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Quant’è difficile diventare madri se si è migranti. In un Paese ostile

Alcuni migranti accolti in Italia grazie al progetto dei corridoi umanitari, che in un anno ha portato in Italia ed aiutato ad intergrarsi quasi 800 profughi siriani. Roma, 5 giugno 2017. ANSA/ MICHELA SUGLIA

Se alla già complessa condizione di essere immigrati in Italia si somma quella di essere donna in un Paese che, sulla carta, dispensa pari opportunità di genere ma che, nei fatti, fa pesare ancestrali retaggi culturali di cieco patriarcato, la scelta di diventare madre complica la vita.
La maternità di una donna migrante, vissuta in un Paese diverso da quello d’origine e nel quale le reti sociali sono (dovrebbero essere) funzionali a sostenere solo i bisogni degli adulti singoli, fa i conti con scarsi strumenti e risorse. E, in una sempre più consistente femminilizzazione del processo migratorio, in cui le donne ricoprono ormai un ruolo da protagoniste, in un movimento che le affranca dalla vecchia immagine di soggetti passivi, la nascita di un figlio trasforma profondamente il loro progetto migratorio.

Se da sole hanno sempre potuto vivere in una posizione di invisibilità sociale, l’arrivo di un figlio spezza inevitabilmente l’isolamento. Se prima c’era, soprattutto, la volontà di risparmiare per investire nel Paese di provenienza, la maternità le costringe a nuovi comportamenti e consumi. Se, da una parte, sono investite dal desiderio di adeguarsi a valori vissuti come più moderni, dall’altra, la gravidanza, riattualizzando il rapporto con la madre, apre un conflitto interno con le proprie radici.
Anello mancante o fardello da cui separarsi, vivono in bilico nel delicato compito di conciliare riferimenti, valori e pratiche di cura diversi: come una tela di Penelope, tessono «i legami tra la cultura presente e quella del passato, tra i propri modelli educativi interiorizzati e quelli del Paese che ospita e, specularmente, il loro bambino è chiamato a costruire un’identità complessa a partire da almeno due diversi riferimenti culturali», si legge nel report Nascite migranti, redatto dall’associazione Il Melograno, che da trentaquattro anni si occupa del percorso nascita a Roma.

Differenti a seconda dei Paesi d’origine e della storia personale delle donne migranti, tutte, però, accomunate, al momento della nascita di un figlio, da un profondo senso di solitudine.  All’assenza del partner, reale o per incapacità di capirne le esigenze, si aggiunge quella della famiglia allargata che, in ogni tempo e in ogni cultura, ha sostenuto quest’esperienza di profondo cambiamento. «Iniziative, saperi, segreti: tutto questo viene passato dalle donne adulte e già madri alle future madri, in una continuità di legami che sostiene, rassicura e funziona come un “contenitore” affettivo ed esperto». Ma, si legge ancora: «nel Paese d’immigrazione, alle donne non viene quasi mai riconosciuto questo sapere, anche nel caso in cui esse abbiano già vissuto più volte l’esperienza della maternità prima di partire».

Ad alimentare l’isolamento, si aggiunga che l’informazione sanitaria nel Belpaese è pensata per le donne italiane e quelle migranti, anche a causa di difficoltà linguistiche, si trovano disorientate nel capirne norme e procedure, nel comprendere le parole degli operatori sanitari e nell’effettuare esami di cui non sempre concepiscono la necessità. E, nonostante per una donna rappresenti, come ogni fase di passaggio e di cambiamento, un momento di grande arricchimento interiore e di creatività, la maternità, per tutte, in Italia, è ancora considerata un ostacolo al lavoro e per le donne immigrate è fonte di più grande vulnerabilità occupazionale.

Svantaggio sociale, fragilità, solitudine possono avere effetti anche molto gravi tanto che l’Istituto superiore di sanità e l’Agenzia pubblica della regione Lazio hanno riscontrato nelle donne migranti un’incidenza maggiore, rispetto a quelle autoctone, di nascite prima della trentasettesima settimana di gestazione, difficoltà nel parto, basso peso corporeo alla nascita e mortalità nel primo anno di vita. Oltre agli elevati rischi per la sfera psichica, il disagio arreca «difficoltà a chiedere aiuto perché sicuramente gioca un ruolo fondamentale il timore del controllo sociale, l’ansia di essere giudicate inadeguate e la paura di un possibile allontanamento del figlio a opera dei servizi sociali». Senza negare che le risorse a disposizione, scarse e poco visibili, in una grande città (come Roma) e un’organizzazione dei servizi poco integrata fanno fatica a intercettare i bisogni delle mamme con più difficoltà. Ma con grandi potenzialità di adattamento e di trasformazione.

Forse sarebbe il caso che la Lorenzin si occupi dell’aria, più che della Raggi

An aerial view of skyscrapers area of Milan, Italy, as it is surrounded by smog on 26 December 2015. The city of Milan has announced that it will not allow private vehicles to circulate in Italy's business capital for three days next week in an attempt to bring down pollution levels that have been above the legal limit for some time. ANSA/STEFANO PORTA

Non sono un accanito sostenitore della politica di Virginia Raggi nella gestione della città di Roma ma forse sarebbe il caso che qualcuno sottoponga con una certa urgenza alla ministra Beatrice Lorenzin (quella che sventola banali concetti spesso pseudoscientifici come fossero clave contro l’avversario politico di turno) le osservazioni del rapporto “La sfida della qualità dell’aria nelle città italiane” realizzato dalla Fondazione sviluppo sostenibile, organizzazione nata con l’obiettivo di promuovere soluzioni congiunte alla crisi climatica e a quella economica.

Perché mentre la Lorenzin (spalleggiata dal professor Walter Ricciardi, docente universitario di Igiene e presidente dell’Istituto superiore di sanità, nominato dalla Lorenzin) ci raccontava che il tracollo della salute dei romani fosse tutta colpa della sindaca Virginia Raggi (dimenticando come la sanità sia di competenza regionale e sbadatamente omettendo i tagli del ministero che presiede) secondo il rapporto sull’aria delle città italiane nel nostro Paese sono circa 91mila le morti premature all’anno causate dall’inquinamento atmosferico. In Germania sono 86mila, in Francia 54mila, nel Regno Unito 50mila, mentre in Spagna circa 30mila. L’Italia ha inoltre il poco invidiabile primato della media più alta di morti premature all’anno per inquinamento per milione di abitanti, 1.500 contro una media europea di mille.

La zona più inquinata in assoluto dalle polveri sottili di particolato (Pm2,5), secondo il rapporto della Fondazione sviluppo sostenibile, è la Pianura Padana. Le città più inquinate sono Milano (dove il particolato fine uccide il maggior numero di persone), Venezia e Padova. Nel Centro e Sud le zone che hanno fatto registrare il maggior numero di sostanze inquinanti nell’aria sono Napoli, Taranto, la Sicilia sudorientale, Frosinone, Benevento, Roma e la valle dell’Arno.

Tra le cause, secondo il rapporto, il primo posto spetta alle automobili, la combustione di legna in stufe e camini e le attività agricole (che sarebbero responsabili del 96% delle emissioni di ammoniaca). Le soluzioni proposte? Sempre quelle: favorire la mobilità pubblica, investire nelle strutture ciclo-pedonali, aumentare l’efficienza energetica degli edifici, favorire l’agricoltura biologica, gestire nella maniera corretta i reflui zootecnici per ridurre l’azoto e limitare maggiormente le emissioni degli impianti industriali e tutte le altre cose che sentiamo ripetere da anni. Da anni.

Tanto che non fanno più titolo né notizia. E allora e ai ministri non resta che ripiegare sulle siringhe per strada della Raggi.

Avanti così.

Buon mercoledì.

Ius soli, maestri e prof protestano con sciopero della fame e lezioni sui diritti

Professori e alunni a scuola per l'inizio dell'anno scolastico 2017/2018, Torino, 11 settembre 2017 ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Insegnanti in sciopero della fame e con un nastrino tricolore sul petto. Per ricordare che tutti i bambini sono uguali nelle scuole del Paese e che lo ius soli e lo ius culturae sono diritti che non si possono negare ai circa 800mila minori che attendono la cittadinanza italiana. Oggi, 3 ottobre, giornata in memoria delle vittime dell’immigrazione, istituita per ricordare la strage di Lampedusa di quattro anni fa – in cui persero la vita 368 persone – segna anche il via di una mobilitazione silenziosa e colorata nelle scuole italiane che durerà per un mese. Come afferma il promotore, il maestro ed educatore Franco Lorenzoni, sono 5000 le firme raccolte per l’appello Insegnanti per la cittadinanza mentre 800 tra maestri e professori in tutta Italia hanno deciso la forma simbolica di protesta in aula, davanti ai propri alunni.
Basta scorrere la pagina facebook della iniziativa per entrare in un mondo “altro” rispetto alla politica che ha fermato al Senato la legge che era il primo punto nel 2012 nella campagna elettorale del Pd, il partito di maggioranza.
Da tutta Italia, Roma, Chieti, Palermo, Milano, arrivano immagini e racconti di quello che stanno facendo gli insegnanti nelle loro classi. C’è chi consiglia come colonna sonora la canzone “Ritals” di Gianmaria Testa da quel bellissimo album Da questa parte del mare che lo aveva visto autore insieme a Erri De Luca sul tema a lui caro dell’immigrazione. C’è chi legge in classe a Corneliano d’Alba La frontiera di Alessandro Leogrande, c’è chi porta i propri studenti dei licei Morgagni, Augusto, Kennedy, e dell’I.C. Padre Semeria alla Camera dei deputati per parlare di migranti, di profughi, del senso della proposta di legge sullo ius soli. A Milano nel pomeriggio tutti al parco Trotter per cantare l’inno nazionale.
E ancora: una insegnante racconta cosa ha fatto in classe e sentite la semplicità e profondità della “lezione” sulla migrazione interna. «Ho fatto fare un’intervista ai loro genitori e nonni per capire il luogo di nascita e se si sono spostati, il motivo per cui lo hanno fatto. Abbiamo proceduto alla tabulazione dei dati su istogramma e stiamo arrivando alla verbalizzazione dei risultati. Nel frattempo abbiamo riflettuto sui fatti storici sui motivi per cui gli uomini e le donne si spostano da un luogo all’altro. Nella discussione collettiva i bambini e le bambine hanno elaborato le motivazioni per cui i migranti lasciano la loro terra; guerre, povertà, regimi autoritari».
E poi ci sono loro, gli Italiani senza cittadinanza: «Buongiorno cari insegnanti, gli ex alunni sono con voi».

Strage di Lampedusa, quattro anni dopo l’orrore si è spostato in Libia

Corteo dei superstiti del naufragio del 3 ottobre 2013 a Lampedusa, organizzato dal Comitato 3 ottobre. Lampedusa, 3 ottobre 2014, ANSA/CORRADO LANNINO

«La Libia è diventata una prigione a cielo aperto, lontano dagli occhi e lontano dal cuore… Oggi non è più possibile nemmeno onorare la morte o curare e alleviare le sofferenze di chi affronta questi viaggi della speranza». Parole dettate dall’esperienza, parole che suonano come un possente atto d’accusa rivolto ai “securisti” di casa nostra, in primis al ministro dell’Interno, plenipotenziario per il Mediterraneo, Marco Minniti.

A pronunciarle, nel corso di un dibattito al Festival d’Internazionale a Ferrara, è Stefano Argenziano, coordinatore dei progetti di migrazione e delle operazioni di Medici senza frontiere in Libia. Occorre tenerle bene in mente, queste parole, quando oggi, 3 ottobre, assisteremo alla solita parata di dolore e lacrime di coccodrillo in ricordo della più grave strage di innocenti avvenuta nel “mar della morte”: il Mediterraneo (3 ottobre 2013, la strage di Lampedusa, il terribile naufragio vicino all’isola dei conigli, costato la vita a 368 persone, quasi tutte eritree). Tenere a mente quanto denunciato da Nancy Porsia, reporter coraggiosa che ha documentato sul campo gli orrori dell’inferno libico: «Al momento – spiega – la Libia non è un partner per la risoluzione di un problema europeo di consenso elettorale», gli fa eco Porsia, che anzi rincara la dose: «la politica migratoria europea è un sistema criminogeno», non è il traffico ad alimentare i flussi, ma al contrario esso è la risposta a una domanda crescente. Per questo la soluzione sarebbe «una politica più aperta di rilascio di visti presso le ambasciate». Ai securisti che blaterano di un rischio per la nostra democrazia determinato da una inesistente “invasione” di migranti, andrebbe risposto con le parole di Khalifa Abo Khraisse, sceneggiatore trentenne libico, autore delle “Cartoline da Tripoli”, che fa la spola fra Sud e Nord del Mediterraneo.

«Voi qui leggete e ascoltate termini che in Libia non hanno significato. Leggete che il governo italiano ha fatto un accordo con il governo libico, ma quelle sono semplicemente persone alle quali le milizie hanno permesso di insediarsi come governo. E lo stesso vale per la guardia costiera libica: non esiste. Anche ‘centri di detenzione’ è una definizione molto aleatoria: come si fa a stabilire quanti sono, quando a volte sono semplici punti di raccolta in mezzo al deserto? Non c’è possibilità di monitorare questi centri». Occorre prestare attenzione, e dare risalto, alle denunce di quanti praticano solidarietà verso i più indifesi tra gli indifesi, e per questo considerati testimoni scomodi, presenze ingombranti da chi, per una manciata di voti, a quel mondo – Ong, gruppi di base, volontari – ha dichiarato guerra.

Così come non può considerarsi un elemento marginale, a sinistra, nella discussione di ipotetiche alleanze elettorali con il Partito democratico, oggi al Governo, quello della politica estera. Quel mondo solidale chiede tre atti concreti: la chiusura dei lager libici e la fine del sostegno ai signori della guerra, milizie e tribù, in affari con i trafficanti di esseri umani, che l’Italia sta pagando per fare da aguzzini di migranti; la fine della vendita di armi all’Arabia Saudita, armi (bombe) con cui l’”Isis bianco” (il regno Saud), massacra il popolo yemenita; il riconoscimento unilaterale dello Stato di Palestina a fronte della forsennata politica di colonizzazione portata avanti da Israele in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Sono richieste che richiamano coerenza, determinazione, rispetto di quei principi spesso evocati ma quasi mai praticati. E i principi, i valori, non sono negoziabili.

Las Vegas, così le fake news rendono il killer un “democratico”

Un fermo immagine tratto dalla Cbs mostra un'immagine di Stephen Paddock in un riquadro montato sulle immagini della polizia sul luogo della strage. Las Vegas, 2 ottobre 2017. ANSA/ FRAME CBSN +++ NO SALES - EDITORIAL USE ONLY +++

Aveva 42 armi automatiche, migliaia di munizioni e 64 anni, una casa in Nevada e la fedina penale pulita. Una vita che il fratello adesso definisce rispettabile. L’uomo che ha ucciso quasi 60 persone dal 32esimo piano della sua stanza d’albergo al Mandalay Bay casinò, si chiamava Stephen Paddock, ma la sua azione è finita subito nei siti dell’ultra destra americana, prima ancora che lui fosse identificato.

Mentre alla Route 91 c’era ancora terrore, emergenza sangue e taxi gratis per i volontari accorsi ad aiutare, qualcuno rimaneva dietro la tastiera e lo schermo per diffondere false notizie durante il più letale massacro americano dal 1949. Quando una storia diventa una breaking news: è esattamente quello il momento in cui invadere il web e diffondere informazioni fake, per far diventare la propaganda immediatamente virale.

Il killer, sui social network, diventa subito un “democratico”, che ha compiuto quello che ha compiuto, perché era “un oppositore di Donald Trump”. Prima ancora che il nome di Stephen Paddock fosse reso noto, alcuni troll dell’ultra destra avevano diffuso il nome di un certo Geary Danley. Dell’hoax, della bufala, non è stata identificata la fonte d’origine, e l’unica cosa che i troll scrivevano di Danley era “liberale democratico”.

«Lo sparatore di Las Vegas era un democratico che amava Rachel Maddow, MoveOn.org ed era associato all’Anti Trump Army» era il titolo del pezzo su una pagina sponsorizzata da Facebook a pagamento. Per i fatti non c’erano prove, né venivano mostrate fonti affidabili. Le informazioni però rimangono per un bel po’ sulla pagina Safety Check, che servirebbe a mettersi in contatto con i propri cari durante una crisi.

L’articolo falso viene dunque, in seguito, ribattuto da Gateway Pundit, un blog complottista che ormai tutti conoscono dopo la campagna per le presidenziali di Trump. È stata diffusa poi l’informazione che il killer facesse parte di un gruppo anti-fascista e fosse legato all’Antifa della sinistra americana. A quel punto su una pagina falsa di Facebook, chiamata proprio Antifa, è apparsa una rivendicazione della sparatoria, dove si poteva leggere che «l’obiettivo dell’attacco era uccidere i cani fascisti che supportano Trump». In seguito l’omicida, per gli utenti dei social network, è diventato un sostenitore di Hillary Clinton.

Gli utenti su Google hanno cominciato a scrivere il nome falso del presunto assassino. Su Geary Danley, ormai, nel server si susseguivano le notizie connesse alla tragedia di Las Vegas e al suo odio per Trump. Ci sono volute ore ed ore per capire che era opera dei troll.

Ogni volta che una fake news si diffonde, si incolpa l’algoritmo: Google si è pubblicamente scusata per l’accaduto. Facebook ha detto di aver rimosso i post, ma che erano stati fatti degli screenshot e stavano ancora circolando on line. «Stiamo lavorando per sistemare la cos»”.

I troll non si fermano, non dormono e non smettono di scrivere nemmeno sotto fuoco americano, nemmeno dopo quello che i giornali anglofoni chiamano tutti carnage, carneficina. Sono stati gli utenti di Reddit a sospettare e bloccare l’onda di fake news. Ora tutti si chiedono: che cosa è successo? L’alt-right è riuscita a manipolare gli algoritmi del social media più famoso del mondo? È crap, spazzatura, che però alimenta il traffico di Facebook, l’unica cosa che conta davvero per il social network.

 

Onorevole senza onore

Si chiama Mario Caruso, è un ex finiano eletto all’estero nella circoscrizione Europa con la lista di Mario Monti e ovviamente adesso nega e minaccia querele. Anzi, di più: all’operatore delle Iene che lo riprendeva mentre imbarazzato (non) dava risposte ha detto, in dialetto stretto, di essere pronto a “risolverla” come fanno al suo paese, con un accento poco vagamente minaccioso.

Ed è, ancora una volta, una storia di abuso di potere intriso come al solito di insano maschilismo che sembra uscita dal manuale dei nostri politici peggiori, scollegati dalla realtà e portatori di quel fastidioso senso di impunità che indigna e e squalifica il Parlamento.

In un servizio della trasmissione televisiva Le Iene l’onorevole Caruso ammette pacificamente di avere assunto «per piacere personale» il figlio del sottosegretario alla Difesa Domenico Rossi: peccato che il figlio in realtà in ufficio non si sia mai visto, sostituito da una giovane ragazza (che è la persona che ha denunciato la situazione) che ha lavorato per un anno e mezzo nell’ufficio di Caruso senza stipendio, senza contratto e con la promessa mai mantenuta di essere regolarizzata.

Poi ovviamente ci sono anche le avances nei confronti della ragazza (come un messaggio dopo mezzanotte in cui l’onorevole scrive «sono a casa, valuta te cosa fare») che avrebbero potuto “sbloccare” la situazione lavorativa: un quadretto desolante e completo di una classe dirigente che acuisce la disaffezione verso un Paese che si ostina a non cambiare nei suoi comportamenti peggiori.

Ora vedrete che Caruso (e il sottosegretario Rossi) verranno cavalcati come sineddoche della politica tutta e sventolati per sparare nel mucchio. Eppure la soluzione è semplice e veloce: l’articolo 54 della Costituzione dice chiaramente che «i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge» e quindi Caruso (e il sottosegretario Rossi) hanno evidentemente atteggiamenti incostituzionali. In un Paese sano verrebbero rimossi in fretta e mandati a ristudiarsi l’etica e la lealtà verso le istituzioni. Osserviamo, quindi.

Buon martedì.

Camerun, la protesta dei separatisti soffocata nel sangue

Cameroon police officials walk with riot shields on a street in the administrative quarter of Buea some 60kms west of Douala on October 1, 2017. A young man from Cameroon's English-speaking region was shot dead by security forces in the city of Kumba on the eve of an expected symbolic declaration of independence by anglophone separatists, medical and security forces told AFP. / AFP PHOTO / STR (Photo credit should read STR/AFP/Getty Images)

Il governo centrale ha vietato le manifestazioni pubbliche e i raduni di persone all’aria aperta. Ha bloccato i trasporti e ha impedito ai negozi di aprire. Insegnanti e alunni non entrano nelle scuole chiuse. Come riporta Al-Jazeera la tensione è altissima nei paesi e nella città dove gli attivisti, a migliaia, parlano una lingua diversa dalla maggioranza della popolazione e in quell’idioma hanno appena dichiarato un’indipendenza simbolica dal resto del Paese. Non succede a Barcellona, ma in Camerun, dove le due regioni in cui si parla inglese vogliono essere autonome dal resto dello Stato, che si esprime in francese.

Hanno una bandiera a due colori, bianco e blu, e un inno, in questo Paese che ancora non esiste e già si chiama Ambazonia. «Abbiamo una lingua, una storia, una cultura, le nostre leggi. Abbiamo tutto per essere una nazione. L’Onu deve riconoscere i nostri diritti». Al mondo mandano messaggi video sulle chat perché non c’è nessun giornalista per le loro strade per raccontare questa storia.

Anglofoni contro francofoni. Era una colonia tedesca, il Camerun, poi spartita tra alleati dopo la prima guerra mondiale, tra i vincitori francesi e britannici. Le regioni del Sud e del Nord si sono unite al resto del Camerun nel 1961 con un referendum, risoluzione Onu numero 1608, che oggi, dicono i “separatisti”, non è mai stata applicata nei termini dovuti dal governo centrale che agisce nella capitale Yaounde. Dei proventi del petrolio, che si trova nelle regioni del Sud, ne hanno beneficiato le altre regioni, dicono i manifestanti anglofoni, un quinto della popolazione di uno Stato di 22 milioni di persone. Le discriminazioni contro gli anglofoni, dicono gli attivisti, si compiono ovunque, specialmente sul posto di lavoro, dove sono costretti a parlare francese, nonostante l’inglese sia una delle lingue ufficiali del paese.

Marce si susseguono nelle ultime ore da Buea a Kumbo, dove negli scontri con la polizia e, conseguenti arresti, sono morte l’altra notte sette persone: cinque persone sono state uccise dai soldati, poi una prigione è andata a fuoco e due persone sono morte nell’incendio. Molti sono feriti all’ospedale. Contro gli attivisti adesso si applicano le leggi anti terrorismo stilate dopo i raid di Boko Haram nel Paese. Mille paramilitari sono stati dispiegati nelle due regioni dopo una precedente operazione di sicurezza, durata 128 giorni.

«Oggi affermiamo la nostra autonomia, il nostro retaggio sul nostro territorio» ha reso noto lo Scacuf, il fronte unito del Sud del Camerun, quando le proteste sono scoppiate nel giorno dell’anniversario dell’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1961. «Non abbiamo armi, marceremo pacificamente. Abbiamo il diritto di difenderci, ma non attaccheremo il governo» ha detto Ayuk Patrick, segretario generale dello Scacuf.

I dissidenti, fondatori di un movimento che negli ultimi anni acquisisce sempre più membri, continuano a capeggiare le sempre più numerose manifestazioni di piazza. La tensione aumenta e dall’inizio dell’anno sei persone sono morte e centinaia sono state arrestate. La risposta del governo è stata rendere inaccessibile internet solo nelle due regioni dei parlanti inglese e per più di tre mesi. Il risultato è stato bloccare i gruppi indipendentisti sui social media, ma non per strada. Il leader dei separatisti si chiama Sisiku Ayuk Tabe e continua a ripete nei comunicati video ai compatrioti che «non ci renderanno servi a casa nostra». Invece il ministro della comunicazione camerunese Issa Tchiroma Bakery del governo del presidente Paul Biya ha dichiarato che «non ci sarà alcuna amputazione o divisione del Camerun».

Così Rajòy ha fatto “di una palla di neve una slavina”

La frase l’ha scritta ieri da De Gregorio su Repubblica, per descrivere il disorientamento di una Barcellona che assiste alla militarizzazione di un voto che per insipienza politica si trasforma in scontro e così schiaccia le rivendicazioni politiche della Catalogna e il suo referendum in una turpe macchia che gocciola sulle pagine dei giornali di tutto il mondo: e così la gente, scrive la De Gregorio, si ritrova “incredula di fronte all’incapacità di una classe politica che ha fatto di una palla di neve una pericolosissima slavina. Una classe politica che passerà alla storia per avere trasformato un dosso stradale in un muro, e di avere guidata bendata allo scontro”.

Oggi invece le cronache riportano i rimasugli degli scontri: secondo fonti catalane ci sarebbero almeno 800 feriti di cui un centinaio gravi (lo dice il portavoce del governo catalano Jordi Turull) mentre il governo nazionale risponde raccontando del ferimento di una dozzina di persone e dell’arresto di sei persone tra cui un minore. Ma i numeri, si sa, non riescono mai a raccontare le storie e le persone e da queste parti negli ultimi giorni sono utili soprattutto a strappare da una parte dall’altra.

Le immagini, invece, che non hanno bisogno di troppa interpretazione raccontano delle pattuglie della polizia nazionale che usano una violenza nera, dalle radici buie, mentre azzannano anche donne ed anziani. C’è un poliziotto che come in un’esibizione di wrestling scalcia al volo una persona che è già per terra, ce ne sono due che tengono per mani e piedi una vecchia donna trasportata come un cencio, ci sono le manganellate della polizia contro i vigili del fuoco che presidiano un seggio, c’è l’espressione ferma dei Mossos (la polizia catalana) mentre mettono in atto un “ammutinamento” che non si cicatrizzerà troppo facilmente.

E il referendum è diventato un corpo a corpo da cui, comunque finirà non può uscire nulla di buono. Ma soprattutto la politica, che dovrebbe essere la difficile meccanica della sintesi, ne esce a brandelli riuscendo nel capolavoro (in questo caso come in molti altri) di partorire rabbia. E chi cavalca meglio di tutti gli altri la rabbia? Quegli stessi avvoltoi che sparirebbero nella nebbia in una sana democrazia.

Buon lunedì.

Referendum Catalogna, il pugno di ferro di Rajòy. Arresti e feriti

Scuffles break out as Spanish Civil Guard officers force their way through a crowd and into a polling station for the banned independence referendum where Catalan President Carles Puigdemont was supposed to vote in Sant Julia de Ramis, Spain October 1, 2017. REUTERS/Juan Medina

Cariche della polizia e feriti fra i cittadini catalani che pacificamente volevano votare sì al referendum per l’indipendenza della Catalogna. Le foto mostrano un uso deliberato della violenza che ricorda gli anni del franchismo. Comunque la si pensi riguardo alle istanze autonomiste degli indipendentisti catalani e al loro ricorso al referendum come strumento di rottura dal basso oggi non si può che essere dalla loro parte.

Le cronache dicono anche di arresti di attivisti ( 460 in serata). alcuni perché hanno cercato di fermare gli ufficiali  intervenuti per chiudere alcune struttura dove cittadini catalani semplicemente volevano votare al referendum non riconosciuto dal governo centrale.

Il sindaco di Barcellona Ada Colau chiede la dimissioni del primo ministro Mariano Rajòy: “Inaccettabile la violenza su personeche manifestavano in modo pacifico”.

La settimana scorsa così il collega e ricercatore Steven Forti ricostruiva su Left il quadro della situazione:

Anche se i catalani riusciranno a votare il primo ottobre, il referendum non avrà nessun valore legale e non otterrà nessun riconoscimento internazionale. La Ue lo ha ripetuto più volte: “è una questione interna al Regno di Spagna”. L’unico appoggio che ha ottenuto l’indipendentismo è quello di Julian Assange, il fondatore di Wikileaks, rinchiuso da anni nell’ambasciata dell’Equador a Londra.
Quella di domenica 1 ottobre sarà molto probabilmente una nuova grande mobilitazione dell’indipendentismo catalano. Una dimostrazione di forza. A Madrid e al mondo. Come nelle molte Diadas che hanno invaso pacificamente le strade di Barcellona l’11 settembre degli ultimi sei anni. L’obiettivo del governo catalano è quello di portare a votare più gente rispetto al macrosondaggio di tre anni fa: il 9 novembre del 2014 furono 2,3 milioni i catalani che parteciparono (il 37% degli aventi diritto), l’80% dei quali dissero sì alla creazione di un nuovo Stato. Ma con che fine? Per dichiarare unilateralmente un’indipendenza non riconosciuta da nessuno? Difficile. E controproducente per gli stessi indipendentisti. Per avere più forza nelle trattative che si dovrebbero aprire il day after? Probabilmente. Per mantenersi al potere nella ricca regione nord-orientale della Spagna? C’è chi sostiene che tutto, o quasi, è fatto dal governo catalano per questo.

C’è un fattore però che potrebbe modificare le cose e distorcere la lettura dell’1 ottobre: le decisioni che prenderà il governo del Partito Popolare (PP). Il governo catalano ha scommesso tutto o quasi sulla logica azione-reazione e sulla risposta della società catalana alle possibili inabilitazioni dei politici catalani o alla requisizione delle urne da parte del governo spagnolo. L’1 ottobre, in questo caso, si convertirebbe soprattutto in una manifestazione contro il governo del PP. Ancora una volta, sarà chiave capire chi vincerà la battaglia della “narrazione”.
Facciamo però un passo indietro. Come si è arrivati fino a qui? Due sono le cause principali. In primo luogo, il modo in cui si è gestito il processo di riforma dello Statuto di Autonomia catalano tra il 2003 e il 2006 e la dura campagna lanciata dal PP di Rajoy, allora all’opposizione, che portò nel 2010 alla sentenza della Corte Costituzionale che ne annullava 14 articoli. È lí che si ha un primo forte segnale di frustrazione da parte della società catalana. In secondo luogo, le conseguenze della crisi economica che ha colpito la Spagna dal 2010: una crisi che si è trasformata rapidamente in una crisi sociale, politica, istituzionale, territoriale e culturale. È il sistema spagnolo nato dalla transizione alla democrazia di fine anni Settanta che è andato in tilt. Non è un caso che la rivendicazione indipendentista diventi di massa nell’autunno del 2012, poco più di un anno dopo la nascita del movimento degli indignados che occupano le piazze di tutto il paese al grido di Democracia Real Ya.
È questo mix di frustrazione e rabbia che spiega in buona parte la nascita della rivendicazione indipendentista catalana. Nel 2006 si considerava indipendentista appena il 15% dei catalani, ora sono almeno il 40%. Frustrazione e rabbia, fomentate da un’evidente assenza di dialogo tra i due governi negli ultimi cinque anni, che sono state gestite in modo diverso dalle élites politiche di Madrid e Barcellona. A Madrid il PP approfitta della crisi per applicare politiche di ricentralizzazione giustificandole con le misure di austerity. Chi ne paga le conseguenze sono tutti i cittadini, ma anche Comuni e Regioni. A Barcellona all’inizio si calca l’acceleratore allo stesso modo: duri tagli al Welfare State, fedeli ai dettami merkeliani più rigidi, e politiche business friendly. Tutto cambia nel 2012. Il governo catalano, saldamente in mano alla destra autonomista di Convergència i Unió, cerca di calvalcare l’onda sovranista per non rimanere sommerso. Nel giugno del 2011 avevano avuto il primo avviso: gli indignados avevano circondato il Parlamento regionale per impedire la votazione delle misure di austerity più dure dalla fine del franchismo. L’allora presidente regionale, Artur Mas, era dovuto entrare in Parlamento in elicottero. Ma è un cambio di facciata perché le politiche applicate da Convergència e dai seguenti governi appoggiati dalla sinistra indipendentista continuano ad essere sempre le stesse.

La differenza è che si scarica la responsabilità sul governo di Madrid e si vende l’idea che l’indipendenza è la panacea di tutti i mali. “Un’utopia disponibile”, seconda la definizione della sociologa Marina Subirats, che fa presa su molte persone.
È qui il nocciolo della questione e l’inizio di quel che si è chiamato Procés sobiranista (processo sovranista). La sua caratteristica principale è l’eterogeneità dove ha un peso preponderante la rivendicazione democratica, ma dove entrano in scena, poco a poco, anche elementi identitari e chiaramente di destra. Come catalogare uno slogan come “Madrid ci deruba” che ricorda il Bossi dei tempi d’oro? Come giustificare l’attacco sistematico sui mass media o sui social network a chi in Catalogna si dimostra critico con l’indipendentismo e che viene tacciato di “traditore”, “spagnolista” o, direttamente, “fascista”? Come definire la rilettura nazionalista della storia fino ad affermare che la Catalogna è un paese occupato da 300 anni? O ancora: come spiegare la mancanza di rispetto delle regole democratiche nell’approvazione della Legge del Referendum di autodeterminazione, senza permetterne la discussione ai partiti dell’opposizione? O l’inclusione nella Legge di Transitorietà Giuridica di un articolo che fa dipendere la magistratura dall’esecutivo nella futura Catalogna indipendente? Cose più tipiche dell’Ungheria di Orban che di un territorio che giustifica la sua indipendenza per la “demofobia” del governo spagnolo.
Certamente l’indipendentismo catalano non ha nulla a che vedere con la Lega Nord, ma alcuni settori al suo interno, con una sempre maggiore visibilità mediatica, si sentirebbero a proprio agio nel partito di Salvini, nel Front National di Le Pen o con Trump. E questa è anche la maggiore contraddizione della sinistra indipendentista catalana, sia quella socialdemocratica di Esquerra Republicana de Catalunya sia quella anticapitalista della Candidatura d’Unitat Popular, che appoggiano un governo in cui l’egemonia è in mano alla destra catalana, rappresentata dal presidente Carles Puigdemont, il successore di Artur Mas.

È indubbio che la CUP, partito assembleare e antisistema, vede nell’indipendenza il grimaldello che permette di scardinare il sistema per creare una Repubblica catalana socialista. Il che già di per sé è questionabile: perché non farlo insieme agli andalusi, i galiziani o i castigliani che lottano per cambiare tutta la Spagna? Ma se per di più ci si lega alla destra neoliberista sotto l’ombrello ambiguo e di pessimi ricordi dell’unità nazionale si fa un pessimo favore alle rivendicazioni di quello che un tempo si sarebbe chiamato proletariato. Ci si è fermati alle lotte terzomondiste di mezzo secolo fa, senza aver capito la teoria della dipendenza di Gunder Frank, tanto cara a Che Guevara, o le considerazioni di Anton Pannekoek, scritte nell’autunno del 1914, sui rischi drammatici dell’union sacrée. E senza aver capito che, piaccia o no, ci si trova nell’Europa del villaggio globale. Che cosa cambierebbe in una Catalogna indipendente dove l’egemonia rimarrebbe in mano alla destra che, detto en passant, fino al 2012 ha sempre governato insieme al PP dell’ora odiatissimo Mariano Rajoy?
L’immagine che l’indipendentismo vuole trasmettere è che la società catalana è un blocco monolitico, ma non è così. La società catalana, ormai molto divisa sulla questione dell’indipendenza, è estremamente eterogenea. Alle elezioni regionali del 2015 i partiti indipendentisti hanno raccolto il 47,8% dei voti, per quanto, grazie ad una legge che premia le circoscrizioni meno abitate, abbiano una maggioranza di seggi nel Parlamento di Barcellona. Si tratta di un numero importante, ma non sufficiente per dichiarare unilateralmente l’indipendenza.

È quel che non si stancano di ripetere Pablo Iglesias e Ada Colau. Sia il leader di Podemos che la sindaca di Barcellona condividono l’analisi di fondo di parte dell’indipententismo di sinistra: il Régimen del ’78, ossia il sistema spagnolo nato dalla transizione post-franchista, è arrivato al capolinea ed è necessario costruire un nuovo sistema su nuove basi. Ma non ne condividono né la limitazione alla sola Catalogna, né la via unilaterale, né l’alleanza “tattica” con la destra catalana. Per Podemos e per Barcelona en Comú la soluzione è quella di trasformare la Spagna in uno Stato plurinazionale, difendendo per la Catalogna un referendum di autodeterminazione accordato, legale e con il riconoscimiento internazionale, senza rischiare di fratturare la società catalana con accelerazioni che dimostrano una debolezza di fondo del movimento indipendentista. Ossia, difesa a spada tratta del diritto di decidere. Però non solo sulla questione nazionale. Su tutto: dalla sanità all’educazione, dalle politiche di accoglienza dei migranti all’ambiente, dalla partecipazione della cittadinanza alla lotta alla corruzione… E con un’idea di fondo che contrasta il discorso indipendentista: la Spagna sì che è riformabile, a patto che tutti insieme si lotti per cambiare il sistema, cominciando da togliere il governo al PP.
È una strada difficile, ovviamente, rispetto all’utopia dell’indipendenza che trasformerebbe la Catalogna dall’oggi al domani nel paese del Bengodi. Ma sono spesso le strade più difficili quelle che permettono di costruire su basi solide un futuro dove il protagonismo, almeno per chi crede nei valori fondamentali della sinistra, deve averlo la giustizia sociale e non l’identità nazionale. È questa la sfida che si trova di fronte la sinistra spagnola e catalana.