Home Blog Pagina 880

I nuovi zombie sono i razzisti

Il maestro degli horror movie George A. Romero con La notte dei morti viventi nel 1968 denuncia il capitalismo ormai imperante, trasformando un’intera società, quella americana, in un esercito di zombie. Allo stesso modo la regista Luna Gualano e lo sceneggiatore Emiliano Rubbi vogliono rompere i tabù con Go Home – A casa loro denunciando il razzismo dilagante nel nostro Paese. Per farlo, hanno ideato un horror allegorico che si propone di usare gli zombie come metafora di una società sempre più chiusa e aggressiva nei confronti dei migranti e di tutto ciò che è “diverso”. Nel film, le cui riprese cominceranno il 6 agosto, gli zombie assediano Roma. L’unico posto sicuro in tutta la città è un centro d’accoglienza per migranti, al cui interno gli ospiti lotteranno strenuamente per rimanere in vita. Ma fra gli ospiti c’è un intruso: Enrico, un militante di estrema destra che stava picchettando l’ingresso del centro per impedirne l’apertura e che mentirà sulla propria identità pur di salvarsi la vita.

«L’idea è nata un giorno in cui con Emiliano commentavamo con amarezza l’ennesimo episodio di xenofobia avvenuto nel nostro Paese – spiega Luna – e a lui è venuta subito l’idea di girare un film horror ambientato in un centro d’accoglienza, con gli zombie metafora di quest’odio freddo che rende ciechi e omologati i razzisti, come fossero una massa indistinta e devitalizzata: proprio come dei morti viventi».
E così l’apocalisse zombie diventa un pretesto per costringere lo spettatore a entrare nei “loro” panni, a vivere dentro un centro d’accoglienza che nel film è l’unico luogo sicuro in un mondo che è ostile: un mondo che, letteralmente, li vuole mangiare vivi. Un’ottima occasione per osservare il mondo con gli occhi dell’“altro”: «Spesso i centri d’accoglienza vengono pensati come luoghi terribili, chi non li conosce può pensare che siano posti da cui stare alla larga – continua Luna -, così nel film facciamo diventare il centro l’unico posto sicuro al mondo e lo smitizziamo».
Go Home è stato pensato come un’opera multilingue: ci saranno scene in italiano, inglese, francese, arabo e in vari idiomi africani per dare una percezione reale di quello che succede dentro ad un centro d’accoglienza, in cui si incontrano di continuo…

L’articolo di Elena Basso prosegue su Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Lo stile neocoloniale di Pechino. Così la Cina sta annettendo l’Africa

La nuova città di Kilamba a circa 30 chilometri da Luanda (Credits: AP Photo / Schalk van Zuydam)

Un sorridente Xi Jinping stringe le mano di un operaio. Sullo sfondo della fotografia campeggia uno dei tanti striscioni rossi a caratteri bianchi che riportano slogan motivazionali e di osanna ai progressi compiuti dalla Cina in questo o quel campo. In una seconda immagine, il leader comunista passa in rassegna una fila di lavoratori, tutti con il caschetto in testa. Le foto non sono però state scattate in qualche cantiere della Repubblica popolare. Lo striscione lascia pochi dubbi: tre caratteri compongono il nome Ange la, ossia Angola. È l’estate del 2010 e il futuro capo di Stato cinese, allora ancora vicepresidente, ma già quasi successore in pectore di Hu Jintao alla guida del Partito comunista e della Cina, visitava i cantieri di Kilamba Kiaxi, cittadina satellite della capitale Luanda che nelle previsioni dovrà ospitare fino a 200mila angolani, confermando gli investimenti per 3,5 miliardi di dollari.
«Organizzata e tranquilla, la vita è totalmente diversa dalla congestione della capitale. Libera da rumore e inquinamento, sicura e pulita», recita la presentazione del progetto sul sito ufficiale Kilamba.info. Il progetto è considerato uno dei modelli della cooperazione sino-angolana: alla costruzione hanno contribuito 50 grandi aziende di Stato cinese e 400 piccole e medie imprese. Almeno ufficialmente sul piano occupazionale….

L’inchiesta di Andrea Pira prosegue su Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Reati minorili, sintomi da curare non da punire

young homeless boy sleeping on the bridge, poverty, city, street

Il tribunale minorile italiano è stato preso come esempio dal Parlamento europeo per la compilazione della direttiva europea del “Giusto processo penale minorile” sollecitando tutti gli Stati membri a seguirne le linee guida mettendo in atto «misure appropriate per garantire che i giudici e i magistrati inquirenti che si occupano di procedimenti penali riguardanti minori abbiano una competenza specifica in tale settore». Il disegno di legge di riforma della giustizia che nasce per rendere più efficiente il processo civile prevede l’inserimento dei tribunali minorili nei tribunali ordinari, nei quali verrà istituita una sezione speciale dedicata ai minori. La preoccupazione degli operatori del settore minorile è vedersi togliere le già scarse risorse a vantaggio della giustizia ordinaria. Sappiamo dalle statistiche che il 70 per cento dei detenuti, messi in libertà alla fine della detenzione ritorna negli istituti di pena per aver commesso ulteriori crimini. Il carcere così come è previsto non solo rende impossibile alcun processo di recupero, ma toglie dignità e identità umana alla persona potenziando le valenze delinquenziali e favorendo un processo di destrutturazione dell’identità. Concepire un percorso di ricostruzione della personalità di chi ha commesso un crimine dovrebbe prevedere un investimento di risorse da parte dello Stato che possono essere pensate solo a partire da un cambiamento di mentalità o addirittura come in vero e proprio un salto di paradigma culturale. Si pensa erroneamente che scontare la pena sia “l’espiazione” di una colpa attraverso la quale si dovrebbe favorire una catarsi e un rinnovamento: quest’ultimo non può avvenire senza uno specifico processo di cura psicoterapica. La pena non può essere vista come un risarcimento, se non addirittura una vendetta richiesta dalle vittime che ricorderebbe molto il biblico “occhio per occhio”. Non voglio banalizzare il problema ed affermare: aprite le carceri, come una volta è stato detto aprite i manicomi in quanto la malattia mentale non esisterebbe ma sarebbe solo un modo di esistere. Penso che la maggior parte dei detenuti abbiano problemi dovuti a disagi sociali o a problemi mentali che potrebbero trarre beneficio da percorsi di cura e di inserimento in comunità, con vantaggi sia economici che di benessere sociale. Ma come dicevo prima è necessario un salto culturale. Allo stato attuale, una società non può definirsi civile se non mette in atto programmi di cura e integrazione sociale per gli adulti che commettono crimini. Diventa essa stessa colpevole….

L’articolo della neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti prosegue su Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Figli di uno Stato minore

«Il superiore interesse del bambino» è il principio che guida tutta la giustizia minorile in Italia, pur tra mille difficoltà. Su questo principio, i Tribunali per i minorenni, oltre alle sentenze di condanna per chi commette un reato, prendono decisioni difficili e delicate, come dichiarare che il minore può essere adottato perché i genitori lo sottopongono ad abusi o maltrattamenti, oppure consentire adozioni anche a partner di coppie omosessuali. Oppure ancora, tentare l’affido familiare e sperimentare relazioni affettive più aperte in cui il legame con i genitori biologici non è completamente spezzato. E, infine, seguire il principio dell’interesse del minore significa tutelare i diritti delle migliaia di bambini e adolescenti stranieri non accompagnati che sbarcano nel nostro Paese e che rischiano di finire nelle reti criminali. Un popolo di minori di cui adesso i “senza famiglia” sono 28.449 – metà nelle comunità e metà nelle famiglie affidatarie – e 462 coloro che si trovano negli istituti di pena, mentre i minori stranieri non accompagnati al 30 giugno erano 17.864.
Tutta la giustizia minorile dipende dalla legge 488 del 1988, una rivoluzione culturale per l’Italia, che ha anticipato di un anno la Convenzione Onu sui diritti del fanciullo. Da allora i minori non vengono più considerati persone di serie b, non ancora adulte, i cui diritti derivano per concessione dei genitori ma, al contrario, sono individui titolari di diritti come qualsiasi altro cittadino. Se Teresa Mattei, battagliera costituente, non era riuscita a far inserire nell’articolo 3 della Costituzione la frase «pari dignità di tutti, bimbi compresi» a cui teneva tanto, la riforma del 1988 ha stabilito dei paletti ben precisi per salvaguardare il benessere dei bambini e degli adolescenti.

Nell’ultimo anno e mezzo si è verificata una pressione inaudita contro quello che all’estero viene considerato un fiore all’occhiello della giustizia italiana: i Tribunali per i minorenni (Tm), appunto. Nella Commissione Giustizia del Senato è in discussione il ddl 2284 sulla mastodontica riforma del processo civile. Nella riorganizzazione generale voluta dal ministro della Giustizia, Andrea Orlando, era previsto anche il cosiddetto Tribunale della famiglia, di cui si parla da molti anni, con l’accorpamento di tutte le competenze: del Tribunale per i minorenni, del Tribunale ordinario sulle separazioni con prole e dei giudici tutelari. Ma a gennaio 2016 un emendamento della deputata Donatella Ferranti (Pd) ha introdotto la soppressione dei Tribunali e delle procure per i minorenni istituendo delle sezioni specializzate presso i Tribunali ordinari. Questo ha provocato una rivolta generale…

L’articolo di Donatella Coccoli prosegue su Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Le parole della musica

Credo non ci siano molte parole da dire e da scrivere oggi.
Ci sono giorni in cui è difficile pensare ed è ancora più difficile scrivere. Non che i pensieri non ci siano. Quello no. Ma sono forse più sensazioni che parole. Come una tristezza che non lo è ancora. Ma che non riesce ad esserlo fino in fondo.
Poi accade che ascolti una musica o leggi una frase o vedi un disegno… e le lacrime improvvise non ti fanno più vedere. Ma poi il dolore del cuore ti fa tornare il pensiero nella mente.
Ci sono momenti come questo di grande difficoltà. Non vogliamo lasciare il sentire che ci rende umani perché altrimenti sembra che tutto sia finito.
La reazione fredda è in agguato dietro l’angolo.
Un po’ di Mozart forse aiuta. Quel suo modo del tutto particolare di accostare movimenti sonori di infinita tristezza a melodie di pura gioia. Momenti di pianto a risate meravigliose.
Un assurdo sentire che ti sballotta tra il pianto e il riso, senza un apparente perché.
Ricordo da bambino quello che mi piaceva era il sentire che in quella musica c’era come un filo continuo. Un filo che non si interrompeva mai e che ti costringeva a seguire quel pensiero senza parole. È solo suono.
Ed è bella l’idea che al tempo di Mozart fosse una forma d’arte che poteva essere fruita solo con un esecuzione dal vivo. Non esistevano registratori.
Una performance di qualcosa di completamente irrazionale e di cui non rimaneva alcuna traccia dopo che era stata eseguita.
Come fai a raccontare a parole il piano concerto n. 21 (k467) dopo che lo hai ascoltato?
Solo la memoria di un filo e di una sensazione.
Un’attività fatta di movimenti del corpo di musicisti che creano un suono… che dice e racconta qualcosa di completamente irrazionale e non raccontabile… con le parole.
Mi scusi il lettore che ha letto finora se sto rubando il suo tempo con questi discorsi un po’ strampalati.
È che forse ora ho scoperto il motivo di questa tristezza.
Dipende forse da un libro, nuovo, che ho visto che ha una copertina disegnata e un titolo che sembra un gioco di parole.
Parole che apparentemente non si comprendono. Come fossero una musica fatta solo di parole scritte e silenziose…
Questa idea affascinante della musica nelle parole scritte è una cosa di cui ha scritto moltissimo Massimo Fagioli nella sua rubrica qui su Left.
E la parola suono compare tra le 21 parole del 2 luglio di un anno fa.
E forse ora comprendo meglio la tristezza e il perché la musica la allevia. È stato un anno… e non ho il coraggio di completare la frase. Perché è stato un anno grande e bellissimo… ma è stato un anno tragico.
Quello che non pensavo ora lo riesco a pensare. Ciò che non si può descrivere a parole come in un concerto è la voce di un bambino appena nato. Il suo vagito che dice “io sono”.
Quello che Fagioli è riuscito a raccontare e comprendere con il suo bellissimo scrivere è proprio quel suono senza parole che viene solo sentito e rappresentato dalla musica e quel pensiero senza voce che compare la notte a cui non è mai stata dignità di pensiero umano.
Conoscenza dell’istinto di morte. È questo il titolo del libro che ho visto.
Sembra un gioco di parole con il titolo del suo primo libro. Ma forse dice qualcosa di questa enorme eredità di pensiero che ha lasciato a noi Massimo Fagioli.
È una responsabilità e una necessità. La necessità e l’obbligo di essere esseri umani.

L’editoriale di Matteo Fago è tratto dal numero di Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Il dramma dei bambini invisibili: quasi 12mila scomparsi nel 2016 in Italia

GRAVINA DI PUGLIA: IL CASOLARE DOVE SONO STATI RITROVATI I CORPI DI DUE RAGAZZI. NELLA FOTO INQUIRENTI SUL POSTO.

Ben 47.946 in tutto, dal 1974 al giugno del 2017: 11.044 in più rispetto a giugno 2016. Sono le persone scomparse, tra minori e adulti, cioè coloro di cui si sono perse le tracce nel territorio italiano. Le loro cifre sono state da poco aggiornate e trascritte nella XVII relazione del Commissario straordinario per le persone scomparse. E sono cifre che raccontano una vera e propria emergenza. Quella dei bambini scomparsi.

Al giugno del 2017 i minori stranieri non più rintracciabili sono 31.635, 9.754 in più rispetto alla rilevazione del 2016 (21.881), in aumento del 44,5%.  Secondo il report, «si registra un aumento sostanziale degli allontanamenti dei minori, in particolar modo di quelli stranieri, dai centri di accoglienza». La relazione definisce questo fenomeno come «il più preoccupante»: il totale complessivo dei minori da ricercare che si allontanano da tali centri è di 8.811, tra cui 8.372 stranieri e 439 italiani.

XVII relazione dell’Ufficio del Commissario straordinario del governo per le persone scomparse

Il cosiddetto “allontanamento volontario” resta – almeno sulla carta – la motivazione principale per la scomparsa, anche tra i minori: sono 18.796 quelli che hanno spontaneamente deciso di allontanarsi dai propri tutori (17.967 stranieri e 829 italiani). La casistica dei «possibili disturbi psicologici» comprende invece 14 minorenni.

In aumento anche gli under 18 irrintracciabili con cittadinanza italiana, che passano complessivamente da 1.945 a 2.167, un aumento dell’11,4%. Le regioni con il più alto numero di ricercati sono la Sicilia (12.188), il Lazio (7.721), la Lombardia (5.360), la Campania (4.115) e la Puglia (3.737).

Nel Registro dei cadaveri non identificati sono segnalati inoltre 2.539 corpi, tra i quali 1.805 recuperati in mare, in gran parte nel mar Mediterraneo, a causa dei flussi migratori. I morti accertati in quel braccio di mare solo nel 2017 sono 2.397, secondo l’Oim.

XVII relazione dell’Ufficio del Commissario straordinario del governo per le persone scomparse

Il tema dei diritti negati ai minori sarà approfondito nella storia di copertina del numero 31 di Left, in edicola da sabato 5 agosto.

La copertina del numero 31 di Left in edicola da sabato 5 agosto, oppure in digitale da venerdì 4 agosto


SOMMARIO ACQUISTA

Stati arabi vs Qatar: guerra a colpi di fake news

epa04557189 A general view of the West Bay skyline from The Museum of Islamic Art, Doha, Qatar, 12 January 2015. The Museum of Islamic Art shows highlights of the Qatar collection ranging geographically from Spain to China and spanning nearly a thousand years reflecting the diversity of cultures and ideas within one civilisation. The Qatar 2015 men's Handball World Championship takes place in Qatar from 15 January to 01 February. Qatar 2015 via epa/NIC BOTHMA Editorial Use only/No Commercial sales

Sky News Arabia – una joint venture tra una compagnia di Abu Dhabi e Sky Gran Bretagna – ha mandato in onda un documentario che rivelerebbe i legami di Doha con i terroristi coinvolti nell’attacco alle Twin Towers a New York dell’undici settembre. Nel frattempo un giornale saudita, l’Okaz, ha pubblicato la notizia che ai magazzini Harrods – negozi di Londra di proprietà qatariota – verrebbero rubate informazioni alle carte di credito dei clienti a favore dell’embargo al Qatar. Dall’altra parte della “trincea”, i media di Doha hanno scritto invece che l’Arabia Saudita avrebbe punito chiunque avesse anche solo indossato una maglietta del FC Barcellona, squadra calcistica sponsorizzata dalla Qatar Airways.

La battaglia della propaganda nei media del Golfo, insomma, sta diventando brutale e in tutti gli stati impegnati nella guerra contro Doha – Emirati arabi, Arabia Saudita, Bahrain ed Egitto – «i cani da guerra dei media sono stati slegati», commenta il Financial Times.

I media del Golfo sono stati sempre sotto controllo governativo e il lancio di Al Jazeera nel 1996 ha letteralmente rivoluzionato il modo di fare giornalismo in Medio Oriente. Ora però, contro la tv multi-lingua e la sua narrativa, sono state sollevate altre due teste d’ariete, i due colossi Sky news Arabia e Al Arabiya, una televisione governativa saudita che ha fatto saltare ieri dalle poltrone i suoi spettatori, quando ha definito il Qatar “regime canaglia” e ha insultato l’emiro che lo guida, Sheikh Tamin bin Hamad al Thani.

L’embargo nei confronti del Qatar non riguarda solo beni materiali, ma anche gli accessi mediaci a fonti di notizie e media, bloccati da mesi negli stati arabi che accusano Doha di finanziare e fiancheggiare l’Iran e Hamas. Al Jazeera ha commentato l’embargo definendolo «un immaturo atto politico, compiuto da paesi che impongono strutture beduine a istituzioni statali moderne».

Questa crisi diplomatica – per il momento – procede dunque a colpi giornalistici: «i media sono diventati le core weapons, armi principali. Storicamente l’Arabia Saudita era conservatrice, ma questa volta abbiamo visto che si sta togliendo i guanti» ha detto Awad al Fayadh, della televisione saudita Mbc. La crisi del Golfo è a un punto morto, Doha continua a respingere le accuse di terrorismo che le vengono imputate, al Jazeera di certo non chiuderà, «ma la battaglia continua, gli stati rivali usano i media come cani da guerra per far si che continui, non solo per interessi interni, domestici, ma anche per guadagnare consenso tra gli alleati occidentali».

Per i giornalisti che sostengono le pressanti richieste delle nazioni arabe di chiusura della rete Al Jazeera, questi metodi – colpi di propaganda e fake news – sono giustificati «perché è quello che ha fatto la tv di Doha, destabilizzando la regione per anni. Oggi il governo ha capito che la battaglia deve essere combattuta usando gli stessi metodi».

“Ma lei ha intenzione di fare figli?”

Jacinda Ardern

“Come gran parte delle donne che si dedicano alla loro vita lavorativa, non sto pre-determinando nulla di tutto ciò”.

“È davvero inaccettabile nel 2017 sostenere che le donne debbano rispondere a questa domanda sul posto di lavoro. È una decisione che spetta alla donna quando avere figli, non deve avere conseguenze sul fatto di ottenere o meno un lavoro”.

“Dovremmo essere giudicate per ciò che sappiamo fare, non per la nostra vita privata, invece tutte le donne affrontano questo pregiudizio continuamente”

In sintesi questa è la risposta che Jacinda Ardern, 37 anni e nuova leader dell’opposizione in Nuova Zelanda, ha dato ai giornalisti che le hanno chiesto se avesse intenzioni di avere figli, in previsione di una sua prossima candidatura a premier. Gliel’hanno chiesto con la stessa boria con cui tutti i giorni, in tutto il mondo, alcuni datori di lavoro chiedono a donne che cercano un’occupazione se davvero hanno intenzione di esercitare quel loro fastidioso diritto alla maternità come se fosse una discriminante socialmente accettata.

E lei, la Ardern, ha risposto con l’elegante disgusto che provano tutte le donne del mondo. Con una differenza sostanziale: lei ha potuto reagire. Poi magari ci si potrebbe occupare di costruire un mondo in cui non sia più lecito usare quel tono. No?

Buon venerdì.

Droghe, associazione Coscioni: i silenzi del governo su un mercato da 14 miliardi

Opened the 'Hemp Embassy', the first shop dedicated to the sale of cannabis cuttings in Italy, Milan, 16 June 2017. ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

Al primo posto la cannabis, col 9,8%. Poi le cosiddette “nuove sostanze psicoattive” col 1,4%, la cocaina con l’1%, infine spice (dall’inglese “spezia”, è una droga sintetica derivata dei cannabinoidi), eroina ed oppiacei. Per un totale di circa 4 milioni di italiani che hanno fatto uso di almeno una di queste droghe durante l’ultimo anno – un italiano su dieci – ed un giro d’affari di circa 14,2 miliardi di euro.

Sono i dati presentati al interno della relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia, curata dal Dipartimento delle politiche antidroga, e resa pubblica il 1 Agosto. «Nel totale disinteresse e silenzio della politica», come denunciano Filomena Gallo, segretario dell’associazione Luca Coscioni, e Marco Perduca, coordinatore di Legalizziamo.it.

«Di fronte a questo potenziale economico – proseguono i due portavoce – è indispensabile aprire un dibattito pubblico, politico e istituzionale ma il Governo invia la relazione al Parlamento quando questo chiude per la pausa estiva e lo fa senza neanche una conferenza stampa per presentarlo né, tanto meno, annuncia risposte alla diffida che con Antigone, Forum Droghe, la Lila e la Società della Ragione abbiamo inviato il 31 luglio al Presidente Gentiloni per chiedere la convocazione della Triennale (ma assente dal 2009) Conferenza Nazionale sulle Droghe dove il contenuto della Relazione dovrebbe esser discusso istituzionalmente».

«Possibile che i Presidenti Grasso e Boldrini non abbiano nulla da dire rispetto a questa mancanza di rispetto del Parlamento e delle sue prerogative di ‘cane da guardia’ dell’operato del Governo?» concludono Gallo e Perduca.

Continuando a leggere i dati, si nota che la spesa per sostanze è divisa tra cocaina (43%), cannabis (28,2%), eroina (16,2%) e altre sostanze sintetiche (12.7%). 

L’associazione Luca Coscioni è impegnata nella tutela delle libertà civili dei cittadini su temi come libertà di ricerca scientifica, antiproibizionismo, legalizzazione Cannabis, legalizzazione dell’eutanasia, testamento biologico, eliminazione delle barriere architettoniche, diritti dei disabili, fecondazione assistita e iniziative per eliminazione divieti della legge 40.

Strage di Viareggio, la sentenza: «Quei 32 morti si potevano evitare»

L'incendio divampato nella notte tra il 29 e il 30 giugno 2009 nella stazione di Viareggio ANSA/ RICCARDO DALLE LUCHE

La strage di Viareggio, 32 persone morte tra le fiamme, «non è stato un fatto imprevedibile», lo scrivono i giudici del tribunale di Lucca nelle motivazioni della sentenza del processo di primo grado che si è concluso lo scorso gennaio. Durante il terribile incidente di Viareggio, accaduto il 29 giugno 2009, alle 23:50 un treno merci che stava trasportando gpl, deraglia e si squarcia. La rottura delle cisterne cariche di gpl provoca una “nube esplosiva”. A causa del gas fuoriuscito si verifica un’esplosione gigantesca che si propaga nelle strade e nelle abitazioni vicino alla ferrovia. La maggior parte delle vittime muoiono bruciate nei loro letti.
Secondo i giudici l’incidente di Viareggio «costituisce un evento derivato da una concatenazione di accadimenti strettamente consequenziali tra loro che sarebbe stato possibile evitare attraverso il rispetto di consolidate regole tecniche create proprio al fine di garantire la sicurezza del trasporto ferroviario, e soprattutto, prestando massima attenzione ai diversi segnali di allarme che si erano manifestati già prima del fatto e che preludevano al disastro». Se infatti la rottura dell’assile del carro è stato «il fattore originario» da cui poi si è scatenato il disastro, causando il deragliamento del treno e la successiva fuoriuscita di gas, la «causa originaria ed il verificarsi dei fattori successivi debbono essere considerati concause tutte riferibili al medesimo contesto di gestione del rischio che è quello connesso al trasporto ferroviario». Secondo i giudici di Lucca le società coinvolte nel processo hanno «ottenuto vantaggi consistenti nel risparmio economico derivato dalla omissione di interventi di carattere tecnico».
Nel processo, concluso lo scorso 31 gennaio, c’erano 33 imputati. Fra i condannati: Mauro Moretti, l’ex amministratore delegato di Fs e Rfi, condannato a 7 anni  e Michele Mario Elia, ex amministratore delegato di Rfi condannato a 7 anni e mezzo. L’accusa per tutti gli imputati era di disastro ferroviario, incendio colposo, omicidio colposo plurimo e lesioni personali. In totale ci sono stati dieci assolti, mentre pene pesanti sono andate anche al responsabile sistema manutenzioni di Gatx Rail, la società tedesca che aveva affittato i carri cisterna, condannato a 9 anni e mezzo.