Secondo Meir Hatina, autore de Il martirio nell’Islam moderno non si possono definire kamikaze perché non compiono attentati in un contesto di guerra con lo scopo di colpire al cuore il sistema militare altrui. I fondamentalisti musulmani uccidono suicidandosi in nome di una fantomatica ricompensa nell’al di là. Devoti di un dio assoluto perdono ogni rapporto con l’umano, diventando completamente anaffettivi, lucidi, crudeli, come abbiamo letto ne L’origine del terrore. Dopo l’approfondimento psichiatrico ora con il professor Meir Hatina vorremmo analizzare alcuni aspetti storici del jihaidismo e della sua “evoluzione”.
Nel libro Il martirio nell’Islam moderno, pubblicato in Italia da ObarraO, il docente di studi islamici e mediorientali della Hebron University indaga l’idea di martirio comune a tutti e tre i monoteismi. «L’ebraismo, nel periodo maccabeo, adottò il concetto di una lotta contro il male in nome del monoteismo. La cultura greca introdusse in questa ideologia una dimensione particolare con l’immagine del filosofo ascetico». Poi «il Cristianesimo creò il modello dell’uomo di fede guerriero». La figura del martire, dunque, è propria del monoteismo. Nella storia dell’islam ha subito una metamorfosi: se nell’antichità era una figura isolata, in tempi recenti – vedi l’esempio di Hamas – ha guadagnato consenso sociale nell’ambito della lotta all’oppressione israeliana, corroborato da risarcimenti alle famiglie. Ma è soprattutto con Osama bin Laden, agli inizi degli anni Novanta, che è avvenuto un salto. Professor Hatina il concetto di jihad globale è stato inaugurato da al-Qaeda?
Nei primi anni Novanta ha introdotto una nuova dimensione nell’islam moderno, quello del jihad che attraversa i confini geografici e politici ed è diretto sia contro l’Occidente che contro il mondo arabo-musulmano. Parlo del jihad transnazionale accompagnato dall’intensificazione della violenza e santificato dall’ethos del martirio. Gli attacchi spettacolarizzati di al-Qaeda in tutto il mondo hanno catturato l’immaginazione dei musulmani, ma non hanno portato l’organizzazione a guadagnare tutta la scena. Era e rimane una minoranza ideologica nello spettro islamico, che continua a essere più orientato verso movimenti comunitari come I Fratelli musulmani o Al-Nahda (in Tunisia). L’incapacità di al-Qaeda di diventare davvero egemone ha portato alla radicalizzazione dei suoi ranghi e all’ascesa di un’ala guidata da Abu Mus’ab al-Zarqawi in Iraq e deli’Isis. Con l’emergere di Isis cosa è cambiato?
L’Isis è stato alimentato dalla lotta contro le forze americane in Iraq, dopo il rovesciamento di Saddam Hussein nel 2003 e le fratture delle relazioni sunnite-sciite. Ma ha costruito la sua posizione principalmente grazie alla debolezza di Bagdad e di Damasco (dopo lo scoppio della guerra civile nel 2011). L’Isis ha adottato una fredda crudeltà, non solo negli attacchi suicidi a musulmani e non, ma anche nelle esecuzioni pubbliche di prigionieri e civili. Anche l’Isis ha cercato di fondare istituzioni di governo, di diritto e di istruzione in tutti i territori sotto il proprio controllo. La rete virtuale di Isis, in cui ha dimostrato capacità impressionanti, era strettamente intrecciata a reti fisiche di presenza e di governance. L’organizzazione è riuscita a terrorizzare i rivali locali e ha costretto l’Occidente a una posizione difensiva, ma come è accaduto per al-Qaeda, rimane una minoranza ideologica, incapace di allargare i confini della propria presenza in alcune parti dell’Iraq e della Siria, zone in cui è attualmente quasi sconfitta. Anche se la sua ideologia continuerà ad attrarre seguaci, il futuro presto ci dirà cosa ne sarà del sedicente Stato islamico. I bambini, le donne o le persone malate non erano mai state un target. Attacchi terroristici come quello avvenuto al concerto di Ariana Grande dove hanno perso la vita più di venti adolescenti, ci dicono che qualcosa è drammaticamente mutato.
La radicalizzazione dell’Islam durante il XX secolo ha posto una nuova enfasi sul ruolo del credente, a cui chiede di diventare agente attivo nella missione di realizzare il regno di dio. Per i musulmani radicalizzati di oggi, il vero uomo di fede deve percepire il mondo come arena di lotta e la propria vita come temporanea. Deve combattere a morte contro un regime corrotto e tirannico. Ma il suo compito principale è attaccare e uccidere senza mettersi a rischio deliberatamente. Sì, è vero, i civili non erano un target. Questi due parametri – la morte circostanziata del miliziano e la desistenza nei confronti dei civili – facevano una ideologia del martirio incardinata su un divieto teologico dell’auto-immolazione e dell’uccisione di civili. Questi parametri segnano uno spartiacque tra i primi gruppi radicalizzati degli anni Settanta e Ottanta rispetto a quelli di al-Qaeda e dell’Isis dagli anni Novanta in poi, che hanno sostituito il cauto sacrificio di sé con un jihad transnazionale che non fa alcuna distinzione tra soldati, prigionieri e civili. Già nel 1998, bin Laden dichiarò che non esistevano civili innocenti: «Sono tutti soldati in guerra>>. I’Isis ha fatto un passo ulteriore, prendendo di mira anche i musulmani che non si oppongono ai regimi “infedeli” nei propri Paesi. «Il terrore è una fine in sé per Isis, il cui unico scopo è quello di infliggere dolore e istigare la paura», ha scritto Kenan Malik dopo l’attacco di Manchester. Autore di Il multiculturalismo e i suoi critici(Nessun dogma) rileva forti analogie fra la mente dei jihadisti e quella di mass murders americani come, ad esempio, Dylann Roof. Cosa ne pensa?
Non penso che la violenza e l’intimidazione siano l’unica finalità dell’Isis. Sono strumenti centrali per imporre una certa immagine dell’islam. Gli serve per differenziare l’Isis da altre correnti e movimenti islamici e proiettare un’idea di islam potente sulla scena internazionale. Questo tipo di immagine dell’islam appariva già erosa dopo il colonialismo europeo, la disintegrazione dell’impero ottomano e dopo la prima guerra mondiale. L’Isis sta conducendo una lotta moralistica e una guerra psicologica non meno che politica e cerca di ridefinire i criteri del vero credente e di chi non lo sarebbe. L’aver proclamato la fondazione di un califfato islamico nel 2014 indica un programma per imporre una visione ideale in una realtà concreta, non si limita a terrorizzare i nemici. Possiamo dire tuttavia che il jihad globale rimane ai margini del consenso islamico?
In larga misura è così. Una prospettiva pan-islamica è irrealistica, astrattamente utopica e non rappresenta il punto focale del discorso islamico. Inoltre la violenza globale non produce concrete conseguenze politiche o una trasformazione radicale della politica statale. In definitiva, i movimenti radicali rappresentano una “cultura dell’enclave” che necessita costantemente di compattare la propria coesione interna di fronte a un ambiente ostile, lo fa con diktat violenti e adottando un approccio puritano e dogmatico.
Ha in mano una copia del suo nuovissimo Patria quando lo intravedo nell’ombroso cortile dell’Hotel dove alloggia. Paco Ignacio Taibo II lo sfoglia con evidente soddisfazione fra un’intervista e l’altra in attesa del suo prossimo incontro con il pubblico di Encuentro, il festival di letteratura latinoamericana in corso a Perugia. «È il primo volume di una trilogia ed è ambientato nel più grande periodo rivoluzionario che il Messico abbia conosciuto, quello che va dal 1854 al 1866», mi racconta mentre ordiniamo un caffè e, lui, la sua solita Coca Cola. Giornalista, scrittore di romanzi di avventura, di polizieschi dal piglio caustico e travolgente Taibo II è un grande maestro di controstorie, capace di smascherare le narrazioni menzognere targate Usa ai danni dei latinos. E non solo. «In questo nuovo libro racconto una vera rivoluzione democratica. In quel preciso momento in Messico, con la rivoluzione di Ayutla, cominciò la costruzione della Repubblica. Fu fatta contro tutto e contro tutti». Ovvero? «Contro la dittatura del generale Antonio López de Santa Anna che aveva perso la guerra contro gli Stati Uniti, contro i conservatori nel corso di una guerra che durò tre anni, direttamente contro la Chiesa per la prima Costituzione progressista del 1857. Contro l’invasione dell’esercito di Napoleone III e contro l’impero di Massimiliano d’Austria. Questa è la storia di una guerra e di una resistenza popolare che durò 14 anni». Perché hai sentito l’esigenza di tornare a scrivere dell’Ottocento?
Da noi la preistoria comincia nel XIX secolo; non c’è niente prima. Il Messico aveva bisogno di un libro così per rendere evidente il contrasto fra quella esperienza e quella di oggi, per vedere bene chi è al potere in Messico. Un romanzo storico che denuncia il governo Nieto?
Patria ha due gambe. C’è una visione narrativa del passato, una storia complicata, ampia, piena di avventura e c’è un sotto testo che riguarda il modo attuale di governare. I messicani hanno rialzato la testa e cominciano a premere per una svolta. Prima di venire a Perugia per la strada i lettori mi fermavano chiedendomi: “Quando esce Patria? Facciamo il culo al governo di Nieto?”. La risposta è sì. Perché una trilogia, vista l’urgenza dell’attualità?
Servono pagine su pagine su pagine per raccontare tutta questa storia. Ho avuto una lunga discussione con il gruppo editoriale Planeta che pubblica il mio libro in Messico. Ha un pubblico di lettori giovani, un volume di mille pagine sarebbe stato troppo caro per loro. Per rendere abbordabile l’opera e venire incontro ai meno abbienti lo abbiamo diviso in tre tomi. Perciò abbiamo deciso di lanciare una campagna pubblicitaria fuori dal comune, che dice: “Hai 59 giorni per leggere il primo tomo. Perché il giorno seguente, il sessantesimo, esce il secondo volume”. Sembra una storia alla Balzac, fa pensare all’attesa febbrile che accompagnava ogni nuova puntata di un feuilleton…
Mi sento un autore di romanzi popolari. Mi piacerebbe scrivere romanzi d’appendice. Ma oggi è impossibile perché è un genere anti economico. Mentre in Messico esce Patria in Italia esce in nuova edizione L’ombra dell’ombra grazie a La Nuova frontiera che sta ripubblicando tutto il tuo catalogo. Come è riviverne l’uscita oggi?
È una sensazione particolarmente piacevole. Il recupero del catalogo è un progetto divertente perché mi permette di rivedere come fosse un film tutto il mio lavoro letterario. I tre romanzi che la Nuova frontiera ha appena ripubblicato hanno rappresentato una svolta nel genere poliziesco tradizionale.
Sono libri che segnano una svolta nel mio percorso. Ero cascato senza volerlo nei classici romanzi di detective. L’ombra dell’ombra, A quattro mani, La bicicletta di Leonardo e Ritorniamo come ombre (i primi tre sono già usciti, il quarto sarà in libreria a fine anno, ndr) rappresentano modi diversi di avvicinarsi al poliziesco, con grande attenzione alla storia ma anche con il gusto dell’avventura, cercando di portare nuovo ossigeno. In L’ombra dell’ombra s’incontrano personaggi come il sindacalista dal nome asiatico, Wong, o il poeta costretto a darsi alla pubblicità per sbarcare il lunario. Un romanzo che preconizzava le contraddizioni del nostro presente?
Sì, è vero, questi personaggi incontrano il presente. All’epoca volevo uscire dall’idea del protagonista unico e centralissimo, tipica del genere poliziesco. Sono nati così questi quattro personaggi molto, molto forti, con luci e ombre. Tutti quanti conducono la narrazione. Ho voluto ambientare L’ombra dell’ombra nel periodo successivo alla sconfitta della rivoluzione messicana. Il libro comincia quando Pancho Villa ed Emiliano Zapata sono già morti e con loro molti eroi della rivoluzione. A ben vedere c’è un parallelo con i nostri giorni. Dopo l’onda lunga degli anni Sessanta e Settanta ha preso il sopravvento un senso di sconfitta, di scoramento. Ma questi quattro personaggi dicono no, la rivoluzione deve rifiorire. Erano gli anni in cui lo Stato cercava di nazionalizzare il petrolio. C’è una trama nella trama, una storia occulta che riguarda il controllo delle zone petrolifere, cosa che sta diventando palese ora. La storia del Messico negli ultimi anni ha avuto pagine molto dure. È stata uccisa Miriam E. Rodriguez, leader di un movimento di famiglie di desaparecidos. Il corpo di sua figlia fu ritrovato a due anni dalla scomparsa in una fossa comune. Aveva 5 anni. Lei si batteva perché emergesse la verità sui 43 studenti scomparsi nel 2014…
Purtroppo tutti i giorni accade una storia simile in Messico. Il governo non fa nulla e il Paese è a pezzi.
Ma c’è anche un altro volto del Messico, cosa sta accadendo davvero?
Hai sette pagine… È un momento complicato, durissimo. Tuttavia c’è anche un gran fermento, ci sono segnali che fanno sperare in una vittoria della sinistra alle elezioni del 2018. L’apparato di potere è in allerta, è disperato, è impazzito. Colpi di coda come i nazisti in ritirata?
Stiamo parliamo di un governo neo liberale corrotto, distrutto dai traffici illeciti. Ci sono complicità di apparati dello Stato con i narcos, c’è uno scandalo finanziario tutti i giorni e un livello insicurezza altissimo. Lo Stato messicano ha centomila figli di puttana che sanno vivere solo in un modo nelle strutture del potere: facendo traffici turpi. Centomila non sono pochi perché intorno c’è un milione di portaborse. Il cittadino medio in Messico rischia ogni giorno la vita, perché per quanto tu possa cercare è difficilissimo trovare un avvocato degno di questo nome, un ingegnere che sappia fare il proprio lavoro, un professore universitario brillante, un economista serio. Incontri solo uomini di potere, persone mediocri e poi uomini di rapina, autoritari, insolenti, abbrutiti, semi analfabeti. Perciò il governo ha attaccato il sistema scolastico?
Sì, da quattro anni cercano di distruggere la scuola messicana.
E uccidono gli insegnanti che protestano.
La resistenza è forte ma la realtà del mondo del lavoro tende a spezzare i legami. I giovani che entrano nel mondo del lavoro oggi non conosceranno mai parole come “ferie”, “scatti di anzianità”, che erano comuni un tempo. Se chiedi a un lavoratore di 16 o 17 anni del suo riposo settimanale, ti risponde “Cosa? Di che parli?”. Sono sotto contratto dal lunedì al giovedì, vengono licenziati il venerdì, e ripresi al lavoro il lunedì. Ma la protesta sta salendo?
La grande sfida è quella delle elezioni del prossimo anno. Ribadisco, ci sono possibilità concrete che la sinistra vinca. Sarebbe un segnale importante per tutta l’America Latina, dove molte democrazie sono in crisi come stiamo vedendo in Brasile. Per non dire dell’Argentina che sta tornando indietro di anni con le politiche di destra del neoliberista Macri.
L’uscita dalle dittature militari è avvenuta in Argentina e in Cile ma non c’è stata ancora in tante altre zone. Il pendolo della democrazia ha coinvolto il Messico con trent’anni di ritardo rispetto ad altri Paesi, mentre non è ancora arrivato in Colombia. La questione dei desaparecidos è drammatica in Messico. In Argentina la verità è stata in gran parte messa nero su bianco ed è in corso l’elaborazione della memoria ma ora questo processo rischia di fermarsi con l’attuale governo. Il fenomeno dei desaparecidos è uno dei temi centrali nella società messicana ed è intimamente legato all’impunità della criminalità. Il sistema giuridico non funziona, è un sistema piramidale, in cui gli ordini arrivano dall’alto. Risponde a delle necessità politiche. Dunque da dove ripartire?
Non importa da dove, ripartiamo e basta. Già sta accadendo. Nell’ultimo anno la sinistra ha ripreso campo. Il sindacato ha una marea di affiliati. Tutto questo non riguarda solo le grandi città. Ho fatto su e giù per il Paese e ho trovato un bel fermento ovunque sia andato. La nuova frontiera ha da poco pubblicato Operazione Massacro di Roberto Walsh con una tua appassionata prefazione. Scrittore e giornalista desaparecido dalla dittatura argentina nel 1977, Walsh in Italia sta diventando un autore di culto.
Lo stesso accade in Messico. Con la nostra Brigada abbiamo fatto un corso sul “nuevo periodismo” negli anni Venti raccontando autori come Reed Moscon, Walsh. Era un corso per un numero ristretto di persone ma abbiamo fatto delle riprese integrali. Dalla pagina della Brigada risulta che l’hanno già viste ottomila persone. La tua Brigada continua a distribuire libri in giro?
Se l’impresa della Brigada continua? Certo che sì! Solo cinque giorni fa eravamo in mezzo alla strada a fare conferenze. Stiamo facendo una fiera del libro tutti i giorni dell’anno nei quartieri. Lo facciamo 350 giorni all’anno, con conferenze, dibattiti. E poi regaliamo libri, facciamo baratti. Quanto conta il lavoro culturale sul territorio?
È il pesce che muove l’acqua. La Brigada trova il suo humus in questo nuovo movimento del sindacato, nelle scuole, nelle università. Il Messico è però, ancora, un Paese pericoloso?
Sì lo è in larga parte. Dipende a che ora ti muovi. Non lo avverti in maniera diretta. Io non ho paura a camminare di notte, ma non lo consiglierei a tutti. Con l’omicidio di Javier Valdez Cardenas, dall’inizio dell’anno sono già 7 i giornalisti uccisi.
Puoi incappare molto facilmente in zone dove rischi la vita. Se non hai una guida esperta può capitare di finire in zone di conflitto. Indubbiamente fare il giornalista in Messico vuol dire mettere a rischio la propria vita.
Allargando lo sguardo al continente latinoamericano?
Oggi non riesco a vedere bene il quadro. Ho un problema molto messicano. I messicani sono ossessivamente messicani. Anche perché la pressione delle questioni nazionali è così forte che sei sempre molto concentrato. La nostra situazione è talmente ingarbugliata che ti assorbe completamente. Ho viaggiato di recente in Argentina, in Venezuela, ma sono impressioni fugaci, non approfondite. Stranamente non sono più andato in Brasile. Come vedi questo nostro centro sinistra che rincorre la destra sul suo terreno? Come ricostruire un orizzonte di sinistra?
La ricostruzione di una idea di sinistra è una faccenda che va giocata a livello internazionale. Io lo vedo come un processo che comincia con una domanda: dove sono i miei interlocutori? I miei, individuali, personali, nei quali mi riconosco pubblicamente. Quando il Paese è pervaso da questa domanda inizia a nascere la sinistra, come fenomeno dal basso. È vero che in Italia la saturazione sta arrivando al limite. Quando qui mi chiedono dov’è la sinistra? Io rispondo sempre dicendo, se sei di sinistra sei tu che devi trovare gli altri duecento che vogliono stare con te perché tu sei di sinistra. Il punto è incontrarsi. Il guaio è che la sinistra ha rinunciato ai grandi progetti nazionali in nome del lavoro da formica. Difendiamo i delfini, portiamo la luce elettrica nelle case occupate, organizziamo una biblioteca popolare. Questo lavoro parcellizzato disperde l’idea di un progetto complessivo. La burocrazia e i conservatori ne approfittano.
Da noi il fascino che ha esercitato sul centro sinistra il pensiero neo liberista ha contribuito alla sconfitta. Che ne pensi?
Tutto questo ha un nome: malattia mentale. È una patologia purtroppo diffusa in tutto il pianeta per cui la destra ha assunto tinte fascistoidi. È accaduto negli Stati Uniti e in Francia. Il centro scompare, e la sinistra corre al centro diventando il nulla, perché il centro è il nulla. Questa sinistra possibilista che si preoccupa solo del potere, di fatto, si sta convertendo in centro destra.
Stai per incontrare il pubblico del Salone del libro di Torino, che invita a riflettere sul tema dei confini. Vediamo sorgere nuovi muri con Trump, vediamo il dramma dei migranti che perdono la vita nel Mediterraneo avendo il miraggio dell’Europa.
È un tema molto complicato. Trump ha una sorta di delirio. La frontiera messicana è già fatta di muri grandi, piccoli, fili spinati, rottami. Trump pensa davvero che un muro possa fermare il flusso di migranti dall’America latina o è un discorso retorico per la politica interna? Qualche anno fa ero a Mexicali. A delle persone ho chiesto: “Cosa sta nascendo?”. “Stiamo costruendo un cazzo di muro”, mi ha risposto uno con chiaro accento messicano. E io: “Perché c’è un pezzo, un muro e un altro pezzo?”. E lui: “Il buco? Il buco è per passare”.
Il pensiero scientifico e culturale occidentale è in debito, ben più di quanto comunemente si pensi, con ciò che realizzarono oltre mille anni fa gli scienziati e i pensatori del mondo arabo. Nella storia della scienza si è soliti mostrare una linea temporale che, nel periodo compreso tra la grande civiltà classica greco-latina e il Rinascimento europeo, elusivamente descritto come Età Oscura, non mostra alcun progresso significativo in campo scientifico. Si omette così, troppo spesso, di dire che per 700 anni la lingua internazionale della scienza fu l’arabo.Tutto ha inizio durante il IX secolo quando il califfo abbaside di Bagdad, Abu Jafar Abdullah al-Mamun, crea uno dei centri di studio più imponenti che la storia umana abbia mai conosciuto, noto col nome di Bayt al-Hikma, La casa della saggezza. Qui numerosi intellettuali lavorarono alla traduzione e al commento di opere greche e indiane di matematica, medicina e astronomia, ponendo le basi per lo sviluppo della scienza moderna. Jim Al-Khalili, docente di fisica teorica alla University of Surrey di Londra, che in quei luoghi è nato e cresciuto prima di trasferirsi in Inghilterra nel 1979 due settimane prima dell’ascesa al potere di Saddam Hussein, ha ripercorso questa straordinaria avventura culturale nel suo libro La casa della saggezza (Bollati Boringhieri). Svelando, da fine divulgatore scientifico, i nomi dei protagonisti di questa epopea: Abu Rayhan al-Biruni, Ibn al-Shatir, al-Khwarizmi, Ibn al-Haytham, al-Razi ed altri ancora.
Left gli ha rivolto alcune domande. «È un fatto documentato – racconta Jim Al-Khalili – che dal XII al XVII secolo e oltre, scienziati e artisti occidentali studiarono a fondo i testi di medicina, di ottica di matematica provenienti dal mondo arabo. Dove ad esempio per la prima volta fu sistematizzato un sistema di numeri che permetteva di contare da zero a infinito. Un punto di snodo fondamentale per la trasmissione dei manoscritti della scienza araba è stata nel Duecento la corte di Federico II in Sicilia, ma anche la penetrazione araba nel sud della Spagna aveva prodotto una capillare diffusione della tradizione araba e dell’islam».
Alla luce del contributo dato dalla scienza araba alla realizzazione dell’identità culturale occidentale, si può ipotizzare che questo apporto sia stato negato dalle società europee?
Non direi che è stato negato, ma più semplicemente dimenticato. Con il Rinascimento, seguito dalla rivoluzione scientifica guidata da Copernico e Galileo, l’Europa è progredita molto velocemente e in un certo senso ha reinventato la propria identità culturale, distruggendo gran parte di ciò che è venuto prima. Nonostante ciò parole antichissime restano ancora oggi quasi uguali nel linguaggio della scienza moderna. Parlo di parole come algebra, come algoritmo, come sostanza alcalina. Non ci sarebbe la matematica senza algebra, non ci sarebbero i computer senza algoritmi, non ci sarebbe la chimica senza il termine alcalino. E non ci sarebbe stata una moderna astronomia se gli arabi non avessero corretto gli errori di Tolomeo, tracciando così mappe per la navigazione assai precise.
In Paesi come la Spagna, l’influenza araba è andata oltre la scienza.
Il contributo è stato vastissimo. Durante il Medioevo, nel corso di centinaia di anni, centinaia di testi arabi furono tradotti in latino, in particolare in città come Toledo, Granada e Cordoba. Da lì sono stati diffusi in tutta Europa. Non si trattava solo di traduzioni in arabo di testi della Grecia “antica” – sebbene in molti casi, i classici tra cui Aristotele, Galeno, Tolomeo ed Euclide, arrivano in Europa solo attraverso le loro versioni in arabo. C’erano anche numerosi testi originali in arabo che hanno inciso profondamente sulla cultura occidentale e il progresso scientifico.
Ci faccia qualche esempio.
Penso al Libro di Ottica di Ibn al-Haytham, tradotto prima in latino e poi dal latino in italiano “comune”, rendendolo accessibile a un numero molto più ampio di persone tra cui diversi artisti rinascimentali come Leon Battista Alberti e Lorenzo Ghiberti e, indirettamente, il pittore olandese, Jan Vermeer. Tutti hanno fatto uso delle sue tesi sulla prospettiva per creare l’illusione della profondità tridimensionale su tela e nelle sculture. Lo stesso Leonardo, che aveva una ricca collezione di manoscritti, si interessò alla tradizione araba. E penso alle tabelle astronomiche di al-Farghani (Alfraganus), che hanno influenzato enormemente Dante. Deriva da al-Farghani la maggior parte delle conoscenze astronomiche che il poeta fiorentino include nella sua Divina Commedia. Per non dire di Cristoforo Colombo che ha preso spunto dai suoi calcoli sulla circonferenza della Terra per convincere i reali di Spagna a finanziare il suo famoso viaggio. Storie simili possono essere trovate in medicina, astronomia, ingegneria, matematica e geografia.
Venendo all’oggi e alle questioni di bioetica, molti Paesi arabi e di religione islamica sembrano più avanzati – scientificamente parlando – rispetto a nazioni di tradizione cattolica. Pensiamo in particolare alla ricerca sulle cellule staminali embrionali. Inoltre nell’islam il feto non è considerato un essere umano.
Ritengo che alcuni Paesi islamici, come l’Iran, siano in grado di svolgere più facilmente rispetto all’Italia attività di ricerca sulle cellule staminali per una semplice questione di fortuna. Nel senso che la loro particolare interpretazione religiosa della sacralità della vita è diversa da quella cattolica. Essi credono che l’anima entri nel feto di 40 giorni dopo la fecondazione. E questo non vuol dire che il loro pensiero scientifico sia più evoluto, perché non è un pensiero.
Lei si definisce un “tenero ateo”. Ritiene possibile essere un bravo scienziato avendo la mente piena di dogmi religiosi?
Molto dipende dall’ambito scientifico nel quale si lavora. Per esempio, può il biologo essere un creazionista? Certamente no. Il concetto basilare in biologia è la selezione naturale delle specie teorizzata da Darwin. Non si può al tempo stesso credere che l’evoluzione sia corretta e che la Terra sia stata creata 6000 anni fa. Tuttavia se mi chiede: può essere creazionista chi condivide la Teoria delle stringhe (teoria che tenta di conciliare la meccanica quantistica con la Relatività generale formulata da Einstein, ndr), posso risponde di sì in via di principio. Sarei però deluso se qualcuno abbastanza intelligente da capire la Teoria delle stringhe arrivasse a credere nel creazionismo. Ma sul piano pratico quella teoria e l’idea di un Disegno intelligente possono non confliggere. Naturalmente, la fiducia nella scienza comporta l’adesione a una visione del mondo per cui l’universo è intelligibile tramite leggi e principi profondamente basilari che scaturiscono dalla logica e dalla deduzione e che sono comprensibili dalla mente umana. Pertanto, dovendo rispondere alla domanda se tutto ciò sia compatibile col credere che esista un essere soprannaturale che non ha bisogno di essere dimostrato, allora rispondo: no.
In un frame tratto da un video su twitter uno dei feriti dal furgone bianco sulla Rambla a Barcellona, Barcellona, 17 agosto 2017. ANSA/TWITTER ++ NO SALES, EDITORIAL USE ONLY ++
Tredici morti e oltre ottanta feriti, fra loro anche molti bambini. E’ il drammatico bilancio dell’attentato a Barcellona, accaduto nel pomeriggio del 17 agosto. Intorno alle 17.20 un furgone bianco ha investito la folla sulla Rambla, vicino a Plaza Cataluña, un posto molto frequentato anche dai turisti. La modalità usata dagli attentatori, un viecolo lanciato all’impazzata sulla folla assomiglia a quella che è stata messa in atto a Nizza un anno fa. Attentati molto simili sono stati quelli di Londra e di Berlino al mercatino di Natale. Jihaidisti affittano un camion e fanno strage di civili, a casaccio. Dal loro punto di vista criminale questo tipo di attacco produce il maggiore effetto con meno rischi di fallimento.
Come prevenire? E’ la domanda che si ripropone con urgenza. Evidentemente non basta il monitoraggio delle strade, delle piazze; i luoghi sensibili sono moltissimi, difficile poter mettere in sicurezza tutti quelli potenzialmente sensibili. Per la prevenzione sarebbe importante il monitoraggio del processo di radicalizzazione, conta l’osservazione dei comportamenti via internet dei soggetti sospettati, conta la capacità di leggere sintomi e segnali da parte dei servizi di intelligence prima che i fondamentalisti passino all’atto. I miliziani dell’Isis, come è noto, reclutano persone “borderline”, spesso si tratta di giovani che hanno già avuto a che fare con la criminalità oppure di persone comunque già segnalate. Era questo il caso dell’attentatore di Manchester. Nel caso di Barcellona il giovane arrestato sarebbe il fratello del giovane attentatore,si saprà di più nelle prossime ore.
Per approfondire come avviene il processo di radicalizzazione religiosa da leggere L’origine del terrore.
L’Isis ha rivendicato l’attentato, lasciando intendere che si tratta di una risposta gli attacchi anti Isis a Mosul ( liberata dall’Isis) e a Raqqa dove i miliziani dell’isis sono assediati. Per cercare di comprendere quale scenario internazionale sia alla base delle violente rappresaglie dello Stato islamico abbiamo dedicato la storia di copertina di Left in edicola il 19 agosto alla guerra in Siria.
Quello che segue il messaggio via twitter del sindaco di Barcellona, Ada Colau, a cui ci associamo:
Barcelona ciudad de paz. El terror no conseguirá que dejemos de ser quien somos: ciudad abierta al mundo, valiente y solidaria
Dopo l’attentato a Barcellona, nella notte c’è stato un nuovo tentativo di attacco a Cambrils una cittadina lungo la costa a sud di Tarragona. La polizia ha intercettato un’auto sulla Avenida de la Diputaciò, il lungomare. Sembra che la macchina avesse l’obiettivo di investire le persone tra i bar ancora affollati. Per mezz’ora si è scatenato un conflitto a fuoco violentissimo, inseguimenti, ancora persone in fuga dalle raffiche. Il tutto sarebbe stato parte di un piano che prevedeva anche un attacco con esplosivo. Su questa pista sta lavorando la polizia catalana. Nella sparatoria di Cambrils cinque terroristi sono rimasti uccisi. Questi due episodi sono stati preceduti da una esplosione in una casa nel comune di Montecarlo de Alcanar Platja, 110 chilometri a sud di Tarragona e una novantina a sud di Cambrils. Nell’abitazione sono state trovate molte bombole di gas forse utili a preparare degli ordigni. Proseguono le indagini.
Scrittori si raccontano al microfono di Radiolibri. Parlano dei loro lavori e dei loro sogni. Delle loro inquietudini e delle loro letture. Interviste molto off e non paludate. Ecco l’ultimo, toccante incontro di Alessandra Rotolo con Oliviero Beha.
«Sono stato Zorro come difensore civico, sono stato Brontolo alla televisione, dotto non sono mai diventato perché mi hanno sempre censurato dappertutto». Oliviero Beha, con la sua solita e disarmante schiettezza, si descrive così il 9 febbraio 2017 nell’intervista per Radio Libri (qui nella versione integrale). L’incontro negli studi della web radio con il grande giornalista e scrittore, scomparso pochi mesi dopo, il 13 maggio, è avvenuto per l’uscita di Mio nipote nella giungla (Chiarelettere). Oliviero Beha, nel sottotitolo di Mio nipote nella giungla si legge «tutto ciò che lo attende (nel caso fosse onesto)». Cosa vuol dire onestà, che è la premessa di questo lavoro?
Tutto il libro, sia pure con vari spunti, risponde a questa domanda. Allora, partiamo dal titolo Mio nipote nella giungla. Mio nipote esiste davvero, è il figlio di mia figlia, che adesso ha 21 mesi e la sua presenza, concreta, mi ha fatto, per così dire, girare l’interruttore da un certo punto di vista. La giungla è una banale metafora – lo era anche per Kipling a suo tempo -. Oggi è una giungla esterna, esteriore, quella in cui siamo immersi tutti quanti. Ma la giungla è anche interiore e credo che noi ormai si viva in una giungla da disboscare. E da qui deriva tutto ciò che attende mio nipote, nel caso fosse onesto, perché la prima forma di onestà è l’onestà con se stessi. Quindi la sincerità, la franchezza della libertà all’interno di sé. Tutto ciò poi si traduce nei comportamenti e quindi nel rapporto con la giungla esteriore. Ma io tengo al concetto della giungla interiore come e più che a quello della giungla che conosciamo. L’onestà quindi come bussola per orientarsi in un ambiente interiore o esteriore che può essere ostile, disorientante?
Uno dovrebbe avere un senso di responsabilità nei confronti se stesso, cercar di capire chi è e poi cercar di capire come sono fatti gli altri e come comportarsi con gli altri. Quindi è quell’onestà che è una cosa particolare, che va rispettata e approfondita. Si può intendere come mancanza di paura, il coraggio di pensare…. A proposito di linguistica e di parole, tra i vari capitoli del libro ce n’è anche uno intitolato “Che fine ha fatto la parola”, ed è il numero 3. Perché è nel podio dei temi principali?
In realtà il podio è una sorta di immediata ricognizione sulle esigenze del bambino. Io mi sono regolato, come ho già detto, sul nipote. Allora la prima cosa importante qual è? La salute: come sta il bambino, ha una linea di febbre ecc. E da lì faccio una digressione sul concetto di salute che non coincide più con quello di sanità. Il secondo era l’alimentazione, e quindi mi sono regolato, giustapponendo la situazione, che ne so, della fame nel mondo con i numeri tragici che conosciamo con questa mania radiotelevisiva di MasterChef, una gigantesca presa per il sedere dell’opinione pubblica. E poi, il bambino cosa fa, oltre a cercare di star bene e a cercare di mangiare? Parla, prova a parlare. Credo che il bambino abbia una curiosità nei confronti della parola che oggi l’adulto non ha più. Con questo libro fai una ricognizione sul presente, su alcuni dei punti di riferimento della nostra cultura contemporanea, senza omettere anche le cose più difficili. La guerra per esempio, abbinata spesso alla parola fondamentalismo che tu però coniughi non solo nel senso del fondamentalismo islamico ma anche di quello economico e bancario.
Naturalmente anche la terminologia ha la sua importanza e quando si parla di fondamentalismo islamico si dovrebbe sempre far precedere il discorso su tutto l’Islam normale, diciamo, moderato, perché sennò questi vengono “cornuti e mazziati”, cioè diventano vittime del fondamentalismo della loro stessa religione. Cornuti e mazziati nel senso più tremendo del termine. Questo è un libro che in un certo senso fa da cornice a una serie di argomenti: il referendum recente, il problema politico italiano, il problema della politica internazionale – Trump e compagnia bella, per esempio – . Ma non sono alla lettera, io provo a fornire una visione di insieme. E allora, per tornare al fondamentalismo, di solito si dice: il terrorismo non ci deve mettere paura, non ci deve far cambiare la vita, o meglio, di solito viene usato il sintagma “il nostro stile di vita”. Io allora mi sono interrogato nel libro su che cosa fosse l’essenza del nostro “stile di vita”. Sono arrivato a una cosa che chiunque difficilmente può contestare e cioè il fondamentalismo del sistema occidentale che adesso si sta espandendo – anche per esempio in Cina – è il fondamentalismo del denaro. Di quale stile di vita stiamo parlando? Di uno stile di vita che ha come fine ultimo il denaro, che, per carità, è sempre stato decisivo per tanti versi ma è sempre stato considerato, almeno in buona parte, un mezzo. Qui coincidono un mezzo e fine. Quindi (ride) per un’umanità di questo tipo, parlare di stile di vita mi sembra una ennesima presa per i fondelli. Coraggio di libertà di pensiero, è questo l’asso che vorresti infilare nella manica di tuo nipote?
Nella manica di più nipoti possibili per migliorare loro e per migliorarci tutti. Cartesio diceva che l’unica cosa che nessuno ci può togliere è il potere della mente. Per il momento siamo ancora liberi di pensare: ma noi non sfruttiamo affatto questa libertà. Sembra che la gente, per questioni di tempo, per abitudine, per questioni di opportunità, fatto sta – per il fondamentalismo di cui parlavamo – non pensa, o perlomeno pensa poco, o molto meno di quello che potrebbe. Eppure il pensiero è una cosa straordinaria.
Marco Revelli spiega le origini del populismo e analizza i tre populismi italiani (Berlusconi, Grillo e Renzi)
Marine Le Pen e Emanuel Macron, i due sfidanti alla presidenza della Repubblica francese sono populisti, in forma diversa, ma populisti. E mentre i due volano verso il ballottaggio del 7 maggio, i partiti tradizionali si sfaldano e la sinistra non ce la fa a proporre ai cittadini delusi una propria visione del mondo. Le notizie dalla Francia confermano le tesi sostenute da Marco Revelli nel suo ultimo libro, Populismo 2.0 (Einaudi), una analisi che permette di «tracciare confini concettuali e cronologici» di un fenomeno mai stato così esteso. Di questio Revelli parla il 7 settembre al festival Con-Vivere a Carrara Intanto, Marco Revelli, per fare chiarezza, quali sono gli elementi che caratterizzano il populismo?
Credo che possano essere tre gli indicatori, direbbero i chimici, del populismo. In primo luogo, l’orizzontalità del taglio che crea la discriminazione. Cioè il populismo è sempre un basso contro l’alto, che taglia trasversalmente il cosmo politico senza differenze culturali o ideologiche e che tende a rappresentare un popolo contro una élite o una oligarchia o un piccolo gruppo di usurpatori. Questo è il primo elemento che ha come corollario il “né di destra né di sinistra”. Il secondo aspetto è un atteggiamento “morale”: questa distinzione trasversale corrisponde in termini un po’ manichei a un bene contro il male. Da una parte sta il bene: l’onestà, il patriottismo, per certi versi, una comunità che si riconosce nella propria identità mentre dall’altra parte c’è il male: i traditori, gli stranieri, gli usurpatori. Il terzo elemento è la personalizzazione. I populismi devono costruirsi una figura nella quale identificarsi per transfert, un capo più o meno carismatico. Usi il termine al plurale, perché?
Il termine populismo dice tutto e dice niente. È un gravissimo errore trattare il populismo come se fosse una forma politica tradizionale, un ismo come erano gli ismi novecenteschi, il comunismo, il socialismo, il fascismo e così via, cioè una forma politica strutturata in movimento o partito con una identità di cultura politica stabile. Non è questo. È uno stile, un atteggiamento, un mood, rispetto al quale pensare di confrontarsi da partito a partito o da soggetto politico a soggetto politico, non fa altro che portare acqua al populismo. La polemica che sia i partiti che i media mainstream fanno contro il populismo, senza accorgersene, sono tutti spot a favore. La sintesi di questo errore è averlo definito antipolitica. Questo termine mostra tutta la coda di paglia di chi l’ha usato, perché in realtà è una forma della politica, anzi oserei dire, è la forma che la politica assume oggi. Allora esaminiamo la portata del fenomeno. Vediamo oggi un Trump che affonda le sue origini nel People’s Party di fine Ottocento, poi la Brexit, Le Pen, Orban e il gruppo di Visegrad… Si può dire che il populismo non era mai stato un fenomeno così esteso come nell’ultimo secolo?
Sì, nel senso che questo stile politico, questo mood, dilaga in tutto l’Occidente delle democrazie mature. È un sintomo, come la febbre lo è di una infezione, di una malattia grave della democrazia matura. Il populismo esprime un disagio della democrazia. Prima, come malattia infantile, quando la democrazia non rappresentava tutto il popolo e quindi il populismo rappresentava il desiderio degli esclusi di partecipare. Oggi invece è una malattia senile della rappresentanza, perché quelli che erano inclusi e spesso che erano anche il baricentro dei sistemi democratici e ne garantivano il fattore di stabilità – il ceto medio e un pezzo del mondo del lavoro – ora si sentono messi al margine perché le decisioni vengono prese fuori dai meccanismi delle istituzioni democratiche, cioè dalle tecnocrazie, dai mercati, ecc. Gli esclusi avvertono che il loro voto non conta più niente, per cui si esprimono con il rifiuto e con l’astensione – che i politologi chiamano exit – oppure, se continuano a star dentro, votano per far male a quelli che a loro parere li hanno traditi. Il voto populista è un voto di vendetta, il voto anti estabilishment. Nel tuo libro con le mappe dimostri che c’è una perfetta sovrapposizione tra coloro che hanno votato per Trump e per il Leave della Brexit e quei cittadini che si sono sentiti deprivati dalla politica e dalla sinistra, in particolare. Che cosa ha determinato l’abbandono da parte della sinistra: l’incapacità, l’obbedienza alle regole del mercato, perdendo la sua capacità trasformativa per abbracciare una posizione conservativa?
È il punto centrale del libro. La sinistra è il vero convitato di pietra di tutto questo discorso. Il fenomeno è trasversale in tutto l’Occidente, passa come uno tsunami dalla West Coast americana verso Oriente, dall’Inghilterra della Brexit alla Francia e all’Italia arrivando fino all’Ungheria e anche alla Turchia. Questa grande “livella” che sta attraversando l’Occidente e che sconvolge gli schieramenti politici, passa come una lama di un aratro dentro i partiti consolidati e rinvia a un grande vuoto lasciato nella politica, quello a sinistra. Quella forza, in forme molto diverse dagli Stati Uniti all’Europa, rappresentava la tutela del mondo del lavoro e degli strati più deboli della società promuovendo diritti, reddito, politiche economiche di redistribuzione, sistemi sanitari nazionali ma anche cultura, identità dignità, organizzazione del lavoro. Tutto questo è scomparso lasciando un gigantesco vuoto e in politica come in natura non può esistere il vuoto, c’è subito qualcuno che lo riempie. Il populismo è la forma informe che assume il vuoto lasciato dalla sinistra. Ma perché è accaduto?
Perché le élite, le sue rappresentanze, le sue forme organizzate sono passate dall’altra parte, cioè da chi stava in alto, non da chi stava in basso. Questo lo si è visto a cominciare dall’apologia della globalizzazione di cui è stato presentato solo un volto illusorio e ottimistico, facendola passare come redistribuzione globale della ricchezza. Invece era concentrazione in alto su ogni scala nazionale, della ricchezza di pochi privilegiati e al tempo stesso lo scivolamento verso il basso, di buona parte della società, del ceto medio e del mondo del lavoro che è rimasto ai margini. Trump non è stato votato dai poveri – anche perché i poveri in America non vanno a votare – ma dagli impoveriti della upper class fino ad arrivare alla old working class, alla vecchia classe operaia, i minatori del Kentuky, i lavoratori del West Virginia che la globalizzazione e la delocalizzazione ha impoverito, che odiano la green economy sposata dai “fighetti” del partito democratico della East Coast di Boston. Sono quelli che avevano sempre votato democratico, facendo eleggere Bill Clinton e Obama e adesso hanno votato Trump, il peggiore dei miliardari, figlio di un immobiliarista corruttore che ha vissuto di rendita. È uno degli uomini più ricchi d’America, in cui però si sono identificati per la rozzezza stessa del linguaggio e perché era inviso ai salotti buoni e alla stampa di Washington. L’hanno votato con un voto di vendetta, sapendo, come ha detto uno in una intervista che “Trump è uno stronzo” ma che gliele canterà ai fighetti, alla palude di Washington. La stessa cosa è successa con la Brexit, la mappe del voto lo dicono. Hanno votato il Remain gli appartenenti agli strati fast, quelli dei settori finanziari, comunicativi, mentre hanno votato Leave quelli slow, delle aree a lenta velocità, dei distretti industriali manifatturieri e agricoli.. Il populismo che nasce dentro il neoliberismo poi però lo affossa se si rinchiude in politiche protezionistiche?
Sì, perché questo non è un voto di rappresentanza. È un voto di rappresentazione e di vendetta. Per punire qualcuno, non per realizzare un progetto organico di alternativa. Questo fa sì che poi a gestire politicamente questi voti sono le Terese May, gli iperconservatori, i miliardari immobiliaristi, i demagoghi alla Orban, i fascistoidi. In qualche caso utilizzeranno una apologia della Nazione senza lo Stato che redistribuisce la sua ricchezza perché non sono in grado di fermare i flussi globali. Si limitano solo a una rappresentazione demagogica. I tre populismi italiani di cui parli nel libro, quello televisivo di Berlusconi, quello della rete di Grillo e quello della rottamazione di Renzi, hanno contribuito a distruggere i partiti o sono i partiti che si sono suicidati e hanno permesso la formazione di questi populismi?
L’Italia in questa luce, è una precorritrice dei tempi. Noi abbiamo avuto non un solo populismo – nel senso di populismo 2.0 come abbiamo detto – ma ben tre. L’inventore precoce è Berlusconi. Il suo è un perfetto stile neopopulista, con il suo linguaggio politico in cui metteva la sua intimità, la famiglia, una comunicazione da bar sport. Un populismo da tempi ancora del benessere, da edonismo reganiano, con il suo baricentro nell’uso della televisione, allora mezzo potentissimo. Poi è venuto il grillismo, prima ancora dei 5 stelle, un cyberpopulismo per l’uso della rete. Ma Grillo, come ha fatto notare Carlo Freccero, sa ricombinare tutti i media, anche la televisione. E poi usa benissimo la piazza e il corpo, pensiamo solo alla nuotata nello stretto di Messina. L’ultimo è il populismo più subdolo, e assai antipatico, di Renzi. Subdolo perché si esprime in alto, è un populismo di governo che mima lo stile di chi rivendica le ragioni del basso. Ed è quello della rottamazione, in questo simile a Salvini con le immagini delle ruspe, il nuovo insomma, che seppellisce il vecchio. È un populismo – come le bugie – un po’ dalle gambe corte perché fingersi rappresentanti del basso stando in alto, manovrando le banche, i meccanismi del sottogoverno e del governo mettendo gli amici nei posti che contano, costituendo nuovi cerchi o gigli magici, è un discorso che rischia di bruciarsi in fretta, come è avvenuto con il referendum sulla riforma costituzionale, la madre di tutte le battaglie politiche. Allora lui ha tentato di mettere in campo uno stile populista con il ribattere sui costi della rappresentanza, in realtà il taglio delle poltrone, un argomento che cavalcava l’onda di rabbia populista. Ma è stato travolto nel modo clamoroso. Anche in questo caso le mappe del voto aiutano a comprendere. La mappa del risultato elettorale fa combaciare il voto con la distribuzione territoriale e sociale del disagio: nel rapporto Nord Sud, sul piano generazionale – i giovani plebiscitariamente per il no – nel divario sul reddito. Nelle mappe urbane solo i centri borghesi, i Parioli a Roma e la Crocetta a Torino superano di poco il 50 per cento. Sulla Francia al voto e i candidati cosa ci puoi dire?
I quattro candidati accreditati dai sondaggi sul filo di lana fino alla vigilia, sono in fondo tutti e quattro portatori di uno stile populista. Sicuramente quello di Le Pen è dichiaratamente di destra, in cui l’antieuropeismo si intreccia con il neonazionalismo, dall’altra parte Mélenchon ha uno stile di populismo, di sinistra, certo, ma anche questo diretto a costruire un “noi” accogliente, pacifico ma nazionale. Macron è un portatore di stile populista anche se filoeuropeo, né di destra né di sinistra, si pone per il superamento dell’intermediazione dei partiti e per la loro dissoluzione e perfino Fillon che è pure un pezzo di estabilishment di lunga durata, rappresenta una sfida alla topografia tradizionale. Un’ultima domanda sul mood, sullo stato d’animo del populista. Nel libro tu scrivi che «se la paura muove tutto allora significa che qualcosa si è rotto nel profondo».
Sì, una sorta di patologia del sociale e della politica. Allora vorrei proporti una riflessione. Nel libro di Elisabetta Amalfitano, Le gambe della sinistra, lo psichiatra Massimo Fagioli, da uomo di sinistra, sosteneva la necessità da parte della sinistra di “una ricerca su una nuova realtà umana”. Cioè i bisogni sono fondamentali, ma forse occorrerebbe un approfondimento sulle esigenze, cosa di cui la sinistra non si è mai occupata. Per evitare quindi il vuoto populista la sinistra dovrebbe aprire di più gli occhi su ciò che le persone vorrebbero a livello umano?
Non ho nessun dubbio sul fatto che la radice principale della malattia delle nostre democrazie, è sicuramente psicoantropologica. Nasce da un profondissimo disagio dell’essere delle persone e del loro sistema di relazioni che è andato in sofferenza. Stiamo male nella vita quotidiana, ripetiamo che dobbiamo pensare positivo, dobbiamo dire che ci divertiamo da matti, che siamo felici e che ci vogliamo bene. E invece no, è tutto il contrario. Basta vedere l’immaginario occidentale che emerge dalla letteratura e dal cinema, o le statistiche dell’uso dei farmaci per avere la dimensione di questo malessere. Pensiamo che le persone possano stare male e la politica possa stare bene oppure pensiamo che la politica possa curare il malessere delle persone? Non è così, ovviamente. L’idea che occorrerebbe reinventare una “pianta uomo”, cioè un essere umano capace di vivere la propria umanità in modi diversi, questo è il primo punto. Come quell’idea dell’uomo nuovo che c’era in quei momenti creativi di stato nascente dei movimenti nel ’68. Non c’è dubbio che questo è importante, sapendo però che tutta la cultura economica e sociale va nella direzione opposta, con la creazione di esseri umani pensati come atomi competitivi. Da qui deriva quella incertezza che il neoliberismo considera il motore dello sviluppo e che invece è la radice del disagio. E quindi cosa dovrà fare la sinistra?
La sinistra da questo punto di vista è malata di pigrizia. Orribilmente pigra.
Pope Francis asperses incense as he celebrates a mass after opening the Holy door of the St. Mary Major's Basilica in Rome, Friday, Jan. 1, 2016. (AP Photo/Gregorio Borgia)
Nel 2000 Jorge Mario Bergoglio, allora arcivescovo di Buenos Aires, si unì al coro dei gerarchi della Chiesa che fecero pubblica penitenza per il sostegno garantito tra il 1976 e il 1983 dalla Conferenza episcopale argentina alla giunta civico-militare responsabile di almeno 30mila sparizioni forzate e di migliaia di altri crimini contro l’umanità. Omicidi, rapimenti, torture e furti di neonati compresi. Il gesto, forse un po’ tardivo, fu un’autoassoluzione dell’istituzione che chiedeva perdono per i preti che avevano “peccato” dando appoggio logistico e materiale oltre che spirituale ai carnefici della generazione scomparsa? Oppure fu un’ammissione di colpa? Sta di fatto che mai durante il regime l’allora capo dei gesuiti argentini, come del resto gran parte dei suoi colleghi di culto, aveva preso pubblicamente posizione contro le violenze di Stato perpetrate nei confronti di chiunque fosse anche solo stato sospettato di essere un “sovversivo”. Cosa che invece nel vicino Cile, per esempio, fece il cardinale di Santiago, Raúl Silva Henríquez, il quale dall’11 settembre 1973 in poi non smise mai di puntare il dito contro le politiche repressive del dittatore fascista Augusto Pinochet e dei suoi guardaspalle. Palesemente diverso rispetto al silenzio mantenuto durante la dittatura è stato l’atteggiamento di Bergoglio nei confronti delle istituzioni democratiche. Nel 2010 quando era capo della Conferenza episcopale argentina si scagliò senza esitare contro il Parlamento reo di aver introdotto nell’ordinamento il matrimonio gay. Definendo la legge frutto della «invidia del demonio» che «vuole distruggere il piano di Dio».
Con la stessa veemenza, fresco di nomina a capo della Chiesa argentina, si era schierato nel 2005 contro il ministro della Sanità del governo Kirchner, Ginés González García, perché aveva proposto la depenalizzazione dell’aborto. La negazione del diritto all’interruzione volontaria di gravidanza per Bergoglio è un chiodo fisso. La libertà di scelta, l’autodeterminazione, la sessualità della donna nel suo pensiero non sono contemplate. In totale continuità con la misoginia dei suoi predecessori anche da pontefice egli relega la donna entro un recinto predefinito, annullandone l’identità. La donna è tale solo se vergine o madre. «Il ruolo della donna nella Chiesa non è soltanto la maternità, la mamma di famiglia, ma è più forte: è proprio l’icona della Vergine, quella che aiuta a crescere la Chiesa» dice da pontefice sull’aereo di ritorno dal viaggio pastorale in Brasile il 28 luglio 2013. «Dio ha creato la donna perché tutti noi avessimo una madre» ribadisce a Santa Marta il 9 febbraio 2017. «Sentir dire che tre figli già sono troppi mi mette tristezza, perché tre figli per coppia sono il minimo necessario a mantenere stabile la popolazione» aveva detto sul volo di ritorno dalle Filippine il 19 gennaio 2015. Madri sì ma con moderazione, per non turbarlo. Tuttavia non si era affatto intristito quando, dieci anni prima, il capo dei cappellani militari argentini, monsignor Antonio Baseotto, affermò che González García, il ministro pro-aborto, avrebbe meritato che gli fosse messa una pietra al collo e fosse buttato in mare. La scelta di questa immagine presa in prestito dal Vangelo di Luca (17, 1-2), che richiama alla memoria i voli della morte e la tragedia che ha segnato il destino di migliaia di suoi connazionali e la vita dei loro familiari, deve aver profondamente colpito Jorge Mario Bergoglio. In positivo. Incurante dell’incidente diplomatico provocato da Baseotto con il governo argentino, e di tutto ciò che a livello emotivo può evocare una frase del genere nei confronti dei familiari di desaparecidos, il pontefice l’ha fatta sua otto anni dopo, l’11 novembre 2013. Durante un’omelia in Vaticano ha auspicato la macina al collo e la fine in mare per «i cristiani e i preti corrotti» dalle tangenti. L’attacco agli evasori suscitò la profonda ammirazione in Italia dell’intero arco costituzionale e della stampa tutta. E poco importa se tra le vittime dei famigerati voli della morte ci sono anche migliaia di nostri connazionali.
Aborto, donne, diritti umani. Già quanto detto fin qui basterebbe per non vedere mai accostate nella stessa frase “papa Francesco” e le parole “Sinistra” o “Rivoluzione”. Tanto più in un momento storico culturale come quello attuale in cui la donna è al centro di un’offensiva violenta senza tregua. Gli omicidi, le percosse, lo stalking, innumerevoli stupri sono all’ordine del giorno. La negazione e l’annullamento dell’identità femminile spesso porta a un tentativo di coercizione e di annientamento fisico che si oppongono sia al processo di emancipazione cioè al riconoscimento di una uguaglianza giuridica sia alla liberazione, vale a dire alla accettazione di una diversa soggettività della donna. Emancipazione e liberazione della donna sono delicatissimi processi ancora in atto. Affinché siano portati a compimento occorrono fondamentali cambiamenti sul piano culturale e sociale di cui solo la Sinistra in quanto tale se ne può fare carico. Rifiutando in primis i fautori della mentalità patriarcale e religiosa che vogliono la donna inchiodata al ruolo di moglie e madre. Tra questi papa Bergoglio è la punta di diamante. Per essere certi di non lasciare adito a dubbi ricordiamo un altro paio di episodi. Il capo della Chiesa che il 2 febbraio 2014 dal balcone di piazza San Pietro ammoniva la platea affermando: «La vita va difesa dal grembo materno fino alla sua fine», è lo stesso sacerdote che ha militato nella Guardia de Hierro, il settore giovanile del peronismo di destra. La Guardia de Hierro nel 1976, il più cruento dei sette anni di dittatura, propose una laurea honoris causa all’ammiraglio Massera. Il titolo fu poi conferito al genocida della caserma Esma di Buenos Aires, il 25 novembre 1977, dall’Università del Salvador (Usal), della cui amministrazione faceva parte il futuro pontefice. E ancora, a proposito di cappellani militari giova ricordare la vicenda di monsignor Christian Federico von Wernich, l’ex cappellano della polizia di Buenos Aires soprannominato “il prete del diavolo”. Costui sconta l’ergastolo dall’ottobre del 2007 perché il tribunale federale di La Plata lo ha riconosciuto colpevole di crimini contro l’umanità per aver partecipato a 6 omicidi, 31 casi di tortura e 42 sequestri. Di fronte ai familiari delle vittime, dei sopravvissuti e ai giudici, il monsignore si è sempre dichiarato innocente, privo di colpe. Nel senso che lui non aveva mai fatto nulla di male. Commentando la sentenza, nel sottolineare «il dolore che ci provoca la partecipazione di un sacerdote in delitti gravissimi», il cardinale Bergoglio si limitò a sottolineare la necessità di una «riconciliazione», rilevando inoltre che l’Argentina doveva allontanarsi «sia dall’impunità sia dall’odio e dal rancore».
Come dire, “scordiamoci il passato”. Una indulgenza che vale per un sadico torturatore omicida, e vale ancora oggi poiché von Wernich non risulta né pentito né dimesso dallo stato clericale, ma non per una donna che se decide di interrompere una gravidanza esercita un diritto, tutela la propria salute psicofisica e non uccide nessuno (perché il feto è un feto e chi non è nato non può morire). «Assoluzione dal peccato di aborto solo se c’è pentimento» ha ribadito papa Francesco a novembre 2016 in vista del Giubileo straordinario. Con questo interessante curriculum in tasca, niente affatto ignoto e davvero difficile da annoverare a “sinistra” e nel pantheon della laicità, il 13 marzo 2013 Jorge Mario Bergoglio appena nominato papa si è affacciato al famoso balconcino e ha detto «buonasera» urbi et orbi. Suscitando immediatamente entusiasmi e ottenendo un’apertura di credito incondizionata. L’elenco di genuflessioni parlamentari ed extraparlamentari a sinistra è lunghissimo. Basti in questa sede pensare al recente discorso davanti ai sindacalisti della Cisl durante il quale papa Francesco ha lanciato i suoi anatemi contro «le pensioni d’oro» perché sono «un’offesa al lavoro». Siamo tutti d’accordo che certi assegni mensili siano indecenti ma non un sopracciglio si è alzato per far notare a Bergoglio che lo Stato italiano elargisce queste pensioni sulla base di leggi italiane. Lui che c’entra? Tanto meno – da destra a sinistra, passando per i sindacati – c’è stato qualcuno che abbia avuto l’ardire di ricordare che sempre lo Stato italiano paga profumate pensioni, per dirne una, ai cappellani militari che rispondono agli ordini dei gerarchi vaticani. Anzi.
A fronte di un (imbarazzante) silenzio tombale sull’ingerenza di un capo di Stato straniero negli affari italiani è via via montata una (altrettanto imbarazzante) marea di osanna dei media e degli opinionisti per la “sensibilità” del pontefice verso i lavoratori sotto pagati. È questa la reazione da quando il gesuita argentino ha pronunciato il fatidico «buonasera» di quattro anni fa. Una reazione che non tiene mai conto dell’inapplicabilità di una visione laica – che parta cioè dal rispetto dei diritti inalienabili della persona e dal pensiero che siamo tutti esseri umani dalla nascita – a un’organizzazione come quella della Chiesa cattolica che per sua natura e cultura si oppone a questi stessi princìpi. Davvero occorre ricordare ai fan progressisti di papa Francesco che costui oltre a essere il capo di una religione monoteista che crede nel peccato originale e nell’esistenza del diavolo, è un monarca assoluto a cui tutti i suoi sudditi devono obbedienza e che detiene i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario sulla base di una elezione decisa da una casta di circa 200 persone, tutti uomini? Cosa c’è di sinistra in questo? E di laico? C’è per caso qualcosa di laico e di sinistra cui ispirarsi, nella consueta linea politica di marca gesuita, che consiste nel rimproverare gli sfruttatori e al tempo stesso predicare mansuetudine presso gli sfruttati, egregiamente sintetizzata da papa Francesco nel discorso pronunciato il 4 febbraio 2017 durante un incontro con il movimento dei Focolari? Nel mondo ideale di papa Francesco i ricchi rimangono ricchi e i poveri rimangono poveri. “I poveri vanno accompagnati”. Nulla viene detto o fatto per toglierli dalla condizione di povertà. È questa la nuova idea di uguaglianza a sinistra? Bergoglio lo ha detto chiaramente, basta leggere questa frase. «Il “no” ad un’economia che uccide diventi un “sì” ad una economia che fa vivere, perché condivide, include i poveri, usa i profitti per creare comunione». Quell’“economia che include i poveri” sta lì a dire che la realtà sociale di queste persone è per il papa immodificabile. Siamo ben lontani da un’economia che produce reddito e redistribuisce equamente ricchezza rimuovendo «gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana». Così c’è scritto nel secondo comma dell’articolo 3 della nostra laica Costituzione. Per ridare slancio alla sinistra queste parole non sono assai più utili di quelle del gesuita papa Francesco? Domanda pleonastica.
Per approfondire
Torniamo infine alla stretta attualità e al modo in cui il papa sta conducendo la sua presunta battaglia contro la pedofilia nel clero. Cosa c’è di laico e di umano nel considerare un delitto contro la morale, cioè un’offesa a Dio, lo stupro di un bimbo di tre anni da parte di un adulto cinquantenne? E sempre a proposito di superamento delle disuguaglianze, è forse laica e di sinistra la frase pronunciata da papa Bergoglio l’8 gennaio 2014? «Un bambino battezzato non è lo stesso che un bambino non battezzato» disse nell’udienza generale a Santa Marta. Queste parole possono essere declinate in diversi modi, basti citarne uno per tutti: un bambino battezzato non è lo stesso che un bambino ebreo. Di fondo c’è l’idea non proprio laica e di sinistra secondo cui l’identità umana è data dal battesimo. Se il battesimo non c’è, non ci sono nemmeno l’identità e l’uguaglianza tra esseri umani. La pretesa che i vari Bertinotti, Pisapia, Renzi, Fassina e tanti altri, hanno di indicarlo come guida morale della nostra società si scontra con questa visione della natura umana che distingue le persone cattoliche da quelle che non lo sono. È una visione figlia di una cultura che attraversa fino a oggi la storia millenaria poco edificante dell’istituzione che papa Francesco rappresenta, segnata da intolleranze verso le altre religioni monoteiste, da inaudite violenze contro le donne e gli eretici e dagli abusi psicologici e fisici su minori affidati alla sua cura.
A proposito della pedofilia, si diceva, senza dover andare troppo lontano nel tempo ecco uno dei passaggi più significativi del durissimo atto di accusa delle Nazioni Unite contro la Santa Sede per la sua ambiguità nella gestione della pedofilia clericale, elaborato nel 2014 in virtù della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia: «La Commissione è fortemente preoccupata perché la Santa Sede non ha riconosciuto la portata dei crimini commessi, né ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale e per proteggere i bambini, e perché ha adottato politiche e normative che hanno favorito la prosecuzione degli abusi e l’impunità dei responsabili».
La Convenzione cui la Santa Sede aderisce, prevede come clausola ineludibile per i firmatari l’obbligo di adottare ogni misura possibile per tutelare i diritti fondamentali dei minori e per proteggere la loro crescita da qualsiasi situazione a rischio. Secondo il Comitato Onu sui diritti dell’infanzia, l’essenza della Convenzione è stata ripetutamente e palesemente violata dal Vaticano, come si evince dal rapporto pubblicato il 5 febbraio 2014 al termine di una capillare inchiesta avviata a luglio del 2013. Pur senza citarli, l’Onu ha puntato quindi il dito contro gli ultimi tre capi della Chiesa: Francesco I, Benedetto XVI e Giovanni Paolo II. Il riferimento alle carenze normative non è casuale ed è tuttora valido. Già perché l’acclamatissimo inasprimento delle norme penali attuato da Francesco a cosa può davvero servire se per i “peccatori” la pena consiste nel dover recitare più avemmarie in un convento? Finché in Vaticano si continuerà a considerare le violenze sui bambini un peccato e non un reato, cioè un crimine contro la persona, la “tolleranza zero” contro la pedofilia ecclesiastica che tante volte abbiamo sentito invocare prima da Benedetto XVI e poi da Bergoglio sarà un annuncio fine a sé stesso. Buono solo per convincere parte dell’opinione pubblica che qualcosa effettivamente stia cambiando dopo decenni di complicità con migliaia di pedofili e impegni in serie non mantenuti. È questa la chiave per comprendere come mai papa Francesco abbia prima deciso di affidare a monsignor George Pell la guida del superministero dell’Economia, rimanendo sordo agli avvertimenti ricevuti ovunque, e poi lo abbia lasciato andare quando ormai era diventato indifendibile agli occhi dell’opinione pubblica. In cima ai pensieri di un papa c’è sempre la tutela dell’istituzione. L’obiettivo primario è quello di sostenerne l’immagine e il buon nome. Sempre. Le persone non contano. “Vatican first”, possiamo dire parafrasando Trump. Prima c’è la Chiesa, poi, se c’è tempo e spazio ci si può occupare delle persone (se sono battezzate). Ma anche qui c’è una gerarchia. In cima ai pensieri del papa non ci sono le vittime dei preti pedofili che da 40 anni in Australia attendono giustizia, ma il monsignore chiacchierato cui ha concesso l’aspettativa per andarsi a difendere di persona in Patria. Affinché tenga l’ormai ingombrante ombra lontana dalla Santa Sede. E se ancora siete perplessi, badate bene che lo ha rifatto. Consegnando le chiavi della Congregazione per la dottrina della fede (Cdf), l’organismo della Santa Sede presso cui sono accentrati i processi più gravi per pedofilia, all’arcivescovo gesuita Luis Francisco Ladaria Ferrer. E cosa c’è nel palmares di questo monsignore? Nel 2012 quando era segretario della Cdf mise la sua firma insieme all’allora prefetto Llevada sulla sentenza di condanna di un prete pedofilo nella quale si intimava di non rendere pubblica la notizia. E che fine fece questo signore? Scontata la penitenza, con il suo bell’abito talare decise di diventare allenatore di una squadra di calcio giovanile. All’insaputa della condanna, tante famiglie gli affidarono i loro bambini. Nel 2015 è stato arrestato, questa volta dalla polizia italiana. Stando alle accuse ne ha violentati almeno dieci. E però Jorge Mario Bergoglio è un rivoluzionario, lava i piedi ai carcerati e ha detto «buonasera» a tutti.
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Quando è arrivato al New York Times nel 2012, dopo aver a lungo guidato la BBC, il quotidiano era in profonda crisi. Lo scorso novembre ha toccato il record di 20 milioni di copie. La ricetta? Forse non c’è, forse quello del NYT è un caso irripetibile, legato alla conquista del mercato internazionale favoriti dalla lingua inglese, ma di certo Thompson ha chiari alcuni principi. Non usuali in un amministratore delegato di un’azienda editoriale: puntare sulla qualità, sull’approfondimento, dare il tempo ai giornalisti per indagare e approfondire. Tutto il contrario di quel che accade oggi in Italia con i giornalisti della carta che inseguono i ritmi del web.
Nel suo ultimo libro, La fine della democrazia(Feltrinelli), Mark Thompson indaga i cambiamenti radicali avvenuti nel mondo del media dopo la guerra fredda e dopo la caduta del muro di Berlino, puntando il dito contro una demagogia politica che ha fatto proprio il linguaggio dei venditori ( «Non è un caso – dice- che Berlusconi e Trump siano imprenditori abituati a promuovere le proprie aziende». Nel libro sviluppa un’indagine acuta di questa deriva del linguaggio politico, sempre più lontano dalla vita delle persone, che i giornalisti troppo spesso finiscono per imitare . «Noi non dovremmo fare comunella, non dobbiamo far parte di un club, ma stare dalla parte dei lettori», dice con passione. «Dobbiamo avere una grande apertura mentale per cercare di capire se i cittadini hanno delle paure, quali, perché» Nessuna collusione con i poteri forti. Basta per risollevare i giornali in crisi?
Dobbiamo credere che esista una domanda di informazione corretta, una richiesta di giornalismo serio. Questo è l’altro punto dirimente. Se pensi che i lettori cerchino intrattenimento invece che approfondimento ed inchieste serie, sei finito. Se perdi fiducia nei lettori, cadi in una trappola, è un suicidio. C’è talmente tanta competizione che, se ti metti a inseguire il gossip, la spettacolarizzazione delle notizie, non riesci nemmeno a fare un buon business, ti limiti a riciclare spazzatura e non ci guadagni nemmeno. Da questo assunto siete partiti per il piano di rilancio del New York Times?
Puntiamo ad investire solo su un giornalismo serio, dobbiamo difendere un profilo alto del mestiere, fare in modo che i giornalisti abbiano tempo per pensare, per approfondire le notizie, piuttosto che rincorrerle affannosamente tutto il tempo. Diversamente dai giornali in lingua italiana o francese abbiamo un bacino molto ampio di lettori, possiamo cercare di guadagnare un pubblico internazionale. Siamo assolutamente convinti che sia necessario investire in ottimo giornalismo. Ma ha un costo. Se produci scarpe e vedi che c’è un mercato per le tue scarpe, non per questo le dai via per niente. Noi pensiamo che ci siano persone disposte a pagare per avere un servizio di buon giornalismo, perciò puntiamo sugli abbonamenti e chiediamo ai lettori un giudizio, un feedback, sulla qualità di ciò che hanno acquistato. È stato un errore pensare che, grazie alla pubblicità online, il buon giornalismo potesse essere gratis. Non ha funzionato. Penso sia sano pagare per ottenere un buon servizio. Ma la tragedia è che molte aziende editoriali in America e in Europa pensano solo a tagliare posti di lavoro, a ridurre il numero dei giornalisti. Indubbiamente occorre tenere d’occhio i costi, ma non si può continuare a tagliare altrimenti molti servizi non vengono più coperti e questo, oltre ad essere terribile, produce un effetto negativo, rende il prodotto scadente.
Dopo un lungo periodo di crisi, come siete riusciti a invertire la tendenza arrivando a 20 milioni di lettori a novembre 2016?
Le cose hanno cominciato a funzionare nel 2012, quando sono arrivato al New York Times. In tanti si sono domandati e ci domandano come sia potuto accadere. La cosa particolare è che ci avevamo provato due o tre volte prima, ma non ci eravamo riusciti. È accaduto solo nel 2012 quando dovevano riuscirci a tutti i costi. Il sistema doveva funzionare era una questione di vita o di morte. Mi sentirei di dire che molti providers in Europa ne parlano molto, hanno fatto degli esperimenti, ma non ci hanno mai provato fino in fondo, come se ne andasse della propria vita. Quello che so è che noi abbiamo provato e abbiamo fallito, ci abbiamo riprovato e abbiamo fallito, è accaduto molte volte prima di arrivare a questa riuscita. Mentre lo fai, mentre ci provi impari, migliori ogni volta un pochino e il sistema migliora, devi avere fiducia che possa funzionare e che i tuoi lettori rispondano.
Internet fornisce un flusso continuo di informazioni è questo ha fatto pensare che non ci sia più bisogno della mediazione giornalistica, ma è davvero così dal momento che in rete circolano molte bufale, fake news, notizie non verificate?
Al contrario io penso che il mondo in cui viviamo abbia bisogno di giornalismo investigativo, oggi più che mai. Per esempio: sappiamo che ci sono rapporti fra il governo russo e quello americano, ma anche fra M5s e Mosca, fra Marine Le Pen e Mosca. Ma non riuscirai mai a capire cosa sta succedendo davvero navigando in rete. Servono giornalisti che indaghino per giorni, settimane, mesi e magari anche anni per capire a fondo. Sì, l’Fbi fa proprie indagini, ma non basta, sono assolutamente convinto che ci voglia uno specifico lavoro giornalistico per fare una ricostruzione e dare una lettura dei fatti che non resti in superficie. Sul web è difficile verificare le fonti, sapere chi ha pubblicato una certa notizia, quale account c’è dietro eccetera. Insomma, io penso che l’immane quantità di bufale che circolano su internet di fatto rendano il giornalismo più forte e necessario. La rete semmai rende inutile il giornalismo leggero, d’intrattenimento. La rete, al più, soddisfa un pubblico molto ideologico, focalizzato solo su un interesse di parte, che cerca conferme della propria fede, apparenti riprove di ciò che già credono vero.
Non è la gran parte del pubblico?
La gran parte delle persone preferisce pensare, invece che credere. Vuole essere informato in modo approriato, avere avere strumenti per poter decidere liberamente. Per questo dico che c’è una domanda diffusa di giornalismo verificato che vada al centro delle questioni. Io sono portato a credere che fuori da questa stanza ci siano persone, molte persone, che vogliono sapere davvero cosa sta succedendo. È importante per prendere buone decisioni in democrazia. Penso che i media e i giornalisti debbano avere più fiducia nelle capacità critiche dei lettori. Se fai informazione in modo serio e approfondito inneschi una sorta di circolo virtuoso. Più sanno, più cercheranno buona informazione. In un certo senso il giornalismo più “idealista”, quello che punta molto in alto, è il miglior investimento. Io penso davvero che il cinismo porti solo al fallimento, perché dà a quel tipo di lettori ciò che vogliono. Ne ho la prova. Il giornalismo cinico negli ultimi venti anni non ha prodotto nessun modello di business efficace. Basta guardare a quali sono stati alla lunga i modelli vincenti: quello del New Yorker, quello del New York Times ma anche quello del Washington Post, che ora ci sta facendo concorrenza. Nonostante questo mi pare una buonissima notizia che il Washington Post sia molto più forte rispetto a cinque anni fa. Capisco però che per noi sia più facile. In Italia non avete le stesse opportunità internazionali, avete una grande tradizione di giornalismo, ma la transizione all’Europa non è stata facile.
In Italia purtroppo, non solo in rete, viene dato molto spazio alla pseudo scienza, a ciarlatani che promettono cure che non sono tali, a religiosi che intervengono su questioni mediche sulle quali non hanno competenza. Tutto questo produce un danno alla credibilità…
Sì, dilagano fake news e notizie inventate che nascondono una frode. Ci sono persone che si approfittano della disperazione delle persone malate gravemente per fare soldi. Altre volte è la stupidità a fare danno. C’è una massiccia manipolazione sui social media, fomenta questa circolazione di notizie false per ottenere un tornaconto politico. In questo modo si sono diffuse pericolose leggende che, senza alcun fondamento scientifico, mettono in cattiva luce la sicurezza dei vaccini. Ed è terribile. Perché così si cerca di spingere i genitori a non vaccinare i figli. Su questo in Italia come negli Usa bisogna fare una fortissima battaglia perché emerga la verità, perché queste pericolose falsità siano smascherate. Non riguarda solo la scienza e la medicina. Un tentativo di soffiare sul fuoco diffondendo falsità lo abbiamo visto in azione anche in Inghilterra durante il dibattito sulla Brexit. Le destre hanno diffuso false notizie su un fantasmagorico numero di rifugiati che, a loro dire, sarebbe arrivati in Gran Bretagna. C’è stata una pesantissima propaganda. Ma pensiamo ancor più a quel che accade negli Usa dove il presidente Trump dice falsità a raffica via twitter. È accaduto due o tre volte anche questa settimana. Noi lo abbiamo sbugiardato pubblicamente, ma lui non smette di farlo. Ed è tanto più “curioso”, perché è il presidente degli Stati Uniti a farlo. Ci rendiamo conto? Il presidente degli Stati Uniti continua a ripetere all’infinito cose che non sono vere. Che fare? Come giornalista devi continuare a dimostrare che dice il falso, anche se lui non smette. È importante questo controllo continuo, altrimenti la verità sparirebbe dall’orizzonte, altrimenti rischieremmo di diventare una società sottoposta a censura come in Cina. Anche se non produce un cambiamento dobbiamo continuare a provarci, la gente ha diritto di sapere cosa accade.
Negli Stati Uniti la libertà di stampa è tutelata dalla Costituzione, ma Trump potrebbe cercare di manometterla?
Dopo la sua elezione è venuto a pranzo con la redazione, è rimasto a lungo con noi e io gli ho chiesto se avrebbe sostenuto il primo emendamento della Costituzione. Lui ha risposto in modo alquanto bizzarro per un presidente, del tipo “state tranquilli”, you will be ok. Questa settimana ha twittato una frase che induce a non stare affatto tranquilli, alludendo alla possibilità di una legge che prevede punizioni se scriviamo un articolo che lui non condivide. Nei fatti penso sia impossibile che lui riesca nel suo intento. La tradizione della libertà di stampa è forte negli Usa ed è sostenuta anche dalla Suprema Corte. È una faccenda che sta a cuore ai liberali quanto ai conservatori. Dunque penso che non accadrà. Ma il solo fatto che il presidente degli Stati Uniti l’abbia annunciato è sbalorditivo.
Una intervista a Franco Lorenzoni, maestro ed educatore di Giove (Terni). È un’analisi approfondita della scuola italiana nel momento in cui si attendevano i decreti attuativi della legge 107.
«La verità è che in Italia, dall’introduzione della Media unica 55 anni fa, non si è mai investito in modo adeguato e coerente perché la scuola divenisse un reale volano di ascensione e rimescolamento sociale». È questa la sentenza di Franco Lorenzoni, maestro di Giove, vicino Terni, e educatore molto seguito, che ha fondato nel 1980 ad Amelia, in Umbria, la casa laboratorio Cenci, un centro di ricerca didattica che accoglie studenti e insegnanti da tutta Italia e li fa lavorare su temi scientifici, ecologici, e di inclusione. Ha scritto, Lorenzoni, testi come I bambini pensano grande, pubblicato da Sellerio nel 2014. Franco Lorenzoni, quale idea di scuola emerge dopo quasi due anni di legge 107? Tenendo presente anche le deleghe in arrivo che ne attueranno alcune parti fondamentali?
La legge 107 è una legge che non ha mai avuto niente di organico. È un’accozzaglia di provvedimenti slegati tra loro, di cui alcuni molto criticabili, come l’introduzione di una presunta gerarchia di merito tra gli insegnanti, che non aiuta il miglioramento della scuola. Ci sono anche provvedimenti interessanti, come l’obbligatorietà della formazione in servizio – già introdotta dalla ministra Carrozza – e il rapporto scuola-lavoro, sulla cui attuazione ci sono però molti problemi da superare. Una legge, in sintesi, al cui interno si muovono spinte contraddittorie, che ha suscitato una forte opposizione per molte scelte sbagliate, che stanno ulteriormente peggiorando ora che si stanno definendo i decreti attuativi. L’assegnazione alle scuole di docenti di potenziamento, ad esempio, potrebbe facilitare una gestione più flessibile e autonoma di noi insegnanti. Ma sono necessarie due condizioni: che ci siano dirigenti scolastici capaci di una visione innovativa della didattica e che si vieti il loro utilizzo come supplenti o tappabuchi. Altrimenti, come in molte scuole accade, si sta creando un personale di seconda categoria, insoddisfatto perché male utilizzato. Lo stesso problema lo si avverte anche con le deleghe che a fine mese il governo varerà dopo l’esame del Parlamento?
Nessuna delle deleghe è stata redatta da un comitato di esperti che se ne sia assunto la responsabilità. Per mesi c’è stato un ping pong tra il ministero e la Presidenza del Consiglio, con gruppi informali che si scioglievano e si ricomponevano secondo logiche imperscrutabili, dentro un ministero diretto dalla Giannini, che si è rivelata particolarmente incapace. Tutto questo ha prodotto testi di legge confusi, spesso cambiati in fretta e furia, come quello sulla valutazione, riscritto malamente nel corso dell’ultima notte. Come?
C’era stata la proposta di abolire la bocciatura anche alla scuola media e di sostituire i voti decimali con le 5 lettere, accompagnando questo provvedimento con una revisione profonda dei criteri di valutazione. Una proposta in sintonia con la “spinta” europea che preme per un’educazione alle competenze e auspica cambiamenti significativi della didattica in direzione di una maggiore apertura alla realtà, che a mio avviso sarebbero giusto discutere nel merito e sperimentare. Ma, al solito, nel nostro Paese si parla sempre di riforme ma raramente si ha il coraggio di farle. Così, sia prima che dopo il referendum costituzionale, il governo ha avuto paura degli insegnanti, dell’opinione pubblica, di alcuni editorialisti di giornali che scrivono assurdità profondamente reazionarie e, all’improvviso, la ministra Fedeli ha deciso di fare marcia indietro, imponendo il fatto che i voti non si debbano toccare così come la possibilità di bocciare nella scuola di base, con una totale mancanza di visione e di coraggio. Tra l’altro c’è un’evidente contraddizione tra le diverse leggi esistenti. Le Indicazioni nazionali per la scuola dell’infanzia, elementare e media, divenute legge nel 2012 grazie a Marco Rossi Doria, allora sottosegretario, sono un documento importante, con premesse serie e impegnative. Ma per attuare ciò che lì c’è scritto, per costruire una scuola davvero inclusiva e fare in modo che tutti possano raggiungere obiettivi minimi fondamentali di conoscenza, l’intera gestione della scuola, a livello centrale e periferico, si dovrebbe fare carico dei grandi problemi esistenti e dovrebbe essere capace di prendere decisioni coraggiose e innovative. Quindi oggi non si realizza una scuola inclusiva?
Siamo di fronte a un paradosso. L’Italia ha ricevuto dall’Onu lo scorso anno un riconoscimento come Paese che dispone le leggi più avanzate in tema di inclusione. Ma poi molte scelte politiche, invece di creare le condizioni perché queste buone leggi siano applicate, spesso rendono tutto più difficile. Va detto anche però, per onestà, che nelle attuali condizioni si osservano realtà molto diverse. Ci sono scuole in cui l’impegno individuale e collettivo a costruire con fatica buoni livelli di inclusione dà i suoi risultati e scuole in cui il forte attrito burocratico, le pigrizie mentali e la scarsa preparazione nel merito di troppi insegnanti danno luogo, nei fatti, a una scuola che emargina ed esclude chi ha più difficoltà. La scuola realmente inclusiva vive solo quando le leggi giuste e avanzate che ci sono vengono incarnate da insegnanti dotati di forte etica individuale e stimolate e messe a sistema da dirigenti capaci di andare oltre alla gestione del quotidiano e delle continue emergenze. Non sono poche queste realtà, ma restano tuttavia una minoranza. La politica scriteriata che porta a classi sempre più numerose insieme ai troppi accorpamenti tra scuole, sommata alla mancanza di un concorso per dirigenti continuamente rinviato con il conseguente uso massiccio di dirigenti reggenti, ha creato situazioni insostenibili. Oggi un dirigente scolastico deve svolgere un’enorme quantità di funzioni. Con l’introduzione degli “ambiti” decentrati, che assumono funzioni di coordinamento e gestione che erano state prima dei Provveditorati provinciali e poi degli Uffici Scolastici Regionali, il carico che grava sui dirigenti più attivi è abnorme. E invece le scuole hanno bisogno di dirigenti e gruppi capaci di orientare e promuovere la ricerca e l’innovazione didattica, senza la quale la scuola muore. Ma per guidare la crescita umana e professionale di noi insegnanti bisogna essere dotati di uno spessore culturale, una capacità di visione e del coraggio di sapere andare controcorrente che a molti manca. Così i maggiori investimenti in formazione in servizio, utili e necessari, rischiano ancora una volta di non valorizzare le risorse umane e culturali presenti nelle scuole, ma spesso sottovalutate. È soprattutto di un’autoriforma dal basso che la scuola ha bisogno. Ma chi è in grado di promuoverla oggi? Cosa pensa delle accuse mosse alla scuola da alcuni opinionisti e nello specifico alla scuola primaria dalla famosa lettera dei 600 accademici?
Quella lettera è una vera porcheria. Partendo da problemi reali si prospettano soluzioni risibili. Come si fa a sostenere che la scuola diventerebbe più seria se chi insegna alle elementari venisse controllato dai docenti delle medie, che a loro volta dovrebbero essere controllati dai professori delle superiori? Poi naturalmente, poiché l’appello era rivolto a rettori ed accademici, si sono guardati bene dal mettere in discussione l’Università che, perlomeno riguardo alla formazione iniziale dei docenti, è forse il settore dell’istruzione che funziona di meno. Il tutto condito da nostalgie reazionarie davvero insopportabili. Come si fa a sostenere che Lorenzo Milani e Tullio De Mauro siano tra i responsabili del degrado della scuola di massa, quando sono stati tra i pochi grandi intellettuali del nostro Paese che si sono sporcati le mani in una relazione costante e appassionata con il mondo della scuola? La verità è che in Italia, dall’introduzione della Media unica 55 anni fa, non si è mai investito in modo adeguato e coerente perché la scuola divenisse un reale volano di ascensione e rimescolamento sociale. Il problema fondamentale è la formazione?
Certo, il problema della formazione è cruciale, ma ancor più quello della responsabilità e dell’etica individuale, perché il buon funzionamento di un’istituzione si dà solo quando si intrecciano leggi adeguate e buone pratiche, che non possono non venire dal basso. Qui sta il nodo culturale che blocca l’Italia, perché molti si lamentano, anche a ragione, ma troppo pochi si assumono la responsabilità di testimoniare con persuasione che si può fare di buono a scuola, dando voce e dignità a bambini e ragazzi. Senza paura di esagerare penso che il modo in cui sono concepite e organizzate la maggioranza delle facoltà di Scienza della formazione è fortemente diseducativo. Andrebbero radicalmente ripensate, ma sul serio. Nei decreti attuativi che riguardano lo 0-6 si propone la laurea obbligatoria anche per le educatrici ed educatori dei nidi. Benissimo, ma sai cosa accadrà? Ci sarà un corri corri per accaparrarsi queste nuove cattedre, senza alcuna riflessione organica su che cosa significhi inventare una facoltà capace di formare un’educatrice dei nidi. L’Università in Italia sembra incapace di autoriflessione e si muove sempre per compartimenti stagni. Ciascuno pensa al suo: non c’è mai la capacità politica – nel senso più alto del termine – di affrontare le questioni culturali prendendole di petto dal punto di vista giusto. Si parla tanto di corruzione, ma l’Università è uno dei luoghi più corrotti, sia per il modo con cui vengono scelte e create le cattedre che per il modo, criticabilissimo, in cui si è scelto di organizzare la valutazione dei professori. Tutti ne paghiamo e ne pagheremo le conseguenze. Ha scritto che la scuola primaria è un luogo delicatissimo, una sorta di “pronto soccorso culturale”. Da cosa dipende?
Ci sono due elementi da considerare. Da una parte il disagio crescente dei bambini, che dipende da una grande crisi della famiglia, accentuata in alcuni casi anche da condizioni di indigenza. La crisi però è anche psicologica: moltissimi adulti vivono male da molti punti di vista e questo si riflette nei disagi crescenti dei bambini. Lo dimostra la crescita esponenziale di bambine e bambini catalogati come di Bes (cioè con bisogni educativi speciali). E allora bisogna riflettere seriamente sul fatto che, se c’è un disagio forte nella società, l’infanzia è la prima vittima. Dall’altra parte c’è la grande questione dei figli degli immigrati. Bisogna distinguere se sono di prima o di seconda generazione, ma comunque per lavorare in classi con livelli di comprensione della lingua italiana molto diversi e saper valorizzare e dare dignità e ascolto a diverse idee e concezioni del mondo, ci vuole una grande preparazione e disponibilità umana. In generale va detto che sia la scuola dell’infanzia che la scuola primaria, complessivamente hanno reagito bene. Sono stati certamente i luoghi pubblici più accoglienti nei confronti degli immigrati, nonostante siano state le più penalizzate dal mostruoso taglio di oltre 8 miliardi fatto da Tremonti, quando faceva il ministro dell’Istruzione mascherato da Maria Stella Gelmini. La scuola che insegna o la scuola che accoglie? Si possono fare entrambe le cose?
Non c’è da una parte una scuola accogliente, che cura le relazioni, e dall’altra una scuola seria e rigorosa che istruisce. Questa contrapposizione la creano ad arte opinionisti come Ernesto Galli della Loggia. La scuola diventa capace di costruire e diffondere cultura tanto più riesce ad essere accogliente, tanto più è in grado di curare le relazioni reciproche. Un buon rapporto con la letteratura, la scienza, la matematica o l’arte ce l’hai se abiti un luogo dove stai bene e dove giorno per giorno c’è chi costruisce e ci si prende cura di una composita comunità. Questo è il punto chiave. La scuola funziona quando ci sono insegnanti capaci di trasformare le classi in piccole comunità in cui ci si ascolta e ci si rispetta. In cui si lavora attivamente perché le differenze non si trasformino in forme palesi o velate di discriminazione. Conoscere il mondo, conoscere gli altri e incontrare se stessi sono processi che si alimentano vicendevolmente. Nella mia classe da due mesi stiamo ricercando intorno alla luna intrecciando scienza, disegno, poesia e introspezione personale. Mentre proviamo a studiare forme e movimenti del nostro astro, ci conosciamo di più tra noi. Bisogna farla finita con la vulgata interessata per cui l’abbassamento del livello culturale della società ha le sue radici nel ’68 e nei suoi figli. Sono oltre trent’anni che si insulta la cultura, che si impoveriscono i già scarsi luoghi di fruizione e promozione culturale nei nostri paesi, città e periferie. Rendiamo la vita impossibile alle biblioteche, ai teatri, non siamo in grado ci creare luoghi pubblici capaci di alimentare i nuovi linguaggi e la creatività delle giovani generazioni: di cosa stiamo parlando? Si è proposto, giustamente, di aprire le scuole al pomeriggio per ospitare attività di associazioni e realtà vive dei territori, ma poi non ci sono soldi per chi apre, per chi pulisce. La cura di una socialità non conflittuale dovrebbe essere la prima emergenza culturale a cui far fronte, ma poi, all’atto pratico, in ben pochi luoghi si agisce in questo senso con coerenza. La scuola è un organo dentro a un corpo sociale, non ce lo dimentichiamo mai. A che cosa serve la scuola quindi?
A essere più liberi nel pensiero, ad avere più strumenti conoscitivi, ad aprirci e a imparare ad imparare dagli altri. Chi ci crede prova a lavorare perché la scuola di base sia il luogo privilegiato in cui ragazze e ragazzi acquistino fiducia nelle propria capacità di pensare in autonomia. Per noi insegnanti questo è un compito davvero impegnativo, perché bisogna andare controcorrente e batterci contro la semplificazione imperante. Eppure è proprio questo quello a cui penso quando parlo di una scuola che è un pronto soccorso culturale; mi riferisco a questo bisogno di democrazia da praticare, al diritto di articolare parole pensate, ragionate, che si arricchiscano «sfregando e limando i nostri cervelli contro quelli degli altri» come auspicava Montaigne, affrancandoci dai troppi monologhi che ammorbano il web. Piero Calamandrei sosteneva che la scuola deve essere un’incubatrice di vocazioni. Ma per esserlo dovremmo riuscire a dare a ciascuno lo spazio e la possibilità di scoprire quali contorni abbia il proprio carattere. In fondo a cosa servono le discipline? A scoprire le nostre inclinazioni più vitali e a capire qual è la strada migliore che possiamo imboccare per esplorare e scoprire il mondo. Viviamo in tempo particolarmente difficile e i bambini, fin da piccoli, sentono in vari modi il peso della grande crisi, del non lavoro. Questo orizzonte così chiuso non favorisce il desiderio e la fiducia nell’imparare. Per questo noi insegnanti siamo chiamati a contrastare con forza la generale de-alfabetizzazione, consapevoli che si tratta di remare contro corrente. Voi insegnanti dovete dare certezza della conoscenza…
Il clima generale è contro chi ragiona e pensa in autonomia. Forse non ci sono dei complotti per tenere il popolo in stato di ignoranza, ma di fatto è questo che accade. Si restringono le opportunità di formazione personale di bambini e ragazzi e questo è un grave danno per tutti.
Carlo Lucarelli, durante il photocall della fiction RAI La Porta Rossa, Roma, 15 febbraio 2017.
ANSA/ALESSANDRO DI MEO
Scrittori si raccontano al microfono di Radiolibri. Parlano dei loro lavori e dei loro sogni. Delle loro inquietudini e delle loro letture. Interviste molto off e non paludate. Una missione sotto copertura, nell’Italia del 1953. È il tema dell’opera di Carlo Lucarelli, che segna il ritorno in scena del commissario De Luca. Ospitiamo qui l’intervista che ha rilasciato alla web radio RadioLibri (qui nella versione audio)
Intrigo italiano segna il ritorno in libreria dopo quasi vent’anni del commissario Achille De Luca, l’artefice di questo ritorno è ovviamente il suo papà, il suo creatore, Carlo Lucarelli, al quale do il benvenuto al microfono di RadioLibri.
Allora, 20 anni di silenzio non sono pochi. Avevamo lasciato “il nostro” in via delle Oche nel 1996. Che cosa ti ha portato a farlo tornare tra noi? Non è che l’abbia mai abbandonato eh, perché i personaggi hanno una vita che non è quella dei loro autori. Sono vent’anni, ma in realtà non sono passati vent’anni per De Luca. Sono passati tre anni, tre o quattro anni. Dal ‘48 dove l’ho lasciato al ‘53 dove lo ritroviamo, insomma. Il punto è che ho trovato un’altra storia che lui mi poteva raccontare e quando si sono formate – da una serie di coincidenze – una trama che mi sarebbe piaciuto raccontare, un pezzo d’Italia che mi sarebbe piaciuto vedere e una persona che me la poteva raccontare – che era lui – ecco che lui è arrivato, e me l’ha raccontata. Hai parlato della trama. Velocissimamente: essendo un noir, non diciamo troppo. Però per gli ascoltatori diamo una breve indicazione. De Luca è a Bologna ovviamente, tra gli anni ‘53 e ‘54, e indaga sull’omicidio di una donna trovata senza vita nel “trappolone”, la garçonnière diciamo del marito, dove l’uomo si comportava da scapolo, sennonché lo stesso marito aveva perso la vita 2 mesi prima. Giusto? Non diciamo altro. Anzi aggiungiamo una cosa: che lui indaga sotto falsa identità con la collaborazione – o su mandato – dei servizi. Ho detto troppo? No. Questo è il cuore di tutta la vicenda. De Luca che indaga come al solito senza avere il potere di farlo come vorrebbe lui. Cosa ti ha portato in quegli anni, tra il ‘53 e il ‘54. Sono passati 3-4 da dove avevamo lasciato il protagonista.
Beh sono anni importanti, anni in cui l’Italia sta cercando di darsi un’identità e sono anni di d’identità molto forti. C’è la guerra fredda, quindi “o di qua o di là”, e sono anni confusi in cui ci sono le radici di tante cose che siamo diventati dopo, che siamo anche adesso. E poi sono anni molto molto belli da raccontare. Bologna soprattutto in quegli anni lì era una curiosissima città piena di navigli per esempio, navigabile. Con le lavanderie che lavano i panni in mezzo alla città, una cosa adesso impensabile. Un sacco di neve durante l’inverno, la musica che sentiva canticchiare dappertutto, marce di mondine alla festà dell’Unità. Insomma era una città talmente strana, bella. E quegli anni lì sono anni così, anni che sembrano di fioritura, ma che sotto sotto nascondono tantissimi intrighi. Infatti, è una Bologna molto musicale, quella che alterna il liscio al Jazz. Che tipo di ricerca c’è proprio dietro a questo libro. Insomma gli anni ‘53 – ‘54 non li hai vissuti tu. No infatti, sono di un pochino dopo. Ho fatto una ricerca, soprattutto attraverso i settimanali. Ho usato questo sistema. Sono andato a cercarmi tutti i settimanali, giorno per giorno, settimana per settimana, di quello che volevo raccontare. E poi ho cominciato a sfogliarli e da lì ho visto… mi sono documentato meglio sulle notizie che allora la gente riteneva più importanti, che non sono quelle che magari noi col senno di poi, con la storia, abbiamo considerato veramente importanti.
Poi ci sono tantissimi dettagli meravigliosi: le pubblicità, quello che si ascoltava alla radio, il dove si attraversava la strada, con le strisce pedonali naturalmente non c’erano, fino al ‘59 non esistono, quindi la gente saltellava – come vediamo nei film – da un capo all’altro della strada con lo scampanellio dei tram che a momenti li investivano. Ecco, ho cercato di fare questo tipo di ricerca, che è una ricerca soprattutto di gesti quotidiani. Ecco De Luca toglie una mano dalla tasca e prende qualcosa. Cosa? Cosa c’era in un settimanale del 1953 quel giorno lì a Bologna? Di certo non prende un cellulare, chiaro. No certo, spero di non aver fatto questi errori. No assolutamente l’“uomo del mistero” indaga questa volta nel mistero di quello che fu la nostra Italia. Che italia era quella di quegli anni, non soltanto Bologna? È una Italia che sta cercando di capire, una Italia ancora in guerra, perché è appena iniziata la guerra fredda naturalmente. E una curiosa Italia che si vuole ricostruire, che vuole pensare ad altro, vuole dimenticarsi della guerra, è l’Italia che aspetta il boom economico che in certi posti – come Bologna per esempio – già è quasi arrivato. Però allo stesso tempo è una Italia curiosa, un’Italia che a molti non piace. Vorrebbero cambiarla e siccome non la possono cambiare con mezzi democratici, vorrebbero cambiarla con mezzi sotterranei. Infatti le radici dei cosiddetti misteri italiani – che poi in realtà sono segreti italiani, che a me è capitato di raccontare tante volte – stanno in quegli anni lì, nell’attività di sottogoverno di tanti personaggi che tramano nell’ombra, come succede negli intrighi italiani. Carlo, il commissario De Luca non è il tuo unico personaggio seriale, ne hai creati diversi: l’ispettore Coliandro, l’ispettore Grazia Negro. Perché così tanti e non soltanto uno. Ognuno di loro rappresenta una parte di te forse? Questo non lo so, io non la vado a cercare, perché mi interessa poco di raccontare a me stesso. Ognuno di loro è in grado di raccontarmi una storia che altri non potrebbero raccontare. Io ho cominciato con il commissario De Luca, ho scritto i primi due romanzi con lui che viveva nell’Italia dell’immediato dopoguerra, della guerra, eccetera, e poi, quando mi è venuta in mente una storia che potesse raccontare la Bologna della Uno bianca – per esempio -, quella che stavo vivendo negli anni 90, non me la poteva raccontare lui. E allora ecco che è arrivato Coliandro. Poi Bologna ha cominciato a diventare quella più inquieta, strana, di Almost Blue – che è un altro dei miei romanzi – e Coliandro non era in grado di raccontarla, e De Luca era troppo vecchio. Perciò è arrivata Grazia Negri. E così via. Ho raccontato l’Italia coloniale ed è arrivato il capitano Colaprico con il suo assistente Ogba, e così via. Tutte le volte che mi viene in mente un’idea io mi chiedo: chi me la racconta questa? Ecco, poi si rimane più affezionati ovviamente ad alcuni personaggi rispetto ad altri. Alcuni personaggi hanno una vita, Coliandro è diventato un personaggio televisivo – lo dico senza senza rimpianto – nel senso che vive lì soprattutto. De Luca invece è ancora quello lì, che mi racconta quell’Italia lì, un po’ vecchia, che però è sempre quella di oggi. Quindi non ti senti un infedele.
No, non mi sono ancora sposato con nessuno dei miei personaggi (ride). Sono persone che incontrò. Come quando prendi il treno e tutte le mattine incontri un tizio che ti racconta una cosa. Poi magari la sera sei da un’altra parte e parli con altre persone. Infatti tu in diverse interviste – anche recentemente – hai detto che i tuoi personaggi vivono in qualche modo di una vita propria, prendono loro sopravvento quando cominci a scrivere Sì, questo lo dicono in molti scrittori ed è vero, perché magari cominci con un’idea… avevo un’idea per questo romanzo, pensavo che De Luca avrebbe fatto alcune cose, poi mi sono accorto che se ne chiedeva di altre. Si è innamorato – per dire – che è una cosa che non mi sarei mai aspettato quando ho cominciato a scrivere il romanzo, ed è diventato un pezzo importante dello svolgimento della storia, che ovviamente non dico, però è stata una sorpresa ad un certo punto vedere che ansimava e aveva i rossori da adolescente quel personaggio lì. Mi ha molto colpito. Quindi non posso dire di chi si innamora. No. Oddio, o forse si. No vabbè ormai mi ha detto di no, quindi non vado oltre. Il titolo Intrigo italiano richiama un po’ “intrigo internazionale”. È un richiamo voluto? Sì, perché all’inizio lo avevo pensato come “Intrigo internazionale”, poi mi sono accorto che non è vero, molte delle cose che succedono in Italia succedono per motivi molto italiani. E questo è un intrigo veramente tutto italiano. I soggetti sono anche i servizi segreti, sono tutti lì con degli interessi che sono interessi nazionali. Per gli ascoltatori che ancora non l’hanno letto, il libro, De Luca indaga – l’abbiamo detto poco fa – sull’omicidio di una donna il cui marito è morto da pochi mesi e lo fa sotto falsa identità insieme ai servizi. Ci deve essere sempre il mistero in qualche modo nei tuoi libri, vero? Certo si, è la cosa che mi piace di più raccontare. C’è un mistero nella storia internazionale di cronaca – ovviamente – che vorresti indagare e soprattutto comprendere e portare alla luce, alla verità Internazionale non so, nazionale ce ne sono tanti, ne abbiamo raccontato tanti, di misteri. Mi hanno insegnato a parlare di segreti e non di misteri, anche se a me piace di più la parola mistero. Però sono segreti, nel senso che la verità c’è da qualche parte, sta in un cassetto e molte volte lo sappiamo già anche noi. Solo che non si può dire proprio fino in fondo, perché ci mancano le carte giudiziarie. E a livello nazionale io ho sempre scelto Bologna (come caso che vorrei portare alla luce nda), la strage di Bologna. Vorrei sapere chi sono i mandanti, e perché c’è stato il depistaggio. E perché è stata fatta quella strage lì. Siamo negli anni 80, il 2 agosto 1980. È una scelta perché anche gli altri misteri sono altrettanto importanti. A livello internazionale vorrei sapere se veramente – come è girato su internet e come abbiamo raccontato scherzando anche noi una volta – se veramente Elvis Presley uccise Kennedy. È una teoria che gira. Ovviamente è una cosa pazzesca. Però voglio dire, il mistero di Kennedy… sapere esattamente cosa è successo scioglierebbe molti dei misteri anche successivi. Perchè l’importante dei misteri è capire i meccanismi, non tanto “chi è stato”. Quando capisci il meccanismo capisci che può essere riprodotto. Perché come dici tu, spesso si intuiscono le cose, ma non si hanno le carte giudiziarie per provarlo. Questo è il problema. Ho raccontato tanti misteri in televisione e non sai quanta roba c’è che avrei voluto dire e che non ho potuto dire.
Intanto però, è un dato di fatto, si può leggere, se ne può parlare, si può dire: Intrigo italiano, edito da Einaudi, è il nuovo romanzo di Carlo Lucarelli con protagonista il commissario De Luca.