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Al Riot village, il campeggio dove i giovani fanno vivere la sinistra

Per il 13 ottobre abbiamo lanciato il primo sciopero delle studentesse e degli studenti in alternanza scuola-lavoro, da quest’anno a regime, come rivolta contro lo sfruttamento che viene dall’anello debole della catena, per reagire di nuovo tutte e tutti insieme alle disuguaglianze di questa “economia della promessa” che insegna fin dai banchi di scuola a dover accettare come opportunità un’esperienza formativa che di formativo ha poco e niente. Magari nell’industria che devasta il territorio e fa ammalare intere famiglie, magari in una azienda che ha i lavoratori in cassa integrazione, magari in una azienda collusa con la mafia.

Lo abbiamo fatto al termine di due intensissime settimane, durante l’XI edizione del “Riot Village, il tradizionale campeggio studentesco estivo che questo anno ha visto la partecipazione di oltre 2000 studenti, provenienti delle scuole e delle università da tutta Italia. All’interno del campeggio, oltre al mare ed all’irriverenza, si è espressa soprattutto la necessità di ritrovare punti di riferimento nel mondo che cambia.

Dalla sperduta provincia di Foggia – terra di caporalato e dequalificazione territoriale – si è discusso di tante cose: antimafia, quarta rivoluzione industriale, questione ecologica, trans-femminismo, antifascismo, disobbedienza civile al Decreto Minniti-Orlando, politiche migratorie, nuovi modelli di scuola ed università, nuova didattica, contrasto ai processi valutativi attuali, diritto allo studio, disuguaglianze, reddito, lavoro. Si è sperimentata l’autocoscienza maschile, si sono organizzati i corsi di educazione sessuale autogestita nelle scuole contro la retorica dell’ideologia gender, si sono rilanciate sperimentazioni mutualistiche e collettivi lgbtqia.

Tra le mille assemblee però è emersa con forza la necessità di riappropriarsi di un presente tutto da scrivere.

Tra post-verità, discussioni infinite su migranti e sicurezza, repressione, disuguaglianze in aumento, disoccupazione giovanile alle stelle, noi generazione nata e cresciuta con la crisi, cerchiamo chiavi di volta per interpretare il nostro ruolo storico attraverso l’azione collettiva. Nessuna strada è tracciata, nulla è più come prima.

Nell’interregno tra il vecchio che muore ed il nuovo che stenta a nascere, sentiamo addosso la responsabilità di uno sforzo di fantasia e ribellione agli schemi già scritti e falliti. Vediamo intorno a noi la politica e il sociale sgretolarsi, anno dopo anno, davanti ai nostri occhi. Lo spostamento a destra del senso comune e del dibattito pubblico, l’incapacità di incidere di un centro-sinistra che è sempre più privo di identità, l’incapacità della retorica dell’unità a sinistra che viene dai salotti di far breccia nel Paese: tutto ciò ci fa riflettere sul ruolo che deve perseguire ogni forma di agire collettivo.

Quello che cresce, nel frattempo, viene da molti definito “barbarie”, “odio sull’odio”, ri-assemblamento – sotto mentite spoglie – dello stesso potere che ha portato Trump al governo degli Stati uniti d’America. Ma a noi non va di assecondare la retorica dei “civili contro i barbari”, della grande alleanza contro i populismi, non ci va perché non vogliamo stare né con chi ha gestito il potere sulle nostre teste negli ultimi anni – ed è responsabile della crisi, del jobs act, delle riforme della scuola – né vogliamo stare dalla parte di chi orienta il dibattito pubblico sulla pelle della povera gente – e produce guerra tra poveri come strategia politica, interclassismo utile a mantenere lo status quo.

Noi stiamo con i barbari, ma contro la barbarie. Siamo noi stessi parte di quella povera gente che ha voglia di tornare finalmente a decidere e contare qualcosa, forse non “intellighenzia”, forse non intellettuale, ma figlia delle contraddizioni del nostro tempo. Per questo riteniamo ci sia ben poco da unire dall’alto, ma tanto da costruire nella società, per riarticolare le modalità con cui si organizza il potere dentro e fuori da istituzioni oramai svuotate del loro significato.

Ancora una volta c’è chi sfrutta e chi è sfruttato. Chi sfrutta, nello stesso modo con cui lo ha fatto nell’ultimo secolo, e chi invece indirizza la stanchezza verso gli sfruttatori, articolando il conflitto dall’alto verso il basso. La nostra parte, però, è sempre la stessa: quella degli sfruttati, di chi non decide, di chi ha poco mentre la ricchezza è sempre più polarizzata. Che questa parte si chiami o meno sinistra, non è il nodo importante. La cosa importante è riuscire a rispondere a questa” controrivoluzione passiva” con la vitalità della rabbia latente che c’è, con la potenza di ciò che si sta producendo anno dopo anno sui territori, con la costruzione di esperienze mutualistiche che prendano il meglio dal novecento e sappiano far tornare “pop” la solidarietà attiva, con la risposta collettiva che dal basso sfida le macerie e prova a costruire giorno dopo giorno attraverso il buono dell’innovazione sociale, della cooperazione, dell’attivismo.

Ancora eccheggia nelle nostre menti quel risultato del 4 dicembre, che ha visto l’80% dei giovani votare No. È stato un No contro un modello di organizzazione del potere che ci ha sempre escluso, è stato un No delle periferie, un No dei precari, un No degli studenti.

Per questo proponiamo delle sfide vere e radicali per rispondere a questi anni. Mentre nei talk show si scatena il dibattito sulle liceità o meno di salvare vite umane in mare, emerge invece il definitivo fallimento di Garanzia giovani, il più finanziato programma di politiche attive per il lavoro. Pochissima occupazione, ma aumento spropositato di tirocini, spesso usati come strumento di sostituzione semestrale di lavoratori veri e propri. Uno solo tra i mille esempi che potremmo fare delle modalità con cui per tutte e tutti noi lo sfruttamento è divenuta norma.

Ecco quindi che sfidare la politica e sporcarsi le mani noi stessi, per una generazione a cui non è stato concesso di poter credere in nulla, diventa una necessità, ben più importante del discutere di alleanze.

Dal nostro campeggio emergono con forza alcuni terreni di sfida. L’istruzione gratuita e di qualità, che garantisca a tutte e tutti il diritto allo studio, con l’abolizione delle tasse universitarie e dei cosiddetti “costi nascosti”, una proposta che descrive una idea di Paese, di impatto dei saperi sui territori, di capacità di costruire collettivamente la sfida della transizione tecnologica, ecologica e produttiva. Una proposta che si inserisce nella necessità di rivedere completamente l’organizzazione di scuole ed università, ritrovando il loro ruolo sociale per la ricerca e l’innovazione.

Oggi studiare non elimina affatto le disuguaglianze, sia per i problemi legati all’accesso a scuole ed università, sempre più escludenti, ma anche per le modalità con cui l’uscita dai luoghi della formazione determina l’accesso ad un lavoro solo povero e dequalificato.

Per questo è imprescindibile ribellarci all’idea della gerarchizzazione sociale sulla base delle competenze, nuova modalità con cui si articola l’idea dell’economia della conoscenza nella transizione economica. Un destino di precarietà espansiva amplificato dalla robotizzazione, apparentemente senza via d’uscita. Eppure anche queste contraddizioni nascondono opportunità di liberazione possibili con scelte politiche radicali sul piano del lavoro e del reddito di base.

Per questo lo sciopero del 13 ottobre: una protesta che parla di istruzione gratuita, di Mezzogiorno, parla di modello produttivo, parla di condizioni di lavoro, parla di chi ha di più e può sognare e di chi ha di meno e deve accettare a testa bassa. Una protesta che ambisce a coinvolgere l’opinione pubblica, i genitori, gli insegnanti, ma anche chi subisce lo sfruttamento a sua volta, seppur in forme diverse. Discutiamo e riflettiamo di tutto ciò, con la speranza che sia solo una miccia, che ci sia spazio per poter indirizzare questo dibattito elettorale prima che ci inghiotta e ci faccia morire di passioni tristi, con la speranza che i bisogni, i desideri e le aspettative collettive erodano spazio ai soliti temi di speculazione da talk show.

A molti le macerie fanno paura; anche a noi, non lo neghiamo. Ma queste macerie non sono le nostre. Siamo convinti che dalle vostre macerie si possa costruire qualcos’altro, che sia utile e necessario all’irruzione nella storia del suo soggetto protagonista per eccellenza, ma che solo ciò che è strumentale a questo scopo merita di continuare ad esistere. La verità, ed è bene ricordarcelo, è che gli anti establishment siamo noi, almeno dal 1917. Per questo affrontiamo questa fase di transizione con gli occhi al futuro, iniziando a pensare al “pre-”, piuttosto che al “post-” (post-fordismo, post-democrazia ecc.) di cui tanto abbiamo discusso in questi anni. Alzare la testa è quindi d’obbligo, armati di fantasia.

Martina Carpani è la coordinatrice nazionale di Rete della conoscenza

Il sindaco anti illegalità: «Sfiduciato da mestieranti della politica». E chiama in causa Alfano

Il sindaco di Licata (Ag) Angelo Cambiano è stato sfiduciato con 21 voti favorevoli e 8 contrari. La sua colpa? Aver fatto rispettare le sentenze del tribunale di Agrigento per demolire le numerosissime case abusive presenti sulle coste di Licata. Angelo Cambiano, 36 anni, sindaco da meno di due anni, a causa della sua fermezza nel far abbattere le orribili palazzine costruite a ridosso del mare vive sotto scorta, ha subito minacce di morte e varie intimidazioni, fra cui l’incendio doloso di due case di famiglia. La mozione di sfiducia è stata presentata da 16 consiglieri comunali che lo accusano di aver fatto diminuire le risorse nelle casse comunali a causa delle sue scelte politiche. «Ha vinto la classe politica che ha preso in giro i cittadini per 30 anni – ha dichiarato Cambiano ai microfoni di Radio3 -. Di sicuro non ha vinto la buona politica. Sono amareggiato. Ho pagato un prezzo altissimo per essere sindaco di questa città: vivo sotto scorta, sono stato minacciato di morte e ho due immobili incendiati».

Cambiano, che in questi due anni è diventato un simbolo della lotta contro l’abusivismo, ha annunciato che impugnerà l’atto di sfiducia nei suoi confronti perché «le motivazioni che sono state riportate sono solo bugie. Questo atto, votato il 9 agosto, affossa la città di Licata».
Numerosissime ed immediate le reazioni di incredulità e le manifestazioni di solidarietà al sindaco, fra cui spicca quella del presidente di Legambiente Sicilia Gianfranco Zanna: «La mozione di sfiducia al sindaco di Licata è una delle pagine più tristi e brutte della democrazie italiana. La politica siciliana ha scritto un’altra pagina di vergogna, perché non ha saputo difendere un uomo delle istituzioni che ha fatto solo il suo dovere».

Cambiano si è detto amareggiato di fronte ad una politica che l’ha abbandonato: «Credo che la politica debba veramente mettersi una mano sulla coscienza per l’isolamento che ha generato intorno a me – ha dichiarato a Radio3 – il ministro Alfano in primis. È venuto a Licata, ci ha messo la faccia dicendo che il momento della politica che coccola gli abusivi è finito e invece poi i suoi consiglieri comunali di Alternativa popolare hanno votato per sfiduciarmi».
«Sono certo che dietro a questa falsa mozione di sfiducia ci siano ben altre motivazioni, legate all’abusivismo edilizio. Ho interpretato questo mio ruolo di sindaco come un ruolo di servizio per la comunità. Faccio l’insegnante di matematica e tornerò a fare quello, alla mia vita normale. Rimarranno a fare politica i mestieranti della politica, quelli che per 30 anni hanno devastato il territorio di questa città».

Messico, ritorna la scia di sangue

Forensic personnel recover charred bodies following a confrontation in the rural village of Huehuetlan el Grande, Puebla on July 03, 2017. / AFP PHOTO / Jose CASTANARES (Photo credit should read JOSE CASTANARES/AFP/Getty Images)

Macelleria messicana. Una carneficina. Peggiore di quella della guerra della droga che raggiunse il suo picco di morti nel 2011. Una scia di sangue che è anche la prova che la narrativa del presidente Enrique Pena Nieto scricchiola – quella secondo cui il Messico migliora, nonostante la violenza. In effetti, dopo i 43 studenti scomparsi nel 2014, il turismo era aumentato e il tasso di omicidi era calato. Ma la pace non è durata a lungo e il marketing presidenziale non ha fermato il crimine. Nieto voleva ripulire l’immagine del Messico, come aveva promesso in campagna elettorale, ma adesso la violenza ha raggiunto anche le oasi del Paese che fino ad ora erano rimaste irraggiungibili, come Baja California Sur.

Con una polizia locale e nazionale debolissima, con la divisione dei grossi cartelli criminali dopo l’arresto dei loro capi storici, e con l’aumento della domanda di droga dagli Stati Uniti, il flusso di denaro e armi che dalle coste statunitensi vanno avanti e indietro dal Messico è in crescita. L’immagine del nuovo Messico che Nieto voleva dare al mondo sta per infrangersi di nuovo. Tutto sta solo peggiorando.

Con una frequenza allarmante e infausta i cartelli della droga fanno sanguinare paesi in ogni regione, anche in quei posti che finora sembravano sicuri. Il cambio del sistema legale, iniziato nel 2008, con l’aiuto di 300 milioni di dollari americani, – un passo importante per il Paese, ma anche per tutto il continente latino -, doveva chiudere finalmente le falle di un sistema giudiziario gruviera. Eppure adesso è proprio il nuovo sistema ad essere additato dagli agenti delle forze dell’ordine come la causa dei nuovi fallimenti negli arresti, per l’impunità dilagante. Una parola e un luogo che spiegano bene quello che sta succedendo in Messico è Tecoman.

Nel 1997 Tecoman era un paese con un paio di omicidi l’anno. Negli ultimi mesi ce ne sono stati più che negli ultimi due decenni. Maggio e giugno appena trascorsi, come in tutto il resto del paese, sono stati più rossi del sangue. Tecoman è diventato il luogo più mortale del Messico e nel suo anno più pericoloso. Era una località tranquilla e silenziosa, per lo più di fattorie, nella regione di Colima. Dall’anno scorso ha il record di omicidi delMessico, con un tasso di uccisioni simile a quello di uno stato di guerra. Le statistiche di quest’anno evidenziano che gli assassinii commessi sono raddoppiati. Tecoman è il simbolo di un Messico che nessuno riesce a salvare, al punto massimo della sua pericolosità: centomila morti, trentamila scomparsi e miliardi di dollari che continuano ad entrare ed uscire dalle casse dei criminali.

Quello che era uno dei posti più sicuri del Messico, dove le persone arrivavano da zone pericolose per nascondersi, lontano dalle lotte delle gang della droga, ne è diventato l’icona negativa. Il sindaco di Tecoman, Jose Guadalupe Garcia Negrete, nato in una famiglia di coltivatori di lime, parla del crimine con le metafore che gli suggerisce una vita passata tra la natura: «Bisogna andare alla radice, questo problema non si risolve potando i rami». Il crimine, dice il sindaco, incapace di contrastare la piaga che marina, militari e polizia militare hanno fallito ad arginare con operazioni speciali dall’inizio del 2017, «è come un cancro. Ma quello che succede qui sta succedendo nell’intero Stato».

Dacci oggi il nostro fascismo quotidiano

Il segretario della Lega Nord Matteo Salvini davanti all'entrata della moschea abusiva di via Cavalcanti durante un presidio per chiederne la chiusura, Milano, 3 agosto 2017. ANSA/ DANIEL DAL ZENNARO

Questo è il manifesto affisso a firma “Noi con Salvini” a Giffoni Valle Piana.

“Ha reso grande l’Italia e faceva lavorare tutti, perché nella patria non dovevano esistere parassiti”, dice.

Si chiude con un chiaro post scriptum: “L’onorevole Fiano è avvisato: accettiamo querele per l’apologia del fascismo, Guido Carpinelli già consigliere provinciale con An”.

Dice (è una notizia che ciclicamente si rimette a circolare) che il fascismo ci “ha dato le pensioni”. Ma è falso: la pensione sociale, tuttavia, è istituita solo nel 1969—ossia a 24 anni dalla morte di Mussolini e la creazione della Cassa Nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai è del 1898.

Dice che “LUI” ha fatto una legge per gli invalidi omettendo il numero degli invalidi (e morti) che Mussolini e i suoi amichetti (soprattutto il tedesco con i baffi) ha provocato.

Insomma: al solito infila una serie di castronerie. Solo che questa volta le appendono al muro, con una chiara e deliberata modalità promozionale e elettorale.

E Salvini, intanto, promette querela a chi lo definisce canaglia razzista. In effetti che sia una canaglia, solo una canaglia, ne possiamo parlare.

Buon giovedì.

Tommaso Cingolani: «Con il Làbas hanno voluto sgomberare un’idea»

Un momento dei tafferugli durante lo sgombero da parte delle forze di polizia dell'ex caserma Masini occupata abusivamente da fine 2012 dal collettivo Labas in centro a Bologna, 8 agosto 2017. Gli agenti hanno affrontato i ragazzi del centro sociale in assetto antisommossa e con blindati, chiudendo la strada di accesso. Gli scontri sono durati una decina di minuti poi la Polizia è riuscita a entrare nell'edificio. ANSA/ GIORGIO BENVENUTI

Il 13 novembre 2012 un gruppo di attivisti occupa un immobile abbandonato, l’ex caserma Masini. Nel corso degli anni l’abbandono diventa collettività, le stanze vuote si riempiono e gli abitanti del quartiere si stringono attorno al nuovo spazio occupato. Questa è la storia del centro sociale Làbas di Bologna, che ieri mattina è stato sgomberato. «Da ieri il centro sociale Làbas non ha più casa – ha detto a Left l’esponente del collettivo Tommaso Cingolani – certamente è avvenuto lo sgombero di uno spazio fisico, ma soprattutto di un’idea: di un immaginario politico, sociale e culturale che in 5 anni aveva preso corpo e vita a Làbas». Alle 7 di mattina è cominciata l’operazione di sgombero del centro sociale di via Orfeo, 50 attivisti si sono seduti di fronte all’ingresso del Làbas per bloccare lo sgombero e sono cominciati gli scontri con la polizia. Gli agenti, in tenuta antisommossa, hanno dapprima cominciato a trascinare via di peso gli attivisti seduti a terra e poi a caricare gli esponenti del collettivo. Sono intervenuti anche i vigili del fuoco per spegnere le fiamme di alcune balle di fieno che si trovavano all’interno dell’immobile e a cui gli esponenti del collettivo avevano dato fuoco nel corso dello sgombero. Durante gli scontri ci sono stati una decina di attivisti feriti, come denuncia il Làbas e la Questura di Bologna ha fatto sapere che 5 poliziotti sono stati trasportati all’ospedale per farsi refertare. L’ex caserma Masini è di proprietà di Cassa depositi e prestiti e nei giorni scorsi il pubblico ministero Antonello Gustapane ha emesso un decreto di sequestro per l’immobile. Nella mattinata di ieri è stato sgomberato un altro centro sociale: il laboratorio Crash in via della Cooperazione, nella periferia bolognese. Al momento dello sgombero non erano presenti gli esponenti del collettivo e sono stati posti i sigilli all’immobile.

Dal 2012 gli attivisti di Làbas hanno riqualificato l’ex caserma, in stato di abbandono da lungo tempo, trasformando il centro in un punto di riferimento della realtà cittadina bolognese. All’interno del centro sociale si trovava un dormitorio sociale autogestito “Accoglienza degna” con 15 posti letto destinati a migranti e a senza tetto, una scuola di italiano per stranieri, un laboratorio di birra artigianale, una pizzeria biologica, una sala prova, una stanza polivalente e il mercato settimanale “Campi aperti” con prodotti biologici a chilometro zero. «La matrice di tutti i progetti di Làbas è una: promuovere serivizi accessibili e fruibili in prima persona da chiunque abbia la volontà di cedere parte della propria individualità a favore di una ricchezza e di un bene collettivo» spiega Tommaso «la maggioranza dei residenti del quartiere ha reagito manifestando rabbia e tristezza: sono diventati virali i video dei residenti che piangono e protestano durante lo sgombero del centro. Ma né i residenti, né noi attivisti abbiamo intenzione di arrenderci: il 30 agosto ci sarà una grande assemblea pubblica in vista della manifestazione che stiamo organizzando per il 9 settembre, a cui speriamo si uniscano migliaia di cittadini e con cui ci riprenderemo Làbas. Làbas non è finito, so che può sembrare pura retorica, ma invece questa volta è quanto mai reale: questi centri sono importanti, sono presidi che difendono il presente, esprimendo un futuro accessibile fatto di cittadinanza attiva e sussidiarietà orizzontale».

 

Aggiornamento del 10 agosto ore 15:05Apprendiamo da un post pubblicato sulla sua pagina Facebook dal sindaco di Bologna, Virgiano Merola, che la palazzina del Làbas, ex caserma Masini, è destinata a «residenze private e alberghi».

Fringe di Edimburgo, quando il teatro è uno spazio libero

Ci siamo. Anche quest’anno il “gigante scozzese” si è risvegliato per travolgere chiunque abbia voglia di lasciarsi incuriosire: è l’Edimburgh International Festival (fino al 28 agosto), che nel 2017, pensate un po’, festeggia 70 anni di vita, tondi tondi. Eh sì, ci sono festival che sono davvero grandi, per il numero di artisti coinvolti, per la quantità di pubblico che attraggono, per la macchina organizzativa che riescono a mettere in moto. La città Edimburgo, conosciuta ormai come la Festival City, non si può certo dire che dal 1947 a oggi non ce l’abbia messa tutta pur di garantire un programma di alta qualità, sempre inseguendo la ricerca e la sperimentazione in tutti i campi (teatro, danza, musica ecc..) e spalmando le esibizioni nelle tre settimane di festa che regalano ogni volta alla città un’atmosfera meravigliosamente caotica eppure magica. Attorno all’Edinburgh International Festival ruotano, tra l’altro, altre manifestazioni che negli anni hanno contribuito ad arricchire il calendario di eventi: sono l’Edinburgh Festival Fringe, il Royal Edinburgh Military Tattoo e l’Edinburgh International Book Festival.

Soffermiamoci sul Fringe, che nel frattempo è stato copiato un po’ in tutto il mondo (Italia compresa) ed è diventato il più grande festival delle arti. Che cos’è esattamente? E come mai ha tutto questo successo? Ripassiamo velocemente un po’ di storia: è nato nel 1947 come alternativa al Festival internazionale su iniziativa di otto compagnie scartate dalla rassegna ufficiale; nei primi anni non ha avuto una vera e propria organizzazione ed è stato portato avanti a lungo da studenti e volontari, fino al boom negli anni Ottanta e quindi alla nascita di una società (la Fringe Society). Nelle edizioni più recenti sono state registrate circa 2-3mila esibizioni, un numero incredibile! Le compagnie che presentano i propri lavori provengono un po’ da tutto il mondo e vanno in scena in sale di ogni forma e dimensione. Il Fringe, infatti, utilizza qualunque spazio, dai teatri originali a quelli fatti su misura, dai castelli alle aule, dai centri conferenze alle sale universitarie, perfino i bagni pubblici o la parte posteriore di un taxi, e ovviante le case del pubblico! In genere gli spazi più improvvisati sono quelli che ospitano gli spettacoli del Free Fringe, cioè quelli per i quali non è richiesto un biglietto d’ingresso ma semplicemente una libera offerta (un po’ come per Avignone Off).

Quest’anno sono una dozzina le compagnie italiane presenti al Fringe (in verità pochine rispetto agli altri Paesi), da Daniele Fabbri (con A gentle, Shy Anticrist) a Stefano Patti e Marco Quaglia (con Echoes di Lorenzo Liberato), mentre al Festival internazionale ci saranno Emma Dante con il suo Macbeth prodotto dal Teatro Regio di Torino (presente anche con altri spettacoli) e Riccardo Chailly che dirige la Filarmonica della Scala.
Perché partecipare al Fringe? La prima risposta potrebbe essere: per farsi conoscere. Certo, e sperare (cosa complicatissima in realtà) che gli operatori del settore possano accorgersi di te. Quindi? È davvero un’opportunità? In realtà il Fringe può esserlo per chi sa di avere un progetto molto valido e quindi può utilizzare la presenza al Festival sopratutto per avere un proprio feedback, una specie di verifica che li aiuti a capire se quella intrapresa è la strada giusta. Inutile dire che per il pubblico il Fringe è la più grande festa a cui abbia mai preso parte, quindi maggiore è il numero di compagnie, più ampia (e complicata) è la scelta… Anche se, inutile dirlo, la qualità non è una garanzia. Il Fringe è più che altro una fucina delle idee, un’isola di libertà dove chi vuole può mettere la propria arte a disposizione del pubblico.
Con questo spirito sono nati nel corso del tempo tanti altri Fringe, dal Nord America al Sud Africa, dall’Europa all’Italia. Qui, negli ultimi anni, sono spuntati come funghi, concentrati soprattutto nelle grandi città: Roma, Napoli, Torino, Matera, Milano. Chi li frequenta sa bene che gli spettacoli si rincorrono uno dopo l’altro, in spazi diversi pronti ad accogliere compagnie che difficilmente avrete visto nei grandi teatri o in quelli più ufficiali. È anche come strategia di difesa verso questa pessima abitudine degli Stabili italiani di scambiarsi gli spettacoli tra di loro che nascono i Fringe, spazi sempre in movimento dove la creatività non ha confini né strane regole da rispettare e che molto ci dicono su quale direzione sta prendendo il teatro italiano.

Migranti e rifugiati: ecco le favole per bambini che diventeranno grandi

Una terra di permanenti addii. I miei bellissimi uccelli. Refugee, rifugiato. Questi sono solo alcuni dei titoli in arrivo oltreoceano per gli adulti del futuro, presentati recentemente dal New York Times. Mentre la politica fallisce, la letteratura avanza, e si impegna a raccontare a bambini e bambine il dramma della guerra. Nell’immaginario collettivo, il conflitto in Siria è la faccia del piccolo Alan riversa nella sabbia di una costa turca, il volto insanguinato di un bambino di Aleppo tra la polvere delle bombe in un’ambulanza.

Anche per questo motivo, la guerra che uccide minori in Medio oriente va spiegata ad altri minori, che abitano dove il conflitto non si vede, se non in tv e sui giornali. Un conflitto che gli adulti sanno spiegare sempre meno. «E’ importante che i bambini vedano il mondo per quel che è, un posto molto complicato» ha detto Salaam Reads, editor della casa editrice Simon e Schuster. Una sfida per gli autori di libri per bambini, che devono narrare la differenza tra sciiti e sunniti, la nascita dello Stato islamico, la fuga dall’orrore del conflitto che si è portato via casa, amici, famiglia e parenti di chi fugge. La follia delle bombe che distruggono case, ospedali, vite, destini.

«Quando ho cominciato a scrivere questo libro, non avevo idea di quando sarebbe stato pubblicato» ha spiegato Alan Gratz, che ora va in giro per scuole e librerie dell’America di Trump a spiegare che cosa voglia dire per un bambino la mortale parola “guerra”. Gratz, l’autore di Refugee, “il rifugiato”, voleva trasformare «statistiche e dati in nomi e facce a cui relazionarli». «Sicuramente alcune persone diranno che l’ho fatto per portare avanti un approccio politico». Gratz, sin nelle note di prefazione, esplicita il suo punto di vista, parlando direttamente del Trump’s travel ban e ribadendo che gli Stati uniti hanno accettato meno dell’1% dei cinque milioni di rifugiati siriani, mentre il Canada ne ha accolti ben 33mila nel 2016. Dopodiché, lascia il palcoscenico ai suoi personaggi. Mahmoud Bishara esiste solo nella penna di Gratz, ma la sua vita è quella di migliaia: è un bambino di Aleppo, scappato con la sua famiglia dalla sua città distrutta dagli ordigni, deve affidarsi ai trafficanti, alle milizie, per raggiungere la costa turca e attraversare il Mediterraneo verso l’Europa. Suo fratello Waleed – che assomiglia a Omran Daqneesh, il ragazzino di 5 anni il cui volto insanguinato ha fatto in poche ore il giro del mondo – non riesce nemmeno più a piangere.

Anche Nadia è una ragazza di Aleppo, e anche lei fugge con la famiglia verso la Turchia, dopo il fallimento delle primavere arabe e l’inizio della guerra. Il libro in cui si parla di lei si chiama proprio così, Fuga da Aleppo e l’autore è N.H. Senzai.

Di un altro bambino che arriva in Canada dalla Siria scrive Carrie Gelson in My Beautiful Birds, i miei bellissimi uccelli. Nour Alahmad Almahmoud, una bambina reale di 12 anni, siriana, ha davvero vissuto fino al 2015 in un campo rifugiati in Giordania: quando ha sentito la storia del bambino protagonista del libro, è scoppiata in lacrime. «Ho pianto perché questo libro mi fa ricordare tutto, ho sentito che la famiglia del libro era la mia famiglia».

A chiudere la piccola rassegna, Stepping stones, calpestando pietre, scritto sia in arabo che in inglese. Una storia di bambini per bambini, che parla di una famiglia araba, che scappa da un paese mai nominato, illustrata dai disegni dell’artista Nizar Ali Badr.

Il “liceo breve”? Così lo vuole il mercato. Ovvio

Il ministro dell'Istruzione, Valeria Fedeli, durante l'evento di ritrasmissione del lancio della ''Missione VITA'' dell'ASI dell'astronauta ESA Paolo Nespoli, Roma, 28 luglio 2017. ANSA/GIORGIO ONORATI

Capiamoci: dopo la laurea breve partorire l’idea di un “liceo breve” (soprattutto con le motivazioni addotte) è poco di più di una scoreggia estiva. Per due motivi: uno strettamente legato ai numeri e uno di quadro più generale e culturale.

I numeri, innanzitutto, ci dicono che già la laurea breve è stato un fallimento. Come ha scritto bene Marzio Bartoloni (qui) “la missione di quella riforma finora è fallita: le nuove matricole all’università non sono decollate come si sperava, anzi a conti fatti ne abbiamo perse 10mila per strada. E così restiamo fanalino di coda in Europa (peggio di noi solo la Romania) per numero di laureati. Anche l’obiettivo di aumentare le chance di trovare subito un posto di lavoro non è stato raggiunto: è vero che non si possono accostare percorsi universitari così differenti, ma se con il vecchio diploma di laurea trovavano lavoro, a un anno dalla tesi, circa 7 neo dottori su 10 i laureati triennali e magistrali di oggi possono vantare numeri praticamente sovrapponibili”. Rifarsi a un esperimento fallito per lanciare un’iniziative di governo ha lo stesso fascino del gridare al mondo di avere inventato una nuova abitazione a cui manca “solo” il tetto.

C’è poi la questione della pregiatissima “innovazione” che questo liceo porterebbe: “didattica innovativa”, “basta lezioni frontali” e l’insegnamento di alcune materie in lingua straniera. Perché tutto questo non si possa applicare agli attuali licei quinquennali rimane un mistero.

C’è poi la questione culturale e sociale: un’istruzione così fighissimamente smart rientra perfettamente nei canoni della superficialità culturale che fa il paio con il fastidio per i “professoroni” e la cultura in generale. L’idea che per raggiungere i propri obbiettivi conti più la furbizia o la velocità di esecuzione piuttosto della densità di pensiero è ormai un dogma di questo decennio e applicare questo (brutto) trend alla scuola non è proprio una grande idea. No.

E poi c’è la questione fondamentale: un mercato del lavoro che vuole lavoratori sottopagati (e sottoculturati), pronti per essere valutati “al chilo” come semplice costo, trova nel “liceo breve” la giusta rappresentazione. Un anno di scuola in meno significa avere prima carne da lavoro. E, se ci pensate bene, significa avere meno costi per l’istruzione. Sembra banale, in effetti, ma ci guadagnerebbero tutti. Tutti gli altri. Ovvio.

Buon mercoledì.

Come ti riduco la scuola: l’ultimo decreto sui licei brevi

Gli studenti impegnati nella prova di Italiano per gli esami di maturità presso il Liceo Massimo D'Azeglio di Torino, 21 giugno 2017. ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Nel cuore delle vacanze scolastiche ecco la notizia-bomba: il diploma delle scuole superiori in 4 anni. Quello che aveva tentato di fare senza successo il ministro Berlinguer (che però era riuscito a ridurre l’Università nel 3+2) e la ministra Moratti adesso viene portato avanti dalla ministra Valeria Fedeli che l’altro ieri ha firmato il decreto per il Piano nazionale di sperimentazione. Ma non è una novità. Il liceo “breve” era già stato introdotto dalla ministra Maria Chiara Carrozza nel 2013 e anche dalla ministra Stefania Giannini. La differenza è che adesso riguarderà 100 classi (anziché le 60 del precedente decreto) e circa 2500 studenti.Le scuole statali e paritarie potranno partecipare al bando del Miur dal 1 al 30 settembre e si potrà attivare una sola classe per scuola partecipante.

Non sarà una scuola facile quella “ridotta”. Si parla di “elevato livello di innovazione” nel rimodulare i piani di studio, di un aumento di ore, dell’insegnamento Clil cioè una materia in lingua straniera e nell’alternanza scuola lavoro (400 ore nel triennio dei tenici e 200 dei licei) da svolgersi d’estate e non in orario scolastico. Ci sarà una Commissione tecnica che valuterà le domande pervenute e un Comitato scientifico farà il punto sul Piano di innovazione. L’esame di Stato sarà identico e anche il programma delle varie discipline rimarrà invariato, sarà quindi necessario rimodulare il calendario scolastico. Undici istituti superiori, 6 pubblici e 5 paritari, tra cui il Visconti di Roma, il San Carlo di Milano e l’Esedra di Lucca hanno già portato a termine un primo percorso quadriennale sperimentale iniziato nell’anno scolastico 2012/2013 e stanno effettuando una valutazione del percorso.

La volontà, sostiene il Ministero, è quella di mettersi al passo con l’Europa, dove generalmente i ragazzi finiscono la scuola un anno prima rispetto agli studenti italiani. In realtà però non tutti i Paese europei hanno adottato questo sistema scolastico e il quadro dell’istruzione europea è variegato: ci sono Paesi, tra cui quelli del Nord, in cui gli studenti finiscono a 19 anni e altri in cui la scuola media si prolunga fino ai 15/16 anni e i ragazzi terminano a 18 anni (sul modello anglosassone). Viene da chiedersi se abbia senso anticipare di un anno l’ingresso nel mondo del lavoro in un mercato del lavoro che penalizza, più di tutti gli altri, i giovani tra i 15 e i 24 anni e in cui il tasso di disoccupazione giovanile tocca soglie sempre più alte. Con il decreto della ministra Fedeli inoltre si dovrebbe comprimere in 4 anni il programma che si svolge in 5: in questo modo lo studente dovrà dedicare sempre più ore al proprio percorso scolastico e potrebbe essere costretto ad abbandonare qualsiasi interesse non in linea con il proprio percorso di studi.

Cresce anche la preoccupazione sui tagli a posti di lavoro: diminuendo di un anno il percorso di studi si ridurrebbe infatti anche il corpo docenti. La riduzione di un anno della scuola avvantaggerebbe poi gli studenti che provengono da famiglie abbienti con genitori laureati che sono in grado di garantire ai figli esperienze, cultura e conoscenze e che garantirebbero ai figli la possibilità di potersi dedicare completamente al proprio percorso scolastico, senza nemmeno avere la possibilità di poter svolgere un lavoro estivo retribuito (dato che con il “liceo breve” l’alternanza scuola lavoro si dovrebbe svolgere d’estate). Come sostiene l’Usb, la didattica sarebbe poi improntata a garantire una maggiore professionalizzazione, con l’aumento delle ore di laboratorio e dell’alternanza scuola-lavoro, creando giovani cittadini specializzati, magari più pronti ad affrontare il mercato del lavoro, ma sempre meno capaci di avere un pensiero critico.

Il Kenya al voto, tra timore di brogli e fake news

epaselect epa06131266 A Kenyan voter casts her vote at a polling station in the Kibera slum, in Nairobi, Kenya, 08 August 2017. Kenyans are voting to elect their leaders in the country's general elections, where leader of the ruling Jubilee coalition and incumbent President Uhuru Kenyatta is challenged by opposition leader Raila Odinga, who leads The National Super Alliance (NASA). Many fear the possibility of post-election violence. EPA/DANIEL IRUNGU

Ci sarà a breve un nuovo presidente, un nuovo Parlamento, un nuovo Kenya: 19 milioni di votanti si stanno recando in quasi 41mila urne in tutto il Paese in queste ore. Spesso, l’elezione di un nuovo capo di governo vuol dire sangue prima, timore del caos dopo: 1300 persone hanno perso la vita e 600mila sono scappate dalle loro case in seguito alle violenze per le elezioni del 2007, dove gli sfidanti avevano accusato il candidato Mwai Kibaki di aver truccato le schede.

Adesso la sfida è tra l’attuale presidente Uhuru Kenyatta, 55 anni, e il suo avversario Raila Odinga, un veterano della politica africana, 72 anni, a capo di una coalizione che tenta di vincere la tornata elettorale presidenziale per la quarta volta. Ma Kenyatta lo ha già battuto cinque anni fa. Se nessuno dei candidati dovesse raggiungere la maggioranza – ovvero oltre il 50% dei voti più uno – si andrebbe al ballottaggio, per la prima volta nella storia del Kenya.

Le promesse di Kenyatta per il futuro del Paese: più di un milione di posti di lavoro, riduzione del costo della vita, soprattutto per quel 47% dei 48 milioni di abitanti che vive in povertà assoluta. Quelle di Odinga, invece, hanno in primo piano la lotta alla corruzione: il Kenya è al 145° posto nella lista dei 176 paesi più corrotti del mondo, secondo Trasparency International. Odinga sta già accusando l’avversario di manipolare le elezioni, è questo «l’unico modo che ha per vincere», ha dichiarato.

Raid armati, uccisioni, proteste sanguinose, fake news: questo, da sempre, ha seguito e preceduto le elezioni a Nairobi e in Kenya non si vince o perde solo in Kenya: la giovane democrazia può influenzare l’economia di tutta la regione adiacente d’Africa. Ma «c’è un ecosistema di fake news, in questa elezione i keniani non sanno quale sia la verità» ha detto Alphonce Shiundu, editor dell’organizzazione Africa Check, che si occupa di falsità giornalistiche nel continente.

Solo pochi giorni fa, Chris Msando, direttore della commissione dell’informazione e comunicazione che vagliava su eventuali brogli, è stato torturato ed ucciso. Il suo corpo mutilato è stato trovato in una foresta. Msando tentava di capire perché c’erano un milione e duecento schede in più rispetto ai votanti registrati. In un’intervista, prima di morire, aveva detto: «la politica tossica che ha portato all’uccisione di luminari della politica come Tom Mboya, JM Kariuki, Pio Gama Pinto e Robert Ouko, come le violenze durante le elezioni nel 1988, 1992, 1997, 2007 e 2013, è ancora tra noi».