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«Ci parliamo con gli occhi»

«All’epoca io avevo solo 7 anni. Sono cresciuta con la mamma, tra Milano e Roma. Ora papà è stato ricoverato in un centro privato qui a Roma e io posso vederlo di più. Fosse venuto prima, tante cose non sarebbero successe e penso anche alla vicenda dei maltrattamenti da parte del badante. Piano piano sta migliorando, ma chiaramente non sono miglioramenti eclatanti: sono piccole cose che solo una persona dentro questa situazione può capire e apprezzare. Prima papà con la sinistra riusciva a scrivere e a disegnare. Ora non più. Ma ci siamo sempre parlati con gli occhi».

A parlare è Ginevra Nuti, figlia del regista Francesco che da undici anni vive non autonomo e privo di parola. Francesco Nuti è uno che finisce tra le notizie del giorno per la sua storia, il suo talento e la sfortuna dei suoi ultimi anni ma di figli che parlano con gli occhi ai propri genitori e se ne fanno carico per il resto della vita qui, in Italia, ce ne sono migliaia anche se non li racconta nessuno.

Perché in fondo questo è un Paese (anzi, è diventato) in cui invecchiare o essere cronicamente malati è un peso che ricade sui figli. Vicende famigliari dolorose e irrisolvibili che rientrano nelle statistiche ma non influenzano il dibattito pubblico o politico. Tra i rovesciamenti di questo tempo ci sono i dolori centellinati di chi non riesce nemmeno a soffrire rumorosamente ma si usura un poco al giorno: le facce dell’assistenza le trovi nelle sale d’aspetto degli ambulatori sovraffollati e sono figli che si ritrovano a fare da badanti e da tutori ai genitori che per l’economia sociale sono diventati un fastidioso peso.

Non è quindi solo la storia di Ginevra. No. È la storia di molti che solo per un caso ieri ha trovato un po’ di spazio. Uno spazio piccolo che meriterebbe un’attenzione enorme.

Buon mercoledì.

Biotestamento, stop alla legge: il Senato rimanda il voto e se ne va in vacanza

Un momento nell'aula del Senato durante l'esame del provvedimento di conversione in legge del decreto-legge sulla prevenzione vaccinale, Roma, 13 luglio 2017. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Rimandata a settembre. La legge sul testamento biologico doveva essere discussa oggi al Senato e invece, come in molti avevano previsto – a partire dall’associazione Luca Coscioni – la calendarizzazione è slittata alla riapertura dei lavori parlamentari. La presidente della commissione Sanità, Emilia Grazia De Biasi, ha dato la colpa del rinvio ai 3mila emendamenti presentati al testo: «Siamo in presenza di un atteggiamento di ostruzionismo, vista la grande quantità di interventi previsti in commissione e la presentazione di 3mila emendamenti. Ciò rende il percorso molto accidentato».

Il provvedimento resta, quindi, bloccato (insieme alla testo sul diritto di cittadinanza), eventualità di cui l’associazione Coscioni in prima linea da anni per questa battaglia di civiltà aveva già anticipato in una nota diramata lunedì come sarebbe andata a finire.

Si parla spesso di biotestamento, anche se sarebbe più corretto parlare di lotta per il riconoscimento del valore legale della sottoscrizione di “direttive anticipate” di fine vita, parlare di diritti umani, di dignità, perché la proposta di legge è sulle “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento sanitario”, cosa assai diversa dall’eutanasia, come abbiamo scritto anche di recente su Left .

L’approvazione di questa legge consentirebbe di registrare le proprie “Dat”-  dichiarazioni anticipate sui trattamenti sanitari – anche in Italia. Tra le terapie che si può decidere di accettare o rifiutare è compresa anche l’idratazione e l’alimentazione forzosa tramite sondino nasogastrico. Il testamento biologico o il diritto di poter rifiutare trattamenti di fine vita è l’espressione della volontà di tutte le persone maggiorenni e nel pieno delle facoltà mentali, sulle terapie che intende o non intende accettare nel caso in cui dovesse trovarsi nella condizione di incapacità di esprimere il proprio diritto di acconsentire o non acconsentire alle cure proposte. Mentre in Italia il dibattito va avanti da anni senza successo, in quasi tutti gli altri Paesi europei c’è già una legge sul fine vita: in Inghilterra e in Galles una persona può fare una dichiarazione anticipata di trattamento o nominare un curatore in base al Mental Capacity Act del 2005; negli Usa la maggior parte degli stati  riconoscono le volontà anticipate o la designazione di un curatore sanitario e il Bundestag tedesco ha approvato il 18 giugno 2009 una legge sul testamento biologico.

L’iter legislativo in Italia è iniziato nel 2009 con la famigerata norma elucubrata del centro destra durante le ultime settimane di “vita” di Eluana Englaro. Negli anni il testo è cambiato, così come i relatori ma non il risultato: una legge decente sul “fine vita” ancora non c’è. Questo sebbene il diritto di far valere le proprie volontà davanti a un giudice sia stato riaffermato anche dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel 2015.

Cosa salverà le elezioni tedesche

German 'Bundestag' parliament. ©EPA/FELIPE TRUEBA

Mancano solo nove settimane: il 24 settembre prossimo la Germania eleggerà il suo nuovo Parlamento. «La Russia tenterà di hackerare le elezioni tedesche?» è la domanda titolo del pezzo firmato Anna Sauerbrey in prima pagina sul New York Times. «Per il momento i nostri occhi sono su Angela Merkel, l’incombente, e Martin Schulz, lo sfidante di sinistra. Ma c’è anche un altro giocatore nella campagna, un giocatore sospettosamente silenzioso fino ad ora: la Russia».

Fino ad ora è stato dato per scontato che gli hacker russi avrebbero attaccato Berlino, proprio come hanno attaccato i suoi due più vicini alleati, gli Stati Uniti e la Francia. Inoltre, non sarebbe la prima volta: già nel 2015 gli hacker hanno rubato dati a 16 membri del Bundestag, Cancelliera inclusa, e l’attacco proveniva da quel Fancy Bear che ha penetrato i server delle mail del comitato del partito democratico americano di Hillary Clinton e quelli della Republique en Marche del poi eletto Emmanuel Macron, in Francia.

Si materializzerà un attacco contro il nuovo Parlamento? Probabilmente, but it won’t matter, ma non importerà, scrive il quotidiano: «Il Cremlino ha ben poco da guadagnare nell’interferenza del voto tedesco. In Francia la candidata della destra, con posizione anti europea è arrivata fino all’ultimo round. E negli Stati Uniti, beh, conoscete la storia. In Germania, invece, con il sistema di rappresentanza proporzionale, i governi di coalizione sono la regola. Se gli hacker dovessero rilasciare informazioni che potrebbero influenzare il voto, si tratterebbe solo di alcuni punti di percentuale, che non cambierebbero poi molto. Il sistema di voto tedesco, designato dopo la seconda guerra mondiale, per immunizzare il paese contro il totalitarismo, agisce adesso anche come un firewall», ovvero come un muro di protezione, un taglia fuoco, nella guerra cybernetica.

«La differenza tra i due maggiori partiti, il centro social democratico e la destra centrista dei cristiani democratici, è marginale. Vero è che alcuni socialdemocratici propendono di più verso la Russia e sono critici nei confronti della spesa NATO, ma il partito rimane comunque europeista e a favore dell’Alleanza nordatlantica. La Merkel ha una percentuale dominante del 15%. Il partito di destra, Alternativa per la Germania, è troppo piccolo per contare qualcosa e nessun grosso partito accetterebbe una coalizione con loro. In più, in Germania la popolazione legge ancora giornali di qualità, guarda la tv pubblica. A gennaio 2016 alcuni media russi in Germania hanno diffuso informazioni false su una minore russo-tedesca violentata da tre uomini di origine araba. Il caso è spesso citato come esempio di guerra dell’informazione, ma, in ogni caso, dal punto di vista russo, è visto come un fallimento. L’umore del pubblico non poteva essere dei migliori, perché la campagna è stata condotta proprio quando andavano assorbite le notizie degli assalti sessuali compiuti a Colonia da uomini di origine nordafricana a Capodanno. Ma poiché i maggiori media del paese sono ancora rispettati, la fake news non è arrivata lontano».

Ecco un altro punto a vantaggio tedesco: una classe politica immune agli scandali almeno dal 1999, quando si scoprì che alcuni socialdemocratici avevano accettato milioni di fondi illegali, tenendoli in conti nascosti. «Per molti tedeschi i politici sono noiose frecce dritte ed è esattamente così che li vogliono» scrive il NYT.

«Questo non vuol dire che la Russia non proverà niente, provarci è nel DNA degli hacker, specialmente se si tratta di leader che si oppongono a Putin. Dopo tutto, la gran parte della politica estera di Putin si basa sull’esposizione dell’ipocrisia e del ridicolo dell’inconsistenza dell’Occidente». La Germania ha appena approvato una legge contro le fake news, ma le contromisure migliori, non sono quelle legali o tecniche, ma sono la preservazione della cultura politica: «se si riesce a fare questo, Fancy bear o no, la Germania si scrollerà tutto di dosso con un’alzata di spalle».

Aiutiamo i ladroni a casa loro

Umberto Bossi nell'aula della Camera durante la votazione sulla fiducia che il governo ha posto sul decreto legge sulle banche venete, Roma, 12 luglio 2017. ANSA/ CLAUDIO PERI

Due anni e sei mesi di reclusione a Umberto Bossi, l’ex leader della Lega Nord,  e quattro anni e dieci mesi a Francesco Belsito, l’ex tesoriere, con l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni: è questa la condanna che è stata inflitta dal Tribunale di Genova per truffa ai danni dello Stato agli ex maggiorenti della Lega Nord.

La Lega Nord, dice la sentenza, avrebbe usato 48 milioni di euro di finanziamento pubblico ai partiti per uso personali. 48 milioni di euro, finanziamento pubblico ai partiti: questi che erano nati sull’onda delle monetine contro Craxi e che avrebbero dovuto moralizzare l’Italia sono andati a Roma (padrona, come dicono loro) e hanno cominciato a mangiare come porci.

Attenti: questo processo non c’entra nulla con quello della famiglia Bossi. Qui ci sono dentro anche i tre ex revisori contabili del partito Diego Sanavio, Antonio Turci e Stefano Aldovisi (condannati a due anni e otto mesi l’uno,  e due anni e otto mesi e un anno e nove mesi l’altro) e i due imprenditori Paolo Scala e Stefano Bonet (cinque anni ciascuno). Tutti sono accusati di truffa.

I soldi, dice la sentenza, sarebbero stati portati anche a Cipro e in Tanzania. Riciclati. Ovviamente. E Salvini? Sulla sua bacheca di Facebook (sembra uno scherzo, ma è così) se la prende con un immigrato da rispedire in Guinea (per presunti atti di autoerotismo, una di quelle notizie che poi si rivelano false nove volte su dieci), si immola per salvare Giletti dalla cacciata dalla Rai, dice al rapper Tommy Kuti che «la cittadinanza non si regala, si conquista» in merito allo ius soli, e promette di RIPULIRE l’Italia.

Sul suo partito ladro, nulla. Nulla. Nemmeno sui 48 milioni che la Lega (eh, sì, udite bene, la Lega) deve restituire alla Camera e al Senato. Perché gli avvoltoi sono così: fanno i forti con i deboli ma poi balbettano se si tratta degli affari di famiglia. Già.

Buon martedì.

Free-vax, intimidazioni via mail a parlamentari medici pro “decreto Lorenzin”

Il tabellone del Senato mostra il risultato del voto sul decreto vaccini, Roma, 20 luglio 2017. Con 171 Sì il decreto legge sui vaccini incassa il via libera del Senato. I no sono stati 63 e 19 gli astenuti. Il provvedimento, in scadenza il 6 agosto, ora passa alla Camera. ANSA/CLAUDIO PERI

«I vaccini hanno salvato tante vite? E chi lo dice? Mia figlia aveva l’otite e il medico le ha prescritto gli antibiotici, io non glieli ho dati ed è guarita lo stesso». È questa la linea seguita manifestanti scesi in piazza nel week end a Milano per protestare contro la vaccinazione obbligatoria prevista dal “decreto Lorenzin” in discussione al Senato. Un atteggiamento irragionevole e pericoloso per la salute pubblica oltre che per quella dei singoli bambini figli di genitori seguaci di guru, ciarlatani, santoni e medici che hanno abdicato alla deontologia professionale, che spopolano sul web diffondendo teorie strampalate e antiscientifiche, ma un atteggiamento se non altro rivendicato in maniera tutto sommato pacifica. Di ben altro tenore è quello che hanno scelto di fare altri free-vax che, protetti dall’anonimato, da qualche giorno stanno bombardando di mail intimidatorie e offensive i parlamentari medici che nell’ambito della discussione politica hanno “osato” spiegare perché è necessario fare prevenzione tramite le vaccinazioni.

A denunciare l’accaduto è stata la deputata Pd Maria Amato, medico, che sul proprio profilo Facebook ha scritto: «A quelli che stanno intasando la mia casella di posta elettronica, con mail che cominciano con “conosciamo il tuo nome …”, e via una serie di neppure tanto velate promesse/minacce per dissuadermi dal votare senza modifiche il testo del decreto vaccini così come uscito dal Senato, volevo dire che questa è la mia foto aggiornata così oltre il nome conoscete anche il viso, professione medico e, SI! voterò a favore del decreto, perché credo nella azione preventiva dei vaccini, perché le morti evitabili pesano più del “non ti voto”, perché il paragone con le sperimentazioni naziste è di chi non solo non conosce la medicina ma neppure la storia. L’obiettivo è arrivare a 0 morti per quelle malattie e per me, per la mia formazione, per gli studi che ho fatto è un obiettivo condivisibile».

Ecco qui di seguito la mail ricevuta dalla parlamentare:

Solo un paio di giorni prima, come abbiamo raccontato su Left, la scienziata e senatrice a vita, Elena Cattaneo, era intervenuta in questo modo a Palazzo Madama:

«L’idea del sovraccarico vaccinale è priva di fondamento scientifico, i vaccini trivalenti, quadrivalenti, esavalenti sono sicuri e ben tollerati, anche dalle persone già immuni».

La battaglia in Aula si gioca in gran parte sul tema delle “dosi monocomponenti”, ossia dei vaccini che possano garantire la copertura medica senza che sia necessario inoculare contemporaneamente anche prodotti contro malattie per le quali già si è immunizzati in precedenza. In prima fila a sostenere tesi medievali e antiscientifiche c’è la Lega Nord, che strizzando l’occhio ai complottisti free-vax sostiene che l’ostilità del governo nei confronti dei vaccini in versione multipla sia in realtà una mossa per avvantaggiare le case farmaceutiche, senza un reale beneficio per la salute della cittadinanza.

In risposta, la senatrice a vita ha elencato – da scienziata – alcuni casi di specie. Tra i militari ad esempio, notoriamente “iper-vaccinati”, non sono stati rilevati scostamenti statistici per quanto riguarda malattie autoimmuni, allergie e altre malattie in genere. Per produrre i vaccini inoltre – ha sottolineato Elena Cattaneo – serve un grosso investimento, e l’industria dei vaccini rappresenta solamente l’1% della spesa sanitaria nazionale, pertanto «le case farmaceutiche non diventano ricche con i vaccini».

Vaccinazioni obbligatorie e raccomandate e contenuti del decreto approvato dal Senato illustrate nell’Infografica Centimetri, Roma, 20 Luglio 2017. ANSA/ CENTIMETRI

La più antica foresta d’Europa sta scomparendo

epa06065679 People take part in a demonstration organized by 'I love Bialowieza Forest' organization under the slogan 'UNESCO! Stop the cut of the Bialowieza Forest!' in front of the ICE Krakow Congress Centre, in Krakow, Poland, 04 July 2017, where the 41st session of the UNESCO World Heritage Committee takes place. The protesters want to draw attention on the increased timber harvesting in the forest. The Bialowieza Forest is the only natural heritage site in Poland listed on the UNESCO World Heritage List. At the next meeting of the UNESCO Committee in 2018, the Bialowieza Forest may be added on the list of World Heritage in Danger. EPA/Stanislaw Rozpedzik POLAND OUT

Già sito Unesco, si trova tra la Polonia e la Bielorussia, senza confini precisi, ed ha tra gli alberi più antichi e grandi del nostro continente. È la foresta Bialowieza e sta per scomparire, insieme alla sua fauna: specie di animali rare, già in via di estinzione, compresa la più grande mandria di bisonti d’Europa.

«Abbiamo già provato tutto, a parlare con i ministri, ad allertare le istituzioni internazionali», dice Katarzyna Jagiello, Greenpeace Polonia. Ma niente è stato abbastanza e tempi per misure disperate sono arrivati.

Si sono incontrati a Postolowo all’alba, in trenta, nel minuscolo villaggio del nord a ridosso della Bialowieza e si sono incatenati al nemico: le mietitrici, che tagliano almeno duecento alberi al giorno. Questo atto dimostrativo non è che un episodio della battaglia per salvare la foresta, in una lunga guerra tra il partito conservatore polacco contro ambientalisti, attivisti, avvocati.

«È come un laboratorio dove si può osservare come funzionavano i processi biologici diecimila anni fa» ha detto Tomasz Wesolowski al New York Times. Il biologo forestale ritiene che «rimuovere qualsiasi cosa dalla foresta sia un atto barbarico». Wesolowski ne ha studiato la biodiversità negli ultimi 43 anni. «Se potessimo ripristinare una foresta primordiale artificialmente, lo avremmo già fatto, a Berlino o Londra. La Bialowieza è unica e ora degli idioti stanno tentando di distruggerla».

«Non c’è posto come questo sul continente, senza segno di attività umana» ha detto Jerzy Szwagrzyk, università dell’Agricoltura a Cracovia. Ma c’è anche Jan Szyszko, ministro dell’Ambiente polacco, anche ex cacciatore ed ex guardia forestale. Per lui l’Unesco ha inserito “illegalmente” la foresta Bialowieza nel patrimonio mondiale da conservare nel 2014 ed è diventata il “progetto pilota di organizzazioni libertine e di sinistra, dell’Europa occidentale”.

Di 180mila alberi, sacrificati dal 2012, ormai rimangono solo radici e tronco mozzato. Il 40% degli organismi viventi in essa, inclusi insetti, funghi e uccelli, dipendono dagli abeti che vanno sparendo. Un altro dato a seguire è che sette miliardi di sloty, quasi 2 miliardi di dollari, nel 2015 sono entrati nelle casse della forestale per la vendita di legname.

In Polonia esistono molte riserve naturali e parchi nazionali e far diventare la foresta una di essi potrebbe essere la soluzione, ma il governo regionale si oppone. Una parte della Bialowieza è già sparita nel 2012 per un’infestazione di coleotteri. Il governo ha adesso deciso di triplicare il limite di alberi da tagliare nel 2016 e 80mila metri quadri sono già stati tagliati. Pochi giorni fa la Commissione Europea si è mossa e ne ha chiesto la protezione. Dariusz Gatkowski, WWF Polonia, ha chiesto all’Unione Europea che faccia valere il suo ruolo «per portare la Polonia in tribunale e che diventi il guardiano della riserva naturale d’Europa».

Non è il “dipartimento mamme”, il problema. Non solo

Dunque il Pd lancia il “dipartimento mamme”. In realtà, a ben vedere, è solo uno dei dipartimenti pensati “per affrontare al meglio le sfide dei prossimi mesi”, come scrive la nota ufficiale del partito, ma il “dipartimento mamme” inevitabilmente ha suscitato più di qualche perplessità e se qualcuno con cattiveria ha fatto notare che sarebbe stato il caso anche di un “responsabile babbi” (come ha scritto Chiara Geloni su twitter, riferendosi chiaramente alle vicende giudiziarie di Tiziano Renzi e a Banca Etruria per la famiglia Boschi) molti altri, anche tra i democratici, hanno colto un senso politico chiaro. Renzi, si sa, è uomo devoto alla comunicazione (quella di vacuo ottimismo sotto slogan spinti figlia del berlusconismo) e difficilmente scivolerebbe sul “titolo” di un pezzo così importante della sua cabina di regia in vista della prossima campagna elettorale.

Del resto già lo scorso 7 marzo il segretario del Pd aveva indicato le tre priorità: lavoro, casa e (appunto) mamme. Giulia Siviero, giornalista de Il Post, aveva colto perfettamente il senso in una sua lettera indirizzata proprio a Renzi:

«Lei non ha mai pronunciato la parola donne (e basta o uomini), non ha scelto le donne come centro della sua futura pratica politica, ma ha scelto di tornare a uno scenario anacronistico e ingiusto. Parlare solo di “mamme” esclude immediatamente non solo le donne che non lo sono, ma le madri stesse che al di là e al di qua della maternità sono altro, sempre e comunque altro: sono donne che vanno a scuola, che lavorano, che vengono pagate meno, che cercano lavoro o vengono licenziate, che scioperano, che si sostituiscono al welfare, che guardano la tv e leggono i giornali, che non vogliono essere madri, che vogliono avere un figlio in modi diversi, che subiscono violenza, che arrivano e che partono».

Ma c’è di più, se riusciamo ad allargare lo sguardo: le “mamme” sono state, da tempo, tra le parole chiave dell’egemonia culturale conservatrice. Come dire: tra i temi da “non regalare alla destra” (che è l’ossessione ripetuta da Renzi per giustificare la propria deriva, a destra) ora c’è da riprendersi anche questo, con buona pace degli intenti progressisti che stavano nella fondazione stessa del Partito democratico. “Un dipartimento mamme manco nella Dc anni Cinquanta”, ha scritto Aurelio Mancuso, che del Pd è componente dell’Assemblea nazionale.

Il “dipartimento mamme”, del resto, dimostra anche che il “Family day” e tutta la comunicazione che ci stava intorno probabilmente sono qualcosa di più di un semplice inciampo di governo, come il Pd aveva sostenuto. E forse è un caso – o forse no – che tra i dipartimenti manchi ora quello dei “diritti civili”, ben diverso dal senso del “dipartimento delle pari opportunità” come ben sa chiunque, Renzi in testa, ha a che fare con queste diciture in questi ultimi anni.

Infine una curiosità, grigia: ha trovato un ruolo anche Walter Verini. Per chi non sapesse chi sia bisogna tornare al ddl Scalfarotto che estendeva la legge Mancino ai reati determinati da odio per questioni di orientamento sessuale e identità di genere: Verini fu quello che, con un furbo subemendamento cofirmato con l’onorevole Gatti, “azzoppò” la legge secondo i timori delle associazioni e degli operatori del settore. Eccolo. Proprio lui.

Tanto per avere un quadro largo, insomma.

Buon lunedì.

Musei, agli Uffizi come in hotel. Mai in alta stagione

©ANSA/MAURIZIO DEGL INNOCENTI

«Prometto che non arriveremo ai prezzi imposti dai bagarini, ma con il biglietto a 20 euro ci uniformiamo a tutti gli altri grandi musei europei, come il Louvre di Parigi, il Prado di Madrid, il Belvedere di Vienna e il Rijksmuseum o l’Hermitage di Amsterdam, il cui ingresso varia tra i 17 e i 20 euro». Il direttore della Galleria degli Uffizi, Eike Schmidt, parla della sua proposta, aggiungendo che «con questo provvedimento, poi, il costo d’ingresso dipenderà solo dalle stagioni e non più dalle mostre che organizzeremo perché non è giusto che le persone paghino per le decisioni dei curatori. Il nostro intento è creare la situazione ottimale per una fruizione più profonda e ripetuta nel tempo».

Insomma, nuovo tariffario da marzo 2018. Dagli attuali 8 a 20 euro, ma con la possibilità, da novembre a febbraio, di poter entrare beneficiando di uno sconto che potrà arrivare fino al 50%. Naturalmente fermo restando i 4 euro di prenotazione.
«Abbiamo deciso di usare il prezzo come strumento attivo per gestire i flussi e creare fruibilità, ma anche per dare un valore a quella che io chiamo l’esperienza Uffizi»dice Schmidt. Ad ispirare la nuova misura «oltre ad alcune esperienze americane anche hotel e trasporti pubblici».
Il nuovo tariffario, parte della rivoluzione promessa dal direttore di uno dei siti turistici più visitati anche nel 2016, niente altro è che una duplicazione di quanto propongono le strutture ricettive. Ma come? Un museo, anzi un grande museo, che guarda agli hotel? Qual é il nesso che li lega? Risposta semplice semplice: la monetizzazione della loro fruizione!

Quindi prezzi alle stelle durante l’alta stagione, più accessibili durante gli altri mesi. Schmidt non sembra avere dubbi. D’altra parte, la valorizzazione perseguita dal ministro Franceschini e della quale il direttore appare un indiscusso emulo, non contempla deroghe. È necessario incrementare la bigliettazione, come possibile. Aldilà delle dichiarazioni la realtà é rilevabile, con chiarezza. Prima il turismo e poi i beni culturali. Quanto il disegno del direttore potrà incidere sull’afflusso dei visitatori non é possibile dirlo. Quanto potrà regolare l’arrivo delle masse dei turisti nel corso dell’anno é incerto. Ma intanto rimane la sensazione che, insieme agli ipotizzabili benefici, ci potranno essere tutt’altro che irrilevanti svantaggi.

Infatti, non é difficile prevedere che a subire maggiormente i nuovi aumenti saranno alcune categorie, a partire dalle famiglie e dai pensionati. Fasce importanti della popolazione che saranno sostanzialmente fatte fuori dalla fruizione del museo italiano con più appeal. Naturalmente per i più disagiati economicamente rimane la possibilità di andare in bassa stagione. Cimabue e Caravaggio, Giotto e Leonardo, Michelangelo e Raffaello, Mantegna e Tiziano, Rubens e Rembrandt saranno allo stesso posto anche da novembre a febbraio. Ma gli “sconti fino al 50%” promessi da Schmidt hanno tanto l’aria di assomigliare ai saldi di abbigliamento e calzature. Il più delle volte lo sconto non raggiunge quel che si pubblicizza.

La fruizione della cultura deve essere assicurata a tutti, indistintamente. Un Museo non é un campo da golf all’interno di un circolo esclusivo, nel quale può entrare solo chi ne sia socio. Proprio per queste ragioni il tariffario degli Uffizi sembra innanzi tutto l’ennesimo tentativo di incrementare gli incassi. Poco importa se con un’operazione che, piuttosto che implementare la fruizione, dilatandone i limiti, la renda possibile solo a determinate categorie di persone.

«Come Uffizi vogliamo tornare a fare avanguardia, così come si faceva in passato. A me piacerebbe tanto che i fiorentini tornassero a sentire proprio questo museo, ci stiamo provando in tutti i modi, vediamo se il tempo ci darà ragione», sostiene Schmidt. I numeri complessivi, le cifre, alla fine dell’anno gli potranno anche dare ragione. Ma non é così che il museo fa realmente parte della città. Come si verificava, ad esempio, per i portici che delimitavano il Templum Pacis, uno dei grandi complessi forensi della Roma imperiale, nei quali erano esposte al pubblico godimento tante opere d’arte. I Musei, nonostante tutto, non sono hotel.

Mary e la Bestia: i 200 anni di Frankenstein

The Academy of Motion Picture Arts and Sciences will host a month-long series of screenings of classic horror films with “Universal’s Legacy of Horror” in October. The series is part of the studio’s year-long 100th anniversary celebration engaging Universal’s fans and all movie lovers in the art of moviemaking. Pictured: Boris Karloff and Elsa Lanchester in BRIDE OF FRANKENSTEIN, 1935.

È nell’“anno senza estate” che Mary Shelley concepisce l’idea di Frankenstein, o il moderno Prometeo. L’eruzione del Tambora, vulcano di una remota isola dell’Oceano Indiano, avvolge di polveri l’emisfero settentrionale, riduce la radiazione solare e sconvolge le stagioni. Tutto avviene in quella fredda estate di 200 anni fa sul lago di Ginevra, dove la diciottenne Mary, assieme al futuro marito Percy Shelley, è ospite di Lord Byron, della sorellastra Claire Clairmont, amante del poeta, e del loro medico John Polidori a Villa Diodati. Costretta in casa dal maltempo, la compagnia inganna le ore leggendo storie di fantasmi e Byron, in una sorta di concorso letterario, lancia una sfida: ognuno di loro dovrà scrivere un racconto dell’orrore. Tutti si impegnano ma solo due onorano la scommessa, Mary con Frankenstein e John Polidori con il racconto Il Vampiro che suggerirà Dracula a Bram Stoker. L’ispirazione, che per la Shelley tarda a venire, si palesa con forza una notte nel dormiveglia: «Vidi lo scienziato dall’arte sacrilega, inginocchiarsi, pallido, accanto alla cosa che aveva messo assieme, l’orrida forma di un uomo disteso, vidi una macchina che entrava in azione e il cadavere che mostrava segni di vita. Aprì gli occhi e io sgranai i miei per il terrore».
Nasce così un fenomeno letterario unico che attraversa intramontabile questi due secoli: travalica i confini del gotico per affondare nelle paure del Romanticismo; sfrutta il romanzo epistolare per adottare una rarità assoluta; genera il primo romanzo di fantascienza per entrare come mito nella cultura popolare. Un’opera cioè senza tempo e senza contesto che talvolta si fa solo titolo. Chi ode la parola Frankenstein crea in sé un’immagine o un pensiero, ma dietro sono spesso scomparsi l’autrice, la trama, i personaggi. È curioso infatti che Frankenstein vada spesso erroneamente ad identificare l’essere deforme richiamato alla vita dalla materia inanimata e non il suo creatore Victor, «scienziato dall’arte sacrilega». Il mostro è, e va osservato, senza nome. Ma questo banale quanto comune equivoco può essere il pretesto per approfondire la ricerca e cogliere, dietro gli apparenti aspetti di continuità, i tratti del romanzo che creano una rottura con la tradizione letteraria e filosofica dell’epoca.

 

 

L’articolo di Cecilia Iannaco prosegue su Left in edicola


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Il ciclone RHCP ha lasciato l’Italia (e si avvicina a Parigi)

epa06095452 Anthony Kiedis, left, and Chad Smith, right, from US rock band Red Hot Chili Peppers perform onstage during the first day of the 42nd Paleo Festival, in Nyon, Switzerland, 18 July 2017. The event runs until 23 July. EPA/VALENTIN FLAURAUD EDITORIAL USE ONLY

In una rovente serata di mezza estate a Roma, sul palco dell’Ippodromo delle Capannelle è esploso il rock. Per due ore consecutive Anthony Kiedis e compagni hanno trascinato il pubblico in un flusso di energia ininterrotto e inebriante.

Nella prima delle due tappe italiane (la seconda è stata Milano) i Red Hot Chili Peppers hanno dato il meglio di sé.

Gli scatenati californiani hanno aperto con “Can’t stop” e chiuso con “Give it away”, eseguendo tra l’uno e l’altro i brani più belli e suggestivi prodotti dal 1984 ad oggi.

Se, come ha fatto intendere Chad Smith in una recente intervista, questo potrebbe essere l’ultimo tour internazionale della band, l’atmosfera non era certo né nostalgica né decadente. L’entusiasmo e la vitalità dei tre componenti storici (Kiedis, Flea e Smith 54 anni ognuno) hanno cancellato ogni categoria temporale per concentrarsi in un presente intensissimo dove i RHCP sembrava vivessero per la prima volta l’ebbrezza del successo mondiale. Ed è questo che il pubblico ha sentito insieme a loro in due ore adrenaliniche dove non “pogare” era impossibile.

Nessuno si è risparmiato sul palco, dal vulcanico e storico batterista Chad Smith al più giovane della band Josh Klinghoffe che, dopo aver definitivamente sostituito Jack Frusciante nel 2009 diventando il chitarrista ufficiale, ci ha regalato un’inedita versione di “Io sono quello che sono” di Mina.

Inesauribile la carica di Flea che con i suoi assolo mirabolanti ha portato il basso ad un sound a tratti irriconoscibile e che per resistenza fisica ed esuberanza ha conteso il primato a Keidis il quale, a sua volta, ha saltato e piroettato sul palco per due ore senza soluzione di continuità.

Frontman indiscusso ed anima sensuale del gruppo Anthony Kiedis ha interpretato ogni brano con quel lieve scarto dalla traccia originale sufficiente a far sentire unica ogni esecuzione, per poi raggiungere l’apice in una versione struggente di Under the bridge.

Insomma i Red Hot Chili Peppers sono stati una perfetta macchina da musica che non ha sbagliato un colpo, compreso l’omaggio agli Stooges con “I wanna be your dog”. E forse è proprio questa perfezione a nascondere l’unico neo di un concerto sicuramente storico. Perché nell’esecuzione appassionata e ineccepibile si è un po’ perso, forse, il rapporto con il pubblico, pochi gli scambi, un paio di tentativi faticosi di ringraziare in un italiano stentato un pubblico adorante.

Ma da vere rock star hanno saputo stupire e recuperare la defaillance quando Kiedis ha invitato sul palco Everly Bear, il figlio di dieci anni, per cantare con lui “Goodbye angels”: di nuovo presente e passato fusi insieme in un’emozione contagiosa.

Curioso che il pubblico fosse composto soprattutto da chi non era ancora nato quando i RHCP hanno iniziato la parabola del successo: venti, venticinque anni al massimo l’età media, meno della metà i fan storici.

Come dire: i giovani riconoscono bene la buona musica. Quando c’è. E a Roma ce n’è stata tanta.

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Le prossime date del Tour

I RHCP si esibiranno stasera a Parigi (Lollapalooza) e martedì al Cracovia Stadium (Polonia); il 27 luglio si sposteranno in Lettonia a Riga (Lucavsala Island); il Tour europeo proseguirà quindi a Helsinki (29 luglio) e Reykjavik (31 luglio, Nyja Laugardalshollin); dopo una pausa ad agosto, la band di Flea, Kiedis&Co. riprenderà a esibirsi negli Usa: in California a Del Mar (15 settembre, Kaaboo del mar) e a New York (17 settembre, The Meadows music & arts). Il 20-21 è in programma una doppia data irlandese, all’Arena di Dublino; il 24 settembre saranno in Brasile, a Rock in Rio. Infine le ultime sei date: 7-14 ottobre in Texas, Austin city limits music festival; 10-11 ottobre a Città del Messico (Sports palace); 16 ottobre in Colorado al Pepsi center di Denver; tappa conclusiva in Arizona, alla Gila river arena di Glendale il 18 ottobre. (A cura della redazione)