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Disparità salariale tra uomini e donne: BBC nella bufera

epa04707889 UKIP leader Nigel Farage (R), is seen on viewfinder screen of a TV camera during the live television debate of the Britain's opposition party leaders hosted by the BBC, at the Methodist Central Hall in London, England, 16 April 2015. The live tv debate features the leaders of, Labour, UKIP, Green Party, Plaid Cymru (Wales) and Scottish National Party - ahead of the British General Election on 07 May. EPA/JEFF OVERS / BBC HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES EDITORIAL USE ONLY/NO SALES EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

La BBC è un all men’s club, un club per soli uomini. Il presentatore maschile è pagato quattro volte più della presentatrice femminile più pagata: Chris Evans, il DJ di BBCRadio 2, guadagna tra i due e i due milioni e mezzo di sterline l’anno, mentre Claudia Winkleman, che conduce Strictly Come Dancing, è pagata dalle 450mila alle 499mila sterline. È un uomo anche il secondo più pagato della lista, il presentatore di Match of the Day, Gary Lineker, con un milione e ottocentomila sterline.

Lo chiamano «an embarassing gender equality row», l’imbarazzante scompenso di eguaglianza di genere, e sta «ingolfando» tutti i programmi della tv più famosa della Gran Bretagna. A capeggiare la battaglia per l’uguaglianza ci sono le 42 «top female broadcasters» della BBC, le 42 presentatrici e giornaliste più famose di tutto il Regno Unito. Stanno chiedendo a voce sempre più alta che si metta fine alla «discriminazione sessuale economica e salariale».

Tutto è cominciato dopo che i compensi di alcuni giornalisti dell’emittente radiotelevisiva più famosa del mondo sono stati resi pubblici. La decisione è stata della premier, Theresa May, in seguito ad una negoziazione del colosso televisivo con il governo. «Qualsiasi cosa la May volesse ottenere, rendendo pubblici i salari dei giornalisti e presentatori che guadagnano oltre le 150mila sterline l’anno, non prevedeva questi picchi di ferocia scatenati dalla pubblicazione del report finanziario degli anni 2016/17 della BBC», continua il Times. Intanto l’emittente si sta preparando per una causa legale per discriminazione sessuale.

Una delle notizie più belle della settimana», scrive il Times di Londra, «è la nascita della BBC sisterhood», la sorellanza giornalistica. «È questo il nuovo summer british sport», il nuovo sport dell’estate britannico. Sui social le battute sono continue: «Un Gary Linker vale 10 Claire Balding?» chiedono gli utenti. Angela Rippon, Gloria Hunniford, Julia Somerville, tra i volti più noti del giornalismo inglese, in un anno, tutte insieme, guadagnano quello che Gary Lineker ottiene in un mese. Ora le chiamano le Charlie’s angels dei programmi tv perché, come dicono loro, vogliono «bashing the greedy to help the needy», colpire gli avidi per aiutare i bisognosi. Le giornaliste, infatti, sul tavolo delle trattative, hanno posto anche questa condizione: non è necessario che i loro salari vengano aumentati per pareggiare quelli degli uomini, basta che quelli dei colleghi maschi vengano tagliati.

Le donne della redazione chiedono che si act now, che si faccia qualcosa adesso, non entro il 2020, come promesso dai vertici: «La BBC è a conoscenza del gap di genere da anni», hanno scritto le donne in una lettera aperta al direttore generale del colosso mediatico, Tony Hall. Sul gender salary gap si è espresso anche il laburista Jess Phillips: «C’è un chiaro problema su come le donne vengono trattate dalla corporazione».

Non è uno scontro da cifre da capogiro questo, ma riguarda tutte le donne che lavorano tra le mura della “Vecchia signora”: solo un terzo di tutti i dipendenti che guadagna oltre 150mila sterline sono donne. La May ha criticato la BBC e ha preteso che tutti gli stipendi dell’organizzazione fossero resi pubblici, anche quelli inferiori alle 150mila sterline. La battaglia per la parità salariale è solo iniziata.

I vicini insorgono: lo striscione antimafia “deturpa” il palazzo del boss

C’è un reato che non è reato. Si consuma sottovoce. E chi lo commette non se ne rende nemmeno conto: è il cretinissimo favoreggiamento sociale alla mafia. Un reato che difficilmente verrà mai scritto ma che, in un Paese normale, dovrebbe essere censurato dal senso di opportunità.

Siamo a Bitonto, non molto lontano da Bari. Qui la mafia si fa sentire e inevitabilmente alcuni dei suoi beni sono stati confiscati (evviva!) e riassegnati a uso sociale (evviva di nuovo): rea questo c’è un appartamento di un condominio in via Muciaccia, sarà la base di un progetto di vita autonoma per cinque ragazzi disabili. Cose belle, insomma.

I nuovi inquilini di Libera hanno pensato bene di appendere uno striscione. Una cosa semplice: “Ieri mafia, oggi Libera, domani liberi”.

Ma i vicini di casa, quelli dello stesso condominio, hanno pensato bene di lamentarsi. Alcuni sottovoce mentre altri sono andati direttamente in municipio per manifestare tutto il loro disappunto. Mica per la mafia, no: per lo striscione. “Danneggia l’immagine della palazzina”, hanno detto i focosi inquilini, preoccupati più di non infastidire i mafiosi che altro.

“Certamente i condòmini che si sono lamentati non appartengono a famiglie mafiose, ma evidentemente non hanno apprezzato tutta quella pubblicità involontaria. Che invece è stata utile – commenta il referente pugliese di Libera – in modo che il territorio sapesse che lì si stava facendo un campo di Libera e che quello è un bene confiscato. Abbiamo spiegato che non volevamo creare problemi, ma in fondo parliamo di un telo che è stato lì per due giorni, volevamo dare un segno al territorio. Purtroppo questa è la conferma che molti italiani provano fastidio ad avere fastidio”.

Ecco qui. Ecco tutto.

Buon lunedì.

L’essenziale è invisibile agli occhi diceva il Piccolo principe

«Tutti i grandi sono stati piccoli (ma pochi di loro se ne ricordano)», scriveva Antoine de Saint-Exupéry nel Piccolo principe, uscito in America nel 1943. L’infanzia, ci racconta lo scrittore e aviatore francese scomparso il 31 luglio del 1944, è la memoria che ci nutre, che ci caratterizza come esseri umani dotati, fin dalla nascita di capacità di immaginare.  E’ questo in fondo ciò che dice il piccolo principe di Saint-Exupéry attraverso la storia dell’amico Léon e che  lo rende ineguagliabile. A noi piace ricordarlo anche nella sua variante cinematografica di Mark Osborne con gli sceneggiatori Irena Brignull e Bob Persichetti ( The Little Prince , Francia, 2015): a dieci anni, per il piccolo protagonista è  già il momento d’assicurarsi un posto in pole position nella gara del successo. Così pensa la madre, e così deve pensare la figlia. Nella casa accanto, però, c’è un mondo opposto al loro. Tutto vi è felicemente precario, imprevedibile. In quella villa cadente e colorata abita un aviatore che dimostra tutti i suoi molti anni, ma che non rinuncia alla speranza di rimettere in volo l’aeroplano fermo in giardino. È lui che alla ragazzina in carriera racconterà del piccolo principe, e della loro avventura di tanto tempo prima, nel bel mezzo del Sahara… Come nel libro originale la parte più bella è quella dei disegni, lo schermo fa riscoprire la leggerezza del libro, le cui pagine sono percorse e messe in volo da colori e disegni. Grazie soprattutto agli originali di Saint-Exupéry. Guardando il film e ancor più rileggendo il libro si decide a non dimenticare d’appartenere alla propria infanzia. Buona lettura e buona visione!

La mafia si è rifatta i connotati

Business person walking with briefcase in Rome

Il “racconto” delle mafie è, per ovvie ragioni, molto presente nel dibattito pubblico italiano. Non è stato sempre così. Per lunghi anni, fino all’inizio degli anni Ottanta, la presenza delle mafie, in particolare la loro dimensione criminale come organizzazione distinta dal tessuto socio-culturale dei territori, è stata negata. C’è stato bisogno della forza analitica di molti intellettuali, della denuncia in sede civile e politica di molti cittadini e poi dell’azione del legislatore e della magistratura, per prendere piena coscienza del fenomeno sul piano culturale, normativo e giudiziario e mettere in campo misure adeguate di prevenzione e repressione.
Oggi molto è stato fatto, i principali latitanti sono in carcere, le organizzazioni più pericolose sono state pesantemente colpite, i collaboratori di giustizia sono ormai centinaia, i beni sottratti alle mafie costituiscono un patrimonio di enorme valore che può essere messo a frutto per aprire nuove opportunità nell’economia legale.
Eppure lo spettro si aggira ancora. Se la parte violenta e predatoria è stata contenuta, la parte finanziaria non trova ancora argini sufficienti. Considerevoli flussi di capitali di provenienza “mafiosa” invadono i mercati, ne influenzano gli assetti, fanno sentire il peso della forza economica sui poteri legali. Figure legate a quei mondi e interessi finanziari e di impresa operanti alla luce del sole si uniscono in circuiti di scambio reciprocamente vantaggiosi. I capitali sporchi bussano alle porte di imprese del nord e centro Italia sfruttando i varchi aperti dalla crisi. Travalicano poi le frontiere e si inseriscono nei flussi economici globali, si intrecciano con altre forme criminali, si mescolano con i poteri costituiti. Danno vita così a reti di cointeressenze che perdono i tratti che comunemente associamo al gruppo mafioso e che richiedono sul fronte investigativo diversi metodi e competenze di indagine.
Ecco che il panorama cambia completamente: non più….

L’articolo di Luciano Brancaccio prosegue su Left in edicola


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Politica e turpiloquio

Triviali bagarres a Montecitorio, risse tra i banchi parlamentari, gesti scurrili accompagnati dall’esibizione di cartelli offensivi e dal lancio di oggetti impropri, fino alla minaccia del cappio scorsoio. Le scene avvilenti che sempre più spesso appaiono nei Tg, si accompagnano a un decadimento della lingua italiana. Le parole hanno paralizzato la politica: è quanto denuncia nel suo nuovo saggio, Volgare eloquenza Giuseppe Antonelli, docente di linguistica italiana all’Università di Cassino e conduttore della trasmissione di Radio3 La lingua batte. Le vecchie contorsioni del “politichese”, lingua iniziatica e oscura – esemplare lo scalfariano «convergenze parallele» – hanno lasciato il posto al vaniloquio dei talk-show, alla retorica dello storytelling renziano, alla fumosità delle narrazioni vendoliane, alla tracotanza delle iperboli grillesche. Imprecazioni, maledizioni, insulti imperversano sui social network, obbedendo a un paradigma di rispecchiamento al ribasso.

Un gioco di specchi in cui il narciso di turno blandisce e asseconda l’esasperazione crescente della “gente”. Dove il termine ha sostituito la parola “popolo”, così come l’aggettivo “popolare” ha lasciato il posto all’universale “populista”, buono per tutte le stagioni.

Da Bossi a Berlusconi si sbandiera la scelta di….

L’articolo di Noemi Ghetti prosegue su Left in edicola


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Quei bambini del coro violentati e picchiati in nomine Patris

«Era un picchiatore, non ho di lui l’immagine di un nonno buono e questo ricordo non cambierà mai». Monsignor Georg Ratzinger non ammetteva la possibilità che i bambini del coro delle voci bianche del duomo di Ratisbona sbagliassero una intonazione, racconta una delle testimonianze raccolte nel Dossier di 440 pagine pubblicato in Germania nei giorni scorsi. Il titolare dell’inchiesta, l’avvocato Ulrich Weber, ha individuato 46 educatori responsabili e ha accertato che dal 1953 al 1993, quindi anche durante la direzione del fratello maggiore del papa emerito Benedetto VXI (1964-1994), almeno 547 Domspatzen (ovvero “passeri del duomo”) furono vittime di violenza e 67 anche di abusi pedofili. «Ratzinger ha picchiato e sclerato come una furia. Lanciava sedie, afferrava i leggii e li lanciava contro gli allievi del coro» si legge nelle carte dell’inchiesta durata sette anni. «Tirava forte le orecchie e mollava schiaffoni. Una volta perse la dentiera in un impeto di rabbia». Secondo alcuni testimoni Ratzinger non ebbe direttamente a che fare con i casi di pedofilia. Tuttavia Weber lo accusa di «aver saputo e di non essere intervenuto», riferendosi alle violenze psicofisiche subite dai bambini in generale: pestaggi, torture, vessazioni di ogni tipo nei confronti di chi contravveniva alle rigide regole del seminario. Di certo c’è che Ratzinger, che dal 2008 è cittadino onorario di Castel Gandolfo (Roma), contribuiva ad alimentare il clima di terrore che annichiliva gli allievi. Nel dormitorio del coro bastava provare una qualsiasi emozione per finire ricoperti di lividi e in isolamento. «Se uno aveva nostalgia era considerato disobbediente», racconta un ex allievo. «La nostalgia andava spazzata via con le botte», aggiunge un altro. E questo non faceva che aumentare il senso di disperazione. Nel rapporto si raccontano i tentativi di fuga, riusciti e non. «Le immagini ce le ho ancora davanti agli occhi» dice un testimone: «Ricordo quei bambini che scavavano con le mani delle fosse accanto allo steccato, per cercare la salvezza nella fuga verso casa». Per chi veniva scoperto la punizione consisteva nell’esser picchiato a sangue «davanti agli altri» affinché a nessuno venisse in mente di imitarlo.
Omettiamo altri particolari truculenti abbondantemente descritti in questi giorni dai media. Resta lo sgomento per il fatto che questa vicenda sia andata avanti per decenni e sia definitivamente emersa solo 25 anni dopo l’ultimo crimine accertato. È una storia già vista ma non ci si abitua. Ed è già vista anche in Italia, basti pensare a quanto accaduto ai giovani ospiti dell’Istituto per sordomuti Antonio Provolo di Verona, gestito dalla curia locale, di cui su Left tante volte abbiamo scritto. Come sempre accade in casi come questi – che emergono con raccapricciante regolarità dalle pagine delle cronache di tutto il mondo (mentre andiamo in stampa, inizia in Australia il processo per abusi contro mons. George Pell, il numero tre della Santa Sede e uomo di fiducia di papa Francesco) – il Vaticano si limita a pronunciare parole di circostanza e solo quando non è più possibile mantenere il segreto dietro le spesse mura di scuole, oratori, parrocchie, diocesi e così via…….

L’articolo di Federico Tulli prosegue su Left in edicola


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Meno lavoro e sempre più povero

TIZIANA FABI/AFP/GettyImages)

I dati aggiornati sull’andamento del mercato del lavoro disegnano un Paese profondamente impoverito, in cui l’occupazione assume sempre più carattere di temporaneità e la dinamica salariale continua ad essere negativa. La retorica della stabilizzazione dei rapporti di lavoro, evocata a più riprese dall’ex premier Matteo Renzi, si scontra con una realtà in cui il lavoro standard a tempo indeterminato decresce al diminuire degli sgravi contributivi, mentre i contratti di lavoro a termine dettano il trend complessivo dell’occupazione.
Il fallimento del Jobs act è quindi, ancora una volta, nei numeri. Le ultime rilevazioni Istat sul mercato del lavoro, in cui si registra nell’anno l’aumento della componente di occupati a termine sul totale dei nuovi occupati (+199mila contro i 114mila permanenti) concentrati nella fascia di età degli over 50, consentono, inoltre, di fare alcune valutazioni sulle relazioni che legano la struttura dell’occupazione del nostro Paese con l’assetto produttivo ed il ciclo economico. In particolare, la crescita dei contratti di lavoro in somministrazione ricopre una funzione paradigmatica nel delineare i mutamenti che stanno interessando la struttura profonda dell’economia nazionale e le implicazioni sulla….

 

L’articolo di Simone Fana prosegue su Left in edicola


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Francesca Re David: «Senza politica industriale si svende l’Italia»

Francesca Re David eletta nuovo segretario della FIOM, con il segretario uscente Maurizio Landini, Roma, 14 luglio 2017. A eleggerla, prima donna in questo ruolo, Ë stata l'assemblea generale dei metalmeccanici della Cgil su proposta del segretario uscente Maurizio Landini. I voti a favore sono stati 221 su 246, il 90%. I no sono stati 23 e 2 gli astenuti. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

È l’erede di Maurizio Landini alla guida della Fiom. Ma Francesca Re David, da 30 anni in Cgil e da 20 in Fiom, non appare affatto intimidita dalla rilevanza dell’incarico. Con 328mila iscritti tra aziende dell’industria “pesante” metalmeccanica e quella “leggera” dell’informatica, la Fiom rappresenta un mondo produttivo variegato, tra crisi e sviluppo. Ma i nodi da sciogliere sono tanti e nella sala riunioni di Corso Trieste a Roma, tra le bandiere storiche Fiom e i quadri sul lavoro alle pareti, Francesca Re David denuncia l’assenza cronica di una politica industriale da parte del governo. Una mancanza di visione e di interventi, confermata anche dall’incontro sull’Ilva del 20 luglio, uno dei primi tavoli a cui ha partecipato.
Francesca Re David, un quotidiano come La Repubblica discetta sul dilemma odio/amore e antipatia/simpatia rispetto a Matteo Renzi. Qual è il suo giudizio tecnico sull’operato dell’ex presidente del Consiglio in tema di politiche del lavoro?
Gli ultimi due governi Renzi e Gentiloni sono in totale continuità con quanto è successo negli ultimi decenni in Europa e nel mondo. Si è affermato un pensiero unico: sono la finanza, le banche e le grandi imprese a definire quello che serve e quello che non serve, con una totale astrazione rispetto alla concretezza della vita delle persone. C’è stata una inversione di senso: non è più la persona al centro, che anzi è diventata macchina, strumento di produzione. Da qui deriva la svalorizzazione del lavoro, e, di conseguenza, l’abbassamento dello stato sociale, delle tutele, e quindi del diritto alla salute, alla scuola, alla pensione, all’abitare.
Ma Renzi ha dato un’accelerazione alla riduzione del diritto del lavoro?
Certo, lui ha completato il quadro con il Jobs Act. Il sindacato non prova né simpatia né antipatia per l’ex premier, la Fiom è …

L’intervista a Re David (Fiom) prosegue su Left in edicola


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Giorgio Beretta: Le ‘nostre’ armi vendute ‘a casa loro’

epa04963607 Tribal fighters loyal to Yemen's Saudi-backed government stand near landmines, allegedly planted by Houthi rebels, after they seized control of areas in Marib province, Yemen, 04 October 2015. According to reports, Houthi rebels have withdrawn from some areas of Yemen's oil-rich province of Marib to areas bordering the capital Sana'a, in preparation for impending assaults on Sana'a by Yemen's Saudi-backed government loyalists. EPA/STR

«Qualcuno ne parla, di armamenti, autorizzazioni e di questo vergognoso incremento nell’export di armi verso Paesi che sono vere e proprie dittature. Sinistra italiana, Civati, M5s. È il Pd, ad avere una certa riluttanza…». Giorgio Beretta si occupa di armamenti da una vita: è sociologo, membro della Rete italiana per il disarmo (Rid), svolge attività di ricerca per l’Osservatorio permanente sulle armi leggere (Opal) di Brescia e per l’Osservatorio sul commercio delle armi (Os.c.ar.) di Ires Toscana (Istituto di ricerche economiche e Sociali) sui temi del commercio nazionale e internazionale di armamenti e di armi leggere e sul ruolo degli istituti bancari. Uno che ne sa, insomma.
Partiamo da “aiutiamoli a casa loro”. Mi piacerebbe sapere cosa hai pensato quando hai sentito queste parole pronunciate dal segretario del partito di governo oltre che ex presidente del Consiglio.
Noi di fatto li stiamo già aiutando a casa loro in una maniera terribile: da una parte sottraendo le loro risorse attraverso lo sfruttamento minerario e agricolo e dall’altra parte li aiutiamo con la nostra esportazione di armamenti, che è la cartina di tornasole della veridicità di tantissime affermazioni. Dicono di impegnarsi per la democrazia e per i diritti umani all’estero poi vendono armi a Paesi che sono assolutamente dittatoriali con violazioni dei diritti umani accertati da tutti gli organi competenti (tranne ovviamente da quelli delle Nazioni Unite per via di veti incrociati). Ne è un esempio lo Yemen (in cui c’è in corso una guerra da parte dell’Arabia Saudita, a cui noi forniamo armi)…

 

 

L’intervista al sociologo Beretta (Rete italiana per il disarmo) prosegue su Left in edicola


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Obbligatori dieci vaccini, la Camera approva il decreto Lorenzin

Il discusso decreto legge sui vaccini obbligatori è stato approvato definitivamente alla Camera con 296 voti a favore, 92 contrari e 15 astenuti. Contro il decreto si sono schierati la Lega e l’M5S, gli astenuti sono stati i deputati di Si e Fdi, mentre dai banchi del Pd si è sollevato un lungo applauso per l’esito della votazione.

Con questa legge, dopo 18 anni, torna l’obbligo di vaccinazione per poter iscrivere i propri figli a scuola. Il ddl è stato pensato per fronteggiare il calo delle coperture vaccinali in Italia, un fenomeno in forte crescita nel nostro Paese. Tutte le vaccinazioni obbligatorie sono gratuite e dal prossimo anno i dirigenti scolastici avranno l’obbligo di richiedere ai genitori la documentazione che certifichi l’avvenuta vaccinazione dello studente. I minori non vaccinabili per ragioni di salute saranno inseriti in classi nelle quali sono presenti solo alunni vaccinati o immunizzati naturalmente.

Le vaccinazioni obbligatorie in “via permanente” sono sei: antipolio, antidifterica, antitetanica, antiepatite virale B, antipertosse, antiHaemophilus influenzae di tipo b; mentre altre quattro vaccinazioni – antimorbillo, antirosolia, antiparotite, antivaricella – sono obbligatorie “sino a diversa successiva valutazione”, fino al 2020.