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L’Italia alla prova dell’editing del genoma umano e vegetale

Un momento della conferenza stampa sulla fecondazione eterologa tenutasi oggi nella sala stampa della Camera dei Deputati dall'Associazione per la Libertà di ricerca scientifica Luca Coscioni. Roma, 21 aprile 2016. Roma, 21 aprile 2016. ANSA/ FABIO CAMPANA 

La tecnica di editing dei geni, nota anche come Crispr Cas9, s’è rapidamente guadagnata una reputazione rivoluzionaria. I primi esperimenti risalgono a trenta anni fa, ma è dal 2012 che la tecnologia ha concorso ad avanzamenti straordinari del progresso scientifico. Eccone dieci, tra quelli scoperti nel 2017:

1. La possibilità di modificare embrioni umani per curare una patologia cardiaca;

2. L’estrazione totale dell’Hiv da un organismo vivente. Oltre alla completa rimozione del Dna del virus, si è riusciti ad impedire il progresso dell’infezione latente acuta;

3. Lo sviluppo di organismi semi-sintetici, ottenuto coltivando batteri di Escherichia coli con un codice genetico a sei lettere, anziché con la normale sequenza a quattro, per assicurare che le nuove molecole del Dna non vengano identificate come una presenza invasiva;

4. La creazione di un gene in grado di eliminare i tumori nei topi che trasportano cellule tumorali della prostata e del fegato umano, arrivando a colpire con successo il “centro di comando” del cancro;

5. Il rallentamento della crescita delle cellule cancerose puntando su Tudor-Sn, una proteina chiave nella divisione cellulare. Questa tecnica potrebbe anche rallentare lo sviluppo delle cellule in rapida crescita;

6. L’innesco di meccanismi auto-distruttivi che proteggono i batteri, aggiungendo sequenze di geni resistenti agli antibiotici nei virus batteriofagi

7. L’estinzione delle malattie della zanzara, mediante alcuni interventi che colpiscono i geni della fertilità. Gli scienziati hanno acquisito la capacità di limitare la diffusione degli insetti grazie alla capacità di Crispr di fare più modifiche genetiche simultaneamente;

8. La modifica della malattia di Huntington nei topi, spingendo in avanti la progressione sintomatica della condizione. Questa tecnica promettente potrebbe esser applicata agli esseri umani nel prossimo futuro;

9. Lo sviluppo del primo “registratore molecolare” attraverso un processo di editing che ha codificato direttamente un’immagine Gif nel codice del Dna incorporando le informazioni in un genoma di EscherichiaColi;

10. L’ottenimento di biocombustibile sostenibile derivato da alghe progettate per produrre fin a due volte il materiale biocarburante ad oggi disponibile.

Per affrontare queste nuove “sfide”, il 28 settembre a Bruxelles la Commissione europea ha convocato la conferenza Modern Biotechnologies in Agriculture – Paving the way for responsible innovation per capire come l’Ue possa trarre vantaggio dalle moderne biotecnologie e dall’innovazione nel settore alimentare e agricolo bilanciando il principio di precauzione con quello d’innovazione. In Italia le ricerche con Crispr sono possibili e finanziate (pochissimo) dal governo. Quel che però non è ancora stato consentito è la sperimentazione in campo aperto del frutto della ricerca.

Dall’inizio dell’anno l’associazione Luca Coscioni si è appellata e ha più volte sollecitato i ministri Fedeli, Martina e Galletti affinché sbloccassero i primi esperimenti di Crispr vegetale in campo aperto. L’editing del genoma umano e di quello vegetale pongono dubbi etici, ma solo un dibattito aperto, trasparente e inclusivo, potrà consentire una regolamentazione della tecnologia che sia rispettosa dei diritti umani contro divieti e proibizioni ideologiche.

In occasione del XIV Congresso dell’associazione Coscioni, il 30 settembre si terrà una commissione interamente dedicata alle biotecnologie. Un contributo tecnico e politico dedicato a chi deve prendere delle decisioni per il futuro.

Sudafrica, la protesta “rossa” contro la corruzione del governo Zuma

epa06230085 Members of COSATU (Congress of SA Trade Unions) and other affiliated unions take part in a day of mass protests on the streets of downtown Johannesburg, South Africa, 27 September 2017. The powerful union took to the streets to protest against the widespread problems of corporate capture and corruption that involve the ruling ANC and President Jacob Zuma and that have been exposed in recent months. COSATU is one of the ANCâs (African National Congress) most important partners and is the biggest trade union in the country. EPA/Cornell Tukiri

Sono decine di migliaia, sono neri e sono vestiti di rosso. Sono lavoratori del più grande sindacato sudafricano, il Cosatu, e molti fanno parte del Sacp, Partito comunista del Sud Africa. Perché “il socialismo è il futuro. Costruiscilo adesso”.  La corruzione è “uno scandalo, una piaga” e “la disoccupazione è una violazione dei diritti umani”.

Il dolore nero è un privilegio bianco, c’era scritto sui cartelli della protesta degli studenti nel 2016, quando il campus dell’università di Johannesburg finì in fiamme perché i giovani chiedevano educazione gratuita e furono attaccati dalla polizia. “La corruzione è un crimine contro l’umanità”. Zuma must go. “Zuma deve andare via”. Zuma must fall. “Jacob Zuma deve rassegnare le dimissioni“.

Sono migliaia le persone che hanno marciato mercoledì contro la corruzione del presidente e queste erano le frasi più ricorrenti scritte sui cartelli che agitavano in aria. Il paese non aspetterà le prossime elezioni nel 2019 e vuole che una commissione giudiziaria investighi sul sistema corruttivo endemico del governo. Gli scioperi sono in corso da mesi in un paese diviso da sempre per etnie, ma soprattutto per classe sociale, e sono un chiaro messaggio ai membri della cleptocrazia sudafricana e al settore privato, che fiorisce a scapito dei più poveri e dei più deboli nel paese.

Zuma adesso ha favorito i Gupta, una famiglia di imprenditori in arrivo dall’India, per fare affari milionari, i loro appalti ammontano a centinaia di milioni di dollari. Non è la prima volta che il presidente finisce sulle labbra degli arrabbiati per le strade da quando è salito al potere nel 2009. Per Bheki Ntshalintshali, il segretario generale del Cosatu, Congresso dell’Unione dei sindacati sudafricani, arriverà la “madre di tutte le marce”. È stato proprio il Cosatu a sostenere Zuma agli albori, ma ora caldeggia la presidenza di Cyril Ramaphosa, il vice presidente, contro Nkosazana Diamini Zuma, l’ex moglie del presidente.

Solo un mese fa, ad agosto, il presidente era riuscito a rimanere saldo sulla sua poltrona a 76 anni, nonostante la mozione di sfiducia al Parlamento, dove, con voto segreto, gli è stata riconfermata la fiducia con 198 voti contro 177. Ora che le strade sono di nuovo piene di lavoratori in rosso a Johannesburg, a Cape Town, Durban e altre dieci città sudafricane, tutti, dentro e fuori al palazzo del potere, vogliono che Zuma si dimetta, compresi i membri dell’Anc, Congresso Nazionale Africano, il partito di cui Zuma è leader e che una volta era di Nelson Mandela.

 

 

Un battitore libero si aggira per l’Europa

Greek Finance Minister Yanis Varoufakis (L) speaks with International Monetary Fund (IMF) Managing Director Christine Lagarde prior to a eurozone finance ministers meeting at the European Union Council headquarters in Luxembourg on June 18, 2015. Greece must make the next move towards reaching a debt deal with its EU-IMF creditors but there is little chance of an agreement at a meeting of eurozone finance ministers on June 18, Eurogroup chief Jeroen Dijsselbloem. AFP PHOTO / THIERRY MONASSE (Photo credit should read THIERRY MONASSE/AFP/Getty Images)

La sera del 15 aprile 2015 il ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis ha un incontro riservato con Lawrence Summers. Nella penombra del bar di un albergo di Washington, davanti a un bicchiere di whisky, l’ex consigliere economico di Obama pone a Varoufakis la seguente alternativa: deve decidere se essere un insider, oppure un outsider. Se sceglie la prima strada, oltre all’accesso alle informazioni rilevanti ha la possibilità di partecipare a importanti decisioni sulle sorti dei popoli. Deve però rispettare una regola fondamentale: non ribellarsi agli altri insider, né denunciare agli outsider quello che gli insider dicono e fanno. Se invece sceglie di essere un outsider, mantiene la libertà di esprimere le proprie opinioni, ma paga questa libertà con l’essere ignorato dagli insider, dunque con l’irrilevanza delle sue posizioni. L’apertura del libro di Varoufakis Adults in the Room, è illuminante. Quello che molti intuiscono, fin dalle prime pagine del volume è raccontato con precisione: il meccanismo di costruzione del potere è costituito da reti e canali d’informazione all’interno dei quali politici ed economisti, ma anche opinionisti e mezzi di comunicazione, sono costretti a coprire la verità, oppure, se scelgono di dirla, pagano questa scelta con l’esclusione dai circuiti informativi e dal potere. L’opacità e la copertura delle informazioni rilevanti, o più semplicemente l’attitudine alla menzogna, sono in sostanza la naturale condizione di ogni insider. Illuminante è però tutto il libro di Varoufakis, il quale nell’occasione risponde a Summers di essere per carattere un outsider, ma che è disposto a comportarsi come un insider se questo può servire ad aiutare il proprio Paese; poi Varoufakis, nell’impossibilità di cambiare il corso degli eventi, racconta nel dettaglio, da outsider, tutto quello che ha visto e sentito nei mesi in cui ha avuto la possibilità di vivere tra gli insider. Unico nel suo genere, il volume ci consente pertanto di comprendere i meccanismi del potere nell’Europa di oggi e il ruolo dei vincoli monetari nel condizionare la sovranità dei Paesi. La lettura del volume è imprescindibile per chiunque voglia seriamente affrontare il tema della democrazia nell’ambito dell’attuale costituzione europea. La prima menzogna che gli insider sono costretti a raccontare, e i media acriticamente a riprendere, riguarda la questione del debito della Grecia e la necessità delle politiche di austerità per ripagarlo.

Nel suo primo incontro con Christine Lagarde, direttrice del Fondo monetario internazionale, Varoufakis spiega che, se è vero che una famiglia indebitata, per restituire un debito, deve ridurre i consumi, la stessa logica non si applica ai governi; la spesa statale, infatti, sostiene l’economia ed è fonte di reddito per i cittadini, perciò le politiche di austerità, indebolendo il sistema economico, riducono le entrate dello Stato e rendono più difficile al governo onorare i propri debiti. La risposta della Lagarde è sconcertante: «Hai ovviamente ragione, Yanis, gli obiettivi su cui i creditori insistono non possono essere raggiunti. Ma devi capire che abbiamo investito troppo in questo programma (di austerità), e dunque non possiamo tornare indietro. La tua credibilità dipende dall’accettare di lavorare all’interno del programma». Il capo del Fondo monetario internazionale dice dunque al ministro delle finanze che le politiche imposte al suo Paese non possono funzionare, ma che non c’è modo di fare altrimenti: la sua “credibilità” – come insider appunto – consiste nel continuare a imporre inutili sofferenze alla popolazione. La ragione è presto detta. Abbiamo a suo tempo ricostruito anche noi su Left il meccanismo del cosiddetto salvataggio della Grecia (“Controstoria delle crisi greca”, Left n.10, 21 marzo 2015), salvataggio che in realtà, lungi dall’aver aiutato il popolo greco, si è risolto in una colossale truffa ai danni di tutti gli europei. Il debito greco nei confronti delle banche (principalmente francesi e tedesche), infatti, è stato trasferito agli Stati, anche a quelli più poveri della stessa Grecia, cosicché un default della Grecia, oggi, rischia di essere destabilizzante per l’intero continente. Scorre dunque nelle pagine del volume il film di una classe dirigente europea intrappolata nelle proprie menzogne e nei doppi giochi: da una parte la realtà di un Paese, la Grecia, che non può uscire dalla sua crisi senza l’abbandono delle politiche seguite finora, dall’altra un messaggio ripetuto all’infinito per il quale, per la Grecia come per gli altri Paesi indebitati, l’austerità e l’adesione ai dogmi del neoliberismo sarebbero l’unica soluzione. Scorrono anche le miserie umane e le doppiezze, in ossequio appunto alla loro posizione di insider, dei vari leader della sinistra socialista e socialdemocratica.

Varoufakis racconta del suo incontro con Michel Sapin, ministro delle finanze del governo Hollande, che in una conversazione privata esprime pieno sostegno alle sue richieste – ristrutturazione del debito, politiche fiscali compatibili con le condizioni del Paese, riforme che colpiscano gli oligarchi, rispetto della sovranità del Paese e dell’esito elettorale – e pochi minuti dopo, in una conferenza stampa pubblica, con durezza richiama il ministro greco al rispetto delle politiche di austerità. «Devi capirlo Yanis, la Francia non è più quella di una volta» gli ricorda Sapin al termine della conferenza stampa: non è più quella di una volta da quando Hollande, eletto nel 2012 con un programma contrario all’austerità, fu informato dal governatore della propria Banca centrale che era impensabile contrastare Berlino perché senza il sostegno della Banca centrale europea, dunque della Germania, il sistema bancario francese sarebbe andato in frantumi. Pertanto, se anche la Francia fu costretta a cedere, cosa potrebbe fare la piccola Grecia? Un’analoga doppiezza Varoufakis la sperimenta tra i tanti con Sigmar Gabriel, Ministro dell’economia tedesco della Spd, e con Pierre Moscovici, presidente della Commissione Europea, umiliato dall’arroganza di Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, vero luogo dove si prendono le principali decisioni sulle sorti dei popoli europei ma che, come si scopre nel volume, è privo di qualsiasi statuto legale. L’asse tra l’olandese Dijsselbloem, il potente ministro delle finanze tedesco Shäuble, e la Merkel, è troppo saldo perché Varoufakis e il governo greco possano aver successo nell’opporsi alla devastazione del Paese.

Il volume di memorie di Varoufakis ci consente anche di seguire tutte le fasi di quella vera e propria guerra mediatica ed economica attivata per piegare il governo greco alle politiche di austerità. In conformità al mandato ricevuto dagli elettori il 25 gennaio 2015, il governo greco cerca di uscire dalla logica dei cosiddetti “salvataggi”: chiede pertanto una ristrutturazione del proprio debito, l’abbandono delle politiche di austerità, il recupero della sovranità fiscale per colpire gli oligarchi e l’evasione (il ministro delle finanze è privo di controllo sui suoi uffici fiscali, affidati invece ai creditori), il varo d’iniziative per far fronte all’emergenza umanitaria del paese. All’interno del governo, Varoufakis sostiene fermamente che la Grecia non debba abbandonare la moneta unica, ma ritiene anche che sarebbe inutile entrare in una trattativa con le più potenti istituzioni del mondo senza un piano da attivare nell’eventualità che non si giunga ad un compromesso onorevole. Egli pensa quindi che il governo debba dotarsi di alcuni deterrenti da far valere nella trattativa: la minaccia di default sui titoli di stato detenuti dalla BCE, la predisposizione di una moneta fiscale, una proposta di legge che riporti la Banca centrale sotto il controllo del governo. Questi deterrenti, se usati con accortezza, a suo avviso possono servire per indicare che il governo greco, pur non volendolo, piuttosto che abdicare alla propria sovranità è disposto a uscire dalla moneta unica, innescando una crisi di enormi proporzioni negli assetti dell’Europa.

Sul piano economico i margini per un accordo erano ampi. Vi è sempre, infatti, un interesse comune tra i creditori e i debitori affinché i debiti impossibili da esigere siano cancellati (o formulati diversamente), lasciando quelli che il debitore può realisticamente onorare riprendendo a produrre. Le proposte tecniche di Varoufakis trovavano pertanto apprezzamento in una parte del mondo finanziario e dell’Amministrazione americana, come anche in think-tank liberisti quali l’Adam Smith Institute che, ricorda con ironia l’autore del volume, rappresentava tutto quello che egli aveva combattuto nella sua vita accademica. Sul piano politico, invece, un successo del nuovo governo greco costituiva un incubo per le istituzioni europee: altri popoli e altri governi sarebbero stati indotti a perseguire quella stessa strada, rendendo non più praticabili in Europa le politiche di austerità. Nell’opinione del potente ministro tedesco Shauble, inoltre, se ciascuno dei diciannove paesi della moneta unica avesse il diritto di rivedere gli accordi ogni volta che elegge un nuovo governo, l’Europa diventerebbe ingovernabile. Dunque o austerità o democrazia, dunque ogni arma fu impiegata per piegare il paese.

L’arma principale fu la vera e propria azione eversiva esercitata dalla Banca Centrale Europea di Mario Draghi, che, riducendo la liquidità alle banche greche, le costrinse alla chiusura. I dettagli e i tempi della manovra sono illustrati nel volume. Non solo, ma Draghi si rifiuta anche di versare al governo greco 1,9 miliardi di profitti ottenuti su operazioni di compravendita compiute dalla BCE. Le ripetute richieste di Varoufakis che la BCE rispetti i suoi obblighi, consentendo alla Grecia di saldare a sua volta una rata del proprio debito verso il FMI per un importo analogo, cadono regolarmente nel vuoto.

Accanto al ricatto economico e al blocco delle trattative, Varoufakis subisce anche un pesante linciaggio mediatico: inconcludente, dilettante, narcisista, privo d’idee e di proposte concrete, i mezzi di comunicazione travisano e alterano i fatti, rendendo invece acritici omaggi alla concretezza, al realismo e alla buona volontà dei negoziatori europei. Nel volume troviamo invece un resoconto completo degli scontri e i colloqui intercorsi, finora privi di smentita, che ci mostrano piuttosto come tutte le sue proposte, anche le più moderate, cadessero nel vuoto.

Nel corso dei mesi le divergenze tra lui e i membri del partito aumentano, cosicché la sua posizione si indebolisce. Il capo del governo e segretario del partito Alexis Tsipras, con cui egli aveva concordato la linea da seguire prima di accettare l’incarico ministeriale, confidava nell’appoggio della sinistra europea, degli Stati Uniti, della Cina e della Russia. Presto realizza invece di essere completamente isolato. Lentamente, secondo quanto ricostriusce Varoufakis, Tsipras finisce per confidare nelle promesse della Merkel, che appare in effetti come l’unica persona che avrebbe potuto favorire un esito positivo delle trattative. Varoufakis confida anch’egli nella Merkel, ma ritiene che solo se il governo greco si mostra unito e determinato nell’attivare i suoi deterrenti, essa interverrà per favorire un accordo. Mentre proseguono lo stallo e il logoramento del paese, Varoufakis comincia invece a essere anche visto, anche all’interno del governo, come un ostacolo per un esito positivo delle trattative. Così, infine, per sbloccare una situazione sempre più insostenibile, Tsipras decide per la convocazione del referendum del 5 luglio: il popolo greco è chiamato a esprimersi con un Sì o con un No all’accordo nei termini posti dai creditori. Tutte le previsioni sono che il paese, stremato dalla crisi, si pronunci per il Sì, ma il No vince con un largo 61,3%. Varoufakis però è l’unico a festeggiare: gli altri membri del governo invece, nonostante fossero ufficialmente schierati per il No, si attendevano un Sì che potesse legittimare la loro capitolazione.

Gli ultimi colloqui tra Tsipras e Varoufakis, riportati ampiamente nel volume, illustrano bene il dramma della democrazia greca (ed europea). Tsipras, con le banche chiuse e la campagna referendaria in corso, chiede al suo ministro quali possibilità ha il governo di raggiungere un accordo con i creditori perseguendo nella linea del rifiuto dell’austerità. Sebbene Varoufakis nel testo esprima spesso la convinzione che, ove il governo fosse rimasto compatto e abbia predisposto i suoi deterrenti, un accordo sarebbe stato raggiunto, ci racconta che in quell’occasione fornisce una risposta diversa: se avessimo di fronte dei creditori che pensano ai propri interessi, un accordo sarebbe certo; ma siccome le classi dirigenti agiscono spesso in modo autodistruttivo, la probabilità che si giunga a un esito disastroso per tutti è del cinquanta per cento.

Tsipras, logorato da mesi di pressioni umanamente insostenibili, sfiduciato e isolato in campo internazionale, con una compagine governativa debole e incerta, si trova di fronte a una scelta drammatica: proseguire nella linea del rifiuto rischiando di condurre il paese fuori dalla moneta unica, oppure capitolare alle richieste delle cosiddette istituzioni. Messo anche in allarme sui presunti preparativi di un colpo di stato dal Presidente della Repubblica, dal governatore della Banca centrale, dai servizi segreti e da membri del governo, nonostante l’esito del referendum decide per la capitolazione. Varoufakis, in disaccordo, si dimette. Nelle settimane successive la Grecia firma tutte le condizioni imposte dai creditori, senza ottenere nulla in cambio.

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L’economista greco Yanis Varoufakis sarà intervistato oggi insieme a Lorenzo Marsili (European alternatives) al Festival di Internazionale a Ferrara (Teatro Comunale, ore 14.30), nell’incontro dal titolo

Il tempo dell’impegno

Per creare uno spazio nuovo tra classi politiche screditate e nazionalismi xenofobi

Con Michael Braun (Die Tageszeitung), Eric Jozsef (Libération) e Stephanie Kirchgaessner (The Guardian)

 Al festival del settimanale Internazionale a Ferrara

L’economista ed ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis e Lorenzo Marsili saranno intervistati sul futuro dell’Europa, stretta tra il fallimento delle classi politiche tradizionali e l’affermarsi dei nazionalismi xenofobi. Grazie alla collaborazione con il Global progressive Forum ci sarà anche il socialista belga Paul Magnette, ministro-presidente della Vallonia che a ottobre 2016 si oppose alla firma del Ceta (Accordo economico e commerciale globale) sul libero scambio tra Canada e Unione europea. Di come la grande finanza minaccia i diritti umani discuteranno, nell’evento realizzato Andrea Baranes e Barbara Happe insieme a Jesse Eisinger di ProPublica. Mentre, in collaborazione con Bonifiche Ferraresi  un incontro sulle startup innovative per l’agricoltura sostenibile. Qui il programma completo: www.internazionale.it/festival

 

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Il libro inedito in Italia

Adults in the Room. My Battle With Europe’s Deep Establishment (The Bodley Head, 2017), firmato dall’ex ministro greco delle finanze, Varoufakis è una denuncia della capitolazione della sinistra e dell’essenza di democrazia nell’Europa di oggi. Colloqui e riunioni, ufficiali e informali, sono riportati nel dettaglio. Varoufakis lo ha dedicato «a coloro che cercano un compromesso, ma preferirebbero essere schiacciati che finire compromessi», mostrando l’impossibilità, in assenza di una ricostruzione della sinistra, di un’economia basata sulla solidarietà tra i popoli.

Versione integrale dell’articolo di Andrea Ventura pubblicato su Left del 16 settembre 2017


SOMMARIO ACQUISTA

Crimini di guerra sauditi con armi made in Italy, la denuncia delle ong yemenite

Sanaa

Venti settembre 2017. Una data da cerchiare in rosso. Rosso-vergogna. La Camera dei Deputati  respinge l’ipotesi di embargo relativo alla fornitura di bombe italiane verso l’Arabia Saudita e la conseguente partecipazione, seppur indiretta, dell’Italia a una guerra senza autorizzazione né mandato internazionale come quella in atto nello Yemen. L’Italia invia da Cagliari armi fabbricate negli stabilimenti sardi della RWM Spa, di proprietà della tedesca Rheinmetall. Armi che hanno provocato la morte di centinaia di civili. «L’Italia non può contribuire a questo scempio con ordigni fabbricati sul proprio territorio e inviati in particolare all’Arabia Saudita, Paese che guida la coalizione militare è intervenuta, senza alcun mandato internazionale, nel conflitto in corso in Yemen contro i gruppi armati Houti. Nessuna alleanza in materia di contrasto al terrorismo internazionale, né la mancanza di formali embarghi internazionali e nemmeno l’impegno sul fronte diplomatico può giustificare il protrarsi di queste forniture di morte e distruzione…». E’ un passaggio dell’appello congiunto di Amnesty International Italia – con la Rete Italiana per il Disarmo e altri – rivolto a tutti i membri del Parlamento alla vigilia del pronunciamento del 20 settembre. La risposta è stata il voto della vergogna. «Parlamento e Governo – annota Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia – dimostrano lo scarso interesse per il rispetto dei diritti delle vittime di un conflitto violentissimo e illegale, per fare un favore all’industria degli armamenti e all’Arabia Saudita, il Paese che riesce a farsi perdonare ogni abuso col peso della sua potenza finanziaria. La decisione della Camera di rimandare a una generica «linea d’azione condivisa» con gli Stati dell’Unione europea è il classico metodo per guadagnare tempo e rinviare la questione sine die.

L’Ue si è già espressa tramite il Parlamento Europeo, l’Italia ha sottoscritto nel 2013 il trattato ATT (Arms Trade Treaty) che impedisce la vendita di armamenti ai paesi in conflitto, e la legge italiana 185 del 1990 già prevede questo divieto. Ancora non basta? Le prove indiscutibili dei crimini di guerra e delle brutalità commesse contro la popolazione yemenita evidentemente non sono sufficienti a risvegliare una classe politica ormai priva di riferimenti morali». «È incredibile come la maggioranza parlamentare, continui a essere sorda alla situazione dello Yemen, ignorando le nostre richieste di uno stop dell’invio di armi verso le parti in conflitto – gli fa eco Francesco Vignarca, portavoce di Rete Disarmo. «Fermare la fornitura di armamenti alle forze militari della coalizione guidata dall’Arabia Saudita – sottolinea a sua volta Oxfam – è un dovere nazionale, è una decisione di responsabilità, è dimostrare che l’Italia mette la pace, la sicurezza e la difesa dei diritti umani al centro della propria politica estera e di difesa». Diversi Paesi europei con cui l’Italia è alleata, tra cui Germania, Svezia e Olanda, già da tempo hanno interrotto le forniture di sistemi militari all’Arabia Saudita, in particolare quelle impiegate dall’aviazione saudita in Yemen. «Fin da gennaio – denuncia Giorgio Beretta dell’Osservatorio sulle armi di Brescia (Opal) – le Nazioni Unite hanno reso noto un rapporto nel quale non solo documentano che «la coalizione guidata dall’Arabia Saudita non ha rispettato il diritto umanitario internazionale in almeno 10 attacchi aerei diretti su abitazioni, mercati, fabbriche e su un ospedale», ma certificano che diversi di questi attacchi sono stati compiuti con bombe di fabbricazione italiana denunciando, senza mezzi termini, che queste azioni militari «possono costituire crimini di guerra» (may amount to war crimes): che è il massimo che può dire un gruppo di esperti, perché non è un tribunale». In particolare, quel Rapporto ci dimostra il ritrovamento, a seguito di due bombardamenti a Sana’a nel settembre 2016, di più di cinque «bombe inerti» sganciate dall’aviazione saudita contrassegnate dalla sigla Commercial and Government Entity (CAGE) Code A4447. Quest’ultima è riconducibile all’azienda RWM Italia S.p.A. del gruppo tedesco Rheinmetall, con sede legale in via Industriale 8/D a Ghedi, in provincia di Brescia.

Secondo gli esperti delle Nazioni Unite, «l’utilizzo di queste armi rivela una tattica precisa, volta a limitare i danni in aree in cui risulterebbero inaccettabili». Gli esperti spiegano inoltre che «una bomba inerte del tipo Mk 82 ha un impatto pari a quello di 56 veicoli da una tonnellata lanciati a una velocità di circa 160 km all’ora «.Dopo le ripetute denunce presentate all’Italia dall’Onu e da organizzazioni umanitarie internazionali e italiane circa l’esportazione all’Arabia Saudita di bombe fabbricate in Sardegna e usate contro civili nella guerra in Yemen, è emersa la prima vera conferma da organizzazioni indipendenti yemenite del ritrovamento di frammenti di ordigni made in Italy della RWM di Ghedi (Brescia) sul luogo di un sanguinoso raid aereo di otto mesi fa nel nord-ovest dello Yemen e nel quale sono morti almeno sei civili: una donna, un uomo e quattro minori. La denuncia è dell’ong yemenita Mwatana (Cittadinanza), che riceve fondi, tra l’altro, dall’agenzia Onu per l’infanzia (Unicef). Nata nel 2013, Mwatana dal 2015 monitora costantemente e in tutto lo Yemen le violazioni contro civili nella guerra in corso tra più parti e a cui partecipa la Coalizione a guida saudita contro l’insurrezione Huthi. Il capo ufficio stampa di Mwatana, Taha Yaseen, ha confermato quanto scritto dalla stessa organizzazione lo scorso 24 marzo in un rapporto sulle vittime civili causate, tra l’altro, da un raid aereo compiuto alle 3 del mattino dell’8 ottobre 2016 su Der al Hajari, località nel distretto di Bajel nella regione nord-occidentale di Hodeida. «Sul luogo dell’attacco sono stati rinvenuti resti degli armamenti usati nel bombardamento. Tra questi un frammento di una bomba di fabbricazione italiana identificata grazie all’analisi delle sigle».

A conclusione di una approfondita indagine, che ha incrociato tabelle ministeriali e altre fonti, Opal ha potuto riscontrare «una licenza da 411 milioni di euro alla Rwm Italia è destinata proprio all’Arabia Saudita», rimarca ancora Beretta. Si tratta dell’autorizzazione all’esportazione di 19.675 bombe Mk 82, Mk 83 e Mk 84. Bombe sganciate su obiettivi civili, comprese scuole e ospedali pediatrici. E a morire o a restare menomati per sempre in questi attacchi sono i bambini «Negli ultimi 15 mesi i bambini yemeniti sono stati vittime di una violenza indicibile. Tutte le parti in conflitto sono responsabili di una situazione terribile, di orrori inimmaginabili», racconta Edward Santiago, direttore di «Save the Cildren» in Yemen. «Giungono notizie davvero tragiche dallo Yemen dove la guerra sta uccidendo una generazione di bambini innocenti», incalza Andrea Iacomini, portavoce dell’Unicef in Italia: «Abbiamo notizie fondate che parlano di numeri agghiaccianti di questo conflitto. Nel solo 2017, 347 bambini e bambine sono stati mutilati, 377 bambini sono stati reclutati come soldati e vittime di violenze ma sappiamo che sono molti di più. Per non parlare sempre in questo anno dei bimbi uccisi che ad oggi risultano essere oltre 200». Una «nuova Siria», afferma Iacomini , «sta esplodendo davanti ai nostri occhi senza che nessuno muova un dito. Gridiamo a gran voce pace o sarà l’ennesima catastrofe umanitaria di cui non possiamo restare complici» E tra i complici di questa strage infinita c’è l’Italia. Con le sue bombe. Con il suo voto. E con dichiarazioni come quella rilasciata al Palazzo di Vetro dall’impalpabile ministro degli Esteri, Angelino Alfano, sottratto per qualche giorno alla sua attività basilare: contrattare col Pd posti nel prossimo Parlamento. “L’Italia è impegnata a promuovere, anche come membro del Consiglio di Sicurezza Onu, il conseguimento di una soluzione duratura e inclusiva della crisi in Yemen. Sosteniamo con convinzione gli sforzi dell’inviato speciale delle Nazioni Unite Cheikh Ahmed per individuare una soluzione nel negoziato. Ma l’Italia si attende dalle parti, compreso il governo legittimo, un atteggiamento responsabile e aperto al raggiungimento dei compromessi politici necessari”, declama il titolare della Farnesina dopo aver incontrato, ai margini dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente dello Yemen, Abdurabo Mansour Hadi, e il vice premier e ministro degli Esteri, Abdulmailk Al-Mekhlafi, ambedue a libro paga di Riyadh e destinatari delle armi italiane. Non c’è limite alla vergogna.

Esultanze per un rinvio a giudizio “solo” per falso

La sindaca di Roma Virginia Raggi durante la presentazione della prima edizione della "Rome Half Marathon via Pacis" presso la sala della Protomoteca in Campidoglio, Roma, 03 luglio 2017. ANSA/ANGELO CARCONI

Luigi Di Maio scrive: “La Procura ha chiesto di archiviare le accuse a Virginia Raggi per cui la stampa ci ha infangato per mesi”. Omette di dire che è staro richiesto il rinvio a giudizio per falso in atto pubblico.

Virginia Raggi scrive che “la Procura di Roma ha deciso di far cadere le accuse di abuso d’ufficio”. Dimentica di dire della richiesta di rinvio a a giudizio per falso. Anche lei. Tra l’altro la Procura ritiene quelle nomine illegittime pur non intravedendo dolo. L’errore sarebbe per “insipienza” che, evidentemente, è diventata una virtù.

Sotto al suo post i commenti. Alcuni:

Se di tre reati ne rimane uno, è positivo. E’ innocente fino alla condanna in primo grado.”

“Io sono di Milano e il sindaco e nella merda per Expo eppure si sente solo di te !!!
Forza virgy 🎉

“Ottimo, ora tenteranno di infagarti con un rinvio a giudizio preventivato dai magistrati di magistratura dem, andrà avanti per tutta la campagna elettorale comprese le politiche.
Faccia il suo corso la giustizia a senso unico, nn abbiamo da nascondere nulla, mentre invece sembra debbano nascondere molto il PD di Sala e le varie collusioni mafiose di quest’ultimo in tutto il Paese, in ultima la Sicilia con liste spudoratamente di condannati o figli di mafiosi o collusi con Cosa Nostra.”

“Con un irrisorio falso ideologico fa proprio una brutta figura con i suoi predecessori con le loro amministrazioni, arresti x mafia, corruzione…
Vai avanti Virginia, devono rosica’, ora più che mai”

“Comunque non aspettiamoci scuse, pentimenti, applausi, riverenze, congratulazioni…un servilismo mediatico tragicomico come il nostro, non prevede contrizione; è programmato per sputtanare il M5S sempre, comunque, ad oltranza, oltre lo sfinimento.”

“Non capisco perché tutti si meravigliano perché la sindaca di Roma è stata rinviata a giudizio tutti scandalizzati pronti a puntare il dito ma tutta questa gente fino ad oggi ma dove ha vissuto? Per la prima volta Roma chiude con un bilancio attivo di 64 milioni e la gente sta lì a puntare il dito poveri pidioti!!!!!”

“siamo in guerra contro il sistema corrotto e colluso fino al midollo, un sistema che vuole continuare a magnare, prova ne è le denucie dell’opposizione alla sindaca Raggi colpevole di rispettare le regole e la legalita’.”

“Alla faccia dei “professori” e di chi a Gufato contro… Chi ha affossato Atac e voleva privatizzarla
La faccia come il culo di certi personaggi è incredibile!!!”

“guarda caso però i giornali mettono in risalto prima il rinvio in giudizio per falso e in secondo piano leggendo tutto l’articolo si dà notizia dell’assoluzione per gli altri reati! Sempre così uno schifo!”

“Anche se fossi giudicata colpevole resterai sempre quella che ha fatto qualcosa in più di coloro che hanno rovinato Roma. Bella e brava continua così🌼

Cara Virginia, i falsi e corrotti sono sempre attivi. Oggi il tg Studio Aperto come prima notizia ha dichiarato che tu come sindaco di roma sei stata rinviata a giudizio per una accusa che non ho capito quale sia. Perché questo accanimento nonostante la magistratura ti abbia dato ragione?”

“Tutti sapevamo che le accuse era mirate ad infangare Virginia Raggi e il movimento. Avremo perso uno 0,… di fiducia? forse si. Avanti così, alla prossima falsa accusa ci sarà più gente consapevole che l’infame è sempre dietro l’angolo!”

“OGGI QUEST POST E’ PIU’ ADEGUATO CHE MAI…GRAZIE VIRGINIA DI CUORE.HAI SALVATO FAMIGLIE INTERE DI LAVORATORI…ZITTISSERO I PIDDINI..GLI PSEUDO INTELLETTUALI..FINO ALL’ULTIMO DEI TROLL…E ROSICASSERO ALL’INFINITO. W IL M5S W LA RAGGI”

“Io ti avrei creduta anche senza assoluzione. A pelle lo sento che sei una persona onesta. Chi ti butta fango addosso è perché tifa per qualche altro partito a prescindere.”

“Perdonatemi e spero che quello che hanno detto al tg5 sia una notizia fasulla….prprio oggi hanno dato la notizia che la Sindaca Virginia Raggi e indagata per falso dalla magistratura di roma ” e sapiamo benissimo chi sono i magistrati”

“Il problema è che sti infami di giornalisti…compreso quelli di Sky , …hanno dato la notizia come se l’avessero accusata nuovamente!!!!! Andate a rivedervi il TG di Sky….chi non si infornma…chi pende dalle labbra di questi infami “giornalisti”…ha creduto che fosse di nuovo un’accusa !!!! BASTA………..RDI !!!”

“Virginia scusami facci capire, quindi rimane l’unica accusa di falso in atto pubblico per aver dichiarato che avevi deciso da sola ogni dettaglio della nomina di Renato Marra? Cioè davvero i magistrati vogliono perseguirti per questo. È ridicolo, davvero basta un esposto dell’opposizione di questo tenore?”

“Io sono torinese e abbiamo un grave problema piazza san carlo.
Per me lei sig.Raggi è il futuro di roma, ma a qualcuno del potere non le va bene. Daie Forza Raggi.”

“basta fango . basta dare contro a un sindaco solo per ragioni politiche ! deve cadere anche l’accusa di falso . invito i magistrati a lasciar in pace la raggi . basta fango . basta politica mischiata alla magistratura ! lasciate lavorare in pace la sindaca ! non basta ancora ???”

Ed è un peccato.

Buon venerdì.

(PS: per quelli che commenteranno scrivendo “e allora Sala a Milano?” basta farsi un giro su Google. Abbiamo parlato lungamente anche di lui. E ne parleremo ancora.)

 

Violenza contro le donne, la denuncia di Dire: «Il nostro lavoro nei centri non conta. Decidono altrove»

Women attend a protest rally marking the International Women's Day in Turin, Italy, 08 March 2017. Many people in Italy joined an international strike called to protest against discrimination and gender violence on Women's Day. The strike has affected public transport, schools and the health sector. International Women's Day is celebrated globally on 08 March to promote women's rights and equality. ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

«Io vengo dalla Campania, da una zona complicata. Molto. Difficile non solo per la deprivazione socioeconomica e culturale ma anche per le infiltrazioni della camorra e per una cultura di genere veramente molto molto indietro rispetto al Paese», premette Raffaella Palladino, la nuova presidente di Dire, l’associazione Donne in rete contro la violenza costituita da oltre 80 centri in tutta Italia. Nel giorno in cui in tutto il mondo si organizza la mobilitazione di Non una di meno – di cui fa parte anche Dire – Left fa il punto sulle strategie per contrastare la violenza contro le donne. Mentre ogni tre giorni in Italia viene uccisa una donna e nel 70 per cento dei casi l’uomo è un ex o il marito o il fidanzato, è importante sapere come le istituzioni stanno affrontando il problema. L’Italia, pur in ritardo, ha sottoscritto la convenzione di Istanbul, che comprende anche una serie di interventi di prevenzione a livello culturale a partire anche dalle scuole che però, non sono contenuti per esempio nella Buona scuola.

Raffaella Palladino ha una grande esperienza, maturata sul campo, visto che nel 1999 ha fondato una cooperativa di donne «con l’obiettivo di lottare e contrastare la violenza di genere». In un territorio, quello tra Napoli e Caserta, che ha visto nel giro di pochi anni, crescere il numero di centri e di case rifugio, luoghi indispensabili per accogliere donne in fuga dal partner violento. E in una regione, la Campania, che è seconda in Italia per violenze contro le donne. Del 2003 è «la nostra prima casa rifugio con un centro antiviolenza a Maddaloni, e una a Santa Maria Capua Vetere e poi quella più conosciuta a Casal di Principe che ha la sede in un bene confiscato». Quest’ultima è diventata ben presto un progetto pilota, perché « abbiamo dato un lavoro alle donne che nella situazione in cui si trovano hanno il grande problema dell’autonomia economica». Un’attività di catering che va fortissimo e poi la confezione di creme e confetture per quel brand Casa Lorena che a suo modo è diventato famoso. Nell’ultimo anno la cooperativa ha gestito 10 centri antiviolenza e 3 case rifugio, «più di mille donne sono state accompagnate fuori della violenza in questi anni».

A livello nazionale, che ne pensa del Piano nazionale contro la violenza? Il 7 settembre si è riunita la cabina di regia.
Sì, una riunione insieme all’Osservatorio nazionale di cui facciamo parte. Il piano strategico? Noi l’abbiamo già in parte contestato. Abbiamo condiviso un anno di lavoro e di confronto, abbiamo fatto un lungo percorso e molte cose sono state recepite, ma altre, fondamentali, no. Nel senso che i centri anti violenza sono valorizzati per il loro ruolo ma sono fuori dei luoghi decisionali. E quindi come al solito, si prendono le nostre esperienze, le nostre prassi operative, il nostro know-how e le decisioni vengono prese altrove. La politica non prende in considerazione le nostre istanze. Non siamo presenti nelle nuove linee guida, né nella cabina di regia che è tutta istituzionale. E nemmeno nell’analoga cabina a livello regionale, per cui le Regioni utilizzeranno le poche risorse a disposizione per il contrasto alla violenza secondo il loro giudizio. Faranno finta di ascoltare i centri nei momenti di concertazione e poi decideranno, a prescindere dalle nostre richieste.

Un atteggiamento che si ripete?
Questa è la nostra storia della nostra relazione con le istituzioni, anche l’altro piano di violenza che adesso si chiude, era stato concertato ma non ci era piaciuto per niente. Queste linee strategiche in verità non sono estranee alla nostra cultura politica, riprendono tutte le indicazioni della convenzione di Istanbul e anche nel linguaggio, nell’approccio e nella strategia, sarebbero condivisibili, se non per alcuni punti nodali che per noi sono veramente inaccettabili.

Quali?
Chi prende le decisioni, in realtà, è altrove. E poi c’è un problema a prescindere, sia dalle linee guida del pronto soccorso che del piano strategico: tutto questo doveva arrivare dopo aver rivisto l’intesa Stato-Regioni del 2014 che definisce i requisiti minimi essenziali dei centri e delle case rifugio. Quell’intesa ha aperto il fianco, perché molto poco stringente, a chi si proponeva sulla scena dei servizi, ovvero una serie di enti senza esperienza, senza ottica di genere, organizzazioni non di donne. Questo genera problemi, perché è chiaro che se una donna si rivolge a un centro e viene accolta da chi si occupa di servizi per gli anziani o per i minori, lei se ne va. Invece l’intesa non è stata rivista, per cui finirà la legislatura e i problemi rimarranno quelli ed uguali.
Abbiamo chiesto tante volte di ripensarci, sia alla cabina di regia sia alla ministra Boschi direttamente, ma ci è stato risposto che i tempi non ci sono più.

Vengono considerati quindi altri soggetti estranei?
Certo, come è accaduto in questi anni. Il centro antiviolenza infatti può essere gestito o da associazioni di donne che hanno questa esclusiva oppure da chi ha maturato 5 anni di esperienza. Il che vuol dire l’universo mondo, delle suore, delle cooperative che hanno aperto sportelli. L’ultimo bando del Dpo è stato vinto da una serie di enti che nulla avevano a che vedere con il lavoro con le donne e molti centri antiviolenza non sono stati finanziati. Quindi, noi continuiamo ad avere dei problemi e alcuni centri chiudono e altri soggetti esterni si candidano. Adesso stanno arrivando le grandi Ong, la violenza contro le donne viene usata per veicolare qualsiasi tipo di politica.

Oggi è la giornata di mobilitazione di Non una di meno, sabato 30 settembre ci sarà quella promossa dalla Cgil soprattutto per chiedere di modificare la depenalizzazione del reato di stalking. Che ne pensa?
Noi siamo contente che un sindacato come la Cgil abbia attenzione a questo tema e che dia un supporto nelle piazze. Il problema è stato il tempismo e la scelta della data del 30 che arriva a ridosso di oggi che è la data internazionale di Non una di meno, la mobilitazione che parte dall’Argentina. Noi come Dire siamo tra le socie di Non una di meno e stiamo preparando questa manifestazione da tempo. C’è il rischio che facendo una manifestazione il 30, si oscuri e si depotenzi la manifestazione di oggi. Noi non abbiamo aderito a quell’appello, precisando perché e mantenendo tuttavia un buon rapporto con il sindacato.

E del reato depenalizzato di stalking?
È chiaro che noi non vediamo di buon occhio questa depenalizzazione, che tra l’altro, è di classe, nel senso che favorisce chi ha più risorse. Noi però chiediamo una riflessione in un’ottica un po’ più complessiva. Ci sono mille cose che vanno riviste anche anche nell’ambito dell’impianto giuridico perché di certo ci sono delle buon eleggi ma ancora nei tribunali le donne vengono rintuzzate sempre. Comunque, oggi come sabato, più siamo in piazza e meglio è.

Rifugiati, dopo il blocco dei flussi arriva il piano “equilibrato” per l’integrazione

"I nuovi dati sulla crisi globale dei rifugiati e sfollati, saliti a 65,6 milioni di persone, sono sconvolgenti e testimoniano come oggi ci troviamo di fronte alla più grave crisi umanitaria dalla Seconda Guerra Mondiale, in cui un numero sempre crescente di persone ha bisogno urgente di sostegno, protezione e accoglienza": così Oxfam commenta i numeri diffusi oggi dall'Unhcr (l'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati). ANSA/UFFICIO STAMPA OXFAM ITALIA +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

Esclude gli stranieri regolarmente soggiornanti in Italia, e qua e là fa sfoggio della politica della “decrescita” dei flussi migratori verso il Belpaese grazie alle «recenti linee di indirizzo politico, all’accordo bilaterale tra il governo italiano e quello libico per il controllo dei flussi» che non poche polemiche hanno sollevato per le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere i migranti respinti in Libia. In sintesi, dando un colpo al cerchio e uno alla botte, con il sapore di un documento rassicurante per placare la xenofobia degli elettori, è stato varato il primo Piano nazionale d’integrazione dei titolari di protezione internazionale.

Nel piano del ministero dell’Interno sono dettagliati «doveri e responsabilità per garantire una adeguata convivenza civile», alla ricerca di un armonioso «bilanciamento tra i diritti di chi è accolto con quelli di chi accoglie». Assodato (finalmente) che l’imposizione dell’integrazione per «via legislativa non sembra funzionale» all’uopo perché «obbligare all’assimilazione rischia di causare processi di deculturazione degli stranieri», dal Viminale è stato ritenuto necessario procedere a «sviluppare interventi diretti a facilitare l’inclusione nella società e l’adesione ai suoi valori». Previsti, essenzialmente, nella Costituzione, il Piano fa riferimento, in primo luogo, alla «regolamentazione dei rapporti fra lo Stato e le confessioni religiose» basato su «intese paritetiche» e solo poi all’adesione ai principi di uguaglianza.

Specificando che la strategia di integrazione italiana deve essere “sostenibile”: il buon esito di questo modello «non può prescindere dalla capacità concreta di accoglienza dei territori, che non può essere illimitata». D’altronde, «l’afflusso massiccio irregolare di persone si ripercuote negativamente sulla possibilità di integrare». Nel documento del Viminale «le comunità di fede possono rappresentare le sedi privilegiate dell’attuazione delle politiche di integrazione», a cui si può arrivare anche obbligando i rifugiati a un percorso di formazione linguistica già in fase di prima accoglienza e agevolando l’accesso al sistema di istruzione.

Il Piano, oltre a indicare una stima dei destinatari  (74.853 rifugiati o in protezione sussidiaria), ne considera le specifiche esigenze, «nei limiti delle risorse disponibili». E, cercando di distribuire equamente i migranti onde evitare di congestionare i grandi centri urbani, inserendo piccoli numeri di stranieri nei comuni minori, permette di “governare” i flussi dei migranti. I quali, responsabilizzati da un attaccamento alla comunità di residenza, diventano, sostiene il Piano, il «principale anticorpo in grado di prevenire e neutralizzare fenomeni di radicalizzazione». Evitabili questi, anche autorizzando il ricongiungimento famigliare considerato che «la separazione dai membri di una famiglia può avere conseguenze devastanti per il benessere psicofisico delle persone» e generando una «condizione di insicurezza (…) può rappresentare un forte ostacolo al percorso di integrazione».

Pur non dimenticandosi dei connazionali e perciò «nella consapevolezza della situazione d’emergenza abitativa che coinvolge le fasce deboli di tutto il Paese, l’obiettivo, per il prossimo biennio, è che le persone titolari di protezione internazionale possano accedere alle risorse che il welfare territoriale mette a disposizione (…), verificando anche la possibilità di includerle negli interventi di edilizia popolare e di sostegno alla locazione».

Il piano punta anche all’inserimento socio-lavorativo, a rendere accessibile l’assistenza sanitaria con particolare riferimento alle necessità delle categorie più vulnerabili e a garantire la possibilità effettiva dell’iscrizione anagrafica e l’acquisizione della residenza. Questo è il Piano nazionale d’integrazione per i rifugiati sulla carta. Vedremo come sarà attuato.

L’identikit di chi ha votato i neonazisti in Germania

epa03004396 The jacket, with an armband and swastika symbol, of a man detained by German Police who is suspected of opening fire on a Turkish-owned grocery shop is presented during a press conference at police headquarters in Bielefeld, Germany, 15 November 2011. The German police are reporting that an apparently confused man, fired shots at a Turkish food store wearing a swastika arm band in Rheda-Wiedenbrueck,  Germany. The 27 year old had attached explosives to his body with tape, according to the police and public prosecuter in Bielefeld. The police found a helmet with the SS symbol on it in a backpack, which he had placed in the Ems river. Police said there was no record of him ever belonging to a neo-Nazi group, but he had been in long-term psychiatric treatment. EPA/OLIVER KRATO

“Gli Yankee americani sono ancora nel Vecchio Continente” mentre Putin è “l’unica garanzia per la pace in Europa”, dicono. Loro vogliono un referendum per lasciare l’eurozona. Loro non vogliono assolutamente vedere una moschea o un minareto da queste parti. Loro foraggiano sentimenti anti-islamici e credono che quella dei musulmani sia una religione che non rispetta la costituzione, cioè sia incompatibile con la democrazia. Loro non vogliono più vedere i propri soldi finire in banche straniere, europee. Ma soprattutto loro dicono che “il governo spende tutti i fondi per i rifugiati e niente per i pensionati, che non possono permettersi dentiere e occhiali nuovi”.

Loro non sono elettori della Lega di Salvini, ma tedeschi intervistati in Sassonia, Germania, al confine con la Repubblica Ceca e fanno parte di quel bacino di elettori che ha fatto trionfare l’Alternative fur Deutschland (Afd) alle ultime elezioni, rendendo il gruppo di estrema destra il terzo partito più forte nel Bundestag di Angela Merkel: 12,6% è la percentuale di tedeschi che ha votato per l’Afp, ovvero sei milioni di cittadini. La vittoria, per loro, è storica, perché era quasi mezzo secolo – più di cinquant’anni – che la destra estrema non sfondava il blocco parlamentare, rimanendo sempre fuori, sulla soglia del potere, senza accedervi mai.

La Germania scricchiola, sui banchi parlamentari i volti sono ancora stupefatti. L’Afp ha adesso 94 seggi su 709 e nel lungo day after delle elezioni si tirano le somme e si fanno i conti: chi li ha scelti? Oltre agli elettori di destra tradizionali, un milione e duecento mila persone che non aveva mai votato alle precedenti elezioni in Germania ha deciso di recarsi ai seggi. Proprio come è successo, in proporzione, nella nuova America di Donald Trump. E proprio come in America i rappresentanti di Alternativa per la Germania flirtano con i neo-nazisti di Berlino, Amburgo, Francoforte, Colonia e province adiacenti. Un milione di voti sono stati persi dalla Cancelliera e dal suo partito, la Cdu, che non è più dominante in Bavaria, come è invece stato per decenni. Si stima che quei voti siano finiti a loro, quelli che negano i crimini dei nazisti. Un altro mezzo milione di voti è arrivato all’Afp da chi ha sempre sostenuto la sinistra politica del paese, che di solito votava per i social democratici e i loro alleati. Altri quattrocentomila voti sono arrivati dagli elettori che votavano il partito Sinistra.

La ragione della vittoria secondo gli esperti? Due cifre: 2015 e un milione. La migrazione fino ad ora non era un ago pendente sulla bilancia delle elezioni. Ora, in ritardo, i politici tedeschi capiscono che lo è stata. Nel 2015 un milione di rifugiati arriva in Germania per volere e decisione della Cancelliera. Il partito nero più giovane della Germania era nato solo due anni prima l’ondata di richiedenti d’asilo che cercavano rifugio in Germania, ma allora erano davvero solo in pochi ad ascoltarli. Nel 2015 l’Afp comincia ad acquisire popolarità e membri, parlando di confini, sicurezza e immigrazione. I toni sono nazionalisti, poi diventano populisti, infine razzisti. E nessuno ha saputo fermarli in tempo.

 

Essere Angelino Alfano

Il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, rende omaggio a Cristoforo Colombo, 22 settembre 2017. A New York per i lavori dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, il titolare della Farnesina ha deciso di recarsi a Columbus Circle - nel cuore di Manhattan di fronte all'ingresso del Central Park - dove svetta la statua del navigatore più famoso della storia. ANSA/UGO CALTAGIRONE

«Una cosa giusta fatta al momento sbagliato può diventare una cosa sbagliata. Può diventare un favore alla Lega»: parole, opere e omissioni di Angelino Alfano, il leader di un minuscolo partito con più colonnelli che elettori che da anni imperversa nelle diverse vesti di differenti ministeri rimbalzando con leggerezza da governi di destra a governi di sinistra come un’ape sempre alla ricerca di polline.

La “cosa giusta fatta al momento sbagliato”  in questo caso è il cosiddetto Ius soli (che ius soli non è) ma non è questo ora che ci interessa. Angelino Alfano con la sua dichiarazione dice spudoratamente che il risultato elettorale (suo e del suo partito) alle prossime elezioni politiche è una priorità rispetto a una legge giusta. E lo fa così, come se niente fosse, da impunito seriale qual è, perché la sensibilità sul tema del “profitto elettorale” dei partiti ormai si è narcotizzata completamente: lo scopo non è più il “bene del Paese” ma “vincere” e non importa che per vincere si debba snaturare la propria missione e si debba accettare la manomissione dei propri princìpi. Conta vincere.

Se solo avessimo il tempo di fermarci a pensare a una dichiarazione del genere la riconosceremmo: è il conato di uno sforzo di autopreservazione. E invece ci scivolano spesso le parole di questa brutta pasta e alla fine non abbiamo nemmeno le energie per ricacciargliele in gola.

E intanto, in nome della “vittoria” alle prossime elezioni, vale tutto. Anche essere Angelino Alfano.

Buon giovedì.

Arabia saudita, dietro lo storico ok alle donne al volante c’è un’idea medievale dei diritti civili

Dal mese di giugno 2018, le donne d’Arabia Saudita potranno avere la patente di guida secondo il recente decreto di re Salman. È una buona notizia. È una notizia che piace molto nel cosiddetto Occidente. È uno degli effetti della visita, maggio 2017, di Abu Ivanka Al-Amriki come si divertono i jihadisti a chiamare Donald Trump e del piano “Visione 2030” del concitato giovane erede al trono Mohamed bin Salman.

È dal 1990 che le donne saudite chiedono di poter guidare l’auto. Quell’anno 47 donne si sono messe al volante sfidando il potere e la società. Sono 500mila gli autisti immigrati che lavorano presso le famiglie saudite per uno stipendio mensile di 400 dollari. L’estate 2018 il salario minimo sarà portato a 666 dollari e quindi le autorità che da qualche anno stanno “saudizzando” il lavoro con l’espulsione di migliaia di lavoratori immigrati, mettono nel conto l’espulsione di tanti immigrati che perderanno il lavoro con questo provvedimento. Secondo la Banca Mondiale, gli immigrati hanno trasferito dall’Arabia Saudita 41,8 miliardi di dollari nel 2015. L’Arabia Saudita che ha speso miliardi nelle guerre in Siria e nello Yemen, intende espellere almeno 2 o 3milioni di immigrati (su 10,7 milioni) per recuperare un po’ di soldi persi.

Forse non sarà facile né immediato: è vero che, secondo il centro di studi femminili saudita Khadija bint Khouiled, le donne rappresentano il 49,6% dei laureati ma soltanto il 16% della forza lavoro e il cosidetto progetto Visione 2030 prevvede un maggiore coinvolgimento della donna saudita nella vita pubblica. Tuttavia, il Majlis Ashoura, una autorità consultiva, dando il proprio assenso al decreto che autorizza le donne a guidare l’auto, pone alcune condizioni: che la donna abbia raggiunto l’età di 30 anni, che il tutore (padre, marito, fratello, figlio, zio…) dia il proprio assenso scritto, che la donna al volante sia vestita in “modo adeguato” e che non usi in nessun modo make up o trucco o abbia accessori di bellezza. Che la guida della donna sia limitata solo nei centri urbani dalle ore 7 alle ore 20 da sabato a mercoledì e dalle 12 alle 20, il giovedì e il venerdì. Infine dovrà essere sempre munita dal proprio cellulare collegato con il Centro Femminile del Traffico Stradale. Centro che dovrà essere istituito prima di giugno 2018. Leggere le motivazioni di questa consulta “Majlis Ashura” è come un tuffo nel medioevo ed è la dimostrazione che il Fiqh, tradotto abusivamente come “diritto islamico”, sia la piaga del mondo musulmano.

L’annuncio di questo decreto in questo preciso momento serve anche a nascondere le notizie degli arresti di molti oppositori al regime saudita, alcuni molto in vista come Salman Al Awdah che chiedono una monarchia costituzionale e più diritti civili. Forse è meglio guardare le cose con ottimismo e dire con i saggi che è meglio un uovo oggi che una gallina domani.