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La «profonda preoccupazione» dell’Onu per lo sgombero di 800 rifugiati a Roma

Le operazioni di sgombero da parte delle forze dell'ordine dello stabile occupato dai migranti e richiedenti asilo a piazza Indipendenza, Roma, 19 agosto 2017. ANSA/ANGELO CARCONI

L’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) in una nota ha espresso «profonda preoccupazione» per l’improvviso sgombero del 19 agosto scorso di 800 rifugiati dalla palazzina di via Indipendenza a Roma. Lo stabile, a pochi metri dalla stazione Termini, dell’ex sede dell’istituto superiore di protezione ambientale (Ispra) era occupato dal 2013 e dava accoglienza a circa 250 famiglie, per la maggior parte formate da rifugiati eritrei ed etiopi. Lo sgombero, cominciato alle prime luci dell’alba ha colto di sorpresa i rifugiati che sono scesi in strada per una breve protesta, sebbene l’operazione si sia svolta in modo pacifico.

Nella nota l’Unhcr sottolinea come quello di via Indipendenza non sia un caso isolato: a Roma sono migliaia i rifugiati costretti a dormire per strada in assenza di strutture di accoglienza adeguate. Come si legge nella nota: «La situazione di grave disagio e marginalità in cui vivono migliaia di rifugiati, incluse molte famiglie con bambini, in insediamenti informali ed occupazioni si protrae ormai da molti anni rendendo urgente la messa in atto di concrete strategie di intervento sociale per tali contesti». E nonostante lo sgombero del palazzo di via Indipendenza sia stata una delle più grandi operazioni avvenute nella Capitale negli ultimi anni, le istituzioni non hanno offerto soluzioni di accoglienza alternativa per i migranti sgomberati dalla palazzina. «Desta particolare preoccupazione – continua l’Unhcr – l’assenza di soluzioni alternative per la maggioranza delle persone sgomberate. Infatti nonostante ad alcune persone vulnerabili sia stato concesso di rimanere nel palazzo, circa 200 persone, tra cui circa 50 donne, sono state costrette a dormire per strada vicino a via Indipendenza». L’Unhcr conclude la nota richiedendo alle autorità locali e nazionali di trovare una soluzione immediata per gli 800 rifugiati ora costretti a dormire in strada, con l’auspicio che il problema dell’accoglienza nella Capitale possa essere risolto. 

Dagli attentati del 2004 a Barcellona, ecco come è cambiato in Spagna il fronte jihadista

A police officer gestures, backdropped by an overturned car at the spot where terrorists were intercepted by police in Cambrils, Spain, Friday, Aug. 18, 2017. A white van jumped up onto a sidewalk and sped down a pedestrian zone Thursday in Barcelona's historic Las Ramblas district, swerving from side to side as it plowed into tourists and residents. Police said 13 people were killed and more than 50 wounded in what they called a terror attack.(ANSA/AP Photo/Emilio Morenatti) [CopyrightNotice: Copyright 2017 The Associated Press. All rights reserved.]

Era il marzo 2004 – in 192 morirono, in 1800 rimasero feriti – e la tragedia della stazione di Atocha, Madrid, per gli spagnoli diventò una sigla funesta: 11M. Per tredici anni la Spagna era rimasta lontana dalla furia dei folli islamismi che hanno colpito negli ultimi anni l’Europa in Belgio, Francia, Germania.

Tredici anni fa il terrore islamista non è cominciato a caso, senza movente: ha avuto una miccia, la guerra d’Iraq. Quando Jose Maria Aznar accusò i separatisti baschi del terrore di Madrid – invece di capire che era una diretta rappresaglia dell’invasione – fece spallucce e poi spalla a spalla con George Bush e Tony Blair, in un conflitto che solo dopo fu dichiarato inutile, sbagliato, di cui nessuno dei potenti ha mai pagato le conseguenze, un conflitto poi riconosciuto come l’evento catalizzatore dell’insorgenza. All’epoca la Spagna, territorio dei mori dall’ottavo al quindicesimo secolo, era, secondo il verbo di al Quaeda, stata rubata dai cristiani. Nel 2003 la Spagna di Aznar mandò le sue truppe ad invadere l’Iraq, ma nel 2015 la Spagna di Rajoy annunciò di non volersi unire alla campagna contro l’Is nel Levante di Siria e Iraq.

Tredici anni fa la Spagna fu colpita dal “gruppo islamico combattente del Marocco”, un gruppo in arrivo da un paese dove Mohamed VI, che regna dal 1999, ha combattuto il salafismo con un pugno di ferro, un pugno che è di una mano ferma, quella del Bcij, Bureau central de Investigations Judiciaries, i capillari servizi segreti di uno stato nordafricano, colpito nelle sue capitali, nel 2003 a Casablanca, a Marrakesh nel 2011. Se in Europa gli attentatori erano di origine marocchina, alcuni di quelli di Casablanca – sei – erano di origine europea. All’epoca, nel 2003, gli attentatori ragazzini di Barcellona forse stavano imparando a camminare, erano appena nati e sarebbero cresciuti in un mondo in cui l’arena della jihad è globale, un mondo in cui anche ciò che dovrebbe fermare il terrore, lo alimenta. Sono stati gli accademici dell’università di Granada e gli ufficiali carcerari che hanno confermato che «le attività dei jihadisti non terminano al momento dell’arresto, in cella, privati della loro libertà, ma continuano nelle istituzioni penitenziarie. Sono proprio le mura delle celle che permettono di indottrinare, di portare avanti il messaggio di disperazione, generare un’identità collettiva e legittimare il terrorismo. Le prigioni favoriscono la radicalizzazione».

Le prigioni spagnole, dove si coltivano jihadisti come piante da seminare e annaffiare, sono piene. Nonostante le polemiche del giorno dopo, quelle che accompagnano ogni attentato, in ogni parte del mondo, su ogni giornale e dibattito tv del globo, questo era un attacco che si aspettava da anni: lo dicono le statistiche e i servizi segreti. Secondo l’Europol, la Spagna ha il secondo numero più alto di arresti di terroristi islamici: 187 solo nel 2015. Precede la penisola iberica solo la Francia, con 424 detenuti, ma la popolazione di musulmani in Spagna è pari al 2,1% della popolazione, mentre in Francia al 7,5%.

Almeno 170 spagnoli sono andati a combattere in Siria da foreign fighter, un numero inferiore a quello di molti Stati europei, dove però non sempre tutti i dati sono registrati o noti. Le agenzie di sicurezza stanno monitorando attualmente 1100 persone con visioni radicali, mentre il Paese sta ricevendo il più alto numero di migranti da anni: 9000 arrivi negli ultimi 8 mesi, 3 volte di più che nell’ultimo anno. Nonostante la maggior parte siano migranti in cerca di asilo, l’Is cerca di infiltrarsi tra loro. Robert Verkaik ha scritto che due cose non sono state dette dopo lo stupore della tragedia: è stato un attentato da low tech terror, da tecnologia primitiva, e questo vuol dire che l’Is non ha più i mezzi per lanciare operazioni sofisticate, vuol dire che ormai questi sono i suoi spasimi. Il low tech terror model, una strategia militare di basso livello tecnologico, è però quello che le agenzie hanno paura diventi il modus operandi delle prossime generazioni di jihadisti.

Gli attentatori di Barcellona erano troppo impreparati perfino per usare la “madre di satana”, l’esplosivo di perossido di acetone, che avrebbero scagliato contro la Sagrada familia. Il loro addestramento, come la loro radicalizzazione, era pari alla loro conoscenza reale del Corano: rapida, superficiale, irrisoria. Intanto tante frasi e foto si dedicano ai morti, quasi mai ai sopravvissuti. Tanta retorica scorre a fiumi dalle bocche dei politici: «non cambieranno il nostro modo di vivere». No, non lo cambieranno, a prescindere dalle frasi del giorno dopo. A Barcellona c’era Chris Pawley, 30 anni, che c’era già a Manchester, all’arena di sangue del 22 maggio, quando 22 persone sono morte. Era in Spagna per un altro festival musicale, un paio di quartieri da Las Ramblas. Quando il Manchester evening news l’ha chiamato per una dichiarazione, tutto quello che è riuscito a dire è “non posso crederci”, ma ha continuato a visitare la città.

È l’Europa che si sposta e che in fin dei conti, nonostante il sangue, – non immaginato, ma visto, annusato, sentito -, continua comunque a vivere, a camminare, viaggiare. Non si è fermata nel 2004, non si fermerà nel 2017. L’australiana che passeggiava nella capitale catalana, Julia Monaco, era a Londra quando a giugno un ufficiale di polizia veniva accoltellato al Borough Market. E adesso? «Finiremo la vacanza» ha detto alla Bbc.

No, non ci aiuterà contro il terrorismo questo nostro provincialismo ignorante

Guardate bene questa mappa:

Ad oggi gli attentati terroristici nel 2017 sono 866 e hanno provocato 5.225 morti circa. Guardatela bene. è una di quelle immagini che serve per sprovincializzare un pregiudizio che troppo spesso qui dalle nostre parti è più figlio di un inquinamento politico o delle false convinzioni figlie della paura piuttosto che di una reale informazione. Osservatela e poi, se ne avete lo stomaco, sfogliate alcuni di quei quotidiani che da giorni raccontano il terrorismo come conseguenza diretta degli sbarchi, delle ONG, della Boldrini e tutte le altre mischiate che ci vengono propinate a tamburo battente.

Eccola la dimensione del mondo. Ecco le dimensioni di una guerra vigliacca e infame che i terroristi stanno appiccando nelle teste, ancora più che per le strade. Ecco soprattutto il provincialismo di una narrazione tossica che ha il fegato di ridurre tutto questo a un editorialino smunto e bilioso contro lo Ius Soli.

Del resto questo nostro contemporaneamente “federalismo delle responsabilità” intriso di xenofobia funziona così: continuiamo a credere di essere il centro del mondo mentre stiamo in una risibile periferia e ci convinciamo di dovervi occupare di spazi sempre più ristretti. La solidarietà diventa qualcosa da esercitare solo nel raggio di qualche metro e il pensiero si infeltrisce in uno sguardo miope e insieme strabico. L’ignoranza, appunto. L’ignoranza.

 

Perché i diritti umani in Siria non contano più

Evirato, le sigarette spente sul corpo paffutello, le ossa rotte e un colpo di pistola alla nuca per finirlo. Era morto così il dimenticato Hamza Ali al Khateeb, tredici anni, che il 29 aprile del 2011, poco dopo l’inizio della primavera siriana, insieme ai genitori era andato a manifestare per chiedere la fine dell’assedio alla città di Dara’a, vicino al confine con la Giordania, epicentro manifestazioni antiregime. “Alcune persone sono state uccise, altre ferite, altre ancora arrestate. A un certo punto, non sapevamo cosa fosse successo a Hamza: era semplicemente scomparso” raccontò un cugino del ragazzo. Il tredicenne riemerse pochi giorni dopo. In un video pubblicato dai parenti si vedeva il corpo disteso su un cellofan di plastica: sul cadavere i segni delle torture ben visibili. Le immagini vennero trasmesse da diverse televisioni e scioccarono il mondo. Molti giornali dedicarono la copertina alla storia del “ragazzino di Dara’a ucciso dal regime siriano”….

L’articolo di Shady Hamadi prosegue su Left in edicola


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La fantasia di John Fante e la sua America vera

Strana sorte davvero, quella di John Fante. In Italia e non solo. Approdato nel nostro Paese con la prima ondata di grandi autori novecenteschi; ospitato in Americana, la memorabile antologia con la quale Elio Vittorini formò una generazione di intellettuali, scrittori e lettori, nel segno del vitalismo e dell’antiretorica; presenza fissa, accanto a Hemingway, Faulkner e Fitzgerald, nella storica collana mondadoriana Le Meduse, Fante non è però mai assurto allo stato di classico contemporaneo.

La prima generazione di critici che inaugurarono, anche a livello accademico, gli studi americani, lo inserì piuttosto tra i minori, pur riconoscendone il talento di narratore: una valutazione che discendeva probabilmente dalla stessa critica statunitense, a sua volta pronta a incasellare Fante tra gli scrittori italoamericani (insieme al Di Donato di Cristo tra i muratori) oppure, insieme a Nathanael West, tra gli autori losangelini, capaci di raccontare in una chiave inedita la città dei sogni e di guardare a Hollywood e al suo mito con la giusta dose di disillusione e di cinismo.

Se lo status di “minore” ha rappresentato per certi versi una condanna – e certamente non rese felice Fante, il quale, fatta salva la parentesi di Full of Life, non avrebbe mai conosciuto in vita il successo dei suoi più prestigiosi coetanei, e avrebbe finito per accettare di guadagnarsi da vivere con i lauti e “sporchi” compensi delle major cinematografiche -, non è irragionevole pensare che, con il senno del poi, sia stato una fortuna…  ( l’articolo continua su Left in edicola, dal 25 al 27, lo scrittore, editor Minimum Fax e traduttore parla dell’autore di Chiedi alla polvere al Jhon Fante festival)

L’articolo di Luca Briasco prosegue su Left in edicola


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Lungo i sentieri della transumanza i passi della poesia

Ma Trivento, dov’è? E Pietracupa, davvero esiste un paese con un nome così strano? Dietro il nome di un paese si nasconde una storia che è il sedimentato di secoli, la sovrapposizione di popoli, le dispute e guerre lontane di epoche. A volte si parte proprio per il curioso desiderio di conoscere geografie italiane nascoste, appartate, di cui si scoprono improvvise bellezze o stati di brutale degrado. Incontrare paesi spopolati che vivono nel loro silenzioso abbandono, passeggiare su strade assolate, vicoli rabbuiati, strade di polvere che si perdono nelle campagne più selvagge, affacci da dove poter scorgere come nel Molise di mezzo un paesaggio arcaico che incanta, quello antico delle radici, lo spettacolo di colline ondulate e la profondità della terra. L’Italia originaria, quella contadina, si può vedere ancora qui nel suo paesaggio armonico e naturale, privo d’insediamenti industriali e sfregi architettonici, le grandi distese di terra gialla e le macchie verdissime di lecci e faggete, le vaste vallate dove può perdersi lo sguardo. Un patrimonio di alberi, animali, montagne, che l’uomo contemporaneo sembra non volere più, attratto invece dai luoghi metropolitani e frenetici del consumismo di massa dove i riti della Società dello Spettacolo imperversano in un infinito show, nella stagione estiva soprattutto sulla costa adriatica.
Invece, uscito dalle arterie autostradali di Vasto San Salvo, che quando si va a Sud, superata Pescara, sono sempre più vuote e ventose, meravigliosamente a misura d’uomo, sembra di varcare una frontiera invisibile, dalla Ss 650 lentamente si sale verso Trivento, nella provincia di Campobasso, sede di questo piccolo anti-festival paesologico, Rocciamorgia, una sorta di tentativo culturale di rianimazione, un pronto soccorso artistico che tenta di risvegliare un territorio il quale sembra addormentato in un sonno quieto che è quello dell’Italia interna, di cui ci si accorge che esiste solo quando arrivano a scuoterla i terremoti, i nubifragi, o qualche frana la minaccia nel profondo delle sue viscere fragili. Così, spostandomi in auto tra….

Il reportage di Angelo Ferracuti prosegue su Left in edicola


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La tragedia dimenticata: a Raqqa si muore ancora

TOPSHOT - People gather around the rubble of a hospital supported by Doctors Without Borders (MSF) near Maaret al-Numan, in Syria's northern province of Idlib, on February 15, 2016, after the building was hit by suspected Russian air strikes. MSF confirmed in a statement that a hospital supported by the aid group in Idlib province was "destroyed in air strikes". / AFP / AL-MAARRA TODAY / GHAITH OMRAN (Photo credit should read GHAITH OMRAN/AFP/Getty Images)

«Nella città di Raqqa, se non si muore per gli attacchi aerei, si muore per un colpo di mortaio; se non si muore per un colpo di mortaio, si muore colpiti dai cecchini; se non sono i cecchini, allora è un esplosivo. Anche qualora si riuscisse a sopravvivere, sopraggiunge la fame e la sete per mancanza di cibo, acqua, elettricità».

A ricordare la drammatica situazione della città siriana – scomparsa dai quotidiani e dai telegiornali come se fosse stata definitivamente liberata dall’Isis – è un paziente di 41 anni, soccorso da Medici senza frontiere mentre fuggiva portandosi dietro ferite di schegge al torace e il ricordo di sette familiari che – a differenza sua – non ce l’hanno fatta.

Per fare il punto, abbiamo contattato Robert Onus, il coordinatore per le attività a Raqqa di Msf, una delle poche organizzazioni presenti sul posto per rispondere alle necessità mediche della popolazione. Msf non fornisce la posizione esatta dei suoi operatori, ma sappiamo che ci sta telefonando dal nord della Siria. «Stiamo supportando gli ospedali di Tal Abyad, Kobane, Manbij, abbiamo altre attività in zone limitrofe, ed un team di ambulanze (otto in tutto, ndr) ponte a soccorrere i profughi vicino alle prime linee». Msf ha anche una postazione medica avanzata fuori Raqqa, dove i pazienti vengono stabilizzati. Si tratta di una postazione importante, perché per arrivare a Tel Abyad – il centro di soccorso principale – bisogna percorrere 100 Km.

«I pazienti che arrivano dalla città ci parlano di una situazione piuttosto difficile, con pesanti scontri in atto – prosegue Onus -. Noi riceviamo molti dei feriti. In gran parte vengono colpiti, durante il tentativo di allontanarsi dalla città, principalmente dall’esplosione di mine o dei cosiddetti dispositivi esplosivi improvvisati (Ied), che sono disseminati nelle strade. La possibilità di accesso a cure mediche all’interno della città al momento è limitato: l’ospedale di Raqqa sembra essere ancora in funzione, garantisce in parte un primo soccorso, ma non riesce a gestire tutte le richieste che arrivano».

Ad avere bisogno di aiuto, sono in particolare i più piccoli. «Riceviamo bambini feriti che scappano da Raqqa, ma anche famiglie e gruppi di persone che tentano la fuga, spesso nel mezzo della notte per evitare i controlli; l’altra settimana abbiamo ricevuto 12 persone, tutte colpite da esplosione, uno è inciampato su uno Ied, che ha colpito più persone, tra cui tre bambini appunto».

Le équipe di Msf gestiscono anche una clinica nel campo di Ain Issa e lavorano in diverse aree nella Siria nordorientale, che fino a poco tempo fa erano controllate dello Stato islamico. In tutto, nel nord della Siria, Msf gestisce 4 ospedali, e fornisce assistenza in totale a più di 150 strutture sanitarie nel Paese.

L’articolo è tratto dal numero di Left in edicola


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Sepulveda: «Rifiutare l’oppressione del neoliberismo è vitale»

Nel tuo romanzo, La fine della storia pubblicato in Italia da Guanda attraversi latitudini e ripercorri momenti storici diversi, combinando fatti realmente accaduti e finzione. In queste pagine e nel personaggio di Belmonte quanto c’è della tua storia personale?

Belmonte e io condividiamo molte cose; abbiamo lo stesso passato da militanti, siamo stati quasi negli stessi posti e abbiamo conoscenti in comune.

Hai dedicato il libro alla tua compagna, la poetessa Carmen Yáñez, la prigioniera 824 di Villa Grimaldi. In questo centro di tortura della polizia segreta di Pinochet “regnava” Miguel Krassnoff che nel 2011 è stato condannato a 120 anni di carcere per crimini di lesa umanità. Anche tu sei stato prigioniero della dittatura. Cosa ha significato a livello personale indagare su fatti di quel periodo storico per la costruzione del romanzo?

Non è mai semplice affacciarsi sull’abisso dell’orrore. L’inchiesta è stata soprattutto una conferma di ciò che sapevo già. Tuttavia mi ha permesso di mettere in ordine le informazioni e trasformare dati, nomi e notizie in letteratura. In ogni caso, affrontare situazioni del recente passato che hanno a che fare con i campi segreti di detenzione, con la tortura e le sparizioni forzate, è qualcosa che faccio con completa delicatezza e pudore, per rispetto verso le tante persone che hanno subito questi crimini.

L’ombra di quello che eravamo e dei fatti che sono accaduti in quegli anni in America Latina, ci accompagna sempre. Pensi che manchi una memoria collettiva, al di là di quella personale, che consenta di evitare che la storia si ripeta?

Il problema non è se ci sia o no memoria collettiva. Il problema è l’intenzione di annientare la memoria collettiva, di cancellare la storia e tutti quei fatti che oggi risultano scomodi al potere. Per esempio mentre ti rispondo, in Argentina, il governo di Macri sta liberando dei delinquenti condannati più volte per crimini contro l’umanità. Si tratta di torturatori, assassini, ladri di beni delle vittime della dittatura civico-militare degli anni 70. La legge dell’obbedienza dovuta (emanata nel 1987 allo scopo di sollevare i militari dalle responsabilità, senza possibilità di prova contraria, ndr), le amnistie, gli indulti, le liberazioni di criminali “per ragioni umanitarie” hanno avuto e hanno come obiettivo l’oblio dei crimini, l’eliminazione della memoria collettiva e della storia.

Sempre per Guanda è appena uscito in Italia Vivere per qualcosa, un dialogo a tre con José “Pepe” Mujica e Carlo Petrini sulla felicità. Cos’è la felicità per Luis Sepúlveda e per chi e cosa vale la pena vivere?

Immagino che ci siano molte definizioni di felicità. Una potrebbe essere quella che cantava Palito Ortega, un cantante argentino degli anni 60. Per me la felicità ha a che fare con l’armonia esistenziale che si raggiunge solo dove c’è giustizia sociale. Vivere senza paura e tra persone che non hanno paura, vivere senza l’oppressione di non sapere se domani si riuscirà a mangiare o no, e tra esseri umani che non sentano quella stessa oppressione. La felicità è un diritto e una questione sociale, si raggiunge con lo sforzo collettivo e si vive lottando per conquistarla.

Il modello neoliberista basato sul concetto di consumismo indiscriminato si è venduto per anni come l’unico possibile. Però ci offre un mondo virtuale, costruito solo sulle cose materiali. Cosa possiamo o dobbiamo fare per superare questo concetto e immaginare un futuro diverso per le nuove generazioni?

La proposta neoliberista consiste nell’accumulare ricchezza in poche mani, offrendo la possibilità di consumare come palliativo per coloro che restano fuori dall’élite ristretta che si arricchisce. L’idea della società di consumo, che consuma e si consuma, si appoggia su una serie di negazioni minori che portano a negazioni maggiori. Si nega l’accesso alla conoscenza di come, chi e dove si produce ciò che si consuma; si nega l’accesso all’informazione riguardo lo sfruttamento dei lavoratori e delle materie prime necessarie per i prodotti che si consumano; si nega l’accesso alla informazione riguardo l’impatto della produzione di massa sulle realtà sociali presso cui si svolge gran parte del processo produttivo e sulle sue ricadute nel nostro ambiente sociale, lavorativo e politico. Questa serie di negazioni porta ad accettare il consumo come unica proposta di vita. Ci privano della condizione di cittadini per farci acquisire lo status di consumatori.

Abbandonando l’idea di costruire società migliori ci ritroviamo a vivere con meno giustizia, sanità, educazione, sicurezza e cultura. Cosa possiamo fare?

Resistere, anche se è difficile resistere. E fare di questo atteggiamento la pietra angola re della nuova etica di cui la vita ha bisogno. 

Come vedi la situazione in Cile, pensando alle elezioni presidenziali di novembre e al difficile momento storico-politico dell’America Latina? 

In Cile c’è un panorama abbastanza coerente con una esperienza politica che si è esaurita. Nel 1990 si recuperò la normalità democratica, ma come disse il primo presidente post dittatura, quella cilena sarebbe stata, e lo è ancora, una democrazia “entro i limiti del possibile”. Quali siano questi limiti è molto chiaro: il modello economico neoliberista imposto dalla dittatura civico-militare è intoccabile, così come lo è la Costituzione che lo garantisce. Le forze politiche che presero in carico i successivi governi, una coalizione di “centro sinistra” e la destra tradizionale “pinochetista”, si unirono in un profilo unico di amministratori del sistema ereditato dalla dittatura dando continuità al modello economico neoliberista imposto dal 1973 in poi. Allo stesso tempo ci sono state alcune conquiste nel campo dei diritti umani, sono stati celebrati processi e comminate condanne ai militari criminali della dittatura, ma senza toccare mai nessun civile, responsabile tanto quanto gli aguzzini in divisa. Le politiche dei governi post dittatura hanno frustrato qualsiasi speranza di cambiamento generando delusione, abulia, fatalismo e rassegnazione. Alla intoccabilità del sistema, che ha fatto del Cile il Paese con la maggiore crescita economica e al contempo il più socialmente diseguale dell’America Latina, si è aggiunta la corruzione di quasi tutta la classe politica al governo. Che ha ceduto a ricatti sistematici, anche quotidiani, per legiferare nella direzione di una crescente perdita di potere dello Stato e di un sempre maggiore concentramento della ricchezza in poche mani. Bisogna ricordare che il Cile è l’unico paese al mondo che ha privatizzato tutta l’acqua. Ogni singola goccia dei fiumi, dei laghi, e anche i ghiacciai delle Ande. Come se non bastasse il governo cileno ha privatizzato anche il mare, consegnando lo sfruttamento senza controllo delle risorse marine a sette gruppi economici. Fino a dieci anni fa nessuno si è opposto a questa deriva. Poi gli studenti hanno iniziato a reagire mettendo in discussione il funzionamento del sistema. Oggi alcuni dirigenti della rivolta studentesca sono parlamentari e stanno dimostrando che è possibile fare politica senza essere corrotti. Poggia su di loro l’unica possibilità di cambiamento.

Durante la dittatura di Pinochet ti è stata tolta la tua cittadinanza naturale. Ora, dopo oltre 30 anni, l’hai recuperata. Cosa hai provato nel ricevere la notizia della restituzione?

Mi tolsero la cittadinanza cilena nel 1986. Io ero in esilio in Germania, ad Amburgo, e da lì partecipavo alle attività della resistenza. Collaboravo soprattutto con Analisis, un settimanale informativo che diventò il bastione della lotta contro la dittatura e che per questo pagò un caro prezzo, come l’uccisione di Pepe Carrasco, editore internazionale del giornale. Un giorno il dittatore emise uno dei suoi “decreti transitori” e tolse la nazionalità a 86 cileni in esilio, me compreso. Mi è stata restituita meno di due mesi fa. Come ho reagito? Con un po’ di allegria perché si riparava una ingiustizia e allo stesso tempo con tristezza perché molti dei miei compagni condannati alla condizione di apolide, nel frattempo sono morti. Mi sarebbe piaciuto festeggiare con un uomo molto degno, il generale dell’aviazione Sergio Poblete, un ufficiale integro che fu torturato dai propri compagni d’armi. Ricordo che dal suo esilio in Belgio cominciava qualsiasi intervento e azione di solidarietà con il Cile dicendo: “Mi chiamo Sergio Poblete, sono generale della Repubblica del Cile e socialista”. Mi sarebbe piaciuto celebrarlo con lui, ma è morto senza mai chiedere né implorare che gli fosse restituito il diritto alla sua nazionalità. Quanto a me, sono stato contento ma non ho espresso il minimo ringraziamento, perché non si dice grazie al ladro che ci ha restituito ciò che ci aveva rubato.

L’intervista di Gabriela Pereyra a Luis Sepulveda è stata pubblicata su Left del 13 maggio 2017

 

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Un pensiero per la sinistra

Una delle cose più importanti che ho capito nei tanti anni che ho frequentato l’Analisi Collettiva e Massimo Fagioli è stata che la sinistra ha un grave problema con il pensiero.
Quello che si ripete continuamente, per lo meno da 30 anni, è che c’è una crisi di valori, che c’è una crisi delle ideologie. C’è una crisi della sinistra, perché essa non riesce più a rappresentare i bisogni dei suoi possibili elettori perché non ha idee.
Nessuno però mette in discussione il fatto che ci possa essere una crisi del pensiero che in qualche modo fonda la politica di sinistra.
Come se le ideologie e i valori che sono in crisi, non siano pensiero. Il pensiero non viene messo in discussione. Come se la politica non abbia la sua origine in un pensiero che ne guida l’azione. Forse andrebbe capito cosa è il pensiero e poi, capito questo, andrebbe capito cosa è o dovrebbe essere un pensiero di sinistra.
Ma quando parliamo di pensiero? Certamente quando c’è rapporto con la realtà. Il pensiero scientifico ha un rapporto precisissimo con la realtà materiale. Tramite la sua applicazione l’attività umana ha acquistato una enorme potenza, una enorme possibilità di intervenire modificando la realtà materiale. L’attività umana ha di fatto sottomesso la natura. Possiamo evitare di svolgere tanta parte dell’attività fisica necessaria per la sopravvivenza perché ci sono macchine che possono sostituire la gran parte delle attività ripetitive che sono sempre state necessarie nella storia per produrre ciò che era necessario per vivere. E sempre più sarà così grazie allo sviluppo della tecnologia, figlia dell’enorme sviluppo del pensiero scientifico.
Il pensiero, come conoscenza del mondo, si è trasformato in azione economica potendo esprimere possibilità mai raggiunte prima. Perché il pensiero come rapporto con il mondo funziona perfettamente. Si hanno idee certe su cosa sia la verità relativamente alla realtà fisica. La conoscenza scientifica ha strutturato un metodo che permette di stabilire con certezza quando una teoria che descrive una realtà fisica sia vera o falsa. La certezza della verità e del rapporto con la realtà materiale ha permesso e permette le enormi conquiste della tecnica.
Ma poi si parla di ideologie politiche più o meno in crisi e di valori.
È perché non c’è un pensiero scientifico sull’essere umano che permette di stabilire ciò che è vero e ciò che è falso?
La politica e l’economia sono ciò che, di fatto, elabora nella pratica il pensiero sull’essere umano. Esse creano valore economico dai rapporti tra gli esseri umani. Qualunque transazione economica comprende gli esseri umani. Qualunque politica regola i rapporti tra gli esseri umani. Un’economia o una politica senza esseri umani non esiste. È allora evidente che affinché la politica e l’economia siano “umane” chiedono che si sappia qual è la verità umana. Esiste un’uguaglianza tra gli esseri umani? E se esiste un’uguaglianza, che cos’è la libertà?
La democrazia moderna è in fondo l’estensione dei diritti dei cittadini della polis a tutti i cittadini dello Stato. Ma la parola è rimasta la stessa: cittadini.
Non è stato mai messo in discussione che questo implica il concetto che esistono esseri umani che sono, usando le parole della fattoria degli animali di Orwell, “più uguali degli altri”. I cittadini sono tali perché diversi dai non cittadini, ossia da chi è fuori dalla città.
Qual è allora il pensiero degli esseri umani rispetto agli altri? C’è chi esercita un pensiero come ricerca, con il solo scopo di volere il bene e la realizzazione degli altri. Chi cerca la conoscenza senza un fine necessariamente materiale. La realizzazione materiale è lasciata al singolo, non è prestabilita a priori.
E c’è invece chi pensa che gli altri abbiano di base un pensiero errato e ritengono che sia necessario imporre il loro pensiero agli altri.
Il lavoro di Massimo Fagioli è sempre stato quello di cercare la realizzazione degli altri.
C’era un’impostazione di pensiero che aveva la certezza della possibilità della realizzazione umana e spingeva ad essa. Perché questo pensiero aveva e ha in sé la certezza della verità della sua origine dalla realtà biologica alla nascita. Un’eredità a disposizione di una politica di sinistra che volesse trovare la strada per elaborare un pensiero nuovo sulla realtà più profonda dell’essere umano.
Una possibilità di completare la rivoluzione scientifica che ha la certezza del rapporto con la realtà materiale con una rivoluzione culturale e politica basata sulla verità e la certezza del rapporto con la realtà umana.

L’editoriale di Matteo Fago è tratto dal numero di Left in edicola


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Siria, una guerra che tutti hanno già perso

TOPSHOT - A Syrian woman peers out the window as she sits in a train travelling through Aleppo's devastated eastern districts for the first time in more than four years, on January 25, 2017. It is the train's first such trip since rebels overran east Aleppo in the summer of 2012, effectively dividing the northern city into a regime-held west and a rebel-controlled east. / AFP / George OURFALIAN (Photo credit should read GEORGE OURFALIAN/AFP/Getty Images)

«La mia presenza era diventata un alibi. Né in Ruanda, né nell’ex-Jugoslavia ho mai visto cose così gravi come quelle che stanno accadendo in Siria: è una grande tragedia, non esiste ancora un tribunale». Con queste amare considerazioni, Carla Del Ponte ha annunciato la sua decisione di lasciare la commissione d’inchiesta Onu sulla Siria. Quella del magistrato svizzero, che è stata procuratrice capo del Tribunale penale internazionale dell’Aja per l’ex Jugoslavia (1999-2007) e per quello che si è occupato del genocidio in Ruanda, è l’ammissione di una sconfitta. Personale, certo, ma che nelle motivazioni che la sottendono chiama in causa le responsabilità di una comunità internazionale che ha osservato nel silenzio, complice, o fomentando una guerra per procura, il martirio di un popolo e la distruzione di uno Stato.

Istituita nel 2011, la commissione – composta da tre membri – ha visto l’ingresso di Carla Del Ponte nel 2012. Pur non potendo entrare nel Paese – e limitandosi quindi a interviste, foto e referti – negli anni ha documentato le atrocità commesse da entrambe le parti durante la guerra. Le indagini sono state a 360 gradi: armi chimiche, attacchi ai convogli umanitari, assedi che hanno decimato migliaia di civili. I loro rapporti, però, non hanno fatto breccia in un consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite ostaggio del veto russo che, ad esempio, ha sempre mostrato la ferma intenzione di non coinvolgere la Corte penale internazionale dell’Aja.

Con le sue dimissioni, Carla Del Ponte ha voluto denunciare sette anni di impunità, chiamando in causa le responsabilità delle due potenze globali, Russia e Usa e dei loro leader, di ieri (Obama) e di oggi (Putin e Trump). In un Paese ridotto a un cumulo di macerie, parlare di “vittoria” è un oltraggio alla memoria delle vittime oltre che un insulto alla ragione. Perché tutti hanno perso in Siria. Perché in Siria è morta l’umanità. Perché in Siria potenze globali e regionali hanno giocato con la vita di una intera nazione, mettendola in ginocchio, ipotecando il futuro delle generazioni a venire…

L’articolo di Umberto De Giovannangeli prosegue su Left in edicola


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