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«Sono i miei personaggi a decidere quando tornare in scena». Carlo Lucarelli presenta Intrigo italiano

Carlo Lucarelli, durante il photocall della fiction RAI La Porta Rossa, Roma, 15 febbraio 2017. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

 Scrittori si raccontano al microfono di Radiolibri. Parlano dei loro lavori e dei loro sogni. Delle loro inquietudini e delle loro letture. Interviste molto off e non paludate. Una missione sotto copertura, nell’Italia del 1953. È il tema dell’opera di Carlo Lucarelli, che segna il ritorno in scena del commissario De Luca. Ospitiamo qui l’intervista che ha rilasciato alla web radio RadioLibri (qui nella versione audio)

Intrigo italiano segna il ritorno in libreria dopo quasi vent’anni del commissario Achille De Luca, l’artefice di questo ritorno è ovviamente il suo papà, il suo creatore, Carlo Lucarelli, al quale do il benvenuto al microfono di RadioLibri.

Allora, 20 anni di silenzio non sono pochi. Avevamo lasciato “il nostro” in via delle Oche nel 1996. Che cosa ti ha portato a farlo tornare tra noi?
Non è che l’abbia mai abbandonato eh, perché i personaggi hanno una vita che non è quella dei loro autori. Sono vent’anni, ma in realtà non sono passati vent’anni per De Luca. Sono passati tre anni, tre o quattro anni. Dal ‘48 dove l’ho lasciato al ‘53 dove lo ritroviamo, insomma. Il punto è che ho trovato un’altra storia che lui mi poteva raccontare e quando si sono formate – da una serie di coincidenze – una trama che mi sarebbe piaciuto raccontare, un pezzo d’Italia che mi sarebbe piaciuto vedere e una persona che me la poteva raccontare – che era lui – ecco che lui è arrivato, e me l’ha raccontata.
Hai parlato della trama. Velocissimamente: essendo un noir, non diciamo troppo. Però per gli ascoltatori diamo una breve indicazione. De Luca è a Bologna ovviamente, tra gli anni ‘53 e ‘54, e indaga sull’omicidio di una donna trovata senza vita nel “trappolone”, la garçonnière diciamo del marito, dove l’uomo si comportava da scapolo, sennonché lo stesso marito aveva perso la vita 2 mesi prima. Giusto? Non diciamo altro. Anzi aggiungiamo una cosa: che lui indaga sotto falsa identità con la collaborazione – o su mandato – dei servizi. Ho detto troppo?
No. Questo è il cuore di tutta la vicenda. De Luca che indaga come al solito senza avere il potere di farlo come vorrebbe lui.
Cosa ti ha portato in quegli anni, tra il ‘53 e il ‘54. Sono passati 3-4 da dove avevamo lasciato il protagonista.
Beh sono anni importanti, anni in cui l’Italia sta cercando di darsi un’identità e sono anni di d’identità molto forti. C’è la guerra fredda, quindi “o di qua o di là”, e sono anni confusi in cui ci sono le radici di tante cose che siamo diventati dopo, che siamo anche adesso. E poi sono anni molto molto belli da raccontare. Bologna soprattutto in quegli anni lì era una curiosissima città piena di navigli per esempio, navigabile. Con le lavanderie che lavano i panni in mezzo alla città, una cosa adesso impensabile. Un sacco di neve durante l’inverno, la musica che sentiva canticchiare dappertutto, marce di mondine alla festà dell’Unità. Insomma era una città talmente strana, bella. E quegli anni lì sono anni così, anni che sembrano di fioritura, ma che sotto sotto nascondono tantissimi intrighi.
Infatti, è una Bologna molto musicale, quella che alterna il liscio al Jazz. Che tipo di ricerca c’è proprio dietro a questo libro. Insomma gli anni ‘53 – ‘54 non li hai vissuti tu.
No infatti, sono di un pochino dopo. Ho fatto una ricerca, soprattutto attraverso i settimanali. Ho usato questo sistema. Sono andato a cercarmi tutti i settimanali, giorno per giorno, settimana per settimana, di quello che volevo raccontare. E poi ho cominciato a sfogliarli e da lì ho visto… mi sono documentato meglio sulle notizie che allora la gente riteneva più importanti, che non sono quelle che magari noi col senno di poi, con la storia, abbiamo considerato veramente importanti.
Poi ci sono tantissimi dettagli meravigliosi: le pubblicità, quello che si ascoltava alla radio, il dove si attraversava la strada, con le strisce pedonali naturalmente non c’erano, fino al ‘59 non esistono, quindi la gente saltellava – come vediamo nei film – da un capo all’altro della strada con lo scampanellio dei tram che a momenti li investivano. Ecco, ho cercato di fare questo tipo di ricerca, che è una ricerca soprattutto di gesti quotidiani. Ecco De Luca toglie una mano dalla tasca e prende qualcosa. Cosa? Cosa c’era in un settimanale del 1953 quel giorno lì a Bologna?
Di certo non prende un cellulare, chiaro.
No certo, spero di non aver fatto questi errori.
No assolutamente l’“uomo del mistero” indaga questa volta nel mistero di quello che fu la nostra Italia. Che italia era quella di quegli anni, non soltanto Bologna?
È una Italia che sta cercando di capire, una Italia ancora in guerra, perché è appena iniziata la guerra fredda naturalmente. E una curiosa Italia che si vuole ricostruire, che vuole pensare ad altro, vuole dimenticarsi della guerra, è l’Italia che aspetta il boom economico che in certi posti – come Bologna per esempio – già è quasi arrivato. Però allo stesso tempo è una Italia curiosa, un’Italia che a molti non piace. Vorrebbero cambiarla e siccome non la possono cambiare con mezzi democratici, vorrebbero cambiarla con mezzi sotterranei. Infatti le radici dei cosiddetti misteri italiani – che poi in realtà sono segreti italiani, che a me è capitato di raccontare tante volte – stanno in quegli anni lì, nell’attività di sottogoverno di tanti personaggi che tramano nell’ombra, come succede negli intrighi italiani.
Carlo, il commissario De Luca non è il tuo unico personaggio seriale, ne hai creati diversi: l’ispettore Coliandro, l’ispettore Grazia Negro. Perché così tanti e non soltanto uno. Ognuno di loro rappresenta una parte di te forse?
Questo non lo so, io non la vado a cercare, perché mi interessa poco di raccontare a me stesso. Ognuno di loro è in grado di raccontarmi una storia che altri non potrebbero raccontare. Io ho cominciato con il commissario De Luca, ho scritto i primi due romanzi con lui che viveva nell’Italia dell’immediato dopoguerra, della guerra, eccetera, e poi, quando mi è venuta in mente una storia che potesse raccontare la Bologna della Uno bianca – per esempio -, quella che stavo vivendo negli anni 90, non me la poteva raccontare lui. E allora ecco che è arrivato Coliandro. Poi Bologna ha cominciato a diventare quella più inquieta, strana, di Almost Blue – che è un altro dei miei romanzi – e Coliandro non era in grado di raccontarla, e De Luca era troppo vecchio. Perciò è arrivata Grazia Negri. E così via. Ho raccontato l’Italia coloniale ed è arrivato il capitano Colaprico con il suo assistente Ogba, e così via. Tutte le volte che mi viene in mente un’idea io mi chiedo: chi me la racconta questa? Ecco, poi si rimane più affezionati ovviamente ad alcuni personaggi rispetto ad altri. Alcuni personaggi hanno una vita, Coliandro è diventato un personaggio televisivo – lo dico senza senza rimpianto – nel senso che vive lì soprattutto. De Luca invece è ancora quello lì, che mi racconta quell’Italia lì, un po’ vecchia, che però è sempre quella di oggi.
Quindi non ti senti un infedele.
No, non mi sono ancora sposato con nessuno dei miei personaggi (ride). Sono persone che incontrò. Come quando prendi il treno e tutte le mattine incontri un tizio che ti racconta una cosa. Poi magari la sera sei da un’altra parte e parli con altre persone.
Infatti tu in diverse interviste – anche recentemente – hai detto che i tuoi personaggi vivono in qualche modo di una vita propria, prendono loro sopravvento quando cominci a scrivere
Sì, questo lo dicono in molti scrittori ed è vero, perché magari cominci con un’idea… avevo un’idea per questo romanzo, pensavo che De Luca avrebbe fatto alcune cose, poi mi sono accorto che se ne chiedeva di altre. Si è innamorato – per dire – che è una cosa che non mi sarei mai aspettato quando ho cominciato a scrivere il romanzo, ed è diventato un pezzo importante dello svolgimento della storia, che ovviamente non dico, però è stata una sorpresa ad un certo punto vedere che ansimava e aveva i rossori da adolescente quel personaggio lì. Mi ha molto colpito.
Quindi non posso dire di chi si innamora.
No. Oddio, o forse si.
No vabbè ormai mi ha detto di no, quindi non vado oltre. Il titolo Intrigo italiano richiama un po’ “intrigo internazionale”. È un richiamo voluto?
Sì, perché all’inizio lo avevo pensato come “Intrigo internazionale”, poi mi sono accorto che non è vero, molte delle cose che succedono in Italia succedono per motivi molto italiani. E questo è un intrigo veramente tutto italiano. I soggetti sono anche i servizi segreti, sono tutti lì con degli interessi che sono interessi nazionali.
Per gli ascoltatori che ancora non l’hanno letto, il libro, De Luca indaga – l’abbiamo detto poco fa – sull’omicidio di una donna il cui marito è morto da pochi mesi e lo fa sotto falsa identità insieme ai servizi. Ci deve essere sempre il mistero in qualche modo nei tuoi libri, vero?
Certo si, è la cosa che mi piace di più raccontare.
C’è un mistero nella storia internazionale di cronaca – ovviamente – che vorresti indagare e soprattutto comprendere e portare alla luce, alla verità
Internazionale non so, nazionale ce ne sono tanti, ne abbiamo raccontato tanti, di misteri. Mi hanno insegnato a parlare di segreti e non di misteri, anche se a me piace di più la parola mistero. Però sono segreti, nel senso che la verità c’è da qualche parte, sta in un cassetto e molte volte lo sappiamo già anche noi. Solo che non si può dire proprio fino in fondo, perché ci mancano le carte giudiziarie. E a livello nazionale io ho sempre scelto Bologna (come caso che vorrei portare alla luce nda), la strage di Bologna. Vorrei sapere chi sono i mandanti, e perché c’è stato il depistaggio. E perché è stata fatta quella strage lì. Siamo negli anni 80, il 2 agosto 1980. È una scelta perché anche gli altri misteri sono altrettanto importanti. A livello internazionale vorrei sapere se veramente – come è girato su internet e come abbiamo raccontato scherzando anche noi una volta – se veramente Elvis Presley uccise Kennedy. È una teoria che gira. Ovviamente è una cosa pazzesca. Però voglio dire, il mistero di Kennedy… sapere esattamente cosa è successo scioglierebbe molti dei misteri anche successivi. Perchè l’importante dei misteri è capire i meccanismi, non tanto “chi è stato”. Quando capisci il meccanismo capisci che può essere riprodotto.
Perché come dici tu, spesso si intuiscono le cose, ma non si hanno le carte giudiziarie per provarlo.
Questo è il problema. Ho raccontato tanti misteri in televisione e non sai quanta roba c’è che avrei voluto dire e che non ho potuto dire.

Intanto però, è un dato di fatto, si può leggere, se ne può parlare, si può dire: Intrigo italiano, edito da Einaudi, è il nuovo romanzo di Carlo Lucarelli con protagonista il commissario De Luca.

 

 

Francesco Troccoli: «Da Gozzano a Calvino maestri di fantascienza umanista»

Italo Cavino

In Italia la fantascienza ha avuto grandi scrittori, per esempio Primo Levi, ma la sua narrativa in questo ambito è stata considerata minore. Come leggere oggi questa miopia della critica? «Levi, chimico, definì la separazione fra cultura scientifica e umanistica “schisi innaturale”. Agli albori della fantascienza moderna si parlava di “romanzo scientifico” e l’espressione science fiction ha mantenuto la connotazione», racconta Francesco Troccoli, appassionato lettore di Levi e a sua volta autore di romanzi di fantascienza, come la saga dell’Universo insonne, trilogia composta da Ferro Sette e Falsi dèi usciti per Armando Curcio e Mondi senza tempo pubblicato con Delos.
«Da un lato, gli argomenti della scienza interessano meno di quelli della storia, dell’attualità, della cronaca sociale; dall’altro, la fantascienza si rivolge a lettori in grado di “accettarla”: la sospensione dell’incredulità è un esercizio impegnativo – sottolinea Troccoli -. Forse fu per questo che Storie naturali di Levi fu pubblicato sotto pseudonimo. Come poteva l’autore di Se questo è un uomo scherzare con le leggi di natura? Alla base del progresso scientifico ci sono sempre state intuizioni geniali, frutto della fantasia dell’osservatore più che della razionalità catalogatrice. A volte queste intuizioni diventano scoperte, a volte racconti. Sfatiamo il mito che la fantascienza sia evasione dalla realtà: in effetti ne è interpretazione, trasformazione e arricchimento. Non a caso Levi la riteneva tutt’altro che scissa dalla sua terribile storia. Rispetto allo scienziato-scrittore di FS più fortuna ha avuto il letterato-scrittore di FS: la fantascienza di Italo Calvino è ben più nota. Eppure, le storie di Levi non sono meno umaniste di quelle di Calvino.
Guido Gozzano è stato un grande scrittore di fantascienza ma pochi lo sanno, perché è considerato quasi soltanto uno scrittore crepuscolare?
A cavallo fra ’800 e ’900 l’esplorazione del fantastico era connaturata all’esercizio della narrazione. Capuana, Verga, Svevo, Tozzi, Gozzano e tanti altri, non hanno disdegnato l’appartenenza a un filone che ha poco da invidiare a Kafka, Poe, Hoffmann. È una “scienza” diversa da quella del positivismo di matrice illuministica, una maniera originale di esplorare l’inconscio, con le difficoltà, ma anche le straordinarie intuizioni, di una simile ricerca. Fra l’ Unità d’Italia e Prima guerra mondiale questi temi erano trasversali e “normali” per chi scriveva. Forse oggi questa tensione, quest’attitudine alla ricerca interiore, si è un po’ persa. Raccontare di fantasmi, maledizioni o arzigogolati marchingegni era normale, era un modo per tentare di capire l’umano, perché se una storia non è “strana” (weird), irrazionale, se non apre prospettive diverse, a volte inquietanti, che storia è? Questa è la potenza di quel che oggi ci ostiniamo a chiamare “genere” con un accanimento che è soltanto editoriale. Applicando i criteri di genere, dovremmo includere la Divina Commedia nell’horror, l’Odissea nel fantasy e l’Orlando Furioso nella fantascienza. E che altro sono Il visconte dimezzato e Il cavaliere inesistente se non romanzi fantastici?
La tradizione anglosassone ha conosciuto numerosi capolavori. Autori come Huxley oggi vengono riscoperti anche in Italia, per via indiretta, attraverso i libri illustrati degli anni trenta o le canzoni di David Bowie. Che ne pensi?
La fantascienza deve rivolgersi a tutti. Esplora la realtà dell’essere umano in un modo che non ha eguali. Quella moderna inizia con J. Verne e H. G. Wells, che ha inaugurato quel filone sociologico, che fa della fantascienza uno strumento elettivo di analisi dei drammi del ’900, con la letteratura della distopia, da Huxley a Orwell. Oggi questa valenza sociologica, umanistica, si è affievolita e, per ritrovarla, bisogna guardare al passato. All’indomani dell’elezione di Trump, chi non ha pensato a 1984? Nella fase finale della “Golden age”, la fantascienza guardava alla conquista dello spazio e, nonostante il terrore nucleare, nutriva grande fiducia nell’essere mano. Un racconto di Clarke diventava un caposaldo del cinema come 2001: odissea nello spazio, nel quale, pur nella visione razionalista dell’origine dell’umanità, c’è l’apertura a una ricerca interiore. Nell’esplorazione del Cosmo sembravano aleggiare gli echi della filosofia di Giordano Bruno. Basti pensare a Isaac Asimov. Con il ’68 sono arrivate le donne, Ursula K. Le Guin fra tutte, e la valenza umanista della narrazione di genere ha trovato nuova linfa. Sono gli anni in cui il genere ha iniziato a definirsi in quanto tale, ma forse anche a chiudersi, diventando una nicchia inizialmente ampia, oggi drammaticamente ridotta. Nelle arti visive, nel cinema, la fantascienza, spesso sotto mentite spoglie, riesce ancora a parlare a tutti. Ma bisogna essere David Bowie o i Muse; Stanley Kubrick o Cristopher Nolan.
L’incontro fra scienza e romanzo conosce oggi un filone che va da Solar di McEwan a Bruno Arpaia in Italia, una fantascienza piuttosto catastrofista. Qual è la radice? Dietro a una sincera preoccupazione per l’ambiente si nasconde una visione apocalittica?
Fino alla caduta del Muro di Berlino, il catastrofismo ruotava intorno all’olocausto nucleare. Poi siamo passati all’apocalisse ecologica. Non si può negare che ambientazioni simili abbiano effetto ammonitore, e il romanzo di Arpaia fa riflettere sui flussi migratori di oggi. Raccontare drammi è facile, difficile è inventare storie che non sfocino nel fallimento, individuale o collettivo. E che il fallimento sistematico sia vocazione di una cultura plurimillenaria di matrice religiosa è indubbio. Ma il positivismo non è da meno: secondo la Psicologia delle folle, quando cadono la legge e la morale (per una guerra nucleare o uno tsunami climatico) la collettività regredirebbe a uno stato bestiale, lasciando emergere il fatidico homo homini lupus. Ne La strada di Cormac McCarthy gli esseri umani, distrutta la società organizzata, “tornano” alla loro natura di feroci bestie antropofaghe. È questa visione freudiana che nega l’umanità, la sanità della nascita, e offre la sponda all’alienazione religiosa, che secondo me una vera fantascienza “umanista” deve rifiutare. La nostra visione dell’essere umano influenza il nostro futuro di esseri umani. Il genere fantascientifico ha responsabilità culturali enormi.
Come è l’idea di misurarsi con una saga?
Era il 2009. Nella multinazionale per cui avevo lavorato fino ad allora ero un ingranaggio di un sistema spersonalizzante, nel quale l’identità di una persona è definita da numeri: fatturato, quota di mercato, salario, ore di produttività. Poiché il nostro pianeta è un sistema chiuso e il nostro modello economico ormai unico non può rinunciare all’espansione, da appassionato di fantascienza mi chiesi dove, in futuro, si sarebbero potute reperire le risorse per un’ulteriore “crescita”. La risposta era ovvia: all’interno del sistema stesso. Ogni individuo ha una riserva ancora integra, che ammonta in media a otto ore per notte. Applicando gli opportuni fattori di conversione, è una ricchezza consistente. Bisogna solo farne una cosa “utile” che produca un “utile”.
Nel mondo di Ferro sette, le persone lavorano senza sosta al punto che hanno dimenticato cosa sia il sonno, e dunque sognare. Ti rubo una domanda che tu stesso provocatoriamente poni: ti sembra fantascienza?
Proprio su Left, nel 2015 lessi di 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno, di Jonathan Crary. Vi si legge: “Aperto 24 ore su 24, 7 giorni su 7, è il mantra del capitalismo contemporaneo, l’ideale perverso di una vita senza pause (…) in una sorta di veglia globale”. Nei miei romanzi il sonno inizia a essere ridotto per ragioni economiche e militari, poi viene combattuto alla stregua di una malattia e infine sparisce dalla nostra stessa evoluzione. La prima fase si sta verificando già oggi, con esperimenti militari di deprivazione del sonno. Nel mio Universo Insonne la perdita di questa funzione biologica allude allo smarrimento del lato irrazionale, inconscio, creativo, degli esseri umani. Nel mio mondo immaginario arte, letteratura, sogno, fantasia, sono parole estinte oppure orfane del loro significato d’origine; i rapporti umani sono gerarchici e di sfruttamento. A tutto questo un uomo, che conosce la storia umana, si ribella. In molti, spontaneamente, lo seguono. Quest’uomo parla dell’importanza delle cose “inutili”, delle azioni e dei pensieri che non obbediscano alla logica della razionalità e della soddisfazione dei bisogni materiali. Quest’uomo ha scoperto la verità della natura umana. Anche questo a me sembra tutt’altro che fantascienza…
La Repubblica dei sogni a suo modo è un libro “sovversivo…
La Repubblica dei sogni è il coronamento ideale di questa ribellione. Un’utopia fantascientifica a misura d’uomo. E di donna. Un’enclave di ribelli ormai vittoriosi, che hanno fatto propria l’identità di quell’uomo, personalizzandola, trasformandola nella propria, uguale ma diversa. Il contrario de La Maschera della morte rossa di Poe. Una storia di realizzazione, una storia che non sfocia nel fallimento.

Darwin e la religione cattolica, ritratto di un eretico cortese

Charles Darwin era credente? Il padre della Teoria dell’evoluzione era ateo, agnostico o forse teista? «Io mi ritengo agnostico ma in fondo sono agnostico anche nei confronti del mio stesso agnosticismo», rispondeva l’autore de L’Origine delle specie agli interlocutori di fede cattolica che lo incalzavano sull’argomento tentando di evidenziare qualche sua contraddizione anche quando ormai si trovava nel pieno della sua maturità di ricercatore naturalista, avendo pubblicato almeno il libro che ha cambiato il corso della storia delle scienze naturali e assestato un duro colpo alla teoria creazionista.

Si era nella seconda metà dell’Ottocento, nell’Inghilterra vittoriana. Ma l’ipotesi di un Darwin credente o addirittura convertito in punto di morte è fonte di dibattito ancora oggi. «L’argomento – spiega a Cronache Laiche, l’epistemologo Telmo Pievani, docente di filosofia della biologia all’Università di Padova – suscita da sempre grande attenzione, come se dalla risposta a queste domande dipendesse la compatibilità tra la visione evoluzionistica e le prospettive di fede». Per sgombrare il campo da qualsiasi dubbio ma pure per impedire le consuete strumentalizzazioni da parte dei fautori del Disegno intelligente che vorrebbero inserire la Teoria dell’evoluzione, appunto, in un “progetto” più ampio per sminuirne la portata, Pievani ha selezionato 32 documenti autografi che Einaudi ha ora pubblicato in un prezioso volumetto dal titolo “Charles Darwin. Lettere sulla religione”. Spaziando dalle conversazioni con gli amici Asa Gray (botanico americano) e Joseph Hooker (all’epoca vice direttore dei Kew gardens) a quelle con il vecchio parroco di Down, le trentadue lettere raccolte da Pievani, in larga misura inedite, svelano le riflessioni più intime del naturalista inglese, che, con il piglio sincero e intimo di una confessione, racconta quali furono i suoi pensieri su teismo e agnosticismo. Pensieri che da tormentati quali erano nei primi anni Cinquanta, divennero sempre più improntati al rifiuto della religione man mano che Darwin approfondiva la propria ricerca scientifica. «Mi duole dovervi informare che non credo nella Bibbia come rivelazione divina, e pertanto nemmeno in Gesù Cristo come figlio di Dio» scrive il 24 novembre 1880, due anni prima di morire (all’età di 73 anni), all’uomo di legge Frederick McDermott.

coverdarw«Tutti hanno sempre citato due o tre lettere, sulle migliaia che lui ha scritto, per insinuare che fosse un credente – prosegue Pievani -. Ora quasi tutta la sua corrispondenza è online, messa a disposizione dalla Cambridge University library. Da qui ho selezionato le lettere più famose in cui Darwin parla di questi argomenti, dotandole di un apparato critico che tratteggi bene tutti i personaggi coinvolti nel carteggio». Si tratta in pratica della prima traduzione italiana – curata da Isabella Blum, autrice anche delle note – seria e rigorosa. Non manca quindi anche il famosissimo passaggio in cui il padre della teoria evoluzionista parla di “designed laws” (leggi progettate). «In America – osserva Pievani – questa frase è stata spesso strumentalizzata dai fan dell’Intelligent design. Andando a vedere bene di cosa si tratta, emerge come Asa Gray cerchi di spingerlo verso una ipotesi teistica. Provando a convincere Darwin che in fondo gli scienziati studiano le leggi secondarie ma la causa prima che ha prodotto tutto non è attingibile alla scienza, come già diceva Galileo. E allora, insinua Gray, perché non accettare l’idea che quelle leggi prime siano state progettate da qualcuno?».

E qual è stata la reazione di Darwin? «All’inizio, siamo a fine anni Cinquanta, prende tempo, tergiversa. Addirittura sembra dare un po’ di credito all’ipotesi dell’amico Gray. Ma poi la sua conclusione è che tali questioni metafisiche siano inattingibili a una seria indagine scientifica. E si definisce agnostico. Lui è soprattutto impressionato dal tema del male, dall’insensatezza dell’evoluzione, della selezione naturale, dalla sua violenza, dalla mancanza di qualsiasi misericordia. E questo argomento forte, quello del “cappellano del diavolo” come lo chiama lui, lo porta a un agnosticismo più integrale. E dice no: applicando la razionalità scientifica alle indagini empiriche non riesce in alcun modo darsi una risposta degna di questo nome al tema dell’esistenza di un’entità sovrannaturale. Quello di Dio in sostanza è un problema che non si pone. Non lo nega per via scientifica, non arriva mai a una posizione ateistica, ma rimane fino alla fine dei suoi giorni su una posizione agnostica integrale».

Nonostante i tentativi di tirarlo per la giacchetta da parte degli amici credenti, Darwin è stato sempre scettico nei confronti del pensiero religioso. «Lui si mette in continua discussione. Secondo me è una versione ante litteram di quello che oggi si chiama naturalismo metodologico. Lo scienziato indaga la natura attraverso gli strumenti della ragione, dell’empiria, dell’esperimento. Questi strumenti non permettono di dare alcun tipo di risposta su problemi le cui domande sono impostate in maniera del tutto trascendente a questo tipo di indagine. Per cui sull’esistenza di Dio non si esprime». Nelle sei edizioni de L’origine delle specie non mancano però le citazioni del “creatore”. «Queste citazioni sono in gran parte negative. Darwin le utilizza perché fa riferimento alla dottrina delle creazioni speciali che lui vuole confutare. È pur vero che ce ne sono 5-6 in cui lui inserisce una sorta di premessa di circostanza di tipo teistico, che gli serve per poter dire: “Ammesso che Dio abbia dato inizio a tutto il processo dell’evoluzione, le leggi che io sto indagando sono queste….”. Ce ne è traccia anche nelle lettere con Grey il quale gli suggerisce di lasciare aperta una porta di possibile compatibilità della teoria dell’evoluzione con la fede religiosa. Lui vive tutto questo tormento che emerge dal carteggio e poi approda in una dimensione di scetticismo radicale, di scetticismo scientifico. Infatti alcune di queste citazioni nell’ultima edizione de L’origine non ci sono più». Sono gli anni finali della vita di Darwin, quelli in cui appare sempre più nitida la convinzione che fede e scienza non possano dialogare. «Darwin rimarca più volte la distinzione tra pensiero religioso e metodo scientifico. In una lettera afferma che l’Origine delle specie è un trattato che non ha nulla da dire sulla teologia. In realtà non è del tutto vero, perché l’Origine distrugge la teologia naturale che era un punto fondamentale della riflessione teologica in quegli anni».

Per comprendere a fondo il percorso interiore di Darwin non si può infine ignorare il contesto familiare in cui è nato, cresciuto e vissuto. «Guardando a ciò che scrive si vede benissimo che ha ereditato il suo scetticismo in particolare dal padre, profondamente laico, e dal nonno libertino e anticlericale. C’è poi la famiglia materna che aveva una religiosità unitariana molto aperta, molto progressista e interessata agli sviluppi tecnologici. A mio avviso – aggiunge Pievani – in questo senso è lui stesso un progressista poiché non cade mai in atteggiamenti ateistici militanti o anticlericali. Molti dicono per via dell’influenza della moglie, che era credente. Secondo me la risposta non sta solo nel rapporto con Emma. Lei non corrisponde affatto allo stereotipo della donna bigotta. È al contrario molto intelligente e colta, indipendente».

Questo è il punto di partenza. Poi c’è il suo travaglio personale. «Lui per esempio dice di avere rinunciato a qualsiasi religione rivelata nel periodo compreso tra la morte del padre e quella tragica della figlia Annie. Sono gli eventi che segnano questa traiettoria: da quel momento in poi si definisce non credente». Però continua a partecipare alla vita parrocchiale. «Darwin riteneva che la vita religiosa fosse un modo per sostenere le comunità sociali. Oggi diremmo per garantire un welfare locale. Lui finanzia, aiuta, tiene i conti della parrocchia, per alcuni anni fa il giudice di pace. Smette di andare alle funzioni religiose ma continua a partecipare alla vita della comunità che lo circonda».

Valelapena ascoltare il nuovo Roy Paci

In Salento, dove ha scelto di vivere, Roy Paci coltiva un orto di 5mila metri quadri, alternando il lavoro della terra allo studio dello strumento, che “coltiva” da 35 anni: la tromba. Chiacchieriamo del Sud, del suo essere spesso in viaggio per il mondo, della gente che incontra e di quella di cui si innamora. Mentre ci offre qualche anticipazione del prossimo album, Valelapena, che uscirà il 29 settembre, il settimo con il variegato gruppo con cui suona da 20 anni, gli Aretuska, quelli della trascinante “Toda Joia Toda Beleza”. «L’idea nacque, ammetto, un po’ per gioco, per suonare nella mia Sicilia. Adesso non ci sono solo i miei amici “conterronei”, ma musicisti non solo italiani. Non è cambiata la voglia di suonare, sperimentare e divertirci. Il progetto Aretuska lo immagino come il lievito madre: se uno lo sa tenere fresco, lo può far durare anche 50 anni». L’album è anticipato dal singolo “Tira”, scritto dall’amico Daniele Silvestri, con un video dal taglio cinematografico, diretto da Cosimo Alemà, ambientato nello spazio dell’ex Mira Lanza, il complesso industriale romano che chiuse alla fine degli anni Cinquanta. Oggi è un museo a cielo aperto dove ora campeggiano opere dell’artista francese Seth. Paci, Alemà e Antonelli hanno scritto un testo per presentare il nuovo lavoro, che nasce da un miscuglio di persone, idee, stimoli e colori così come è la musica di Paci & Aretuska, che non si lascia imbrigliare in un unico genere. Tra i pomodori da raccogliere, la terra da annaffiare e una tromba che attende di essere suonata, intanto Paci & Co. girano l’Italia (il 16 agosto, in particolare sarà a Trepuzzi, nel leccese, per Bande al Sud): «Per gli afecionados e per chi non lo è, per dare segnali di vita dopo questi anni passati in tour, frammentati dalle registrazioni in studio, fuori dal circuito», racconta Rosario, in arte Roy.
Hai presentato il nuovo brano parlando dell’importanza della collettività, come somma di menti e talenti diversi. Così le idee diventano sempre più chiare e prendono forma. Un incontro che diventa ricchezza nella vita e nella musica?
Il senso di condivisione caratterizza la mia vita sul palco e non. Fin dall’inizio, l’ho considerato come casa mia, senza pareti che dividono, come uno spazio da condividere. Immagino di invitare gente, di far entrare le persone, chiunque siano: conosciuti o meno. Amo confrontarmi col pubblico.
Il regista del video, che ha scelto l’ex Mira Lanza come set, racconta che era il luogo ideale per la tua musica, frutto di un’urgenza, di un percorso, dell’alchimia di passioni di molte persone. Nel video ci sono due persone antagoniste, che provano a cercare un confronto, che poi è un po’ il senso di quello spazio riadattato.
Non lo conoscevo e sono rimasto colpito da quello che ho trovato lì, da come è stata ideato: una fondazione di folli (ride), un’originalità assoluta. Una realtà sorprendente, realizzata da italiani in collaborazione con i rom: sono nuclei di persone con la voglia di uscire fuori dall’occhio di bue. Il singolo “Tira” è stato scritto da Silvestri. Avrai altre collaborazioni?
Sì, collaborazioni con persone non necessariamente conosciute, che incontro nel mondo, che trovo per qualche motivo geniali. Mi innamoro del talento del musicista, ma anche della parte umana perché condividiamo non solo il palco, ma il dopo concerto, il cibo insieme.
Un’anticipazione?
Restando in tema, sarà un menù vario, con tutti gli ingredienti ricercati nel tempo. Dall’ultimo album ne è passato assai, ho avuto la possibilità di far sì che i musicisti andassero alla ricerca, ciascuno per la propria strada, di qualcosa che li sorprendesse per poi portarlo in studio. Ho fatto lo chef, spero con saggezza. Questa bella ricetta è stata cucinata da un produttore come Dani Castelar. A lui ho chiesto che questo disco non suonasse come in passato; volevo, cercavo un produttore che non si occupasse del mio genere, che poi io neanche so che genere faccio, anzi mi dà fastidio quando mi etichettano. Quella degli Aretuska è una mistura.
Tu parli di condivisione, Alemà incita a non arrendersi mai, Antonelli mostra con lo spazio ex Mira Lanza che dalle rovine, si può ripartire. In questo momento, invece, in Italia c’è molta chiusura, si parla di impedire l’accesso agli immigrati. Dove stiamo andando?
Ho una visione completamente diversa da quello che è in questo momento esprime la politica del nostro Paese. Le frontiere che abbiamo sono effimere. Sento di appartenere al mio territorio, alla Sicilia, alle tradizioni, ma non ho mai pensato che l’Italia avesse dei confini: è un pensiero che mi fa ribrezzo. La mia compagna lavora per una Ong e a me è capitato, a Lampedusa, in Sicilia, di vedere da vicino gli sbarchi. Invece di portare i bambini a Disneyland, dovrebbero portarli agli sbarchi per fargli incontrare ragazzini come loro, dovremmo vedere cosa provano. Capiremmo che siamo tutti esseri umani.

François Jullien racconta la Cina: «Una cultura libera dalla metafisica»

Riesce a farci vedere l’invisibile, il latente del pensiero occidentale mettendolo a confronto con quello orientale. Con libri, come Essere o vivere (Feltrinelli) François Jullien ci mostra lo scarto, la distanza, la radicale differenza che c’è fra la visione cinese (taoista e confuciana) e quella occidentale fondata sul Logos greco e sul cristianesimo. A cominciare dall’ateismo che connota la cultura cinese. Dopo aver mostrato quanto sia graniticamente astratta l’idea di bello ideale di matrice greca e perdente una cultura come quella Occidentale basata sull’idea di conquista e di possesso, mettendola a confronto con la silenziosa e duttile onda dell’invasione cinese in Europa, il filosofo e sinologo francese ora torna a esplorare la dimensione dell’intimità e della relazione uomo donna con un nuovo saggio Accanto a lei (Près d’elle) edito da Mimesis di cui il professore ha parlato a Tempo di libri, a Milano. Un passo del Principe splendente (Genji monogatari), il romanzo scritto da Murasaki Shikibu, dama di corte nel XI secolo ci offre uno spunto per addentrarci in questo tema.
«Attraverso una breccia della recinzione si percepiscono i riflessi dello stagno. Il viaggiatore si siede in mezzo ai crisantemi dai colori ravvivati dalla brina ed estrae un flauto dal dorso della manica. Da qualche parte, in casa, una cetra inizia ad accompagnare il flauto, rivelando il gioco delicato di una mano femminile che proviene da dietro la cortina, sotto lo scintillare della luna», scrive Jullien in Accanto a lei.
Il Genji monogatari ci parla di una intima risonanza fra uomo e donna, da un altrove. Cosa vi legge?
Il Giappone, con le sue architetture, le penombre negli interni delle case, ha raffinato quest’arte di una presenza discreta, filtrata, per evitare che la presenza si opacizzi, si banalizzi, si isterilisca. Bambù, tendine, paraventi, di seta o di carta, porte scorrevoli, tramezzi mobili o cortine abbassate o le maniche levate davanti alla bocca che lasciano appena intravvedere il volto, filtrano la presenza, la disciolgono in un’atmosfera, invece di individuarla in modo netto. La cultura letteraria giapponese ha saputo descrivere molto bene la possibilità di un accesso obliquo che preserva dalla brutalità, dall’aggressività di un faccia a faccia troppo smaccato. L’esteriorità che la Cina e il Giappone offrono all’Europa, al suo pensiero, permette di costituire un vis-à-vis: l’altrove non è l’utopia che rassicura, che si vagheggia, bensì un’eterotopia – un “luogo altro” – che al tempo stesso inquieta e permette di sondare il proprio intimo. La presenza che si sente giungere attraverso un fruscio di seta, nelle parole che ci si scambia anche nella lontananza, viene riattivata, ravvivata. Alla forza, spesso violenta, della presenza piena, totalmente dispiegata, preferisco una presenza furtiva, colta di nascosto, o di sfuggita.
Nel suo nuovo libro lei parla di «tra» (entre), «scarto» (écart), «intimo» (intime). Nel Tao lo yin e lo yang sono complementari, la relazione con il femminile si definisce in relazione al maschile e viceversa. Vi si può leggere una visione diversa da quella occidentale dove la supremazia maschile si è affermata negando o addirittura annullando la donna?
In questo piccolo testo ho cercato di portare avanti l’indagine sull’alterità personale, quella legata all’intimo del soggetto, e che fa da pendant alle mie ricerche sull’alterità culturale. In questo senso si può attivare la saggezza cinese che lega in un movimento costante lo yin e lo yang, senza supremazia dell’uno sull’altro, o dell’uno sull’altra. Nella misura in cui penso all’Altra, mi distacco da me, tuttavia resto sempre in me stesso; il pensiero dell’Altra, il pensiero rivolto all’Altra, evolve in accordo con me – e viceversa, ciò vale anche al contrario, in modo complementare. Quando invece ci guardiamo, quando i suoi occhi iniziano a posarsi su di me e i miei su di lei, accade qualcosa di radicalmente nuovo, ogni volta inedito, che richiede un’inventiva – lì nulla è già giocato, quel che sembrava già scritto o previsto deve allora essere improvvisato. Accade un vacillamento tale per cui io non appartengo più a me stesso; quel vacillamento avviene in modo non cosciente, nell’«intimo». Finché questa tensione è attiva, la presenza è effettiva e non si isterilisce. Non appena la tensione non scorre più tra l’uno e l’altra e ciascuno si isola, si suppone autonomo nella sua individualità, allora la presenza affonda e diviene «opaca». La presenza si attiva perché vi è un «tra» che si è aperto tra di noi: «c’è un tra fra di noi», direi per celebrare un legame intimo – che si tratti di «amore» o di «amicizia».
La razionalità occidentale è monocratica. Ulisse si vanta astuzia, “metis”. Ma questo approccio competitivo si dimostra alla fine miope, inefficace?
Forse Ulisse è proprio il primo filosofo, l’Ulisse dell’Odissea che andando alla deriva erra da un luogo all’altro, prima di rientrare in patria. Se ci si sa mantenere vitali, strategicamente, si riesce a coltivare l’efficacia senza consumarsi, come insegna il macellaio Ding descritto nel libro taoista Zhuangzi, il quale taglia le carni da anni senza mai dover affilare il coltello – perché non rompe le ossa e non “forza” alcunché. La logica della competizione, anche se appare eroica e ostenta successi, alla lunga invece si consuma, e consuma cui la segue.
Come legge oggi “la trasformazione silenziosa” dell’Europa compiuta da immigrati cinesi sette anni dopo il suo omonimo libro?
Ogni volta che scendo per strada, a Parigi, penso che all’inizio nessuno si accorgeva dell’arrivo dei migranti cinesi; poi, d’un tratto, ci si è resi conto del fatto che le strade era piene di insegne cinesi. È stata una vera e propria “trasformazione silenziosa”. Ora mi diverto a leggere i nomi dei ristoranti cinesi del mio quartiere: alla lettera, dicono «In piena fioritura» (Xincheng); oppure «Espansione-sviluppo-profitto» (Xinfali); o riprendono le prime parole dell’Yijing, il Classico dei mutamenti: «Capacità iniziatrice – sviluppo» (Qianheng). Ma poi le stesse insegne, in francese, dicono: «Delizie asiatiche», «Delizie Express», o «Chez Tonny»… Non si fa nessuno sforzo per tradurre; le rubriche cinese ed europea restano parallele, senza comunicare. Sovrapposte l’una all’altra, le due si ignorano. Facendo finta di assumere la lingua dell’altro, si finisce per ripiegare la coerenza su se stessa e la si richiude. Viene fissata in un fondo ineffabile, invece di dischiuderla. Il pericolo è che si faccia così a livello globale: che non si traduca mai davvero. Si sovrappongono codici diversi, occultandoli. Ciò significa che sotto uno strato occidentalizzato si ricostituisce uno strato identitario, autoctono, che si indurisce molto più di quanto si lasci penetrare dall’altro e si isola. Al riparo di quelle affissioni esteriori che fanno credere a un comune nato dall’integrazione, quel “dentro” che non lascia accedere a una comprensione effettiva riemerge d’un colpo all’insegna dei cosiddetti «valori asiatici»; e questi, come oggi lo si può constatare in Cina, pretendono di essere (o finiscono per credere di essere) assolutamente specifici, astorici, qualcosa a cui gli stranieri non possono accedere.
Diversamente dalla nostra, la cultura cinese non è basata su una trascendenza?
Il pensiero cinese – definisco così il pensiero che si dà attraverso la lingua cinese, pur essendo consapevolezza della pluralità che la Cina ha conosciuto nella sua storia – non ha sviluppato un interesse verso ciò che noi chiamiamo metafisica; non ha avuto bisogno né di porre Dio come «causa» del mondo, né di porre la Libertà come «causa» della volontà del soggetto. Entrare in contatto con il pensiero cinese significa apprendere a pensare in termini di “propensione” e non più di causalità. Significa cioè rovesciare la chiarezza data da una «scomposizione» in elementi di base, abbandonare la chiarezza dell’essere e della sua costruzione, per sposare invece una logica della immanenza e della correlazione, una logica del processo. Bisogna comprendere che il “processuale” va distinto radicalmente da ciò che abbiamo in genere concepito sotto la figura del divenire. La propensione allude a un dispiegamento che non è messo a rischio da alcuna perdita né è segnato da alcuna vocazione finalistica, teleologica: è un dispiegarsi che è orientato dal modo in cui la situazione pende, che ne segue l’inclinazione, e in tal modo produce il rinnovamento continuo di quel regime di immanenza dei processi naturali, senza postulare un al di là metafisico.
Pensando al suo Vivere di paesaggio in uscita a maggio per Mimesis, perché il pensiero del paesaggio, a differenza di quello del giardino, è stato ignorato nella Bibbia, in India così come nell’Islam?
Spiegare perché nella Bibbia, in India o nella tradizione islamica è stato ignorato il pensiero del paesaggio richiederebbe la scrittura di altrettanti libri, e le competenze di un biblista, di un indologo e di un islamologo. Ciò che si può dire, a partire dall’esame della cultura cinese e di quella rinascimentale europea, è che in quelle culture non appare un’attenzione analoga a tale soggetto. In Europa la coscienza del paesaggio è apparsa nella pittura del Rinascimento, e dopo alterne vicende riappare oggi, nella preoccupazione dell’ambiente e dell’ecologia. In Cina il pensiero del paesaggio è nato più di mille anni prima e si è sviluppato senza interruzione nella cultura dei letterati. La lingua cinese, per dire ciò che noi europei intendiamo con “paesaggio”, dice «montagna-acqua», shanshui 山水; o «montagna-fiume», shanchuan 山川. Il termine è antico ma vale anche oggi, nel cinese moderno: i cinesi non si sono interrogati più di noi sul termine «paesaggio». Ma lì il paesaggio non è pensato come una porzione di Paese offerta alla vista di un osservatore, bensì come una correlazione tra opposti, le «montagne» e le «acque», il verticale e l’orizzontale, che al tempo stesso si oppongono e si rispondono. Invece di «paesaggio», come termine unitario, la Cina dice un gioco di interazioni tra fattori contrari che si correlano. All’opposto del monopolio della vista, la cultura cinese esprime la polarità secondo la quale il mondo si dispiega.
La pittura di paesaggio in Cina ha una tradizione millenaria, molto variata ed evocativa. Possiamo leggervi una diversa concezione dello spazio rispetto a quella Occidentale che lo ingabbia nella prospettiva rinascimentale?
In Cina la pittura dei letterati, ad inchiostro, è essenzialmente un’esperienza esplorativa, non soltanto visiva, che coinvolge la totalità dei sensi. È un’esperienza di ambientamento, nel senso che il pittore si fa tutt’uno con il paesaggio, con il mondo che lo circonda e vi si trova a suo agio; si riconosce in esso, attraverso di esso. Il paesaggio non resta esteriore, estraneo al pittore, ma l’uno e l’altro si compenetrano, si completano. La logica sottesa è una logica respiratoria, non geometrizzante. La prospettiva rinascimentale ha permesso di “inquadrare” il mondo, letteralmente, organizzando la logica di conoscenza che ipotizza un “raggio” ottico, da soggetto ad oggetto, secondo cui il secondo viene (com)preso dal primo; quella logica ha poi portato alla rivoluzione scientifica nell’Europa del Seicento. Diversamente, la logica sottesa alla pittura cinese è una logica di connivenza, secondo cui si tratta di entrare in comunione con l’energia vitale, con il soffio rigenerante del paesaggio: questo non è quindi un “oggetto” della pittura, non è tanto qualcosa da rappresentare – di riportare alla presenza, o da obiettivare – ma una modalità relazionale con cui il pittore si sintonizza attraverso il suo stesso gesto.
(Traduzione di Marcello Ghilard)

 Tra Oriente e Occidente

dal suo primo libro tradotto in italiano,  Processo o creazione. Introduzione al pensiero dei letterati cinesi, (Pratiche, 1991), il sinologo e filosofo François Jullien ha sempre offerto approfondimenti sulla Cina e l’Oriente che invitano l’Occidente ad aprire gli occhi sulla violenza del monoteismo, ma anche della razionalità strumentale, incapace di entrare in relazione profonda con l’altro. La dea ragione alla fine si rivela del tutto miope, incapace di leggere il latente nelle relazioni umane e ciò che muove i processi sociali. Questo filo di ricerca innerva suoi libri come Pensare con la Cina, a cura di Marcello Ghilardi, Mimesis, (2007), Logos e Tao (Laterza, 2008), Le trasformazioni silenziose (Raffaello Cortina, 2010). E più di recente “Essere e vivere” (Feltrinelli) e Accanto a lei (Mimesis).

Il piano di Stefania Tallini nell’incanto della “Seresta”

Per incontrare Stefania Tallini, pianista, compositrice e arrangiatrice tra le più originali e raffinate del panorama jazz italiano e internazionale, devi obbligatoriamente stare al suo passo. La sua vita infatti è un fiume in piena che corre frenetico tra lo studio, il Conservatorio di Benevento, i concerti e i nuovi progetti. Intimidade (AlfaMusic) è la sua ultima fatica “intonata” con Guinga, chitarrista e compositore brasiliano nonché straordinario cantore di quelle mirabilia della musica popolare brasiliana che ci portano nel mondo sospeso tra sogno, emozioni, amore, nostalgia e speranza della Seresta. Ovvero serenata, ma la traduzione italiana non rende la dimensione di passione intima, profonda e vitale che, da quei brani, ti trascina nel fiume calmo, largo che attraversa le foreste pluviali e che ti cattura dalla copertina del cd. Il 26 agosto Stefania Tallini e Guinga suoneranno a Berkley, al California Jazz Conservatory, mentre il 3 settembre Stefania Tallini Trio sarà a L’Aquila per la grande manifestazione Il jazz italiano per L’Aquila.
Intimidade ha un passo in più rispetto a Viceversa, dove i brani erano ispirati alla musica brasiliana e interamente autografi.
Sono sempre assetata di cose nuove per cui sono andata ancora più a fondo nella musica brasiliana che amo moltissimo. Scoprire l’affascinante Seresta, mi ha spinto a realizzare un progetto dedicato a questo mondo così particolare e in Italia sconosciuto. E quale migliore voce poteva dare suono a tutto questo se non Guinga, che è cresciuto cantando Seresta, in quei meravigliosi incontri serali con amici, famiglia, musicisti, per fare musica bella insieme, per ore, instancabilmente. Il disco non contiene solo brani antichi di Seresta, ma anche più moderni (di Jobim, di Vinicius e dello stesso Guinga) che abbiamo voluto inserire perché in qualche modo ricreano quell’atmosfera struggente che permea tutte le serenate brasiliane. In questo disco, tra l’altro, Guinga è anche arrangiatore e io ho riadattato al pianoforte ciò che lui aveva creato sulla chitarra.
C’è un brano che ti sta particolarmente a cuore?
Beh, “Ligia”, perché credo sia una vera opera d’arte della Mpb (Música popular brasileira ndr). Jobim è il più incredibile e profondo compositore brasiliano di tutti i tempi. Mi commuove sempre, per i dettagli, per i movimenti delle sue melodie, per le sorprendenti soluzioni armoniche, per il suo modo essenziale di suonare il pianoforte. Un’altra perla del disco è “Serenata Do Adeus”, di Vinicius De Moraes: credo sia una delle canzoni che meglio esprimono il senso della Saudade, della separazione, della solitudine profonda che senti quando perdi qualcuno che ami. Guinga la canta in un modo veramente toccante, rendendo esattamente il senso del bellissimo testo.
Cosa condividi con la tradizione musicale brasiliana?
Cerco di “rubare” in primis l’amore per il senso della forma. Tutti i musicisti hanno – ognuno a modo suo – un senso estetico della forma musicale che mi ha sempre affascinato e che è tipico della Mpb. Soprattutto Tom Jobim che considero un genio, direi lo Chopin della musica brasiliana. E poi la cosa che mi ha sempre colpito di questi musicisti geniali è l’incredibile espressività ed emozione che trasmettono con la loro musica suonata o composta. Sono dei grandi fari per me e qui non c’entra nulla il genere.
Progetti futuri? Ancora Brasile?
Il Brasile non mi lascia e non lo lascerò mai, così com’è per il jazz o la musica classica, che fanno sempre parte di me e che in qualche modo finiscono nella musica che scrivo. Amo molto potermi esprimere in contesti così differenti e apparentemente lontani tra loro, che poi confluiscono in un’unica direzione, quella del mio modo di comporre e del mio modo di suonare. In questo momento ho molta voglia di suonare le mie composizioni e dedicarmi al mio nuovo trio, formato insieme a due meravigliosi giovani musicisti: Matteo Bortone al contrabbasso, considerato tra i primi 15 jazzisti più importanti del momento, in Europa, e Bernardo Guerra alla batteria, che vanta già esperienze con tantissimi grandi nomi del Jazz.
Non mancano altri progetti nuovi e stimolanti. Sono appena tornata da un concerto organizzato dal Conservatorio Nicola Sala di Benevento, presso il quale insegno Pianoforte Jazz: “Pino Daniele in jazz”, in omaggio a Pino Daniele. Insieme ad altri miei colleghi, siamo i solisti dell’Orchestra ritmo-sinfonica del Conservatorio, diretta dal M. Gianluca Podio, che con Pino ha lavorato sin dal ’97.
Hai parlato di jazz, cos’altro hai in cantiere?
Sempre con il Conservatorio, suonerò in un progetto dedicato a Miles Davis, “Miles Davis songbook” nella prima edizione del Sannio Jazz Festival, organizzato sempre dal Conservatorio. È un progetto ideato e realizzato da Roberto Spadoni e Aldo Bassi, miei colleghi a Benevento, con il Nicola Sala Bress Machine. Un sestetto jazz, con Max Ionata al sax e Aldo Bassi alla tromba, che si fonde con il classico quintetto di ottoni nel repertorio di Miles Davis, che adoro. Poi mi hanno chiesto di realizzare un progetto a mio nome dedicato alla musica brasiliana, “Stefania Tallini Brazilian project”, e naturalmente ho accettato subito. E ancora la versione jazz di Pierino e il lupo di Prokofief, arrangiato e diretto da Roberto Spadoni e che avrà come voce recitante Beppe Barra. E poi vedremo…
Trascinata dalla piena Tallini, mi rendo conto che l’alchimia di suoni diversi e apparentemente dissonanti dell’artista ci regala tutto il suo mondo interiore, la sua sensibilità e la sua passione straordinariamente “fisica”. Tutto è musica per Tallini, è la sua vita. Ma con lei scopri che potrebbe essere anche la tua. Anche solo ascoltando.

Lorenzo Ciccarese, Ispra: «Noi ricercatori siamo le antenne dell’ambiente»

Aerial view of the Italian wild beach at sunset

Il ruolo dello scienziato,  la protezione dell’ambiente e la ricerca che “fa bene” alla politica, ecco i temi dell’intervista allo scienziato dell’Ispra Lorenzo Ciccarese. Insieme alla protesta dei ricercatori precari dell’ente pubblico che Left ha raccontato nel numero del 3 giugno, abbiamo  spiegato l’importanza dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale.

Nella stanza di Lorenzo Ciccarese, all’Ispra, c’è un piccolo quadro appeso al muro in cui si legge il suo nome, quello di Alfred Nobel e una data, il 2007. È l’attestato dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) per il premio Nobel per la pace assegnato, appunto, nel 2007. Ciccarese faceva parte dell’équipe di scienziati dell’organismo internazionale che insieme ad Al Gore ricevette il riconoscimento per gli studi sui cambiamenti climatici. Se oggi si assiste ad un pericoloso stallo nelle politiche ambientali, come ha purtroppo sancito anche il recente vertice di Taormina, dieci anni fa invece il rapporto tra scienza e politica stava dando dei buoni risultati. Almeno era nata una certa sensibilità attorno agli effetti negativi che i cambiamenti climatici avrebbero potuto creare nel pianeta, compresa, per esempio, l’ondata migratoria – a cui si assiste oggi – di migliaia di esseri umani in fuga dalla desertificazione e dalla carestia.
Ambiente, ricerca scientifica e politica sono tre elementi di una relazione particolarmente delicata che riguarda anche l’Italia. E che vede l’Ispra come protagonista principale, soprattutto alla luce della legge 132 del 2016 che gli affida il coordinamento del Sistema nazionale della protezione ambientale (Snpa). Ne parliamo con Lorenzo Ciccarese, già membro del Consiglio scientifico dell’Ispra e adesso a capo dell’area per la difesa delle specie e degli habitat e per la gestione sostenibile dell’agricoltura e della silvicoltura, oltre che esperto riconosciuto a livello internazionale.
Dottor Ciccarese, qual è il ruolo dell’Ispra per la tutela dell’ambiente, ma anche per tutto ciò che è collegato ad esso, dai rapporti economici a quelli sociali?
Il punto di forza di questo istituto è rappresentato dal fatto che proveniamo da anime diverse. Dopo l’integrazione fra i tre istituti Apat, Icram e Istituto nazionale per la fauna selvatica, la legge 132 ha istituito il Sistema nazionale di protezione ambientale e questo provvedimento direi che ha una potenza importante, penso che sia un caso unico in Europa. È importante perché mette insieme le capacità di coordinamento di un organismo nazionale e la territorialità, le informazioni e i dati ambientali di base e locali. Ma mette insieme anche le competenze diverse che derivano dai tre istituti originari. E cioè le capacità di ricerca e anche di laboratorio dell’Icram e dell’Istituto della fauna con le caratteristiche dell’Apat, più legate al modello di agenzia, con la capacità di dialogare, confrontandosi ogni giorno con le istituzioni. Questa rete di competenze diverse ci arricchisce molto e risponde a quella che per me è la necessità del ricercatore contemporaneo.
Che cosa deve fare lo scienziato oggi?
Deve coniugare la ricerca di base e la capacità di approcciarsi a un problema nuovo e allo stesso tempo interfacciarsi con i decisori politici, con i media e la società civile. Non esiste più il ricercatore isolato, chiuso nel suo laboratorio. Per me che vengo dalla ricerca di base, questo fatto di aver spostato gli interessi del ricercatore nel confronto con la politica è stato davvero affascinante. Perché lì si vedono gli impatti e, anche se è difficile misurarli, però capisci che hai spostato di più gli interessi sulla dimensione pubblica. E penso che la politica da questa relazione può solo avere dei benefici perché quando le decisioni sono informate, scientificamente solide, sono più accettate dalla cittadinanza e conducono a scelte di governo appropriate.
Il concetto di “impatto” si ritrova anche nel programma Horizon2020, vero?
Sì, Horizon2020 sostiene che esistono tre criteri perché un progetto possa essere approvato ed essere considerato d’eccellenza. Il primo, è la qualità delle proposte, che devono essere innovative e con un’aderenza alle richieste della società. Il secondo, è la qualità del consorzio, cioè il fatto che le strutture e l’organizzazione abbiano le competenze giuste – e in questo la massa critica dell’Ispra è davvero una forza -. Il terzo criterio infine, è l’impatto, appunto. Si deve cioè avere anche la capacità di determinare crescita economica, aumentare la consapevolezza dei cittadini, informare in maniera pronta ed adeguata i decisori politici.
Come si può far conoscere ai cittadini un processo scientifico e favorire la loro partecipazione?
Lo si può fare in molti modi. Sia organizzando convegni e seminari che coinvolgendo i media, ma anche collaborando con le università e le scuole. Per esempio l’alternanza scuola-lavoro potrebbe essere utile per avvicinare i ragazzi alla pratica e al piacere scientifico. Ma poi si possono avviare dei percorsi di citizen science cioè coinvolgere i cittadini nella costruzione del dato scientifico ambientale. Anche in Italia, tramite i comuni o le associazioni ambientaliste e in generale le associazioni non-governative e non-statali, esistono dei progetti che consistono, per esempio, nel monitorare la presenza di una specie a rischio di estinzione o l’epoca di fioritura di alcune specie, oppure in applicazioni tecniche per misurare le alterazioni del clima o dell’inquinamento atmosferico o del consumo di suolo che si basano su informazioni fornite dai cittadini, che vanno poi convalidate, naturalmente. In questo modo otteniamo dati e le persone si informano e partecipano. Questo tipo di impatto fa aumentare il senso di responsabilità e di indipendenza. E il fatto poi che sia un elemento comune anche agli altri Paesi europei fa aumentare i contatti, i link. Si crea, insomma, oltre a una sinergia, anche un certo senso di appartenenza alla comunità scientifica e anche politica.
Con la legge 132 l’Ispra avrà una maggiore responsabilità di coordinamento e in quali settori?
Attraverso questa legge aumentano le possibilità per le le agenzie regionali (Arpa) e provinciali (Appa) di dialogare senza egemonie o subalternità, avvicinando la dimensione nazionale a quella territoriale. Questo sistema, entro un anno dall’entrata in vigore, dovrà produrre i Lepta, cioè i livelli essenziali di prestazioni tecnico-ambientali. Si va quindi dal monitoraggio, dal controllo dell’inquinamento dell’aria e delle acque superficiali e profonde ai rifiuti e ai fanghi fino alle valutazioni di impatto ambientale oppure anche alla biodiversità, comprese quindi, per esempio, le applicazioni delle direttive comunitarie Uccelli e Habitat, i capisaldi della conservazione della natura in Italia e in Europa. Per quanto riguarda l’agricoltura le responsabilità rimangono ancora al Ministero delle Politiche Agricole e Forestali e agli assessorati regionali, anche se a noi spetta invece il compito di effettuare valutazioni sulla sostenibilità della gestione delle aree agricole e forestali del nostro Paese.
A proposito di impatto, una buona politica ambientale può determinare anche lo sviluppo?
Intanto va detto che negli ultimi programmi quadro di ricerca c’è il coinvolgimento delle imprese private. La Commissione europea, per rendere subito utilizzabili i risultati della ricerca non solo in campo ambientale, ma anche nella medicina, nella chimica e nelle biotecnologie, cerca di integrare il più possibile e direttamente le imprese private. Tramite dei consorzi, individuano quali sono i filoni di ricerca che sono in grado di sviluppare quella determinata idea e tradurla in un brevetto o in una innovazione di prodotto o di processo. I risultati ci sono stati, anche eccellenti, e con un maggior dinamismo all’interno della comunità scientifica.
Cosa fanno in particolare le imprese?
Collaborano con noi. Le piccole e medie imprese che per anni hanno costituito lo scheletro produttivo del Paese hanno vissuto per decenni su intuizioni – e lo abbiamo visto nel tessile, nel legno, nel turismo – e a un certo punto sono diventate un modello per tutto il mondo. Sono i famosi i distretti industriali italiani, modelli copiati da altri Paesi che poi però ci hanno sopravanzato grazie al basso costo della manodopera. Per stare in questo mercato globale ormai bisogna intervenire con l’innovazione e questo avviene se le piccole e medie imprese si servono del supporto delle istituzioni pubbliche di ricerca. Questa partnership publico-privata deve essere sviluppata, ma già fa vedere dei risultati. Uno è il materiale plastico biodegradabile mater-B, prodotto dalla Novamont, un altro esempio è a Reggio Emilia dove, nell’arco di dieci anni, l’impresa Brevini Group è passata da qualche decina di addetti a migliaia costruendo un meccanismo che fa girare le pale eoliche. Sono tutti esempi di green economy e il nostro compito è appunto anche quello di sostenere l’economia verde e l’economia circolare e integrare il valore del capitale naturale nelle decisioni politico-economiche.
Se si parla di green economy bisogna parlare anche di agricoltura biologica di cui si occupa per certi aspetti anche l’Ispra, cosa ci può dire?
Sì, in Italia abbiamo una straordinaria storia di successo che è l’agricoltura biologica. Ci sono, è vero, i controlli da aumentare e qualche problema per via delle frodi avvenute in passato, ma di fatto ci sono 60mila imprese nel biologico che occupano 1,2 milioni di ettari. Quasi il 10% della superficie è gestita secondo i metodi biologici. Al di là degli aspetti ambientali, questi agricoltori hanno rivitalizzato un settore per decenni in costante declino, non solo economico, e infatti molte delle 60mila imprese sono costituite da persone che non hanno alcun legame o tradizione con l’agricoltura. Un esempio? Nella valle d’Itria, in Puglia, decine di agricoltori provenienti da altre regioni hanno preso in gestione centinaia di ettari di vigneti e oliveti e li conducono con metodo biologico. E così alcuni paesi sono letteralmente rinati.
Cosa fa l’Ispra per recuperare un luogo della natura degradato?
Non facciamo interventi progettuali veri e propri, ma il nostro compito è dire come si fa, proponiamo delle linee guida. E poi il nostro compito è anche quello di evidenziare le storie di successo. Nel campo della difesa della natura, ci sono tanti esempi che dimostrano come sia possibile ricostruire – la cosiddetta restoration – ecosistemi degradati. E il restauro spesso è vantaggioso per il turismo. Lo abbiamo visto lungo il litorale laziale, nella zona di Sabaudia. Qui ci sono stati ottimi interventi per limitare l’accesso ai turisti con passerelle in legno fino al recupero vegetazionale delle dune oppure con adeguati sistemi di protezione delle aree umide. Questo alla fine garantisce la sostenibilità per un lungo periodo e incrementa il turismo, perché se questi luoghi non fossero attraenti e ben conservati, la gente non ci andrebbe.
A Lecce, in un’area che si chiama Le Cesine è stato fatto un intervento di recupero nell’ambito dei progetti europei Life. Un’area umida era attraversata da una strada provinciale asfaltata, l’intervento è stato soft, nature-based, proibendo il passaggio delle auto, e poi, dopo minimi interventi attivi, si è lasciato che la natura facesse il suo corso. Ebbene, in poco meno di 10 anni questo ambiente è stato rinaturalizzato e la vegetazione ha preso il sopravvento. Adesso è un luogo turistico attorno al quale sono sorte piccole imprese per il ristoro e l’equitazione.
Molti ricercatori all’Ispra lavorano su progetti finanziati dall’Ue. Quanto incidono sull’attività dell’Istituto?
I finanziamenti da bandi europei e altre fonte esterne contribuiscono per circa il 10% al budget complessivo dell’Ispra. È un po’ un’eredità del passato, legata al fatto che sia l’Icram sia l’Istituto di fauna selvatica sia alcuni pezzi dell’Agenzia avevano una certa abilità e propensione a entrare nei consorzi europei, sia di ricerca sia di implementazione, e accedere ai finanziamenti comunitari o comunque esterni. Il vantaggio di partecipare ai progetti finanziati dai vari programmi dell’Ue, soprattutto della ricerca, è che consente a molti di noi di acquisire know-how e metodi che tornano utili nelle attività di valutazione e controllo, di reporting o di policy support, cioè di sostegno alla politica nella conduzione, per esempio, di negoziati internazionali. Io stesso ho partecipato a negoziati sia sul clima sia sulla biodiversità. Poi ci sono altre convenzioni e accordi internazionali, come quello sulla desertificazione oppure sul Mediterraneo o sullo sviluppo sostenibile, per le quali il Ministero ha bisogno di avere il supporto scientifico della ricerca. Possiamo dire che forniamo un sostanziale contributo al Ministero dell’Ambiente e non solo per la conduzione di questi negoziati perché nel campo ambientale molte delle politiche sono il risultato di processi multilaterali internazionali, dal clima alla biodiversità, fino alla desertificazione alle emissioni di gas-serra al ciclo dell’azoto e del fosforo.
La scienza è sempre più importante nelle scelte politiche realative all’ambiente.
Un altro elemento infatti è la capacità di evidenziare i temi emergenti. È un po’ come avere le antenne, tentar di comprendere quali saranno i problemi del futuro. Il tema delle plastiche in mare, per esempio, lo avevano già sollevato a Bruxelles i nostri ricercatori dell’Icram. Adesso un problema emergente è quello dell’inquinamento delle falde dei fiumi e dei laghi da parte dei cataboliti, ossia i sottoprodotti derivanti dall’interazione tra il corpo e le sostanze assunte, venuti alla ribalta a proposito della presenza di cocaina nel Lambro e nell’Arno a Firenze. In realtà il problema non riguarda solo i cataboliti della cocaina, ma anche quelli degli antibiotici, degli ansiolitici, degli antitumorali, dei prodotti cosmetici, degli antidepressivi, degli antiinfiammatori, delle statine, degli anticoncezionali. Tutte sostanze che, metabolizzate, vengono restituite nei corpi idrici sotto forma di nuove molecole, i cui effetti sulla salute umana o sui pesci non si conoscono né vengono monitorati perché non c’è nessun regolamento o direttiva che lo preveda. Ecco, sui cataboliti, visto che la responsabilità è territoriale, o sugli effetti dei cambiamenti climatici in corso o sul dissesto idrogeologico, o sulla biologia sintetica, altro grande tema emergente, potrà essere utile il nuovo Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente.
Un’ultima domanda sull’Ispra e le risorse. Le attività aumentano e i finanziamenti sono sempre quelli, come è possibile?
L’acquisizione di fondi esterni è importante però non deve essere il core business di un’agenzia come la nostra. Dobbiamo avere, certo, la capacità di stare in competizione nei programmi di ricerca o in quelli di coesione sociale o nei fondi di sviluppo europeo, ma il cuore dei finanziamenti deve essere governativo. Questo perché è giusto che il governo abbia un istituto che sia il suo braccio tecnico-scientifico che sappia dare risposte affidabili, indipendenti e immediate o abbia le capacità di avere le antenne, appunto, o rappresenti infine un organismo storico che sappia seguire l’evoluzione dello stato dell’ambiente in Italia, per dare risposte più efficaci e pronte ai fattori di inquinamento e alle pressioni ambientali. In periodi di crisi come questo è importante che le istituzioni scientifiche prendano consapevolezza delle difficoltà e trovino le strade migliori per aumentare l’efficienza. Noi partiamo da una condizione favorevole, la massa critica che è importante, la territorialità del sistema Snpa, il fatto di avere le competenze in diversi ambiti e verticalità delle attività, dalla ricerca di base a quella di policy support, fino alla comunicazione con i media. Io penso che questa sia la sfida che ci attende. Certo, è meglio avere più risorse, perché da quelle dipendono anche le possibilità di garantire, su tutto il territorio, servizi capaci di rispondere alle esigenze fondamentali del cittadino, salvaguardando cioè i livelli essenziali delle prestazioni nel settore ambientale. Ma bisogna fare analisi e autocritica, non basta dire che in Italia la ricerca è buona e l’amministrazione è cattiva.
Occorre vedere dove ci sono gli sprechi, ha senso per esempio avere istituti con due unità di ricercatori con scarsa capacità innovativa? È vero che c’è bisogno di ricerca territoriale e locale, di risorse in più, ma occorre riorganizzare tutto il tessuto della ricerca che è troppo frammentata, qualche volta ridondante. Insomma, la ricerca è importante, va difesa, ma bisogna essere laici, valutare attentamente senza essere superficiali.

L’ateismo di Joyce nel Finnegans Wake. Così ha smascherato il linguaggio “edificcante” dei preti

A drawing from 1920 of James Joyce by Wyndham Lewis. (Photo by Michael Nicholson/Corbis via Getty Images)

In uno dei libri a più alto potenziale comico e dissacrante del Novecento, l’Ulisse di Joyce, il giovane protagonista, l’intellettuale frustrato e vagamente alcolizzato Stephen Dedalus, dichiara d’essere, proprio come Arlecchino, «il servitore di due padroni… uno inglese, e uno italiano». Quello inglese è «lo stato imperiale britannico», mentre l’italiano è la «Chiesa cattolica e apostolica romana». Alle imposizioni della sua epoca, della famiglia e delle istituzioni che rigetta, il giovane Stephen ha opposto lo stesso Non serviam (il rifiuto di inginocchiarsi) proferito dal Satana di John Milton. Postura ribelle che ha radici remote nella biografia dell’autore: alla fine del 1904, esule volontario da poche settimane, scriveva da Pola al fratello Stannie: «La casa è poco salubre e sto cercando un nuovo alloggio. Nora ha concepito, credo, e voglio che viva nelle condizioni più igieniche possibili. Mio figlio, se l’avrò, non sarà naturalmente battezzato ma sarà registrato sotto il mio nome». E in una missiva seguente: «Sputo sul ritratto del Decimo Pio».
Ancora, da Trieste, nel maggio 1905: «Non posso dirti quanto mi faccia sentire strano a volte il mio tentativo di vivere una vita più civile dei miei contemporanei. Ma perché avrei dovuto condurre Nora di fronte a un prete o un avvocato per farle giurare di darmi la sua vita? E perché dovrei gravare mio figlio con lo scomodissimo fardello di fede con cui mio padre e mia madre hanno gravato me?».
Quando scrive l’Ulisse, Joyce ha già abbandonato il cattolicesimo da molti anni, ma non ha mai smesso di divertirsi a prenderne di mira i capisaldi, spesso in maniera ironica, più di rado rancorosa. Poi con il Finnegans Wake, che dell’Ulisse – libro del giorno – è la prosecuzione per così dire “notturna”, Joyce si vantò d’aver «messo a dormire il linguaggio»….

L’articolo di Fabio Pedone ed Enrico Terrinoni prosegue su Left in edicola


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L’identità kurda nel mirino di Erdogan

A woman sits in her damaged apartment on the explosion site on November 4, 2016 after a strong blast in the southeastern Turkish city of Diyarbakir. At least one person was killed and 30 injured in a blast outside a police building on November 4 in Diyarbakir, the centre of the Kurdish minority, medical sources told AFP. The explosion occurred just hours after police detained the two co-leaders of the country's main pro-Kurdish party and several other MPs in a major escalation of a broader crackdown against leading Kurds. / AFP / ILYAS AKENGIN (Photo credit should read ILYAS AKENGIN/AFP/Getty Images)

l Lamassù non accoglie più visitatori e cittadini che si avvicinavano alla sede del comune di Diyarbakir: la statua assira – tipica dell’epoca dello splendore del loro impero, mentre Roma muoveva i primi passi – è stata rimossa qualche mese fa dalle autorità turche. Testa umana, ali, corpo di leone, veniva posto all’ingresso dei luoghi del potere per scacciare gli spiriti malvagi.

A Diyarbakir non ha funzionato: il Lamassù è una delle tante opere del sud-est a maggioranza kurdo ad essere stato portato via, nel tentativo – niente affatto celato – di annullare o comunque indebolire l’identità kurda. Lo simboleggia, sul piano politico, la nuova presenza alle porte del comune (polizia, fucili, metal detector) che sostituisce i sindaci kurdi, sistematicamente cacciati, e il numero di altri monumenti kurdi rimossi in questi ultimi mesi dal governo centrale. Non solo opere antiche ma anche più recenti, memoriali alle vittime della violenza di Ankara degli ultimi due anni così come quelle a eroi della causa kurda come Sheikh Said, religioso impiccato nel 1925 per aver guidato la ribellione contro l’autorità centrale. Non c’è più, nella piazza che porta il suo nome è rimasto solo Ataturk.

Sono stati cancellati anche i nomi kurdi delle comunità, in un atto palese di memoricidio. Che si accompagna ad un’altra strategia. Gentrificazione politica è il concetto che più di altri si avvicina a quanto è in corso ormai da mesi nel Kurdistan turco, nel Bakur. Dopo due anni di brutale campagna militare da parte dell’esercito turco contro città e villaggi del sud-est del paese – cominciata alla fine di luglio del 2015, dopo il terribile attentato dell’Isis a Suruc, estremo confine sud – il governo di Ankara sta svelando giorno dopo giorno i piani di ricostruzione delle comunità devastate. Piani che hanno un obiettivo politico, prima che economico e sociale…

L’inchiesta di Chiara Cruciati prosegue su Left in edicola


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Difendiamo le biblioteche pubbliche, l’appello

Italian Culture Minister Dario Franceschini attends the inauguration ceremony of the new integrated museum path between Palazzo Vecchio and the Uffizi Gallery in Florence, Italy, 05 July 2017. ANSA/ MAURIZIO DEGL INNOCENTI

Le biblioteche pubbliche sono tra le istituzioni culturali che affrontano maggiori difficoltà, stante una politica culturale – bipartisan – ispirata alla logica del profitto.
Occorre dunque interrogarsi su come sia possibile tutelare, per di più in una congiuntura economica critica, istituzioni non lucrative.
La debolezza politica delle biblioteche è peraltro da ascriversi anche una serie di ragioni che ne ha mutato in certo modo la destinazione d’uso e ha determinato una flessione dell’utenza: riforme universitarie che non incoraggiano la ricerca; la digitalizzazione; lo scadimento dei servizi  – dalla contrazione degli orari, all’irreperibilità sia di libri recenti che di volumi pubblicati all’estero -; gli ambienti inospitali (non di rado freddi d’inverno e torridi in estate). Sovente l’utenza che frequenta le biblioteche non si avvale dei servizi offerti, ma si limita a usarle come sale di lettura. A ciò si sommi la scarsa attenzione della società civile: l’associazionismo nel campo dei beni ambientali ha una certa consistenza sia a livello locale che nazionale (che non può essere semplicemente derubricata a sindrome “Nimby”) e ha avuto, in passato, espressione politica; purtroppo la stessa cosa non si verifica nell’ambito dei beni culturali. Poche sono le associazioni che presidiano il patrimonio culturale, e ancor meno quelle che si occupano delle biblioteche le quali, di conseguenza, restano regolarmente nel cono d’ombra e perciò vulnerabili.
Chi popola le biblioteche. Il personale assunto a tempo indeterminato coabita con contingenti di volontari e drappelli di precari ingaggiati tramite cooperative (attraverso le esternalizzazioni). Il personale stabilizzato -perlopiù prossimo alla pensione – è in genere piuttosto insoddisfatto e avvilito per le condizioni di lavoro e, purtroppo, spesso deluso dal sindacato. Senza contare che, a seguito di una serie di riforme, ai lavoratori è preclusa ogni dichiarazione pubblica relativa al posto di lavoro: di fatto i pubblici dipendenti sono imbavagliati…..

L’appello prosegue su Left in edicola con inchieste sul tema di Claudio Meloni, Manlio Lilli e altri


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