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Ghetto di San Ferdinando, i migranti si oppongono al business dello sgombero forzato

Foto dalla pagina Facebook "Comitato lavoratori delle Campagne"

San Ferdinando (RC), la polizia ha tentato venerdì mattina di sgombrare definitivamente quello che è stato uno dei ghetti più grandi d’Italia. Potrebbe sembrare una buona notizia per i lavoratori stranieri costretti a vivere nella baraccopoli, a poca distanza dai campi in cui raccolgono agrumi per pochi euro. Ma – come siamo abituati dalle cronache – anche in questo caso il piano B della Prefettura prevede una sistemazione peggiore della precedente. Stando almeno a quanto dicono molti “ospiti” di San Ferdinando. Che, per questo motivo, si sono opposti allo sgombero forzato.

La polizia ha tentato di convincere i lavoratori rimasti a trasferirsi nel “magazzino Rizzo”, una struttura da poco resa disponibile per ospitarli, che conta 250 posti letto. Per entrare in questo “ghetto legalizzato”, che di fatto prolunga la gestione emergenziale della questione abitativa (ed esistenziale) dei lavoratori, occorre però avere i documenti in regola. Una parte dei numerosi migranti che ancora risiedono nella baraccopoli hanno rifiutato di spostarsi, e per il momento lo sgombero è stato rimandato.

Un migrante di San Ferdinando, intervistato da Radio onda rossa, ha dichiarato che la polizia aveva precedentemente posizionato dei volantini in cui informava che oggi sarebbe stato l’ultimo giorno in cui la presenza degli ospiti della baraccopoli sarebbe stata tollerata, e che essi si sarebbero dovuti trasferire nel magazzino Rizzo oppure nella nuova tendopoli della Protezione civile, costruita questa estate.

Una parte degli “ospiti” di quello che era conosciuto come “ghetto di Rosarno” – infatti – era stato precedentemente trasferito in questa nuova tendopoli, una struttura con 464 alloggi, telecamere e badge per l’ingresso, ma molti migranti avevano comunque preferito continuare a vivere nella baraccopoli, senza l’invadente controllo delle telecamere, l’obbligo di avere documenti in regola, e con la possibilità di cucinare autonomamente ciò che preferiscono.

Il testimone intervistato, via etere, prosegue poi la denuncia specificando che «non sono stati resi disponibili posti per tutti i migranti», e che «la gente non ha voluto accettare la nuova soluzione anche perché si può accedere al magazzino Rizzo solo previa identificazione forzata», inoltre alcune persone avrebbero dichiarato di non voler fare parte di quello che viene considerato un «business» fatto sulla loro pelle.

Presente stamani anche un delegato della Cgil, in funzione di mediatore tra le autorità e gli ospiti della baraccopoli. Secondo la segretaria della Piana di Gioia Tauro Celeste Logiacco, contattata da Left, il sindacato «sta riconoscendo gli sforzi delle istituzioni affinché si superi la vecchia baraccopoli, una situazione di assoluto degrado» aggiungendo poi che «la soluzione della nuova tendopoli non può essere una soluzione definitiva ma solo transitoria, un passaggio per arrivare ad una accoglienza vera». Logiacco specifica che la Cgil aveva infatti richiesto che venisse trovata una soluzione per tutti, non solo per chi ha il permesso di soggiorno.

Per il momento, però, dalla Prefettura arriva solamente l’offerta del capannone Rizzo e di qualche posto in più nella nuova tendopoli della Protezione civile. Non per tutti è previsto un tetto, insomma. «Non è una soluzione ottimale, abbiamo proposto soluzioni alternative come i containers, ma è comunque meglio della vecchia baraccopoli», prosegue la sindacalista. «Alcune tra le persone che dichiarano di opporsi al trasferimento, comunque, potrebbero essere vicine ai caporali, e per questo non vedere di buon occhio la Cgil, che invece combatte il caporalato», chiosa.

Il Comitato Lavoratori delle Campagne, che da tempo segue la vicenda, ha invece una linea molto più dura. «Le istituzioni insistono nella loro opera di repressione e controllo senza riuscire a trovare alternative valide ma continuando a spostare i lavoratori e le lavoratrici da una tendopoli all’altra – scrive in una nota – senza che nessuno abbia preso in considerazione realmente le loro richieste».

https://www.facebook.com/comitatolavoratoridellecampagne/posts/1587371914662261

Meglio conosciuto come il “ghetto di Rosarno”, nel 2010 è stato teatro di una celebre rivolta, e fino a poco tempo fa ospitava circa 2000 persone. Poi un incendio a luglio ha parzialmente distrutto la baraccopoli e ad agosto sono cominciati i trasferimenti verso la nuova tendopoli.

 

Questi temi sono stati approfonditi nell’inchiesta Caporalato, la rivoluzione mancata, su Left n°39


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Russia, il dissidente Navalny vuole “fare la festa” a Putin

Russian opposition leader Alexei Navalny records a video for his youtube channel in his office in Moscow, Russia, on Friday, July 7, 2017. Alexei Navalny, the Russian anti-corruption campaigner who is the most persistent thorn in the Kremlin's side, has been released from jail after serving 25 days for organising a wave of protests. (Evgeny Feldman/Pool Photo via AP)

Happy birthday, mister President. Firmato Navalny.

Il 7 ottobre in Russia tutti i cittadini fanno la stessa cosa. Sia quelli che lo combattono che quelli che lo osannano: pensano al presidente del Paese più esteso della terra, Vladimir Putin, che compie 65 anni. Tra gli oltre 144 milioni di cittadini della Federazione, ce n’è uno in particolare che può rovinare il compleanno del presidente. È il blogger ed oppositore politico dell’ex spia del Kgb, Alexei Navalny, che sta organizzando proteste di massa per sabato in 80 città della Russia. L’avvocato che combatte la corruzione ormai da anni, prima via web e poi con le marce in piazza che sfidano le divise, vuole candidarsi alla presidenza l’anno prossimo, a marzo 2018. Per Putin è “un traditore nazionale”. Per il governo è incandidabile, perché ha la fedina sporca per frode, imputatagli dopo un processo farsa a suo carico.

Se Putin ha quasi 70 anni, Novalny ne ha appena 41.

Putin diventa più vecchio ad ottobre, «dunque permettiamogli di godersi la meritata pensione», ha fatto sapere Navalny in un messaggio che ha spedito dalla prigione, dove è stato rinchiuso per la terza volta. Insieme a lui sono state 1750 le persone finite in manette per aver partecipato a una marcia di protesta a giugno. «È al potere da 18 anni, è abbastanza» ha detto Navalny del presidente. Putin non ha ancora ufficialmente ammesso che si ricandiderà a marzo, ma non c’è dubbio che tenterà di rimanere al potere almeno fino al 2024. Secondo i sondaggi per lui voterebbe l’82% dei cittadini, solo il 2% per Navalny.

Ma se scioperano i ministri, gli altri che dovrebbero fare?

Il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio durante il vertice sul dossier dei trasporti locali piemontesi presso la sede della regione in piazza Castello, Torino, 18 agosto 2017 ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

Ho grande rispetto per la sofferenza (augurandoci che non sia simulata e elettorale) di chi in queste ore ha deciso di aderire allo “sciopero della fame” (pur con una fame molto blanda) per l’approvazione dello “Ius soli”. Deve essere terribile essere stati eletti per mettere in pratica un programma elettorale che è stato tradito se non addirittura sovvertito dopo la famosa “non vittoria di Bersani” e soprattutto dopo il ciclone Renzi che ha portato quel che fu Partito democratico ad essere il miglior esperimento di centrosinistra simulato degli ultimi vent’anni in Italia.

Del resto stiamo parlando di un governo che, per pugno di Minniti, ha “liberato” il Mediterraneo (o almeno così dicono, così credono, poiché manca poco vedrete alla normalizzazione dei flussi) sommergendo i diritti umani direttamente sulla terraferma libica evitando che sporchino in giro. Stiamo parlando di un governo che, su sanità e scuola e povertà, ha fatto ciò che sembrava irrealizzabile per il Berlusconi delle sue stagioni migliori. Parliamo di un governo che ha fatto impennare il bilancio di armamenti e delle amicizie con i guerrafondai.

Facile quindi immaginare che, se ti allei con la destra, anche lo “Ius soli” rimanga una bella intenzione. Non c’è bisogno di essere fini politologi. Del resto come poter spiegare che lo “Ius soli” non ha nulla a che vedere con la cittadinanza indiscriminata agli stranieri se tutte le mattine ti accompagni a braccetto con Angelino Alfano, quello che dice «la legge è giusta ma non dobbiamo perdere voti»?

Tuttavia la domanda vera, leggendo i giornali di stamattina, è un’altra: ma se componenti di primo piano di governo protestano contro se stessi (le alleanze che si sono scelti, la direzione politica che hanno loro stessi voluto prendere e tutto il resto) con lo sciopero della fame esattamente cosa dovrebbero fare le migliaia di persone senza cittadinanza?

Perché poi, attenzione, questi sono gli stessi che tengono lezioni sul populismo e sul senso della misura. Loro.

Buon venerdì.

Annie Ernaux: «Ciò che conta è la postura»

Con piacere riproponiamo questa intervista alla scrittrice francese Annie Ernaux (realizzata nel luglio 2016 dopo la sua vittoria del premio Strega europeo) in occasione del Nobel per la letteratura che le è stato conferito il 6 ottobre 2022

«Il tema non è così importante. Ciò che conta è la postura nella scrittura. Io ho scelto la realtà». Con queste parole dirette, asciutte, Annie Ernaux dialoga con il coraggioso Marco Missiroli, artista in residenza all’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, diretto per qualche settimana ancora da Marina Valensise. «Durante tutta la mia giovinezza ho letto romanzi di finzione, poi ho scoperto che nei romanzi poteva entrare la realtà e ne sono rimasta sconvolta». La sala conferenze dell’Istituto accoglie i visitatori tra specchi e boiserie dorate, le ampie finestre dell’Hôtel de Galliffet affacciano su un giardino verdissimo, con un prato e i grandi castagni così caratteristici della Rive Gauche. Si entra in un tempo altro, il tempo letterario, lo stesso che si ritrova nei libri di Annie Ernaux.

La memoria come strumento di ricerca della realtà, la memoria che tradisce, che cambia, che rimuove, che amplifica e che viene ricostruita, o forse decostruita attraverso la scrittura. Un esercizio di sottrazione più che di accumulazione. Ernaux racconta che l’accumulazione avviene nel lavoro di preparazione che può durare anni: note, liste di ricordi, una frase, una parola, un dialogo avvenuto molti anni prima. «Prima di scrivere, non c’è niente, solo una materia informe, ricordi, visioni, sentimenti… poi mi metto alla ricerca della forma». In uno dei suoi capolavori La Place, Il posto (L’orma editore per la traduzione italiana), la forma è completamente svuotata di ogni sentimento, sebbene nasca dal dolore, la progressiva separazione dal padre, l’allontanamento dalle proprie origini sociali e la morte di quest’ultimo, la scrittura è “piatta” come la definisce l’autrice, «ho tolto tutto, è stata una sorta di depurazione, mi sembrava l’unico modo giusto di trattare l’argomento, di rimanere fedele alla storia che dovevo raccontare».

C’è una componente politica in questa scelta di spoliazione. Lo spiega bene Annie Ernaux nel libro che raccoglie le sue conversazioni con Frédéric-Yves Jeannet, L’écriture comme un couteau, la scrittura come un coltello: “Porto nella letteratura qualcosa di duro, di pesante, di violento anche, legato alle condizioni di vita, alla lingua del mondo che fu il mio, completamente, fino a diciotto anni, un mondo operaio e contadino. Sempre qualcosa di reale. Ho l’impressione che la scrittura è ciò che posso fare di meglio, nel mio caso, nella mia situazione di transfuga, come atto politico e come dono.

Piove fuori in questa estate che non arriva. Piove forte e la sala si fa scura, poi esce il sole mentre la pioggia continua a scendere e il verde delle piante diventa oro e smeraldo, più scintillante ancora degli specchi e delle boiserie. E penso a quanto i libri di questa donna siano importanti per me. A quanto la sento presente, viva, radicale. A quanto le sue parole mi tocchino nel profondo, sconvolgendomi. È questa la letteratura. Mi avvicino a lei alla fine dell’incontro con un po’ di emozione per farle firmare una copia del suo ultimo, bellissimo libro, Mémoire de fille, che si conclude con questa frase: «È l’assenza di senso di ciò che viviamo nel momento in cui lo viviamo che moltiplica le possibilità della scrittura». Siamo sedute per qualche minuto una accanto all’altra, scambiamo qualche parole, poi mi scrive: «A Chiara, con tutta l’emozione di un bisogno di scrivere condiviso». Per un istante la solitudine della scrittura è spezzata. Come in un incantesimo.

C-star alla deriva, l’ultradestra abbandona la nave anti-ong

Dopo la falsa partenza, le accuse di traffico di esseri umani, i problemi tecnici e il paradossale (tentato) soccorso da parte di una organizzazione non governativa, la nave anti-migranti (e anti-ong) C star si trova ora in stato di abbandono al largo delle coste catalane, con a bordo 9 membri dell’equipaggio originari dello Sri Lanka, rimasti senza viveri né acqua né carburante. La conferma viene dalla Croce rossa catalana, che è intervenuta portando a bordo cibo e acqua, come spiega in una nota di lunedì scorso.

La nave – 40 metri, battente bandiera mongola, di proprietà della Maritime global services Ltd di Cardiff – era stata noleggiata dall’ organizzazione di ultradestra Generazione identitaria per dare man forte alla Guardia costiera libica nell’impedire le partenze di migranti dalle coste nordafricane e vigilare sull’operato delle Ong che contribuivano ai soccorsi nel Mediterraneo, all’interno della missione battezzata Defend Europe.

Il team di xenofobi, però, ha abbandonato il natante il 27 agosto, annunciando il termine della missione, durata in tutto 5 giorni. «Quando si dice l’ironia della sorte. Prima affittano una nave a bandiera mongola con l’equipaggio dello Sri Lanka per protestare contro l’immigrazione in Europa. Poi abbandonano lo stesso equipaggio in Europa», recita con una punta di sarcasmo la nota dell’International transport workers’ federation (sindacato dei marinai) riportata dal Corriere della Sera. Il sindacato ha denunciato inoltre l’abbandono dei marinai da parte dell’armatore, che avrebbe smesso di pagare, oltre al carburante, gli stipendi al personale a bordo. L’ennesimo triste e imbarazzante capitolo di una storia di intolleranza e ipocrisie. 

«Violazione della dignità umana» in Siria: soldato di Assad condannato in Svezia

In this image made from video and posted online from Validated UGC, a man carries a child after airstrikes hit Aleppo, Syria, Thursday, April 28, 2016. A Syrian monitoring group and a first-responders team say new airstrikes on the rebel-held part of the contested city of Aleppo have killed over a dozen people and brought down at least one residential building. The new violence on Thursday brings the death toll in the past 24-hours in the deeply divided city to at least 61 killed. (Validated UGC via AP video)

Un ghigno sulle labbra, riconoscibile tra i pixel dell’immagine scattata anni fa. Sotto quel volto la divisa dell’esercito governativo e un anfibio nero, che schiaccia una testa ormai senza vita. Quando l’uomo è arrivato nella capitale svedese, alcuni richiedenti d’asilo siriani lo hanno riconosciuto da quella vecchia foto postata su Facebook. Si era fatto immortalare sorridente accanto ad una torre di cadaveri, mentre con uno stivale ne calpestava i corpi, protagonista di una schiacciante immagine della vittoria prepotente e infame, contro chi era ormai morto e non poteva più difendersi. Quell’uomo della foto è solo un soldato di basso rango, arrivato poi in Svezia come rifugiato, ma oggi in Europa è già il simbolo di un inizio: è la prima volta, dopo sei anni di conflitto, che un membro dell’esercito di Assad è stato condannato per un crimine di guerra.

L’uomo si chiama Mohammad Abdullah, ha 32 anni e «ha violato la dignità umana con i suoi stivali, calpestando cadaveri». Per questo rimarrà otto mesi in prigione. Non in Siria, ma in Svezia. È la prima divisa di Assad a finire in tribunale e poi in carcere, per quello che è successo durante un conflitto che si è portato via mezzo milione di vite, soprattutto bambine. Non è un capo militare. Il soggetto, come la pena, quanto il crimine, dopo tutto quello che è successo in Siria, – dove tutte le sfumature della brutalità sono state usate -, è simbolica. Come simbolico è il numero del caso, il primo: lo sarà davvero se sarà il primo di tanti, perché crimini di guerra sono stati commessi da tutti i fronti, dietro ogni lato della barricata, dalle divise di ogni esercito che ha combattuto nel paese.

I processi contro le forze siriane governative cominciano nelle corti europee. Germania e Svezia sono gli unici Paesi in cui i progressi della giurisdizione internazionale avanzano, procedono, migliorano: chi ha violato la legge, anche fuori dai loro confini nazionali, verrà punito. «La Svezia non è un paradiso per criminali di guerra. In Svezia c’è il dovere internazionale di perseguire questi crimini» ha detto l’avvocato accusatore di Abdullah, Henrik Attorps. Quando i giudici hanno emesso la sentenza, ribadendo che quel post sui social non costituiva una prova per la responsabilità dell’uccisione di quelle persone, Attorps ha riaperto il caso formalizzando un’altra accusa di crimini di guerra ed ha imputato all’ex soldato la «violazione della dignità umana».

Per quello che è successo in Siria e in Iraq negli ultimi sei anni adesso ci sono altri 13 casi in attesa di giudizio nel paese scandinavo, mentre 17 sono sotto investigazione in Germania. Se la legislazione svedese prevede che si proceda al processo solo se sospetto, vittima o testimone siano sul suo territorio nazionale, la Germania non richiede un legame nazionale con il caso legale analizzato. Poi c’è un altro problema, un altro ostacolo lungo la strada delle famiglie delle vittime che chiedono giustizia da lontano, distanti dalla patria dove hanno perso casa, destino, amici, famiglia, parenti. Per le ultime policy dei social network, immagini, video, frasi, usate dai criminali di guerra, – materiale che potrebbe costituire una prova in tribunale -, adesso vengono rimosse o eliminate automaticamente dagli algoritmi dei social. Di queste foto, video, frasi, testimonianze di atrocità brutali, ce ne sono a migliaia incastrate nel web, da quando tutto è cominciato nel 2011. Eliminarle vuol dire distruggere materiale probatorio necessario, da usare davanti alla corte, in questi processi che qualche avvocato coraggioso, insieme ad attivisti ancor più coraggiosi, sta portando avanti. Proprio come è successo nel primo caso svedese, quello di Abdullah.

L’ex soldato della foto, quando è stato interrogato dalla Corte, ha risposto che è stato costretto a posare su quei corpi dal suo comandante, che quelli ammassati erano cadaveri di miliziani dello Stato Islamico e non civili. Ha affermato di essere un dottore, di non aver mai avuto un’arma. Ma sono stati sempre i social network a smentirlo. Quando Abdullah ha chiesto asilo nel 2015, gli attivisti siriani lo hanno subito individuato e segnalato al Migration Board come membro dell’esercito di Assad. Per dimostrarlo, però, ci sono voluti due anni, due lunghi anni, «c’è voluto tempo, per le prove , per convincere le autorità che andasse arrestato».

Anche Rami Hamido dalla Siria è arrivato in Svezia proprio come quel soldato, da rifugiato, ed ha aiutato a costruire il caso, indagare e portare a termine il processo. Hamido, fondatore della Syrian al Kawakibi Organization for Human Rights, fino alla fine del processo, ha sopportato lunghi silenzi, minacce di morte e la sensazione «che il regime di Assad potesse raggiungermi anche in Svezia». Molti combattenti dello Stato Islamico e dei gruppi ribelli siriani sono stati già processati e puniti, ma tutto questo nel tempo rafforza solo l’idea che i crimini siano stati commessi da una parte sola.

Da Halmstad, dove ora abita, un paio d’ore a sud della capitale, Hamido è arrivato a Stoccolma per sentire la sentenza emessa dalle toghe scandinave con le sue orecchie. Alla fine ai giudici ha detto: “grazie per la giustizia”. È una parola che i siriani hanno sempre in mente, ma pronunciano raramente ad alta voce. Non è stato facile arrivare fino all’ultima udienza, la conclusione di sforzi condivisi per arrivare a processare per la prima volta un membro dell’esercito di Assad. Questo ultimo passo per Hamido «è stato un lungo giorno. Ma non c’è pace senza giustizia e non c’è giustizia senza responsabilità».

Per il messaggio di Google antiterrorismo qui.

Il Pd in Sicilia è un manifesto politico

Il segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi, a Taormina presenta ufficialmente il candidato alla presidenza della Regione siciliana Fabrizio Micari, 08 settembre 2017. ANSA/ORIETTA SCARDINO

Dimmi chi candidi e ti dirò chi sei. Dovrebbe funzionare così se non fosse che i candidati a sostegno di un aspirante presidente (o sindaco o addirittura premier) di solito vengono vissuti come un “fastidio obbligatorio”. Ogni volta la stessa storia: dicono che sono tutti incensurati, che hanno firmato un certo patto etico e tutte quelle altre cose. Eppure i candidati in Sicilia a sostegno di Fabrizio Micari sono il manifesto di una scelta politica che sì accade in Sicilia eppure somiglia così tanto anche al piano nazionale che è stato (e forse che sarà).

C’è l’assessore uscente del governo Crocetta, Alessandro Baccei, lo stesso che Renzi aveva voluto spedire in Sicilia (sì, sì, è fiorentino, lo scrivo per i malpensanti, che ogni tanto a malpensare ci indovinano) commiserando di fatto il governatore siciliano. Dice il Pd che il nuovo progetto per la nuova Sicilia «deve essere in netta discontinuità con il governo Crocetta» e quindi hanno pensato bene di candidare il suo assessore. Niente male.

Candidano anche Vincenzo Vinciullo che nell’assemblea regionale ci è entrato alle ultime elezioni sotto la bandiera del Pdl e ora leader degli alfaniani. Niente di nuovo sotto il sole, insomma.

C’è Valeria Sudano, entrata in consiglio regionale con il “Cantiere popolare” del ministro Romano (sì, proprio lui) per poi transitare dalle parti dell’Udc e infine ovviamente approdare al Pd. Valeria Sudano, manco a dirlo, è una dei delfini preferiti dall’ex presidente Totò Cuffaro: «Li ho tirati su io, come la mia amica Valeria Sudano», ripete fiero Vasa Vasa.

E poi c’è quel Nicola D’Agostino che è stato il capogruppo di Mpa (il partito di Raffaele Lombardo, sì, proprio lui).

Micari si dice soddisfatto di avere composto le liste in fretta e con serenità.

Ottimo. Contento lui.

Buon giovedì.

 

«Questa è la scuola che vorrei». Lettera di una professoressa che lancia proposte

Professori e alunni a scuola per l'inizio dell'anno scolastico 2017/2018, Torino, 11 settembre 2017 ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Quando suona la campanella sono già in classe perché mi piace aspettare che i ragazzi entrino e mi trovino lì ad aspettarli. Mi piace vederli entrare un po’ assonnati e salutarli con un bel “Buongiorno!”. Sì, perché vorrei che ogni volta per noi fosse un buon giorno.

Invece mi ritrovo immediatamente a dover fare cose che mi distraggono dal rapporto con loro. Devo tirar fuori il mio computer, perché la scuola, nonostante il Piano Nazionale per la Scuola Digitale, non me lo fornisce, e iniziare a registrare una serie di cose sul tanto osannato registro elettronico: assenze e giustificazioni che poi devo riscrivere anche sul registro cartaceo, oltre che firmare su ogni libretto delle giustificazioni. Se ne vanno buoni dieci minuti. E non è finita qui perché, prima che finisca l’ora di lezione, devo prevedere un altro po’ di tempo per scrivere, sia sul registro elettronico che su quello cartaceo, gli argomenti della lezione e i compiti per casa. Con la rete che a volte funziona a volte no. Ho perso circa quindici/venti minuti del mio prezioso tempo con loro. Ma non ho fatto soltanto questo, ho anche minato l’affannosa ricerca di autonomia dei ragazzi, quell’autonomia che è, sulla carta, uno dei primi obiettivi sbandierati in tutte le programmazioni educative e in tutte le circolari ministeriali. Ma quale autonomia proponiamo se poi i genitori a casa controllano tutto quello che i loro figli devono fare? Di quale autonomia parliamo se, con la scusa della facilitazione del digitale, i nostri ragazzi non si preoccupano più neanche di scriversi i compiti sul diario? Tanto a casa c’è mamma o papà o chi per loro che, con la sua chiave di accesso personale, soltanto sua e non del ragazzo, entra nel registro, controlla tutto e mi dice, lui, quel che devo fare! Quale responsabilizzazione vogliamo che si realizzi negli adolescenti se niente dipende più dalle loro scelte e dalle loro azioni?

Non tacciatemi di passatismo, ma prima le cose andavano in un altro modo. Se facevi o non facevi i compiti era un tuo problema che dovevi poi risolvere nel tuo personale rapporto con gli insegnanti, nel quale i genitori entravano soltanto in casi di eccezionale gravità su invito dei docenti stessi. Avreste mai visto fino a qualche anno fa un genitore recarsi a scuola, fuori da qualsiasi orario di ricevimento, per chiedere all’insegnante spiegazioni su un argomento che il figlio avrebbe dovuto studiare e che probabilmente non aveva ben compreso? Non sarebbe mai accaduto. Il ragazzo o la ragazza sarebbero entrati in classe e avrebbero chiesto, loro, all’insegnate di rispiegare un qualche argomento, dimostrando tra l’altro il proprio interesse e la propria motivazione ad apprendere. L’insegnante avrebbe poi scoperto, con la propria sensibilità e capacità professionale, se era soltanto una scusa per non fare i compiti. Ora no, se qualcosa non è chiaro, ci pensano la mamma o il papà. Autonomia, interesse, motivazione, responsabilizzazione: belle parole che servono ormai soltanto a riempire inutili pagine di programmi e proclami di ministri.

Come pensiamo che gli adolescenti possano avventurarsi nel mondo se non li lasciamo fare e pensare da soli?
E l’insegnante che si trova ridotta la propria ora di lezione per fare cose che egli sente completamente inutili e addirittura dannose per i ragazzi, come vive il suo ruolo? Da un lato la deontologia professionale richiederebbe attenzione e personalizzazione dell’insegnamento, cose che pretendono presenza e tempo, dall’altro il tempo e la presenza gli vengono strappati via per azioni non soltanto vuote di senso, ma anche controproducenti.
Siamo alla dissociazione: si distrugge quel che si dice di voler costruire.
È un’altra la Scuola che vorrei. È una Scuola che si apre la mattina alle 8 e chiude la sera alle 18. È un posto dove si va per conoscere e conoscersi, non per acquisire delle competenze. Un ambiente fatto di stanze colorate, di scaffali con tanti volumi e di tavoli dove si possono aprire libri, giornali, quaderni, senza che uno studente sbatta il gomito su quello del compagno che gli siede accanto. Dove ci sono anche i computer e la rete, ma vengono utilizzati come strumenti utili e non come sostituti di un rapporto di insegnamento che penso si possa definire tale solo se è svolto tra due esseri umani.

Vorrei che i miei colleghi di lavoro avessero il tempo di fermarsi a guardarti negli occhi magari con un sorriso da regalarti, anche quando sei seria e preoccupata per qualcosa che è andato storto. Soprattutto la Scuola che vorrei è un posto dove il digitale viene utilizzato per facilitare il lavoro e per risparmiare tempo prezioso: un ingresso degli allievi con un budge che segna la loro presenza. I genitori potrebbero così giustificare le eventuali assenze direttamente da casa sul sistema. Se l’allievo arriva a scuola senza aver preventivamente giustificato l’assenza, scatta il rosso e la presenza non viene segnata con immediata segnalazione alla famiglia, via sms, che potrà immediatamente giustificare l’assenza. Così io in classe non devo sprecare il mio tempo per fare l’appello e registrare gli assenti prima su un registro cartaceo e poi su quello elettronico e fare la stessa cosa per registrare le giustificazioni delle assenze e dei ritardi e magari telefonare ai genitori per segnalare la mancata giustificazione. Avrei risparmiato almeno 20 minuti della mia ora di lezione! Sarebbe bellissimo!!!! È questo il digitale che vorrei!!!

L’innovazione digitale a scuola dovrebbe servire per avere più tempo e non per averne sempre meno. E, dato che la mia materia di insegnamento è la Storia dell’arte, vorrei tutta la strumentazione necessaria per poter fare delle proiezioni in ogni classe e non dover spiegare la Vergine delle rocce sulle immagini del libro di testo di quattro centimetri per sei dove è piuttosto complesso far comprendere ai ragazzi la prospettiva aerea o i moti dell’animo di Leonardo da Vinci. Non dovrei così spostarmi ogni volta da un piano all’altro, sprecando un altro quarto d’ora della mia ora di lezione, per andare nell’unica aula dove è presente un video proiettore connesso a internet e magari trovarla occupata da un’altra classe!

Vorrei anche una scuola dove non esiste la bocciatura, ma dove a ognuno è concesso il tempo di cui ha bisogno per raggiungere il traguardo. Basterebbe mettere in atto un sistema di crediti come accade in molte scuole del Nord-Europa: se non si raggiungono gli obiettivi dell’anno in corso in una determinata materia, si prosegue nell’anno successivo. E se non bastano i prestabiliti cinque anni, che una sciagurata sperimentazione vuole addirittura ridurre a quattro, qualcuno ne farà uno in più studiando soltanto le materie in cui non ha raggiunto gli obiettivi previsti. Se poi mi trovo di fronte un piccolo genio, posso farlo passare a un livello superiore facendogli risparmiare tempo e anche un po’ di noia.

E ancora, vorrei classi non formate da ventisei alunni, di cui tre disabili, tre Dsa e tre Bes!!!! Vorrei quindici alunni per classe per poterli seguire con calma e attenzione, personalizzando i miei interventi a seconda delle esigenze del ragazzo, perché per me tutti i ragazzi hanno esigenze educative speciali e nessuno deve essere ridotto a una sigla. Forse riuscirei a far recuperare eventuali lacune a tutti e riuscirei anche a farli parlare, con calma, di se stessi, dei propri problemi e delle proprie aspirazioni! E vorrei la presenza di insegnanti di sostegno per tutto il tempo necessario al ragazzo in difficoltà, perché possa aiutarmi a lavorare veramente con lui e non ritrovarmi da sola e impotente di fronte a esigenze che so di non poter soddisfare perché quel ragazzo ha bisogno che qualcuno gli stia vicino tutto il tempo individualizzando gli interventi. Come posso farlo se devo contemporaneamente essere presente per altri venticinque alunni?

E i pomeriggi, quei pomeriggi che i ragazzi passano per lo più da soli a casa davanti a un libro aperto abbandonato per inseguire messaggi e chat varie su uno schermo, vorrei che li passassero a scuola: a fare sport, attività teatrali e musicali; a parlare con i compagni, studiare con loro, magari con l’aiuto di un insegnante; a leggere qualche giornale, discutere di argomenti che li interessano, scoprire che esiste un mondo che dentro le mura della propria casa non entra. Perché i nostri ragazzi sanno poco o niente di quel che accade fuori da quelle mura, ma anche fuori dalla Scuola, oltre quel tempo ormai così ristretto e claustrofobico dove c’è poco spazio per far entrare il mondo vero con tutte le sue tragedie e ingiustizie, ma anche con tutti i movimenti belli che qualcuno eroico riesce ancora a proporre.
Ma lo Stato non può fare seri investimenti nella Scuola: non ci sono soldi. Ma poi non si fa nulla per fermare l’evasione fiscale e si trovano soldi per sgravare le imprese dalle troppe tasse, per salvare banche o aziende ormai bollite.
Stiamo dicendo alle nuove generazioni che non esistono, che non possiamo occuparci di loro, che non abbiamo niente da dargli, se non uno smartphone che li distragga da qual che succede attorno a loro, perché non pensino troppo e non si facciano troppe domande. Stiamo dicendo loro che il futuro non ci interessa.
Provate ora a immaginare come si sente un’insegnante dopo quattro ore di lezione passate a perdere tempo con il computer, a guardare impotente alcuni alunni che sa di non poter aiutare e, nel frattempo, fare una dignitosa lezione per tutti e sapere che quella lezione sarà una piccola goccia di acqua pura in un mare in tempesta. Non so se ci potete riuscirci senza averlo provato almeno una volta, ma vi assicuro che è qualcosa di molto duro che soltanto chi ha una buona dose di propria vitalità e intelligenza riesce a sopportare senza farsi schiacciare. E riesce a tornare il giorno dopo in classe con un bel sorriso da regalare.

Serbia, Medici senza frontiere: «Violenze ripetute delle polizie di Paesi Ue contro bambini»

A unaccompanied minor poses for a photograph with his back to the camera as he stands inside a disused, decrepit factory that refugees use as temporary shelter, in the town of Sid, Serbia, Monday, July 17, 2017.

«Sono stato catturato dalla polizia croata quando ero quasi al confine con la Slovenia e sono stato picchiato a lungo. Mi hanno spogliato nudo, faceva molto freddo. Mi hanno messo nella parte posteriore della macchina e mi hanno riportato fino in Serbia. I vestiti che indosso ora mi sono stati dati in Serbia». È un ragazzo afghano di 15 anni a parlare, ed è solo una fra le drammatiche testimonianze raccolte da Medici senza frontiere nel loro ultimo rapporto, “Giochi di violenza”, dove vengono denunciate le quotidiane brutalità subite anche da minori ai confini della Serbia con l’Ungheria, la Bulgaria e la Croazia, tutti e tre membri della Unione europea.

Gli autori di tali violenze, additati – senza tanti giri di parole – nel report, sono le autorità e la polizia di frontiera degli Stati Ue. Le prove sono i dati medici e di salute mentale e le testimonianze di giovani pazienti, raccolte da Msf direttamente sul campo.

«Oggi, per i bambini e i ragazzi che provano a lasciare la Serbia, la violenza è una costante e nella maggior parte dei casi è perpetrata dalla polizia di frontiera degli Stati membri dell’UE», dice Andrea Contenta, responsabile affari umanitari di MSF in Serbia. «Da più di un anno – prosegue – i nostri medici e infermieri continuano ad ascoltare la stessa identica storia di giovani picchiati, umiliati e attaccati con i cani nel tentativo disperato di proseguire il loro viaggio»

Da gennaio a giugno 2017, il 92 percento di bambini e ragazzi curati nelle cliniche per la salute mentale della Ong e che raccontano di avere subito violenze fisiche, indicano come responsabili le polizie di Bulgaria (nel 48% dei casi), Ungheria e Croazia. Il modus operandi viene confermato da numerosi testimoni, e prevede percosse, morsi di cani, uso di spray urticante, in un «quadro apparente di violenza sistematica contro le persone che tentano di raggiungere l’Unione Europea», scrive Msf.

«È vergognoso che alcuni Stati membri dell’Ue stiano intenzionalmente usando la violenza per impedire a bambini e ragazzi di cercare asilo in Unione Europa. In questo modo, l’unico effetto è quello di causare seri danni sia fisici sia psicologici, rendendo questi ragazzi ancora più vulnerabili e spingendoli nelle mani dei trafficanti che l’UE e gli Stati membri dichiarano di voler combattere», dichiara ancora Contenta.

Medici senza frontiere lavora con i rifugiati, i richiedenti asilo e i migranti in Serbia dalla fine del 2014 fornendo cure mediche e di salute mentale, ripari, acqua e servizi igienici ai punti di ingresso e uscita dal Paese.

Quant’è difficile diventare madri se si è migranti. In un Paese ostile

Alcuni migranti accolti in Italia grazie al progetto dei corridoi umanitari, che in un anno ha portato in Italia ed aiutato ad intergrarsi quasi 800 profughi siriani. Roma, 5 giugno 2017. ANSA/ MICHELA SUGLIA

Se alla già complessa condizione di essere immigrati in Italia si somma quella di essere donna in un Paese che, sulla carta, dispensa pari opportunità di genere ma che, nei fatti, fa pesare ancestrali retaggi culturali di cieco patriarcato, la scelta di diventare madre complica la vita.
La maternità di una donna migrante, vissuta in un Paese diverso da quello d’origine e nel quale le reti sociali sono (dovrebbero essere) funzionali a sostenere solo i bisogni degli adulti singoli, fa i conti con scarsi strumenti e risorse. E, in una sempre più consistente femminilizzazione del processo migratorio, in cui le donne ricoprono ormai un ruolo da protagoniste, in un movimento che le affranca dalla vecchia immagine di soggetti passivi, la nascita di un figlio trasforma profondamente il loro progetto migratorio.

Se da sole hanno sempre potuto vivere in una posizione di invisibilità sociale, l’arrivo di un figlio spezza inevitabilmente l’isolamento. Se prima c’era, soprattutto, la volontà di risparmiare per investire nel Paese di provenienza, la maternità le costringe a nuovi comportamenti e consumi. Se, da una parte, sono investite dal desiderio di adeguarsi a valori vissuti come più moderni, dall’altra, la gravidanza, riattualizzando il rapporto con la madre, apre un conflitto interno con le proprie radici.
Anello mancante o fardello da cui separarsi, vivono in bilico nel delicato compito di conciliare riferimenti, valori e pratiche di cura diversi: come una tela di Penelope, tessono «i legami tra la cultura presente e quella del passato, tra i propri modelli educativi interiorizzati e quelli del Paese che ospita e, specularmente, il loro bambino è chiamato a costruire un’identità complessa a partire da almeno due diversi riferimenti culturali», si legge nel report Nascite migranti, redatto dall’associazione Il Melograno, che da trentaquattro anni si occupa del percorso nascita a Roma.

Differenti a seconda dei Paesi d’origine e della storia personale delle donne migranti, tutte, però, accomunate, al momento della nascita di un figlio, da un profondo senso di solitudine.  All’assenza del partner, reale o per incapacità di capirne le esigenze, si aggiunge quella della famiglia allargata che, in ogni tempo e in ogni cultura, ha sostenuto quest’esperienza di profondo cambiamento. «Iniziative, saperi, segreti: tutto questo viene passato dalle donne adulte e già madri alle future madri, in una continuità di legami che sostiene, rassicura e funziona come un “contenitore” affettivo ed esperto». Ma, si legge ancora: «nel Paese d’immigrazione, alle donne non viene quasi mai riconosciuto questo sapere, anche nel caso in cui esse abbiano già vissuto più volte l’esperienza della maternità prima di partire».

Ad alimentare l’isolamento, si aggiunga che l’informazione sanitaria nel Belpaese è pensata per le donne italiane e quelle migranti, anche a causa di difficoltà linguistiche, si trovano disorientate nel capirne norme e procedure, nel comprendere le parole degli operatori sanitari e nell’effettuare esami di cui non sempre concepiscono la necessità. E, nonostante per una donna rappresenti, come ogni fase di passaggio e di cambiamento, un momento di grande arricchimento interiore e di creatività, la maternità, per tutte, in Italia, è ancora considerata un ostacolo al lavoro e per le donne immigrate è fonte di più grande vulnerabilità occupazionale.

Svantaggio sociale, fragilità, solitudine possono avere effetti anche molto gravi tanto che l’Istituto superiore di sanità e l’Agenzia pubblica della regione Lazio hanno riscontrato nelle donne migranti un’incidenza maggiore, rispetto a quelle autoctone, di nascite prima della trentasettesima settimana di gestazione, difficoltà nel parto, basso peso corporeo alla nascita e mortalità nel primo anno di vita. Oltre agli elevati rischi per la sfera psichica, il disagio arreca «difficoltà a chiedere aiuto perché sicuramente gioca un ruolo fondamentale il timore del controllo sociale, l’ansia di essere giudicate inadeguate e la paura di un possibile allontanamento del figlio a opera dei servizi sociali». Senza negare che le risorse a disposizione, scarse e poco visibili, in una grande città (come Roma) e un’organizzazione dei servizi poco integrata fanno fatica a intercettare i bisogni delle mamme con più difficoltà. Ma con grandi potenzialità di adattamento e di trasformazione.