Home Blog Pagina 856

Mario Delgado Aparaín: «Scrivo per resistere alla dittatura dell’oblio»

People walk in front of a graffitti reading "Thanks Mate Pepe" in homage to Uruguayan President Jose Mujica who will hand power back to his predecessor Tabare Vazquez on Sunday, in Montevideo on February 28, 2015. AFP PHOTO / PABLO PORCIUNCULA (Photo credit should read PABLO PORCIUNCULA/AFP/Getty Images)

«È innanzitutto un canto all’amicizia, all’amore e alla vita, il mio nuovo romanzo» ci dice Mario Delgado Aparaín a proposito del suo Tango del vecchio marinaio (Guanda), un libro di grande spessore letterario e umano. Parla dell’incontro di due amici in una solitaria casetta vicino all’oceano dopo essere stati vent’anni senza vedersi. Le loro vite cambieranno quando conoscono una giovane che stava per suicidarsi. «Ho sempre pensato che una buona storia è quella che racconta un conflitto», racconta a Left lo scrittore uruguaiano. «In questo caso i due amici sono stati “toccati” ognuno in modo diverso, da un personaggio sinistro: un medico supervisore delle torture. Uno di quelli il cui compito era accertarsi che i torturatori non “esagerassero” con i prigionieri durante “l’interrogatorio”». Era una figura tipica delle dittature latinoamericane durante gli anni 70, spiega Aparaín da sempre politicamente attivo nelle file del Frente Amplio, il partito del senatore ed ex presidente Pepe Mujica. Personaggi come il medico hanno provocato una reazione frequente tra i figli degli aguzzini nel momento in cui vengono a sapere cosa hanno combinato i genitori. Una cosa simile si è verificata anche nella Germania post nazista o nella Spagna post franchista, racconta lo scrittore: «In questa mia storia la figlia del medico, una cantante di tango, viene salvata dal suicidio dai due amici, e nasce tra loro un rapporto meraviglioso che rafforza la mia convinzione che nella vita nessuno si salva da solo». L’amicizia, la voglia di vendicarsi, la malignità senza motivo e la resistenza feroce contro la perdita della speranza in una vita “diversa”, sono i temi che ripercorrono con molta passione questa storia. E più in generale tutta la produzione letteraria di Aparaín. Lo abbiamo incontrato in occasione dell’uscita del suo libro in Italia e ne abbiamo approfittato per fargli alcune domande.
Spesso tu utilizzi una frase di J. Guimaraes Rosa: «Scrivere per resistere». Cosa significano queste parole per Mario Delgado Aparaín?
La mia infanzia, in campagna nel nord dell’Uruguay vicino alla frontiera con il Brasile, è stata segnata dalla povertà e circondata da gente molto umile, spesso analfabeti e in tanti erano discendenti di schiavi afrobrasiliani. Li ricordo padroni di una memoria ancestrale notevole, grazie soprattutto agli anziani, narratori ineguagliabili della storia orale dei loro popoli, che tramandavano di generazione in generazione. Iniziai a pensare che non fosse giusto che ci siano esseri umani che nascono, vivono e muoiono senza lasciare traccia sul pianeta. Quegli uomini e quelle donne, portatori di storie e leggende incredibili, raccontate intorno al fuoco, non potevano scomparire come se niente fosse. Fu allora che a vent’anni trasformai l’atto di scrivere in una operazione di salvataggio di piccole storie che andavano inevitabilmente…

L’intervista a Mario Delgado Aparaín prosegue su Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

L’antico genocidio che imbarazza la Germania

OTJIWARONGO, NAMIBIA - AUGUST 12: Herero groups parade in traditional military uniforms on horseback during a march when commemorating fallen chiefs killed in battles with Germans on August 12, 2016 in Otjiwarongo, Namibia. The area was the venue for decisive battles of the Herero uprisings in 1904. The Herero accuse the German Empire of Genocide of its people from 1904-07. They are currently trying to make the German government compensate the descendants of the people killed. (Photo by Per-Anders Pettersson/Getty Images)

Questa storia comincia con un teschio.

1907. Un teschio su una mensola, dentro una canonica, fra Bibbie e libri in tedesco, poche suppellettili, stuoie sul pavimento, un crocefisso e i paramenti appesi al muro. Fuori, la terra secca e farinosa della Namibia, dove il deserto ha lasciato da tempo lo spazio all’altopiano: pochi edifici, che vorrebbero portare nel Nuovo mondo la grazia spensierata del neogotico e dell’art nouveau, una stazione ferroviaria appena inaugurata e la Christuskirche luterana che svetta in cima a una collina con i suoi colori di biscotto e zucchero. Intorno, le case basse dei coloni e più in là – rigorosamente separate dal mondo dei bianchi – le baracche degli indigeni.

Windhoek è cresciuta all’incrocio dei venti, territorio conteso fra Herero e Nama, percorso da sorgenti calde che ne fanno un punto cruciale per le coltivazioni; non è un caso che proprio da qui, nel 1890, inizi formalmente il dominio della Germania sulla Namibia. Primo governatore della colonia è un tal Heinrich Göring, padre di quell’Hermann che sarà poi il braccio destro di Hitler. A capo del contingente militare arriva con 14mila uomini il generale Lothar von Trotha, noto per non andare troppo per il sottile. Nel 1904 sconfigge gli Herero ribelli nella battaglia di Waterberg e ordina ai suoi uomini di non avere pietà nemmeno di donne e bambini, che vengono lasciati morire di sete nel deserto.

I pochi superstiti finiscono nei Konzentrationslager, dove sono sottoposti a torture, stupri, esecuzioni sommarie; nel più grande, a Shark Island, l’antropologo Eugen Fischer fa esperimenti su cavie umane, a cui partecipa anche l’italiano Sergio Sergi. Oltre l’80% della popolazione Herero viene eliminata in soli tre mesi, tra l’agosto e l’ottobre 1904; i Nama seguiranno di lì a poco la stessa sorte. Come souvenir e prova dell’efficienza teutonica, trecento teschi sono inviati in Germania. È un genocidio….

Il reportage di Claudio Geymonat e Federica Tourn proseuge su Left del 30 settembre 2017


SOMMARIO ACQUISTA

Il papa sul lettino

"Classic and luxury red armchair isolated on white background, interior decoration image. Retro revival. Easy to use with Clipping Path."

Molte testate giornalistiche hanno riportato la notizia della uscita del libro, di Domique Wolton dal titolo Pape Francois, rencontre avec Domique Wolton. Il giornale francese Le figaro ha pubblicato un’anticipazione dalla quale si apprende che papa Francesco dal 1978 al 1979 si è sottoposto ad una psicoanalisi con una donna di religione ebraica ad un ritmo di una seduta alla settimana per 6 mesi.
Prima di morire la donna avrebbe contattato il prelato per un «colloquio spirituale». Sulla base di queste scarne rivelazioni è difficile valutare a fondo il significato dell’episodio biografico di Bergoglio: ciò che si può preliminarmente fare è di collocarlo sullo sfondo del periodo storico in cui è avvenuto. Nella seconda metà degli anni 70 era presidente dell’Argentina, Jorge Rafael Videla, a capo di una giunta militare tristemente famosa per i suoi crimini contro l’umanità.
Videla ha dichiarato nel 1978 al Times di Londra che «un terrorista» (!?) non è solo qualcuno con una pistola o una bomba, ma anche «chi diffonde idee contrarie alla civiltà cristiana occidentale». L’intransigenza ideologica che giustifica la crociate ha una lunga tradizione nella Chiesa cattolica: la complicità morale del cattolicesimo con Videla e compagni è solo uno dei tanti episodi storici di collusione con regimi totalitari; i neonati sottratti alle madri, torturate e uccise, e i desaparecidos, fra cui molti preti aderenti alla teologia della liberazione ne sono stati i terribili effetti collaterali in Argentina. Di quest’ultimi se ne è parlato in un documentatissimo libro-inchiesta di F. Tulli Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos (L’Asino d’oro ed.). Sono state individuate complicità nascoste della Chiesa con le operazioni criminali della giunta militare come quelle che ha portato alla luce Horatio Verbisky in La chiesa del silenzio a proposito di Bergoglio o come il caso di preti che parteciparono addirittura alle torture e assolsero i voli della morte.
Ci fu una responsabilità della psichiatria e della psicoanalisi parallelamente a quella della Chiesa cattolica in appoggio alla politica repressiva dello Stato? Dalla deposizione di Juan Domingo Perón (1955) al 1983 l’Argentina fu soggetta, con qualche intervallo, a una serie di regimi autoritari sempre più violenti durante i quali la psicoanalisi ebbe un eccezionale sviluppo. Si confermava una tendenza che si era manifestata durante il nazismo: Anna Freud e lo psicoanalista Ernest Jones credevano che la psicoanalisi potesse sopravvivere in un contesto totalitario…

L’articolo dello psichiatra Domenico Fargnoli prosegue su Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Caporalato, la rivoluzione mancata

RIGNANO GARGANICO-FOGGIA.A Rignano Garganico, pochi chilometri da Foggia, in una una zona isolata sorge un ghetto che è diventato un villaggio, con i suoi ristoranti, i suoi bar e persino una radio autogestita che racconta la loro storia. I lavoratori stagionali, immigrati spesso senza il permesso di soggiorno, sono arruolati da caporali africani che hanno potere assoluto e che decidono chi lavora e chi no. Sono gli irregolari dell’industria del pomodoro.Baracche del ghetto di Rignano dove nel periodo dei pomodori vivono, ammassati, 1200 immigrati che vengono dal Mali, Guinea Bissau, Nigeria, Burkina Faso, Benin, Costa d'Avorio, Senegal.

Solo 2.800 aziende agricole iscritte dal 2015, su un totale di circa 1.600.000 imprese (censite dall’Istat) e almeno 100mila realtà potenzialmente interessate. Sono questi i numeri – impietosi – dell’arma che avrebbe dovuto promuovere l’agricoltura virtuosa e sconfiggere il caporalato. Si chiama “Rete del lavoro agricolo di qualità”: fortemente promossa da governo e sindacati, è nata precisamente due anni fa. Per capire di che si tratta, bisogna ripartire da lì.

La Rete che non c’è
Estate 2015. Paola Clemente, bracciante pugliese, è da poco morta di fatica ad Andria, dove raccoglieva l’uva per 12 ore al giorno, in cambio di una trentina di euro. La vicenda, definita subito come un caso di sfruttamento, turba l’opinione pubblica e fa correre il governo ai ripari. Ecco che la Rete, contenuta nel provvedimento “Campolibero” del 2014, diviene operativa. Con lo scopo dichiarato di stilare una lista di aziende “caporalato free”. Non più solo repressione, dunque, ma un intervento propositivo, per mettere al bando chi sfrutta il lavoro e rimodellare la filiera agroalimentare. Tanto che il ministro delle politiche agricole, Maurizio Martina, all’indomani degli arresti del caso Clemente a febbraio 2017, sulle colonne di Repubblica ribadiva che la Rete è uno degli strumenti principali per costruire una filiera di qualità. Peccato che «paradossalmente l’azienda della signora Paola Clemente avrebbe potuto aderire perché formalmente era in regola». La dichiarazione, del segretario nazionale Flai Cgil, Giovanni Mininni, era arrivata molto tempo prima, a pochi giorni dalla partenza della Rete, e denunciava uno dei (tanti) controsensi di questa arma, che nasce spuntata: anche chi non rispetta le regole, se ancora non è stato beccato e certifica di comportarsi bene, può avere il bollino.

Già, perché per iscriversi alla Rete è sufficiente dichiarare di non avere ricevuto multe o condanne in materia di lavoro e fiscale, di essere in regola col versamento dei contributi, e poco più. Certo, ma dopo che la domanda è stata accettata, i controlli – così come accade per qualsiasi certificazione – saranno spietati, si penserà. Tutt’altro. Una volta dentro, le aziende ricevono, per legge, meno attenzioni da ministero del Lavoro e Inps, rispetto alle già rare verifiche di un Ispettorato del lavoro nazionale che è in affanno in molte zone d’Italia, per usare un eufemismo. Il rischio, dunque, è che la Rete diventi un ombrello dietro al quale si riparano aziende sospette. Ma per chi invece non ha nulla da nascondere, quali sarebbero i benefit a cui va incontro?
Alcuni produttori iscritti, contattati da Left, non sanno nemmeno cosa sia questa Rete. Altri confermano che di benefici non vi è nemmeno l’ombra. «Siamo iscritti perché ce l’ha richiesto un nostro fornitore. Ma non abbiamo avuto nessun vantaggio economico», spiega una produttrice di agrumi di Catania. «Ce lo ha chiesto l’Esselunga, dire di no voleva dire rischiare di non lavorare più», chiosa bruscamente un agricoltore fiorentino. Perché è la Grande distribuzione organizzata, a tenere in mano le redini dell’intera filiera.

Durante la trasmissione Radio Anch’io del 22 settembre, un ascoltatore, Dimitri da Belluno, interviene nel dibattito su ghetti, caporalato e sfruttamento. Dimitri si chiede come sia possibile che una passata di pomodoro con tanto di «vaso in vetro e un tappo sopra che si apre» possa costare 15 centesimi. A rispondere in diretta è Marco Nicastro, presidente della Federazione nazionale del pomodoro da industria di Confagricoltura. Chiamando in causa la Grande distribuzione, «che offre non solamente pomodori ma anche altri tipi di prodotti a prezzi stracciati», Nicastro pone l’accento sui ricavi delle aziende per il barattolo a 15 centesimi. «Che in campagna un kg di pomodoro deve essere pagato a 2-3 centesimi per arrivare a quei costi ed essere competitivo sulla Grande distribuzione, io non ci sto».

Lo Stato? Assente ingiustificato
«La Rete del lavoro agricolo di qualità è una grande opportunità – spiega a Left Giovanni Mininni – ma non viene attuata fino in fondo». La cabina di regia si limita a «ratificare le domande di iscrizione, inserendo o depennando le aziende che inoltrano la richiesta». Ma la Rete, sulla carta, è molto di più. Almeno dal 29 ottobre 2016, quando entra in vigore la legge 199 “anticaporalato” – che ha perlomeno facilitato l’azione repressiva dei magistrati – e vengono istituite le sezioni territoriali. Composte da enti locali, centri per l’impiego e agenzie per il lavoro, sportelli unici per l’immigrazione ed enti bilaterali, le sezioni (citiamo testualmente la legge) «(…) svolgono compiti di promozione di modalità sperimentali di intermediazione fra domanda e offerta di lavoro nel settore agricolo con l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro e con la Rete nazionale dei servizi per le politiche del lavoro (…) promuovono altresì iniziative per la realizzazione di funzionali ed efficienti forme di organizzazione del trasporto dei lavoratori fino al luogo di lavoro, anche mediante la stipula di convezioni con gli enti locali». Tutto bene, tanti progetti per promuovere l’agricoltura di qualità. C’è solo un piccolo particolare: le sezioni territoriali non si sono mai riunite.

«Rispetto all’anno scorso non è cambiato nulla». Un dato reale e tangibile, che lo stesso Mininni ha toccato con mano. Con le “brigate del lavoro” il sindacato è entrato nei campi per monitorare la situazione. Dal 5 al 7 settembre, agli sgoccioli della stagione della raccolta del pomodoro, un manipolo di operatori e sindacalisti ha setacciato le campagne pugliesi per incontrare i lavoratori, informarli sull’attuale legge di contrasto del caporalato. Bottigliette d’acqua e cappellini bordati con il logo della Flai regalati nelle distese di terra e braccia. Nonostante questa mobilitazione, ammette lo stesso segretario Flai Cgil, «alle cinque e mezza del mattino, i furgoncini dei caporali raccoglievano dal ciglio della strada centinaia di lavoratori pronti per la giornata, come se nulla fosse successo».

E i centri per l’impiego? Le sperimentazioni? Le forme inedite ed innovative di collocamento, con le imprese che lamentano intoppi e rallentamenti burocratici? Il caso di Foggia è emblematico, «il centro per l’impiego è aperto dalle 9 alle 11 – dichiara sconsolato Mininni -, con la Rete del lavoro agricolo di qualità avremmo potuto avviare progetti che includessero associazioni e istituzioni locali per un collocamento diffuso, utilizzando le liste di prenotazione». Schedari e graduatorie con i nominativi dei lavoratori agricoli registrati, anche su base volontaria. «Alle nostre segnalazioni – chiarisce – poche risposte».

Insomma, siamo di fronte a una partita giocata sui gangli della Rete, sulle crepe e sulle contraddizioni del provvedimento. Nella provincia di Barletta, Andria, Trani (Bat) la Flai Cgil non ha firmato il rinnovo del contratto provinciale di lavoro degli operai agricoli. Una trattativa di 17 mesi: dalla fine del 2015, le parti sociali non riuscivano a siglare un accordo, e Confagricoltura, Coldiretti e Cia, con Fai Cisl e Uila Uil, hanno raggiunto un’intesa solo ad agosto, senza la Cgil. «Non potevamo accettare un simile contratto, penalizzante sotto il profilo salariale, contributivo e previdenziale con uno scivolamento delle figure professionalizzate al parametro più basso». Ma perché puntare ad un contratto che livelli i diritti e le tutele, comprimendo i salari? Oltre al conflitto di classe e agli interessi delle imprese, la risposta risiede nella natura della norma. «Il rispetto del contratto nazionale e provinciale degli operai agricoli è uno dei quattro requisiti introdotti dalla legge 199 per far parte della Rete – spiega il sindacalista -. Far passare un simile accordo, significa allargare le maglie del lavoro di qualità» e, in altre parole, permettere alle aziende di salire con più facilità sul carrozzone della legalità, abbassando il costo del lavoro.

Alle domande che Left ha indirizzato al ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina, sul perché di questo stallo nella lotta al caporalato, non abbiamo ricevuto risposta. Ma nel frattempo, mentre si assiste al lento naufragio della Rete, regioni e prefetture guardano altrove, concentrando la loro attenzione sulle baraccopoli dove sono accampati i braccianti in numerose zone italiane.

Nei nuovi ghetti si entra col badge
Il riordino del comparto agroalimentare e la sua normativa passa anche per il “cambio d’abito” dei ghetti nel sud Italia. In Puglia, Calabria e Basilicata, dall’inizio di quest’anno, si assiste a sgomberi e all’allestimento di grandi tendopoli o campi container, che i singoli prefetti definiscono “temporanei”. Alla base di queste operazioni, sembra esserci un disegno securitario che si perpetua, e che in realtà allontana i lavoratori dalla conquista di una casa. In cambio di identificazioni e controlli, infatti, ai migranti che arrivano al sud per la raccolta di pomodori, cocomeri e agrumi, vengono offerti questi alloggi dotati di acqua potabile e assistenza sanitaria. La conditio sine qua non per potervi accedere però sono i documenti: solo con il permesso di soggiorno si ottiene il badge di ingresso.

In Puglia, a Nardò, in provincia di Lecce, teatro della rivolta dei migranti nel luglio 2011, il 23 agosto scorso, il sindaco Giuseppe Mellone ha inaugurato il “Villaggio dell’accoglienza”: 60mila euro di container con telecamere, bagni e presidio medico, finanziati dalla Regione e dal Viminale, nel piazzale antistante la Masseria Boncuri, laddove per una settimana, i braccianti scioperarono per la prima volta, chiedendo condizioni di lavoro dignitose. Le associazioni locali denunciano che il 30 settembre, il campo sarà già smontato, a danno delle decine di lavoratori che resteranno lì fino a dicembre, senza sapere dove andare. Nella zona della Capitanata, in provincia di Foggia, lo sgombero del Gran ghetto di Rignano Garganico è iniziato il primo marzo scorso, ma non ha avuto i risultati sperati. La morte dei maliani Mamadou Konate e Nouhou Doumbia, nell’incendio del 3 marzo, ha accelerato il trasferimento degli ospiti dell’area, messa sotto sequestro dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari, per presunte infiltrazioni criminali.

Da allora, ad accogliere una parte degli “esodati” del Gran ghetto, sono l’azienda agricola Fortore – ribattezzata Casa Sankarà – e l’Arena, entrambe nell’Agro di San Severo, in provincia di Foggia. Qui sono 200 le persone che hanno trovato ospitalità – un numero irrisorio, a fronte delle mille circa che ospitava il ghetto – ma la lontananza dalle campagne rende difficile trovare un lavoro. È per questo che circa 500 migranti hanno scelto di restare nei pressi del Gran ghetto. «Qui c’è il grosso del lavoro ed è qui che i braccianti preferiscono vivere, anche perché c’è meno polizia», commenta Simone Cremaschi, ricercatore in Scienze sociali presso l’European university institute, che segue da mesi gli spostamenti dei lavoratori. Le operazioni di sgombero però hanno provocato la distruzione delle vecchie baracche, lasciando donne e uomini in balia di sé stessi: da giugno quindi, all’ex Ghetto, è nato il business delle roulotte, il cui prezzo adesso sfiora i 400 euro. Ma le condizioni igienico-sanitarie restano precarie, come pure il fronte delle regolarizzazioni dei lavoratori. A denunciarlo, la rete Campagne in lotta, che, dopo l’incontro del 30 giugno al Viminale, ha riportato a Left le parole del capo Dipartimento libertà civili e immigrazione, Gerarda Pantalone: «A Foggia non esistono problemi di illegalità»; e quelle del Commissario straordinario Iolanda Rolli, da poco insediata: «Non conosco ancora bene la situazione del Foggiano».

In Calabria, i riflettori sono tutti puntati sul ghetto di San Ferdinando, in provincia di Reggio Calabria, nella piana di Gioia Tauro. Anche qui, non si vede neanche l’ombra di una casa per i raccoglitori di agrumi, ma da agosto, è nata la nuova tendopoli, adiacente al vecchio ghetto sorto nel 2010, che ospitava circa 2mila persone. Nel nuovo complesso, composto da due strutture, si entra dotati di badge e solo dopo aver lasciato le impronte digitali. All’interno, la Protezione civile gestisce 464 alloggi, dotati di docce, elettricità, una cucina comune – per una spesa di 600mila euro -, ma sono ancora molti i migranti che preferiscono andare a cucinare nel vecchio ghetto, dove esistono ancora negozietti informali e non si avvertono gli occhi insistenti delle telecamere. Come racconta Michele di Sos Rosarno, l’area è attualmente presidiata da guardia di finanza, polizia e carabinieri, che inibiscono l’avvicinamento dei caporali e quindi, il lavoro dei braccianti. Michele, presente il giorno dello sgombero del vecchio ghetto, ha sottolineato che il prefetto ha indicato la nuova tendopoli come una sistemazione temporanea. «Per i mesi futuri, la prefettura sta interrogando i comuni limitrofi, per cercare di attuare forme di accoglienza diffusa». Ma c’è chi, come Campagne in lotta, non crede in questo disegno e reputa la nuova struttura «inadeguata e fortemente coercitiva».

In Basilicata, non è cambiato niente rispetto agli altri anni. Qui, gli unici ad arricchirsi continuano ad essere i caporali e chi garantisce loro l’impunità. «Solo a Palazzo San Gervasio – racconta Gervasio Ungolo, coordinatore dell’Osservatorio migranti Basilicata – la vendita del pomodoro vale 6 milioni di euro, ma per raccoglierlo, gli agricoltori devono pagare 1 milione, che va tutto ai caporali. Questo significa per i caporali 2-3mila euro al giorno di guadagno». Il ghetto di Boreano è stato sgomberato, ma i migranti vivono ancora tutti attorno a quel comprensorio rurale. Ungolo è stato raggiunto da minacce e intimidazioni e quest’anno non si è recato nei campi insieme agli altri volontari. Ci ha spiegato che, dopo la firma del Protocollo provinciale contro il caporalato, Caritas e Croce rossa italiana forniscono i principali servizi di accoglienza, in cambio di lauti finanziamenti. Ma è ancora nei ghetti che si gioca la partita più importante delle istituzioni, sempre in bilico tra il mantenimento di uno status quo malavitoso e la denuncia degli illeciti. «Ultimamente ad essere cresciuto, è il Ghetto di Strada Mulino Matinelle, un ginepraio di interessi, costruito non più con materiali di risulta, come avviene di solito, ma con travi nuove. Segno che il business dei ghetti è ancora fortissimo e destinato a perdurare».

L’inchiesta di Leonardo Filippi, Maurizio Franco e Maria Panariello è tratta da Left n.39


SOMMARIO ACQUISTA

Maurizio Landini: «La vita reale delle persone torni al centro della politica»

Il segretario uscente della FIOM, Maurizio Landini, Roma, 14 luglio 2017. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Maurizio Landini, una politica di sinistra sul lavoro da dove deve ripartire?
Dall’assumere il diritto al lavoro come un tema di rappresentanza generale. Si tratta quindi di ricostruire un’unità sociale del mondo del lavoro e al tempo stesso riaffermare una protezione universale del mondo del lavoro. Questo significa tante cose: combattere la precarietà, affermare un’idea di maggiore democrazia economica, ampliare gli spazi di autogoverno del lavoro e permettere la realizzazione delle persone nel lavoro. Lo dico spesso: bisogna rimettere al centro della politica il lavoro. Ovvero, si tratta di avere un’idea e un progetto di cambiamento della situazione che stiamo vivendo. Accanto ai diritti del lavoro si deve aprire una discussione più generale su cosa si fa, come lo si fa, con quale sostenibilità ambientale. Insomma, bisogna tornare, dal punto di vista politico, a occuparsi della condizione reale di vita delle persone che lavorano. Ma questo è anche un problema culturale.

In che senso è un problema culturale?
Faccio un esempio, per essere chiari. Siamo passati dal fatto che la politica – tutta, di centro, di destra, di sinistra – nel 1970 vota lo Statuto dei lavoratori. Tutto l’arco della politica allora considerava che i diritti, la dignità nel lavoro e l’applicazione della Costituzione nei luoghi di lavoro erano punti fondamentali di unità sociale. Per questo motivo i licenziamenti dovevano avere una giusta causa. Oggi invece il Jobs act è una legge in cui non si tutela più una persona da un licenziamento ingiusto, si tutela l’imprenditore che può ingiustamente licenziare. Siamo di fronte a una logica e a una cultura che tornano a rimercificare il lavoro. È una logica commerciale, in cui tutto si può comprare e vendere. Quando ti spiegano che la cosa più di sinistra che il governo ha fatto è il Jobs act, è chiaro che sei di fronte a un elemento di rottura con la storia ma anche al cambiamento del significato delle parole. Rimettere al centro il lavoro e la persona significa che è il lavoro che ti dà la dignità e anche che una persona lavorando non deve essere povera.

Tra assenza di politica industriale e cambiamenti tecnologici come si può ripensare il lavoro?
Di fronte alla produzione tecnologica in cui sta cambiando tutto, è evidente che si deve poter ragionare su quali prodotti e quali processi produttivi siano sostenibili con l’ambiente. E quindi definire quale politica pubblica, quali vincoli economici e sociali occorre mettere al mercato, perché non può accadere che questi vengano cancellati…

L’intervista di Donatella Coccoli a Maurizio Landini prosegue su Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Senza parole

Ho nostalgia / Una frase, una parola, un cenno / Avrei voluto come sogno di stanotte / Fossi qui con noi / Una festa, un sorriso / Rinnovare un saluto / Avrei voluto con la carezza del vento, i fiori, gli amici, una poesia / Scambiare uno sguardo / Ho nostalgia, dirò al vento stasera di dirti piano: / Che noi, nella storia, saremo custodi delle tue parole / e nel cuore del tuo calore. / Con il suono ci si può intendere. Domenica 24 settembre alla Feltrinelli di via Appia a Roma una donna ha letto queste parole in lingua persiana e poi in italiano. Ziba Mariam Moinzadeh ha raccontato di averle scritte la mattina, in persiano, la lingua della sua infanzia. Il foglio che ho potuto vedere aveva molte linee lunghe e alcune molto piccole, piccoli cerchi e ovali irregolari. Sembrano dei grandi sorrisi e piccole lacrime in bilico su una rima palpebrale. Il pensiero sensibile del risveglio dell’autrice aveva pensato bene quanto sarebbe accaduto quel pomeriggio. Una presentazione di un libro, una cosa più che normale e quotidiana in una libreria importante come Feltrinelli. Ma domenica non è stata una presentazione normale. Un’occasione per una quantità indefinita di persone di incontrarsi e stare insieme. Per ritrovare o forse meglio ricreare il calore e l’emozione dello stare insieme. Per ritrovare quel sentire particolare che accadeva con uno stare insieme che era particolare.Uno stare insieme in cui si ascoltavano le parole di altri. Occasionalmente poteva capitare di parlare.

Un’emozione unica ogni volta, l’ascoltare ed il parlare. Domenica è stata la ricreazione di qualcosa… ma in realtà non era affatto la stessa cosa. Era la presentazione di un libro, la presentazione di Conoscenza dell’istinto di morte di Massimo Fagioli. Le parole erano diverse. Erano doloranti e forti allo stesso tempo. Erano commosse e ferme. Erano parole di nostalgia e di separazione. I 4 relatori della presentazione hanno detto ognuno parole splendide. Parole emozionanti, parole intelligenti, parole che hanno detto cose nuove, parole che hanno affermato una realtà nuova. Grazie Ana, Elena, Mariam e Franco. Perché quello che accade di solito quando un grande leader muore è che quelli che gli stavano attorno e lo seguivano si disperdono, ognuno va per la sua strada. In genere rimane poco di quel che era. Ma Fagioli non era un leader. Era un grande ricercatore e scienziato e un grande medico psichiatra. Il grande gruppo di psicoterapia che teneva 4 volte alla settimana non era un gruppo definito. Non c’è mai stato un elenco delle persone che partecipavano ad esso. Era una formazione spontanea che accadeva ogni volta in modo del tutto imprevedibile. Ogni volta c’era un gruppo sconosciuto e nuovo. Non c’era programmazione, non c’era definizione, non c’era organizzazione di nulla. Alla Feltrinelli, io penso, è accaduto che un grande gruppo di persone ha creato qualcosa di nuovo grazie alle bellissime parole dei 4 relatori. Un modo nuovo e diverso di stare insieme. Senza che questo fosse programmato o organizzato, senza accordi precedenti. Un movimento spontaneo di fantasia e di vita umana.

Questo numero di Left è dedicato alle parole e alle idee per la sinistra. Abbiamo chiesto a nomi illustri di elaborare su quali possono essere le parole e le idee per costruire una nuova sinistra. Con il nostro lavoro su Left noi vogliamo affermare una speranza ma anche una certezza di possibile esistenza della sinistra. Noi pensiamo che la sinistra può essere definita prima di tutto come il pensiero umano di voler stare con gli altri e di stare bene insieme agli altri. Ma anche come il pensiero di volere il bene degli altri. Non solo il proprio. Come pensiero di amore per gli altri che significa volere che l’altro realizzi se stesso e realizzi la propria capacità di amare. L’arte medica e la ricerca scientifica di Massimo Fagioli erano fatte di parole. Il suo fare era parlare e scrivere. Le migliaia di parole della lingua italiana sono state da lui composte per raccontare l’armonia di un pensiero che ha compreso la mente umana fino nella sua origine, fino alle 21 parole del luglio 2016.

La teoria della nascita non ha lacune. La struttura della teoria dice che non c’è niente che non si possa comprendere. Esiste lo sconosciuto, ciò che ancora non si conosce. Ma non c’è l’inconoscibile. Il suo lavoro di una vita è stato ricreare negli altri la fantasia, la capacità di amare e le parole perdute per le delusioni ricevute. Il suo strumento di lavoro erano le parole. Parole comuni che diventavano speciali perché avevano la capacità di ricreare nella mente degli altri quanto pensato perduto per sempre. Parole che avevano in sé un suono invisibile perché avevano in sé la conoscenza dell’istinto di morte. Sarebbe bello che la sinistra riesca un giorno a trovare le parole giuste, quelle che abbiano quella magia che è la capacità di parlare al profondo degli esseri umani. Le parole giuste che raccontino che la verità umana è la capacità di amare.

L’editoriale di Matteo Fago è tratto da Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Quelle parole essenziali per la sinistra

I dati Istat parlano di 4.742.000 poveri “assoluti” in Italia che non possono permettersi l’indispensabile per vivere e per curarsi, e di 8.465.000 poveri “relativi” «con spesa mensile pro capite più che dimezzata rispetto a quella media degli italiani». Vale a dire che nel nostro Paese più di una persona su cinque vive in povertà. Disoccupazione, precarietà, frammentazione sociale sono diventate strutturali. L’affossamento del welfare, la sanità sempre più privatizzata e gestita con criteri aziendalistici, i tagli alla ricerca e al sistema formativo hanno fatto il resto.

Il risultato è un Paese in continuo declino, non solo economico, ma anche politico e culturale. In cui spicca fortissima la crisi della rappresentanza. Di fronte a questo drammatico quadro il governo di centrosinistra cosa fa? Gioca sulla paura e sull’ignoranza, alimentando razzismo e xenofobia: con il codice Minniti, con una gestione emergenzialistica e securitaria dell’immigrazione, con la retorica cripto colonialista di slogan come «aiutiamoli a casa loro». Lo fa concretamente bloccando l’approvazione di provvedimenti come lo ius soli e il biotestamento, pur moderatissimi.

La cancellazione dell’antifascismo dallo statuto del Pd ha dato il la a una mutazione inquietante nel maggior partito di sinistra che a poco a poco si è spostato sempre più a destra, diventando indistinguibile da quelli che un tempo erano i partiti avversari. Un percorso per molti versi analogo a quello dell’Spd in Germania. La sonora sconfitta subita il 24 settembre dal Partito socialdemocratico guidato da Martin Schultz, ma anche il -9% registrato dai cristiano-democratici della (pur riconfermata) cancelliera Angela Merkel dicono chiaramente che abdicare alla propria identità democratica non paga. L’avanzata di un partito populista e di un’ultra destra come l’Afd va di pari passo con una sinistra tedesca sempre più sbiadita.

Ma i vertici del Pd non sembrano aver colto l’antifona. Così, mentre guardiamo con speranza a quella parte della sinistra che tenta di unirsi badando ai contenuti e non ai tatticismi, ci è sembrato importante tornare a riflettere su alcune parole chiave della sinistra, che oggi più che mai ci appare da ricostruire.

O forse, per dire meglio, da cominciare a costruire con un pensiero nuovo. Lottando per la soddisfazione dei bisogni ma anche – forti di una visione articolata e complessa dell’essere umano non riducibile all’Homo oeconomicus di marca neoliberista – considerando le esigenze di realizzazione di se stessi nel rapporto con gli altri a cui accenna l’articolo 3 quando afferma che compito della Repubblica è «rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo della persona umana».

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Cittadinanza come legge di civiltà

A multi-ethnic group of elementary age girls are standing together in a row at the park and are smiling and looking at the camera.

Se la destra vince è perché la sinistra non è credibile quando parla di eguaglianza e di giustizia nella libertà. Non solo perde il suo tradizionale elettorato ma è abbandonata dai suoi militanti. Una cosa in questi ultimi anni la sinistra ha dimostrato di saper fare bene: alimentare l’astensione elettorale. Difficile per i cittadini che hanno idee di sinistra riconoscersi nei candidati, nei progetti e nei discorsi rappresentati dal simbolo dei partiti di sinistra. Difficile comprendere la frammentazione, anche perché basata solo sul protagonismo dei leader (generalmente maschi). La sconfitta della Spd nelle recenti consultazioni politiche tedesche fa tremare i polsi, perché sconfitta dura a vantaggio della destra neo-nazista, xenofoba e antidemocratica. Convincere a votare a sinistra per paura che vinca la destra non è una strategia vincente, perché è la destra maestra nell’uso della paura, non la sinistra. La sinistra deve saper usare al meglio le idee per le quali è credibile.

Un’idea che la sinistra non sa più coniugare è l’eguaglianza. Tutte le nostre costituzioni democratiche la contemplano, eppure la sinistra, quando ha avuto l’opportunità di governare, ha adottato politiche e fatto leggi che violano l’eguaglianza: come nel caso del lavoro, del diritto effettivo alla salute, del diritto a una scuola pubblica (e gratuita negli anni dell’obbligo), del giusto trattamento pensionistico. E hanno violato l’eguaglianza quando hanno mostrato timidezza nel disegnare una legge sulle unioni civili, nell’approntare un iter ragionevolmente breve per la legalizzazione delle droghe leggere, nella regolamentazione della naturalizzazione di chi è nato/a in Italia e frequenta scuole italiane, essendo nato/a da genitori non italiani e che però vivono regolarmente nel nostro Paese da anni. Quest’ultima proposta si è arenata al Senato per la poca convinzione della coalizione di governo; e, anche, per la propaganda controproducente che il segretario del Pd le ha fatto da fuori del Parlamento con la massima «aiutiamoli a casa loro».

Mentre in Senato si discuteva quella legge moderata sull’integrazione di chi non era a tutti gli effetti più un migrante, il capo del partito di maggioranza faceva del suo meglio perché i cittadini identificassero il tema dell’integrazione con quello dell’immigrazione. Evidentemente la sinistra…

Il brano dell’articolo  di Nadia Urbinati è tratto da Left del 29 settembre


SOMMARIO ACQUISTA

Chiesa e pedofilia, chi è l’ex parroco Ruggero Conti evaso da una clinica

Don Ruggero Conti in una foto d'archivio. E' stato condannato a 15 anni e 4 mesi di reclusione Don Ruggero Conti, un ex parroco di Roma accusato di aver abusato tra il 1998 e il maggio del 2008 di sette bambini. Lo ha deciso la VI sezione del Tribunale penale di Roma. ANSA +++NO SALES - EDITORIAL USE ONLY+++

Don Ruggero Conti, condannato in via definitiva nel 2015 a una pena di 14 anni e due mesi, è evaso da una clinica di Genzano alle porte di Roma, dove si trovava ai domiciliari. L’ex parroco di Selva Candida si trovava nella struttura per ragioni di salute. Era stato arrestato nel giugno del 2008 poco prima di imbarcarsi con alcuni piccoli parrocchiani su un volo per l’Australia dove si celebravano le Giornate della gioventù.

Ecco una sintesi della vicenda che è conclusa con la condanna per pedofilia più pesante mai inflitta a un sacerdote della Chiesa cattolica in Italia.

Con l’accusa di aver abusato di sette bambini di 10-12 anni che gli erano stati dati in custodia, don Ruggero Conti, allora potentissimo parroco della chiesa romana “Natività di Maria santissima” a Selva Candida, viene fermato il 30 giugno 2008 dai carabinieri mentre con i ragazzi della parrocchia era in procinto di partire per Sidney, dove avrebbe partecipato alla Giornata mondiale della gioventù in programma dal 12 al 21 luglio. I grandi scandali europei del 2009-2010 dovevano ancora scoppiare pertanto, di norma, per non far innervosire la Conferenza episcopale di Ruini e Bagnasco i media italiani non davano mai grande risalto alle storie di pedofilia clericale. Ma – forse per la prima volta – il caso Conti non rimase a lungo relegato nelle pagine di cronaca locale. Sin da subito lo abbiamo seguito su Left ma come raramente accade in questi casi, ha trovato spazio anche su altri media nazionali. Risultò difatti impossibile ignorare che a fronteggiarsi in sede civile si sarebbero trovati a un certo punto niente meno che il Comune di Roma e lo Stato di Città del Vaticano. Loro malgrado, come vedremo.

Ma andiamo per ordine e cominciamo col dire che l’eccezionalità del processo Conti verteva su diversi punti. Non solo perché don Ruggero fino a poche settimane prima dell’arresto – e dunque nel periodo che comprendeva gli stupri a lui imputati – era stato il garante della famiglia del candidato sindaco di Roma (poi vincitore) Gianni Alemanno. Oltre a questo, per la prima volta un tribunale riconobbe l’interesse specifico di una amministrazione comunale a costituirsi parte civile nei processi per violenza “sessuale” commessa su minori. Dando così più respiro alla giurisprudenza che lo ammetteva solo in caso di violenza nei confronti delle donne. Infine, terzo punto e nodo del caso politico, la costituzione in parte civile non fu operata dal Comune di Roma, quindi dal sindaco Alemanno, ma da un cittadino, il futuro segretario dei Radicali Mario Staderini. Il quale, assistito dall’avvocato Elisabetta Valeri, esercitò “l’azione popolare”, una norma che permette a qualsiasi cittadino elettore di intraprendere le azioni legali che il Comune potrebbe svolgere e che invece non fa. E questo fu il caso del Campidoglio che espresse la volontà di non entrare nel processo, sulla base di motivazioni contraddittorie contenute in una determinazione del 27 maggio a firma di una dirigente, la dottoressa Cavilli, rimossa da Alemanno dopo che il Tribunale di Roma nell’udienza del 16 giugno ammise la costituzione di parte civile di Staderini a nome del Comune.

In realtà, agli atti del processo risulta un documento datato 4 giugno e con firma autentica di Alemanno, in cui il sindaco dichiarava «di non costituire l’amministrazione comunale nel processo» e di «non aderire» all’iniziativa di Staderini. La qual cosa mal si combinava con «l’indagine interna» annunciata dal sindaco per far luce sulla vicenda e con la rimozione del dirigente comunale. Il resto è cronaca nera.

Nel febbraio del 2011 Ruggero Conti viene condannato a quindici anni e quattro mesi per prostituzione minorile e per aver abusato di sette bambini tra il 1998 e il 2008 in oratorio e nei campi estivi. Secondo il Pm Francesco Scavo, il sacerdote aveva indotto due dei ragazzini «a compiere e/o subire atti sessuali in cambio di denaro o altra utilità (in genere capi di abbigliamento)». Abusi che il Pm a definì «di inaudita gravità», perché «prolungati negli anni» e perché avrebbe approfittato di situazioni «di debolezza o di difficoltà familiare in cui si trovavano i piccoli». In un caso, un bambino era stato affidato al prete dalla madre indigente perché lo aiutasse a superare i problemi dovuti alla perdita del padre; ma il sacerdote ne avrebbe approfittato per violentarlo circa quaranta volte in cambio di abiti o denaro (dai dieci ai trenta euro). Come è potuto accadere? Gli stessi accusatori del sacerdote definirono don Ruggero come una «persona sensibile, un tipo molto carismatico». Insomma, uno di cui fidarsi che «si ricordava subito i nomi di tutti quanti, che ti metteva subito a tuo agio, come se fosse una persona che conoscevi da tanto tempo».

Torniamo alle grane processuali dell’ex parroco. Il 31 maggio 2013 l’uomo di cui si era fidato anche Alemanno è stato condannato in Appello a quattordici anni e due mesi di reclusione per violenza sessuale continuata e aggravata. La pena inflitta al prelato in primo grado venne ridotta in secondo grado (e poi confermata in via definitiva nel 2015) perché nel frattempo tre degli episodi contestati sono risultati prescritti. Per quanto riguarda la curia guidata dal vescovo Gino Reali, dopo l’arresto non prese alcun provvedimento. Tanto meno si mosse il Vaticano. E così è stato per tutta la durata del processo di primo grado. Solo dopo la prima condanna a quindici anni e quattro mesi don Ruggero è stato sospeso a divinis.

Vale la pena soffermarsi su mons. Reali perché in qualche modo avrebbe potuto mettere il sindaco di Roma sul chi vive. Nel corso del dibattimento il ‘superiore’ di don Conti è stato infatti accusato di non aver dato importanza alla lettera di denuncia che era stata presentata alla diocesi dai genitori di alcuni bambini. Lui si è difeso facendo presente di aver inviato a don Conti una nota di ‘scorrettezza’ nella quale lo invitava a «un corso di esercizi spirituali e a una costante frequenza al sacramento della Penitenza». Quindi sapeva. E in seguito è stato accertato che l’ex parroco continuò ad abusare dei bambini fino a tre mesi prima di essere arrestato. Proprio mentre collaborava con Alemanno, contribuendo, grazie al potere di cui godeva nel quadrante nord-ovest della Capitale, a farlo diventare il sindaco del “decoro” e “antidegrado”.

Aggiornato 29 settembre ore 21: durante la serata di venerdì Ruggero Conti è stato rintracciato e arrestato a Milano.

Gli stranieri e i reati, i numeri del Sole 24 ore

Un fermo immagine di un video della Polizia di Stato di una delle 69 rapine commesse ai danni di supermercati, farmacie, tabaccherie, distributori di carburante e altre attività commerciali tra ottobre 2015 e novembre 2016 da presunti componenti di un'associazione per delinquere finalizzata alla realizzazione di numerosissime rapine. Questa mattina sono stati eseguiti alcuni arresti a Bari e provincia, Trani e Castel Volturno, Bari, 11 agosto 2017. ANSA/ FRAME VIDEO POLIZIA DI STATO +++EDITORIAL USE ONLY - NO SALES+++ di un'frame Video de La Polizia di Stato di Bari arresta 9 persone per associzione per delinquere finalizzata alla realizzazione di rapine LA POLIZIA DI STATO DI BARI ARRESTA 9 PERSONE PER ASSOCIAZIONE A DELINQUERE FINALIZZATA ALLA REALIZZAZIONE DI UNA SERIE DI RAPINE La Polizia di Stato, nelle prime ore di questa mattina, a Bari ed in altre località della provincia, a Trani ed a Castel Volturno, ha eseguito un´ordinanza di custodia cautelare, in carcere e ai domiciliari, emessa dal GIP del Tribunale di Bari su richiesta della locale Procura della Repubblica, nei confronti di 9 persone, tutte con precedenti di polizia, ritenute responsabili a vario titolo dei reati di associazione per delinquere, finalizzata alla realizzazione di una serie indeterminata di rapine, rapina aggravata e ricettazione. A carico dei predetti, a seguito di mirata attività investigativa condotta dalla Sezione Contrasto al Crimine Diffuso della Squadra Mobile della Questura di Bari, sono stati raccolti concreti elementi di responsabilità in ordine alla consumazione di 69 rapine commesse nell´arco temporale tra ottobre 2015 e novembre 2016.

In un articolo dal titolo “Reati di stranieri, l’allerta del Viminale” che volendo potete trovare sul sito del Sole24ore, il quotidiano di Confindustria nel riportare i dati relativi ai reati imputati a stranieri residenti in Italia si è dimenticato di suddividere per nazionalità le percentuali riportate nel documento del ministero dell’Interno.

«I numeri sui reati parlano da soli» sostiene l’autore dell’articolo per dare forza al suo ragionamento (e alle percentuali). «Sul totale delle “segnalazioni riferite a persone denunciate/arrestate” nel periodo 1° agosto 2016-31 luglio 2017 (dati del Viminale “non consolidati”), pari a 839.496, quelle che riguardano stranieri sono 241.723. La percentuale è del 28,8%. Poco differente dal 30% dei dodici mesi precedenti. Il punto decisivo non è tanto la comparazione nel tempo: c’è un calo generale dei reati e gli stranieri non fanno differenza. Sgombrata ogni tentazione politica strumentale, resta il peso specifico della criminalità straniera. Rapportato il numero di denunce/arresti alla popolazione residente, nel caso degli stranieri siamo al 4,78% contro l’1,07% degli italiani. Se consideriamo anche gli extracomunitari non residenti la percentuale si può abbassare. Ma non di molto. Resta il fatto, per citare i numeri più alti, che il 55% dei furti con destrezza è di origine di soggetti stranieri. Così come il 51,7% dello sfruttamento della prostituzione e della pornografia minorile. Il 45,7% delle estorsioni, il 45% dei furti in abitazione e il 41,3% di ricettazioni».

Mettere tutta la popolazione straniera nello stesso calderone in contrapposizione a quella italiana,  come fa il Sole24ore, assomiglia molto alla logica xenofoba del “noi e loro”. Una logica binaria tesa ad alzare muri (e chiudere porti) tra l’Italia e il resto del mondo in nome di una inesistente superiorità culturale oltre che purezza della razza di mussoliniana memoria.

Non sappiamo se il Sole24ore abbia fatto confusione di proposito, anzi sicuramente no. Di certo questa cosa di dividere per due – italiani da una parte, stranieri dall’altra – è un “giochino” che ha già funzionato nel caso degli stupri. Ricordate i titoli dei soliti media, nei giorni seguenti allo stupro di Rimini? “Il 40% delle violenze sulle donne in Italia sono compiute da stranieri”, più o meno tutti citavano così (con Repubblica in testa, del resto il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari è recidivo). Acchiappando click e guadagnandosi la ola del ventre molle del Paese.

Considerando che la nostra popolazione è composta solo per l’8% da immigrati, la percentuale messa in evidenza tentava di confermare la validità dell’idea di chi sostiene che la (presunta) invasione di extracomunitari vada fermata a tutti i costi perché gli stranieri sono tutti delinquenti.

I sostenitori di quella ignobile propaganda dal canto loro si sono guardati dal suddividere le statistiche per nazionalità di appartenenza e riportare tutto nei binari della realtà. Sarebbe emerso che, sempre riguardo gli stupri denunciati, il 61 % viene compiuto da italiani, a seguire, l’8.6% da cittadini romeni (che sono comunitari), il 6% da marocchini, l’1,6 % da tunisini e poi via via percentuali da prefisso telefonico. Il che restituisce un’istantanea del fenomeno criminale un pochino diversa da quella che raccontano i fan del “60-40”, non trovate?

I responsabili di questa ignobile campagna mediatica e politica si sono guardati bene, altresì, di ricordare al lettore poco attento che la responsabilità penale è personale. Perché questa omissione? Di fronte a questa misera gara a chi la spara più grossa, giocata sulla pelle dei migranti e delle donne (in estrema sintesi, più dell’incolumità e delle conseguenze per la donna nel dibattito pubblico diventa importante la nazionalità e il colore della pelle dello stupratore), è lecito ipotizzare che l’alterazione della verità sia considerata da costoro necessaria per prendere voti e visibilità. Ed eccoli senza alcun pudore allisciare il pelo ai fautori della in-cultura razzista che si esplica nell’attribuire a un’intera etnia la responsabilità e/o la propensione a delinquere del singolo appartenente a quella etnia. Salvo poi evitare accuratamente di fare questi stessi “nessi logici” se l’autore del reato è un cittadino italiano o… un carabiniere.