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Ginevra Di Marco: «Canto Mercedes Sosa e la sua ricerca di libertà»

Non c’è rimedio migliore in questi tempi tristi di migrazioni e di barriere erette che ascoltare musica senza confini. Ginevra Di Marco, interprete per eccellenza della musica del mondo, con il suo ultimo lavoro La Rubia canta la Negra, ci porta nell’Argentina di Mercedes Sosa, la più grande cantora dell’America Latina, il simbolo della lotta per la libertà del suo popolo negli anni della dittatura, «una personalità grande che insegna ancora oggi il coraggio e la resistenza alle oppressioni». L’arresto, il silenzio, l’esilio, e la sua voce dolorosa simbolo di speranza. Con quel «tesoro che spalanca l’anima» ha deciso di confrontarsi Donna Ginevra nel suo percorso che dai Csi, poi Pgr, l’ha vista approdare, al fianco di Francesco Magnelli e Andrea Salvadori, alla musica popolare, esplorando repertori che hanno attinto in maniera viscerale dalla terra, dai popoli, da musicisti e interpreti che hanno contribuito alla ricchezza della cultura musicale del mondo.
Com’è avvenuto l’incontro artistico tra Ginevra Di Marco e la cantora del pueblo Mercedes Sosa?
Circa vent’anni fa, ero nei Csi. Un amico mi fece ascoltare per la prima volta la sua voce in “Gracias a la vida” e in quell’occasione provai una commozione enorme, profonda, immediata. Quella di Mercedes Sosa è una voce meravigliosa capace di arrivare in maniera profonda all’anima dell’ascoltatore. Mi si è aperto un mondo sconosciuto che, in quello stesso istante, mi sono ripromessa di scoprire. All’epoca mi dissi …

L’intervista di Raffaella Angelino a Ginevra Di Marco prosegue su Left in edicola


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Viaggio nella Campania avvelenata dai roghi tossici

© lorenzo giroffi
Eurocompost di Orta d'Atella, impianto chiuso nel 2009 e divenuta discarica abusiva. Gennaro Piccirillo "Stop biocidio" © lorenzo giroffi

Salire sulle pendici del Vesuvio oggi è come affondare i piedi nella sabbia, con buchi profondi e radici di alberi mozzati. Gli incendi lasciano una distesa di cenere impressionante, come in un paesaggio lunare. In superficie si trovano la vegetazione incenerita e, soprattutto, rifiuti. Dopo il fuoco, per il Vesuvio oggi il pericolo è l’acqua con un rischio idrogeologico “catastrofico”. Tutto è iniziato il 9 luglio quando si moltiplicarono i focolai già iniziati tre giorni prima. Poi il giorno successivo la nube che ricopre il vulcano fa il giro del mondo. Ci sono volute due settimane per spegnere il fuoco e per una settimana si era registrata una totale carenza di uomini e mezzi. Emergeva l’assoluta assenza di un coordinamento. Dai media e dai social network venivano diffuse immagini con carabinieri a fare da pompieri e cittadini con le pale a fermare l’avanzata dei roghi. La Regione guidata da Vincenzo De Luca finisce nella bufera: il protocollo per potenziare i Vigili del fuoco viene firmato solo il 14 luglio, una settimana dopo l’inizio degli incendi. Migliaia di ettari bruciati. Sotto accusa anche alcuni amministratori, come il sindaco di Ercolano, il renziano Ciro Bonaiuto, che per tutto il mese di luglio ha seguito dagli Usa la crisi del suo territorio. Spente le fiamme e i riflettori, però, le paure non sono terminate. Molti cittadini sono scesi in piazza per denunciare il nuovo rischio che riguarda i comuni vesuviani: la tenuta idrogeologica in caso di forti piogge…….

Il reportage di Lorenzo Giroffi e Giuseppe Manzo prosegue su Left in edicola


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Noury (Amnesty Italia): «I centri d’accoglienza in Libia sono in realtà prigioni»

epaselect epa06076439 A migrant rests after he was rescued along dozens by Libyan coastguard in the Mediterranean off the Libyan coast, in Guarabouli, east Tripoli, Libya, 08 July 2017. According to local reports, Libyan coastguards with the help of fishermen have rescued 85 immigrants, including 20 women, who were attempting to reach Europe. A rescued migrant have reported some 20 others went missing in the sea during their failed attempt. EPA/STRINGER

Il codice di condotta per le Ong e la missione navale italiana in supporto alla Guardia costiera libica per arginare l’immigrazione verso il nostro Paese: il governo si affida a questa doppia manovra per fermare gli sbarchi. Dimenticandosi – però – dei diritti umani. A ribadirlo a Left, è il portavoce di Amnesty Italia Riccardo Noury: «Delle due l’una: o la Libia effettuerà respingimenti coadiuvata dall’Italia, perciò l’Italia sarebbe complice di respingimenti illegittimi, oppure l’Italia potrebbe compiere queste operazioni con le sue navi, passando poi ai libici le persone intercettate, e in quel caso l’Italia sarebbe direttamente responsabile di tali respingimenti».

Qualsiasi azione che crei un blocco indiscriminato costituirebbe una grave violazione dei diritti, insomma.
«Esatto, senza considerare poi che i centri d’accoglienza libici dove verrebbero condotti i respinti sono in realtà delle prigioni, alcune delle quali informali, magari vecchi capannoni industriali, o alberghi, o addirittura case private. Chiamarli “centri d’accoglienza” è del tutto sbagliato, sono luoghi di detenzione nei quali non c’è alcuna garanzia per l’incolumità fisica delle persone. Sappiamo che avvengono stupri e torture quotidianamente, ci sono prigionieri detenuti in ostaggio fino a quando i familiari non pagano, prigionieri venduti da una banda criminale all’altra. E, se noi contribuiamo a rafforzare questo sistema illegale, ne siamo pienamente complici.

Perché questa operazione così aggressiva, quando gli sbarchi sono in diminuzione?
Io la vedo così: la missione navale e la campagna di delegittimazione delle Ong sono la parte pubblica di un disegno più ampio. Nella parte pubblica si vuole mostrare al popolo, che fra poco andrà al voto, che si è duri e decisi nei confronti di un “fenomeno ingestibile”, e io immagino che la politica neanche ci creda fino in fondo a questa parte. Poi c’è la parte sostanziale, quella meno visibile e più efficace, a causa della quale le partenze stanno diminuendo, che si svolge a sud della frontiera libica, dove le tribù sono state pagate – non sappiamo quanto perché non c’è trasparenza su questo – per bloccare la frontiera meridionale, e nello stesso tempo la cooperazione sempre più intensa con Niger e Sudan fa sì che il blocco dei migranti venga effettuato quasi nel loro punto di partenza. Tant’è che, per esempio, del milione di rifugiati che ha prodotto il conflitto in Sud Sudan, pochi decine di migliaia sono in Sudan, ma 900.000 e più sono in Uganda, hanno – cioè – preso la direzione opposta. Il punto è che i fondi per la cooperazione spesso sono poco trasparenti; sono fondi destinati in un certo senso allo “sviluppo”, si, ma allo “sviluppo” di regimi dittatoriali.

Quale è la sua opinione sul codice di condotta per le Ong?
Amnesty International non deve cadere nello stesso errore che hanno fatto coloro che hanno promosso la campagna di demonizzazione delle Ong. Le Ong sono tante. Così come le leggi Ong non sono tutte il male, non è detto che siano tutte il bene. Io le mani sul fuoco ce le metto per quelle che conosco, come Medici Senza Frontiere. Dopodiché, si sta discutendo da giorni sulla differenza tra soccorrere una barca in difficoltà, considerato legittimo, e trasbordare persone da una barca momentaneamente fuori pericolo, considerato sbagliato. In realtà, manca la controprova che lasciare persone su una barca fatta arrivare fin lì dai trafficanti, sebbene sia ancora a galla, sarebbe la scelta migliore. Insomma, non c’è bisogno che vada in avaria la barca per definire come “in pericolo” persone che sono sotto ostaggio di trafficanti in una barca guidata da uno scafista.

A volte poi soffermarsi troppo sui cavilli giuridici fa dimenticare la dimensione umana del dramma.
Si. Guardando solo alle leggi, se poi si dimostrasse che la missione italiana del punto di vista di diritto internazionale fosse del tutto legittima, saremmo costretti a dare ragione a chi quella missione l’ha sostenuta. Mentre invece il punto è un altro. Il senatore Esposito l’ha esplicitato per bene, affermando “le Ong ideologicamente pensano solo a salvare le vite umane noi non possiamo permettercelo”. Cioè noi, nel senso “le istituzioni italiane”, “il governo italiano”, non se lo possono permettere. Ecco, questa frase illustra bene il crollo etico della politica che stiamo vivendo.

L’intervista al portavoce di Amnesty international Italia fa parte della cover story di Left in edicola


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Chi sono i migranti che neanche il Pd vuol vedere

A Libyan coast guardsman stands on a boat during the rescue of 147 illegal immigrants attempting to reach Europe off the coastal town of Zawiyah, 45 kilometres west of the capital Tripoli, on June 27, 2017. More than 8,000 migrants have been rescued in waters off Libya during the past 48 hours in difficult weather conditions, Italy's coastguard said on June 27, 2017. / AFP PHOTO / Taha JAWASHI (Photo credit should read TAHA JAWASHI/AFP/Getty Images)

«Si dice che tutti i problemi che l’uomo pone su se stesso siano riconducibili a quest’unica domanda: non ho contribuito, attraverso i miei atti o le mie omissioni, a una svalutazione della realtà umana? Domanda che potrebbe essere così riformulata: ho reclamato, ho preteso, in ogni circostanza, l’uomo che è in me?», così scriveva Franz Fanon ne La sindrome nordafricana, oggi in Scritti politici.

In quel testo del 1952 lo psichiatra e saggista sottolineava che «la teoria dell’inumanità rischia di trovare proprio qui le leggi e i corollari di cui ha bisogno». E aggiungeva: «Tutti questi uomini affamati, che hanno freddo, tutti questi uomini che hanno paura, tutti questi uomini che ci fanno paura che frantumano il prezioso smeraldo dei nostri sogni, che disturbano il fragile contorno dei nostri sorrisi, tutti questi uomini che ci stanno di fronte, che non ci fanno domande ma ai quali noi ne poniamo di ben strane. Chi sono questi uomini? Io me lo chiedo e ve lo chiedo. Chi sono queste creature affamate di umanità che si aggrappano alle frontiere impalpabili (ma che io so per esperienza terribilmente concrete) e di un riconoscimento integrale?». È questa la domanda cruciale. Chi sono e che fine faranno quelle centinaia di persone che stiamo già ricacciando indietro, “grazie” al pugno duro del Codice Minniti, “grazie” a un’avventuristica missione in Libia. Amnesty international e altre organizzazioni per i diritti umani denunciano le condizioni disumane di reclusione in Libia dei migranti. Sono già più di 250mila, di cui almeno 50mila tra donne e bambini.

È di sinistra una politica che gioca sulla contrapposizione fra “casa loro” e “casa nostra”? Sappiamo, dal secolo scorso, quanto sia pericolosa l’esaltazione della Heimat, casa, suolo natio. Assistiamo a un’inquietante mutazione culturale nel Pd che gareggia con le destre quanto a razzismo e xenofobia. Lo abbiamo rilevato quando il governatore Pd del Friuli ha detto: «Lo stupro è più odioso se commesso da un profugo»; lo abbiamo ripetuto quando una esponente della segreteria Pd ha parlato di «razza italiana» da perpetuare, e quando la sindaca Pd di Codigoro ha tassato chi accoglie rifugiati e il sindaco Pd di Ventimiglia ha proibito acqua, riposo e qualsiasi altro aiuto ai migranti sul suo territorio. Potremmo continuare a lungo citando articoli di Repubblica che accusano alcune Ong di «estremismo umanitario» e di giocare a guardie e ladri con la guardia costiera, per una presa di posizione ideologica. È ideologia, come sostiene il senatore Pd Esposito, cercare di impedire che persone anneghino? Intanto l’Italia governata dal Pd in 5 anni ha raddoppiato i costi dei super-caccia F35. E il Belpaese vende armi all’Arabia Saudita che bombarda lo Yemen.

Se nel 2011 fu il governo Berlusconi, sollecitato dall’allora presidente Napolitano, a lanciare la campagna di Libia, ora è il governo Gentiloni, con l’appoggio del Pd e di Mdp. Così l’Italia va alla guerra in Libia sostenendo Fayez al Serraj contro Haftar. Va alla guerra, in barba all’art.11 della Costituzione, avendo come target migranti inermi e le Ong che si rifiutano di accogliere agenti armati a bordo delle loro navi (in nome di principi di indipendenza, imparzialità, neutralità internazionalmente riconosciuti).

Left sta dalla parte dei migranti, sta dalla parte di Medici senza frontiere e delle altre Ong accusate ingiustamente. Stupisce – per usare un eufemismo – che non tutti a sinistra siano d’accordo su questo punto. È inaccettabile lasciar morire delle persone.
Come scriveva Fanon in quel toccante passo del 1952, la nostra identità profonda di esseri umani ci rende immediatamente evidente che non c’è altra scelta da fare. Oggi sono più che mai fondamentali per la sinistra la Teoria della nascita e gli scritti di Massimo Fagioli: «È razzismo, dissi, dire che l’identità umana è la realtà biologica, perché poi viene pensato e detto che la pelle nera o gialla è di un essere umano inferiore destinato ad essere schiavo. La verità è l’uguaglianza della nascita in tutti gli esseri umani». Così scriveva nel 2014 su Left in un articolo dal titolo emblematico Ricreare o creare l’identità a sinistra.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto dal numero di Left in edicola


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“La Sardegna del governatore Pigliaru, l’importante è costruire”. L’assessore Erriu risponde a Lilli (che replica)

Cala Mariolu

Gentile Direttore,

leggo con un certo sconcerto quanto la sua testata, che peraltro seguo spesso con interesse, scrive a riguardo della proposta di Legge urbanistica della Regione Sardegna. La superficialità che contraddistingue tutto il pezzo è evidente fin dalle prime righe, con La Pelosa – la più nota spiaggia di Stintino – data nella mai esistita provincia di Alghero. Se obbligo di chi svolge la professione giornalistica è verificare la notizia, basta questo per capire che non si comincia bene. E si va avanti peggio, inseguendo il sentito dire e facendolo, appunto, “nella maniera più scriteriata e autolesionistica possibile”.

Nel dettaglio: cosa significa “incrementando oltre misura i servizi ricettivi”? La norma prevede limiti espliciti ed è stata già resa pubblica la volontà di migliorare il testo con anche l’introduzione di ulteriori vincoli per limitare eventuali eccessi di cubatura per le strutture più grandi. È un punto messo in chiaro ripetutamente sia dal sottoscritto che dal Presidente Pigliaru, che ben lo spiega nell’intervista pubblicata dal quotidiano L’Unione Sarda il 2 agosto: “il 25% era previsto dalle intese definite già prima di Cappellacci, ma siamo pronti a ragionarci. La mia idea – dice il Presidente – è che non sia troppo per una struttura piccola. Potrebbe esserlo per quelle grandi. Ho già proposto che la Giunta presenti un emendamento per introdurre un tetto massimo all’incremento volumetrico. Si può anche pensare che, oltre una certa dimensione, gli incrementi di cubatura siano pari a zero”. Per ricordare, appena più sotto, che nessun ampliamento sarà ammesso per chi abbia già utilizzato il 25% concesso dal Piano casa della Giunta Cappellacci.

E in base a quali fonti è possibile sostenere che “a distanza di undici anni dalla Legge salvacoste Soru la Sardegna rischia di diventare terreno per nuove urbanizzazioni”? E’ falso. La norma lo vieta esplicitamente e lo ribadisce il Presidente nella stessa intervista. “Sia chiaro che non si potrà costruire nessun nuovo albergo nei 300 metri. Permettiamo di rendere più moderne le strutture già esistenti, per favorire la destagionalizzazione.” Su questo punto il vostro autore cita un post Facebook, ma prendendone solo una parte e tralasciando il seguito, in cui viene illustrato, in mancanza di una normativa adeguata, lo scenario peggiore: “strutture ricettive che invecchiano e che, pur continuando a occupare la fascia dei 300 metri, saranno sempre meno in grado di produrre lavoro e benessere per il territorio.” Tutto qua il nodo. La Sardegna si apre al turismo negli anni ’50 – ’60, con tanto cemento riversato con disinvoltura sulle coste. Il risultato, dopo oltre cinquant’anni, sono strutture vecchie, obsolete, talvolta cadenti, che non solo sono presenti nel paesaggio, ma lo feriscono contribuendo a impoverirlo. Da qui la necessità di riqualificare. Per restare “in provincia di Alghero” (!), è istruttivo leggere l’articolo sul tema pubblicato (l’8 agosto, ndr) dal quotidiano La Nuova Sardegna, che porta esempi concreti e chiarisce dubbi.

E infine, niente e nessuno può cambiare arbitrariamente il Piano Paesaggistico della Sardegna, di cui tutti i princìpi vengono confermati. Se sono necessari una verifica e un adeguamento, come stabilisce il Codice Urbani, li si deve fare secondo le procedure previste dalle stesse norme che hanno istituito il Ppr, e resta l’obbligo della co-pianificazione degli interventi tra Regione e Ministero dei Beni culturali, Ambientali e del Turismo: cose che ne rendono impossibile l’aggiramento.

Insomma, basterebbe approfondire prima di cedere ad una faciloneria che sostituisce alla doverosa, corretta informazione, la disinformazione confusa e strillata che danneggia i lettori, chi ne è vittima e chi la ospita. L’invito per il futuro è a dimostrare sempre la veridicità delle affermazioni fatte, magari leggendo la proposta di legge, e magari, prima ancora, il manuale di geografia. Sono le basi. Quando non si fa, come in questo caso, “appaiono certi i disastri”. Ne vale davvero la pena?

Cristiano Erriu

Assessore degli Enti Locali, Finanze e Urbanistica

Regione Autonoma della Sardegna

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Gent.mo Assessore,

ho seguito con molto interesse i diversi passaggi che hanno portato all’approvazione da parte della giunta regionale guidata da Francesco Pigliaru del ddl Urbanistica. Con non minore interesse ho letto il testo per ora definitivo e il vivace dibattito che ne è seguito. In attesa degli emendamenti da Lei anticipati che, ne sono certo, modificheranno il testo nelle parti più lacunose, mi sono limitato all’esistente, approvato.

Recentemente, parlando del ddl, ha detto che esso contempera «le esigenze della tutela ambientale e della sostenibilità sociale ed economica, tenendo conto delle legittime aspettative delle comunità locali che non possono accontentarsi della contemplazione dei luoghi» (Ansa del 20 luglio 2017). A ben guardare nel testo queste sue affermazioni sembrano contraddette in diverse parti. Che dire dell’art. 43 che permette, nel caso di “progetti di particolare rilevanza economica e sociale”, un accordo tra investitori e governo regionale, in deroga al Piano Paesaggistico? Non crede che quella generica dicitura, “particolare rilevanza economica e sociale”, possa diventare il passepartout per operazioni edilizie nelle quali il vantaggio sarà unicamente del costruttore di turno? Che dire, ancora, dell’art. 31 che consentirebbe agli alberghi esistenti di aumentare i volumi del 25%?

Possibile che sia solo la disinformazione a guidare le preoccupate proteste di Lipu Sardegna, Italia Nostra Sardegna, Fai Sardegna, WWF Sardegna e Forum Nazionale Salviamo il Paesaggio? Possibile che la convocazione del governatore Pigliaru, da parte del Pd, al Senato sia solo colpa di quel che Lei definisce un “attacco sensazionalistico”, “frutto di superficiale disinformazione”? Possibile che anche la denuncia dell’avvocato Stefano Deliperi, presidente del Gruppo d’intervento giuridico (Grig), che per primo ha lanciato l’allarme sugli effetti nefasti del ddl urbanistica, sia scaturita da “superficialità”? Bisogna quindi pensare che gli avvocati del Grig, che hanno già catalogato “ben 495 strutture turistico-ricettive della fascia costiera che potrebbero approfittare dell’articolo 31”, abbiano preso un abbaglio? Qualche dubbio, credo, sia legittimo.

La circostanza che in nome della volontà di rilanciare il turismo si possano sacrificare i caratteri distintivi di tanti luoghi, non mi convice. L’idea che per incrementare i flussi dei turisti sia necessaria una qualità alta e che quindi si possa derogare dal sostanziale rispetto del paesaggio è autolesionistica. Nonostante tutto, aldià di proprietà e limiti, mare, coste e territori sono Beni Comuni. Non si tratta di “accontentarsi della contemplazione dei luoghi”, ma piuttosto della conservazione di quegli elementi che fanno della Sardegna una terra speciale. Una regione da visitare e nella quale vivere. Continuo a sperare che la Sua terra sia ancora la casa di Fortunato Ladu, il pastore di Desulo, se non erro in provincia di Nuoro, che alcuni mesi fa scrisse a Bill Gates per chiedere aiuto. Per chiedere che mister Microsoft salvaguardasse le piccole realtà.

Probabilmente per evitare l’Sos di Ladu e lo sfregio del paesaggio basterebbe una conoscenza diretta dei luoghi. Una conoscenza capillare, ma “complessa”. E’ difficile, faticoso, ma ne vale la pena.

Manlio Lilli

Link all’articolo di Mario Lilli su Left che ha dato origine al confronto:

Il governo non ripudia la guerra

Italian soldiers look out towards the island of Ventotene, off the western coast of Italy, from the Italian aircraft carrier Giuseppe Garibaldi heading to the island on August 22, 2016, where the leaders of Italy, France and Germany meet to discuss the post-Brexit EU. Europe's economic outlook, jihadist attacks, the refugee and migrant drama, the Syrian conflict, and relations with Russia and Turkey were all on the agenda for the talks later Monday on the island of Ventotene, one of the cradles of the European dream. / AFP / VINCENZO PINTO (Photo credit should read VINCENZO PINTO/AFP/Getty Images)

L’Italia è in guerra ma non lo dice. In guerra contro l’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar, l’ex ufficiale gheddafiano che può contare su un esercito di oltre 35mila uomini. Ed è in guerra con quelle Ong che hanno osato non sottostare al Codice di condotta messo a punto dal ministro degli Interni, ormai anche plenipotenziario agli Esteri, Marco Minniti, non intendendo trasformare le proprie navi di salvataggio in uffici di polizia. L’Italia è in guerra perché non ammette che in Libia ha puntato sul cavallo perdente, quel Fayez al Serraj che non controlla neanche un quartiere di Tripoli e che ora viene sfiduciato anche dai suoi vice. L’Italia è in “guerra” contro le Ong operanti nel Mediterraneo perché così vuole una narrazione imposta a forza da “rivelazioni pilotate” su presunte complicità con i trafficanti di esseri umani; rivelazioni che servono solo per coprire una deriva securista che parla alla parte peggiore dell’elettorato, quella di “aiutiamoli a casa loro”, anche se questa casa è un inferno, come un inferno sono i lager libici nei quali il ministro Minniti rispedisce, con vanto, migliaia di disperati intercettati in mare. L’Italia è sempre più immersa nel “pantano libico”. E lo fa abbozzando un’azione militare senza peraltro trarne, sul piano operativo, le dovute conseguenze. Siamo all’avventurismo politico-militare che copre una strategia diplomatica rivelatasi fallimentare e cerca di nascondere una bancarotta etica….

 

L’articolo di Umberto De Giovannangeli prosegue nella cover story di Left in edicola


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Generazione identitaria in avaria. La nave anti-migranti soccorsa da una Ong

The ship C-Star of far-right wing organisation Defend Europe is anchored in Famagusta Port, Northern Cyprus, 27 July 2017. The C-Star is a ship hired by a European far-right movement aiming to disrupt migrant rescues in the Mediterranean. According to reports, the crew of the ship has been evacuated and its Captain and Deputy Captain were arrested in Cyprus for allegedly forging false documents and human trafficking. ANSA/STR

L’operazione Defend Europe dell’organizzazione di estrema destra Generazione identitaria continua a non essere un grande successo, per usare un eufemismo. Dopo lo stop forzato a Suez per una verifica dei documenti e l’accusa delle autorità turco-cipriote di Famagosta di complicità in un traffico clandestino di migranti, adesso l’imbarcazione – noleggiata per «rendere difficile il lavoro delle Ong» – si troverebbe in avaria nel Mediterraneo. Fortunatamente però la Sea Eye – nave dell’Ong tedesca che nel 2016 ha salvato 5568 migranti – starebbe per intervenire in soccorso, in seguito alla segnalazione del Maritime rescue coordination center.

Prontissima la risposta – tradotta in 4 lingue – dell’equipaggio della C-star, che ancora una volta tenta di ribaltare mediaticamente la situazione piuttosto paradossale (e imbarazzante) che sta vivendo. La comunicazione del problema tecnico alle navi che stazionano in prossimità viene definito un semplice atto dovuto, «conformemente al regolamento». E il guasto viene minimizzato: «Il problema sta per essere risolto».

https://www.facebook.com/DefendEuropeID/posts/167931293755465

La piattaforma di monitoraggio del traffico navale Marine Traffic segnalava la barca della Sea Eye al largo delle coste libiche, secondo l’ultima rilevazione di circa due ore fa.

Subito sui social è esplosa l’ironia:

Nei giorni scorsi, un collettivo antirazzista tunisino si era mosso per impedire alla nave anti-migranti di attraccare a Zarzis. Successivamente, la C-star aveva rinunciato a fare tappa nella città nordafricana.

Nel frattempo, stamattina l’Ong italo-franco-tedesca Sos Mediteraneé che opera con la nave Aquarius ha sottoscritto al Viminale il Codice di condotta, fortemente voluto dal ministro Minniti. Perciò le organizzazione che vi aderiscono salgono a 5: Save the Children, Moas, Sea Eye, Proactiva e Sos Mediterranee. Mentre – per il momento – 3 fra loro non hanno firmato, ossia: Medici senza frontiere, Sea Watch e Jugend Rettet.

 

«L’ostilità dello Stato contro le organizzazioni umanitarie è pericolosa per la democrazia»

epa05790628 A handout photo made available by the World Press Photo (WPP) organization on 13 February 2017 shows a picture by British photographer Mathieu Willcocks that won the Spot News - Third Prize, Stories award of the 60th annual World Press Photo Contest, it was announced by the WPP Foundation in Amsterdam, The Netherlands on 13 February 2017. Spot News - Third Prize, Stories © Mathieu Willcocks Title: Mediterranean Migration Photo caption: Libyan fishermen throw a life jacket at a rubber boat full of migrants. Migrants are very often not given any life jackets or means of communication by their smugglers. More often than not they only have some water, food and not enough fuel to make it to Italy. Story: The central Mediterranean migration route, between the coasts of Libya and Italy, remains busy. According to reports by the UNHCR, 5,000 people died while attempting to cross the Mediterranean in 2016. NGOs and charities such as Migrant Offshore Aid Station (MOAS) continue their efforts to patrol the patch of sea north of the Libyan coast, in the hope of rescuing refugees before the potential of drowning. The rescue team on board the MOAS' Responder are there to mitigate loss of life at sea. Operating like a sea-born ambulance, they rush to assist and rescue refugee vessels in distress, provide medical assistance, and bring the refugees safely to Italy. EPA/Mathieu Willcocks/WORLD PRESS PHOTO HANDOUT ATTENTION EDITORS : EDITORIAL USE ONLY / NO SALES / NO ARCHIVE / NO CROPPING / NO MANIPULATING / USE ONLY FOR SINGLE PUBLICATION IN CONNECTION WITH THE WORLD PRESS PHOTO AND ITS ACTIVITIES HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES/NO ARCHIVES HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES/NO ARCHIVES

«Caro direttore, le Ong sono presenti nel nostro Paese da decenni, hanno vinto premi Nobel e godono del supporto attivo di milioni di persone in Italia e nel mondo», comincia così la lettera aperta che Marco De Ponte (ActionAid), Gianni Ruffini (Amnesty International), Alessandro Bertani (Emergency), Gabriele Eminente (Medici Senza Frontiere) e Roberto Barbieri (Oxfam Italia) hanno inviato al Corriere della sera, in cui denunciano «l’irresponsabile campagna di ostilità verso le Ong che le istituzioni non fermano» e anzi «irresponsabilmente avallano».

Secondo le organizzazioni firmatarie del documento «dovrebbe essere lo Stato a garantire i diritti fondamentali delle persone, la sicurezza, il welfare, l’informazione libera e trasparente», dovrebbe inoltre essere compito di ogni Paese democratico sostenere le Ong, esserne fieri e valorizzarle. «Le organizzazioni umanitarie – prosegue la lettera – operano in base a rigorose norme concordate sul piano globale (in particolare, il Codice della Federazione internazionale della Croce Rossa) che sono state avallate dagli Stati sottoscrivendo convenzioni internazionali vincolanti in materia di diritti umani e diritto umanitario, riconosciute in sede di Nazioni Unite, riprese dall’Unione Europea e nelle leggi nazionali. Questi reciproci impegni sono la garanzia di un aiuto umanitario efficace e imparziale, e per questo utile non solo ad alleviare le sofferenze di tante donne e uomini, ma anche a limitare i danni delle crisi umanitarie».

Con il codice di condotta proposto dal governo invece si chiede alle Ong di disattendere alle norme sottoscritte a livello internazionale compromettendo la credibilità delle organizzazioni stesse. I firmatari della lettera affermano: «Crediamo sia doveroso chiedere allo Stato di rispettare le regole internazionali che ha sottoscritto nell’interesse di tutti». Le Ong che vengono criminalizzate da una«irresponsabile campagna di ostilità, opportunisticamente alimentata da tanti esponenti politici e opinionisti, dovrebbe trovare nelle istituzioni una ferma opposizione, non un inaccettabile avallo». La lettera si conclude con la speranza che l’Italia si possa distaccare da una cultura prevalente in decine di Paesi in cui non si accetta nel cosiddetto “terzo settore”, «quei soggetti civici che vanno oltre la mera sostituzione dello Stato nella fornitura di servizi al welfare difendendo la propria indipendenza sempre e comunque», perché «è una tendenza pericolosa per la qualità della democrazia».

Per approfondire, ecco il nuovo numero di Left in edicola da sabato 12 (oppure online già da oggi)


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Io preferirei di no

An handout image of migrants disembarking in Sicily, provided by Oxfam on 15 September 2016. Close to four million refugees and asylum seekers have fled from one conflict zone to another, Oxfam said today ahead of two summits on migration in New York next week. Oxfam analysis shows that these millions of vulnerable women, men and children were registered in 15 countries - having fled their own - where conflict had caused a total of 161,250 deaths. That's almost 16 per cent of all people who have fled violence, persecution or war at home as they have ended up in another country that is itself in conflict or in a state of insecurity. ANSA / OXFAM PRESS OFFICE +++ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING+++

(Un appello che, insieme a molti amici, abbiamo lanciato cordialmente. È una parola bellissima “cordialmente”, ovvero “fatto tenendo conto del cuore”. Lo potete firmare qui)

È in corso un nuovo sterminio di massa.

Donne, bambini, uomini, intere famiglie costrette a fuggire dalla guerra e dalla fame. Costretti a farlo indebitandosi, subendo violenze e torture nelle carceri libiche, rischiando di annegare, di morire di sete e di ustioni da carburante su barconi fatiscenti.

Costretti a questo calvario dai governi dell’Europa che ha prima saccheggiato le risorse dell’Africa e armato i conflitti che la dilaniano e poi ha chiuso le porte ai profughi di quelle guerre, obbligandoli alla fuga per l’unica via accessibile, la più pericolosa: il Mediterraneo, dove muoiono il 75 per cento dei migranti che in tutto il mondo, a migliaia, perdono la vita durante la loro fuga.
Il nostro Governo non è indifferente a questa carneficina ma complice: invia navi militari per impedire ai migranti di lasciare le coste dell’Africa; si accorda con i dittatori dei paesi che perseguitano i profughi per bloccare ai confini chi tenta la fuga; perseguita le Ong che – senza alcun fine di lucro – salvano i migranti in mare; impone loro condizioni che rendono impossibile o vano l’intervento, come il divieto di trasbordare i profughi su imbarcazioni più grandi o l’obbligo della presenza sulle navi di ufficiali militari armati, inaccettabile per le associazioni umanitarie che operano in terre di conflitto solo grazie alla loro neutralità.
Il governo italiano si accanisce poi contro chi approda. Lo respinge in Libia e lo riconsegna agli aguzzini che lo hanno torturato, perché i segni di stupri e torture sono vecchi e non vengono refertati, rendendo spesso vana la richiesta di asilo e protezione. Ai richiedenti asilo viene comunque richiesto di svolgere lavori socialmente utili: di lavorare gratis, per noi.
Alcuni sindaci minacciano di ritorsioni le famiglie che accolgono i migranti, vogliono che paghino più tasse. Altri si rifiutano di destinare all’accoglienza dei profghi strutture abbandonate. Altri intimano lo sgombero dei presidi dove volontari distribuiscono gratuitamente pasti e vestiti e dispensano cure mediche. Il servizio pubblico diffonde la falsa informazione che l’Italia sia sotto assedio, che sia in corso un’invasione di profughi, che l’accoglienza non sia sostenibile, quando il nostro paese non figura nella lista di quelli che ospitano più rifugiati e non è nemmeno tra le destinazioni più ambite in Europa: ogni cento richiedenti asilo, solo 7 fanno domanda in Italia.
Noi preferiremmo che non fosse così. Ci adoperiamo ogni giorno perché non sia così. Siamo qui a sfidare il Governo che criminalizza chi salva vite umane, a disobbedire ai sindaci che intimano di non accogliere i profughi, a denunciare la loro complicità con questo deliberato sterminio.
«Preferirei di no», risposero i professori universitari che si rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo. Furono solo 12 su 1200. Stavolta sappiamo di essere di più, e desideriamo creare un luogo dove chi pensa che la fuga dalla guerra e dalla fame sia un diritto e l’accoglienza un dovere possa ritrovarsi, mobilitarsi, esprimere la propria solidarietà nei confronti di chi rischia la vita e di chi la salva. Non staremo in silenzio, non staremo a guardare.

Brexit, brexiters e Maybot: il nuovo dizionario urbano britannico ai tempi di Theresa May

epa06117967 British Prime Minister Theresa May arrives at the Last Post ceremony as part of the Centenary of Passchendaele The Third Battle of Ypres commemorations at the Commonwealth War Grave Commissions (CWGC) Menin Gate Memorial, in Ieper, Belgium, 30 July 2017. The Battle of Passchendaele or the Third Battle of Ypres, a campaign of the First World War, took place from July to November 1917. During the Battle of Passchendaele, an estimated 245,000 allied and 215,000 German casualties (dead, wounded or missing) fell after approximately 100 days of heavy fightings. EPA/STEPHANIE LECOCQ

La chiamano Maybot su internet. Ai comizi. Per strada, mentre protestano e agitano cartelli dove c’è scritto “tories out”, fuori i conservatori e “never trust a tory”, non fidarti mai di un conservatore. Oppure “Let summer end May”, lascia che l’estate si porti via maggio, il cognome della premier, May. Eppure sono rimasti in pochi a chiamarla ancora così in Gran Bretagna. È ormai per molti la Maybot.

L’ultimo termine del lessico urbano inglese – ma già annoverato tra le parole esistenti nell’ufficiale dizionario Collins – è nato da due parole che i britannici stanno associando spesso: Theresa May e robot. La parola l’ha coniata l’autore inglese John Crace dopo che la premier ha concesso un’intervista a un reporter di Sky news. Il giornalista le chiede: «Ha dei piani per l’accordo commerciale della Brexit?». La May ripete come sempre qualcosa sull’articolo 50, sul referendum, sul people, popolo. «Gli ultimi cocci di Theresa May stavano combattendo per uscire fuori dall’automa. Poi il malaware ha preso di nuovo il sopravvento», scrive Crane, stanco, come tutti i suoi connazionali, degli slogan vuoti della sua premier.

«Lei non faceva parte della campagna del Leave, non era primo ministro durante il referendum e lei non ha un mandato», dice il giornalista. Sono determinata, dice la May. Determinata a fare cosa, chiede il giornalista? La premier balbetta altre frasi fatte e poi tace.

Per molti mesi, scrive lo scrittore, la May se l’è cavata ripetendo questa frase: Brexit means Brexit, Brexit vuol dire Brexit. Oppure «nessun accordo è meglio di un cattivo accordo», ogni volta che le veniva chiesto di più delle conseguenze e del processo di divorzio dall’Europa. «Se qualcuno si azzardava a richiedere altri dettagli, diceva di non poterli rivelare. Chi era desideroso di crederle, lo faceva». Gli altri, incluso Crane, avevano paura che si trattasse solo di parole e concetti vuoti e «l’intervista di Sky lo confermava».

«Lontanissima dall’essere una leader forte, di mediocrità intrinseca, è debole e confusa. Mentre la destra la descrive come una forte negoziatrice, la May è diventata premier di default», scrive Crane, perché tutti, da Boris Johnson ad Andrea Leadsom, erano fuori dei giochi prima di iniziare.

Brexit, brexiters e Maybot. È imperativo che Brexit non avvenga. L’ha detto più volte Tony Blair, l’ex primo ministro inglese: il damage, il danno economico e politico sarebbe troppo forte da sopportare. L’ha detto l’ultima volta in tv a Sophy Ridge on Sunday, mentre il team per le negoziazioni della Brexit arrivava a Bruxelles per la prima settimana di incontri per gestire l’uscita dall’Unione Europea. Che la leader, al momento, non sa come affrontare.

La May ha sfidato la corte suprema sulla possibilità di non voto del Parlamento sull’articolo 50 e ha perso. «Una leader forte non dovrebbe avere paura del suo Parlamento. Dopo tutto, per i Brexiters il voto voleva dire un ritorno alla sovranità del Parlamento stesso. La Maybot sembrava non tenere ad alcunché se non alla sua sopravvivenza», scrive Crane.

«Il suo successo è dovuto al suo mutismo, al suo silenzio. È sembrata la più credibile che c’era in giro. Se i conservatori non potevano avere un’altra Maggie – la Thatcher-, un pasticcio di seconda classe era la cosa migliore. Al suo primo discorso a Downing Street, esattamente un anno fa, in questo periodo, ha detto che avrebbe governato nell’interesse di chi era stato lasciato indietro dal processo politico. Da allora in poi, una sola cosa ha dominato la sua agenda: la Brexit», scrive Crane, che l’ha battezzata Maybot e molta parte della Gran Bretagna l’ha ascoltato.

Tre milioni di cittadini vivono in Gran Bretagna e un milione di inglesi vivono in Europa. Quasi tre bambini su dieci, in Inghilterra e Galles, sono nati l’ultimo anno da madri straniere. Le statistiche mostrano che il 28,2% dei neonati -196mila, per la precisione- sono venuti alla luce in un paese che non ha dato i natali alle loro madri. Nel 1990 erano solo l’11,6%, nel 2006 erano il 21,9%, nel 2011 erano il 25,5% e da allora le proporzioni sono in crescita. I genitori arrivano specialmente da Polonia, India e Pakistan.

Quali saranno i diritti di europei e non europei adesso? E quanto dovrà pagare la Gran Bretagna per il divorzio? Questo exit è l’issue di ogni cittadino inglese. Nigel Sheinwald, ex ambasciatore inglese all’Unione Europea, dice che le chance che falliscano i negoziati sono uno su tre, a meno che il Regno Unito non acquisisca un approccio più realista sul “divorce bill”. La Brexit ha diviso l’Europa, ma adesso sta dividendo anche la politica inglese.