Home Blog Pagina 883

Fine vita e ius soli, perché la Chiesa dice no

Una delegazione del 'Movimento Italiani senza cittadinanza', rilascia una dichiarazione ai giornalisti, dopo aver incontrato Giusi Nicolini a margine della segreteria del Pd, Roma, 20 luglio 2017. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

E così i centristi, che alla Camera avevano dato il loro assenso, non sono stati più disponibili a fornire alla legge sullo ius soli il sostegno per la sua approvazione al Senato. L’ostilità alla legge del Movimento 5 Stelle, della destra, e il mancato appoggio di una parte della maggioranza, hanno spinto il governo a rinviare a dopo l’estate. Non sappiamo se questo sia solo un rinvio, oppure segni la fine di quella legge, ma al di là delle ragioni contingenti che avrebbero indotto il governo a rinunciare, qualche domanda dobbiamo porcela. Come mai proprio i centristi, il partito più vicino alla Chiesa cattolica – che dunque sappiamo a quali sollecitazioni risponda -, hanno cambiato posizione su questa scelta di civiltà? Come mai il cattolicissimo Mattarella ha espresso sollievo per la rinuncia del cattolicissimo Gentiloni? E perché, pur vedendo la legge con favore, su questo tema la Chiesa ha mantenuto un certo riserbo? Non invochiamo qui certo l’ennesima ingerenza, ma vorremmo sollevare qualche domanda, poiché il mondo cattolico è stato molto tiepido nei confronti della legge, fornendo un contributo decisivo alla sua mancata approvazione. La risposta non è difficile da trovare. La dottrina cattolica considera come atti d’amore la carità, il sostegno alla sofferenza, l’aiuto ai bisognosi, ma quando si tratta dell’esercizio dei diritti e del principio di uguaglianza ha sempre mostrato estrema cautela. La ragione di ciò va individuata in un nodo diffi9cile da sciogliere. Per la Chiesa, infatti, i diritti non provengono dalla sovranità popolare, dunque non sono connessi allo sviluppo della democrazia e all’esercizio della libertà, ma da dio. E questo è un fatto che l’analisi della storia e del pensiero cattolico può facilmente accertare. Non solo la Chiesa ha sempre contrastato la concezione dei diritti dell’uomo come definiti dalla dichiarazione del 1789 – affermando che la libertà di culto, di pensiero, di stampa, come anche l’idea che tutti gli uomini siano uguali, sono principi contrari alla religione cattolica -, ma anche quando, con la Rerum Novarum del 1891, Leone XIII ha riconosciuto alla “persona” alcuni diritti di tipo economico (giusto salario, vita dignitosa, diritto alla proprietà, contratti e protezioni nei luoghi di lavoro) è rimasto ben lontano dal sostenere quei diritti politici che erano lo strumento tramite il quale le classi subalterne potevano emanciparsi anche economicamente. È per questa sua opposizione alla libertà politica che la Chiesa si è sempre trovata a suo agio accanto alle peggiori dittature, da quella di Mussolini, a Franco (la cui Costituzione fu a lungo considerata come modello ideale per i rapporti tra Stato e Chiesa), all’America latina. L’ostilità della Chiesa all’affermazione dei diritti dell’uomo prosegue fino al secondo dopoguerra, quando, dopo le catastrofi generate dalla loro negazione, con le discussioni e le lacerazioni tra i cattolici attorno ai principi sanciti dalla Carta delle Nazioni unite del 1948, e poi con Giovanni XXIII, si giunge al fatto che la Chiesa riconosce i diritti della «persona umana», indicando però con questa dizione la necessità che i diritti dell’uomo rimangano subordinati ai diritti della persona: questi ultimi, in realtà, più che diritti dell’individuo sarebbero diritti di dio, e di essi dunque la Chiesa vuole esserne l’interprete. La libertà e l’uguaglianza (tra uomini e donne anzitutto, ma anche tra battezzati e non battezzati, tra credenti e non credenti, tra ebrei – definiti fino al Concilio Vaticano II come “popolo deicida” – e cattolici, e via elencando) dunque, non sono temi che trovano spazio nella sua dottrina. Così, anche per questo, la Chiesa è a suo agio quando deve fare la carità, ma lo è molto meno quando si tratta di affermare un’uguaglianza nei diritti. Dunque la legge sulla cittadinanza può anche essere messa da parte. Certo, il mondo cattolico ormai è un mondo assai articolato….

L’articolo di Andrea Ventura prosegue su Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Una nuova figurina nella collezione dei bulli: Macron

epa06112398 French President Emmanuel Macron gestures as he delivers a speech during a citizenship ceremony in Orleans, central France, 27 July 2017. EPA/MICHEL EULER / POOL MAXPPP OUT

Ma ve lo ricordate quando, non sono passate molte settimane, qui da noi erano tutti dalla parte di Macron? Ve li ricordate gli amici del PD che alle elezioni francesi esultavano per “l’uomo nuovo senza partito”, sempre disposti ad aggrapparsi all’uomo salvifico straniero?

Beh, tenetelo bene a mente. Perché ora che Macron sta dimostrando di essere liberale e europeista per finta, con una visione gretta e stretta solo ai propri interessi nazionali, li sentirete tutti cambiare corsia, fingendo di accusare il presidente francese fingendo di non sapere che la zimbellitudine italiana sia figlia soprattutto di una programmazione ristretta che punta al massimo al prossimo seggio o all’autopreservazione nei posti di governo.

La Francia ieri ha perculato (permettetemi la volgarità, non trovo sinonimi) l’Italia, con la decisione della nazionalizzazione dei cantieri di Saint-Nazaire che erano promessi a Fincantieri, perché il governo del nostro Paese anche all’estero è vissuto per quello che è: un’accolita di camerieri che affannosamente tentano di non rovinare l’apparecchiatura sperando che tutto si ripeta alle prossime elezioni. Così, dopo la boutade degli hotspot che la Francia avrebbe voluto creare in Libia, ora il bulletto in salsa francese si diverte a stracciare (temporaneamente, come dice lui) gli accordi con Fincantieri in nome di una “ragion di Stato” che puzza da qualsiasi lato la si annusi.

Ma in fondo è il giusto contrappasso: a forza di fare i bulli si trova sempre qualcuno più bullo che ti epura.

Avanti così.

Buon venerdì.

Giocano a Risiko sulla pelle dei migranti

Si sono ritrovati tutti a Tunisi, lo scorso 24 luglio. Dall’altra parte del Mediterraneo. L’autostrada che unisce due continenti. E che, di comune accordo, si tenta di sbarrare. L’occasione: una delle numerose riunioni che scandiscono la politica dell’esternalizzazione del controllo delle frontiere. Gli attori: i rappresentanti dei Paesi africani ed europei maggiormente interessati dalla rotta del Mediterraneo centrale. L’obiettivo: arginare la situazione libica rafforzando le relazioni con i Paesi vicini.
Fondi europei allo sviluppo condizionati all’impegno nella gestione delle proprie frontiere. È ormai questo il fulcro della dimensione esterna delle politiche di immigrazione e asilo, sia a livello italiano che continentale. E l’intensificazione di questa dimensione è dimostrata dai fondi che si è deciso di stanziare, corredando dunque gli impegni politici con precise strategie progettuali e di investimento. La logica dell’esternalizzazione prevede un impegno degli Stati africani, in cambio di fondi europei allo sviluppo. Da un lato la chiusura delle frontiere marittime e terrestri, dall’altro procedure di espulsione accelerate, senza intoppi nelle identificazioni.

Il reportage si Sara Prestianni prosegue su Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Left è ateo

Lo abbiamo detto già molte volte ma lo voglio ribadire un’altra volta: Left ha una linea editoriale atea. Per noi non è una regola stabilita come fosse un dogma da rispettare. È un’esigenza. Una necessità.

L’essere noi stessi lo rende necessario. L’essere noi stessi, per noi, significa essere esseri umani, ossia persone che hanno prima di tutto un interesse verso gli altri e non verso qualche entità superiore più o meno onnipotente e imperscrutabile. Lo abbiamo detto e affermato più volte ma lo voglio ribadire di nuovo.

Ciò che mi spinge a farlo è una paginetta scritta da Scalfari domenica scorsa sull’Espresso.

Se l’è presa di brutto con gli atei. Saremmo, noi atei, più o meno paragonabili alle scimmie perché il nostro io, come quello degli animali, non si contiene. Cosa poi voglia dire non contenersi non è chiaro. Avrebbe necessità di odiare chi non è ateo, il nostro Io. Oltre che di affermare se stesso oltre misura. Addirittura sarebbe un io che non pensa perché non si giudica. Gli atei giusti sarebbero i semi-atei che però non è dato sapere cosa significhi esattamente. Però possiamo dedurre che quello degli umani “veri” sarebbe un io che si contiene e che non è ateo.

A tale riguardo Eugenio Scalfari ci propone il suo modello virtuoso che è «Il non credente». Esso è una persona che non crede nelle divinità religiose, il che sarebbe effettiva- mente poco chic, né «nell’assolutismo dogmatico e areligioso dell’ateo» ma «crede in un essere che è trascendente la vita umana». Semplificando, ogni vita, manifestazione qui sulla terra dell’essere, tornerebbe ad esso dopo aver esaurito il suo corso. Un mix tra Parmenide, Heidegger e Platone.

Ora non voglio dilungarmi su quanto detto dall’autorevole fondatore del Gruppo editoriale l’Espresso. Voglio solo esercitare il mio «assolutismo da ateo», anche se non militante ma soltanto pensante. Mi piace usare il mio pensiero da primate non abbastanza evoluto per cercare di comprendere.

Perché nella paginetta di Scalfari, a parte le battute, ho letto un grossolano errore riguardo agli atei che forse poi nasconde la vera spiegazione del motivo per cui Scalfari non comprende gli atei.

«Dopo la morte, per l’ateo, non c’è che il nulla».

Non sono d’accordo. Nel senso che io non la penso per niente così. E penso di poter affermare tanta parte di atei non la pensano così. Per l’ateo, dopo la morte, non c’è il nulla. Perché dire “c’è il nulla” significa affermare che c’è ancora un essere senziente, un essere che possa avere la possibilità di apprezzare che c’è qualcosa ossia che “c’è il nulla”. Mi scusi il lettore la sottigliezza ma il punto è proprio questo.

L’ateo semplicemente afferma che dopo la morte non c’è niente, il che non significa dire che dopo la morte c’è il nulla. È tutt’altra cosa. Dire che “c’è il nulla” significa dire che “c’è qualcosa”.

La morte, per l’ateo, fa parte della vita perché ne è la sua conclusione. La morte non è “l’inizio di qualcosa dove c’è il nulla”. La morte è la fine della realtà biologica umana che porta con sé, in particolare, la fine della realtà psichica.

Fintanto che la biologia del corpo è vivente la mente esiste. Quando il corpo muore, con esso muore anche la mente. Essa scompare. Ma questo non vuole dire che c’è il nulla! Semplicemente non c’è più l’esistenza della mente. Potremmo dire c’è una non esistenza ma questa non esistenza può essere affermata solo da altri, non dal soggetto che non esiste più. Perché è l’io che non è più esistente.

Non è l’io che determina l’esistenza o meno di se stesso ma più semplicemente è l’esistenza in vita del corpo dal quale l’io è nato per la dinamica di formazione del pensiero alla nascita, – come teorizzato da Massimo Fagioli – che determina l’esistenza della mente.

Il pensiero inizia con la nascita e finisce con la morte. Non è il pensiero che determina la propria esistenza o la propria non esistenza. Esso esiste fintantoché è in vita il corpo da cui esso si è generato.

Il problema qui è un altro. È comprendere che il pensiero ha la sua origine nella reazione della sostanza cerebrale alla luce. Il pensiero esiste ed ha origine dall’idea di non esistenza del mondo. In questo senso ha in sé pensiero di non esistenza che poi è il primo pensiero umano (si legga a proposito Istinto di morte e conoscenza di Massimo Fagioli, l’Asino d’oro edizioni).

La non esistenza del mondo non umano porta con sé il pensiero di esistenza del mondo umano ossia la certezza dell’esistenza di un altro essere umano con cui avere rapporto.

La realtà più profonda del pensiero umano è l’esistenza e il rapporto con altri esseri umani. Perché esso è il primo pensiero umano insieme a quello di non esistenza del mondo non umano.

Ma il pensiero di non esistenza non è una realtà statica. Perché è compreso nella dinamica della nascita che appunto è una dinamica.

L’intelligenza dell’essere umano sta nella capacità di immaginare e creare qualcosa di non ancora esistente. Questo comprende l’annullamento, la sparizione dell’esistente per permettere la comparsa, la creazione del nuovo.

La creazione del nuovo è una possibilità esclusivamente umana. Nessun animale crea cose nuove. Dio è il nome dato dagli esseri umani alla alienazione di questa possibilità umana di creare il nuovo. Allora la creatività umana diventa la creatività di dio. Fino ad arrivare a dire che l’amore sarebbe una caratteristica della divinità e non degli esseri umani. Oppure a non capire che gli atei non odiano nessuno.

L’editoriale di Matteo Fago è tratto dal numero di Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Louis Vuitton inciampa nelle sacre coperte di lana del Lesotho

epa06092407 Basotho tribesmen wearing the traditional Basotho tribal blanket (Seanamarena) to stay warm in the bitterly cold mountain air in Semonkong, Lesotho, 15 July 2017 (issued 17 July 2017). The Basotho tribal blanket (Seanamarena) is worn by the tribe in the tiny mountain kingdom that has been hit by a cold front bringing with it freezing air from Antarctica. The Bashoto blanket is part of the tribes culture and can be traced back to 1860 when a European trader gave one as a gift the then King of Lesotho, King Moshoeshoe I. EPA/KIM LUDBROOK

«Anche noi abbiamo dei nomi. Anche noi siamo creatori». Non potete sfruttarci così. Con queste parole si sveglia l’Africa del sud e le sue ire ribollono contro il potentissimo e blasonatissimo marchio Louis Vuitton.

La casa di moda è “accusata” di sfruttare la celebrità delle coperte di lana sacre del Lesotho, un’enclave all’interno della Repubblica del Sudafrica. Lesotho, in lingua bantu, vuol dire «terra del popolo che parla sotho», popolo la cui etnia principale è proprio quella basotho.

Le coperte, con le loro decorazioni e motivi ornamentali, sono parte fondante della loro cultura, uno dei tesori inestimabili di una popolazione che sopravvive con poco più di un dollaro al giorno. Adesso a quanto pare ne ritroviamo di simili sulle passerelle chic della moda e del lusso, sotto forma di costosissimi accessori da uomo.

E questo ha fatto scoppiare una furiosa polemica nel Paese sudafricano.

Maria McCloy, stilista sudafricana, parlando a nome di artigiani che si sono sentiti frodati dalla scelta della casa di moda, ha dichiarato al Courier International: «Anche gli artisti africani sono artisti. Anche noi abbiamo dei nomi. Queste cose non sono in vendita, nessuno ha il diritto di venire qui e di appropriarsene. Siamo in collera, ci sentiamo sfruttati».

«È normale che la Luis Vuitton si appropri della cultura basotho? Si tratta di un omaggio o di una forma di appropriazione culturale?» si legge sul Courier International. Queste stoffe, considerate sacre dalla popolazione, usate in rituali di passaggio della crescita dai basotho, costano ai locali mille rand sudafricani, ovvero 65 euro circa. Quelle con il marchio LV che la casa di moda ha ora messo in vendita in tutte le sue boutique a quanto pare costano oltre i 2100 euro.

Save the children: Minori invisibili e schiavizzati, così in Italia si lucra sulla tratta di esseri umani

Operatori di Save the Children impegnati nella distribuzione di kit con beni di prima necessità per far fronte al freddo e alla pioggia ai 39 minori non accompagnati sopravvissuti al naufragio a Lampedusa, prima del trasferimento oggi in una comunità di accoglienza in Sicilia, 11 ottobre 2013. ANSA / US Save the Children Italia ++HO NO SALES EDITORIAL USE ONLY++

Con il dossier Piccoli schiavi invisibili, appena pubblicato da Save the children, si fa luce sull’inquietante fenomeno dello sfruttamento di bambini e adolescenti in Italia. Attraverso un’analisi dettagliata dei dati raccolti negli ultimi tre anni e grazie alle parole delle vittime stesse, emerge un approfondito quadro di un fenomeno in crescita: quello dei minori soli, vittime invisibili della tratta. I dati del ministero dell’Interno confermano che il flusso migratorio di minori non accompagnati è in costante crescita: nel 2015 i minori soli sbarcati in Italia sono stati 12.360, nel 2016 invece sono stati ben 25.846 e nei primi mesi del 2017 i migranti arrivati in totale sono 60.228, tra cui 6.156 donne (2.800 nigeriane) e 8.312 minori stranieri non accompagnati.
Nel 2017 i 10 principali Paesi di provenienza dei minori non accompagnati sono: Guinea (14,7%), Bangladesh (14%), Costa d’Avorio (11,8%), Gambia (11,8%), Nigeria (7%), Senegal (6%), Mali (5%), Somalia (5%), Eritrea (4%) e Siria (3%).
Per la maggior parte dei minori non accompagnati, la spirale dello sfruttamento comincia sin dall’inizio della traversata e la parte peggiore solitamente coincide con la prima fase di ingresso in Italia. Spesso le vessazioni e i maltrattamenti hanno inizio sin dalla partenza verso l’Europa e continuano poi ininterrottamente in tutte le fasi della traversata. Nei Paesi di destinazione – Italia, Francia, Spagna, Paesi Bassi – la presenza di mercati illegali favorisce lo sfruttamento dei minori, che viene portato avanti da organizzazioni criminali, attive tanto sul fronte della tratta che in quello del traffico di esseri umani. Per la stragrande maggioranza, le vittime di sfruttamento sono bambini e adolescenti in fuga da guerre, violenza, povertà e crisi umanitarie. Una volta arrivati in Europa, questi ragazzi non trovano canali d’accesso sicuri e legali, e l’unica scelta possibile per loro diventa quella di affidarsi ai trafficanti.
Secondo i dati raccolti dal Dipartimento per le Pari Opportunità, nel 2016 le vittime di tratta inserite in protezione sono state complessivamente 1.172, di cui 107 uomini, 954 donne e 111 minori. Tra i minori, nell’ 84% dei casi si tratta di ragazze (93 femmine e 18 maschi). Il 50,45% è vittima di sfruttamento sessuale, lo 0,9% di minori è coinvolto in matrimoni forzati, il 3,6% nell’accattonaggio, il 5,41% è sfruttato sul lavoro e il 9,91% è coinvolto in azioni illegali come lo spaccio di droga. Più della metà delle vittime è di origine nigeriana (59,5% totale, 67% minori).
Purtroppo a livello nazione e internazionale – si legge nel Rapporto – mancano strumenti adatti a fornire una stima accurata del fenomeno, infatti questi dati non includono la maggioranza delle vittime della tratta che restano fuori dal sistema di protezione nazionale, dato che sono difficilmente raggiungibili dalle istituzioni.

Nel 2016 i minori arrivati via mare dalla Nigeria sono stati 3.040. Secondo il rapporto di Save the children, la maggior parte delle minorenni nigeriane giunte in Italia sono destinate alla tratta: le vittime sono sempre più giovani, povere e scarsamente scolarizzate. Si tratta prevalentemente di ragazze tra i 15 e i 17 anni, con una quota crescente di bambine tra i 13 e i 14 anni. L’adescamento solitamente proviene da persone di loro conoscenza che propongono alle ragazze un lavoro ben retribuito in Europa. Molte ragazze inoltre sono vittime delle cosiddette “Italos”: ex prostitute sopravvissute ad anni di schiavitù in Italia, tornate in Nigeria vantando successi e promuovendo l’idea di intraprendere il viaggio verso l’Europa. Le bambine e ragazze nigeriane solitamente arrivano in Europa attraverso un viaggio che prevede questo percorso: Kano (Nigeria), Zinder (Niger), Agadez (Niger), Dirkou (Niger), Sabha (Libia) e Tripoli (Libia). Da Tripoli spesso le vittime vengono spostate verso i porti libici di Zuara, Zarzis e Sabratah. Le ragazze vengono solitamente vendute durante il passaggio dal Niger alla Libia: qui cominciano ad essere sfruttate sessualmente in case chiuse fino a quando non avranno guadagnato abbastanza da poter pagare ai trafficanti l’oneroso viaggio verso l’Italia. Chi rifiuta di prostituirsi viene vessata e picchiata, e i trafficanti cominciano ad estorcere denaro ai parenti rimasti in Nigeria. Per evitare violenze ed estorsioni verso di loro e dei parenti rimasti nel paese d’origine, le ragazze, anche una volta giunte in Italia, lavorano in condizioni di schiavitù per lunghi periodi di tempo: dai 3 ai 7 anni. La vita di strada lascia segni fisici e traumi psicologici che difficilmente le vittime riescono a superare.

Le ragazze rumene rappresentano il secondo gruppo più numeroso nella prostituzione per strada, che avviene sia nei centri cittadini sia in zone periferiche ad un prezzo che si aggira intorno ai 50 euro. Nonostante nel 2015 la Romania sia stato uno dei Paesi europei in maggiore crescita, non c’è stata un’equa distribuzione della ricchezza fra la popolazione e quindi molte ragazze disoccupate decidono comunque di emigrare. Molte di loro diventano vittime della tratta e dello sfruttamento: la maggioranza hanno tra i 16 e 17 anni e provengono da contesti molto poveri e da aree marginali del Paese, da distretti come Bacau, Galati, Braila, Neamt e Suceava. Le minori provengono spesso da orfanotrofi oppure sono affidate a terzi, e in assenza di una figura genitoriale sono soggetti estremamente facili da manipolare e da convincere. Le ragazze in Romania vengono spesso adescate da amiche coetanee o uomini adulti che si guadagnano la loro fiducia, dando loro la speranza di poter abbandonare il contesto di assoluta povertà in cui vivono con la promessa di avere un lavoro ben retribuito e un futuro migliore in Europa. Solitamente il viaggio viene pagato dal fidanzato, le ragazze raggiungono l’Italia con mezzi privati e una volta arrivate vivono in appartamenti abitati da connazionali. Gli sfruttatori danno inizio alle violenze, sia fisiche che psicologiche, con sistematiche minacce di morte, sin dall’arrivo in Italia.
Ci troviamo di fronte a bambini e adolescenti, invisibili e sfruttati, che aumentano di giorno in giorno: i programmi di protezione e aiuto continuano a essere drammaticamente insufficienti in Italia e in Europa: un’Europa che assiste indifferente alla silenziosa tratta di questi schiavi del terzo millennio.

Traffico esseri umani: nave anti-migranti fermata a Cipro, arresti in corso

Un momento della manifestazione nel porto di Catania, alla quale hanno preso parte una trentina di rappresentanti delle associazioni che compongono la Rete Antirazzista Catanese, per dire 'no' all'arrivo in città della C-Star, la nave noleggiata da Generazione identitaria, un'organizzazione multinazionale di estrema destra, francese, italiana e tedesca nata nel 2012, Catania, 22 luglio 2017. La C-Star intende prestare supporto alla guardia costiera libica nelle operazioni finalizzate a intercettare e riportare indietro i barconi carichi di migranti. I manifestanti hanno mostrato striscioni con la scritta "Non più naufragi. Diritto d'asilo europeo per non morire" e '"Freedom, not Frontex. Diritto d'asilo e corridoio umanitario". ANSA/ MAURIZIO D'ARRO'

Nuova tegola sulla missione Defend Europe, la campagna del movimento di estrema destra Generazione identitaria, che ha noleggiato una nave per ostacolare il lavoro delle Ong nel Mediterraneo e fermare gli sbarchi. L’imbarcazione è ferma al porto di Famagosta, a Cipro Nord – parte dell’isola sotto il controllo di Ankara – e la Refugees rights association (Mülteci hakları derneği) da l’allarme: alcuni cittadini dello Sri Lanka sbarcati nel paese avrebbero fatto richiesta di protezione internazionale e «ci sono forti prove del fatto che la nave sia coinvolta nel traffico di esseri umani».

Le accuse sono molto gravi e la situazione è in continuo divenire. Di sicuro la nave è stata evacuata e il comandante Sven Tomas Egerstrom e nove membri dell’equipaggio sono stati arrestati con l’accusa di aver falsificato documenti. L’avvocato dei cittadini di origine Tamil che hanno presentato richiesta di asilo, il turco cipriota Pasha, parlando al Fatto Quotidiano precisa inoltre che «i suoi assistiti avevano raccontato di essere saliti volontariamente a bordo nel Gibuti, ma la loro storia non era convincente» e «per arrivare in Europa avrebbero dovuto pagare 10.000 euro a testa». La destinazione che avrebbero voluto raggiungere – per il sito Ankara Değil Lefkoşa sarebbe stata l’Italia. Una volta giunti a Cipro, parte della ciurma imbarcata, 20 persone, sarebbe dovuta scendere a terra per tornare nel Paese d’origine in aereo. Evidentemente non tutti hanno effettivamente preso la strada di casa. 

Dalla pagina di Defend Europe, gli xenofobi si difendono: «A bordo, secondo la compagnia, vi erano 20 apprendisti marinai. I suddetti hanno pagato per fare miglia su quella nave al fine di conseguire il loro diploma. Una banale pratica del tutto legale – per poi proseguire – da cosa ci è stato riferito dall’aeroporto, gli apprendisti stavano per tornare nel proprio paese d’origine quando delle Ong gli hanno offerto di restare in Europa e di richiedere asilo a Cipro facendo loro promesse e donandogli soldi. Quindici apprendisti hanno rifiutato, tornandosene a casa, mente altri cinque si sono fatti corrompere ed ora stanno costruendo false accuse contro il proprietario della nave».

Ma le incongruenze non sono finite. Sempre per Ankara Değil Lefkoşa, per poter attraccare dalla nave avrebbero dichiarato di essere «un’imbarcazione europea intenzionata a soccorrere i rifugiati in mare», e viene sottolineata poi la stranezza della scelta di approdare a Cipro Nord, per una nave con quell’obiettivo. La rotta scelta dai giovani del network di ultradestra, in effetti, è strana. La destinazione dichiarata in precedenza, Catania, è fuori rotta rispetto all’isola individuata per fare sosta. Andrea Palladino, che segue la vicenda fino dall’inizio, ipotizza che Famagosta potesse essere la base logistica scelta dall’organizzazione Generazione Identitaria per dare il via all’operazione. Operazione che fortunatamente potrebbe invece concludersi anzitempo.

Non è il primo stop che subisce la missione, che sembra sempre di più una Caporetto. Aggirato il congelamento del crowdfunding messo in atto da PayPal, la nave – partita da Gibuti – era stata fermata per alcuni controlli a Suez, in Egitto.

Ne parleremo anche sul numero di Left in edicola da sabato 29 luglio


SOMMARIO ACQUISTA

Il Paese che è Stato

Un frame dal videomessaggio di Silvio Berlusconi sul sito di Forza Italia, 5 dicembre 2014. ANSA / FERMO IMMAGINE DA WEB ++NO SALES EDITORIAL USE ONLY NO TV++

Non c’è nemmeno bisogno di scrivere commenti. Basta citare quello che c’è nell’inchiesta. Così, semplicemente. Si tratta dell’ordinanza che ieri ha portato all’arresto di Santo Filippone e Giuseppe Graviano in cui (per l’ennesima volta, anche se tutto fingono che sia una novità) emerge che le mafie si sono “federate” per mettere in crisi lo Stato.

Ecco qui:

“Che la ‘ndrangheta non sia coinvolta nelle logica delle stragi voluta da Toto Riina – ha detto Lombardo – è solo falsa politica. Numerose dichiarazioni che abbiamo riscontrato di collaboratori calabresi e siciliani, che erano disperse in decine di inchieste separate, ci hanno permesso di ricostruire un mosaico che dà dignità a questa inchiesta e spiega i motivi che hanno portato all’attacco all’Arma dei carabinieri e ad altri rappresentanti dello Stato”.

“Il disegno terroristico e mafioso servente rispetto ad una finalità più alta, che prevedeva la sostituzione di una vecchia classe politica con una nuova, diretta espressione degli interessi mafiosi”, ha detto il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti. “Dopo il tramonto della Prima Repubblica e la lunga scia di sangue che ne ha segnato il trapasso – ha aggiunto il numero uno di via Giulia – ‘ndrangheta e Cosa nostra volevano mantenere il controllo assoluto sulla classe politica, proiettandosi su quella emergente nella nuova fase storica che si andava delineando. In questo quadro rientrava anche la decisione delle mafie di fare un attentato dinamitardo con un’autobomba nella terza decade del mese di gennaio del 1994 allo stadio Olimpico contro i carabinieri che avrebbe provocato, secondo chi lo aveva organizzato, almeno cento morti tra gli uomini dell’Arma, con effetti destabilizzanti per la democrazia”.

“In numerose azioni tra cui il duplice omicidio degli appuntati Fava e Garofalo e l’assassinio dell’educatore carcerario Umberto Mormile, viene usata dagli assassini la rivendicazione Falange armata la stessa che viene usata anche per gli attentati a Roma ed a Firenze. Fu proprio Riina, come ci è stato riferito da Leonardo Messina e da altri importantissimi collaboratori, per il loro ruolo in Cosa nostra, collaboratori di giustizia siciliani, che nell’estate del 1991 ad Enna, dove aveva riunito i vertici di cosa nostra siciliana, spinse ulteriormente l’organizzazione criminale a ‘rompere le corna allo Stato’ utilizzando la sigla Falange armata”.

“È di questo periodo, anche se numerosi riscontri datano tempi precedenti che si infittiscono i rapporti ed aumentano le pressioni di cosa nostra stragista sui vertici delle cosche più rappresentative della ‘ndrangheta calabrese ai quali viene chiesto, in alcune riunione svoltesi a Nicotera (Vibo Valentia), Lamezia Terme e Milano, l’esplicita adesione al programma autonomista e stragista cui il capo corleonese voleva dare corso. A questa richiesta aderirono i De Stefano, i Libri, i Tegano di Reggio Calabria, i Coco Trovato e i Papalia di Platì creando un asse operativo con quello che appare sempre di più un grumo di interessi politici ed economici attorno a cui ruotano servizi segreti deviati, massoni vicini a Gelli e organizzazioni criminali”.

La strategia stragista “si arresta o si depotenzia non appena i corleonesi, la ‘ndrangheta ed altre organizzazioni criminali come la camorra e la Sacra Corona Unita trovano nel nuovo partito di Forza Italia la struttura più conveniente con cui relazionarsi”.

Ecco. Serve altro?

Buon venerdì.

Xenofobia Capitale: «Calci in culo agli immigrati» e bomba carta contro il centro d’accoglienza

Martedì sera una bomba carta esplode davanti a un centro di accoglienza, giovedì mattina una manifestazione di Fratelli d’Italia – con annessa raccolta firme – per farlo chiudere. Succede a Rocca di Papa, piccolo comune dei Castelli romani, in cui è presente il centro “Mondo migliore”. L’ordigno è stato lanciato alle 21 circa contro il muro che circonda la struttura, non distante dall’ingresso. Uno degli operatori che lavorano nel centro ha dato subito l’allarme. Sul posto sono intervenuti i militari della stazione dei carabinieri di Frascati, che hanno acquisito i nastri delle telecamere presenti in zona, e stanno indagando sul caso.

La struttura d’accoglienza è gestita da un ente religioso, e ospita alcune centinaia di persone rifugiate o richiedenti asilo, tra cui 200 di origine africana. Lunedì pomeriggio, hanno organizzato un sit-in in mezzo alla strada che costeggia la struttura, la via dei Laghi, bloccando il traffico tra Castel Gandolfo e Rocca di Papa, nella zona limitrofa al lago di Albano. Secondo i primi riscontri, la protesta sarebbe nata da una lite tra un eritreo e un siriano. Più in generale, i ragazzi africani lamenterebbero un trattamento diverso e peggiore rispetto ai siriani, stando a quanto riporta il quotidiano locale iImamilio.it.

In rete circola anche un video del sit-in, durante il quale alcuni automobilisti – scesi dalla macchina – insultano i manifestanti. «Scendiamo tutti dalle macchine e ammazziamoli», «animali». Ma per il capogruppo alla regione Lazio di Fratelli d’Italia, Giancarlo Righini, la soluzione è facile: «Premesso che avrei preso a calci nel culo anche mio figlio per un gesto del genere… pensate si possa sopportare da individui di cui non conosciamo nulla: nomi, nazionalità, età… che campiamo al doppio del costo di un pensionato sociale? Io credo che sia ora di smetterla con queste politiche ridicole che generano roba del genere. Vergogna! Al Paese loro a calci nel culo per farsi riconoscere i diritti che noi cattivi gli neghiamo!!!» commenta su FacebookE domani la raccolta firme «per chiedere il rimpatrio degli indesiderati ospiti». Non una parola di sdegno sulla bomba carta, naturalmente.

Non è il primo blocco stradale di questo tipo: un altro sit-in era stato tentato domenica sera, un altro ancora il 12 novembre scorso, per protestare contro docce fredde, ritardi burocratici e qualità scadente del cibo. Nulla che giustifichi nemmeno lontanamente la xenofobia e la violenza verbale dei «calci in culo» espressa dal consigliere regionale Righini, men che meno la vigliaccheria di una bomba carta lanciata da mano ignota.

Polonia, dopo la rivolta dei giovani rimane il rischio per la democrazia

Un momento della manifestazione all'esterno del palazzo del presidente per dire no alle leggi che annullano le autonomie delle magistrature, 20 Luglio 2017. ANSA

Konstytucja. Costituzione. C’è scritto sui cartelli che agitano i ragazzi polacchi in quest’estate poco calma e poco calda per le strade di Varsavia, per salvare la separazione dei poteri del loro Stato, urlando: «Libertà, uguaglianza, democrazia! Tribunali liberi!». La “marcia delle candele” si è svolta in cento città: opposizioni europeiste, insieme alla società civile, hanno chiesto che non venissero violate tre costituzioni: quella polacca, quella della democrazia, quella d’Europa. Il capo dello Stato Andrej Duda, avvocato lui stesso, ha posto doppio veto su due delle tre proposte di legge della riforma che limita il potere giudiziario, soggiogandolo alle regole di quello politico. Si sarebbe violata l’indipendenza di corti e tribunali, costringendo 83 giudici alla pensione. Il governo avrebbe poi nominato i funzionari che avrebbero scelto altri giudici. Ora l’ultima, la terza proposta di legge, è ancora lì, a minacciare il sistema giudiziario, l’ultimo gradino prima che finisca nelle mani di quello politico, che avrebbe controllo sull’intera Corte Suprema. In questo caso, lo avrebbe il PiS, il partito di Libertà e Giustizia al potere.

Andrzej wetuj! Do 3 razy stuka!, «Andrej poni il veto! Per tre volte!» che hanno urlato i ragazzi polacchi, è servito. Fino a qui. La lotta costituzionale ha uno slogan: 3Xnie, «tre volte no», proprio come era 3Xtak, «tre volte si» nel 1980, quando Solidarnosc iniziò quelle manifestazioni che misero fine all’occupazione sovietica con proteste di massa. La Commissione europea medita di salvare le corti polacche con sanzioni e modifiche all’Articolo 7, che impedirebbe alla Polonia di votare. Per far approvare la scelta, servirebbe la decisione unanime dei 27 Stati, ma non voterebbe contro i cugini polacchi l’Ungheria, la cui riforma giudiziaria del 2012 – quando il governo Orban tentava una mossa simile – è stata fermata allora per lo stesso motivo per cui accade oggi.

La premier Beata Szidlo è apparsa in tv e ha criticato la decisione presidenziale: «Vogliamo tutti vivere in una Polonia giusta, ecco perché il veto rallenta la nostra riforma verso questo obiettivo». Il leader Jaroslaw Kaczynski, è stato sorpreso dal veto di Duda e per la prima volta dal 2015, da quando il suo partito è al potere, le incertezze fanno traballare il PiS nei sondaggi.
Adesso l’ultima vera speranza di Varsavia è a Bruxelles.