Home Blog Pagina 879

Fine vita: il Parlamento tace ma Accabadora riempie le sale

L’Accabadora non parla. E i suoi occhi raccontano la tristezza di chi, seguendo una tradizione arcaica tramandata di madre in figlia, porta la buona morte. Annetta, bella e tenebrosa, interpretata da Donatella Finocchiaro è la protagonista di Accabadora, “colei che finisce”, il nuovo film di Enrico Pau. (Il titolo inevitabilmente rimanda all’omonimo romanzo pubblicato nel 2009 da Michela Murgia, ma a tal proposito il regista sostiene che la sceneggiatura del film abbia altre radici). Dopo l’esordio a Cagliari il 20 aprile è in proiezione itinerante in tutti i centri dell’isola ed il cult dell’estate. L’apprezzamento per il film è certificato dal tutto esaurito che si registra per ogni proiezione. Dentro c’è il passato ma anche la modernità. La sofferenza e la ricerca dell’amore, il dolore e la speranza. E un dibattito ancora aperto e acceso sul fine vita. Tutto nasce e si sviluppa in un viaggio che parte dalla Sardegna arcaica e rurale per approdare nella Cagliari bombardata e distrutta. Annetta, solo dopo tempo e una sofferenza quasi inenarrabile, riesce a squarciare l’isolamento in cui è sprofondata a causa di quella condizione che le ha negato anche la più piccola briciola d’amore. Sarà proprio l’affetto per la nipote Tecla (partita da tempo con un carretto verso il capoluogo) a portarla via dal paese per raggiungere Cagliari. “Non sappiamo se la figura della accabadora sia esistita veramente, perché gli antropologi di Cagliari dicono si tratti di una leggenda o invenzione ma a me piace il fatto di affrontare un caso e si parla delle persone – spiega il regista .- La storia della Accabadora mi era rimasta impressa sin dal 2004, quando ho lavorato nel laboratorio del cinema a Santu Lussurgiu, la scuola dove studiò Gramsci”. Certo è, chiarisce, “se l’accabadora è esistita realmente possiamo dire che cent’anni fa erano molto più avanti e moderni di noi”. Enrico Pau, che definisce il film “antico e moderno al tempo stesso”, (nel cast accanto a Donatella Finocchiaro, Barry Ward, Carolina Crescentini, Sara Serraiocco, Anita Kravos, Camilla Soru, Federico Noli, insieme con Caterina Medici, Maria Grazia Sughi, Emilia Agnesa, Roberta Locci, Carla Orrù, Mario Faticoni, Piero Marcialis, Giuseppe Boy, Nunzio Caponio, e con Saverio Abis e i giovanissimi Riccardo Cau, Enia Carboni e Matilde Soro -produzione Film Kairos (Italia) / Mammoth Films Irlanda), non ha la pretesa di fare una ricostruzione storica ma vuole “raccontare una storia e sviluppare una discussione”. “E’ molto interessante riflettere su una cosa: l’idea che in un villaggio piccolo ci fosse una figura, una donna che aveva questo ruolo e aiutava le persone che stavano per morire a liberarsi delle sofferenze – aggiunge ancora il regista che è anche autore della sceneggiatura originale insieme ad Antonia Iaccarino –. Un argomento che oggi, seppure in maniera differente e in mezzo alla discussione sul fine vita e quindi la possibilità di sospendere le cure, non si riesce ad affrontare lasciando questo paese in una sorta di limbo”. Eppoi quel filo rosso che unisce tutti i suoi film: raccontare le persone, quelle che devono fare i conti con una certa difficoltà. Come Annetta. Bella ma triste e sola. Confinata in un isolamento e quasi ripudiata. “La sua vita è un casino, non ha mai avuto un pezzetto d’amore cui aggrapparsi, è sempre stata delegata a questo ruolo terribile in mezzo al nulla – spiega Enrico Pau-. L’irrompere della nipote in una famiglia che l’ha quasi rinnegata e che chiede amore, la mette in una crisi profonda che la costringe a lasciare il suo mondo e senza chiedersi perché lo facesse. Perché in questi riti c’è la tradizione e c’è un meccanismo arcaico consolidato”. Se qualcuno pensa di trovare immagini macabre si sbaglia. Accabadora (le scenografie sono disegnate da Marco Dentici, i costumi di Stefania Grilli – il mantello disegnato dallo stilista Antonio Marras – colonna sonora firmata da Stephen Rennicks, con i canti dell’ensemble corso A Filetta), racconta anche la drammaticità del trapasso con delicatezza e rispetto per il dolore. E tra le righe regala la speranza di donna che, alla fine, riesce a cambiare vita. Una speranza, come una fiamma debole, che prova a resistere.

E ora Accabadora diventa anche spettacolo, il 10 agosto Accabadora il romanzo di Michela Murgia debutta in forma di lettura scenica a Roma all’interno della rassegna “I solisti del teatro” nei Giardini della Filarmonica. Lo spettacolo sarà in anteprima nazionale a novembre 2017  al Teatro Biblioteca Quarticciolo per proseguire la tournée in diverse città italiane, La  drammaturgia è di Carlotta Corradila regia  di Veronica Cruciani,  protagonista Monica Piseddu.  A sua volta la scrittrice Michela Murgia debutta in uno spettacolo dedicato a Grazia Deledda nell’ambito dell’ “Ogliastra Teatro – Festival dei Tacchi”.

F-35: dovevano essere super-caccia e invece sono solo polli

An F35 performs during a flying display at the Farnborough International Airshow in Farnborough, Britain, 12 July 2016. The Farnborough International Air Show runs from11-17 July. ANSA/HANNAH MCKAY

Vi ricordate i famosi F-35? Bene, il programma “è oggi in ritardo di almeno 5 anni” per le “molteplici problematiche tecniche” che hanno fatto anche si che i costi del super-caccia siano “praticamente raddoppiati“; anche le prospettive occupazionali per l’Italia “non si sono ancora concretizzate nella misura sperata”. Tuttavia, “l’esposizione fin qui realizzata in termini di risorse finanziarie, strumentali ed umane è fondamentalmente legata alla continuazione del progetto” ed uscirne ora produrrebbe importanti perdite economiche. Lo scrive la Corte dei conti ed è un ottimo manifesto dell’incapacità di governo.

Avrebbero dovuto portare 10.000 posti di lavoro e invece non arriveranno nemmeno a 4.000 (se tutto va bene, in un progetto in cui tra l’altro tutto sta andando male); avrebbero dovuto essere un alto esercizio di ingegneria e invece continuano ad avere dei seri problemi di sviluppo; ci avevano promesso di dedicarsi alla pace e invece continuano a sperperare in pessimi progetti di guerra.

Ma è curioso soprattutto che proprio sugli F-35 l’ex Presidente della repubblica Giorgio Napolitano abbia speso immani energie come se i caccia bombardieri fossero l’emergenza sociale più importante.

E viene da chiedersi come potremmo fare la pace. Per fortuna almeno non siamo nemmeno capaci di armarci per la guerra.

Bravi. Avanti così.

Buon martedì.

«Trump e Putin soffiano sulla rabbia dei popoli. L’antidoto è la lotta alle ingiustizie»

FILE - In this July 7, 2017, file photo, President Donald Trump meets with Russian President Vladimir Putin at the G-20 Summit in Hamburg. Trump signed on Aug. 2, what he called a "seriously flawed" bill imposing new sanctions on Russia, pressured by his Republican Party not to move on his own toward a warmer relationship with Moscow in light of Russian actions. (ANSA/AP Photo/Evan Vucci, File) [CopyrightNotice: Copyright 2017 The Associated Press. All rights reserved.]

Il crollo dell’edificio Grenfell a Londra non è stato ancora dimenticato dalla popolazione britannica e ha aperto un dibattito nella società inglese che non si è ancora chiuso. Un dibattito che parla, in fondo, dello scontro di classe. Di precariato, di diritto alla casa, al lavoro. Di geopolitica globale. Come quello dell’edificio, anche questo è un incendio ormai difficile da spegnere.

«La rabbia sta esplodendo ovunque nel mondo e Trump e Putin stanno soffiando sulle fiamme». Lo scrive il giornalista e professore universitario Paul Mason sul The Guardian, analizzando la situazione da un capo all’altro del mondo. Per la classe politica inglese, «nervosa sia per le manifestazioni, che per il marxismo, dalla tragedia dell’edificio Grenfell, la vista di Amburgo in fiamme non è stata rassicurante». Amburgo è stata solo l’ultima manifestazione d’Europa che ci ha ricordato che «la rabbia sta esplodendo in tutte le società occidentali e sta diventando sistemica».

La povertà della classe media. La povertà dei nuovi poveri. La crisi della migrazione. La Brexit e Donald Trump. Gli attacchi terroristici in Germania, Gran Bretagna, Francia. L’ascesa del Front National e lo tsunami di Emmanuel Macron. La débacle di Theresa May: «La storia si sta allontanando dalla stabilità. In un anno, la risposta dei politici e dei banchieri che prendono decisioni sono cambiate: le banche centrali hanno dato inizio a un ciclo di restrizioni, abbassando tassi d’interesse e stampando soldi, quello che ormai tiene il mondo a galla dal 2009». Era stato promesso di trovare un nuovo modello economico per il mondo, «ma non si vede niente all’orizzonte».

«Con l’elezione di Trump, il consenso sulla globalizzazione ha cominciato a disintegrarsi. Questo conduce al secondo grande cambiamento: quello sul commercio. Sin dagli albori, quando si sono incontrati nel 2008, i leader dei G20 dovevano evitare il protezionismo come risposta alla crisi finanziaria. L’esperto commerciale e professore Simon Wevenett ha detto che questo accordo, dall’ultimo summit, è stato violato appena 13 ore dopo è stato concordato, visto che il governo ha favorito 5886 restrizioni commerciali».

La retorica è sempre più forte delle azioni, scrive Mason. Per Trump e Vladimir Putin «c’è un chiaro calcolo: più diventano arrabbiati i loro popoli con Paesi stranieri, con prodotti ed esseri umani di quei Paesi, meno saranno propensi a ribellarsi in patria. Siamo in un punto della politica globale in cui la rabbia può essere guidata solo in due direzioni: verso l’alto, verso le élite, o ai lati, contro le minoranze, nazioni rivali e istituzioni che vogliono difendere la legge».

Quando l’obiettivo è rivolto alla politica interna inglese, con uno sguardo tacito su Corbyn, l’editorialista scrive che «i laburisti hanno paura dei loro stessi membri, i tories dei deputati di secondo piano, i giornalisti del tono malevolo che ha assunto il dibattito su Grenfell. Ho già espresso la mia idea, è importante riconoscere da dove viene la rabbia». Del popolo. Cosa la produce. «Per le persone senza potere economico, la vita di ogni giorno è un lungo atto di coercizione contro di loro. La fila per i benefits, per gli ospedali, le attese per un’operazione chirurgica. Per i lavoratori precari c’è un sistema di multe e demeriti, sovraccarico di lavoro obbligatorio, ai loro datori di lavoro è concesso comportarsi come dei mini Putin, Trump o Orban. Questo è quello che rende meno prevedibile cosa faranno le persone, quando perdono la calma. L’antidoto più forte a questa rabbia è un sistema politico che reagisce velocemente alle ingiustizie». Ci si può lamentare delle Audi bruciate per la furia delle strade durante le proteste del popolo arrabbiato da Amburgo a Parigi, ma bisogna ricordare che «cinque dei più grossi troublemaker del pianeta erano nella foto del G20: Narendra Modi, Putin, Trump, Erdogan, Xi Jinping. Il re saudita mancava, era troppo occupato a tentare di invadere un Paese vicino».

L’ex guerrigliero Paul Kagame torna al potere in Rwanda

epa06124412 A handout photo made available by Rwandan Presidential Office shows President of Rwanda Paul Kagame (R) as he casts his ballot in the Presidential and general elections at a polling station in Kigali, Rwanda, 04 August 2017. Rwandans go to the polls for general and presidential elections on 04 August. EPA/RWANDAN PRESIDENTIAL OFFICE HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

È stato appena rieletto con il 99 per cento dei voti, riconfermato dopo 17 anni al potere. Nel piccolo Stato africano del Rwanda – l’indipendenza dal Burundi ottenuta nel 1962, 12 milioni di persone in tutto – , Paul Kagame non è solo un presidente, è un uomo onnipotente.

Nessuno ha sgranato gli occhi per la sorpresa, dentro e fuori il Rwanda: la vittoria alle elezioni del presidente era notizia scontata. Non lo era il suo ultimo plebiscito, che ha sfiorato il 100 per cento. Nel 2010 aveva ottenuto il 95 per cento dei voti, nel 2003 il 93. Nel 2017 queste elezioni sono arrivate dopo un emendamento costituzionale approvato dal 98 per cento dei votanti, che ha messo fine al limite di soli due mandati concessi al presidente, che ora può rimanere al potere fino al 2024 e oltre.

Nel Paese dove nel 1994 sono state uccise 800mila persone durante il genocidio, l’ex guerrigliero di 59 anni, tacciato di autoritarismo e di aver creato uno Stato dal partito unico, continua a tenere strette le redini del potere. Allora, come oggi. Kagame il controverso despota, Kagame eroe del popolo, Kagame il presidente incombente e assolutista, Kagame il leader più popolare, dalla capitale Kingali, fino ai confini di uno Stato con l’economia tra le più veloci e più avanzate di tutta l’Africa. Ma non solo il Rwanda in questa calda estate di tornate elettorali, elezioni si terranno presto anche in Angola e in Kenya.

Sostegno all’economia e stabilità economica è quello che Kagame ha ripetuto più spesso negli ultimi mesi. Sotto il suo governo, povertà e morte infantile sono diminuite anche per il programma di investimenti attuato. Le promesse con cui ha battuto i suoi due avversari erano semplici: più sviluppo, più cliniche, più scuole, più strade. Phillippe Mpayimana, il candidato indipendente, ha ottenuto lo 0,72 per cento dei voti. L’unico oppositore di Kagame, Frank Habineza, un ex giornalista, a capo del Partito Verde democratico, ha ottenuto lo 0,45 per cento e ha dichiarato: «Siamo ancora spaventati come fossimo dei nemici, ma fino ad ora nessuno del nostro partito è stato minacciato, ucciso, picchiato o imprigionato, e questo vuol dire almeno che qualche progresso è stato fatto».

Per acclamare la vittoria del nuovo, vecchio presidente la maggioranza della popolazione è scesa in strada sventolando la bandiera a tre colori – rosso, bianco, blu- con le tre lettere stampate sopra: Far, Fronte patriottico del Rwanda. Era il nome della milizia del giovane Paul, durante la guerra tra Hutu e Tutsi, ed ora è il suo partito politico. L’uomo che oggi vuole «assicurare lo sviluppo al popolo» dal palco elettorale, nel 1994 era a capo delle forze ribelli Tutsi. Aveva 36 anni quando condusse la sua milizia armata nella capitale, guidandola in battaglia contro i suprematisti Hutu.

Kagame diventò in seguito, facendo leva sui suoi trascorsi militari, prima ministro della Difesa e poi vicepresidente, assicurandosi nel 2000 la più alta carica del potere. Da allora non l’ha abbandonata un solo giorno e, come molti presidenti d’Africa prima di lui, è probabile che non lo farà mai più.

La Sardegna del governatore Pigliaru, l’importante è costruire

Cala Mariolu

Cala Mariolu e Bidde Rosa, nel golfo di Orosei, in provincia di Nuoro. Cala Coticcio nel sassarese e poi la Pelosa lungo la Nurra, in provincia di Alghero, così come Maria Pia. Spiagge d’incanto. La Sardegna regala certezze, ogni anno. Il mare é il protagonista con i suoi fondali, le sue acque cristalline. Le coste sono un richiamo irresistibile. La natura è lì a portata di mano, spesso ancora incontaminata. Nonostante ci sia da sempre chi voglia farne altro, stravolgendone i caratteri distintivi. Aggiungendo ancora costruzioni, di ogni tipo, di impatto differente, ma in ogni caso devastante. Resort, hotel a cinque stelle, strutture ricettive. La chiamano «saper rispondere alle esigenze del turismo», «capacità di offerta diversificata». Se si trattasse soltanto di questo non ci sarebbe poi da stupirsi. Il mare é bello, la natura anche, ma poi in pochi pernotterebbero all’aria aperta. Naturale che sia così. Nella realtà sembra qualcosa di molto differente. Si tratta del tentativo, neppure tanto celato, di puntare sul turismo nella maniera più scriteriata e autolesionistica possibile. Incrementando oltre misura i servizi ricettivi. Ma così facendo, sostanzialmente minando alle fondamenta quel che spinge la gran parte dei villeggianti a scegliere la Sardegna, il suo mare, le sue coste, la sua cultura.

In questo senso il disegno di legge urbanistica, approvato a marzo dalla giunta di centrosinistra guidata da Francesco Pigliaru, è molto chiaro. Ci sono, eccome, le deroghe per intervenire nella fascia dei 300 metri dal mare, (tutelata dal piano Paesaggistico Soru) attraverso il miglioramento e l’ampliamento delle strutture ricettive con un incremento volumetrico massimo del 25%. «Nella nostra proposta nella fascia dei 300 metri si possono fare poche cose di buon senso. Nessun nuovo albergo, per esempio. Solo ed esclusivamente la possibilità per gli alberghi che già esistono di adeguare le proprie strutture al fine di affrontare meglio un mercato turistico che in questi anni è cambiato enormemente. E per aiutarci a portare i turisti nelle stagioni di spalla, non solo a luglio e ad agosto. Nient’altro. Il tutto con controlli severi per garantire la serietà dei progetti che verranno presentati», ha scritto Pigliaru su facebook. Giustificazioni che non cambiano la sostanza per le associazioni ambientaliste, ma anche per colleghi di partito come Simone Campus, assessore al Bilancio del Comune di Sassari e Matteo Lecis Cocco Ortu, consigliere comunale di Cagliari. Un pericolo per chiunque abbia a cuore la salvaguardia paesaggistica dell’isola. Per chiunque coniughi tutela e valorizzazione dei luoghi con presunto sviluppo. Ma si sa il partito dei disinvolti cementificatori conta su un esercito. Al quale appartiene di diritto Flavio Briatore.

«Posti straordinari, ma i sardi vogliono fare i pastori non turismo», ha detto il marito di Elisabetta Gregoraci lo scorso settembre, parlando, a (s)proposito, di come l’isola non perseguisse adeguate politiche di sviluppo. Già, perché accade spesso e non solo in Sardegna. L’idea che il turismo vada inseguito «a prescindere», anche se comporta sfregi reiterati al paesaggio, ha molti sostenitori. Sono proprio questi che vorrebbero vedere delegittimate le salvaguardie assicurate dal piano paesaggistico regionale del 2006, insomma la cosiddetta Legge Salvacoste, voluta dall’allora Governatore Soru. Gli stessi, capeggiati da non pochi amministratori locali, che si adoperarono perché il consiglio dei ministri impugnasse la Legge regionale n. 8 del novembre 2004 riguardante le «Norme urgenti di provvisoria salvaguardia per la pianificazione paesaggistica e la tutela del territorio regionale». In quella occasione a puntare i piedi contro una misura che «blocca lo sviluppo» e assesta «un colpo mortale al turismo dell’Isola», tra gli altri, i sindaci di Olbia, Settimo Nizzi, e di Cagliari, Emilio Floris, entrambi di Fi. Non riuscivano proprio ad farsene una ragione del «divieto di realizzare nuove opere soggette a concessione ed autorizzazione edilizia, nonché quello di approvare, sottoscrivere e rinnovare convenzioni di lottizzazione» nei «territori costieri compresi nella fascia entro i 2.000 metri dalla linea di battigia marina, anche per i terreni elevati sul mare», nei «territori costieri compresi nella fascia entro i 500 metri dalla linea di battigia marina, anche per i terreni elevati sul mare, per le isole minori» e nei «compendi sabbiosi e dunali». Nell’ottobre 2013 la giunta di centro destra guidata da Ugo Cappellacci era riuscita nell’impresa a lungo inseguita, abrogare il piano di tutela del paesaggio approvato da Soru. «Dimenticatevi Villasimius, le spiagge di Bosa, non ci saranno più Tuerredda, le Bombarde, Costa Paradiso, Cala Giunco perché costruiranno ovunque, come volevano fare prima del piano paesaggistico», aveva detto nell’ottobre 2009 l’ex governatore. Ad applaudirlo anche Dario Franceschini, allora segretario nazionale del Pd. Lo stesso che nel 2014 da Ministro per i beni culturali, pubblicizzava nuovi impianti da golf per il Sud, Sardegna compresa. Impianti che «riusciranno ad attrarre il turismo straniero, che oggi non si riesce ad attirare», affermava Franceschini.

A distanza di undici anni dalla Legge salvacoste Soru la Sardegna rischia di diventare terreno per nuove urbanizzazioni. E questa volta il “nemico” non é la destra guidata da Cappellacci, ma proprio il Pd. Quello del Governatore Pigliaru. Nella confusione «Abbiamo aperto, con cautela, anche le porte allo sviluppo non solo sulle coste, ma anche nelle zone interne», ha spiegato Cristiano Erriu, l’assessore all’urbanistica che ha presentato il ddl. Eccola l’ulteriore novità, quindi. Via libera a nuovi scempi anche nelle aree lontane dalle coste. I “soliti” gruppi immobiliari, quelli che saranno in grado di accaparrarsi gli appalti più importanti, sono in attesa, ma intanto ringraziano dell’occasione. Ma i vantaggi per l’economia e lo sviluppo dell’isola, dei quali parlano Pigliaru, Erriu e altri sono tutti da dimostrare. In compenso appaiono certi i disastri non solo sull’arco costiero. Ne vale davvero la pena?

Bambine obbligate a fare le baby modelle. Il caso arriva in Parlamento

Bambini sfruttati come fotomodelli, costretti a stare in posa,  come vogliono gli adulti, costretti a rinunciare ai giochi per soddisfare le smanie di celebrità delle mamme. Due interrogazioni parlamentari hanno sollevato il caso chiedendo al ministro  del lavoro e alla presidenza del Consiglio una maggiore vigilanza sul fenomeno, Ad avanzarle sono state i parlamentari Riccardo Nuti e Fabiola Anitori che ha chiesto di “tutelare i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, attraverso misure e provvedimenti che proteggano queste due delicate fasi della vita dalle forme di sfruttamento a cui la società oggi espone”.   Al centro del suo intervento non solo sulle condizioni in cui i bambini lavorano (sottopagati e spesso con situazioni spiacevoli,  come ha raccontato  Flavia Piccinni documentando una sfilata durante la quale ai bambini non era stata data acqua per evitare che andassero in bagno e bagnassero gli abiti), ma anche “sull’adultizzazione precoce” di cui sono vittime. Left ha approfondito il tema con la giornalista e scrittrice Piccinni autrice dell’inchiesta chiedendo allo psichiatra Paolo Fiori Nastro e ad altri un approfondimento.

Bambini al trucco, che posano o sfilano per ore e ore. Bambini perennemente a dieta, pazienti, professionali. Che parlano e si muovono secondo stereotipi dettati dagli adulti e dallo show biz. Sembra di essere precipitati nelle pagine di Chronic City ( 2010) il romanzo di Jonathan Lethem che ha come protagonista un ex enfant prodige di una sit com americana. O, peggio ancora, di assistere al rapporto genitori figli da horror raccontato da Bret Easton Ellis in Lunar Park ( 2005). Ma siamo invece in Italia, nel backstage di sfilate di moda e casting per bambini, dove a imperversare sono soprattutto le madri. Ne ha raccolto le voci nel radio-documentario Bellissime la scrittrice Flavia Piccinni realizzando un’inchiesta sul campo che si può riascoltare e scaricare in podcast dal sito di Radio3 ,che l’ha trasmessa a gennaio nell’ambito del programma Tre Soldi (un’inchiesta che ora Piccinni ha trasformato in un omonimo libro).

Il titolo evoca l’immagine di Anna Magnani nel film di Visconti, ma fra i vecchi provini di un tempo e i casting “industriali” di oggi sembrano passati anni luce. “Esattamente come un tempo potevano essere il sapere o la ricchezza i valori socialmente più ambiti, oggi lo è la la bellezza” racconta l’autrice. E dietro all’ossessivo chiedere “sono bella?” di queste bambine, si scoprono madri che “che non riconoscono nel proprio figlio un essere altro, ma lo vedono come una parte di sé. Come nei concorsi di bellezza statunitensi – dice Flavia Piccinni – queste madri parlano al plurale per dire di essere un tutt’uno con il figlio: noi abbiamo sfilato, noi abbiamo fatto il servizio fotografico, noi abbiamo conosciuto.. e avanti così, almeno fino a quando il piccolo non supererà il metro e quaranta uscendo dalle misure richieste per i defilé”. In qualche modo, sottolinea la scrittrice, “i figli diventano uno strumento per farsi accettare, e riconoscere, dalla società, per queste famiglie perlopiù di estrazione sociale medio-bassa. Tanto che padri e madri sono terrorizzati che i loro pargoli possano smettere di fare i modelli, di andare alle selezioni, di fare pubblicità. I compensi vanno dai 100 ai mille euro per ogni singola prestazione. Così i bimbi imparano a diventare adulti e maliziosi rapidamente. L’innocenza non c’è in questi concorsi anche quando viene sbandierata”.

Se poi si guarda alla moda kids internazionale il giro d’affari registra cifre notevoli. Solo quello di Pitti Bimbo a Firenze è di oltre due miliardi di euro.

E anche dalle parole raccolte per la radio fra i giovanissimi protagonisti dell’ultima edizione di Pitti il mese scorso sembra quasi che gli abiti e gli accessori diventano per loro una seconda pelle. Per essere al centro dell’attenzione, per essere amati, per essere ammirati, ma anche “ per provare un’emozione”, come dice con voce impostata una baby modella.

Ma quanto pesano davvero su di loro le aspirazioni dei genitori e gli interessi chi li usa per fare business? Moltissimo secondo Tim Edwars, autore del saggio La moda (Einaudi, 2013) in cui analizza i processi di mercificazione attuati da questo tipo di industria che mira alla massimizzazione del profitto, alimentando il consumismo attraverso il culto della celebrità amplificato dai mass media. Un fenomeno che sembra toccare l’acme sulle passerelle e negli studi fotografici. Qui le piccole aspiranti top model non vogliono più soltanto i vestiti e gli accessori di Kate Moss o di Victoria Beckham ma vogliono essere Kate o Victoria, assumendo quella figurina piatta, stereotipata, svuotata di personalità, come modello assoluto a cui uniformarsi. “Naturalmente non capita a tutti, ma chi deve ancora crescere e non ha ancora un solido senso di sé, è più esposto. A livello accademico e di opinione pubblica – rimarca il sociologo dell’Università di Leicester – non si è ancora riflettuto abbastanza sulle questioni ampie e invasive legate al consumo della moda. Che è consumo di corpi, immagini e soggettività anziché di vestiti”.

Così abbiamo chiesto al professor Paolo Fiori Nastro, psichiatra e docente all’Università La Sapienza di Roma di aiutarci ad approfondire. “Ascoltando le testimonianze di Bellissime ho avuto la sensazione che questi bambini vengano costretti in una realtà che è a loro estranea. Sfilate e concorsi diventano un lavoro per loro. Un adulto ha bisogno di guadagnare per poter essere libero e, nei casi migliori, lavorando trova una propria realizzazione. A 9 o 10 anni, invece, si va a scuola, si cercano la conoscenza, i giochi, gli affetti. Fare di tutto questo in lavoro è una mistificazione compiuta dagli adulti che danneggia un sereno e armonico sviluppo infantile. Alla luce della teorizzazione di Massimo Fagioli su bisogni ed esigenze, noto che i bisogni e le esigenze di questi bambini non vengono minimamente prese in considerazione dagli adulti. Alcuni genitori usano i figli come strumento di riscatto sociale e chi fa casting, foto, sfilate, talent ci guadagna un sacco di soldi”. Ma sfogliando le riviste di moda e alcuni book fotografici di queste piccole modelle capita anche di notare bambine costrette in pose ammiccanti. Come la baby top model più richiesta del momento, la russa Kristina Pimenova (nella foto Ansa), capelli biondi e immensi occhi blu, che ha appena 9 anni.

“Questo è un altro aspetto che si avverte come stonato – commenta Fiori Nastro -. Le bambine sono solite vestirsi e truccarsi per gioco. E’ un travestimento, una maschera, una possibilità di divertirsi “facendo finta di”. Ma quando questa cosa diventa realtà non va più bene. Parlare di sessualità infantile è una cosa aberrante, assolutamente fuori dalla realtà. La sessualità nei bambini non c’è. Hanno bisogno di crescere, di maturare un’identità e soprattutto di svilupparsi fisicamente secondo la fisiologia. Fondere la realtà mentale con quella fisica è un processo che richiede una maturazione. Alla pubertà si arriva per gradi, lentamente”.

Crescendo, per gioco, le ragazzine si mettono in posa e oggi si fotografano e postano i selfie su instagram e su facebook. Qualcuna, come la protagonista del corrosivo romanzo di Daniele Autieri, Professione Lolita (Chiarelettere, 2015), vorrebbe farsi fare un book e tentare di entrare nel mondo più fashion. Le compagne di scuola, gli amici, tutti sanno di quel fotografo di moda che incontrano spesso in discoteca; si dice che abbia gli agganci giusti. Qualche scambio di battute in rete e lui che abbozza: “ci dovresti provare”. Comincia così la storia di una quindicenne poi finita nel giro di prostituzione al quartiere Parioli. Un sistema di sfruttamento, malaffare e corruzione politica che il giornalista d’inchiesta di Repubblica contribuì a scoperchiare. Ma la cronaca dei fatti non bastava per raccontare il vuoto culturale e umano che c’è dietro a questa brutta storia accaduta in un quartiere bene, cominciata con un adescamento via web e che, secondo Autieri, non rappresenterebbe un fatto casuale e isolato.

“Un aspetto grave – commenta lo psichiatra Fiori Nastro – è il modo anaffettivo con cui le ragazzine trattano la loro socialità. Oggi i social network consentono una comunicazione assolutamente asettica. Certamente la mancanza di un’identità definita e l’incapacità di discriminare fra ciò che è consono o meno allo sviluppo della propria realtà umana, in qualche modo, facilitano una deriva triste e violenta da parte di questi adulti che approfittano del vuoto di affetti di adolescenti che, pur di avere un vestito, un telefonino o qualche altro oggetto che viene avvertito come uno status symbol, se ne fregano di tutto. Il film Giovane e bella di François Ozon lo racconta: la protagonista è una bella adolescente che va con adulti per avere una scarica adrenalinica. C’è un vuoto totale di prospettiva, dovuta all’anaffettività, un’assenza di ricerca di rapporti veri, di socialità, Prevale il cosiddetto sensation seeking, la ricerca di sensazioni attraverso una serie di trasgressioni distruttive che rivelano solo un vuoto di affetti”.

Charlie Gard: bravi, alla fine siete riusciti a farlo soffrire ancora di più, se possibile

“Il mio mestiere è evitare che il paziente muoia, non ucciderlo. Avete davvero mai incontrato un infermiere o un dottore che vuole la morte di un bambino? Non volevamo perdere Charlie, ma era nostro obbligo legale e morale, il nostro lavoro, diventare suoi portavoce quando è stato ora di dire basta.

 Era ovvio per tutti quelli che lo hanno curato. Gli abbiamo dato farmaci e fluidi, abbiamo fatto tutto quello che potevamo, anche se pensavamo che avrebbero dovuto lasciarlo spirare tra le braccia dei suoi genitori, in pace, amato.

Gli abbiamo dato farmaci, abbiamo fato tutto quello che potevamo. Anche se abbiamo pensato che avrebbe dovuto scivolare via tra le braccia dei suoi genitori. Non lo abbiamo fatto per Charlie. Non l’abbiamo fatto nemmeno per sua mamma e suo papà. Negli ultimi tempi abbiamo fatto tutto questo per Donald Trump, il Papa e Boris Johnson che improvvisamente sapevano di più su malattie mitocondriali rispetto ai nostri consulenti esperti.

E l’abbiamo fatto per i leoni da tastiera che hanno pensato che si potesse scrivere tutto il male possibile del personale medico al Great Ormond Street, anche se noi eravamo ancora lì accanto a Charlie, per  prendersi cura di lui nel miglior modo possibile, come abbiamo sempre fatto.

L’abbiamo fatto mentre ogni nostra fibra ci diceva che stavamo sbagliando, che avremmo dovuto smettere.

Ma non potevamo.

Nel corso delle ultime settimane, i media e il dibattito pubblico hanno trasformato la vita di un bambino in una soap opera, in una questione giuridica discussa in tutto il mondo.

Lavorando nel reparto di terapia intensiva è come vivere in una bolla, il più delle volte, ma in questo caso siamo andati oltre. Sono sempre stato orgoglioso di poter dire che lavoro qui, ma non ora. Anche i miei amici mi hanno chiesto: “Perché stai cercando di uccidere questo bambino?”

Voi vi dimenticherete di Charlie, andrete avanti tranquilli con la vostra vita. I suoi genitori vivranno con questo dolore per sempre continuando a chiedersi se hanno davvero preso le giuste decisioni per il loro figlio, se sono stati abbastanza forti per compiere quelle scelte tra la vostra  furia di voi mentre osservavate da dietro lo schermo lo svolgersi del dramma”.

Sono le parole di un infermiere che ha curato Charlie Gard. E dicono tutto meglio di qualsiasi editoriale. La sua lettera al Guardian vale, per umanità e lucidità, molto di più di milioni di gretti discorsi da bar che abbiamo sopportato per settimane e ci dicono una cosa semplice semplice: accanirsi è disumano.

Buon lunedì.

Chiesa e pedofilia, le spine del cardinale Pell

epaselect epa06109729 Australian Cardinal George Pell, escorted by police officers and followed by his lawyers, Robert Richter and Paul Galbally, departs the Melbourne Magistrates Court in Melbourne, Victoria, Australia, 26 July 2017. Australia's most senior Catholic, Cardinal George Pell has attended his first court appearance as he fights historical sexual offence charges. EPA/JOE CASTRO AUSTRALIA AND NEW ZEALAND OUT

Il 26 luglio si è tenuta a Melbourne la prima udienza del processo penale contro il cardinale George Pell, ministro dell’Economia e delle finanze della Santa sede. Terza carica più importante del Vaticano – dopo il pontefice e il ministro degli Esteri -, Pell è accusato di aver stuprato dei minori intorno agli anni 70 ed è dovuto volare in Australia, il suo Paese d’origine, dopo essere stato messo in aspettativa da papa Francesco.

Come abbiamo raccontato su Left in altre occasioni, era andata diversamente negli anni scorsi quando la giustizia australiana ha chiamato il monsignore a rispondere dell’accusa di aver insabbiato numerosi casi di pedofilia clericale di cui era a conoscenza in qualità di capo delle diocesi di Melbourne e di Sidney. Pell si è sempre rifiutato di intraprendere il viaggio, adducendo motivi di salute, e a marzo del 2016 gli investigatori australiani sono venuti a Roma per interrogarlo. Due mesi dopo è stato indagato per pedofilia.

Tornando al processo di Melbourne, è la prima volta nella storia della Chiesa che lo scandalo degli abusi sui minori coinvolge una personalità così importante. Mai un cardinale è stato accusato in prima persona di aver commesso atti di pedofilia. I fatti risalirebbero a quando Pell era solo un sacerdote nella sua città natale di Ballarat. L’iter processuale potrebbe essere molto lungo. Alcuni analisti sostengono che durerà addirittura fino al 2019. Questo significa che molto probabilmente papa Francesco dovrà presto nominare un successore.

La mattina del suo giorno più difficile, Pell è arrivato in tribunale scortato dalla polizia, e assediato da fotografi e giornalisti. Nel corso della prima udienza non ha rilasciato alcuna dichiarazione e il suo legale ha detto che il cardinale respinge tutte le accuse e si dichiara «innocente».

Come riporta l’Herald Sun, è significativa la scelta del cardinale per la propria difesa. Questa è ricaduta su Robert Richter, uno dei migliori penalisti di tutta l’Australia. Richter vanta un curriculum notevole. Fra i suoi clienti più importanti vale la pena ricordare Mick Gatto, ex pugile di origini italiane, che è stato il capo clan della vita criminale di Melbourne, e Julian Knight, cadetto dell’esercito australiano di 19 anni, autore di una delle più cruente stragi nella storia australiana, conosciuta come il “massacro di Hoddle street”. Sotto i colpi di arma da fuoco esplosi da Knight morirono sette persone mentre 19 rimasero ferite gravemente. Ma forse, prima ancora della scelta dell’avvocato è interessante rilevare l’intenso dibattito che si è scatenato nelle settimane immediatamente precedenti al processo relativo alla composizione della giuria. L’Australia è un Paese sostanzialmente ateo e una buona parte della cittadinanza ha chiesto che tra i giurati non vi fossero persone di religione cattolica, temendo che la loro fede ne potesse influenzare le decisioni. Il sistema giuridico australiano però, diversamente per esempio da quello Usa, non permette questo tipo di invasione della privacy. Ai candidati della giuria viene chiesto solo di dichiarare nome e l’occupazione, senza menzionare l’eventuale religione professata.

A ben vedere, nemmeno la politica australiana sembra essere immune dall’influenza della Chiesa negli affari di Stato. A ricordarlo è The Sydney Morning Herald con l’ex primo ministro Tony Abbott, il più famoso politico cattolico del Paese, che si è immediatamente schierato dalla parte del cardinale Pell, definendolo «un uomo veramente per bene». Abbott e George Pell sono amici di vecchia data e il politico si è sempre schierato al fianco del religioso. Nel 2012 Abott descrisse Pell come «una persona importante e influente nella mia vita. A volte mi chiama per condividere con me qualche suo pensiero e altre volte io lo chiamo per chiedergli di incontrarci. Un paio di volte gli ho chiesto consiglio su alcune questioni importanti su cui sapevo che avrebbe potuto darmi la sua opinione, che sarebbe sicuramente stata diversa da quella di chiunque altro».

Evidentemente Abbott si fida ciecamente dell’uomo che nel 1993, incurante delle vittime, sostenne apertamente don Gerald Ridsdale, un sacerdote della sua diocesi condannato per oltre 50 casi di abuso minorile. Pell all’epoca accompagnò Ridsdale in tribunale a riprova di un legame di amicizia che li univa sin dai tempi in cui i due condividevano un appartamento. Erano gli anni in cui Ridsdale, che era cappellano dell’istituto Sant’Alfio di Ballarat, commetteva gli stupri per cui è stato condannato.

La scelta di accompagnare Ridsdale in tribunale si rivelò un grande errore, come Pell stesso ha successivamente dichiarato. C’è una foto di quel giorno che è entrata nella storia australiana, destando sdegno, e che ancora oggi viene ricordata come simbolo della volontà della Chiesa cattolica di coprire gli abusi compiuti dai preti. Nella foto don Ridsdale con un paio di occhiali da sole, si avvia verso il tribunale per l’inizio del suo processo, “scortato” da Pell che indossa l’abito talare.

A chiudere il cerchio, definendo ancor di più l’immagine di questo controverso cardinale, ci ha pensato il più importante sito di all-news australiano (news.com.au), che ha elencato una serie di frasi da cui emerge come, forte della sua posizione, Pell non si sia mai preoccupato più di tanto se le sue prese di posizione potessero ledere la sensibilità e la dignità di qualcuno. Ne citiamo alcune per rendere l’idea. In sintonia con il Catechismo, nel 1990 lanciò un anatema contro l’omosessualità di questo tenore: «Crediamo che quest’attività sia sbagliata e crediamo che per il bene della società non andrebbe incoraggiata». Nel 2009 invece se la prese con la contraccezione: «I preservativi sono promiscui perché incoraggiano l’irresponsabilità. L’idea che si possa risolve una grande crisi spirituale e di salute come quella dell’Aids con alcuni aggeggi meccanici come i preservativi è ridicolo». Spesso Pell è intervenuto anche sul tema della pedofilia suscitando l’indignazione dell’opinione pubblica. «L’aborto è uno scandalo morale ben peggiore dei preti che abusano i bambini», ha dichiarato nel 2002. Nel 2012 ha invece ribadito che l’ammissione di un abuso raccolta nell’ambito del confessionale «è coperta dal segreto» pertanto il sacerdote «dovrebbe rifiutare di sentire la confessione» del confratello. Il segreto è una regola inviolabile della Chiesa, che bisogno c’era di ricordarlo? Pensando alla storia e al processo di Pell c’è chi sui media australiani ha completato la frase ipotizzando che quello del cardinale fosse un consiglio «per evitare di doverlo eventualmente denunciare».

Infine un’ultima perla che risale al 2014 e che va inquadrata nell’ambito dello smarcamento, dalle accuse di aver insabbiato casi di pedofilia, tentato da Pell: «Se un camionista molesta una donna sul camion, io non penso che sia appropriato che il capo della compagnia sia da ritenere responsabile dell’accaduto» disse paragonando la Chiesa a una compagnia di trasporti e alludendo in maniera perversa a una (presunta e impossibile) istigazione a “cadere in tentazione” da parte delle piccole vittime nei confronti di quei “santi uomini” che sarebbero i preti.

L’articolo di Elena Basso è tratto da Left n. 31 del 5 agosto 2017


SOMMARIO ACQUISTA

Il Pd si è perso l’antifascismo per strada

Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi si affaccia da una finestra di Palazzo Chigi, salutando in maglietta bianca dopo essersi recato a piedi alla parata militare del 2 giugno, Roma, 2 giugno 2014. ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

«Visite di cortesia e foto di gruppo: piddini a CasaPound, fasci nei circoli Pd, fasci che invitano a votare Pd, piddini che chiedono i voti a CasaPound, piddini che si accusano a vicenda di avere pacchetti di voti fascisti».

È solo il titolo del primo capitolo di una lunga storia, raccolta dal collettivo di scrittori bolognesi Wu Ming e dal gruppo di inchiesta Nicoletta Bourbaki (composto da studiosi, ricercatori, scrittori e attivisti appassionati di storia) attraverso uno “storify”, uno strumento digitale che consente di mettere in fila i vari contributi – foto, tweet, post – che rimarrebbero altrimenti frammentati nel web. Scopo dell’opera: fotografare i punti di tangenza che legano «il più grande partito riformista d’Europa» ai golden boys della galassia dell’ultradestra nostrana, i militanti di CasaPound.

Una tangenza indicibile, una «corrispondenza d’amorosi sensi» sulla quale gli scrittori emiliani hanno deciso di puntare l’obiettivo all’indomani della celebre esternazione dell’allora ministra Maria Elena Boschi in occasione del referendum costituzionale del 4 dicembre, per la quale «chi vota no fa come CasaPound». Veramente la collusione coi “neri” era da imputare a quel lato della barricata? O l’evidente «fallacia logica» della ministra non nascondeva forse una simpatia, una cordialità, incistata all’interno del suo stesso partito?

Il collage 2.0 sembrerebbe confermare la seconda ipotesi. Ma il ragionamento degli autori non si limita a registrare i rapporti (in)formali tra il partito di Renzi e gli inventori della cinghiamattanza (rivisitazione del pogo punk nata durante i concerti dei militanti neri, dove gli spintoni sono sostituiti da sonore cinghiate). La panoramica intercetta anche movimenti “laterali”. La retorica patriottarda e nazionalista che si insinua tra i ministri Pd, il ruolo di Giorgio Napolitano, definito «vero leader del Partito della Nazione», nel riabilitare un’icona di estrema destra (vedi le pagine successive), le esternazioni razziste di dirigenti dem.

Noi vi proponiamo una antologia essenziale, con alcune perle tra le tante che compongono lo storify. Per leggere nella sua interezza questo inquietante mosaico digitale, potete usare questo link: bit.ly/Pd-Casapound

«Nel corpo sempre più virtuale del partito – che non ha più una teoria né una minimamente coerente visione del mondo oltre la mera difesa della propria funzione e dello stato delle cose – regnano la più assoluta spregiudicatezza, il peggior eclettismo e la schizofrenia» chiosano i Wu Ming. «Se aggiungiamo che la scalata di Renzi ha attirato avventurieri da ogni dove, il risultato è che da dentro il Pd giungono addirittura esternazioni chiaramente fasciste».

Buona visione.

L’articolo di Leonardo Filippi è tratto da Left n. 31 del 5 agosto 2017


SOMMARIO ACQUISTA

Quer pasticciaccio brutto dell’arena der Colosseo

Il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini durante la presentazione della riproduzione del montacarichi che portava in superficie le belve al Colosseo, Roma, 05 giugno 2015. ANSA/ ANGELO CARCONI

La sentenza con cui il Consiglio di Stato ha dato il via libera al Parco archeologico del Colosseo ci costringe a riprendere il tema della tutela del patrimonio, oggi sempre più a rischio in Italia; ci spinge a tornare sulla riforma Franceschini e sulla sua idea di valorizzazione a cui abbiamo già dedicato un’intera storia di copertina, mettendone in luce la pericolosità, le falle, le contraddizioni e l’effetto paralizzante che ha prodotto in musei e soprintendenze.
Il ribaltamento della pronuncia del Tar Lazio del 7 giugno ha fatto gridare vittoria al ministro, che ha subito colto l’occasione per rilanciare la sua dispendiosa idea di rifare l’arena del Colosseo per poterla sfruttare come palcoscenico. A questa annosa vicenda Vittorio Emiliani, fondatore del Comitato per la bellezza, ha dedicato molte pagine di giornali e libri, anche nel suo nuovo Lo sfascio del Belpaese, perciò gli chiediamo:
Quali conseguenze comporta questa sentenza?
Le sentenze vanno rispettate, però ad una prima lettura quelle del Tar mi sembravano molto ben costruite, argomentate. Mentre queste del Consiglio di Stato paiono francamente piuttosto sbrigative. Condivido in pieno il comunicato di Emergenza cultura (vedi box) nel quale si sottolinea che non tutto è perduto «in quanto esiste pur sempre il rimedio del ricorso in Cassazione per motivi di giurisdizione».
Il ministro Franceschini promette un progetto per «l’area archeologica più importante del mondo» e annuncia un concorso internazionale per la direzione. Il precedente concorso, per venti musei, si è rivelato un passo falso, anche perché  si è svolto in modo irregolare, con esami orali a porte chiuse e senza tener conto della norma che non consentiva l’accesso a stranieri. Errare humanum est, persevare?
Non si è trattato di veri concorsi europei bensì di selezioni pubbliche che pubbliche poi non sono state…

L’articolo di Simona Maggiorelli prosegue su Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA