU,L) and her main rival Martin Schulz (SPD, R) are seen as a cyclist cross Yorckstrasse in the Schoeneberg neighbourhood in Berlin on September 17, 2017. / AFP PHOTO / Odd ANDERSEN (Photo credit should read ODD ANDERSEN/AFP/Getty Images)

Germanista e filosofo Angelo Bolaffi è stato professore universitario a La Sapienza di Roma e direttore, dal 2007 al 2011, dell’Istituto di cultura italiana di Berlino. Numerosi i saggi pubblicati che riguardano il modello politico tedesco, esaminato da ogni angolazione. Sempre per Donzelli, nella collana Saggine, è da poco uscito il libro che Bolaffi ha scritto insieme all’economista Pierluigi Ciocca, dal titolo Germania/Europa. Due punti di vista sulle opportunità e i rischi dell’egemonia tedesca.

I due autori si sono spartiti l’analisi attualissima della nazione più potente d’Europa, il baricentro del continente, come la definisce il filosofo romano, per riflettere sulle possibilità che oggi ha di esercitare una reale leadership. Ciocca, dal canto suo, offre un parallelo interessantissimo, riflettendo sullo status della nazione di creditrice, un tempo indefessa debitrice. Per avvicinarci a questo loro lavoro abbiamo rivolto alcune domande ad Angelo Bolaffi, che si appresta a partire per un piccolo tour di presentazioni in tutta Italia.

In questo scenario globale, fra Trump, Putin e Macron, la signora Merkel “rischia” di passare per la paladina dei diritti umani?

Non rischia, a mio avviso, la Cancelliera è la paladina dei diritti umani. O meglio ha difeso più che i diritti umani, i valori occidentali, storicamente difesi dall’“anglo-sfera”, ossia dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti d’America. Paesi, osserviamo, che oggi si sono incamminati su una tradizione politica che non è quella che inaugurarono nella lotta al fascismo.

Parlando di casa nostra, Berlusconi si sta riallineando al partito popolare della cancelliera Merkel, che ne pensa?
Non ne penso granché bene. Penso che sia un brutto risultato di una situazione pessima italiana; sarebbe stato molto meglio che delle forze della sinistra progressista e democratica avessero fatto proprie, in maniera convinta, com’è nella loro storia, i valori dell’europeismo…

L’intervista di Alessandra Grimaldi ad Angelo Bolaffi prosegue su Left in edicola


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Ius soli, «il centrosinistra è troppo simile alla destra»

La preside Maria Teresa Furci accoglie gli studenti per l'inizio dell'anno scolastico 2017/2018 alla scuola Drovetti in Via Bardonecchia, Torino, 11 settembre 2017 ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

«Chi amministra deve pensare al consenso, ma quando si tratta di bambini uno può perdere le elezioni, non può perdere l’umanità». Antonio Decaro, «assolutamente favorevole allo ius soli», è presidente dell’Anci ma preferisce parlare a titolo personale come sindaco di Bari, perché, dice, in Italia ci sono 8mila comuni e ogni primo cittadino «ha la propria sensibilità e posizione politica». La sua, l’ha dimostrata a metà luglio, quando al porto di Bari ha attraccato una nave con 643 migranti a bordo. «La nostra è una città accogliente, qui 25 anni fa si è verificato il primo grande flusso migratorio, con ventimila albanesi sbarcati tutti insieme». Ma stavolta qualche problema c’è stato – racconta – dopo l’appello rivolto ai suoi concittadini per chiedere cibo e vestiti per le persone appena arrivate. «Nonostante le polemiche di quei giorni sono stato orgoglioso di essere stato il sindaco di un Paese che non ha sbattuto la porta in faccia a un bambino appena nato durante il viaggio in mare. Ricordo quel momento: era in mezzo ai migranti, in braccio a un volontario e, nonostante quel giorno ci fosse un sole accecante, quel bambino ha aperto gli occhi. Io ero lì, per me è stato come se fosse nato una seconda volta» sottolinea Decaro, eletto nelle file del Pd, ma che adesso, precisa, è «solo sindaco, senza tessera di partito». I tempi sono cambiati da quando nel 2011 Graziano Delrio, allora primo cittadino di Reggio Emilia e presidente dell’Anci, guidava la campagna di raccolta firme per l’Italia sono anch’io. Adesso lo ius soli viene agitato come spauracchio dalla destra per incutere paure senza senso, tra minacce di invasioni e malattie. E mentre i titoli dei giornali di destra salutano con un “Ciaone” la legge sulla cittadinanza rimasta al palo, il centrosinistra si dimostra impotente nel condurre una battaglia culturale per una legge simbolo di democrazia. Come è noto, alla ripresa dei lavori al Senato dove la legge è ferma, il capogruppo Pd Zanda ha preferito non calendarizzarla nel mese di settembre per «mancanza di numeri». Eppure il Pd nella campagna elettorale del 2012 con Bersani segretario aveva messo come primo punto proprio la legge sulla cittadinanza. Perché abbandonare 800mila giovani italiani senza cittadinanza, nati in Italia o arrivati qui da bambini? «Lo ius soli è finito in un binario morto all’interno di uno scambio di potere con Angelino Alfano legato all’accordo sulla legge elettorale e sulle elezioni in Sicilia», afferma Arturo Scotto deputato di Mdp. Poiché Ap di Alfano aveva votato la legge alla Camera, dice Scotto, «mi sarei aspettato che che il Pd facesse un appello al centrodestra invece di rinunciare». Di rinunce a una propria autonomia….

 

L’articolo di Donatella Coccoli prosegue su Left in edicola


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Rivoluzione

Come spesso accade, sempre più spesso ultimamente, lo stupro assume nel modo come viene recepito e comunicato dai media, come un fatto di maggiore o minore gravità, se non addirittura di completa inesistenza della violenza, a seconda di chi è che commette il reato.
Lo stupro diventa il tentativo di sottomissione della donna bianca da parte dell’invasore straniero. Meglio ancora se lo straniero è di colore o proviene dall’Africa.
Oppure lo stupro diventa la provocazione della donna se l’uomo che commette il reato è in divisa e rappresenta l’istituzione.
I media instillano l’idea che l’uomo straniero che violenta la donna italiana sia diverso dall’uomo bianco che violenta la donna straniera.
Naturalmente non c’è nessuna differenza.
La domanda da farsi è invece: qual è il motivo per cui un uomo violenta una donna?
Per rispondere a questa domanda va prima osservato che la sessualità umana non ha come fine la procreazione. La sessualità umana è uno stare insieme fine a se stesso. Questo stare insieme diventa realizzazione con la separazione. La realizzazione dell’uno che è anche e per la realizzazione dell’altro e viceversa. È una nascita. Se vogliamo trovare un fine della sessualità è il separarsi essendo diversi da come si era prima di incontrarsi.
Che la sessualità possa essere realizzazione personale è qualcosa di inconcepibile per la nostra cultura basata sul pensiero giudaico-cristiano e logico razionale. Che poi lo sia anche per la donna ancora di meno.
Anche per questi argomenti Massimo Fagioli sosteneva che il violentatore è in realtà un impotente, ossia colui che in realtà non è in grado di avere rapporto con la donna se non con la violenza fisica. Questo perché il violentatore annulla la realtà interna della donna. Rimane solo il corpo che viene violentato come fosse un fantoccio, un oggetto inanimato.
Nella violenza sessuale non c’è in realtà nessuna sessualità. Ed è in questa assenza la violenza maggiore che la donna subisce.
Il violentatore vuole imporre alla donna il pensiero che una sessualità libera e felice che sia realizzazione non esiste. Perché prima di tutto per lui non esiste. La verità del rapporto sessuale che è il massimo della realizzazione di rapporto di due amanti viene detto essere in realtà violenza e non amore.
In altro modo è stato trattato il caso dell’uccisione della ragazzina pugliese uccisa dal suo ragazzo diciassettenne.
È evidente la malattia grave del ragazzo, già ricoverato due volte malgrado abbia solo 17 anni. Ancora più grave è il fatto che nessuno degli operatori sanitari che lo avevano in cura avesse ipotizzato una sua pericolosità malgrado i numerosi segnali molto evidenti.
Uno psichiatra avrebbe dovuto leggere nell’episodio dell’aggressione alla macchina una richiesta d’aiuto del ragazzo: “sto per fare del male a qualcuno, fermatemi!”
Dovevano perlomeno avvertire la ragazza, dirle di stare attenta, di non frequentare il ragazzo. Dirle che una psicosi grave come quella a volte può sfociare in atti violenti senza un motivo apparente.
La ragazza probabilmente non vedeva o non voleva vedere. Forse pensava di poterlo controllare, di farlo calmare. Forse pensava che la grandezza del suo amore lo avrebbe salvato. Forse è anche per questo che lui l’ha uccisa.
Nessuno le ha fatto vedere la realtà della grave malattia del suo ragazzo, la violenza nascosta in quella malattia. L’avrebbero potuta salvare.
In realtà lei, insieme al ragazzo che l’ha uccisa, è la vittima della cultura stupida e violenta con cui abbiamo a che fare tutti i giorni.
È la cultura che dice che la pazzia non esiste, che la malattia mentale non esiste, che quello del pazzo è solo un modo di essere al mondo. Secondo questo pensiero non essendoci malattia mentale non c’è sanità mentale. E non essendoci malattia non esiste cura.
Questo pensiero porta con sé una logica che dice che la violenza, quando c’è, è l’espressione naturale della realtà umana.
I due episodi così distanti hanno un pensiero che li accomuna, un pensiero sugli esseri umani e la loro natura più profonda.
La natura umana sarebbe perversa e naturalmente cattiva fin dall’origine. La nascita sarebbe violenza e cattiveria innate.
Questa costruzione di pensiero ne nasconde un’altra e cioè che la nascita umana, intesa come quella dinamica che è l’inizio del pensiero umano scoperta da Massimo Fagioli, non esiste.
La nascita è invece realizzazione di un proprio io che compare come reazione allo stimolo inanimato della luce sulla retina, la fantasia di sparizione del mondo inanimato e conseguentemente creazione di un’idea-immagine di un rapporto con un altro essere umano, ossia con una realtà non-inanimata. Compare la certezza dell’esistenza di un seno con cui avere rapporto.
È un idea rivoluzionaria perché pone l’inizio dell’essere sociale e politico dell’uomo alla nascita: la fantasia originaria dell’essere umano è quella di avere rapporto con un altro essere umano. L’essere umano è un essere sociale e politico, fin dalla nascita!
Tutti questo deve essere distrutto. Si pensa il bambino come l’esatto opposto.
I genitori, la società, la cultura devono costringerlo ad essere un bravo cittadino. Devono convincerlo a limitare la sua cattiveria innata convincendolo prima di tutto di essere spontaneamente cattivo.
Il modo? Semplice. Violentando il desiderio di rapporto del bambino.
Convincendo le madri, che hanno rapporto con lui, che il bambino non esiste, che in realtà è un animale, un non-essere umano, nella migliore delle ipotesi un mezzo essere umano.
Questo si ottiene facendo in modo che le donne non abbiano una sessualità libera e felice, convincendole che la sessualità non esiste e se esiste è violenza.
Il primo violentatore delle donne è il pensiero religioso e logico razionale che annulla la loro identità.
Perché se le donne hanno l’identità, potranno realizzare una sessualità libera e felice e avranno poi un rapporto con il bambino che non annullerà la sua nascita.
Questa è la vera rivoluzione.

L’editoriale di Matteo Fago è tratto da Left in edicola


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Sulla pelle delle donne e dei migranti

Siamo sicuri che ci sia una sostanziale differenza fra la visione misogina e razzista del sindaco leghista di Pontida, che rilascia permessi di parcheggio alle donne incinte solo se italiane, e quella del sindaco Pd di Firenze che commentando lo stupro denunciato da due studentesse americane di cui sono accusati due carabinieri, ha detto: «E’ importante che imparino che Firenze non è Disneyland dello sballo»?
A fine estate, ricorderete, Dario Nardella, delfino di Matteo Renzi, era andato al meeting di Comunione e liberazione per presentare un manifesto dei sindaci a favore di politiche peo crescita demografica (auspicando due figli per donna!).
Nel frattempo si mostrava in posa da sceriffo trionfante accanto a cumuli di borse requisite a venditori ambulanti senza licenza. Dettagli? Solo folclore? Il primo cittadino di Firenze, come quello di qualsiasi altro comune, è una figura pubblica e i suoi discorsi e le sue azioni sono legittimamente criticabili dai cittadini che dovrebbe rappresentare (anche se non l’hanno votato).
La campagna elettorale con tutta evidenza è già iniziata e il Pd al pari delle destre la sta giocando sulla pelle delle donne e dei migranti. Beninteso non sono solo gli amministratori locali a renderlo evidente dalla sindaca Pd di Codigoro che alza le tasse a chi affitta ai migranti al sindaco di Nereto che stava per concedere la sala Allende a dei neofascisti per un convegno su Salò. Ma lo si evince chiaramente dall’operato del governo Gentiloni.
Al codice Minniti che va alla guerra contro i migranti e le Ong, colpevoli di fare tutto il possibile per salvare vite umane, Left ha dedicato una storia di copertina di aperta denuncia. Ci torniamo in questo sfoglio esaminando le opacità nella gestione di Cie e Cara e raccogliendo la testimonianza di Gino Strada che non esita a denunciare le politiche «razziste e neonaziste» di questo governo che lucidamente soffia sul fuoco della paura paventando un’invasione di immigrati che non c’è. I media, accusa il medico e fondatore di Emergency, fanno da cassa di risonanza, riportando in modo falso e tendenzioso le notizie su casi di stupro alimentando la paura dello straniero violentatore, quando tutte le statistiche dicono che purtroppo le violenze sulle donne avvengono soprattutto in famiglia da parte di mariti e parenti italianissimi. L’obiettivo è chiaro: criminalizzare i migranti e ricacciare in casa le donne. A spingere in questa direzione non sono solo i manifesti di Forza Nuova esemplati su quelli di epoca fascista, ma contribuiscono anche vademecum per signorine come quello stilato sul Messaggero Lucetta Scaraffia (già collaboratrice dell’Osservatore Romano) candidata a Roma con una lista civica pro Rutelli nel 2008 e che dal 2007, interrottamente siede nel Comitato nazionale per la bioetica, organo consultivo del governo. L’imbarazzante Fertility day varato esattamente un anno fa dal ministro per la Salute, Beatrice Lorenzin, ora pare niente rispetto alla proposta di Scaraffia che dispensa consigli e insegnamenti rivolti alle giovani donne su come non farsi stuprare e su come mettersi al riparo dalla violenza maschile. Sul Messaggero ha scritto che per le donne è meglio «evitare le situazioni pericolose», rassegnandosi alla «necessità di riconoscere i rischi e le debolezze del destino femminile» e di accettare protezione. «Educare le ragazze alla diffidenza» consiglia cattolicamente alle madri e alle figlie comportamenti castigati. Pena l’essere additata come una che se l’è andata a cercare!
In questo Paese, che fino al 1996 giudicava lo stupro un reato contro la morale e che fino al 1981 accettava il delitto d’onore e l’infame “matrimonio riparatore”, il centrosinistra invece di lavorare alacremente per l’evoluzione della società e per il superamento degli ultimi residui della politica patriarcale, per un calcolo politico (sbagliato) e per ideologia (cattolica) rischia di riportare l’orologio indietro di cinquant’anni, annullando le conquiste degli anni Settanta.
Cosa aspetta la sinistra, laica e progressista, a scendere in piazza?

Migranti: 7 giorni alla deriva prima di affondare. Così si muore in Libia ai tempi del codice Minniti

È notizia di ieri che al largo delle coste occidentali della Libia – nonostante il calo di sbarchi in Italia delle ultime settimane – si è verificato un nuovo naufragio di migranti. Stando alla Marina libica, il barcone che li trasportava era salpato venerdi 15 da Sabrata, con circa 130 persone a bordo. Alcuni resti del natante sono stati rintracciati a circa 20km a ovest di Zuara, insieme a 4 cadaveri, fra cui i resti di due donne. Di sette naufraghi salvati, uno è morto successivamente in ospedale. L’ammiraglio Ayob Amr Ghasem – portavoce della Marina libica – ha dichiarato che «oltre cento migranti sono dati per dispersi». La Guardia costiera di Zuara aveva ricevuto una richiesta di soccorso da parte di un barcone in difficoltà.

Ieri sera, la portavoce in Sud Europa dell’agenzia Onu per i rifugiati Carlotta Sami ha retwittato la nota della sede libica dell’Unhcr che fornisce un’ulteriore conferma: l’imbarcazione sarebbe restata alla deriva per almeno una settimana, senza che nessuno sia intervenuto a soccorrerla. Un «orrore devastante», ha poi commentato.

Mattia Toaldo, analista dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr) di Londra, ha dichiarato all’Ansa che: «i flussi sono calati perché alcuni grandi trafficanti, con i quali ci si può rapportare in quanto anche esponenti delle forze di sicurezza libiche, hanno deciso che avevano più da guadagnare nel bloccare i flussi che nel continuarli».

Il ministero dell’Interno segnala 3.970 sbarchi dall’inizio del mese, a fronte dei 16.975 arrivi di settembre 2016.

Ma, in questo momento, sembrerebbero riprese le partenze. Solo nella scorsa settimana circa 3000 migranti sarebbero stati intercettati dalla Guardia costiera libica, mentre 2000 sono stati soccorsi dall’Italia.

Per approfondire il tema delle politiche sull’immigrazione adottate dal governo Minniti-Gentiloni, segnaliamo la storia di copertina di Left n.38, in edicola da sabato 23 settembre

Gino Strada: La politica di Minniti è un atto di guerra contro i migranti

ROME - APRIL 17: Fondator of Italian medical charity Emergency Gino Strada delivers a speech during a demonstration to support three Emergency employees held in Afghanistan over an alleged assassination plot at Piazza San Giovanni on April 17, 2010 in Rome, Italy. (Photo by Ernesto Ruscio/Getty Images)

È finito su tutti i giornali per avere definito il ministro Minniti “sbirro” eppure Gino Strada, fondatore di Emergency, da tempo sta provando a denunciare ben altro che un semplice aggettivo: la situazione libica adottata dal governo miete, giorno dopo giorno, le sue vittime nel silenzio di un pezzo d’informazione e della politica. Per questo abbiamo voluto sentirlo cercando di andare oltre la polemica buona per qualche articolo indignato.

Gino Strada, si è parlato dello “sbirro Minniti” ma sembra che si sia perso il cuore del suo discorso sulla questione umanitaria in Libia. Che ne pensa?
Ovvio, perché ai media non interessa quello che dico ma preferiscono fermarsi sullo “sbirro”. Noi abbiamo fatto un comunicato stampa, tre settimane prima, in cui dicevamo che la politica di Minniti era un atto di guerra contro i migranti. Abbiamo usato esattamente queste parole: “atto di guerra contro i migranti” e quel comunicato non lo ha ripreso nemmeno il giornale delle focolarine… è bastato dire “sbirro”. Questa è la cosa più deprimente dell’informazione italiana.
Ma cosa manca, al di là della politica, per riuscire a raccontare le dimensioni del dramma che si sta vivendo? Mancano gli intellettuali?
Manca l’etica. Mancano i valori e mancano quelle che una volta si chiamavano “le palle”. Mancano etica e valori perché la politica non segue più il principio che poi dovrebbe plasmare la sua azione: in base ai principi si dovrebbero prendere certe scelte. Il caso dei migranti (che ha segnato di fatto la fine dell’Europa: possono andare avanti per vent’anni, gettare centinaia di milioni di euro ma l’Europa è sostanzialmente finita) è un esempio paradigmatico: si è messa in atto la politica “a prescindere”. Se le mie scelte politiche determinano il fatto che alcune persone ci lascino la vita o vengano torturate o vengano stuprate e io non mi occupo di queste cose, che modello di società sto proponendo? La mia visione sociale diventa quella di Pablo Escobar, capisci? Anche lui ha fatto ammazzare non so quante persone in Colombia eppure Medellin in dieci anni si è trasformata da case di fieno e paglia a una città decine di volte più ricca. Non si può prescindere dai principi!

L’intervista di Giulio Cavalli a Gino Strada prosegue su Left in edicola


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