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Mare Nostrum, specchio del clima

Isola di Ponza, Mare Mediterraneo. Ponza, 18 aprile 2017. ANSA/STEFANO SECONDINO

Il mar Mediterraneo è una delle regioni più soggette all’aumento delle temperature e alla riduzione delle precipitazioni, dove gli effetti del global warming si manifestano più rapidamente che negli oceani, anche perché i tempi di ricambio delle acque sono relativamente brevi rispetto a quelli di un oceano”. A parlare è Katrin Schroeder, ricercatrice dell’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche di Venezia (Ismar-Cnr), che sul tema ha coordinato due studi internazionali pubblicati sulla rivista Scientific Reports in collaborazione con il National Oceanography Centre di Southampton (Uk) e l’Institut National des Sciences et Technologies de la Mer di Salamboo (Tunisia).

“Nel Mediterraneo l’evaporazione è predominante rispetto alle precipitazioni e agli apporti fluviali e, nel bacino orientale, siccità e temperature hanno recentemente raggiunto livelli record rispetto agli ultimi 500 anni”.
L’Ismar-Cnr analizza da oltre vent’anni le caratteristiche dell’acqua in transito nel Canale di Sicilia, punto di contatto tra i bacini orientale e occidentale del Mediterraneo. “I dati dello studio evidenziano che dalla fine del 1993 ad oggi le proprietà termoaline (temperatura e salinità) dell’acqua proveniente dal Mediterraneo orientale, tra i 300 e 600 metri di profondità, hanno subito rilevanti variazioni. In particolare, la rapidità con cui stanno aumentando è di due volte e mezzo maggiore rispetto a quella osservata nel Mediterraneo orientale nella seconda metà del XX secolo ed è di un ordine di grandezza superiore a quella che si osserva negli oceani (nel caso della temperatura, 0,05 gradi all’anno nel Mediterraneo orientale, 0,005 gradi all’anno nell’oceano globale)”, prosegue la ricercatrice Ismar-Cnr. “Il Mediterraneo può essere assimilato a una macchina che importa acqua superficiale poco salata e di bassa densità dall’Atlantico, e la trasforma al suo interno mediante processi complessi che coinvolgono la produzione di acque più calde e salate, poi esportate verso l’Atlantico, dalle profondità dello Stretto di Gibilterra”.
Nel Canale di Sicilia il flusso d’acqua proveniente dai due bacini si dispone su due livelli: l’acqua di origine atlantica, meno salata e più leggera, occupa lo strato superficiale e si muove verso est, mentre quella intermedia generata dall’intensa evaporazione nella regione orientale, più pesante, si muove verso il bacino occidentale nello strato inferiore. “Le proprietà fisiche dell’acqua intermedia determinano quantità, temperatura e salinità dell’acqua profonda generata nel Mediterraneo nord-occidentale. Queste due ultime caratteristiche del livello profondo sono molto stabili e sono sempre state considerate un importante punto di riferimento per quantificare ogni minimo effetto dei cambiamenti climatici”, conclude Schroeder. “Consideriamo che per circa mezzo secolo il loro contenuto salino e di calore è aumentato gradualmente, mentre dal 2005 questi parametri stanno crescendo a velocità doppia rispetto al periodo 1960-2005. Da allora si parla di transizione del Mediterraneo occidentale, un periodo di eventi di formazione di grossi volumi di acqua profonda particolarmente calda e salata, che ha segnato l’inizio di un drastico mutamento nella struttura degli strati intermedi e profondi del bacino occidentale. Questi dati suggeriscono quindi una veloce transizione verso un nuovo equilibrio che si riverbera sull’ecosistema marino profondo”.

Mediterraneo: non confondere il grano con il sale

Una immagine dei profughi salvati nel Mediterraneo dalla nave Aquarius, diffusa il 3 febbraio 2017. Sono circa 700 i profughi tratti in salvo da sei imbarcazioni in difficoltà tra ieri sera e questa mattina dalla nave Aquarius di Sos Mediterranee, organizzazione umanitaria italo-franco-tedesca che opera in partnership con Msf (Medici senza Frontiere). ANSA / Federica Mameli/ US SOS MEDITERRANEE +++ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING+++

«Il codice inoltre non fa alcun riferimento ai principi umanitari e alla necessità di mantenere la più assoluta distinzione tra le attività di polizia e repressione delle organizzazioni criminali e l’azione umanitaria, che non può essere che autonoma e indipendente. Il rigoroso rispetto dei principi umanitari riconosciuti a livello internazionale è per noi un presupposto irrinunciabile. Essi rappresentano la sola garanzia di poter accedere alle popolazioni in stato di maggiore necessità ovunque nel mondo, assicurando allo stesso tempo ai nostri operatori un sufficiente livello di sicurezza. Ogni compromesso su questi principi è potenzialmente in grado di ridurre la percezione di MSF come organizzazione medico‐umanitaria effettivamente indipendente e imparziale.»

È una delle motivazioni con cui Medici Senza Frontiere spiega il suo no alla firma dell’accordo con il ministro Minniti e il governo italiano.

Ma ce n’è una più profonda che nessuna ONG può prendersi la libertà di dire: Minniti, in cambio di un pugno di consenso, è colpevole di un favoreggiamento esterno al fango buttato sulle ONG da Zuccaro (a proposito: a che punto è la sua indagine conoscitiva?) e altri. Il governo italiano ha la colpa di avere voluto seguire un’onda di maldicenza e malfidenza che contribuisce alla “normalizzazione” delle vite in mare.

Chiariamoci: se qualcuno sbaglia, paga. Ed è un bene per tutti.

Ma dell’indagine di cui oggi scrivono un po’ tutti, condita da urlacci, bisognerebbe scriverne bene. Perché il procuratore ha parlato di “incontri e contatti in mare” documentati fra membri della ONG tedesca e i trafficanti di uomini, precisando però che dai riscontri “non è emerso uno stabile collegamento tra l’equipaggio della Ong e i trafficanti libici”. Nessun volontario imbarcato sulla Iuventa è indagato per associazione a delinquere, poiché “le finalità dei trafficanti erano ben diversi rispetto a quelle dell’equipaggio Iuventa”. I membri della ONG operavano per “finalità umanitarie”, secondo il procuratore e l’ipotesi di un collegamento stabile con i trafficanti è “pura fantascienza”.

Ma qui da giorni discutiamo di sensazioni. Sensazioni coltivate sulle supposizioni. Sensazioni che riescono addirittura a raccontare la Libia come un Paese normale.

Poveri noi. Poveri loro. Poveri tutti.

Buon giovedì.

Quando il teatro fa rivivere i piccoli borghi abbandonati

Foto di Giuseppe Totaro (10)

Ci sono borghi, bellissimi, che durante l’inverno sembrano quasi addormentati. Se vi capita di visitarli nei mesi più freddi dell’anno fateci caso, il  rumore dei vostri passi sembrerà rimbombare in quella calma avvolgente e fin troppo statica. Gli sguardi degli anziani, che sbirciano dalle loro finestre, vi seguiranno fin dove potranno arrivare. E non sorprendetevi se ad ogni stradina percorsa quelle pochissime persone incontrate vi avranno sorriso come a voler dire: “salve, come mai da queste parti?”. Per questo è ancora più sorprendente rivedere quegli stessi luoghi animati da così tante persone, radunate per assistere ad uno spettacolo teatrale, o anche ad un reading o ad un concerto. Succede, sì. D’estate soprattutto, quando è più facile improvvisare palchi in mezzo ad una piazza, recitare tra i sassi, e perfino allestire performance in una serra o in un vigneto.

Piccoli grandi miracoli che il nostro tanto amato e maltrattato teatro riesce qualche volta a far accadere. Ed è allora che la festa è davvero una  gran bella festa e ti sembra che il teatro torni ad essere un rito collettivo e a riappropriarsi dell’aggettivo “politico” nel senso più ampio del termine. Il teatro come esperienza da condividere, da assaporare, da vivere a volte anche in prima persona, perché i cittadini, oggi, vogliono essere sempre più partecipanti attivi. Basta guardare, per esempio, ciò che accade ogni mese di luglio a Kilowatt, il festival della nuova scena di Sansepolcro (Arezzo), dove da quindici anni i “visionari” (comuni cittadini) si riuniscono durante tutto l’anno per valutare i video degli spettacoli e scegliere insieme quelli che faranno parte della programmazione. O addirittura a Monticchiello, nella splendida Val d’Orcia, dove da 51 anni è un intero paese ad andare in scena. Anzi, se volete, siete ancora in tempo per un gita, perché il 51° autodramma del Teatro Povero di Monticchiello, malComune, prevede repliche fino al 14 agosto. Lo spettacolo è ideato, discusso e recitato dagli abitanti-attori (sotto la guida e per la regia di Andrea Cresti) e ogni estate, una sera dopo l’altra, dal palco racconta storie al pubblico di tutta Italia, che poi resta stregato dal borgo medievale affacciato sulle dolci colline toscane. 

foto-di-giuseppe-pirro

Ma a proposito di borghi che d’inverno sono quasi disabitati e d’estate si ripopolano all’improvviso, vi segnaliamo una delle rare rassegne che si svolgono al Sud dedicate al teatro di ricerca e che proprio in questi giorni (fino al 6 agosto) per la dodicesima volta sta mettendo in pratica il suo miracolo annuale: il Festival Troia Teatro, che trasforma strade, piazze e cortili di questo paesino dell’entroterra pugliese in teatri a cielo aperto. Il tema scelto per l’edizione 2017 (organizzata da Unione Giovanile Troiana, ACT! Monti Dauni e Teatri 35 e diretta da Francesco Ottavio De Santis) è il rito: riti di passaggio, di guerra, di iniziazione, riti individuali e collettivi, pubblici o privati. Tra gli artisti ospiti ci sono Alessandra Asuni, la compagnia Fibre Parallele, il cantante Francesco Di Bella e una carovana itinerante di artisti, saltimbanchi, guitti e marionette, danzatori, clown e trampolieri.

Ancora più a Sud esiste un festival che si svolge in un luogo impensabile.. lungo le pendici dell’Etna. Si chiama Sciaranuova Festival (fino al 5 agosto) ed è un progetto ideato per il terzo anno da Planeta nel proprio Teatro in Vigna diretto da Paola Pace, che ha aperto la rassegna di Passopisciaro, sul versante nord dell’Etna, con lo spettacolo Tre-Pi – Le fiabe atroci di Palermo, dalle fiabe di Giuseppe Pitrè. Lì, all’ombra del vulcano, tra le terrazze verdeggianti dei vigneti costellate di sassi neri di pietra lavica, teatro e natura si fondono per regalare ai più temerari un’oasi di pace, in compagnia dei messinesi Scimone/Sframeli (presenti con uno dei loro spettacoli di punta, Nunzio, regia di Carlo Cecchi) o di Tino Caspanello (Mari).

tenuta sciaranuova

All’estremo Nord, invece, c’è un Festival che invita il suo pubblico ad entrare nel cuore economico della città di Alberga: le aziende agricole. Le serre, dunque, diventano luogo di spettacolo (quest’anno dal 5 al 7 agosto), grazie alla capacità di Kronoteatro di coltivare cultura attraverso un festival – Terreni creativi – in cui il teatro, la danza e musica convivono in spazi non tradizionali ospitando spettacoli spesso spiazzanti (tra gli artisti di quest’anno Davide Iodice, Maniaci d’amore, Mario Perrotta).     

Ma al di là degli eventi in programma, la straordinarietà di queste rassegne sta proprio nella  capacità di pensare a progetti e idee forti che hanno senso solo e soprattutto in certi luoghi. Ci vengono in mente altri due festival, dove si intrecciano poesia e musica, teatro e arte. Pensiamo allo Sponz Fest diretto da Vinicio Capossela  (Calitri e Alta Irpinia, 21-27 agosto) e a La luna e i Calanchi di Franco Arminio (Aliano, 22-25 agosto). Entrambi attraversano dei territori dimenticati da tutti, eppure vivi con i loro fiumi di persone che si spostano di alba in alba inseguendo la bellezza.

Putin alle grandi manovre, al via l’operazione Occidente

epa04802356 Russian President Vladimir Putin (L) and Defence Minister Sergei Shoigu (R) arrive for the opening of the Army-2015 international military forum in Kubinka, outside Moscow, Russia, 16 June 2015. Hundreds of Russian defense companies and weapon manufacturers will take part in the event, displaying about 5,000 pieces of weaponry and military equipment, ranging from helicopters and fighter jets to tanks and small arms. EPA/MAXIM SHEMETOV/POOL

Circa centomila soldati russi. Destinazione: mar Baltico, su suolo bielorusso, confine est Nato. Tempo di dispiegamento: fine dell’estate 2017. Nome in codice dell’esercitazione militare: Zapad, ovvero, Occidente. Armi: 800 carri armati, 300 pezzi d’artiglieria, decine di lanciatori di missili Iskander. A molti, queste esercitazioni volute dal presidente russo Vladimir Putin, ricordano i giorni della vecchia Guerra fredda. Altri si preparano già a quella nuova.

Le manovre Zapad, già replicate nel 1999, 2009, 2013, si svolgeranno nelle vecchie basi sovietiche dove sono stanziali perennemente mille militari russi, interessati a comunicazione e logistica. Le autorità russe dicono che i soldati dispiegati saranno solo 13mila in queste operazioni congiunte tra Mosca e Minsk nel mar Baltico, fino a Kaliningrad, enclave russa in territorio europeo.

Le truppe della guardia della prima armata corazzata russa, abolita nel 1999 e ripristinata nel 2015, uno dei poteri offensivi di epoca sovietica, attiva proprio in Europa orientale prima contro i tedeschi nazisti e poi a Praga Drante la primavera del 1968, arriveranno di nuovo nell’Europa dai confini riscritti dai conflitti del Novecento.

Per Jens Stoltenberg, segretario generale Nato, molti più militari di quelli dichiarati prenderanno pare alle operazioni militari, «in numero sostanzialmente maggiore di quelli ufficiali». Tony Thomas, generale in comando delle forze speciali, ha detto che «il timore che poi non se ne andranno non è paranoia». Peter Zwack, generale in pensione che ha servito la bandiera stelle e strisce a Mosca nel 2012, ha detto che il messaggio è «vi stiamo guardando, non scherzate con la Russia, siamo forti«. Ad est si chiedono questo: è un atto di intimidazione e pressione o preparazione d’intervento? Per Philip Breedlove, generale dell’aviazione «è un chiaro messaggio ai Baltici e alla Polonia».

Prima la guerra ucraina, poi l’intervento in quella siriana. Infine, e soprattutto, l’interferenza nelle elezioni presidenziali americane nel 2016. La guerra era stata già dichiarata negli ultimi giorni del governo Obama: 35 diplomatici russi sono stati obbligati ad abbandonare le sedi di New York e Washington. La Russia ha alzato la posta e ha recentemente risposto con l’espulsione di quasi 800 diplomatici americani, esattamente 755, dal suolo della sua Federazione, una risposta al pacchetto di contromisure economiche votate al Congresso americano la settimana scorsa con 419 voti a favore del sanction bill. “L’intervento in elezione” è stata la causa del rafforzamento delle sanzioni, il pacchetto di misure anti-russe più ampio mai varato finora.

Questo ultima proposta di legge approvata è “un’insolenza”, ha detto Putin. «Non possiamo tollerare questa insolenza senza fine verso il nostro paese, è inaccettabile, distrugge le relazioni internazionali». «La speranza è l’ultima a morire», ha detto Konstantin Kosachev, presidente delle relazioni estere del Cremlino, «ma muore».

Bologna è una piaga. Imbolsita e infettata

Un momento delle celebrazioni per il trentaseiesimo anniversario della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, Bologna, 2 agosto 2016.ANSA/GIORGIO BENVENUTI

«L’Italia non ha mai fatto i conti con il proprio passato. È una costante: è stato così per il fascismo, lo è oggi per la strategia della tensione. Ci sono ancora dei grumi, delle situazioni e degli apparati che non si possono assolutamente svelare. Se così fosse ci sarebbe un effetto a catena che a molti farebbe paura». Sono le parole di Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione delle vittime della strage di Bologna che apre così la retorica d’agosto che oggi ricorderà quel giorno del 1980 in cui morirono 85 perone e 200 rimasero ferite.

La strage di Bologna non è una ferita. No. Quelle di solito si fanno cicatrici con il passare del tempo e si richiudono insieme alla storia. La strage di Bologna è piaga, di quelle sempre aperte, che si infetta ogni anno di più. Ormai ci volano le mosche e dentro se ne nutrono i vermi.

Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, i due condannati come esecutori della strage, hanno già finito di scontare la pena. Hanno preso, in pratica, dimessi di condanna per ogni morto. Una cosa così. Ma sui mandanti, al solito, nulla. Non ha nemmeno fatto scalpore la telefonata intercettata di Gennaro Mokbel, uomo della Banda della Magliana e riciclatore di soldi sporchi, in cui disse che liberare “quei due” gli costò un milione e duecentomila euro. Nulla, nulla. Dovrebbe bastarci così.

E anche per questo la piaga di Bologna oltre a tutto il resto è anche una piaga imbolsita: ogni anno si racconta la storia con una lena sempre più blanda, sconfortata, con quella vergogna che proviamo quando ci ritroviamo a raccontare una storia di cui non sappiamo il finale e per pudore ci copriamo la bocca con la mano nelle battute finali.

Ed è un peccato. Ed è un adulterio nei confronti della verità.

Buon mercoledì.

Baobab e Ferrovie, prove di dialogo per l’utilizzo di piazzale Maslax

Forze dell'ordine al termine delle operazioni di identificazione del presidio dei migranti del Baobab Experience nei pressi della stazione Tiburtina a Roma, 19 maggio 2017. ANSA/ANGELO CARCONI

La direzione delle Ferrovie dello Stato ha risposto alla lettera con cui una settimana fa Baobab experience, dopo che la petizione da loro lanciata ha superato le 17.500 firme, ha chiesto di poter avviare un tavolo di discussione per l’utilizzo di piazzale Maslax. Il Baobab, il centro d’accoglienza autogestito e retto totalmente da volontari, che negli ultimi anni ha accolto più di 70.000 persone in transito nella Capitale, sta infatti ospitando da mesi più di 200 migranti in sistemazioni di fortuna in piazzale Maslax. Le Ferrovie dello Stato si sono dichiarate disposte a partecipare ad un tavolo di discussione, citando come esempio virtuoso l’HUB Migranti di Milano Centrale. La posizione delle Ferrovie dello Stato è chiara: sono disposti a collaborare se le istituzioni risponderanno positivamente assumendosi le proprie responsabilità.

Finalmente un segnale positivo per i volontari del Baobab, che ora rilanciano, chiedendo alla Sindaca di Roma Virginia Raggi, al presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti e al prefetto di Roma Paola Basilone, di avviare un tavolo di discussione per la gestione di piazzale Maslax. Come si legge nel comunicato del Baobab: «vogliamo ora ricordare alle Istituzioni che anche la stessa direzione FS chiama in causa, che è venuto il momento in cui chi ha assunto ruoli e incarichi istituzionali si assuma, finalmente, la responsabilità di decidere quale debba essere il livello minimo di accoglienza che la Capitale del principale Paese d’arrivo della rotta migratoria africana, vuole garantire». Per lunedì 7 agosto il Baobab sta organizzando una manifestazione presso la scalinata del Campidoglio per chiedere che al centro venga finalmente concesso uno spazio.

Da mesi ormai i volontari del Baobab sono costretti, fra uno sgombero e l’altro (lo scorso 19 giugno c’è stato il ventesimo), ad accogliere i migranti nel piazzale abbandonato dietro alla stazione Tiburtina, ribattezzato piazzale Maslax, senza che le istituzioni abbiano mai proposto una sede alternativa. Nonostante questo però i volontari del centro continuano a dare speranza a chi crede in un’accoglienza diversa. Il 15 luglio scorso i volontari del Baobab hanno risposto alla “ronda” dei militanti di CasaPound sulla spiaggia di Ostia: 80 migranti che hanno trovato accoglienza al centro, sono stati portati sulle spiagge di Ostia per godersi una giornata spensierata, per incontrare dopo mesi «un mare che non è naufragio, non è morte, non è barriera». Una risposta simbolica a chi cerca di rendere razziste persino le nostre spiagge.

Congo: 80 fosse comuni scoperte dalle Nazioni Unite

Una storia sul potere, sui machete e sulle fosse comuni, ma soprattutto sul silenzio che li circonda. A Nganza, nel cuore della Repubblica democratica del Congo: «I corpi si stanno decomponendo da mesi e la terra che li ricopre sta per seppellirli del tutto». La puzza di morte è insopportabile nel Paese africano grande quanto tutta l’Europa occidentale e nove paesi stranieri ai confini.

Circa 3300 persone sono morte da ottobre scorso, quasi un milione e mezzo di abitanti sono scappati dalle loro abitazioni, parte di loro ha cercato rifugio in Angola. La violenza è diventata lutto familiare per molti. Le truppe governative hanno ucciso il leader dei ribelli che tutti conoscevano solo con il suo nome di battaglia, Kamwina Nsapu, la “formica nera”.

«Sono ovunque. Qui vicino alle case, dove la donna sta asciugando i vestiti. Qui nel campo, dove stanno giocando i bambini. Ci sono fossi, pieni di centinaia di cadaveri», scrive Kimiko de Freytas Tamura sul New York Times. Intorno ai corpi, nascosti più che seppelliti sotto terra, ci sono i soldati con i kalashnikov, occhiali da aviatore e berretti rossi. «Non sono qui per proteggere la popolazione, ma per evitare che qualcuno investighi su quello che è successo a marzo: il massacro silenzioso di Nganza, parte di un conflitto più ampio nella regione del Kasai, dove le truppe governative stanno combattendo la milizia che si oppone al presidente Joseph Kabila». Kabila sta rimandando le elezioni per rimanere al potere, che detiene da 16 anni: gli serve tempo per cambiare la costituzione e provare a ricandidarsi per la terza volta.

Deportazioni forzate. Amputazioni. Decapitazioni. Fucilazioni. «La gente la chiama semplicemente guerra». Una famiglia di 12 persone è stata bruciata viva. Sono passati alcuni mesi da quei 3 giorni in cui 500 persone insieme sono state uccise. Le pietre durante gli attacchi hanno distrutto centinaia di case e ora i muri sono rimasti neri dopo le fiamme. I soldati, racconta la popolazione, si erano arrampicati sulle piante di avocado per prendere meglio la mira sui residenti locali in fuga.

L’etnia luba è un bersaglio perché parla la lingua tshiluba, lo stesso idioma della popolazione di Kamwina Nsapu, invece che lo swahili, la lingua comune dei soldati. Kabila, 46 anni, vuole quello che i congolesi chiamano “le glissement”, slittare verso il terzo mandato, proibito dalla costituzione, mentre il suo mandato è ufficialmente terminato il 20 dicembre scorso. Il padre di Kabila è stato assassinato nel 1997 e il figlio ne ha preso il posto nel 2001. Per le elezioni mancano comunque 1 miliardo e 800mila dollari che il governo non ha, in una delle terre più ricche di diamanti, cobalto, uranio, diamanti e petrolio al mondo.

La guardia presidenziale conta 40mila membri brutali e fedeli. «Come il re belga Leopoldo II, Kabila usa il Congo come il suo feudo personale, usando il Paese come una gigante macchina per fare soldi», con il commercio di diamanti di cui detiene i permessi di estrazione al confine del Paese.

I soldati hanno sterminato intere famiglie spalancando porte e uccidendo tutti. «Sono una civile, sono innocente». Lo ha detto Ntumba Kamwabo, 29 anni, a cui hanno cavato un occhio sparandole al volto, mentre un altro colpo le è arrivato nel braccio. Adesso di fronte casa sua, insieme al fratello di suo marito Mwamba Konyi, ci sono seppelliti i suoi figli. Chi abita nelle case del vicinato ha seppellito in cortile gli amici.

«È la peggiore crisi umanitaria da decenni, entrambe le controparti hanno commesso gravi crimini» ha detto Jose Maria Aranaz, a capo della missione locale delle Nazioni Unite. «Si stanno processando i soldati semplici, non i comandanti. Finché i leader militari non verranno messi davanti alle loro responsabilità, l’impunità continuerà». Finora sono state rivenute 80 fosse comuni colme di cadaveri, ma i corpi non possono essere esaminati, perché è compito delle autorità locali.

La versione ufficiale del governo è che si tratta di fosse comuni dei cadaveri di combattenti della milizia ribelle, non di civili: «Se c’è qualche civile tra i cadaveri dei miliziani, la causa è colera o febbre gialla, non uccisioni sponsorizzate dal governo». A Kananga, capitale della regione del Kasai, i testimoni raccontano cose diverse ed opposte alla narrativa delle autorità. I soldati hanno rubato tutte le cose di valore dalle loro case, dalla tv agli animali della fattoria. Chi non possedeva abbastanza averi, veniva ucciso, «insieme a neonati, vecchi e disabili, a cui è stata tagliata la gola nei loro salotti».

Nella regione del Kasai adesso tre esperti delle Nazioni Unite stanno investigando i crimini
nei luoghi dove centinaia di truppe governative sono state spedite per sedare la rivolta, due esperti, prima di loro, sono già stati ammazzati mentre tentavano di fare luce sui colpevoli. Anche i loro omicidi sono rimasti insoluti.

Soccorso ai migranti e Codice di condotta: il gran rifiuto di Medici senza frontiere

Sub saharan migrants receive life jackets as they are rescued by aid workers of Spanish NGO Proactiva Open Arms in the Mediterranean Sea, about 15 miles north of Sabratha, Libya on Tuesday, July 25, 2017. (ANSA/AP Photo/Santi Palacios) [CopyrightNotice: Copyright 2017 The Associated Press. All rights reserved.]

Le Ong si spaccano di fronte al Codice di condotta messo sul tavolo dal Viminale, che disciplina ulteriormente le attività delle organizzazioni umanitarie che salvano vite nel Mediterraneo. Moas e Save The Children firmano, Proactiva Open Arms fa sapere che il testo va bene e firmerà, mentre arriva un «no, grazie» da Medici Senza Frontiere e Jugent Rettet.

Tra tutti i 13 punti, i maggiormente contestati – ancora una volta – sono stati quelli legati al divieto di trasbordo delle persone soccorse su altre navi «eccetto in caso di richiesta del competente Centro di coordinamento per il soccorso marittimo (Mrcc)» e quello che imporrebbe alle Ong di ospitare forze dell’ordine armate a bordo, seppure «eventualmente e per il tempo strettamente necessario», come specificato nell’ultima formulazione del testo.

«La presenza di funzionari di polizia armati a bordo e l’impegno che gli operatori umanitari raccolgano prove utili alle attività di investigazione sarebbero una violazione dei principi umanitari fondamentali di indipendenza, neutralità e imparzialità», chiarisce in una nota Medici Senza Frontiere. «Questo rischierebbe di ricondurre le organizzazioni umanitarie agli interessi politici e militari di uno Stato membro dell’Unione Europea».

La non adesione al Codice non sarà senza conseguenze. Per il ministero dell’Interno «l’aver rifiutato l’accettazione e la firma pone quelle organizzazioni non governative fuori dal sistema organizzato per il salvataggio in mare, con tutte le conseguenze del caso concreto». La minaccia che era stata paventata dal ministro Minniti era quella di chiudere i porti chi non aderisse all’intesa.

Ad ogni modo Gabriele Eminente, direttore generale di Msf (che ha firmato una lunga lettera al Viminale), puntualizza che «Msf rispetta già molte delle disposizioni che non rientrano tra le nostre preoccupazioni principali, come ad esempio la trasparenza finanziaria» e che «Msf continuerà a condurre le operazioni di ricerca e soccorso sotto il coordinamento della guardia costiera italiana e in conformità con tutte le leggi internazionali e marittime pertinenti».

Save The Children invece firma, anche se «l’organizzazione monitorerà costantemente che l’applicazione (del codice, n.d.r) non ostacoli l’efficacia delle operazioni di soccorso in mare anche alla luce degli accordi in via di definizione tra Italia a Libia e auspica che si ristabilisca il giusto clima di fiducia e collaborazione».

Sea Watch, Sea Eye e Sos Mediterranee, infine, non hanno preso parte all’incontro.

L’incontro di ieri segue il primo confronto di martedì scorso, definito “interlocutorio”, e quello di venerdì, nel quale si è lavorato ad una versione “addolcita” del codice. Le prime indiscrezioni secondo le quali il governo stesse lavorando ad un Codice di condotta erano uscite il 12 Luglio.

Per l’Organizzazione internazionale delle migrazioni, dall’inizio del 2017 fino al 21 Giugno sono morte 2011 persone nella rotta del Mediterraneo centrale, tra Nord Africa e Italia. Negli stessi mesi, le Ong hanno effettuato il 35% delle operazioni di soccorso in quella area.

Polvere di cristalli. E la notte dei silenzi dei buoni

La storia la racconta Antonio Sicilia sul suo profilo Facebook e mette i brividi:

Vivi e lavori in Italia da 23 anni, hai 4 figlie, tre delle quali nate in Italia, e una mattina del 2017 ti svegli e trovi la scritta “DASPO” sull’insegna del tuo negozio.

È successo questa mattina a Belhassen, calzolaio tunisino di Vicolo della Seconda Androna a Trento, colpevole di essere un calzolaio straniero per qualche razzistello ignorante e codardo.

Qualche ora fa sono andato a trovarlo per fargli qualche domanda e soprattutto per esprimergli tutta la mia solidarietà : «Questa scritta mi ha ricordato la scritta “Ebreo” sulle vetrine dei negozi di qualche decennio fa. Si respira un clima d’odio – ha aggiunto – che mai avevo visto in questo Paese. È dura anche per me che sono in Italia da oltre 20 anni».

Il suo volto sconsolato, quasi rassegnato, ha risposto ad ogni mia ulteriore domanda.

Un episodio che conferma la voglia sempre maggiore di screditare e umiliare chi è diverso, grazie anche alla politica peggiore che continua a soffiare sull’odio e sulla paura per tornaconto elettorale.

Andando via, una signora trentina che aspettava il suo paio di scarpe, ha guardato Belhassen dicendo: “Non siamo tutti così con chi è straniero”.

Esatto signora mia, è proprio da persone come lei che dobbiamo ripartire per mettere fine a questo clima infame. “Accoglienza”, “Integrazione” e “Umanità” sono parole non devono sparire dal nostro vocabolario per paura di non essere compresi.

Se servisse, Antonio aggiunge anche qualche foto:

E viene in mente la frase di Martin Luther King: «In questa generazione ci pentiremo non solo per le parole e le azioni odiose delle persone cattive, ma per lo spaventoso silenzio delle persone buone».

Buon martedì.

Indimenticabile Jeanne Moreau GALLERY

Indimenticabile la sua camminata notturna alla ricerca dell’amante, Julien Tavernier (Maurice Ronet), sulle note di Miles Davis nel film d’esordio di Louis Malle, Ascensore per il patibolo (1957), e ancor più il suo ruolo di imprendibile amante di Jules e Jim di Truffaut. Cantante, attrice e regista francese Jeanne Moreau è stata la diva passionale, il volto più espressivo del cinema francese. Lontana anni luce dal modello algido dell’attrice francese alla Catherine Deneuve, Jean Moreau, scomparsa il 31 luglio a 89 anni, ha attraversato il cinema degli anni Cinquanta e Sessanta, con grande personalità e intelligenza, lavorando con i più grandi registi del Novecento, da Michelangelo Antonioni a François Truffaut e Orson Welles, con il quale girò Il processo ma anche Falstaff e Storia immortale.

Tra i ruoli più famosi di Moreau, che era nata nel 1928, c’è appunto quello di Catherine in Jules e Jim che nel 1962 la fece conoscere a livello internazionale. Alle spalle aveva già il premio per la miglior interpretazione femminile al Festival di Cannes per il film Moderato cantabile, in cui compariva accanto a Jean-Paul Belmondo. Il successo della canzone Le Tourbillon, incisa inizialmente per la colonna sonora di Jules e Jim le aprì le porte dei teatri anche come cantante. Dal sodalizio artistico con Truffaut nacque anche il capolavoro I quattrocento colpi.

Jeanne Moreau e Marcello Mastroianni in ‘The Night’ diretto da Michelangelo Antonioni. (Sunset Boulevard / Corbis via Getty Images)

L’attrice francese Jeanne Moreau e il regista Francois Truffaut a Roma alla prima proiezione del film “Jules e Jim” il 15 febbraio 1962 a Roma, Italia. (Keystone-France / Gamma-Rapho via Getty Images)

L’attrice francese Jeanne Moreau e il regista Francois Truffaut a Roma, in anteprima proiettata del film “Jules e Jim” il 15 febbraio 1962 a Roma, Italia. (Keystone-France / Gamma-Rapho via Getty Images)

L’attrice francese Jeanne Moreau, 1963. (Pictorial Parade / Archivio foto / Getty Images)

Jeanne Moreau con il musicista jazz Miles Davis (1926 – 1991) (RDA / Getty Images)

L’attrice francese Jeanne Moreau arriva per la prima della proiezione di “Vicky Cristina Barcelona” al 61 ° Festival di Cannes, in Francia, 17 maggio 2008. EPA / CHRISTOPHE KARABA

L’European Film Awards 2003, 6 dicembre 2003, Berlino

16 maggio 2005, Cannes. “Le temps qui reste” del regista francese Francois Ozon, che corre nella sezione “Un Certain Regard” del 58 ° Film di Cannes Festival