Sono passati venti anni dal suo debutto e la sua voce, la sua presenza sulla scena nazionale, ma anche internazionale, sono una certezza. Artista dalla sofisticata semplicità, versatile e con un’energia vocale ricercata, Cristina Donà è una delle protagoniste della canzone d’autore. Donà vanta un curriculum sfavillante tra targhe Tenco e molte collaborazioni – tra tutte quella con Robert Wyatt – ed è stata la prima artista italiana a esibirsi al Meltdown di Londra. Da quel Tregua, prodotto da Manuel Agnelli nel 1997, passando per una decina di album, fino a questa ultima riedizione arricchita dal contributo di giovani artisti: Tregua 1997-2017 Stelle buone. Da molti anni Donà vive in un paesino della Val Seriana ed è da lì, mentre sta nel boscoche risponde alle nostre domande. Dal bosco in cui si trova, iniziamo a parlare delle sue “stelle buone”, ma anche di scuola, dell’importanza dei maestri, e anche di natura: «Ci dimentichiamo quanto sia importante il contatto con la natura, e non è un discorso da hippy, è qualcosa che ci riporta alla dimensione giusta, anche per ridimensionare il nostro modo di vivere. Ci siamo un po’ disconnessi e scollegati da tante cose importanti».
Un album per festeggiare questi venti anni di successi, ma c’è stato un altro compleanno importante, proprio in questi giorni: i tuoi primi cinquant’anni!
Sì, un bel traguardo di vita, poi artistico ovviamente. Ho capito subito che la mia strada era la musica, anche se ho iniziato tardi a scrivere le mie canzoni. Diciamo che in questi giorni è il “festeggiamento” per essere riuscita a scrivere, anche se avrei voluto pubblicare più album.
Ti ricordi quando hai iniziato a scrivere?
Mi ricordo esattamente, è stato una specie di colpo di fulmine. In quegli anni, i primi anni Novanta, mi esibivo nei locali facendo cover, il mio materiale erano le canzoni degli autori che amavo. C’è stato un giorno esatto in cui ho pensato, e desiderato, di lasciare quelle voci, quelle parole di altri e trovarne di mie. Volevo trovare la mia voce anche nelle parole.
Dagli esordi a oggi, che cosa ti porti dietro e che cosa è cambiato?
La musica per me ha sempre avuto un valore “alto”. Quando ho cominciato a fare la mia, mi è sembrato il modo migliore per ringraziare e restituire ciò che mi è stato dato da tutti i musicisti. Intanto, va detto, è cambiato il mondo intorno a noi ed è cambiato il modo di fruizione della musica che è diventata un bene gratuito. Questo ha influito tantissimo sull’essere artista. In qualche modo ha tolto valore e possibilità, anche se però ce ne sono altre. È un momento di passaggio ma bisogna trovare il modo di riconoscere agli artisti il loro lavoro perché di questo si tratta in fondo.
Da dove potremmo ricominciare o, forse, cominciare per la musica?
Mancano dei bravi maestri e, inoltre, quella parte istituzionale che dovrebbe formare le coscienze della parte musicale del nostro Paese è nulla. Mi riferisco alla scuola, ma anche alle reti nazionali, in tv. Sulla Rai che programmi di musica si sono?
A questo punto è d’obbligo chiederti cosa pensi dei talent.
Il problema non sono tanto i talent, ma il fatto che non c’è un’alternativa, quindi se quello è l’unico modo di proporre la musica, allora sì che diventa un problema. Quello è un format, ma io che guardo la tv non ho scelta, per me la musica è quella lì: è competizione, è imparare a stare in tv, a essere sottoposti a una pressione mediatica pazzesca, che è ammirevole. Io ho una grande stima, infatti, per questi ragazzi, ma anche per i giudici. Però, esiste solo questo.
Quindi, torniamo sempre alla scuola, alla formazione.
A proposito di scuola, ogni volta che cambia il governo viene ribaltata come un calzino e ne stiamo pagando le conseguenze tutti. Comunque, sempre a livello educativo, in ambito musicale, c’è un’impreparazione di massa. Almeno, vorrei vedere rischiare un po’ di più la televisione pubblica con un programma di approfondimento dove si racconta anche solo la storia dei nostri cantautori, la storia della musica. Decidere a priori cosa vuole la gente è una grande violenza. Allora viva il web perché lì un po’ di speranza c’è.
Ti sei fatta conoscere per le tue idee e la tua intelligenza. Qual è oggi, la tua percezione della condizione femminile, mentre ovunque avvengono fatti tragici contro le donne?
Una parte di queste violenze è il risultato della nostra cultura che comprende tante cose, compresa l’influenza della Chiesa che obbliga la donna a stare in casa, a fare i figli. Ma fortunatamente i tempi sono cambiati. In ogni caso dobbiamo liberarci da una cultura negativa e il discorso dovrebbe essere affrontato insieme nelle scuole, nelle famiglie.
Insomma, il problema è soprattutto culturale.
Da qualche anno con Isabella Ragonese condivido uno spettacolo, un reading concerto (Italia Numbers ndr). Si tratta di un emblematico percorso di letture, durante il quale parliamo di quello che pensiamo: le cose devono essere fatte insieme, non barricandosi dietro al femminismo, che isola l’uomo, ma cercando di raccontare come si sviluppa la violenza contro le donne da più aspetti.
Cristina Donà: «Più musica per tutti. A partire dalle scuole»
Corbyn al congresso dei Labour lancia la sfida: «Il neoliberismo va rimpiazzato»

«Serve un nuovo modello economico, che rimpiazzi i dogmi falliti del neoliberismo». Lo ha dichiarato oggi il leader Jeremy Corbyn a Brighton, dove è intervenuto in occasione della giornata conclusiva del congresso del Partito laburista inglese iniziato domenica. Un intervento, spezzato di frequente da calorosi applausi e standing ovation, dove Corbyn ha toccato svariati temi, dal welfare alla scuola, dai tagli dei servizi pubblici alla Brexit.
Secondo il leader laburista, i conservatori in modo «spietato» hanno «calcolato che rendere più povere le persone in nome dell’austerità avrebbe permesso forti tagli alle tasse per i ricchi e per i potenti». Questi tagli hanno fatto sì che il Regno Unito sia stato persino ripreso dalle Nazioni unite per «aver violato i diritti delle persone disabili».
L’economia inglese – accusa Corbyn – non si occupa più della questione abitativa, di garantire un lavoro alle persone e di innalzare gli standard qualitativi della vita. Bisogna cambiare modello economico, aggiunge, perché «in Gran Bretagna stiamo assistendo ad un aumento di senza tetto e di poveri senza precedenti». Bisogna puntare su servizi pubblici, sull’istruzione, sulla sanità e su un nuovo piano di investimenti per creare lavoro, argomenta con decisione il capo del Labour party.
«Se vuoi vedere come i poveri muoiono, vieni a vedere la Grenfell Tower», dice il leader, citando una poesia di Ben Okri ispirata alla catastrofe di giugno nella quale sono morte almeno 87 persone nel quartiere North Kensington di Londra.
Il partito laburista, ammonisce Corbyn, non deve inoltre giocare sulla contrapposizione tra giovani e vecchi, ma anzi unire le generazioni, perché «soltanto uniti si può arrivare alla vittoria».
Sulla Brexit, «il partito laburista accetta il risultato del referendum», ma questo non deve per forza portare a mettere a rischio posti di lavoro. «I tre milioni di cittadini dell’Unione europea che vivono e lavorano in Gran Bretagna – prosegue – sono i benvenuti qui». «E il loro futuro – aggiunge appellandosi alla premier May – deve essere garantito».
Lo scopo malcelato della manovra di fuoriuscita dall’Ue – secondo Corbyn – è il trasformare il Paese in un paradiso fiscale senza regole, nel quale poche aziende al top possono fare profitti, mentre tutti gli altri cittadini soffriranno sempre di più. I Tories, inoltre, sarebbero colpevoli di «spendere più tempo a negoziare con tutti meno che con l’Unione europea».
Il partito laburista – spiega – è pronto a governare, e i risultati elettorali positivi lo confermano. Idee estremiste? No, «il labour – si difende – è il partito del nuovo senso comune».
Usa, continua la protesta dei big dello sport contro il presidente Trump

Gli uomini più muscolosi d’America sono tutti in ginocchio da settimane. Il mondo dello sport statunitense non assomiglia a quello europeo: è nero, è arrabbiato ed ha una coscienza sociale. Basket. Baseball. Football. Sono i giochi dei nuovi dissidenti americani.
Tutto è cominciato quando il quaterback di San Francisco Colin Kapernick ad agosto 2016 si è rifiutato di «onorare l’inno e mostrare orgoglio per la bandiera di un Paese che opprime i neri e le persone di colore. Devo battermi per gli oppressi. Se mi porteranno via il football, se mi porteranno via gli endorsement, so che mi sarò battuto per qualcosa di giusto», ha detto il giocatore con la sua maglia 49, un numero che ora è associato ad un nuovo “american hero”, un ragazzo «birazziale, nero di colore, ma cresciuto in una famiglia bianca». Sulla linea chiara del campo verde si è giocato stavolta davvero tutto, rischiando lavoro, carriera, supporto, squadra, fan, soldi. Ma ha fatto valere il suo diritto al primo emendamento americano mentre tutta la nazione stava a guardarlo.
Trump ha consigliato ai tifosi di abbandonare gli stadi e ha detto che i giocatori che protestano vanno fired, licenziati, imitando voce e gesto che usava nel suo reality show. Le esatte parole sono state: «licenziate i figli di puttana che non rispettano la nostra bandiera». In soccorso all’atleta nero della Nfl National football league, sono arrivati i giganti scuri dell’ Nba, in particolare i cestisti più forti del mondo. Kevin Durant e l’altra metà del cielo del basket americano, Stephen Curry, hanno deciso di non partecipare all’incontro alla Casa Bianca, meeting di rito per i campioni d’America, attirandosi le ire bionde e nucleari del presidente su Twitter.
Kobe Bryant ha detto: «un Potus – President of the United states – che crea divisione e rabbia, le cui parole ispirano dissenso e odio, non può rendere l’America great again». La scelta di Curry è stata difesa dal suo avversario storico, il campione del mondo LeBron James. Dopo Charlottesville – dove una ragazza che partecipava alla marcia contro i neonazisti ha perso la vita – il 23 dei Cleveland Chevaliers ha detto: «l’odio è sempre esistito in America. Trump l’ha solo reso di nuovo di moda». The people run this country, not one individual, damn sure, not him. Sono le persone a portare avanti il Paese, ha detto LeBron, di sicuro non lui.
Non hanno paura di lottare per i diritti civili dei neri d’America i giocatori di football che da una squadra all’altra continuano ad inchinarsi giorno dopo giorno. Come non ne hanno più le star del baseball. Si è piegato su un ginocchio, durante l’inno, anche Bruce Maxewell, degli Oakland Athletics, prima della partita contro i Texas Rangers. L’ultimo campo di battaglia per la democrazia negli Stati Uniti ora è l’erba verde calpestata prima di una partita.
La lezione politica e l’uomo Pietro Ingrao. Lenola lo ricorda
«I prati mi hanno incantato sempre, nel loro assoluto trascorrere silente. Oggi i prati della città in cui vivo sono mischiati al tumulto della corsa e dell’affanno. L’isola non esiste. Ed è giusto. Perché chiedere di salvarsi da soli? E poi io non so andare a cavallo». Pietro Ingrao in Volevo la luna conclude il lungo racconto della sua vita, ricordando la storia del Disperso di Marburg di Nuto Revelli.
A due anni di distanza dalla sua morte, avvenuta il 27 settembre 2015 – val la pena di tornare a leggere i suoi scritti che pongono domande attualissime. Chi ha avuto la possibilità di conoscerlo sa quanto fosse profondo il suo interesse per la politia e per gli esseri umani.
«Queste memorie – scriveva – sono in qualche modo la ricostruzione di una vicenda personale e sociale nelle insanguinate vicende del mio tempo. Ma – anche per il memorialista- non è proprio certo che le cose siano andate così, e con tale “ordine” sotteso. L’accaduto forse diverrà più sicuro, quando saranno appurati nessi ed eventi che a tutt’oggi , almeno per chi scrive, risultano ambigui o ancora nel da farsi, o ancora troppo personali e segreti. Quell’evento fu così, come sta aggrappato nella mia dolce, dolorosa memoria? O si è consumata la chiave, ammesso che ci sia in campo una chiave, sia pure per una raccolta di frammenti? Essendo incerta la lingua, come si dà e si legittima la memoria? E perché temiamo tanto che la memoria si perda? È la vanità di stare ancora e per sempre sulla scena o un tentativo di salvezza? O forse è la memoria di una soggezione ad altri, tale che non può reggere il silenzio».
Ingrao in gioventù avrebbe voluto occuparsi di cinema e poesia. Dell’uomo che amava la musica, Montale, Leopardi e il cinema di Chaplin, ma con l’inizio della guerra di Spagna, quei sogni furono «bruscamente spazzati via da eventi più aspri e cruciali».
Cominciò così quel rapporto con la politica che lo accompagnò per tutta la vita e che, nel febbraio del 1947 lo vide impegnato come direttore dell’Unità dove rimase per dieci anni.
«Mi ritrovai capocronista dopo essere stato, fino ad allora, un giornalista di frodo, in quelle pagine brevi e tanto amate dell’Unità clandestina. Avevo dubbi seri sulle mie capacità giornalistiche: ero organicamente un “lento” e questo di sicuro non combaciava con la rapidità di decisione e di realizzazione che chiedeva in ogni momento il giornale quotidiano: sino, a volte, alla necessità di cambiare la selezione delle notizie principali all’ultim’ora, quando la pagina di piombo era già conclusa sul bancone del tipografo». Questo il suo racconto.
In pochi mesi nacquero quattro edizioni del giornale: a Roma, a Torino, a Milano a Genova.
Insieme con Ingrao arrivano diversi giovani intellettuali alla redazione di Roma e tra questi Alfredo Reichlin, Luigi Pintor, Maurizio Ferrara, Pasquale Balsamo.
Fu un decennio importante, perché il quotidiano crebbe, grazie anche ad una diffusione capillare, diventando un grande giornale raccontando di cronaca, politica, sport e cultura.
A Lenola, il suo paese d’origine, Pietro Ingrao sarà ricordato domenica primo ottobre.
«Lenola l’aveva e la sentiva nel sangue – scrive Fabio Pannozzo autore di Pietro Ingrao, le origini (Atlantide) – nulla lo rendeva più felice che mettere piede in quel paesello; lui diceva che bastava aprire lo sportello della macchina per sentire quell’aria che già… era tutta un’altra cosa. Ripassava mentalmente quei cieli, quei colori, il verde intenso della primavera. Il nascere e nascondersi della luna e del sole dietro quelle due montagne di Appiolo e Chiavino che cantò meravigliosamente in Variazioni serali”.
La cerimonia “La casa di Pietro” organizzata dall’associazione Pietro Ingrao si svolgerà il primo ottobre a Lenola a partire dalle 17 con i saluti del presidente dell’associazione Marrigo Rosato, l’intervento di Giancarlo Di Fonzo sulla “storia della casa di Francesco e Pietro Ingrao”, l’intervento del sindaco Andrea Antongiovanni e quello del Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti. Alle 18 ci sarà il concerto di Giovanna Marini e della scuola di Musica popolare di Testaccio.
Fanno gli sceriffi e intanto sono gli zerbini della ‘ndrangheta

«Basta dare soldi a chi chiede l’elemosina». Era l’appello ai cittadini di Seregno che lanciava il sindaco di centrodestra Edoardo Mazza: «Non se ne può più, ogni giorno fuori dalle nostre chiese o dai nostri negozi, rom e zingari, con insistenza e talvolta utilizzando metodi che sfiorano l’intimidazione, chiedono soldi soprattutto agli anziani. È una situazione inaccettabile».
Era il 21 marzo scorso e Mazza si bullava di essere stato uno dei primi ad avere messo in pratica il “Daspo urbano”, un’altra genialata di quel gran ministro Minniti. Il prototipo del sindaco di centrodestra in Lombardia: forte con i deboli, sempre pronto a inventare allarmi sociali, sempre attento a mostrare il pugno di ferro con i disperati. E intanto era il barboncino della ‘ndrangheta, pronto a farsi inzerbinare dall’imprenditore filomafioso di turno.
Accade sempre così: i moralisti, quelli che sventolano su tutto ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, basta grattarli un po’ per trovarci in fondo la melma. Eppure basterebbe avere occhio: l’aspirante sindaco (eravamo ancora in campagna elettorale) che sorrideva beatamente con l’attuale vicepresidente di regione Lombardia Mario Mantovani (un altro che ha la sfortuna di essere spessissimo nel posto sbagliato con le persone sbagliate) al bar “Tripodi pane & caffè” di Seregno, di quello stesso Tripodi che da anni tutti sapevano essere componente di famiglia mafiosa (e infatti quel bar alla fine è stato chiuso, guarda un po’).
E Salvini, che sorrideva con lui in campagna elettorale, ieri si è dimenticato di twittare e Maroni, che da sempre ha l’aria di quello che la mafia la riconosce a un miglio, alla fine se l’è ritrovata in casa.
Avanti così.
Buon mercoledì.
La spia che se ne andò al freddo

C’era una volta un comunista a Cambridge. Si chiamava Kim Philby e agli occhi della società era un eccentrico socialista, non sospetto perché alto borghese e ricco. Divenne un agent, o meglio un aghent. Ovvero una spia di Mosca, che ora celebra le imprese della più famosa spia britinglese al soldo dei servizi segreti russi con una mostra.
Sangue freddo, speranze comuniste e non molto altro. Così hanno scritto la sua carriera leggendaria. Agente doppiogiochista, negli anni della guerra fredda ne ha combattuta una tutta sua, estremamente segreta. Divenendo il più eminente rappresentante di quella che chiamavano la “cinquina di Cambridge” (Cambridge five), un gruppo ristretto di spie filosovietiche inglesi che per anni hanno passato a Mosca documenti e informazione segrete.
All’inaugurazione della mostra su Philby c’erano anche diversi agenti segreti da lui addestrati. Uno di questi è più famoso degli altri. Si chiama Sergej Naryshkin ed è il direttore del servizio dell’intelligence russa all’estero.
Sui documenti ora visibili a tutti, sotto una teca di vetro, fino a un decennio fa c’era scritto top secret. La spia di Cambridge passò all’intelligence russa informazioni e dati, migliaia di documenti sensibili, tra cui il tentato assassinio di Hitler o l’incontro del Fuhrer con Mussolini.
Rimase sotto copertura per oltre trent’anni, dal 1930 al 1963, quando scappò a Mosca, dove morì senza mai imparare a parlare russo. Apprezzava Felix Dzerzhinsky, fondatore della polizia segreta, e Rufina Pukhova, che amò e sposò. Morì da comunista, continuando a chiamare la sua patria «una terra di lupi» e la Russia «una terra di compagni».
Donne senza fissa dimora, vittime invisibili dell’indifferenza

Derubata, legata, picchiata e stuprata mentre stava preparandosi il giaciglio per passare la notte, a Villa Borghese a Roma. Ma è solo l’ultimo caso, in ordine di tempo: la violenza subita dalla donna senza fissa dimora è soltanto «l’iceberg di una serie di soprusi e reati di cui persone come lei sono vittime, spesso taciuti dai media mainstream», dice a Left, il presidente di Avvocato di Strada, Antonio Mumolo.
Il caso in questione sfata quello stereotipo culturale, tanto presente nell’immaginario collettivo, che da una parte vuole i senza fissa dimora colpevoli di stare in una condizione che si sono cercati, e dall’altra li designa come artefici delle violenze.
«Quest’ultimo episodio, drammatico sia per l’avvenimento sia per la persona, è un esempio che smentisce tutto ciò», dichiara il presidente della cooperativa sociale Europe Consulting Onlus, Alessandro Radicchi. L’essere senza fissa dimora è, invece, una condizione che può interessare chiunque e «tutti, uomini e donne, vorrebbero stare da un’altra parte, non sulla strada», aggiunge il vicepresidente, Fabrizio Schedid.
«Il problema – sostiene, senza mezzi termini, Radicchi – è legato al fatto che non ci sono sufficienti luoghi per dare accoglienza, soprattutto alle donne, costringendole a scegliere dei posti per passare la notte che le espongono alle violenze più crude. Perché la capacità di accoglienza istituzionale a Roma, per esempio, è ridotta: ottocento i posti notturni (e duecento diurni) istituzionali messi a disposizione, di cui circa 150 dedicati al circuito dei padri separati e madri con bambini e 650 agli adulti in difficoltà».
Ma, numeri alla mano, nel 2016, «a fronte degli ultimi dati Istat che stimano 7700 persone senza fissa dimora nella Capitale, la realtà dei fatti, invece, conta sedicimila persone che hanno chiesto aiuto ai servizi della Direzione accoglienza del Dipartimento politiche sociali di Roma capitale, di cui undicimila persone senza dimora si sono rivolte alla Sala Operativa Sociale e seimila immigrati in protezione umanitaria al circuito dell’assistenza ai migranti. Tra questi ultimi, in particolare, c’è circa un 10 per cento che è uscito dal circuito dell’accoglienza istituzionale dello Sprar (o non vi è mai entrato) ed è finito in quello delle persone che vivono in abitazioni insicure, ovvero senza propria dimora stabile», spiega.
Ed è così che i conti non tornano: «Proprio partendo dalle 7700 persone stimate dall’Istat, il ministero ha stabilito, lo scorso anno, i fondi del Piano operativo nazionale, riservando a Roma un importo pari a 5 milioni di euro, su 50 milioni per tutt’Italia, di cui 13 milioni a Milano, un Piano dunque non adeguato alle vere esigenze e chiaramente insufficiente a far fronte al problema».
Fra le persone senza fissa dimora, il 30 per cento circa sono donne. Tante ma meno degli uomini. «Perché le caratterizza una maggiore capacità di resistere che le porta a cercare una via d’uscita prima di finire sulla strada: avendo un maggior attaccamento alla rete parentale, riescono, talvolta, a trovare dei luoghi di accoglienza fra i famigliari», racconta Radicchi.
«Hanno maggiore resilienza – conferma Schedid – più possibilità di trovare lavoro come badanti che assicura loro anche un alloggio e sono, pure, dotate di maggior pudore. Lo si vede dalla difficoltà a chiedere aiuto e dalla cura del corpo. Che è, anche, indice di un riconoscere che esiste un altro essere umano al quale proporre un’immagine dignitosa.
Sono più coraggiose, hanno più rapporto con la realtà e sempre una speranza perché, sempre, mantengono un pensiero per qualche affetto che, da qualche parte intimamente, è rimasto custodito». E, però, «laddove non riescono a salvarsi, è più facile che il tutto abbia conseguenze psichiche, più intense rispetto agli uomini, che le portano all’isolamento con i drammatici epiloghi che lo stupro della donna senza tetto ha rivelato», conclude Schedid.
Più vulnerabili degli uomini, diventano, come loro, completamente invisibili «perché, nel momento in cui perdono la casa, perdono la residenza, e, collegata com’è a una serie di diritti soggettivi del cittadino, a quel punto, non hanno più nulla: niente carta d’identità, nessun diritto previdenziale, alla salute e al welfare e nemmeno i diritti politici», specifica Mumolo.
E continua: «Spesso, con una causa legale che restituisce loro l’identità, escono dalla strada e per le donne (nel 2016 sono state il 30 per cento delle 3700 persone che si sono rivolte ad Avvocato di Strada) diventa più facile perché riescono a rientrare in un circuito di welfare locale che consente loro di intraprendere una serie di percorsi salvifici». E di ripartire da via Modesta Valenti.
Pirozzi, Amatrice e l’indignazione “pro domo sua”

A Roma in molti sono sicuri: per il sindaco Pirozzi è già pronto lo scranno in Parlamento sotto la bandiera di Fratelli d’Italia, con la benedizione di Giorgia Meloni e lui, il sindaco simbolo di Amatrice (che faticosamente cerca di sollevarsi dal terremoto), ha capito bene che per iniziare la “campagna elettorale” (qualcuno dice anche in vista delle prossime elezioni regionali nel Lazio) serviva la “notizia” che attraversasse tutti i giornali.
Così alla festa di Atreju ha urlato tutta la sua indignazione dicendo che «nessun euro degli sms solidali» era arrivato ad Amatrice, ha parlato di «gestione sciagurata» da parte della Protezione Civile e per di più ha giudicato «poco saggi» i membri del Comitato dei Garanti che ha stabilito la destinazione dei fondi. Poi, per il solito gioco perverso del giornalismo e un po’ per il giochetto del telefono senza fili, la notizia è stata storpiata in “spariti i soldi degli sms per i terremotati”. Così. Nuda e cruda.
E poi? Poi è intervenuta la Procura (ovviamente) e Pirozzi capisce che è meglio correggere il tiro. «La Protezione civile non c’entra nulla. Non ho mai detto che i fondi degli sms sono spariti», dice Pirozzi, che aggiunge: «Ho detto, e lo ribadisco – aggiunge il sindaco di Amatrice – che in merito alla gestione di quei fondi è stata fatta una scelta scellerata che non ha tenuto conto degli italiani».
E la Procura? «Secondo quanto abbiamo appreso dai giornali si va secondo me verso l’insussistenza della notizia di reato, perché se i fondi raccolti sono confluiti nelle casse della Protezione civile il fatto si rivelerà una grossa bolla di sapone» dice il procuratore di Rieti Giuseppe Saieva che smonta così il caso dei fondi raccolti per Amatrice e Accumoli con gli sms solidali.
E per vedere dove sono finiti quei soldi basta leggere un articolo del 31 luglio scorso su Vita, a firma di Gabriella Meroni che elenca, centesimo per centesimo, tutti i progetti: «Gli sms sono infatti destinati essenzialmente a progetti che vanno a favore di intere comunità, e non di singoli o famiglie (non servono, per intenderci, a ricostruire le case distrutte), e l’utilizzo dei fondi raccolti in questo modo viene accuratamente monitorato da un Comitato di Garanti. Restauro di otto scuole, un centro commerciale, due centri di comunità, una strada, recupero di beni artistici e costruzione di sette piazzole per elisoccorso: a questo, in sintesi, serviranno i quasi 23 milioni destinati dagli italiani ai terremotati via sms, così come è stato deciso nell’ultima riunione del Comitato, svoltasi il 17 luglio».
E Pirozzi? Pirozzi non partecipò alle riunioni del Comitato istituzionale per la ricostruzione post-terremoto: dai verbali, infatti, si evince che non ci fu nessun voto contrario alle decisioni prese. Nessun voto contrario. Nemmeno Pirozzi.
Così i problemi (veri) della ricostruzione finiscono sotto la polvere di una polemica che desta più di qualche perplessità. «Oggi il fuoco nemico non mi darà pace, perché io sono un personaggio scomodo che dice sempre la verità»: dice Pirozzi. E anche questa è la frase tipica da campagna elettorale. Avanti così.
Buon martedì.
Dopo Firenze, il ministro Minniti verrà contestato anche a Roma

Il ministro dell’Interno Marco Minniti il 26 settembre risponde alle domande di Enrico Mentana presso l’Ex mattatoio di Roma al Testaccio, di fronte al pubblico amico della festa dell’Unità. Ad attenderlo, però, ci sarà anche il pubblico “meno amico” di attivisti e centri sociali, radunati sotto l’insegna “Minniti, Roma non ti vuole!”.
#Minniti Roma non ti vuole https://t.co/bx6FxMEpfV Martedì 26 settembre in piazza contro il ministro invitato alla Festa dell'Unità pic.twitter.com/4IMF8NMY8X
— DinamoPress (@DinamoPress) September 24, 2017
I manifestanti bocciano Minniti su tutta la linea: «Da un lato – si legge nel comunicato dei militanti di sinistra – gli attacchi e le restrizioni alle Ong che negli anni hanno salvato migliaia di vite nel Mediterraneo, gli accordi e i finanziamenti a Niger, Libia e Ciad per costruire veri e propri lager dove i migranti vengono detenuti tra violenze e soprusi. Dall’altro le politiche liberticide del decreto sicurezza, che in nome di una distorta idea di decoro attaccano gli ultimi, invece di combattere la piaga dell’impoverimento promuovendo politiche di welfare e l’estensione dei diritti. Lo zelo nella pulizia sociale del centro sinistra è tale, che incontra anche il plauso della destra neofascista».
Nella nota viene poi ricordato il «vergognoso sgombero dei/lle rifugiati/e di piazza Indipendenza», per poi concludersi così: «Rifiutiamo ogni razzismo, sia quello di Minniti sia quello speculare delle destre xenofobe che indicano nei migranti un facile capro espiatorio».
Anche a Firenze, dove il capo del Viminale il 23 settembre ha presenziato al Festival delle Religioni, una folta platea di manifestanti, in gran parte costituiti dai Comitati di lotta per la casa, si è trovata alle 10.30 davanti alla Prefettura per “dare il benvenuto” al ministro, al grido di «O le case, o le barricate».
#Firenze scende in strada contro #minniti e militarizzazione pic.twitter.com/KzH3kQmlsu
— Daniele Gambit (@Dani_Gambit) September 23, 2017
A definire «criminale» la politica di Minniti, perché «esprime una visione razzista della società», è anche il fondatore di Emergency Gino Strada. Potete trovare la sua intervista su Left n.38 in edicola.
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Asgi: L’Italia e l’Europa hanno la responsabilità morale dei nuovi naufragi

«I nuovi naufragi con oltre 100 morti avvenuti negli ultimi giorni in “acque di competenza libica” potevano essere evitati» Lo scrive in una nota l’Asgi-Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione. «L’Unione Europea, e l’Italia in particolare – prosegue l’Asgi – ne portano la tremenda responsabilità morale». Il motivo è presto detto e facilmente intuibili. «L’area nella quale i tragici fatti si sono svolti è infatti un’area nella quale fino a poche settimane fa operavano le attività di ricerca e soccorso realizzate dalle organizzazioni umanitarie e dalle unità navali italiane». Come è noto, in luglio, queste attività sono progressivamente cessate sia a seguito delle pressioni esercitate dal governo italiano attraverso il cosiddetto “codice di condotta” elaborato dal ministro Minniti e imposto alle organizzazioni umanitarie, sia a seguito della proclamata competenza da parte della Libia della propria area SAR, comunque non riconosciuta dall’Organizzazione marittima internazionale delle Nazioni unite.
Secondo l’Asgi, «questa situazione ha costretto le organizzazioni umanitarie, già oggetto di incredibili campagne di denigrazione e delegittimazione, a ritirarsi dall’area di operazioni nella quale operavano. In violazione delle convenzioni internazionali sugli obblighi degli Stati nel predisporre misure adeguate a garantire il soccorso in mare, l’area di cosiddetta competenza libica è divenuta di fatto una sorta di “area di nessuno”, nella quale le attività di soccorso non vengono affatto garantite, come le stesse specifiche dinamiche del naufragio di cui si è venuti a conoscenza, con i pochi superstiti rimasti in balia del mare per giorni permettono di evidenziare con chiarezza». Va sottolineato, inoltre, «come non sia purtroppo possibile stabilire quante altre tragedie siano avvenute nelle settimane scorse e di cui l’opinione pubblica internazionale non è a conoscenza perché i singoli episodi, anche per dimensioni, sono stati facilmente occultati da parte di chi oggi precariamente controlla pezzi del territorio libico».


